Massimo Cacciari (L'Espresso)
Altrove, le trasformazioni globali hanno creato partiti nuovi e pragmatici contro le disuguaglianze. In Italia invece prevale sempre il sonno dogmatico
Come si è giunti a una crisi tanto radicale di quelle correnti politiche che ereditavano in Italia tradizioni,e uomini, della sinistra novecentesca? Come è possibile che una storia di tale portata, la storia del "movimento operaio" italiano, sembri contrarsi oggi all'azione di una minoranza debole e divisa del Partito di Renzi, del tutto subalterna a fatti e misfatti di quest'ultimo? Le cause sono molteplici, non c'è dubbio, e anzitutto di ordine materiale: sono strutturalmente mutati i rapporti di produzione e di classe, è finita l'Italia della grande industria e dell' "operaio massa", la grande rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio ha rivoluzionato culture e forme di vita. Ma si tratta di processi irreversibili che hanno interessato tutte le società europee e hanno più o meno drammaticamente colpito tutti i loro sindacati e tutte le loro socialdemocrazie. Perché solo da noi sembrano averne cancellato ogni traccia? E perché in altri Paesi il loro crollo ha pure prodotto nuovi, giovani movimenti "di sinistra", i Podemos e gli Tsipras, mentre in Italia l'immenso spazio politico della protesta, gli effetti sociali della grande crisi da cui siamo lungi dall'essere usciti, sono stati capitalizzati esclusivamente dai Grillo e ora pure dai Salvini? Temo che la domanda nasconda un errore fatale di prospettiva. E l'asfittica sedicente "sinistra" italiana che si consola collocando nel proprio solco quelle esperienze. E sperando una propria rinascita sul loro modello. In realtà esse esprimono proprio l'esaurirsi della "geografia" politica novecentesca, non hanno nulla a che fare con i contenuti tradizionali di "destra" e "sinistra". La loro "ideologia" è un'arma leggerissima, un' " aura " piuttosto che un'arma, e la loro forza sta nel restare ancorati in modo assolutamente pragmatico alle ragioni della protesta, e cioè al dilagare delle disuguaglianze, dell'insicurezza e delle paure. L'agilità tattica con cui si muove uno Tsipras è la naturale conseguenza di questa collocazione del suo movimento. Rivolto interamente ad affrontare la crisi nella sua concretezza, a tentare di rispondere al dramma di chi la vive in carne ed ossa.
DEGLI ORIZZONTI STRATEGICI meglio per ora tacere. La "politica al comando" è un lusso retorico che oggi non ci possiamo permettere. Da questo punto di vista, i Podemos e gli Tsipras appaiono anche mille leghe oltre Madame Le Pen e Monsieur Salvini, zavorrati da arcaiche ideologie regressive. Ma, per analoghi motivi, neppure hanno a che fare con le disperse membra della nostra "sinistra", che proprio quelle trasformazioni e quella crisi che hanno espresso gli Tsipras non ha saputo né comprendere né rappresentare. Ammesso e non concesso che le nuove forze spagnole e greche possano dirsi "sinistra", esse sono lontane dalla nostra tradizionale quanto lo è Renzi. Renzi ne esprime il superamento nel senso di un decisionismo populistico, che svuota il ruolo del binomio indissolubile Parlamento-sistema dei partiti. Si tratta di una formidabile tendenza del nostro tempo, che gli eredi del "movimento operaio" si ostinano da decenni a non voler vedere,e quindi a non saper in alcun modo contrastare. I Podemos e gli Tsipras, da parte loro, invece, si oppongono a tale tendenza ricalcando esattamente la figura del tribuno del popolo. La loro è auctoritas tribunicia nel senso più proprio. Ma è estremamente difficile per il tribuno imporre la legge, svolgere duratura azione di governo in perenne lotta col Senato (alias, i "decisori" ultimi delle politiche europee). La cultura politica del tribuno può solo occasionalmente giungere ad esprimere una energia riformatrice, in grado di mutare l'intero assetto della res publica. Abbiamo così una vecchia sinistra conservatrice che si batte contro la prospettiva incarnata da Renzi in nome di principi, regole e assetti istituzionali, estranei ogni giorno di più agli interessi effettivi della base sociale che essa dovrebbe rappresentare e una "nuova sinistra" di tipo tribunizio, incapace di affrontare la crisi dell'idea stessa di rappresentanza, che stiamo vivendo, al suo livello proprio, quello storico, di sistema.
UNA DOZZINA D'ANNI FA in Italia si fu sul punto di veder nascere un grande Podemos, che forse avrebbe potuto anche svegliare dal proprio sonno dogmatico la sinistra conservatrice. Ma, ahimè, si rivelò subito che il suo leader (vero Sergio?) era culturalmente consustanziale proprio a quest'ultima... e anche da quell'aborto ci vennero Grillo e grillini. Per molti motivi, per il bene stesso della nostra malatissima democrazia, è sperabile che quella opportunità si ripresenti, ma il dramma di allora ritornerà come pura farsa se saranno gli stessi, insieme ai loro nati stanchi epigoni, a volerla interpretare.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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19.3.15
Ma la nostra sinistra vive ancora nel '900
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21.2.14
Matteo Renzi, anatomia di un capo
Massimo Cacciari (l'Espresso)
Il 'rottamatore' ha lottato coi vecchi prìncipi a viso aperto e ha stravinto, spiazzando tutti. Ma una cosa è conquistare, un'altra è rifondare uno Stato in difficoltà. Per farlo serve una vera squadra di governo, non un seguito di fedeli e nominati. E sono necessarie relazioni non subalterne con i cosiddetti poteri 'forti'
Matteo Renzi “figura del futuro”? Difficile prevederlo, ma certo qualcosa di nuovo è successo, qualcosa che attiene alla storia, al carattere, al volto stesso dell’“eroe”. E non importa nulla se questo qualcosa può non piacere affatto (come non piace al sottoscritto) o addirittura dare scandalo. Anche gli scandali è necessario che avvengano.
È certo, anzitutto, che l’irresistibile ascesa di Renzi mai sarebbe potuta avvenire senza lo stupefacente cupio dissolvi messo in scena dall’anno mirabile ’89 in poi dalla cosidetta sinistra italiana e dal gruppo dirigente del Pd nell’ultima fase. Ma si tratta solo di un rex destruens? Alcune qualità dimostrate dal nostro fanno sperare che no. Intanto, al potere ci è andato senza l’aiuto di “armi straniere”; ha lottato coi vecchi prìncipi a viso aperto e ha stravinto. Ne ha sfruttato impietosamente amletismi, lotte intestine, fallimenti. Di contro a un ethos politico soffocato nell’arte del rimando, della mezza misura, del galleggiare, ha messo in campo una spregiudicatezza decisionistica, un gusto per la sfida e l’arrischio, che ha sorpreso e spiazzato tutti (me compreso).
Doti essenziali dell’animale politico: smisurata ambizione, volontà di potere, capacità di afferrare per il ciuffo l’Occasio quando passa, senza riflettere troppo sulle conseguenze: pensare frena, se non arresta – legge ben nota. Fare o non fare, questo il dilemma – essere o non essere è “filosofia”.
Non importa se l’uomo della sacralità delle primarie va al governo more prima repubblica; non importa se una settimana prima dichiarava di non essere interessato né a staffette né a rimpasti; non importa se ha finto primarie per la segreteria di un partito all’unico fine di giungere alla premiership. La maschera fa parte del gioco politico e anche l’inganno qui è elemento dell’“arte”. Avrebbe potuto attendere ancora? Necessario, allora, allearsi a Letta. E rimandare tutto a quando? Mentre la grande occasione passava: governo debolissimo, opposizione groggy nel Pd, Paese che sembra invocare un Capo dalle Alpi al Lilibeo.
Ammirevole soprattutto l’uno-due formidabile inflitto alla minoranza Pd: senza darle neppure il tempo di riflettere sulla propria catastrofe alle primarie, la costringe a defenestrare Letta e farsi votare la fiducia! Rovesciando le stesse palesi aspettative di Napolitano! Sì, qui qualcosa ha rotto tradizioni e costumi del politichese nostrano. I paralleli con personaggi e situazioni passate non reggono. Solo alcuni tratti della retorica avvicinano Renzi a Berlusconi, ma Berlusconi non è mai stato un “politico di professione”; catapultato al governo dallo sciagurato duetto Occhetto-Segni, ha trasformato in partito Mediaset mescolandolo a quarte file di Psi e Dc e “compromettendolo” ora con Lega, ora con ex-Msi.
Al di là delle apparenze Berlusconi è stato sempre un uomo di mediazioni, un prodotto della prima Repubblica nel suo stadio senile. Renzi no: il partito se l’è conquistato dall’interno e non pare ora disposto a fare molti prigionieri. Un po’ come Craxi. La sua linea e il suo stesso carattere esigono che tenti di combinare un partito a sua immagine e somiglianza. D’altra parte quello di prima neppure era nato. Ancor meno vale il parallelo con il D’Alema al governo. Prodi non era del partito di D’Alema, né erano stati i Democratici di Sinistra a farlo cadere. La novitas di un segretario di partito che sfiducia apertamente il governo retto da un proprio rappresentante, senza la benchè minima “condivisione” da parte di quest’ultimo (ma neppure, al momento, una vera reazione) è davvero, credo, qualcosa di inedito nella storia politica europea del dopoguerra. Di un D’Alema Renzi ha forse la stessa sfrenata ambizione, ma lo zavorrano meno letture, meno “anni di apprendistato” in campo politico e diplomatico.
D’Alema appartiene all’epoca de: «Il problema è complesso», «la questione è politica». Renzi a quella del linguaggio diretto, ultra-semplificato, ridotto a immagine,proprio dei nuovi media. Rappresentano epoche diverse e antropologicamente incompatibili. È nato un Capo? Le prime virtù di un innovatore Renzi ha mostrato di averle, e di queste si è parlato finora. Per prendere il potere, oltre naturalmente a molta fortuna e alla debolezza altrui, sono necessari “colpo d’occhio”, rapidità di decisione, semplicità e concretezza delle promesse con cui si mobilita il “popolo sovrano”.
Doti di cui nessun altro politico italiano attualmente sembra disporre. Ma che se esistono da sole portano inesorabilmente alla disfatta chi le possiede. Esse infatti inducono naturalmente all’impazienza, alla superbia, a una bulimica sacra fames di comando – insomma, a precipitare. Una cosa è conquistare, altra è costituire uno stato o rifondarlo. Si tratta di due virtù che dovrebbero sempre congiungersi nell’autentica vocazione politica, ma è assai arduo che ciò avvenga.
Per un Paese dissestato, per un sistema inetto a riformarsi come il nostro, il loro accordo sarebbe quanto mai necessario. Possibile anche? Renzi, liquidando Letta, non ha soltanto promesso, ma garantito agli italiani che lui ne sarà capace. Mossa coraggiosa. Aut-aut che liquida gli eterni e-e della politica italiana. Il “carattere” Renzi, o il suo “dèmone”, saranno all’altezza di questo compito, come lo sono stati nel rottamare la nomenklatura di uno psuedo-partito e un governo di esangue compromesso?
Lo sanno che sarà necessaria all’uopo una vera squadra di governo, e non solo un seguito di fedeli e nominati? Lo sanno che governare oggi, nell’epoca del tramonto del potere statuale, significa relazioni forti, ma non subalterne, con poteri che nulla hanno a che spartire con democrazie, primarie e le loro retoriche? Non ci resta che sperarlo.
La speranza è l’ultimo dei mali che ci hanno riservato gli dèi.
Il 'rottamatore' ha lottato coi vecchi prìncipi a viso aperto e ha stravinto, spiazzando tutti. Ma una cosa è conquistare, un'altra è rifondare uno Stato in difficoltà. Per farlo serve una vera squadra di governo, non un seguito di fedeli e nominati. E sono necessarie relazioni non subalterne con i cosiddetti poteri 'forti'
Matteo Renzi “figura del futuro”? Difficile prevederlo, ma certo qualcosa di nuovo è successo, qualcosa che attiene alla storia, al carattere, al volto stesso dell’“eroe”. E non importa nulla se questo qualcosa può non piacere affatto (come non piace al sottoscritto) o addirittura dare scandalo. Anche gli scandali è necessario che avvengano.
È certo, anzitutto, che l’irresistibile ascesa di Renzi mai sarebbe potuta avvenire senza lo stupefacente cupio dissolvi messo in scena dall’anno mirabile ’89 in poi dalla cosidetta sinistra italiana e dal gruppo dirigente del Pd nell’ultima fase. Ma si tratta solo di un rex destruens? Alcune qualità dimostrate dal nostro fanno sperare che no. Intanto, al potere ci è andato senza l’aiuto di “armi straniere”; ha lottato coi vecchi prìncipi a viso aperto e ha stravinto. Ne ha sfruttato impietosamente amletismi, lotte intestine, fallimenti. Di contro a un ethos politico soffocato nell’arte del rimando, della mezza misura, del galleggiare, ha messo in campo una spregiudicatezza decisionistica, un gusto per la sfida e l’arrischio, che ha sorpreso e spiazzato tutti (me compreso).
Doti essenziali dell’animale politico: smisurata ambizione, volontà di potere, capacità di afferrare per il ciuffo l’Occasio quando passa, senza riflettere troppo sulle conseguenze: pensare frena, se non arresta – legge ben nota. Fare o non fare, questo il dilemma – essere o non essere è “filosofia”.
Non importa se l’uomo della sacralità delle primarie va al governo more prima repubblica; non importa se una settimana prima dichiarava di non essere interessato né a staffette né a rimpasti; non importa se ha finto primarie per la segreteria di un partito all’unico fine di giungere alla premiership. La maschera fa parte del gioco politico e anche l’inganno qui è elemento dell’“arte”. Avrebbe potuto attendere ancora? Necessario, allora, allearsi a Letta. E rimandare tutto a quando? Mentre la grande occasione passava: governo debolissimo, opposizione groggy nel Pd, Paese che sembra invocare un Capo dalle Alpi al Lilibeo.
Ammirevole soprattutto l’uno-due formidabile inflitto alla minoranza Pd: senza darle neppure il tempo di riflettere sulla propria catastrofe alle primarie, la costringe a defenestrare Letta e farsi votare la fiducia! Rovesciando le stesse palesi aspettative di Napolitano! Sì, qui qualcosa ha rotto tradizioni e costumi del politichese nostrano. I paralleli con personaggi e situazioni passate non reggono. Solo alcuni tratti della retorica avvicinano Renzi a Berlusconi, ma Berlusconi non è mai stato un “politico di professione”; catapultato al governo dallo sciagurato duetto Occhetto-Segni, ha trasformato in partito Mediaset mescolandolo a quarte file di Psi e Dc e “compromettendolo” ora con Lega, ora con ex-Msi.
Al di là delle apparenze Berlusconi è stato sempre un uomo di mediazioni, un prodotto della prima Repubblica nel suo stadio senile. Renzi no: il partito se l’è conquistato dall’interno e non pare ora disposto a fare molti prigionieri. Un po’ come Craxi. La sua linea e il suo stesso carattere esigono che tenti di combinare un partito a sua immagine e somiglianza. D’altra parte quello di prima neppure era nato. Ancor meno vale il parallelo con il D’Alema al governo. Prodi non era del partito di D’Alema, né erano stati i Democratici di Sinistra a farlo cadere. La novitas di un segretario di partito che sfiducia apertamente il governo retto da un proprio rappresentante, senza la benchè minima “condivisione” da parte di quest’ultimo (ma neppure, al momento, una vera reazione) è davvero, credo, qualcosa di inedito nella storia politica europea del dopoguerra. Di un D’Alema Renzi ha forse la stessa sfrenata ambizione, ma lo zavorrano meno letture, meno “anni di apprendistato” in campo politico e diplomatico.
D’Alema appartiene all’epoca de: «Il problema è complesso», «la questione è politica». Renzi a quella del linguaggio diretto, ultra-semplificato, ridotto a immagine,proprio dei nuovi media. Rappresentano epoche diverse e antropologicamente incompatibili. È nato un Capo? Le prime virtù di un innovatore Renzi ha mostrato di averle, e di queste si è parlato finora. Per prendere il potere, oltre naturalmente a molta fortuna e alla debolezza altrui, sono necessari “colpo d’occhio”, rapidità di decisione, semplicità e concretezza delle promesse con cui si mobilita il “popolo sovrano”.
Doti di cui nessun altro politico italiano attualmente sembra disporre. Ma che se esistono da sole portano inesorabilmente alla disfatta chi le possiede. Esse infatti inducono naturalmente all’impazienza, alla superbia, a una bulimica sacra fames di comando – insomma, a precipitare. Una cosa è conquistare, altra è costituire uno stato o rifondarlo. Si tratta di due virtù che dovrebbero sempre congiungersi nell’autentica vocazione politica, ma è assai arduo che ciò avvenga.
Per un Paese dissestato, per un sistema inetto a riformarsi come il nostro, il loro accordo sarebbe quanto mai necessario. Possibile anche? Renzi, liquidando Letta, non ha soltanto promesso, ma garantito agli italiani che lui ne sarà capace. Mossa coraggiosa. Aut-aut che liquida gli eterni e-e della politica italiana. Il “carattere” Renzi, o il suo “dèmone”, saranno all’altezza di questo compito, come lo sono stati nel rottamare la nomenklatura di uno psuedo-partito e un governo di esangue compromesso?
Lo sanno che sarà necessaria all’uopo una vera squadra di governo, e non solo un seguito di fedeli e nominati? Lo sanno che governare oggi, nell’epoca del tramonto del potere statuale, significa relazioni forti, ma non subalterne, con poteri che nulla hanno a che spartire con democrazie, primarie e le loro retoriche? Non ci resta che sperarlo.
La speranza è l’ultimo dei mali che ci hanno riservato gli dèi.
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26.2.13
Elezioni, Cacciari commenta i risultati: “Sono teste di cazzo, era meglio Renzi”
di Alessandro Ferrucci (Il Fatto Quotidiano)
L'ex sindaco di Venezia, da sempre critico all'interno del Partito democratico, è arrabbiato per l'esito delle urne: "Un disastro, dovevamo puntare su un rinnovamento radicale, invece siamo rimasti a metà". E la colpa è del "gruppo dirigente che circonda Bersani"
Se fossimo stati in televisione sarebbe stato un continuo “bip” “bip” per eliminare parolacce e improperi dalle parole di Massimo Cacciari. Ex sindaco di Venezia, filosofo, da sempre una voce critica all’interno del Partito democratico. È avvelenato. Ci parla con un tono tra l’avvilito di chi lo aveva detto da tempo, e l’arrabbiato di chi non vuole smettere di dirlo. “Senta, è un disastro. Un vero disastro”. Ancora non è definitivo (sono le sei del pomeriggio). “Eccome se lo è. Peggio di così…”
Partiamo dai motivi.
Sono gli stessi da vent’anni, da sempre, da quando perdiamo.
Va bene, mi indichi i principali.
Questa volta dovevamo puntare su un rinnovamento radicale. Dovevamo scegliere dove stare e cosa fare! Non restare a metà.
Nel contesto.
Le cito Kant, quando parlava della somma dell’inerzia…
Nel pratico.
Il Pd è rimasto a metà tra il voler interpretare le spinte arrivate dalla parte di Grillo e quella di strizzare l’occhio al gruppo di Monti e alla sua visione dello Stato e dell’Europa.
Figure politiche antropomorfe.
Come al solito siamo gente affetta da snobismo e da puzza sotto il naso. Come sempre!
Sarebbe stato meglio avere Renzi?
Aspetti. Prima di dire certe cose, legga i risultati locali.
A quali si riferisce, in particolare?
(Qui il tono della voce si alza) Al nord è una catastrofe sia per Pdl che per la Lega! Eppure il centrosinistra non ha fatto un cazzo. Non è cresciuto.
Hanno sottovalutato l’avversario?
Di più, peggio! (il tono cresce ancora, notevolmente) Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini.
Quindi?
Le faccio un esempio: è impossibile spiegargli che c’è una questione settentrionale. Eppure continuano a sbatterci la faccia. La loro vita si sviluppa solo tra Botteghe Oscure, il Nazareno e Montecitorio. Del resto non sanno nulla. Gli basta quel triangolo.
Colpa di Bersani?
No. Ma di quel gruppo dirigente che continua a circondarlo. Gente completamente fallita.
A chi si riferisce, in particolare?
Tutti quelli che stanno da sempre lì e che non abbiamo ancora cacciato. Sì, abbiamo sbagliato a non appoggiare Matteo Renzi. È stato un grande errore.
Ora i democratici cosa devono fare?
(Qui cala i toni, diventa quasi più riflessivo) L’unica strategia è mantenere i nervi saldi. E cerchiamo di dialogare in Parlamento con gli eletti nelle liste di Grillo. Se ci riusciamo.
L'ex sindaco di Venezia, da sempre critico all'interno del Partito democratico, è arrabbiato per l'esito delle urne: "Un disastro, dovevamo puntare su un rinnovamento radicale, invece siamo rimasti a metà". E la colpa è del "gruppo dirigente che circonda Bersani"
Se fossimo stati in televisione sarebbe stato un continuo “bip” “bip” per eliminare parolacce e improperi dalle parole di Massimo Cacciari. Ex sindaco di Venezia, filosofo, da sempre una voce critica all’interno del Partito democratico. È avvelenato. Ci parla con un tono tra l’avvilito di chi lo aveva detto da tempo, e l’arrabbiato di chi non vuole smettere di dirlo. “Senta, è un disastro. Un vero disastro”. Ancora non è definitivo (sono le sei del pomeriggio). “Eccome se lo è. Peggio di così…”
Partiamo dai motivi.
Sono gli stessi da vent’anni, da sempre, da quando perdiamo.
Va bene, mi indichi i principali.
Questa volta dovevamo puntare su un rinnovamento radicale. Dovevamo scegliere dove stare e cosa fare! Non restare a metà.
Nel contesto.
Le cito Kant, quando parlava della somma dell’inerzia…
Nel pratico.
Il Pd è rimasto a metà tra il voler interpretare le spinte arrivate dalla parte di Grillo e quella di strizzare l’occhio al gruppo di Monti e alla sua visione dello Stato e dell’Europa.
Figure politiche antropomorfe.
Come al solito siamo gente affetta da snobismo e da puzza sotto il naso. Come sempre!
Sarebbe stato meglio avere Renzi?
Aspetti. Prima di dire certe cose, legga i risultati locali.
A quali si riferisce, in particolare?
(Qui il tono della voce si alza) Al nord è una catastrofe sia per Pdl che per la Lega! Eppure il centrosinistra non ha fatto un cazzo. Non è cresciuto.
Hanno sottovalutato l’avversario?
Di più, peggio! (il tono cresce ancora, notevolmente) Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini.
Quindi?
Le faccio un esempio: è impossibile spiegargli che c’è una questione settentrionale. Eppure continuano a sbatterci la faccia. La loro vita si sviluppa solo tra Botteghe Oscure, il Nazareno e Montecitorio. Del resto non sanno nulla. Gli basta quel triangolo.
Colpa di Bersani?
No. Ma di quel gruppo dirigente che continua a circondarlo. Gente completamente fallita.
A chi si riferisce, in particolare?
Tutti quelli che stanno da sempre lì e che non abbiamo ancora cacciato. Sì, abbiamo sbagliato a non appoggiare Matteo Renzi. È stato un grande errore.
Ora i democratici cosa devono fare?
(Qui cala i toni, diventa quasi più riflessivo) L’unica strategia è mantenere i nervi saldi. E cerchiamo di dialogare in Parlamento con gli eletti nelle liste di Grillo. Se ci riusciamo.
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