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28.11.08

Giorno per giorno ascoltando la musica dei miti

Enrico Comba

I cento anni compiuti da Claude Lévi-Strauss rappresentano lo straordinario traguardo di una delle figure più rappresentative della cultura europea del Novecento, ma costituiscono anche un singolare paradosso: il paradosso di uno studioso che rischia di sopravvivere alla sua stessa fama. Oggi è considerato un autore difficile, intricato, ma soprattutto superato dalle mode culturali, che hanno decretato l'oblio dello strutturalismo, visto ormai da molti come eredità di un'epoca tramontata. Eppure Lévi-Strauss è l'autore di un'opera come Tristi Tropici, un libro di riflessioni sulla ricerca etnografica e sull'incontro fra culture diverse, che ha emozionato intere generazioni di lettori e ha contribuito a forgiare numerose carriere di giovani antropologi. La motivazione di questa scarsa presa sul pubblico contemporaneo va probabilmente cercata nel fatto che l'antropologia è cambiata profondamente nell'arco di tempo che va dalla metà del Novecento ad oggi. L'antropologia al momento attuale vanta migliaia di professionisti, distribuiti in ogni nazione del mondo, la maggior parte dei quali ha spostato i propri interessi di studio e di ricerca dalle popolazioni indigene dei continenti extra-europei, che costituirono il principale polo di attrazione delle ricerche nella prima metà del Novecento, a temi più legati alle società contemporanee: le migrazioni, la globalizzazione, le trasformazioni socio-economiche, i conflitti e le negoziazioni del potere, le politiche identitarie. Problemi, certo, di rilevante interesse, che aiutano a comprendere il mondo in cui viviamo e le sue dinamiche, ma che hanno anche avuto l'effetto di creare un gergo a volte poco comprensibile per i non specialisti, e soprattutto di confinare ai margini del discorso antropologico la realtà dei popoli indigeni.
Questi piccoli gruppi umani, che ancora sopravvivono in alcune regioni del mondo, tentando disperatamente di difendere il proprio diritto a essere diversi e a non farsi inglobare e travolgere dai processi di modernizzazione, sono stati relegati ai margini dagli stessi antropologi contemporanei, un po' come i Guaranì nel bellissimo film La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, accampati sul bordo di una strada.
E tuttavia proprio queste sono le culture di cui Lévi-Strauss ha sempre rivendicato il ruolo cruciale per lo sviluppo di un sapere antropologico e all'analisi delle quali ha dedicato i suoi principali sforzi di studioso e di teorico.
Una umanità sconosciuta
La sua monumentale opera sulle mitologie dei popoli indigeni americani, i quattro volumi delle Mitologiche, più altre opere uscite successivamente, può scoraggiare il lettore non specialista per la quantità di pagine e per il percorso intricato che l'autore compie, analizzando centinaia di racconti mitici diversi. Da questi lavori, però, emergono due aspetti rilevanti. Innanzitutto, la dignità intellettuale delle creazioni mitiche dei popoli americani, che viene così posta sullo stesso piano delle grandi produzioni intellettuali del mondo antico o delle civiltà orientali. In secondo luogo, la passione dell'autore per questo mondo apparentemente lontano e inconsueto, a cui egli ha dedicato i suoi ultimi cinquant'anni di lavoro, immergendosi giorno per giorno in un universo di storie e di avventure fantastiche, assaporando la «musica che è nei miti».
Nei suoi primi lavori sulla mitologia, Lévi-Strauss ha posto l'accento soprattutto sul metodo strutturale: le sue analisi, egli afferma, ci fanno scorgere come dietro all'apparente varietà e confusione dei racconti più disparati si celano meccanismi rigorosi di trasformazione, che ci permettono di vedere nei miti un processo grazie al quale è possibile passare da una versione all'altra, applicando un certo numero di operazioni logiche. Diversi critici hanno appuntato le proprie osservazioni sull'aspetto eccessivamente astratto dell'opera, che non si preoccupa tanto dei miti e del loro contenuto, quanto di mettere in luce una serie di meccanismi generali del pensiero umano. È un'accusa in parte fondata, ma che trascura il fatto che se si leggono i volumi mitologici dell'autore, e non solo l'introduzione metodologica, ci si trova immersi e affascinati dalle storie sul giaguaro signore del fuoco, o sull'origine dei maiali selvatici e del tabacco, dal ruolo del fuoco come intermediario tra uomo e animale così come tra cielo e terra, tra il sole e la luna.
Si scopre allora che i miti ci dicono in realtà molte cose, ci fanno scoprire un'umanità sconosciuta che è al tempo stesso molto lontana e molto vicina a noi, un'umanità che non avremmo mai conosciuto se autori come Lévi-Strauss non ci avessero accompagnato alla sua scoperta, suscitando la nostra ammirazione.
Non si può non restare impressionati nel leggere il testo della prima lezione tenuta dall'antropologo francese al Collège de France, nel 1960, davanti a un pubblico composto dal fior fiore dell'intellettualità parigina (opportunamente riproposto in questi giorni da Einaudi, con il titolo Elogio dell'antropologia). Dopo avere presentato il contenuto essenziale degli studi antropologici, Lévi-Strauss richiama l'attenzione degli ascoltatori sui lontani popoli indigeni che, a migliaia di chilometri, conducono la loro vita lottando quotidianamente per la propria sopravvivenza, fisica e culturale.
Questi piccoli popoli, sparsi per il mondo e minacciati continuamente dalle forze devastanti della modernizzazione, sono i detentori di un «povero sapere» che costituisce tuttavia l'essenza dell'antropologia. Nel momento stesso in cui Lévi-Strauss consacra la propria carriera entrando a far parte di una delle più prestigiose istituzioni accademiche del suo paese, si presenta al pubblico non tanto come un interprete delle culture umane o un esploratore dei processi mentali, quanto piuttosto come l'«allievo e il testimone» di lontani popoli sperduti, nei confronti dei quali dichiara apertamente di aver contratto un debito di riconoscenza inestinguibile.
Celebrando il «secolo di Lévi-Strauss» dovremmo quindi accogliere il monito del grande studioso a non farsi trascinare dalle trappole della modernizzazione, a guardare con occhio critico e disincantato al lato oscuro della globalizzazione, che cancella le forme più deboli e più radicali di diversità culturale, e a prestare ascolto a quegli sparuti popoli indigeni, che hanno attirato l'interesse e l'ammirazione del grande antropologo francese e dai quali possiamo ancora apprendere il significato più profondo dell'espressione «essere umano».

ilmanifesto.it

Il secolo di Lévi-Strauss - Il suo strutturalismo salva l'antropologia

Oggi compie cent'anni il più grande antropologo vivente, «allievo e testimone» di lontani popoli sperduti. Si è battuto perché l'antropologia ottenesse uno spazio epistemologico non riducibile a quello della storia
Francesco Remotti

Che lo si voglia o no, le celebrazioni di Lévi-Strauss che in questi giorni fioriscono sui mezzi di comunicazione, finiscono con l'essere un tentativo di valutazione di un'eredità: al di là della sua «inattualità» e della sua solitudine, che cosa è vivo del lavoro di Lévi-Strauss, che cosa è recuperabile, e che cosa invece si può o si deve tralasciare? A sentire per radio le dichiarazioni di alcuni antropologi (come per esempio Marc Augé) o leggerne i commenti sui quotidiani (come quello di Enrico Comba, qui accanto), si ha l'impressione che ciò che non è più proponibile sia proprio il nucleo metodologico della sua antropologia, cioè il suo strutturalismo. In effetti, sono talmente tanti, ricchi e profondi gli aspetti del pensiero di Lévi-Strauss da recuperare e riproporre, che si sarebbe indotti ad abbandonare al suo destino storico, come una sorta di relitto, proprio ciò su cui Lévi-Strauss ha giocato la credibilità scientifica della sua antropologia. Ebbene, nello spazio che mi è concesso, intendo compiere un'operazione di recupero dello strutturalismo di Lévi-Strauss (la parte più «inattuale» del suo lavoro). Per giungere a ciò, occorre ricordare in primo luogo la critica di Lévi-Strauss alle varie forme di storicismo, che vincola le potenzialità dell'antropologia alla considerazione esclusiva dei rapporti storici e al privilegiamento di società influenti o di civiltà storicamente dominanti. Contro lo storicismo, Lévi-Strauss ha sostenuto per l'antropologia la possibilità di stabilire connessioni di intelligibilità tra fenomeni e forme culturali anche lontani nel tempo e nello spazio e comunque a prescindere dall'esistenza di relazioni storiche. Fin dall'inizio del suo strutturalismo, Lévi-Strauss ha rivendicato la legittimità di un'analisi che ponga in connessione, per esempio, l'arte dei Kwakiutl della costa americana di nord-ovest con quella dei Maori della Nuova Zelanda. Ciò non significa negare l'importanza delle relazioni storiche là dove si sono verificate; significa invece ottenere per l'antropologia uno spazio epistemologico non riducibile a quello della storia.
Vale la pena a questo punto ricordare che è tipico dello strutturalismo di Lévi-Strauss rifiutare di far coincidere il concetto di struttura con quello di sistema locale, storicamente condizionato: la struttura viene invece intesa come l'insieme delle possibilità di connessione che collegano un sistema locale con una molteplicità di altri sistemi. Questo fascio di connettibilità è ciò che Lévi-Strauss ha più volte chiamato «gruppo di trasformazioni». La struttura, la fonte di intelligibilità antropologica, non è dunque in un sistema particolare, ma è fuori dai sistemi: ovvero per capire un sistema (un fenomeno, una forma) occorre uscirne, conoscere altri sistemi altrettanto particolari e porli in connessione tra loro, farli dialogare. La struttura perciò non è una realtà storicamente data: è invece il fascio di possibilità di cui i sistemi concreti e storici non sono altro che realizzazioni particolari. L'antropologia ha il compito di ricostruire questo quadro più ampio, non lasciandosi intrappolare dalla logica dei sistemi particolari. Per raggiungere questo obiettivo e per garantirsi una connettibilità strutturale più sicura e veloce, lo strutturalismo di Lévi-Strauss ha compiuto due passi: un lavoro di forte astrazione dei fenomeni e la chiusura del numero delle possibilità, passi che oggi gli antropologi non si sentono di compiere, o perlomeno non sempre e non del tutto. E allora il problema si pone in questi termini: con il suo strutturalismo Lévi-Strauss ha indicato una via di salvezza per l'antropologia, un modo per sfuggire alla morsa della profezia di Frederic William Maitland (1899): «ben presto l'antropologia dovrà scegliere di essere storia o di non essere niente». La soluzione di Lévi-Strauss è di praticare un'antropologia come sapere trasversale, un sapere che pone in comunicazione forme diverse di intendere famiglie, matrimoni, politica, arte, umanità.
Il compito di risalire la corrente
Oggi, queste forme ci appaiono assai meno nitide: si presentano ai nostri occhi come tentativi, abbozzi, brandelli di umanità, modelli appannati, sporchi, frantumati e che si situano in un orizzonte di possibilità più vago e indeterminato. In queste condizioni, è comunque proponibile la connettibilità transculturale? È lecito pensare ancora a un'antropologia come sapere trasversale, anche se si tratta di una trasversalità faticosa, rallentata da ostacoli e dal peso dell'esperienza vissuta dei soggetti che vi partecipano? Per chi scrive, la risposta è sì, se si vuole che l'antropologia sopravviva come sapere accademico e nel contempo come una sorta di paradigma per le nostre società interconnesse, per le quali la convivenza si gioca appunto sulla capacità e sulla disponibilità non solo a capire gli altri, ma a capire noi stessi attraverso e grazie agli altri, anche gli altri più lontani e miserevoli, i rifiuti della storia, come appunto direbbe Lévi-Strauss, quelle «periferie dell'umanità» (Marshall Sahlins), pattumiere e fogne «ai margini del mondo capitalistico e industriale» (Eric Wolf) frequentate dagli antropologi. Qui non si tratta semplicemente di possibilità «altre», da capire nella loro pura diversità. Si tratta invece di quelle forme di umanità che la nostra civiltà ha calpestato: la loro miseria e la loro marginalità, il loro stesso scomparire parlano non soltanto di loro; parlano di noi, si connettono a noi, facendoci vedere - secondo una celebre frase di Tristi Tropici - la «nostra sozzura gettata sul volto dell'umanità». Ma, oltre la denuncia di queste nefandezze, l'insegnamento di Lévi-Strauss si traduce in un atteggiamento che qualifica ulteriormente la ricerca antropologica: è un andare à rebours, un ricercare forme di umanità prima dello scempio e dello sfacelo, perché sarà pur vero che da sempre le società si sono ibridate e trasformate (Jean-Loup Amselle), ma ciò non deve farci dimenticare che il cataclisma antropologico contemporaneo non ha analoghi nella storia e che l'antropologia - se vuole salvaguardare la sua missione - ha il compito di risalire la corrente e, con il suo sapere etnologico, di conservare la memoria delle forme di umanità che abbiamo distrutto per sempre.

ilmanifesto.it

23.11.08

Levi-Strauss, cent'anni di diversità

Barbara Spinelli

E’ durata quasi una generazione l’ubriacatura del pensiero unico e autosufficiente: l’idea che la strada del progresso sia una sola - la nostra - e che della diversità convenga diffidare. L’idea che la cultura occidentale sia assediata, e che per temprarla occorra non solo immaginare un nemico-distruttore esterno, ma darsi un’identità impenetrabile, densa come un muro. L’idea che chiunque sia radicalmente altro - per storia o colore, per stile di vita o impegno politico - abbia il profilo d’un sovversivo come ai tempi dei totalitarismi.

L’ubriacatura non è finita con l’elezione di Obama, anche se Obama incrina il muro. Non è neppure finita con la crisi economica, anche se il groviglio finanziario ha introdotto nel pensiero unico i veleni che esso voleva abolire: la sfiducia, lo scoraggiamento. Per uscire dall’ubriacatura sono opportuni farmaci forti. Urge una riflessione profonda sui limiti del monolitismo mentale, urge riscoprire i pregi della varietà, e seppellire infine la presunzione autarchica dello scontro di civiltà. Sono tanti i pensatori che aiutano a disintossicarci, e tra questi il massimo vive ancora tra noi: è Claude Lévi-Strauss, l’etnologo che venerdì compirà cent’anni e che quasi avremmo dimenticato, se non fosse ridivenuto indispensabile. Ci sono molti motivi per rimettersi a leggere Lévi-Strauss, ma il principale forse è quello che riguarda la diversità: il contributo che essa fornisce al progresso umano è infatti essenziale nella globalizzazione, e stranamente è trascurato. Gli scritti sulla razza (Razza e Storia nel 1952, Razza e Cultura nel 1971) sono preziosi per chiunque voglia capire l’attuale transizione e apprendere l’arte del pensare lungo.

Il progresso, dice Lévi-Strauss, non è qualcosa di continuo, necessario. Procede a balzi, per mutazioni e scarti, come la mossa del cavallo negli scacchi. Soprattutto non è appannaggio di genti privilegiate: non esistono culture infantili, primitive, cui si contrappongono civiltà sofisticate. «Tutti i popoli sono adulti, anche quelli che non hanno tenuto il diario della loro infanzia e della loro adolescenza» (Razza e Storia). La visione giornalistica fatica a comprenderlo: l’inviato arriva in terre inesplorate, e vede solo la coda d’una storia lunghissima che per mancanza di tempo non capisce. Il vizio s’è oggi esteso, rendendo giornalistica anche la politica estera: è significativo che Bush non sia ricorso - nei rapporti con Arabi, Asiatici, Russi - a esperti che queste culture le studiano continuativamente, senza mettere la propria al centro di tutto. Il giornalista in modo speciale deve pensare contro se stesso, perché le sue semplificazioni influenzano anormalmente le menti.

C’è una metafora con cui Einstein spiega la teoria della relatività, che Lévi-Strauss adotta spesso ma rovesciandola mirabilmente. È la metafora del treno in corsa. Per dimostrare che il movimento dei corpi nello spazio e nel tempo non è una verità assoluta, ma dipende dall’ottica dell’osservatore, Einstein racconta come il passeggero vedrà cose discordanti, a seconda che il treno parallelo guardato dal finestrino vada nella nostra direzione o in quella opposta. Se si sposta con noi, esso ci parrà immobile, molto più lungo del treno che va in senso contrario: solo quest’ultimo sembrerà muoversi. Tutt’altro accade nell’osservazione delle società, e nella suddivisione fra culture che si muovono e culture inerti. Solo quelle che camminano nella stessa direzione in cui camminiamo noi (essendo più visibili, condividendo costumi, valori) ci parranno in movimento. Le culture che corrono in senso opposto le vedremo appena: il treno «passa così rapido che ne conserviamo solo un’impressione confusa da cui persino i segni di velocità sono assenti». Sarà come immobile. «Non è più un treno, non significa più niente». Il viaggiatore al finestrino vede solo un segmento del mondo: «Noi appariremo l’uno all’altro come privi d’interesse, per il semplice motivo che non ci rassomigliamo». Lévi-Strauss evoca due figure - l’anziano, l’avversario politico - egualmente incapaci di vedere. Lontani dai centri di decisione, ambedue ritengono il mondo stagnante e vano anche quando non lo è (Razza e Cultura). Ambedue sono spesso incuriositi, meno ricchi di tempo, di spazio e di idee.

Studiare, scambiare informazioni, ascoltare: è uno dei rimedi, ed è il contrario dei conformismi che impregnano il pensiero sulle culture mondiali. La potenza di Lévi-Strauss è proprio qui: basta leggerlo, e lo scontro di civiltà che ha fatto la gloria di Samuel Huntington ingrigisce. Huntington passa, lui resta. Resta la sua idea fondamentale, secondo cui ogni progresso è una coalizione tra forze diverse che cercano una sintesi senza abbandonare la propria diversità. Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso: è «umanità ossificata, confusa in un genere di vita unico»; è entropia, energia che sfinisce. Il progresso non è nella difesa d’un particolarismo superiore ma in uno scambio col difforme che feconda il nostro pensiero trasformandolo. La divergenza non è scandalo: è la condizione perché la storia cessi di esser stazionaria, solitaria e diventi cumulativa, capace di combinazioni complesse. Ci sono epoche che Lévi-Strauss considera esemplari: il Neolitico, il Rinascimento, la Rivoluzione industriale. Edificando sulla differenziazione, esse avanzarono formidabilmente. Chi vede ovunque sovversivi s’adagia nell’inerzia storica.

Ogni coalizione con le diversità è minacciata da esiti paradossali. A forza di collaborare, le culture tendono alla consonanza, i particolarismi s’appannano, vivificano meno. L’omogeneità e il maggiore volume delle società accresceranno le diversificazioni interne, ma non subito né automaticamente. La sfida consiste nel trovare un equilibrio fra integrazione e differenza, e nell’evitare il «pigro, comodo riposo» che garantisce «l’immagine della somiglianza migliorata»: la storia non è fatta di somiglianze crescenti; è «piena di avventure, rotture, scandali». Quando le diversità non rifioriscono conviene cercarne di nuove, addirittura suscitarle, ridar spazio a minoranze, a avversari, anche a sistemi ideologici antagonisti. «Barbaro è solo chi crede nella barbarie». Se il progresso è sintesi fra culture occorre salvaguardare gli scarti, proteggendo quelle che l’antropologo chiama le micro-solidarietà, le società parziali; custodendo perfino le superstizioni. Uno dei più luminosi saggi è sul Babbo Natale Giustiziato, che narra l’intreccio sottile, involontario, tra cristiani e pagani. Ogni genitore o nonno, alla vigilia delle feste, ne scoprirà la delizia.

Lévi-Strauss è una mente veramente grande, e non solo per la visione cupa, dunque realista, che egli ha dell’occidente, delle sue crudeltà, delle sue megalomanie. È un grande perché, pur disperando, non cessa di pensare e credere. Tutta la vita l’ha spesa per dire che si può sempre scegliere un’altra via, che tutto poteva e può andare diversamente, solo che lo si voglia. La necessità è un muro, ma ha sue crepe. Il pianeta corre allo squasso, ma si può edificare un altro umanesimo, fondato non sull’uomo morale superiore ma sui diritti dell’essere vivente, sia esso uomo, pianta, specie animale. «I giochi non sono mai fatti. Possiamo ricominciare tutto. Quello che è stato fatto e mancato può esser rifatto», scrive in Tristi Tropici. Purché si ritrovi «l’indefinibile grandezza dei cominciamenti»: quella soglia in cui il nulla quasi non c’è più e già quasi iniziano l’essere, le parole per dirlo, l’azione per influenzarlo.

lastampa.it