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4.5.14

Lombardia, gli intrecci tra i Mantovani e la Regione

Rsa e coop accreditate col Pirellone. Aria di conflitto di interessi per la Fondazione creata dall'assessore.

di Alessio Frigerio

La Fondazione Mantovani «nasce nel 1996 per volontà del fondatore Mario Mantovani, in memoria della sorella Ezia. La sua attività si caratterizza sin da subito grazie a un forte impegno a favore degli anziani e si concretizza nella progettazione, costruzione e gestione di Rsa», cioè residenze sanitarie assistenziali.
QUATTRO CASE DI CURA IN GESTIONE. Ne gestisce quattro, di queste case di cura, la Fondazione creata da Mario Mantovani, assessore Pdl alla Sanità della Regione Lombardia, nonché vicepresidente della Giunta guidata dal leghista Roberto Maroni.
Precisamente una Rsa a Milano Affori, una a Cologno Monzese, un’altra a Cormano e una San Vittore Olona. Nel 2012, ci informa la Fondazione Mantovani, «viene avviata una Rsd per disabili ad Arconate, una comunità provvista anche di minialloggi semi indipendenti».

Tutte le residenze della Fondazione sono accreditate con la Regione Lombardia

Piccolo dettaglio non trascurabile: tutte le residenze sanitarie della Fondazione Mantovani sono accreditate con la Regione Lombardia, di cui Mantovani è assessore.
Certo, lui personalmente non se ne occupa più da un pezzo. Ma chi è il coordinatore della Casa Famiglia di Affori, gestita sempre dalla Fondazione Mantovani? Alessandro Mantovani. E chi è il responsabile della Casa Famiglia Monsignor Carlo Testa di Cologno Monzese? Matteo Mantovani. Tutto in casa e famiglia, sì, famiglia Mantovani.
LA GESTIONE FAMILIARE DI SOLIDITAS. Lo stesso vale per Sodalitas, una cooperativa che costruisce case di riposo per anziani in Lombardia. L’assessore ne è stato direttore generale e consigliere, ma ora non più, per ovvi motivi. Ma chi c’è nel consiglio direttivo della cooperativa? Marinella Restelli, moglie del vicepresidente Mantovani, nonché Vittoria Mantovani, sorella.
La cooperativa Soliditas va a gonfie vele. Il totale dell'attivo è di 14,5 milioni di euro, il patrimonio netto di 1,5 milioni. E nel 2011 ha prodotto ricavi per 18,4 milioni con un utile di 687 mila euro (fonte Il Mondo).
ARIA DI CONFLITTO DI INTERESSI. E qui l’odore di conflitto di interessi per Mario Mantovani si fa ancora più forte. Sodalitas infatti può contare su rimborsi della Regione Lombardia che si aggirano sui 6 milioni l'anno. Con 33 dipendenti, la cooperativa è attiva tramite centri di assistenza ad Arconate, Belluria, Busto Garolfo, Busnate, Bussero, Busnago, Igea Marina e Olgiate Molgora.
Anche per la parte debitoria la coop delle Mantovani - moglie e sorella - dovrà bussare alla Regione del Mantovani marito e fratello. Nel bilancio ci sono infatti 1,5 milioni di esposizione verso il Fondo ricostituzione infrastrutture sociali Lombardia (Frisi), uno strumento finanziario regionale integrato istituito dal Pirellone e diretto a sostenere l'ammodernamento delle infrastrutture sociali. In sostanza la Regione versa crediti che poi vengono rimborsati in 10 anni, senza interessi.

Ogni anno alla Fondazione Mantovani vanno 12,5 mln di rimborsi regionali

Ma c’è anche un’altra cooperativa che lavora nel settore sanitario, a stretto contatto - finanziario - con la Regione Lombardia. Si chiama Nova Sodalitas. E qui, nel consiglio, troviamo la zia Lucrezia e Michele Franceschina presente anche nel consiglio di amministrazione di Sodalitas.
GESTITI 830 POSTI LETTO. Nel complesso quindi le strutture del settore sanitario riconducibili alla famiglia Mantonvani gestiscono 830 posti letto tutti accreditati nella graduatoria della Regione, oltre a 13 centri diurni per disabili gestiti per conto dell'Asl di Milano.
La Regione dell’assessore Mantovani ha anche accreditato l'agenzia formativa di Sodalitas, rimborsando parzialmente i corsi di aggiornamento del personale che lavora nelle strutture. In un anno alla Fondazione Mantovani vanno rimborsi regionali per circa 12,5 milioni di euro (calcolo fatto dal Pd lombardo, dunque di parte).
LA PROMESSA DELL'ASSESSORE. Cosa risponde Mantovani? «Si tratta di disinformazione, perché sono mie esperienze lontane, del passato, iniziative assunte come imprenditore e che purtroppo ho lasciato da lungo tempo. La mia famiglia? Il conflitto di interessi verrà scongiurato in tutti i modi. Nei consigli di amministrazione non ci sarà nessun mio familiare, le visure più aggiornate ve lo diranno meglio». Cioè usciranno dai consigli mogli, sorelle, nipoti e zii? Quando? E chi subentrerà al loro posto? Attendiamo risposte dal gentile assessore alla Sanità.

11.11.05

Genova G8 «Così ci hanno massacrato»

G8, al processo per la Diaz il racconto di Lena Z. La testimonianza della giovane tedesca la cui foto con il volto coperto di sangue fece il giro del mondo. «Mi hanno bastonata e presa a calci, si divertivano a sentire i miei gemiti». Per lei costole fratturate e una riduzione della capacità polmonare del 30%
ALESSANDRO MANTOVANI
Racconta la fuga disperata al quarto piano, l'ultimo piano della scuola Diaz, «per creare il maggiore spazio possibile tra noi e la polizia». Ricorda di aver pensato a scappare dalle impalcature «ma rinunciammo - dice - perché temevamo che ci buttassero giù». Era in preda al panico mentre quelli sfondavano la porta. Quindi trovò un nascondiglio «in un piccolo locale vicino all'ascensore, una dispensa». Lei e il suo ragazzo decisero di presentarsi con le braccia alzate se la polizia li avesse trovati. Purtroppo non è bastato. Lena Z. ha 28 anni e ne aveva 24 al G8, quando è tornata a casa ad Amburgo con le costole fratturate e lesioni che comportano tuttora una riduzione della capacità polmonare del 30 per cento. Si occupa di botanica. Anche volendo non farebbe paura a nessuno, non certo a un poliziotto in assetto da guerra. E' più esile di quanto non sembri nella foto in barella all'uscita dalla Diaz, con il volto coperto di sangue, che fece il giro del mondo. E ieri è stata la prima delle 93 vittime della Diaz a testimoniare davanti al tribunale di Genova che sta processando i 29 dirigenti e funzionari della polizia accusati a vario titolo di falso, calunnia e lesioni per l'assalto alla Diaz e le prove fasulle (le due famose bottiglie molotov). «Nella dispensa - ha raccontato la giovane tedesca rispondendo al pm Enrico Zucca - siamo rimasti pochissimo, poi abbiamo sentito passi pesanti, di stivali, e altri rumori come se la polizia stesse picchiando con i bastoni sul muro. Sono arrivati e hanno aperto la porta. Il mio ragazzo è stato trascinato fuori subito, lo hanno circondato e hanno iniziato a colpirlo con il bastone. Quanti erano? Dieci-quindici... almeno dieci». C'è una contestazione dell'avvocato Porciani, uomo della destra milanese più estrema che c'è e legale dei capisquadra della celere romana: «Ha detto in ogni caso dieci, non almeno», sostiene l'avvocato. Il presidente Barone: «Se permette mi fido dell'interprete». Ma poco importa. Quel ragazzo fu massacrato da delinquenti in divisa, in sovrannumero e a volto coperto, non identificati e non più identificabili.

«Io - ha continuato Lena tenendo a bada il dolore dei ricordi e la tensione - ero rimasta lì, nella dispensa. Mi hanno tirata fuori per i capelli, credo di essere caduta quasi subito. Ero sdraiata e mi colpivano con i calci nella schiena e sul fianco con i bastoni. Ho sentito le mie costole che si fratturavano. Un poliziotto mi ha picchiato col ginocchio tra le gambe. Loro continuavano a picchiarmi e io sono scivolata di nuovo a terra. Avevo la sensazione che si stessero divertendo - ha esitato Lena - specie sentendo i rumori che facevo quando mi colpivano sullo sterno». «I suoi gemiti?», chiede il pm. «Sì, le mie grida, il mio respiro. Così ho deciso di non gridare più per non invogliarli a colpire ancora». Parole pesanti, pesantissime. Che però non hanno interrotto i feroci sghignazzi di alcuni degli avvocati dei superpoliziotti (non tutti, per carità, ma non facciamo nomi).

«Ero sdraiata contro il muro - ha proseguito la testimone/parte civile - Mi hanno spinta a calci verso le scale e mi hanno buttata giù, uno mi teneva per i capelli, avevo la testa all'altezza della sua anca e le gambe pendevano indietro. E da dietro altri poliziotti mi picchiavano ancora». Lena ricorda «una polvere bianca che bruciava sulle ferite, forse lacrimogeno». «Al secondo piano - prosegue - mi hanno gettata su altre due persone già a terra. Non si sono mossi. Ho chiesto loro in inglese se erano vivi o morti. Non mi hanno risposto. Lì mi sono accorta del sangue che scorreva sulla mia faccia, non riuscivo più a muovere il braccio destro. La polizia è passata più volte accanto a me e ognuno si fermava a sputarmi in faccia, alzandosi la visiera e togliendosi il fazzoletto rosso. Poi - altro particolare inquietante - hanno cercato di mettermi in un sacco di plastica nero, credo non volessero far vedere com'eravamo conciati». Alcuni difensori si sono opposti: «E' una valutazione della teste», hanno detto. Forse era un telo portato dai barellieri delle ambulanze, comunque non è decisivo. Il resto è chiarissimo e sarebbe bello se qualcuno trasmettesse in diretta questo processo, altro che "Un giorno in pretura". Qui infatti si misura la distanza tra la polizia reale e quella «democratica» e «di sicura affidabilità» di cui straparlano il ministro dell'interno Giuseppe Pisanu e i suoi aspiranti successori di centrosinistra. E misurarla è indispensabile se si vogliono rafforzare i poliziotti onesti e democratici, che per fortuna non mancano.

«Non mettiamo in dubbio che le cose siano andate così», questo l'esordio, significativo, del controesame dell'avvocato Romanelli che difende «Canterini and company» (parole sue), ovvero l'ex comandante della celere romana e i suoi capisquadra. Lena ha superato brillantemente i tentativi di trasformarla da vittima in imputata. «Lei e il suo ragazzo eravate state fermati nel pomeriggio, perché? Con chi era a Genova?», chiedeva Romanelli. «Ha detto di essere andata alla Diaz perché era un luogo sicuro per dormire, sicuro da cosa? Dai malviventi? Dai black bloc? Dalla polizia?». Ma lei risponde, schiva, chiarisce. Un buco nell'acqua dopo l'altro. «E' la vecchia tecnica dei processi per stupro», commenta un avvocato di parte civile che ha memoria lunga.

Sui manganelli ha detto «credo che fossero di gomma». Per la procura non era la risposta migliore perché i Canterini boys avevano i micidiali tonfa metallici, ben più duri della gomma, sperimentati al G8 e poi ritirati dal Viminale (i carabinieri ne usano una versione più leggera). Ma poi, quando Romanelli e Porciani hanno insistito sulle divise dei picchiatori, Lena ha indicato senza esitazione la divisa del settimo nucleo, diversa dalle altre per la cinta nera anziché bianca. «Avevano la cinta scura», ha detto, distinguendola da quella bianca dei poliziotti che la piantonarono successivamente in ospedale.

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