Tommaso Pincio
«L'Italia è il paese che amo»: così, con solenne e televisiva semplicità, il nostro attuale premier si dichiarò alla nazione. Era il 26 gennaio 1994, nessuno osava allora immaginare quanti e quali frutti sarebbero nati dall'idillio tra un magnate della comunicazione e un paese di miracoli e miracolati. I malevoli ritengono che sia disceso in campo per salvare se stesso e le sue aziende; il diretto interessato sostiene che in cima ai pensieri avesse lo spettro di una nazione in mano a forze illiberali, i famigerati comunisti. Comunque sia, in quel famoso discorso registrato su videocassetta e trasmesso a reti quasi unificate, disse che l'Italia «giustamente diffida di profeti e salvatori». Eppure è proprio così che si è proposto, ed è proprio così che una cospicua fetta d'italiani lo ha accolto. In questo, che gli piaccia o no, ha qualcosa in comune con Mussolini. La grande campagna antimalarica con la quale si promise la bonifica integrale delle Paludi Pontine fu uno dei capisaldi della propaganda fascista e servì a presentare il duce come il «grande medico» della nazione. Similmente, Berlusconi si è annunciato come il rimedio definitivo all'annosa piaga della politica senza mestiere, tutta malaffare e chiacchiere incomprensibili.
Tesi storiche divergenti
Che un popolo tra i più individualisti e scettici del pianeta prediliga leader taumaturghi è un paradosso di non poco conto, e infatti, molto tempo addietro, qualcuno si pose il problema: «Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani». Il guaio è che gli italiani furono fatti ben prima di quella mera «espressione geografica» che, secondo Metternich, sarebbe l'Italia. È opinione diffusa tra gli storici che la nostra nascita in quanto popolo risalga al 476 dopo Cristo, quando Odoacre depose Romolo Augusto, ultimo imperatore romano d'Occidente. Un po' come dire che gli italiani sono figli dei «secoli bui», un minestra a base di barbari e romani cotto a fuoco letto nel calderone della chiesa. Da secoli ci si interroga sulle cause che portarono all' apocalittico evento della caduta di Roma. La vecchia tesi che orde di barbari feroci e bellicosi abbiano invaso un impero ormai infiacchito mettendolo a ferro fuoco è stata col tempo screditata, lasciando strada a un'ipotesi per così dire più morbida. Non ci sarebbe stata nessuna caduta, bensì una transizione più o meno pacifica che ha portato i popoli germanici a insediarsi nei terrori romani dando inizio a una nuova fase.
Lo storico Bryan Ward-Perkins contesta simili revisioni, dicendosi persuaso che «l'avvento delle genti germaniche arrecò grandi sofferenze alla popolazione romana». In un suo recente saggio, La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, trad. Mario Carpitella, pp. 293, euro 19,50) dimostra che «gli effetti a lungo termine del crollo dell'impero furono drammatici». A suo dire l'enorme quantità di testimonianze archeologiche non si accorda affatto con la nuova ortodossia dell'indolore e lenta trasformazione. Il crollo dell'impero non fu soltanto accompagnato da violenze, determinò anche un decadimento complessivo delle condizioni economiche, sociali e culturali.
La nuova e, a quanto pare, infondata immagine degli invasori quali pacifici immigranti, confezionata perlopiù da studiosi americani e nord-europei, si spiega con un mutamento di prospettiva. Ai tempi della minaccia nazista era naturale che gli invasori del V secolo fossero considerati in una luce negativa. Terminato il secondo conflitto mondiale, l'atteggiamento nei riguardi dei tedeschi si è a poco a poco ammorbidito, e con esso il giudizio sui barbari. Va inoltre considerato che il cammino verso l'unificazione europea necessitava di forti radici comuni, difficili da scovare nel tumultuoso passato del nostro continente. L'impero romano da solo, nonostante il suo splendore, non può essere l'antenato giusto, in quanto emarginerebbe i paesi germanici e scandinavi. Si comprende allora perché un progetto di ricerca della European Science Foundation sul periodo delle invasioni barbariche abbia per titolo «La trasformazione del mondo romano».
Diversamente dall'Europa settentrionale, l'Italia è rimasta orfana dell'antichità. Lo spettro dello straniero invasore l'ha infestata fino a epoche recentissime, facendone la terra dei rinascimenti e dei risorgimenti, il paese dove, malgrado tutto, sempre si reitera il miracolo della resurrezione. Miracoli che talvolta non riuscivano granché bene - come nel caso del fascismo, che proprio sul recupero della grandezza di Roma imbastì la sua retorica - e ai quali bisogna porre rimedio con nuove rinascite fatte di resistenze e ricostruzioni. Salvo poi rimpiangerli, però, i miracoli.
«Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa» constatava Pasolini nei suoi Scritti corsari, «è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l'Italia fascista o distrutta dalla guerra» quando il nostro era un «paese meraviglioso» nel quale «ci si poteva sentire eroi del mutamento e delle novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati». Nondimeno rilevava una continuità tra il ventennio fascista e l'era democristiana fondata «sul caos morale ed economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull'emarginazione dell'Italia dai luoghi per dove passa la storia»; parole che evocavano una decadenza barbarica.
Di geniale semplicità appare dunque il fantastorico contesto descritto da Enrico Brizzi nel suo ultimo romanzo, L'inattesa piega degli eventi (Baldini Castoldi Dalai, pp. 518, euro 19,50). L'Italia ha perso il suo Duce, ma non lo ha appeso a testa in giù a Piazzale Loreto per martoriarne il cadavere: lo piange commossa nel giorno del suo funerale, il 5 maggio 1960. In questa Italia uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale e ormai completamente «laica e littorica», Lorenzo Pellegrini, giovane cronista sportivo, paga a caro prezzo un'inopportuna relazione. L'amante tradita cospira affinché venga spedito nel continente nero per seguire le ultime giornate della Serie Africa costringendolo a rinunciare alle Olimpiadi di Roma. L'esilio punitivo si rivela però un'esperienza fondamentale per il giornalista. Le squadre del regime, composte soltanto da giocatori bianchi e sfacciatamente favorite dagli arbitri, si scontrano con le formazioni sgangherate e multietniche che antifascisti al confino e popolazioni indigene hanno eletto a simbolo del loro riscatto. In gioco, sui campi alla periferia dell'impero, c'è qualcosa di più che la vittoria di semplici partite. Persino Lorenzo Pellegrini si vede costretto ridestarsi dallo scanzonato disimpegno nel quale si crogiola da anni e a prendere posizione.
Con questo libro Brizzi ci ha finalmente regalato un romanzo degno di tal nome sul nostro sport nazionale. Ma non solo. La sua Italia, quantunque ucronica, è affatto credibile e non molto diversa, in fondo, da quella reale e democristiana che gli anni Sessanta hanno consegnato alla storia. È inoltre assai somigliante alla seconda repubblica di oggi, l'avvilente Italia dei calciatori e delle veline nella quale, ahinoi, ci troviamo a vivere. «Un luogo che ho disimparato ad amare» la definisce Giuseppe Genna in Italia De Profundis (minimumfax, pp. 348, euro 15). La frase suona quasi come un ideale antipode alla dichiarazione del nostro premier e campeggia solitaria con lapidaria amarezza nella quarta di copertina di un libro che, per contro, è una furiosa esondazione di parole. Parole che trasmutano in immagini e racconti, racconti che diventano invettive, invettive che generano dolore e degenerano in deliri da cui scaturisce una fatale mescolanza di fatti e finzioni. Il tutto tra centinaia di altre parole che restano solo parole e che si avvinghiando tra loro in un gorgo di tenebre, sottraendo il libro a qualunque definizione di comodo.
Una malattia orizzontale
L'editore lo presenta come un romanzo, ma è evidente che l'oggetto in questione è di natura più complessa e rischiosa. Volendo parafrasare ancora chi ci governa lo si potrebbe definire una discesa in forma di autofiction. Non in campo, beninteso, ma agli inferi. Tuttavia non basta. Raccontando di sé e delle sue disgrazie, Genna dà vita a una materia oscura, una sorta di grumo osceno in grado di divorare qualunque cosa e diventare quel che divora. È una metastasi della caduta quella che lo scrittore allestisce: non per nulla apre il libro con la lancinante cronaca del ritrovamento del corpo di suo padre, malato di cancro e morto d'infarto nella notte di capodanno. La caduta di cui si parla non è dunque un movimento dall'alto verso il basso. Non è uno scendere e nemmeno un precipitare, ma una condizione orizzontale, una malattia che si espande nutrendosi della propria carne putrescente. Insieme a Genna cade l'Italia intera, insieme all'Italia cade Genna: stabilire se sia stato l'uno o altra a innescare la rovina è impossibile. I due corpi coincidono e si compenetrano, diventano una sola entità. «L'Italia, in questo momento, è la punta di diamante del mondo sviluppato» si legge nel libro; lo è perché qui, nel nostro paese, quel processo che lo scrittore chiama «autoespropriazione dell'umano», ovvero la malattia occidentale, si compie più velocemente che altrove rendendoci il popolo «più alienato del pianeta».
Ecco allora che Genna si autorappresenta in situazioni estreme quali un'eutanasia o un esperimento con l'eroina. Il gioco non consiste nel capire se e quanto queste sue storie rispondano al vero, giacché in esse è chiaramente percepibile una sorta di istinto alla deformazione allegorica. Forse sono vere o forse no, ma non importa. Certo è che sembrano fare il verso a scene note della letteratura, a luoghi già letti, quasi che il Genna scrittore si serva del Genna uomo come una sorta di stuntman per interpretare una serie di violente cadute, schianti apocalittici e tragicomici. Ma il paradosso più sublime di Italia De Profundis è che nel suo corsaro furore, in bilico tra acume e delirio, spietatezza e compassione, il Belpaese diventa un avamposto del tracollo occidentale e dunque un viatico per il futuro, un faro per l'evo oscuro che seguirà all'ennesima caduta dell'impero. Fermo restando, ovviamente, che stavolta i barbari siamo noi.
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11.1.09
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16.11.08
Tra l'India e la Cina - AL TRAMONTO DELL OCCIDENTE SEGUIRÀ LA NOTTE DELL ORIENTE?
Due romanzi di autori indiani ruotano intorno allo stesso asse geografico: Mare di papaveri di Amitav Ghosh per Neri Pozza e La tigre bianca dell'esordiente Aravind Adiga per Einaudi. In uno stordente calderone linguistico, il primo rievoca il legame che le guerre dell'oppio hanno stabilito tra Cina e India. Il secondo, costruito per via epistolare, porta questi storici presupposti al loro compimento
Tommaso Pincio
Il passato è passato, su questo non ci piove. Tuttavia, ben lungi dall'essere tracciata una volta per sempre, la mappa di quel che è stato è in costante mutazione. Il passato si muove con la stessa impercettibile ma inesorabile deriva che allontana i continenti. Eventi che in un dato momento emergono imponenti al centro della Storia vengono poco a poco sospinti ai margini, lasciando spazio a nuovi accadimenti o magari a vecchi fatti inaspettatamente risorti dal dimenticatoio nel quale erano stati anzitempo relegati. La Rivoluzione Francese, per esempio. I nostri manuali la presentano come un faro, eppure la luminosa origine del mondo in cui oggi viviamo potrebbe essere a breve oscurata da un paio di sporche guerre combattute in terre lontane. Sì, perché il passato non si muove soltanto nel tempo ma anche nello spazio, ed è ormai pacifico che l'ago della bilancia smetterà di pendere a occidente. Il cuore del mondo globalizzato non batte in Europa e nemmeno in America. È in India e in Cina che bisogna cercarlo, paesi dove gli echi della Rivoluzione Francese non sono mai giunti. I fermenti che hanno innescato il radicale mutamento di prospettiva si chiamano Guerre dell'Oppio. A scatenarle fu la rottura di un pernicioso equilibrio: l'impero britannico pareggiava il suo deficit commerciale con la Cina rispondendo alle massicce importazioni di tè, seta e porcellana con l'esportazione di oppio coltivato in India. Quando i cinesi cominciarono a porre drastici freni all'insalubre traffico, peraltro già illegale da tempo, gli inglesi trovarono un pretesto qualunque per dichiarare guerra in nome del libero commercio. Che l'oppio fosse una droga, interessava poco.
Il primo atto di una trilogia
Il capitalismo, si sa, non va troppo per il sottile: la priorità è salvaguardare il mercato, il come costituisce un aspetto secondario, molto secondario. Mare di papaveri di Amitav Ghosh (Neri Pozza, traduzione magistrale di Anna Nadotti e Norman Gobetti, pp. 543 euro 18,50), primo atto di quella che si annuncia come una trilogia memorabile, ruota attorno alla tesi che alle sorgenti del XXI secolo e del comune destino che unisce Cina e India ci siano proprio le Guerre dell'Oppio, ma soprattutto le perverse dinamiche che le hanno determinate. Il romanzo fotografa i mesi immediatamente precedenti alle colonne d'Ercole della storia asiatica, e lo fa scegliendo quale teatro dell'azione un microcosmo in movimento, una splendida goletta a due alberi che nella primavera del 1838 si profila al largo dell'isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel golfo del Bengala. La Ibis, questo il nome dell'imbarcazione, è lì per i campi di papaveri che si distendono per miglia e miglia oltre le sponde fangose dell'isola e i boschi di mangrovie dove persino le scimmie paiono inebetite da un «miasma letargico». La nave non caricherà a bordo soltanto l'oppio destinato alla Cina, accoglierà nel suo ventre di legno anche i colori e le espressioni di un'umanità oltremodo variegata. Un raja sull'orlo della bancarotta, la vedova di un oppiomane che lavorava in uno stabilimento per la lavorazione dei papaveri a Ghazipur, un mezzosangue americano, una ragazza francese la cui madre è spirata nel darla alla luce, un armatore inglese privo di scrupoli e poi ancora una moltitudine di altri personaggi, danzatrici hindu, lestofanti, poveri diavoli e una ciurma multietnica di lascari, marinai che parlano una lingua tutta loro e navigano per l'Oceano Indiano con indosso soltanto una striscia di cambrì attorno ai fianchi.
È un microcosmo in movimento o, per meglio dire, un microglobo. Arca dei tempi moderni, la Ibis traghetta un ricco campionario di umanità da un'epoca in cui l'Inghilterra era «il solo posto dove valesse la pena nascere» a un'altra dalla geografia incerta e in divenire. Il libro è diviso in tre parti denominate Terra, Fiume e Mare, quasi a rimarcare il progressivo spostamento verso un mondo sempre più fluido. Il destino di ogni personaggio affiora dalle profondità del passato grazie a coincidenze e sogni, ricordi e visioni, intrecciandosi a quello degli altri fino a confondersi in un'unica grande storia la cui trama è il comune cammino verso l'ignoto.
Alla maniera dei grandi romanzi storici dell'Ottocento, Mare di papaveri ha un che di enciclopedico, descrive usi e costumi, dai riti funebri alle pratiche medicinali, raccontando fatti di avventurosa e romantica natura, ammutinamenti, banchetti suntuosi, stupri e rapimenti. Ma soprattutto è uno stordente calderone linguistico, dove i termini marinari si alternano all'inglese coloniale, alle parole indiane e alla miriade di nuovi dialetti e slang fioriti nei porti asiatici. La Ibis, oltre a essere l'arca per un tempo a venire, è quindi una sorta nave di Babele. E anche qui Ghosh dà un'indicazione significativa chiudendo tra virgolette soltanto le battute di dialogo scambiate sulla goletta, lasciando nude e crude, invece, quelle pronunciate a terra, conferendo così all'intero romanzo l'aura di un racconto mitico, fondante. Il lettore occidentale, pur ammaliato dalla meravigliosa prosa dello scrittore nonché dal turbinio serrato degli eventi narrati, non potrà non constatare che in questa alba di un nuovo mondo i colonialisti inglesi sono spesso figure caricaturali e di secondo piano. Il fatto, poi, che Mare di papaveri sia un libro fedele ai canoni della tradizione romanzesca anglosassone e nel quale riecheggiano forti le pagine di Scott, Dickens, Conrad e naturalmente Kipling, colora questa constatazione di malinconia: il testimone è ormai passato, l'Occidente è definitivamente tramontato.
Ne è ulteriore riprova il fatto che i primordi tanto mirabilmente ricostruiti da Ghosh trovano il suo ideale e odierno compimento nel notevole esordio di Aravind Adiga, La tigre bianca (Einaudi, trad. Norman Gobetti, pp. 232, euro 19). Caso vuole che entrambi i romanzi siano stati finalisti dell'ultimo Booker Prize e che uno dei due, il secondo, abbia vinto. Ma il vero denominatore comune è l'asse India-Cina, che Adiga stabilisce per via epistolare. Il protagonista, la Tigre bianca del titolo ovvero un certo Balram Halwai, avendo saputo dalla radio che il primo ministro del «paese di mezzo» sta per giungere a Bangalore, pensa bene di scrivergli una lunga lettera per offrirgli la verità riguardo il luogo che si appresta a visitare. Gliela offre gratuitamente e spontaneamente in segno del suo rispetto «per l'amore della libertà mostrato dal popolo cinese, e anche della consapevolezza che il futuro del mondo è affidato ai gialli e ai marroni adesso che i nostri ex padroni, i bianchi, stanno precipitando nell'abisso della sodomia, della tossicodipendenza e dell'abuso di telefonia mobile». E quale potrebbe essere questa verità se non la storia della di lui vita? Il premier vuole recarsi a Bangalore perché è la culla del miracolo economico indiano, la culla che fa «andare avanti l'America» grazie alle società di outsourcing. In altre parole, il premier vuole carpire il segreto dell'imprenditoria indiana affinché in Cina si faccia altrettanto. Ebbene, quel segreto è per l'appunto lui, la Tigre bianca, un imprenditore autodidatta che, senza mezzi termini, si autodefinisce «il futuro».
Ma la verità che quest'uomo ha da offrire ha un suo lato oscuro. L'India è un paese a due facce: c'è quella luccicante dei centri commerciali, dei palazzi suntuosi e dalle auto tirate a lucido, e c'è poi l'altra, quella buia, il cuore nero dell'India rurale dove le buone notizie si tramutano in fretta in cattive notizie. Nei tempi andati c'erano mille caste, spiega Balram, oggi si sono ridotte a due: quella di chi la pancia piena e quella di chi ce l'ha vuota. Balram proviene per l'appunto dai bassifondi, è nato e cresciuto nelle tenebre, ma la storia della sua ascesa non è la bella favola di un uomo che, a prezzo di sacrifici e con un po' fortuna, si è fatto da sé.
Mangiare o essere mangiati
La verità che la Tigre bianca ha da offrire al premier cinese è molto meno edificante. Dopo poche pagine, infatti, rivela che il prezzo del successo si paga a suon di sangue versato e nefandezze. L'imprenditoria indiana si realizza con la corruzione, gli intrallazzi, i traffici sporchi, il furto e, talvolta, anche togliendo di mezzo qualcuno. La povertà genera mostri e lui è uno di questi: ha iniziato la scalata tagliando la gola al suo ex boss e mettendo in pratica quel ha appreso lavorando per lui. Al centro del romanzo emerge una brutale interpretazione della hegeliana dialettica servo-padrone: il servo uccide il padrone e ne acquisisce i privilegi. Ma non è il solo richiamo alla cultura occidentale. La tigre bianca può riportare alla mente un classico americano, Native Son di Richard Wright, che racconta la tragica parabola di un giovane afroamericano trasformato in assassino dall'abisso di privazione ed emarginazione in cui è costretto a vivere. Per altre vie discende anche da Dickens, che meglio di chiunque altro ha raccontato le ingiustizie di una società classista come quella dell'Inghilterra vittoriana. Agida è però consapevole che i problemi dell'India, come del resto della Cina, hanno una loro marcata specificità. Questi due colossi stanno per ereditare il mondo dall'Occidente ma la promessa della democrazia e di un riscatto fondato sulla dignità delle persone corre il serio rischio di restare disattesa. «Il giorno in cui gli inglesi se andarono» scrive la Tigre bianca al premier cinese, «le gabbie vennero aperte e gli animali presero ad aggredirsi e sbranarsi l'un l'altro, e la legge della giungla soppiantò la legge dello zoo». La giustizia della giungla si sa bene qual è: mangiare o essere mangiati. L'alba del nuovo millennio pare così metterci di fronte al seguente interrogativo: al tramonto dell'Occidente seguirà davvero la notte fonda dell'Oriente?
ilmanifesto.it
Tommaso Pincio
Il passato è passato, su questo non ci piove. Tuttavia, ben lungi dall'essere tracciata una volta per sempre, la mappa di quel che è stato è in costante mutazione. Il passato si muove con la stessa impercettibile ma inesorabile deriva che allontana i continenti. Eventi che in un dato momento emergono imponenti al centro della Storia vengono poco a poco sospinti ai margini, lasciando spazio a nuovi accadimenti o magari a vecchi fatti inaspettatamente risorti dal dimenticatoio nel quale erano stati anzitempo relegati. La Rivoluzione Francese, per esempio. I nostri manuali la presentano come un faro, eppure la luminosa origine del mondo in cui oggi viviamo potrebbe essere a breve oscurata da un paio di sporche guerre combattute in terre lontane. Sì, perché il passato non si muove soltanto nel tempo ma anche nello spazio, ed è ormai pacifico che l'ago della bilancia smetterà di pendere a occidente. Il cuore del mondo globalizzato non batte in Europa e nemmeno in America. È in India e in Cina che bisogna cercarlo, paesi dove gli echi della Rivoluzione Francese non sono mai giunti. I fermenti che hanno innescato il radicale mutamento di prospettiva si chiamano Guerre dell'Oppio. A scatenarle fu la rottura di un pernicioso equilibrio: l'impero britannico pareggiava il suo deficit commerciale con la Cina rispondendo alle massicce importazioni di tè, seta e porcellana con l'esportazione di oppio coltivato in India. Quando i cinesi cominciarono a porre drastici freni all'insalubre traffico, peraltro già illegale da tempo, gli inglesi trovarono un pretesto qualunque per dichiarare guerra in nome del libero commercio. Che l'oppio fosse una droga, interessava poco.
Il primo atto di una trilogia
Il capitalismo, si sa, non va troppo per il sottile: la priorità è salvaguardare il mercato, il come costituisce un aspetto secondario, molto secondario. Mare di papaveri di Amitav Ghosh (Neri Pozza, traduzione magistrale di Anna Nadotti e Norman Gobetti, pp. 543 euro 18,50), primo atto di quella che si annuncia come una trilogia memorabile, ruota attorno alla tesi che alle sorgenti del XXI secolo e del comune destino che unisce Cina e India ci siano proprio le Guerre dell'Oppio, ma soprattutto le perverse dinamiche che le hanno determinate. Il romanzo fotografa i mesi immediatamente precedenti alle colonne d'Ercole della storia asiatica, e lo fa scegliendo quale teatro dell'azione un microcosmo in movimento, una splendida goletta a due alberi che nella primavera del 1838 si profila al largo dell'isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel golfo del Bengala. La Ibis, questo il nome dell'imbarcazione, è lì per i campi di papaveri che si distendono per miglia e miglia oltre le sponde fangose dell'isola e i boschi di mangrovie dove persino le scimmie paiono inebetite da un «miasma letargico». La nave non caricherà a bordo soltanto l'oppio destinato alla Cina, accoglierà nel suo ventre di legno anche i colori e le espressioni di un'umanità oltremodo variegata. Un raja sull'orlo della bancarotta, la vedova di un oppiomane che lavorava in uno stabilimento per la lavorazione dei papaveri a Ghazipur, un mezzosangue americano, una ragazza francese la cui madre è spirata nel darla alla luce, un armatore inglese privo di scrupoli e poi ancora una moltitudine di altri personaggi, danzatrici hindu, lestofanti, poveri diavoli e una ciurma multietnica di lascari, marinai che parlano una lingua tutta loro e navigano per l'Oceano Indiano con indosso soltanto una striscia di cambrì attorno ai fianchi.
È un microcosmo in movimento o, per meglio dire, un microglobo. Arca dei tempi moderni, la Ibis traghetta un ricco campionario di umanità da un'epoca in cui l'Inghilterra era «il solo posto dove valesse la pena nascere» a un'altra dalla geografia incerta e in divenire. Il libro è diviso in tre parti denominate Terra, Fiume e Mare, quasi a rimarcare il progressivo spostamento verso un mondo sempre più fluido. Il destino di ogni personaggio affiora dalle profondità del passato grazie a coincidenze e sogni, ricordi e visioni, intrecciandosi a quello degli altri fino a confondersi in un'unica grande storia la cui trama è il comune cammino verso l'ignoto.
Alla maniera dei grandi romanzi storici dell'Ottocento, Mare di papaveri ha un che di enciclopedico, descrive usi e costumi, dai riti funebri alle pratiche medicinali, raccontando fatti di avventurosa e romantica natura, ammutinamenti, banchetti suntuosi, stupri e rapimenti. Ma soprattutto è uno stordente calderone linguistico, dove i termini marinari si alternano all'inglese coloniale, alle parole indiane e alla miriade di nuovi dialetti e slang fioriti nei porti asiatici. La Ibis, oltre a essere l'arca per un tempo a venire, è quindi una sorta nave di Babele. E anche qui Ghosh dà un'indicazione significativa chiudendo tra virgolette soltanto le battute di dialogo scambiate sulla goletta, lasciando nude e crude, invece, quelle pronunciate a terra, conferendo così all'intero romanzo l'aura di un racconto mitico, fondante. Il lettore occidentale, pur ammaliato dalla meravigliosa prosa dello scrittore nonché dal turbinio serrato degli eventi narrati, non potrà non constatare che in questa alba di un nuovo mondo i colonialisti inglesi sono spesso figure caricaturali e di secondo piano. Il fatto, poi, che Mare di papaveri sia un libro fedele ai canoni della tradizione romanzesca anglosassone e nel quale riecheggiano forti le pagine di Scott, Dickens, Conrad e naturalmente Kipling, colora questa constatazione di malinconia: il testimone è ormai passato, l'Occidente è definitivamente tramontato.
Ne è ulteriore riprova il fatto che i primordi tanto mirabilmente ricostruiti da Ghosh trovano il suo ideale e odierno compimento nel notevole esordio di Aravind Adiga, La tigre bianca (Einaudi, trad. Norman Gobetti, pp. 232, euro 19). Caso vuole che entrambi i romanzi siano stati finalisti dell'ultimo Booker Prize e che uno dei due, il secondo, abbia vinto. Ma il vero denominatore comune è l'asse India-Cina, che Adiga stabilisce per via epistolare. Il protagonista, la Tigre bianca del titolo ovvero un certo Balram Halwai, avendo saputo dalla radio che il primo ministro del «paese di mezzo» sta per giungere a Bangalore, pensa bene di scrivergli una lunga lettera per offrirgli la verità riguardo il luogo che si appresta a visitare. Gliela offre gratuitamente e spontaneamente in segno del suo rispetto «per l'amore della libertà mostrato dal popolo cinese, e anche della consapevolezza che il futuro del mondo è affidato ai gialli e ai marroni adesso che i nostri ex padroni, i bianchi, stanno precipitando nell'abisso della sodomia, della tossicodipendenza e dell'abuso di telefonia mobile». E quale potrebbe essere questa verità se non la storia della di lui vita? Il premier vuole recarsi a Bangalore perché è la culla del miracolo economico indiano, la culla che fa «andare avanti l'America» grazie alle società di outsourcing. In altre parole, il premier vuole carpire il segreto dell'imprenditoria indiana affinché in Cina si faccia altrettanto. Ebbene, quel segreto è per l'appunto lui, la Tigre bianca, un imprenditore autodidatta che, senza mezzi termini, si autodefinisce «il futuro».
Ma la verità che quest'uomo ha da offrire ha un suo lato oscuro. L'India è un paese a due facce: c'è quella luccicante dei centri commerciali, dei palazzi suntuosi e dalle auto tirate a lucido, e c'è poi l'altra, quella buia, il cuore nero dell'India rurale dove le buone notizie si tramutano in fretta in cattive notizie. Nei tempi andati c'erano mille caste, spiega Balram, oggi si sono ridotte a due: quella di chi la pancia piena e quella di chi ce l'ha vuota. Balram proviene per l'appunto dai bassifondi, è nato e cresciuto nelle tenebre, ma la storia della sua ascesa non è la bella favola di un uomo che, a prezzo di sacrifici e con un po' fortuna, si è fatto da sé.
Mangiare o essere mangiati
La verità che la Tigre bianca ha da offrire al premier cinese è molto meno edificante. Dopo poche pagine, infatti, rivela che il prezzo del successo si paga a suon di sangue versato e nefandezze. L'imprenditoria indiana si realizza con la corruzione, gli intrallazzi, i traffici sporchi, il furto e, talvolta, anche togliendo di mezzo qualcuno. La povertà genera mostri e lui è uno di questi: ha iniziato la scalata tagliando la gola al suo ex boss e mettendo in pratica quel ha appreso lavorando per lui. Al centro del romanzo emerge una brutale interpretazione della hegeliana dialettica servo-padrone: il servo uccide il padrone e ne acquisisce i privilegi. Ma non è il solo richiamo alla cultura occidentale. La tigre bianca può riportare alla mente un classico americano, Native Son di Richard Wright, che racconta la tragica parabola di un giovane afroamericano trasformato in assassino dall'abisso di privazione ed emarginazione in cui è costretto a vivere. Per altre vie discende anche da Dickens, che meglio di chiunque altro ha raccontato le ingiustizie di una società classista come quella dell'Inghilterra vittoriana. Agida è però consapevole che i problemi dell'India, come del resto della Cina, hanno una loro marcata specificità. Questi due colossi stanno per ereditare il mondo dall'Occidente ma la promessa della democrazia e di un riscatto fondato sulla dignità delle persone corre il serio rischio di restare disattesa. «Il giorno in cui gli inglesi se andarono» scrive la Tigre bianca al premier cinese, «le gabbie vennero aperte e gli animali presero ad aggredirsi e sbranarsi l'un l'altro, e la legge della giungla soppiantò la legge dello zoo». La giustizia della giungla si sa bene qual è: mangiare o essere mangiati. L'alba del nuovo millennio pare così metterci di fronte al seguente interrogativo: al tramonto dell'Occidente seguirà davvero la notte fonda dell'Oriente?
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9.11.08
Dai trionfi del sesso alle gioie della castità
Un sentiero di lettura tra il feticismo dell'immagine femminile, esemplificato in Sexirama edito da Coniglio con il commento di Roberto Baldazzini, e i conflitti che oppongono «anima» e corpo nel libro di Francesco Piccolo La separazione del maschio per Einaudi. Passando per l'influenza degli evangelici nelle precedenti elezioni presidenziali, da cui parte l'ultimo romanzo di Tom Perrotta, L'insegnante di astinenza sessuale, edito da e/o e approdando all'apologia della castità, in un saggio di Elizabeth Abbott per Mondadori
Tommaso Pincio
È da poco uscito un libro il cui titolo dice praticamente tutto, Sexyrama. L'immagine della donna nelle copertine dei periodici dal 1960 al 1979 (Coniglio Editore, pp. 282, euro 35). Al suo interno, infatti, c'è assai poco da leggere, a parte brevi commenti e citazioni sparse. Alfred Hitchcock che confessa: «Il sesso mi ha sempre interessato pochissimo; è roba da bambini e da cinematografo. Ma è soprattutto una gran scocciatura». I buoni propositi di Jayne Mansfield: «D'ora in avanti mi vestirò di più e mangerò di meno». I grandi dubbi di Valeria Moriconi: «Perché, mi sono sempre chiesta, un uomo, per un bel seno e delle belle gambe, deve per forza perdere la testa?». I commenti, invece, sono di un disegnatore assai noto agli appassionati di fumetti erotici, Roberto Baldazzini, che ha raccolto in questo volume una buona parte della sua sterminata collezione di settimanali di moda e costume, fotoromanzi, riviste piccanti e rotocalchi, per usare un termine dei tempi andati. Centinaia di copertine ordinate per anni che raccontano l'evoluzione della donna in un periodo di profonda trasformazione culturale del nostro paese. Per quanto, a voler essere onesti, il nocciolo della questione non è esattamente l'evoluzione della donna bensì quella del feticismo per l'immagine femminile, bidimensionale oggetto del desiderio dai multiformi aspetti e i cui estremi sono da un lato lo sguardo divoratore delle irraggiungibili dive filo-hollywoodiane, dall'altro la sensualità più verace della casalinga della porta accanto. All'interno di questo percorso il 1968 segna uno spartiacque di immediata evidenza. Prima di quell'anno, mirabile per alcuni e orribile per altri, ma comunque imprescindibile, le femmine delle copertine avevano tutte un nome. Si chiamavano Brigitte Bardot, Liz Taylor, Sophia Loren, e concedevano allo sguardo dei lettori null'altro che il proprio volto. A poco a poco, però, il primo piano non è più bastato. L'obiettivo della macchina fotografica ha preteso di inquadrare anche altro. Figure a mezzo busto che alla bellezza di un viso accompagnavano talvolta un decolleté. Quindi sono arrivate le gambe, le schiene scoperte, i bikini, la lingerie. Ma è soltanto a cavallo del '68 che si intravedono i primi capezzoli, annunciazioni di nuove e ben più integrali nudità che di lì a breve affolleranno dapprima riviste specializzate in donnine, come «Men» e «Caballero», e poi settimanali d'informazione quali «L'Espresso» o «Panorama». Il tutto passando attraverso «Il Borghese» e «Le ore», entità ibride, ai limiti dell'indefinibile, della stampa italiana.
Una dicotomia dell'immagine
In questo repentino processo andò perduto qualcosa: i nomi. Le star del cinema e della televisione si videro sottrarre il controllo assoluto delle copertina. Si potrebbe persino fissare un'equazione: più nuda e provocante era la posa, più anonima era la donna. Spogliata, la donna non era più donna ma soltanto femmina, quasi che per liberare il corpo dovesse per forza rinunciare all'identità. Eppure era l'anno del femminismo, il cammino verso la parità sessuale procedeva spedito. Nel mondo reale, donne in carne e ossa si battevano per cose come divorzio aborto, contraccezione. Il microcosmo dei periodici italiani, però, restò sordo a quel che le donne avevano da dire e divise le sue femmine in due categorie: le famose, che si spogliavano con moderazione e sempre con eleganza, e le sconosciute, che sembravano esistere solo in quanto corpi da mostrare nudi e crudi, magari con qualche orpello allusivo, una banana poggiata nell'incavo delle tette, un cinturone con una pistola che pende tra le gambe. Questa dicotomia dell'immagine femminile non era che il logico riflesso del nostrano immaginario maschile, portato, per sua natura, a dividere le donne in mogli e puttane. La liberazione sessuale ha ottenuto scarsi risultati al riguardo. Per il maschio italiano, compreso quello illuminato di sinistra, sarebbe meglio se non ci fosse stato alcun '68, perché in tal modo la sua becera schizofrenia sarebbe rimasta un po' in ombra e lui, il maschio, non avrebbe conosciuto i conflitti e le insicurezze derivati dal dovere morale di considerare la donna come un tutt'uno, un corpo e un'anima indissolubili. Conflitti e insicurezze con cui fa i conti Francesco Piccolo nel suo ultimo libro, non per nulla intitolato La separazione del maschio (Einaudi, pp. 198, 17,50): «Non riesco ad amare una donna senza culo. Se non c'è un corpo che mi attira per davvero, se una donna è bella intelligente e divertente ma è ossuta e non ha specialità desiderabili, per me non esiste sessualmente e se non esiste sessualmente non riesco più a immaginare una relazione. Anche se è speciale, ma non ha il corpo che mi ossessiona poi quando sono solo, già so che farò di tutto per non vederla più. Questo significa che sono diventato mostruoso - ma poi ricordo: sono sempre stato così». Ecco affiorare lo spettro di una tara atavica contro cui poco o nulla possono le rivoluzioni. Sarà un caso, ma dei tanti aspetti del '68 la liberazione sessuale è stato uno dei meno rievocati e dibattuti in questo quarantennale. Di recente, qualcuno è giunto perfino al punto di stabilire una volta per tutte che il famoso rogo dei reggiseni non c'è mai stato. Non è ben chiaro come sia stato possibile stabilirlo con tanta certezza, ma tant'è. Com'è noto all'origine del mito ci sarebbero state le proteste per l'elezione di Miss America 1968. Un gruppo di femministe insultò la neoeletta urlando «Ragazza-tetta, simbolo degradante e senza cervello» e incoronò al suo posto una pecora. Dopodichè le contestatrici si tolsero di dosso capi di biancheria intima e li gettarono insieme a varie copie di «Playboy» in un grosso secchio per l'immondizia. Contrariamente a quanto si è favoleggiato, però, nessun reggiseno venne dato alle fiamme. La sostanza non cambia, è vero, ma l'America è un paese profondamente puritano dove i simboli hanno un'importanza per noi inimmaginabile.
Oltre i confini del fanta-orrorifico
Oltreoceano la lacerazione sessuale non è circoscritta all'immaginario erotico di un maschio riottoso all'emancipazione o alle prostitute che devono essere tolte dalle strade o a certe esternazioni di una chiesa fuori dal tempo. In America, il sesso è ben oltre i limiti del parossismo. Spiattellandolo come un hamburger da McDonald, l'industria pornografica produce introiti da capogiro. Negandolo fieramente, gli evangelici hanno esercitato una grossa influenza nelle precedenti elezioni presidenziali. Quest'ultimo preoccupante fenomeno è stato la fonte ispiratrice dell'ultimo romanzo di Tom Perrotta, L'insegnante di astinenza sessuale, inserito dal «New York Times» tra i migliori libri dell'anno (Edizioni e/o, trad. Nello Giuliano, pp. 416, euro 18). Tutto si svolge a Stonewood Heights, una delle tante cittadine della sterminata provincia americana. Parrebbe il posto ideale per allevare figli. Ci sono ottime scuole e la gente è brava gente. Ruth insegna educazione sessuale ai ragazzi del liceo. È una persona dalla mentalità aperta e illuminata. Crede che il piacere sia una cosa buona e giusta, e che non ci si debba vergognare di certe cosucce. Sa bene però che i ragazzi hanno una vita privata e non si meraviglia che la figlia ormai adolescente nasconda un libro sotto il materasso. I problemi nascono quando scopre che il volume in questione non è un romanzetto peccaminoso bensì la Bibbia. Come se non bastasse, la figlia le comunica che lei e sua sorella vogliono cominciare ad andare in chiesa. Per la mamma dalla mentalità aperta è peggio di uno schiaffo. Ingaggia così una battaglia morale con l'artefice della sgradita conversione, l'allenatore della squadra di calcio femminile, fervente seguace di una setta evangelica guidata da un carimastico pastore. Ne scaturisce una sorta di guerra santa che coinvolge e sconvolge l'intera comunità. La vicenda ha un sapore vagamente surreale. Questa piccola cittadina del New Jersey oppressa dall'oscurantismo religioso ricorda da vicino la normalità inquietante dell'Invasione degli ultracorpi, o certe atmosfere delle celeberrime Cronache Marziane. È lo stesso sfumato sconfinamento nel fanta-orrorifico che compare nel recente film di Mitchell Lichtenstein, Denti, dove si affrontano temi analoghi.
Qui la protagonista è una tranquilla adolescente divenuta, suo malgrado, paladina e portavoce di un movimento studentesco il cui scopo è difendere il valore della verginità fino al matrimonio. Tremendi pericoli, però, sono in agguato: le naturali pulsioni erotiche, le richieste di un fidanzato impaziente. Per sua fortuna, il destino viene in soccorso dotando la fanciulla di una vera e propria vagina dentata. La mostruosa mutazione è forse un prodotto della centrale nucleare che incombe con il suo opprimente profilo sulla quieta e anonima cittadina? Non è ben chiaro, né probabilmente deve esserlo. Al fondo della sessuofobia sempre più diffusa c'è forse un mistero. Dopo appena quarant'anni la rivoluzione dell'amore libero pare avere esaurito la spinta propulsiva. Negli Stati Uniti il fenomeno della cosiddetta «nuova castità» è diventato abbastanza rilevante da poter essere considerato una tendenza. Accanto agli adolescenti di True Love Waits, il movimento fondato nel 1993 dal pastore protestante Richard Ross, aumenta il numero degli adulti, sposati e non, che praticano l'astinenza sessuale. L'aids ha di certo avuto un suo peso ma non è una spiegazione sufficiente.
Elizabeth Abbott, che da anni si occupa della condizione femminile, ha tentato di far luce con una corposa Storia della castità (Mondadori, pp. 518, euro 25) dalle origini ai giorni nostri. Ha inoltre sperimentato in prima persona l'astinenza trovandola una «liberazione gioiosa» e assaporandone «benefici tangibili, in particolare l'esenzione dai lavori domestici della casalinga». Ovviamente, è abbastanza intelligente da rendersi conto che simili benefici si possono conseguire anche senza scelte tanto radicali. Ciò nonostante preferisce evitare le vie di mezzo. Dice che «rinunciare senz'altro ai rapporti sessuali, è più semplice». Che fine hanno i bei tempi in cui ci si complicava la vita?
ilmanifesto.it
Tommaso Pincio
È da poco uscito un libro il cui titolo dice praticamente tutto, Sexyrama. L'immagine della donna nelle copertine dei periodici dal 1960 al 1979 (Coniglio Editore, pp. 282, euro 35). Al suo interno, infatti, c'è assai poco da leggere, a parte brevi commenti e citazioni sparse. Alfred Hitchcock che confessa: «Il sesso mi ha sempre interessato pochissimo; è roba da bambini e da cinematografo. Ma è soprattutto una gran scocciatura». I buoni propositi di Jayne Mansfield: «D'ora in avanti mi vestirò di più e mangerò di meno». I grandi dubbi di Valeria Moriconi: «Perché, mi sono sempre chiesta, un uomo, per un bel seno e delle belle gambe, deve per forza perdere la testa?». I commenti, invece, sono di un disegnatore assai noto agli appassionati di fumetti erotici, Roberto Baldazzini, che ha raccolto in questo volume una buona parte della sua sterminata collezione di settimanali di moda e costume, fotoromanzi, riviste piccanti e rotocalchi, per usare un termine dei tempi andati. Centinaia di copertine ordinate per anni che raccontano l'evoluzione della donna in un periodo di profonda trasformazione culturale del nostro paese. Per quanto, a voler essere onesti, il nocciolo della questione non è esattamente l'evoluzione della donna bensì quella del feticismo per l'immagine femminile, bidimensionale oggetto del desiderio dai multiformi aspetti e i cui estremi sono da un lato lo sguardo divoratore delle irraggiungibili dive filo-hollywoodiane, dall'altro la sensualità più verace della casalinga della porta accanto. All'interno di questo percorso il 1968 segna uno spartiacque di immediata evidenza. Prima di quell'anno, mirabile per alcuni e orribile per altri, ma comunque imprescindibile, le femmine delle copertine avevano tutte un nome. Si chiamavano Brigitte Bardot, Liz Taylor, Sophia Loren, e concedevano allo sguardo dei lettori null'altro che il proprio volto. A poco a poco, però, il primo piano non è più bastato. L'obiettivo della macchina fotografica ha preteso di inquadrare anche altro. Figure a mezzo busto che alla bellezza di un viso accompagnavano talvolta un decolleté. Quindi sono arrivate le gambe, le schiene scoperte, i bikini, la lingerie. Ma è soltanto a cavallo del '68 che si intravedono i primi capezzoli, annunciazioni di nuove e ben più integrali nudità che di lì a breve affolleranno dapprima riviste specializzate in donnine, come «Men» e «Caballero», e poi settimanali d'informazione quali «L'Espresso» o «Panorama». Il tutto passando attraverso «Il Borghese» e «Le ore», entità ibride, ai limiti dell'indefinibile, della stampa italiana.
Una dicotomia dell'immagine
In questo repentino processo andò perduto qualcosa: i nomi. Le star del cinema e della televisione si videro sottrarre il controllo assoluto delle copertina. Si potrebbe persino fissare un'equazione: più nuda e provocante era la posa, più anonima era la donna. Spogliata, la donna non era più donna ma soltanto femmina, quasi che per liberare il corpo dovesse per forza rinunciare all'identità. Eppure era l'anno del femminismo, il cammino verso la parità sessuale procedeva spedito. Nel mondo reale, donne in carne e ossa si battevano per cose come divorzio aborto, contraccezione. Il microcosmo dei periodici italiani, però, restò sordo a quel che le donne avevano da dire e divise le sue femmine in due categorie: le famose, che si spogliavano con moderazione e sempre con eleganza, e le sconosciute, che sembravano esistere solo in quanto corpi da mostrare nudi e crudi, magari con qualche orpello allusivo, una banana poggiata nell'incavo delle tette, un cinturone con una pistola che pende tra le gambe. Questa dicotomia dell'immagine femminile non era che il logico riflesso del nostrano immaginario maschile, portato, per sua natura, a dividere le donne in mogli e puttane. La liberazione sessuale ha ottenuto scarsi risultati al riguardo. Per il maschio italiano, compreso quello illuminato di sinistra, sarebbe meglio se non ci fosse stato alcun '68, perché in tal modo la sua becera schizofrenia sarebbe rimasta un po' in ombra e lui, il maschio, non avrebbe conosciuto i conflitti e le insicurezze derivati dal dovere morale di considerare la donna come un tutt'uno, un corpo e un'anima indissolubili. Conflitti e insicurezze con cui fa i conti Francesco Piccolo nel suo ultimo libro, non per nulla intitolato La separazione del maschio (Einaudi, pp. 198, 17,50): «Non riesco ad amare una donna senza culo. Se non c'è un corpo che mi attira per davvero, se una donna è bella intelligente e divertente ma è ossuta e non ha specialità desiderabili, per me non esiste sessualmente e se non esiste sessualmente non riesco più a immaginare una relazione. Anche se è speciale, ma non ha il corpo che mi ossessiona poi quando sono solo, già so che farò di tutto per non vederla più. Questo significa che sono diventato mostruoso - ma poi ricordo: sono sempre stato così». Ecco affiorare lo spettro di una tara atavica contro cui poco o nulla possono le rivoluzioni. Sarà un caso, ma dei tanti aspetti del '68 la liberazione sessuale è stato uno dei meno rievocati e dibattuti in questo quarantennale. Di recente, qualcuno è giunto perfino al punto di stabilire una volta per tutte che il famoso rogo dei reggiseni non c'è mai stato. Non è ben chiaro come sia stato possibile stabilirlo con tanta certezza, ma tant'è. Com'è noto all'origine del mito ci sarebbero state le proteste per l'elezione di Miss America 1968. Un gruppo di femministe insultò la neoeletta urlando «Ragazza-tetta, simbolo degradante e senza cervello» e incoronò al suo posto una pecora. Dopodichè le contestatrici si tolsero di dosso capi di biancheria intima e li gettarono insieme a varie copie di «Playboy» in un grosso secchio per l'immondizia. Contrariamente a quanto si è favoleggiato, però, nessun reggiseno venne dato alle fiamme. La sostanza non cambia, è vero, ma l'America è un paese profondamente puritano dove i simboli hanno un'importanza per noi inimmaginabile.
Oltre i confini del fanta-orrorifico
Oltreoceano la lacerazione sessuale non è circoscritta all'immaginario erotico di un maschio riottoso all'emancipazione o alle prostitute che devono essere tolte dalle strade o a certe esternazioni di una chiesa fuori dal tempo. In America, il sesso è ben oltre i limiti del parossismo. Spiattellandolo come un hamburger da McDonald, l'industria pornografica produce introiti da capogiro. Negandolo fieramente, gli evangelici hanno esercitato una grossa influenza nelle precedenti elezioni presidenziali. Quest'ultimo preoccupante fenomeno è stato la fonte ispiratrice dell'ultimo romanzo di Tom Perrotta, L'insegnante di astinenza sessuale, inserito dal «New York Times» tra i migliori libri dell'anno (Edizioni e/o, trad. Nello Giuliano, pp. 416, euro 18). Tutto si svolge a Stonewood Heights, una delle tante cittadine della sterminata provincia americana. Parrebbe il posto ideale per allevare figli. Ci sono ottime scuole e la gente è brava gente. Ruth insegna educazione sessuale ai ragazzi del liceo. È una persona dalla mentalità aperta e illuminata. Crede che il piacere sia una cosa buona e giusta, e che non ci si debba vergognare di certe cosucce. Sa bene però che i ragazzi hanno una vita privata e non si meraviglia che la figlia ormai adolescente nasconda un libro sotto il materasso. I problemi nascono quando scopre che il volume in questione non è un romanzetto peccaminoso bensì la Bibbia. Come se non bastasse, la figlia le comunica che lei e sua sorella vogliono cominciare ad andare in chiesa. Per la mamma dalla mentalità aperta è peggio di uno schiaffo. Ingaggia così una battaglia morale con l'artefice della sgradita conversione, l'allenatore della squadra di calcio femminile, fervente seguace di una setta evangelica guidata da un carimastico pastore. Ne scaturisce una sorta di guerra santa che coinvolge e sconvolge l'intera comunità. La vicenda ha un sapore vagamente surreale. Questa piccola cittadina del New Jersey oppressa dall'oscurantismo religioso ricorda da vicino la normalità inquietante dell'Invasione degli ultracorpi, o certe atmosfere delle celeberrime Cronache Marziane. È lo stesso sfumato sconfinamento nel fanta-orrorifico che compare nel recente film di Mitchell Lichtenstein, Denti, dove si affrontano temi analoghi.
Qui la protagonista è una tranquilla adolescente divenuta, suo malgrado, paladina e portavoce di un movimento studentesco il cui scopo è difendere il valore della verginità fino al matrimonio. Tremendi pericoli, però, sono in agguato: le naturali pulsioni erotiche, le richieste di un fidanzato impaziente. Per sua fortuna, il destino viene in soccorso dotando la fanciulla di una vera e propria vagina dentata. La mostruosa mutazione è forse un prodotto della centrale nucleare che incombe con il suo opprimente profilo sulla quieta e anonima cittadina? Non è ben chiaro, né probabilmente deve esserlo. Al fondo della sessuofobia sempre più diffusa c'è forse un mistero. Dopo appena quarant'anni la rivoluzione dell'amore libero pare avere esaurito la spinta propulsiva. Negli Stati Uniti il fenomeno della cosiddetta «nuova castità» è diventato abbastanza rilevante da poter essere considerato una tendenza. Accanto agli adolescenti di True Love Waits, il movimento fondato nel 1993 dal pastore protestante Richard Ross, aumenta il numero degli adulti, sposati e non, che praticano l'astinenza sessuale. L'aids ha di certo avuto un suo peso ma non è una spiegazione sufficiente.
Elizabeth Abbott, che da anni si occupa della condizione femminile, ha tentato di far luce con una corposa Storia della castità (Mondadori, pp. 518, euro 25) dalle origini ai giorni nostri. Ha inoltre sperimentato in prima persona l'astinenza trovandola una «liberazione gioiosa» e assaporandone «benefici tangibili, in particolare l'esenzione dai lavori domestici della casalinga». Ovviamente, è abbastanza intelligente da rendersi conto che simili benefici si possono conseguire anche senza scelte tanto radicali. Ciò nonostante preferisce evitare le vie di mezzo. Dice che «rinunciare senz'altro ai rapporti sessuali, è più semplice». Che fine hanno i bei tempi in cui ci si complicava la vita?
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Tommaso Pincio
1.10.08
Forgiare strumenti insegnò a passare dalle cause agli effetti
Tommaso Pincio
Dovendo andare nella giungla, preferireste avere con voi un'ascia o un amico? Molto probabilmente la paura di affrontare da soli insidie a cui non siamo più avvezzi suggerirebbe di propendere per la seconda possibilità. Ma è ancor più probabile che i nostri antenati ragionassero in modo affatto diverso: non ci avrebbero pensato due volte a sacrificare un amico in cambio di un'ascia. Si dirà che ci siamo evoluti, la nostra sensibilità si è affinata inducendoci a valutare le cose diversamente.
D'altro canto, è proprio grazie all'estremo senso pratico di chi ci ha preceduto se siamo cambiati quel tanto da considerare una persona più importante di un arnese qualunque. Tutto ciò potrà apparire scontato, giacché il discernimento è il tratto che più ci distingue dagli animali, incluse le scimmie, che pure tanto ci somigliano e dalle quali pare discendiamo. Il guaio è che tendiamo spesso a sopravvalutarci, attribuendoci qualità che solo in parte ci appartengono. La soluzione del dubbio fra l'amico e l'ascia dovrebbe essere una scelta di buon senso e in quanto tale immutabile nel tempo, ciò nonostante si è evoluta. Come mai? Erano i nostri predecessori a peccare di brutalità o siamo noi ad eccellere in saggezza? A giudicare da certe contemporanee storture parrebbe quasi l'inverso. C'è poi un altro nostro aspetto che cozza fortemente con il buon senso di cui andiamo fieri: l'enorme diffusione di credenze più o meno improbabili. Oroscopi, superstizioni, religioni, fanatismi. «Credere con passione in ciò che chiaramente non è vero è la principale occupazione dell'umanità» diceva Henry Louis Mencken, acerbo critico della società americana. Come dargli torto? Una buona fetta d'umanità preferisce toccare ferro o informarsi sui transiti di Saturno piuttosto che affidarsi a spiegazioni razionali e scientifiche. Molte nostre irragionevoli inclinazioni sembrano quanto di più lontano si possa immaginare dalla tecnologia, eppure eccoci qua. Come conciliare questa apparente contraddizione? L'antropologo Clifford Geertz ha notato che non si è ancora prestata la dovuta attenzione a cosa in effetti sia il buon senso. Di solito, pensiamo al buon senso come qualcosa che ci consente di soppesare gli eventi in modo ragionevole ed efficace così da affrontare al meglio i problemi della vita quotidiana. Capire che il fuoco brucia o l'acqua bagna è una conquista alla portata di tutti, anche degli idioti. Il buon senso è quello scarto in più che permette all'individuo di prendere le dovute precauzioni. Cercare di porre rimedio alla siccità con la danza della pioggia non è probabilmente una soluzione dettata dal buon senso, ma era comunque quella prevalente nelle tribù primitive. È ormai un bel po' che ci siamo lasciati l'età della pietra alle spalle, ma alle danze della pioggia non ci abbiamo ancora rinunciato del tutto. Lewis Wolpert, noto biologo, ha cercato di dare una risposta al problema in un agile quanto arguto volume, Sei cose impossibili prima di colazione.
Il titolo è un omaggio a Lewis Carroll. In Attraverso lo specchio , infatti, quando Alice nega di poter credere in qualcosa d'impossibile, la Regina Bianca obietta: «Mi sembra che tu non abbia molta pratica. Alla tua età mi esercitavo mezzora al giorno. Certe volte arrivavo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione». Wolpert sostiene che questa assurda sorta di allenamento ha una sua ragione di essere ed è anche alla base del meccanismo evolutivo che ci porta a preferire un amico a un'ascia. L'idea è che tutte le nostre credenze, dalle più sciocche alle più sofisticate quali le grandi fedi religiose, sono nate quando gli uomini cominciarono a fabbricare utensili. Ricordate la famosa scena di 2001: Odissea nello spazio , quella in cui una scimmia raccoglie un osso e si rende conto di poterlo usare come un'arma per dominare i suoi compagni? Ebbene, secondo Wolpert, a partire da quel fatidico momento la struttura del cervello avrebbe iniziato a mutare.
La selezione naturale avrebbe fatto il resto premiando gli individui la cui mente era più portata a individuare relazioni di causa ed effetto. In teoria, nulla è più razionale del principio di casualità. Tuttavia un osso è un osso, vederci la possibilità di diventare un capo richiede un notevole sforzo d'immaginazione. Guardandolo per quello è, un osso può diventare un'arma né più né meno come un corno può rivelarsi un efficace strumento contro le sciagure. È dunque probabile che la selezione naturale abbia premiato quei geni che consentono al cervello di stabilire nessi di causa ed effetto tra le cose anche dove apparentemente non ve ne sono. Per molti sarà blasfemo, ma anche le religioni sono frutto di questa programmazione genetica. «Una volta sviluppate le credenze casuali in relazione agli strumenti, e una volta sviluppato il linguaggio, fu inevitabile che le persone desiderassero comprendere le cause di tutti gli eventi che influenzavano la loro vita, dalla malattia ai cambiamenti climatici, alla morte stessa. Una volta nato il concetto di causa ed effetto, l'ignoranza smise di essere una beatitudine». In altre parole, l'umanità scoprì il tormento dell'incertezza riguardo l'origine e il futuro di cose d'importanza primaria, trovandosi di fronte alla necessità di superare la paura che ne derivava. La religione si mostrò un ottimo strumento, poiché promuoveva l'ottimismo e la speranza, offriva ai credenti la sensazione che la vita abbia uno scopo e un significato. Wolpert ammette che le prove a sostegno della sua tesi sono ancora frammentarie, ma è altresì convinto che quando sapremo di più sul funzionamento del cervello «sarà tutto molto più chiaro e interessante». Non per nulla conclude le sue riflessioni con una citazione da Virgilio: «Felice è chi ha potuto conoscere la causa delle cose». Il che, in fondo, è un modo come un altro per dire: basta crederci.
LIBRI LEWIS WOLPERT, SEI COSE IMPOSSIBILI PRIMA DI COLAZIONE CODICE, TRAD. SIMONETTA FREDIANI, PP. 209, EURO 21
ilmanifesto.it
Dovendo andare nella giungla, preferireste avere con voi un'ascia o un amico? Molto probabilmente la paura di affrontare da soli insidie a cui non siamo più avvezzi suggerirebbe di propendere per la seconda possibilità. Ma è ancor più probabile che i nostri antenati ragionassero in modo affatto diverso: non ci avrebbero pensato due volte a sacrificare un amico in cambio di un'ascia. Si dirà che ci siamo evoluti, la nostra sensibilità si è affinata inducendoci a valutare le cose diversamente.
D'altro canto, è proprio grazie all'estremo senso pratico di chi ci ha preceduto se siamo cambiati quel tanto da considerare una persona più importante di un arnese qualunque. Tutto ciò potrà apparire scontato, giacché il discernimento è il tratto che più ci distingue dagli animali, incluse le scimmie, che pure tanto ci somigliano e dalle quali pare discendiamo. Il guaio è che tendiamo spesso a sopravvalutarci, attribuendoci qualità che solo in parte ci appartengono. La soluzione del dubbio fra l'amico e l'ascia dovrebbe essere una scelta di buon senso e in quanto tale immutabile nel tempo, ciò nonostante si è evoluta. Come mai? Erano i nostri predecessori a peccare di brutalità o siamo noi ad eccellere in saggezza? A giudicare da certe contemporanee storture parrebbe quasi l'inverso. C'è poi un altro nostro aspetto che cozza fortemente con il buon senso di cui andiamo fieri: l'enorme diffusione di credenze più o meno improbabili. Oroscopi, superstizioni, religioni, fanatismi. «Credere con passione in ciò che chiaramente non è vero è la principale occupazione dell'umanità» diceva Henry Louis Mencken, acerbo critico della società americana. Come dargli torto? Una buona fetta d'umanità preferisce toccare ferro o informarsi sui transiti di Saturno piuttosto che affidarsi a spiegazioni razionali e scientifiche. Molte nostre irragionevoli inclinazioni sembrano quanto di più lontano si possa immaginare dalla tecnologia, eppure eccoci qua. Come conciliare questa apparente contraddizione? L'antropologo Clifford Geertz ha notato che non si è ancora prestata la dovuta attenzione a cosa in effetti sia il buon senso. Di solito, pensiamo al buon senso come qualcosa che ci consente di soppesare gli eventi in modo ragionevole ed efficace così da affrontare al meglio i problemi della vita quotidiana. Capire che il fuoco brucia o l'acqua bagna è una conquista alla portata di tutti, anche degli idioti. Il buon senso è quello scarto in più che permette all'individuo di prendere le dovute precauzioni. Cercare di porre rimedio alla siccità con la danza della pioggia non è probabilmente una soluzione dettata dal buon senso, ma era comunque quella prevalente nelle tribù primitive. È ormai un bel po' che ci siamo lasciati l'età della pietra alle spalle, ma alle danze della pioggia non ci abbiamo ancora rinunciato del tutto. Lewis Wolpert, noto biologo, ha cercato di dare una risposta al problema in un agile quanto arguto volume, Sei cose impossibili prima di colazione.
Il titolo è un omaggio a Lewis Carroll. In Attraverso lo specchio , infatti, quando Alice nega di poter credere in qualcosa d'impossibile, la Regina Bianca obietta: «Mi sembra che tu non abbia molta pratica. Alla tua età mi esercitavo mezzora al giorno. Certe volte arrivavo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione». Wolpert sostiene che questa assurda sorta di allenamento ha una sua ragione di essere ed è anche alla base del meccanismo evolutivo che ci porta a preferire un amico a un'ascia. L'idea è che tutte le nostre credenze, dalle più sciocche alle più sofisticate quali le grandi fedi religiose, sono nate quando gli uomini cominciarono a fabbricare utensili. Ricordate la famosa scena di 2001: Odissea nello spazio , quella in cui una scimmia raccoglie un osso e si rende conto di poterlo usare come un'arma per dominare i suoi compagni? Ebbene, secondo Wolpert, a partire da quel fatidico momento la struttura del cervello avrebbe iniziato a mutare.
La selezione naturale avrebbe fatto il resto premiando gli individui la cui mente era più portata a individuare relazioni di causa ed effetto. In teoria, nulla è più razionale del principio di casualità. Tuttavia un osso è un osso, vederci la possibilità di diventare un capo richiede un notevole sforzo d'immaginazione. Guardandolo per quello è, un osso può diventare un'arma né più né meno come un corno può rivelarsi un efficace strumento contro le sciagure. È dunque probabile che la selezione naturale abbia premiato quei geni che consentono al cervello di stabilire nessi di causa ed effetto tra le cose anche dove apparentemente non ve ne sono. Per molti sarà blasfemo, ma anche le religioni sono frutto di questa programmazione genetica. «Una volta sviluppate le credenze casuali in relazione agli strumenti, e una volta sviluppato il linguaggio, fu inevitabile che le persone desiderassero comprendere le cause di tutti gli eventi che influenzavano la loro vita, dalla malattia ai cambiamenti climatici, alla morte stessa. Una volta nato il concetto di causa ed effetto, l'ignoranza smise di essere una beatitudine». In altre parole, l'umanità scoprì il tormento dell'incertezza riguardo l'origine e il futuro di cose d'importanza primaria, trovandosi di fronte alla necessità di superare la paura che ne derivava. La religione si mostrò un ottimo strumento, poiché promuoveva l'ottimismo e la speranza, offriva ai credenti la sensazione che la vita abbia uno scopo e un significato. Wolpert ammette che le prove a sostegno della sua tesi sono ancora frammentarie, ma è altresì convinto che quando sapremo di più sul funzionamento del cervello «sarà tutto molto più chiaro e interessante». Non per nulla conclude le sue riflessioni con una citazione da Virgilio: «Felice è chi ha potuto conoscere la causa delle cose». Il che, in fondo, è un modo come un altro per dire: basta crederci.
LIBRI LEWIS WOLPERT, SEI COSE IMPOSSIBILI PRIMA DI COLAZIONE CODICE, TRAD. SIMONETTA FREDIANI, PP. 209, EURO 21
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Tommaso Pincio
28.2.08
Trame americane sullo sfondo della guerra in Vietnam
Confronto a distanza tra due libri separati da trent'anni. Il misconosciuto e appena tradotto romanzo di Newton Thornburg «La strana vita di Cutter e Bone», e l'ultimo di Denis Johnson «Tree of Smoke», recente vincitore del National Book Award. Un intreccio di classica bellezza che allude all'attuale coinvolgimento militare in Iraq
Tommaso Pincio
La letteratura di genere solo in apparenza è generosa con gli scrittori. In realtà, quel che dà se lo riprende, spesso con gli interessi. Poniamo il caso abbiate scritto un buon thriller - un thriller «spaventosamente riuscito», per citare le parole di una recensione più che favorevole apparsa recentemente su uno fra i più importanti quotidiani nazionali. Poniamo, poi, abbiate scritto anche qualcosa di più, «un'opera di alto livello» in assoluto, sempre per stare a quel che hanno detto i giornali. Poniamo inoltre che questo vostro romanzo venda assai bene e abbia pure la fortuna di essere portato sul grande schermo da un bravo regista che ne ricava una pellicola che, seppur non eccelsa, vedono in molti. Tutto lascerebbe presagire che il romanzo e voi in quanto autore sopravviviate decentemente all'oblio cui gran parte della letteratura di un certo tipo è fatalmente destinata. E invece no. Una sfida al genere giallo Newton Thornburg, che ai suoi tempi ha conosciuto il genere di successo appena descritto, trascorre oggi gli ultimi anni della propria esistenza in un ospizio di Seattle confidando esclusivamente su una pensione di invalidità. Un infarto lo ha costretto su una sedia a rotelle, la moglie se ne è andata da molto tempo, un figlio se l'è portato via l'alcolismo: il quadro è questo. Quanto alla sua fama di autore, si fa presto a testarla: alzi la mano chi ha letto un libro di Newton Thornburg o conosce anche solo il suo nome. Nel 1976 diede alle stampe La strana vita di Cutter e Bone (Fanucci, trad. Daniela Middioni, pp. 340, euro 16) da cui il regista Ivan Passer trasse un film interpretato da Jeff Bridges. Nonostante ciò, dopo qualche tempo il romanzo sparì dalla circolazione. È stato ripescato di recente grazie anche all'ammirazione di un altro scrittore, George Pelecanos, che lo colloca, insieme a L'ultimo bacio di James Crumley e Surf City di Kem Nunn, nel novero di quei romanzi che negli '70 si posero come «una sfida alla tradizione giallistica». In effetti è molto più di questo. Come ogni grande libro, La strana vita di Cutter e Bone è il ritratto dell'epoca che lo ha generato; nella fattispecie è uno dei migliori romanzi mai scritti sui postumi della grande ubriacatura da stupefacenti, amore libero, ribellione e pacifismo che mise in fibrillazione gli Stati Uniti sul finire degli anni '70. La scena prende infatti le mosse nel decennio successivo, più o meno in zona Watergate, quando, finita la festa, il paese versò in una crisi profonda, tanto economica che di valori. Luogo di partenza dell'azione: la fetta d'America che più di ogni altra ha incarnato quel sogno, la California. E siccome a pagare lo scotto sono quasi sempre gli sfigati, ecco una coppia di sgangherati protagonisti il cui squallido destino di pochissime prospettive e nessuna idealità pare scritto fin nel nome che portano: Cutter e Bone. Il primo è tornato dal Vietnam con un gamba e un braccio in meno e una consistente dose di amarezza e follia in più. Il secondo è invece un uomo di gradevole aspetto, diciamo pure avvenente. È però un mollaccione. Ha piantato baracca e burattini - vale a dire: moglie, figlie e un lavoro nel Minnesota - per venire a fare il gigolo dei poveri nella patria degli hippy e degli sciroccati in genere. Lo si vede dunque vagolare per le spiagge di Santa Barbara in cerca di donne a cui scroccare pranzo, cena e magari qualche soldo. Non ha grandi velleità. «Qualcosa accadrà. Qualcosa cambierà»: è la sua fatalistica filosofia di vita. Qualcosa infatti accade. Una notte il caso decide che Bone debba rincasare a piedi per essere testimone di uno fatto strano. Un uomo scende da un'auto e scarica in un cassonetto qualcosa che, nell'oscurità, pare essere un involto contenente mazze da golf. Fatto ciò, l'uomo risale in macchina e schizza via. La strana coppia in azioneSul momento, Bone non dà troppa importanza a ciò che ha visto. I problemi nascono quando viene a sapere che in quel luogo e a quell'ora qualcuno si è sbarazzato del cadavere di una cheerleader alla stessa maniera: quelle che in un primo tempo erano parse mazze da golf ora sono diventate un paio di gambe. Naturalmente, il pensiero di presentarsi alla polizia manco sfiora Bone. Del resto, quale aiuto potrebbe mai dare? Dopotutto non ha scorto che una sagoma nera. Sfogliando un giornale, ha però l'inspiegabile impressione di riscontrare una qualche somiglianza tra il misterioso assassino e un magnate di passaggio a San Barbara. Stessa altezza, stessa corporatura. Le vaghissima similitudine si limita a questo. Ma qui entra in gioco Cutter, che per ragioni sue si convince e cerca di convincere l'amico che l'uomo in questione è proprio questo milionario del Missouri. Per Cutter, il riccone è l'incarnazione del malefico sistema che lo ha spedito in Vietnam per sacrificare pezzi del proprio corpo in una guerra inutile. «Non è mai il loro culo a finire in prima linea, ma il nostro, il mio» pensa il veterano cominciando ad architettare un piano per ricattare il magnate. Bone obietta che l'estorsione è un reato. «Pure l'omicidio lo è» replica laconico Cutter ormai deciso a fare giustizia a modo suo. Quel che segue è una convulsa serie di disavventure nel corso delle quali la strana coppia dimentica spesso e volentieri i suoi propositi per dedicarsi al sesso e all'alcol. Il tutto raccontato con un cinismo gravido di passione che finisce per rendere verosimile le situazioni più grottesche. Sul set di una crisi moraleSospeso tra due anime dell'America, quella del disperato edonismo californiano e quella degli Stati dell'entroterra più patriottici ma nascostamente inclini alla violenza, il romanzo di Thornburg rimane - a tre decenni dalla sua pubblicazione - uno dei migliori ritratti della profonda crisi morale in cui è precipitato il paese nel corso degli anni '70. Un libro misconosciuto che varrebbe la pena di leggere solo per la sorprendete frase finale. Ma c'è anche un altro motivo per cui ha senso riscoprirlo: un confronto a distanza con l'ultimo romanzo di Denis Johnson cui è stato recentemente assegnato il National Book Award, Tree of Smoke (Farrar, Straus and Giroux, pp. 614, $ 27). Johnson è un autore agli antipodi rispetto a Thornburg. Benché abbia talvolta sconfinato nel genere, è sempre stato considerato scrittore di alto rango, poco adatto al grande pubblico in quanto appartenente al quel filone che vede in Burroughs il suo maestro e nell'America dei derelitti e degli emarginati il suo argomento centrale. Per molto tempo si è parlato di lui come un'eterna promessa della letteratura, perché nonostante la sua produzione fosse sempre di ottima qualità, l'opera davvero significativa - il suo Great American Novel - faticava a venire alla luce. Ora che non è più giovanissimo, Denis Johnson ce l'ha finalmente fatta. Per mole, stile e ambizione, Tree of Smoke si muove ovviamente su piani lontani da quelli tutto sommato immediato della Strana vita di Cutter e Bone. Affronta però lo stesso argomento: la brutta America del Vietnam.Si parte dal giorno dell'assassinio di John F. Kennedy per arrivare al 1983. Un ventennio di storia per un romanzo la cui trama è difficile se non impossibile da riassumere. Personaggio principale è un certo William Sands detto «Skip», il quale non si risolve ad avere un'opinione definitiva su se stesso. A volte si immagina simile all'americano tranquillo dell'omonimo romanzo di Graham Greene, altre si vede invece come un americano schifoso. Come è facile intuire, vorrebbe però essere migliore di come si vede o si immagina. Gli piacerebbe essere un bravo americano, ma essendo un agente della Cia, di stanza prima nelle Filippine e poi in Vietnam, si ritrova fatalmente a recitare la parte del peggiore americano che si possa incontrare. E non gli è certo di aiuto il fatto di lavorare al fianco di suo zio, un «Colonnello» che ricorda da vicino tanto il Kurtz di Conrad quanto quello rivisitato da Francis Ford Coppola e Marlon Brando in Apocalypse Now. Come ogni Kurtz che si rispetti, il Colonnello di Denis Johnson è un rinnegato per il quale è un punto di merito tradire la fiducia dei propri superiori. Disprezza i burocrati di Washington e pertanto prende ordini solo da se stesso. I limiti che pone alle sue operazioni sono soltanto quelli della sua immaginazione. Seminare droghe psichedeliche nei tunnel nord-vietnamiti oppure spargere la voce che un qualche gruppo dissidente ha in mano un'arma nucleare e medita di farci saltare la casa di Ho Chi Minh. Tra lealtà e tradimentoL'idea di fondo è che «la guerra è per il novanta per cento mito», per cui tanto vale sfondare i limiti del reale, confondere il noto con l'inconoscibile, rivolgere tutto in sogno, in una ragnatela nebbiosa, quella dei rami dell'albero di fumo che dà il titolo del romanzo. Attorno a questo asse centrale Johnson racconta molte altre storie, le vite di persone che per varie strade vengono toccate, coinvolte e segnate dalle conseguenze di questa sporca guerra. Ritroviamo Bill Houston - protagonista di Angeli, splendido romanzo d'esordio dell'autore - e suo fratello James il quale scoprirà che lo stesso comportamento che in Vietnam gli è valso una medaglia, in America lo farà finire in carcere. Sul fronte opposto assistiamo alla complessa relazione, in perenne bilico tra lealtà e tradimento, fra Nguyen Hao, che fa il doppio gioco per gli americani e un suo vecchio amico vietcong.Seguiamo infine il percorso di colei che è un po' la chiave morale del romanzo, Kathy Jones, una donna che arriva nel sud-est asiatico come moglie di un missionario e se ne va perdendo la fede religiosa e non soltanto quella. La domanda che sorge spontanea è se c'era bisogno di un ulteriore libro su una guerra che è stata raccontata in tutte le salse e non di rado in modo magistrale. La risposta è sì, perché Denis Johnson usa il Vietnam per parlare dell'attuale coinvolgimento militare in Iraq. Ma soprattutto perché Tree of Smoke è semplicemente un romanzo di classica bellezza, uno fra i migliori che l'asfittica letteratura americana di questo decennio ci abbia regalato.
ilmanifesto.it
Tommaso Pincio
La letteratura di genere solo in apparenza è generosa con gli scrittori. In realtà, quel che dà se lo riprende, spesso con gli interessi. Poniamo il caso abbiate scritto un buon thriller - un thriller «spaventosamente riuscito», per citare le parole di una recensione più che favorevole apparsa recentemente su uno fra i più importanti quotidiani nazionali. Poniamo, poi, abbiate scritto anche qualcosa di più, «un'opera di alto livello» in assoluto, sempre per stare a quel che hanno detto i giornali. Poniamo inoltre che questo vostro romanzo venda assai bene e abbia pure la fortuna di essere portato sul grande schermo da un bravo regista che ne ricava una pellicola che, seppur non eccelsa, vedono in molti. Tutto lascerebbe presagire che il romanzo e voi in quanto autore sopravviviate decentemente all'oblio cui gran parte della letteratura di un certo tipo è fatalmente destinata. E invece no. Una sfida al genere giallo Newton Thornburg, che ai suoi tempi ha conosciuto il genere di successo appena descritto, trascorre oggi gli ultimi anni della propria esistenza in un ospizio di Seattle confidando esclusivamente su una pensione di invalidità. Un infarto lo ha costretto su una sedia a rotelle, la moglie se ne è andata da molto tempo, un figlio se l'è portato via l'alcolismo: il quadro è questo. Quanto alla sua fama di autore, si fa presto a testarla: alzi la mano chi ha letto un libro di Newton Thornburg o conosce anche solo il suo nome. Nel 1976 diede alle stampe La strana vita di Cutter e Bone (Fanucci, trad. Daniela Middioni, pp. 340, euro 16) da cui il regista Ivan Passer trasse un film interpretato da Jeff Bridges. Nonostante ciò, dopo qualche tempo il romanzo sparì dalla circolazione. È stato ripescato di recente grazie anche all'ammirazione di un altro scrittore, George Pelecanos, che lo colloca, insieme a L'ultimo bacio di James Crumley e Surf City di Kem Nunn, nel novero di quei romanzi che negli '70 si posero come «una sfida alla tradizione giallistica». In effetti è molto più di questo. Come ogni grande libro, La strana vita di Cutter e Bone è il ritratto dell'epoca che lo ha generato; nella fattispecie è uno dei migliori romanzi mai scritti sui postumi della grande ubriacatura da stupefacenti, amore libero, ribellione e pacifismo che mise in fibrillazione gli Stati Uniti sul finire degli anni '70. La scena prende infatti le mosse nel decennio successivo, più o meno in zona Watergate, quando, finita la festa, il paese versò in una crisi profonda, tanto economica che di valori. Luogo di partenza dell'azione: la fetta d'America che più di ogni altra ha incarnato quel sogno, la California. E siccome a pagare lo scotto sono quasi sempre gli sfigati, ecco una coppia di sgangherati protagonisti il cui squallido destino di pochissime prospettive e nessuna idealità pare scritto fin nel nome che portano: Cutter e Bone. Il primo è tornato dal Vietnam con un gamba e un braccio in meno e una consistente dose di amarezza e follia in più. Il secondo è invece un uomo di gradevole aspetto, diciamo pure avvenente. È però un mollaccione. Ha piantato baracca e burattini - vale a dire: moglie, figlie e un lavoro nel Minnesota - per venire a fare il gigolo dei poveri nella patria degli hippy e degli sciroccati in genere. Lo si vede dunque vagolare per le spiagge di Santa Barbara in cerca di donne a cui scroccare pranzo, cena e magari qualche soldo. Non ha grandi velleità. «Qualcosa accadrà. Qualcosa cambierà»: è la sua fatalistica filosofia di vita. Qualcosa infatti accade. Una notte il caso decide che Bone debba rincasare a piedi per essere testimone di uno fatto strano. Un uomo scende da un'auto e scarica in un cassonetto qualcosa che, nell'oscurità, pare essere un involto contenente mazze da golf. Fatto ciò, l'uomo risale in macchina e schizza via. La strana coppia in azioneSul momento, Bone non dà troppa importanza a ciò che ha visto. I problemi nascono quando viene a sapere che in quel luogo e a quell'ora qualcuno si è sbarazzato del cadavere di una cheerleader alla stessa maniera: quelle che in un primo tempo erano parse mazze da golf ora sono diventate un paio di gambe. Naturalmente, il pensiero di presentarsi alla polizia manco sfiora Bone. Del resto, quale aiuto potrebbe mai dare? Dopotutto non ha scorto che una sagoma nera. Sfogliando un giornale, ha però l'inspiegabile impressione di riscontrare una qualche somiglianza tra il misterioso assassino e un magnate di passaggio a San Barbara. Stessa altezza, stessa corporatura. Le vaghissima similitudine si limita a questo. Ma qui entra in gioco Cutter, che per ragioni sue si convince e cerca di convincere l'amico che l'uomo in questione è proprio questo milionario del Missouri. Per Cutter, il riccone è l'incarnazione del malefico sistema che lo ha spedito in Vietnam per sacrificare pezzi del proprio corpo in una guerra inutile. «Non è mai il loro culo a finire in prima linea, ma il nostro, il mio» pensa il veterano cominciando ad architettare un piano per ricattare il magnate. Bone obietta che l'estorsione è un reato. «Pure l'omicidio lo è» replica laconico Cutter ormai deciso a fare giustizia a modo suo. Quel che segue è una convulsa serie di disavventure nel corso delle quali la strana coppia dimentica spesso e volentieri i suoi propositi per dedicarsi al sesso e all'alcol. Il tutto raccontato con un cinismo gravido di passione che finisce per rendere verosimile le situazioni più grottesche. Sul set di una crisi moraleSospeso tra due anime dell'America, quella del disperato edonismo californiano e quella degli Stati dell'entroterra più patriottici ma nascostamente inclini alla violenza, il romanzo di Thornburg rimane - a tre decenni dalla sua pubblicazione - uno dei migliori ritratti della profonda crisi morale in cui è precipitato il paese nel corso degli anni '70. Un libro misconosciuto che varrebbe la pena di leggere solo per la sorprendete frase finale. Ma c'è anche un altro motivo per cui ha senso riscoprirlo: un confronto a distanza con l'ultimo romanzo di Denis Johnson cui è stato recentemente assegnato il National Book Award, Tree of Smoke (Farrar, Straus and Giroux, pp. 614, $ 27). Johnson è un autore agli antipodi rispetto a Thornburg. Benché abbia talvolta sconfinato nel genere, è sempre stato considerato scrittore di alto rango, poco adatto al grande pubblico in quanto appartenente al quel filone che vede in Burroughs il suo maestro e nell'America dei derelitti e degli emarginati il suo argomento centrale. Per molto tempo si è parlato di lui come un'eterna promessa della letteratura, perché nonostante la sua produzione fosse sempre di ottima qualità, l'opera davvero significativa - il suo Great American Novel - faticava a venire alla luce. Ora che non è più giovanissimo, Denis Johnson ce l'ha finalmente fatta. Per mole, stile e ambizione, Tree of Smoke si muove ovviamente su piani lontani da quelli tutto sommato immediato della Strana vita di Cutter e Bone. Affronta però lo stesso argomento: la brutta America del Vietnam.Si parte dal giorno dell'assassinio di John F. Kennedy per arrivare al 1983. Un ventennio di storia per un romanzo la cui trama è difficile se non impossibile da riassumere. Personaggio principale è un certo William Sands detto «Skip», il quale non si risolve ad avere un'opinione definitiva su se stesso. A volte si immagina simile all'americano tranquillo dell'omonimo romanzo di Graham Greene, altre si vede invece come un americano schifoso. Come è facile intuire, vorrebbe però essere migliore di come si vede o si immagina. Gli piacerebbe essere un bravo americano, ma essendo un agente della Cia, di stanza prima nelle Filippine e poi in Vietnam, si ritrova fatalmente a recitare la parte del peggiore americano che si possa incontrare. E non gli è certo di aiuto il fatto di lavorare al fianco di suo zio, un «Colonnello» che ricorda da vicino tanto il Kurtz di Conrad quanto quello rivisitato da Francis Ford Coppola e Marlon Brando in Apocalypse Now. Come ogni Kurtz che si rispetti, il Colonnello di Denis Johnson è un rinnegato per il quale è un punto di merito tradire la fiducia dei propri superiori. Disprezza i burocrati di Washington e pertanto prende ordini solo da se stesso. I limiti che pone alle sue operazioni sono soltanto quelli della sua immaginazione. Seminare droghe psichedeliche nei tunnel nord-vietnamiti oppure spargere la voce che un qualche gruppo dissidente ha in mano un'arma nucleare e medita di farci saltare la casa di Ho Chi Minh. Tra lealtà e tradimentoL'idea di fondo è che «la guerra è per il novanta per cento mito», per cui tanto vale sfondare i limiti del reale, confondere il noto con l'inconoscibile, rivolgere tutto in sogno, in una ragnatela nebbiosa, quella dei rami dell'albero di fumo che dà il titolo del romanzo. Attorno a questo asse centrale Johnson racconta molte altre storie, le vite di persone che per varie strade vengono toccate, coinvolte e segnate dalle conseguenze di questa sporca guerra. Ritroviamo Bill Houston - protagonista di Angeli, splendido romanzo d'esordio dell'autore - e suo fratello James il quale scoprirà che lo stesso comportamento che in Vietnam gli è valso una medaglia, in America lo farà finire in carcere. Sul fronte opposto assistiamo alla complessa relazione, in perenne bilico tra lealtà e tradimento, fra Nguyen Hao, che fa il doppio gioco per gli americani e un suo vecchio amico vietcong.Seguiamo infine il percorso di colei che è un po' la chiave morale del romanzo, Kathy Jones, una donna che arriva nel sud-est asiatico come moglie di un missionario e se ne va perdendo la fede religiosa e non soltanto quella. La domanda che sorge spontanea è se c'era bisogno di un ulteriore libro su una guerra che è stata raccontata in tutte le salse e non di rado in modo magistrale. La risposta è sì, perché Denis Johnson usa il Vietnam per parlare dell'attuale coinvolgimento militare in Iraq. Ma soprattutto perché Tree of Smoke è semplicemente un romanzo di classica bellezza, uno fra i migliori che l'asfittica letteratura americana di questo decennio ci abbia regalato.
ilmanifesto.it
1.11.07
L'esordio crudele di Sam Taylor
Un finale drammatico e imprevisto spezza l'idillio di quattro adolescenti, il cui esperimento di convivenza nella foresta dei Pirenei ricalca l'esempio del «Contratto» di Rousseau. Dalle parole dello stesso Taylor, gli indizi per risalire alla sua necessità di affogare nel sangue «La repubblica degli alberi», da poco uscito per Neri Pozza Bloom
Tommaso Pincio
Non è ancora un fenomeno di massa, tuttavia capita sempre più spesso di sentire di persone che emigrano lontano per la mera voglia di allontanarsi, tagliare i ponti con il mondo nel quale sono nate e vissute. Di gran lunga maggiore, ovviamente, è il numero di coloro che, pur non potendo passare a vie di fatto tanto radicali, vagheggiano comunque di mollare tutto. Auden diceva che «l'uomo ha bisogno di evadere, così come ha bisogno di cibo e sonno profondo». Lo diceva però in senso letterario, per spiegare quanto rinfrancante e indispensabile sia, per lo spirito, intrattenersi con storie immaginarie. Se però romanzi e film non bastano più la faccenda si complica. Decidere di vendere i propri beni e usare il ricavato per trasferirsi in qualche omologo della famosa «isola deserta» è il sintomo di una crisi. Significa che un ingrediente essenziale della società inizia a scarseggiare in misura preoccupante: il senso di vivere in una comunità.
Quando si giunge a un simile punto di rottura si dovrebbe allora smettere di parlare di fuga, per chiamare il problema con un termine più appropriato: rifiuto. Perché questo è il male insidioso che serpeggia da qualche tempo in Europa e che si manifesta in maniere varie e ambigue, a cominciare dalla cosiddetta antipolitica. Il rifiuto è diverso dall'evasione in quanto è più definitivo. Allo scontento e alla rabbia per lo stato di cose, il rifiuto somma una forte mancanza di fiducia, l'idea che la società sia a tal punto marcia da escludere la possibilità di un cambiamento in positivo. Storia vecchia, se vogliamo.
Due secoli e mezzo fa Jean-Jacques Rousseau mosse critiche morali a una società che ai suoi occhi appariva come il regno della falsità e della corruzione, un avvilente concentrato di vanità e sopraffazione. Era tuttavia convinto che certi mali non fossero il prodotto diretto della natura umana, bensì il risultato della disuguaglianza economica.
Propose anche un modello di convivenza alternativo nel quale gli individui potessero riacquistare la fiducia. E proprio al famoso contratto sociale di Rousseau si ispira la fuga dalla civiltà narrata nell'incantato quanto inquietante romanzo d'esordio dell'inglese Sam Taylor, La repubblica degli alberi (Neri Pozza Bloom, traduzione di Chiara Brovelli, pp. 283, euro 16).
All'alba di un giorno di giugno, poco prima dell'inizio delle vacanze, quattro adolescenti lasciano le case dove vivono, montano in sella a una bicicletta e puntano verso la foresta, decisi a impiantare una loro piccola utopia in mezzo agli alberi. Il tutto si svolge nei Pirenei perché - esattamente come l'autore - i personaggi del libro sono espatriati in Francia. I quattro si accampano in una casa diroccata e cintano il territorio circostante proclamandone l'indipendenza. Alex e Louis vanno a caccia di cibo. Isobel, sorella di Alex, prepara il caffé e si prende cura della dimora. Michael, il più giovane del gruppo nonché voce narrante, si arrampica sugli alberi come una scimmia perché è ancora un ragazzino per il quale parole come succhiotto, puttana e hashish sono suoni dal significato misterioso e bizzarro. Micheal attraversa però anche quella fase della vita in cui la consapevolezza del proprio corpo si arricchisce di nuove sensazioni. Mostra a Isobel un lago che ha appena scoperto e lei lo ricambia con un bacio. Massaggia innocentemente per ore la morbida pelle di Isobel e riceve in cambio altri favori. In breve, questa estate tra i boschi diventa sempre più calda per via della tensione sessuale. Contemporaneamente i ragazzi cominciano a giocare alla Rivoluzione francese, costruiscono una ghigliottina di fortuna con la quale giustiziano papere innocenti. Com'è facile immaginare, sarà proprio il sesso a trasformare la finzione in tremenda realtà. A rompere il fragile equilibrio della repubblica tra i boschi sarà l'irruzione nel gruppo di un quinto elemento, una ragazza che a dispetto del suo nome, Joy, porterà gelosia e sete di vendetta facendo annegare l'utopia in un bagno di sangue. Il tutto ricorda naturalmente Il signore delle mosche di William Golding ma regala comunque pagine di rinfrescante bellezza. Qualche problema si presenta nel momento fatidico della catarsi che, seppure in parte prevedibile, coglie il lettore un po' impreparato per il modo brusco e sfilacciato nel quale si dispiega, rischiando di togliere credibilità a una storia che finora aveva galleggiato mirabilmente in un limbo da favola.
A tale proposito, viene in soccorso lo stesso autore. In un lungo articolo comparso su un quotidiano inglese, Sam Taylor ha ripercorso in lungo e in largo la travagliata genesi del romanzo, rivelando di avere sempre vissuto con la testa tra le nuvole e che il suo sogno di ragazzo era quello di trasferirsi in un paese straniero e scrivere un romanzo. A venticinque anni si ritrovò invece padre di famiglia rassegnandosi a una grigia esistenza da pendolare. Finché un giorno il cartello di un'agenzia immobiliare gli offrì su un piatto d'argento la soluzione per mollare il lavoro e una città che gli piacevano sempre meno: poteva vendere la casa nello squallido sobborgo in cui era relegato e trasferirsi con la famiglia in una remota zona rurale della Francia meridionale, nei pressi dei Pirenei. Lì i suoi avrebbero tirato avanti arrangiandosi, mentre lui si sarebbe dedicato al sogno di sempre. La stesura del romanzo non fu un letto di rose. Nei momenti più difficili gli veniva però in soccorso l'impossibilità di tornare indietro.
Lunga e tormentata fu anche la strada per trovare un editore. Ma per venire al terrificante finale che si abbatte quasi senza ragione sull'atmosfera idillica del libro, Taylor lo spiega così: in un bel giorno d'estate il più piccolo dei suoi figli rischiò di annegare in una piscina. «Quella terrificante immagine della testa che spunta come un'isola di capelli biondi nel blu placido dell'acqua è marchiata a fuoco nella mia mente» - racconta. «È come un monito continuo, un simbolo...l'orrore che si nasconde dietro ogni attimo di felicità e lo intensifica».
ilmanifesto.it del 31 ottobre 2007
Quando si giunge a un simile punto di rottura si dovrebbe allora smettere di parlare di fuga, per chiamare il problema con un termine più appropriato: rifiuto. Perché questo è il male insidioso che serpeggia da qualche tempo in Europa e che si manifesta in maniere varie e ambigue, a cominciare dalla cosiddetta antipolitica. Il rifiuto è diverso dall'evasione in quanto è più definitivo. Allo scontento e alla rabbia per lo stato di cose, il rifiuto somma una forte mancanza di fiducia, l'idea che la società sia a tal punto marcia da escludere la possibilità di un cambiamento in positivo. Storia vecchia, se vogliamo.
Due secoli e mezzo fa Jean-Jacques Rousseau mosse critiche morali a una società che ai suoi occhi appariva come il regno della falsità e della corruzione, un avvilente concentrato di vanità e sopraffazione. Era tuttavia convinto che certi mali non fossero il prodotto diretto della natura umana, bensì il risultato della disuguaglianza economica.
Propose anche un modello di convivenza alternativo nel quale gli individui potessero riacquistare la fiducia. E proprio al famoso contratto sociale di Rousseau si ispira la fuga dalla civiltà narrata nell'incantato quanto inquietante romanzo d'esordio dell'inglese Sam Taylor, La repubblica degli alberi (Neri Pozza Bloom, traduzione di Chiara Brovelli, pp. 283, euro 16).
All'alba di un giorno di giugno, poco prima dell'inizio delle vacanze, quattro adolescenti lasciano le case dove vivono, montano in sella a una bicicletta e puntano verso la foresta, decisi a impiantare una loro piccola utopia in mezzo agli alberi. Il tutto si svolge nei Pirenei perché - esattamente come l'autore - i personaggi del libro sono espatriati in Francia. I quattro si accampano in una casa diroccata e cintano il territorio circostante proclamandone l'indipendenza. Alex e Louis vanno a caccia di cibo. Isobel, sorella di Alex, prepara il caffé e si prende cura della dimora. Michael, il più giovane del gruppo nonché voce narrante, si arrampica sugli alberi come una scimmia perché è ancora un ragazzino per il quale parole come succhiotto, puttana e hashish sono suoni dal significato misterioso e bizzarro. Micheal attraversa però anche quella fase della vita in cui la consapevolezza del proprio corpo si arricchisce di nuove sensazioni. Mostra a Isobel un lago che ha appena scoperto e lei lo ricambia con un bacio. Massaggia innocentemente per ore la morbida pelle di Isobel e riceve in cambio altri favori. In breve, questa estate tra i boschi diventa sempre più calda per via della tensione sessuale. Contemporaneamente i ragazzi cominciano a giocare alla Rivoluzione francese, costruiscono una ghigliottina di fortuna con la quale giustiziano papere innocenti. Com'è facile immaginare, sarà proprio il sesso a trasformare la finzione in tremenda realtà. A rompere il fragile equilibrio della repubblica tra i boschi sarà l'irruzione nel gruppo di un quinto elemento, una ragazza che a dispetto del suo nome, Joy, porterà gelosia e sete di vendetta facendo annegare l'utopia in un bagno di sangue. Il tutto ricorda naturalmente Il signore delle mosche di William Golding ma regala comunque pagine di rinfrescante bellezza. Qualche problema si presenta nel momento fatidico della catarsi che, seppure in parte prevedibile, coglie il lettore un po' impreparato per il modo brusco e sfilacciato nel quale si dispiega, rischiando di togliere credibilità a una storia che finora aveva galleggiato mirabilmente in un limbo da favola.
A tale proposito, viene in soccorso lo stesso autore. In un lungo articolo comparso su un quotidiano inglese, Sam Taylor ha ripercorso in lungo e in largo la travagliata genesi del romanzo, rivelando di avere sempre vissuto con la testa tra le nuvole e che il suo sogno di ragazzo era quello di trasferirsi in un paese straniero e scrivere un romanzo. A venticinque anni si ritrovò invece padre di famiglia rassegnandosi a una grigia esistenza da pendolare. Finché un giorno il cartello di un'agenzia immobiliare gli offrì su un piatto d'argento la soluzione per mollare il lavoro e una città che gli piacevano sempre meno: poteva vendere la casa nello squallido sobborgo in cui era relegato e trasferirsi con la famiglia in una remota zona rurale della Francia meridionale, nei pressi dei Pirenei. Lì i suoi avrebbero tirato avanti arrangiandosi, mentre lui si sarebbe dedicato al sogno di sempre. La stesura del romanzo non fu un letto di rose. Nei momenti più difficili gli veniva però in soccorso l'impossibilità di tornare indietro.
Lunga e tormentata fu anche la strada per trovare un editore. Ma per venire al terrificante finale che si abbatte quasi senza ragione sull'atmosfera idillica del libro, Taylor lo spiega così: in un bel giorno d'estate il più piccolo dei suoi figli rischiò di annegare in una piscina. «Quella terrificante immagine della testa che spunta come un'isola di capelli biondi nel blu placido dell'acqua è marchiata a fuoco nella mia mente» - racconta. «È come un monito continuo, un simbolo...l'orrore che si nasconde dietro ogni attimo di felicità e lo intensifica».
ilmanifesto.it del 31 ottobre 2007
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