di Roberto Perotti e Luigi Zingales, Il Sole 24 ore
La reazione dei mercati purtroppo ci ha dato ragione: l'Italia ha bisogno di misure radicali e credibili. La nostra proposta (avanzata sul Sole 24 Ore di sabato 9 luglio) di azzerare subito il disavanzo è stata criticata su due aspetti: non pensa alla crescita e non è fattibile. È vero esattamente l'opposto.
Le liberalizzazioni invocate da tanti sono necessarie e benvenute, ma hanno effetti incerti e richiedono tempo. A nostro avviso rilanciare la crescita richiede interventi draconiani che cambino l'equilibrio di rassegnazione in cui vive il Paese. Oggi i giovani migliori vanno all'estero perché in Italia non vedono un futuro, sono scoraggiati dal clientelismo e parassitismo alimentati dall'enorme sottobosco al confine tra economia e politica. Se la politica del rigore di bilancio pulisce questo sottobosco, elimina la fonte delle rendite politiche, e dà un segnale di una svolta politica e morale, allora non solo non riduce la crescita economica, ma l'aumenta.
Per riuscire in questo doppio intento non bastano manovre marginali, come 10 euro di ticket medico in alcune regioni e per alcune prestazioni, o buone intenzioni come la lotta all'evasione. Queste misure, pur non prive di effetti, non sono comprensibili o credibili all'estero e non danno un segnale di svolta al Paese. Ci vogliono misure radicali. Per essere concreti, e senza la pretesa di essere esaustivi per il poco tempo a disposizione, proviamo ad abbozzare una serie di proposte di questo tipo, che raccolgano anche i 60 miliardi necessari per il pareggio di bilancio.
1 Privatizzazioni per almeno 140 miliardi con un risparmio di circa 5 miliardi di interessi l'anno.
Abbiamo fatto un rapido calcolo di quanto si potrebbe ricavare dalla privatizzazione delle maggiori aziende: Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Fintecna, Cassa depositi e prestiti, Rai. Queste privatizzazioni (e quelle di molte altre partecipate) non solo ridurrebbero la spesa per interessi, ma darebbero un segnale molto forte ai mercati e agli italiani, e toglierebbero il terreno sotto i piedi al clientelismo, all'inefficienza e alla corruzione. Per accelerare queste privatizzazioni lo stato può conferire le sue proprietà in uno o più fondi privati che gli pagherebbero immediatamente l'80% del valore stimato (finanziandosi con debito), pagando poi il resto a vendite avvenute.
2 Esproprio della moderna manomorta: per 50 miliardi con un risparmio di circa 2 miliardi di interessi l'anno.
Quando volle rilanciare l'economia del Piemonte Cavour espropriò la manomorta ecclesiastica: non solo per questioni di bilancio, ma perché le proprietà della chiesa venivano gestite male e frenavano la crescita
economica. Le fondazioni bancarie sono la manomorta dei nostri tempi. È una proprietà dei contribuenti che fu appropriata dai politici con la legge Amato, e che oggi è fonte di prebende e di influenza politica sotto il mantello della funzione sociale. Riappropriarsi di quei patrimoni rivendendoli per diminuire il debito pubblico non aiuterebbe solo il bilancio dello Stato, ma libererebbe la vita economica dell'intermediazione politica.
3 Privatizzazioni delle municipalizzate per 30 miliardi con un risparmio di circa 1 miliardo di interessi l'anno.
Il Tesoro stima in 100 miliardi il valore di libro delle attività delle aziende municipalizzate. Tenendo conto dei debiti e di un possibile sconto di mercato stimiamo che si possano raccogliere circa 30 miliardi. Ovviamente queste privatizzazioni necessitano di regolamenti per evitare l'abuso del potere di mercato di cui alcune di queste imprese godono.
4 Riduzione dei costi della politica: circa 8 miliardi.
Vi sono molte stime sui risparmi dall'abolizione delle province; usiamo una cifra prudente, e diciamo 3 miliardi. Secondo il Sole 24 Ore di lunedì scorso i costi dei cda delle partecipate, delle auto blu, degli enti intermedi e delle consulenze esterne ammontano in totale a 7,5 miliardi. Questa spesa può essere sicuramente dimezzata senza alcun effetto negativo (anzi, probabilmente con un effetto positivo) sull'efficienza del l'amministrazione pubblica. Il costo complessivo di Camera e Senato è di 1,7 miliardi all'anno. Dimezzando il numero di deputati e senatori (portandolo così vicino alla media europea) e i vitalizi per ex deputati e senatori si risparmiano circa 900 milioni. Anche questa operazione non colpisce alcuna categoria a rischio di emarginazione sociale, e ha effetti positivi sulla crescita, perché innalza la qualità e la competenza dei deputati e senatori rimanenti.
5 Taglio di sussidi e agevolazioni alle imprese: 5 miliardi.
È difficilissimo ricostruire il flusso di sussidi e agevolazioni alle imprese. Una stima prudente è di circa 7 miliardi, ma possono essere molti di più, a seconda dei criteri di calcolo. La stragrande maggioranza sono inutili o dannosi, perché anestetizzano lo spirito d'impresa, inducendo a specializzarsi nell'ottenere sussidi e agevolazioni, invece che a produrre ed innovare, e sono una fonte infinita di corruzione, di diatribe politiche, di progetti inutili, e di frodi vere e proprie.
6 Eliminazione dei progetti faraonici ed inutili: 3 miliardi.
Una delle principali cause del dissesto greco è stata l'Olimpiade di Atene, fonte di corruzione e sprechi. La crisi è un'ottima occasione per ridimensionare alcuni grandi progetti inutili. Una moratoria sulle grandi opere, che consenta solo la manutenzione delle opere già esistenti, di cui invece c'è molto bisogno, porterebbe a un risparmio annuale difficilmente quantificabile: usiamo una cifra prudente e diciamo 3 miliardi.
7 Taglio delle pensioni inique e altri interventi sulle pensioni: 6 miliardi.
Accanto alle tante pensioni vicino al minimo, vi sono circa un milione 600mila pensioni oltre i duemila euro al mese, per un importo di oltre 60 miliardi. Alcune di queste sono totalmente sproporzionate ai contributi versati in passato, e non c'è nessuna ragione né morale né di equità per mantenerle al livello attuale. Da un taglio medio del 5% si possono ricavare 3 miliardi. Insieme con un innalzamento immediato dell'età pensionabile delle donne a 65 anni e con l'indicizzazione al Pil come avviene in Svezia e come proposto da Tito Boeri e Agar Brugiavini su www.lavoce.info, si potrebbe produrre un risparmio da quantificare esattamente, ma diciamo almeno 6 miliardi (le pensioni totali sono 250 miliardi, oltre il 15% del Pil; se non si può ridurre questa voce del 2%, che rigore è?).
8 Taglio degli stipendi pubblici più alti: 5 miliardi.
La seconda voce del bilancio pubblico è il monte salari, 173 miliardi, l'11% del Pil. Grecia, Spagna e Irlanda li hanno ridotti; anche noi possiamo fare altrettanto. Da una riduzione media del 3% (ogni ente pubblico può decidere se da minore impiego o minori salari), dolorosa ma non tragica, possiamo ottenere 5 miliardi.
9 Aumento delle rette universitarie: 3 miliardi.
L'università oggi è quasi gratuita, ma è frequentata soprattutto dai ricchi; i poveri finanziano dunque la laurea dei ricchi. Non c'è motivo per cui chi può permetterselo non paghi l'investimento più redditizio della vita, magari scegliendo tra pagare subito oppure un prestito da restituire in base al reddito conseguito dopo la laurea.
10 Addizionale Irpef.
Con queste misure si risparmiano circa 38 miliardi non riducendo la crescita, ma rivitalizzandola. Restano ancora 22 miliardi (meno dell'1,5% del Pil) da reperire con maggiori entrate. Qui non abbiamo una preferenza specifica. Ovviamente un'intensificazione della lotta all'evasione aiuterebbe, ma sappiamo per esperienza che i risultati richiedono tempo e sono incerti. Una possibilità è un'addizionale Irpef restituibile in caso di successo nella lotta all'evasione: ogni euro recuperato all'evasione viene restituito pro quota a chi ha pagato l'addizionale. Questo ha due vantaggi: è una tassa visibile, per cui i cittadini vorranno sapere che i loro soldi vengono usati bene; e crea un forte incentivo politico a fare sul serio la lotta all'evasione.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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13.7.11
14.8.09
Ora fa paura l'inflazione
"Il rimbalzo dei mercati c'è, ma non sono ottimista per l'Europa, anche perché sarà difficile bilanciare il sostegno alla ripresa è il rischio di scatenare l'inflazione." Parola di Luigi Zingales, economista e docente all'Università di Chicago.
Per cominciare, è davvero possibile fare previsioni in una fase come questa, oppure tutti, Bce inclusa, tirano a indovinare?
«È un momento complicato, ma alcuni sintomi sono chiari. C'è un rimbalzo dovuto anche a motivi tecnici, cioè al fatto che nei mesi del massimo pessimismo le imprese hanno tagliato molto i magazzini e adesso devono riprendere l'attività. Poi, le Borse sono molto ottimiste, e questo diffonde ottimismo anche all'economia reale».
La Borse sono ottimiste a ragion veduta? O è una nuova bolla?
«Sono ottimiste perché si era temuta una crisi lunga e profonda, ma più il tempo passa e più c'è la sensazione che l'apocalisse sia stata evitata. I mercati finanziari anticipano sempre la ripresa, e ora c'è tanta liquidità facile, tassi zero. Ma ci sono elementi di rischio. I tassi così anormalmente bassi potrebbero essere illusori. Dopo la crisi del 2000-2001 Greenspan tenne giù i tassi troppo a lungo, per non compromettere la ripresa, e così gonfiò la bolla immobiliare. Adesso la Bce fa bene ad avvertire che dovrà ritirare la liquidità, al momento giusto, per evitare l'inflazione».
È un problema solo per l'Europa?
«No anzi, potrebbe essere anche peggio per l'America, che ha immesso molta più liquidità. Però l'America ha, in parte, esportato la sua recessione nel resto del mondo e questo sarà un problema soprattutto per l'Europa. Prima, gli americani sostenevano l'economia mondiale con i loro consumi privati, compravano auto tedesche, vestiti italiani eccetera. Adesso i consumi privati sono crollati e al loro posto l'economia Usa è sostenuta dai consumi pubblici che però non vanno a sostegno delI'export europeo. Soprattuttola Germania, forte esportatrice, ne sarà colpita. I Paesi emergenti stanno sostenendo la domanda globale ma non credo che questo sia sufficiente per l'Europa».
E' stato risolto qualche problema di fondo, o siamo pronti a ricaderci?
«Non è stato fatto assolutamente niente. Anche nell'Amministrazione Obama non c'è volontà di cambiare. Abbiamo visto che nel sistema c'è carenza di controlli ex ante (non ex post, a disastri avvenuti). Ma le istituzioni finanziarie hanno un potere di ricatto enorme e lo utilizzano per far pressione sulla politica e non cambiare niente».
[Lui. GRA.]
Per cominciare, è davvero possibile fare previsioni in una fase come questa, oppure tutti, Bce inclusa, tirano a indovinare?
«È un momento complicato, ma alcuni sintomi sono chiari. C'è un rimbalzo dovuto anche a motivi tecnici, cioè al fatto che nei mesi del massimo pessimismo le imprese hanno tagliato molto i magazzini e adesso devono riprendere l'attività. Poi, le Borse sono molto ottimiste, e questo diffonde ottimismo anche all'economia reale».
La Borse sono ottimiste a ragion veduta? O è una nuova bolla?
«Sono ottimiste perché si era temuta una crisi lunga e profonda, ma più il tempo passa e più c'è la sensazione che l'apocalisse sia stata evitata. I mercati finanziari anticipano sempre la ripresa, e ora c'è tanta liquidità facile, tassi zero. Ma ci sono elementi di rischio. I tassi così anormalmente bassi potrebbero essere illusori. Dopo la crisi del 2000-2001 Greenspan tenne giù i tassi troppo a lungo, per non compromettere la ripresa, e così gonfiò la bolla immobiliare. Adesso la Bce fa bene ad avvertire che dovrà ritirare la liquidità, al momento giusto, per evitare l'inflazione».
È un problema solo per l'Europa?
«No anzi, potrebbe essere anche peggio per l'America, che ha immesso molta più liquidità. Però l'America ha, in parte, esportato la sua recessione nel resto del mondo e questo sarà un problema soprattutto per l'Europa. Prima, gli americani sostenevano l'economia mondiale con i loro consumi privati, compravano auto tedesche, vestiti italiani eccetera. Adesso i consumi privati sono crollati e al loro posto l'economia Usa è sostenuta dai consumi pubblici che però non vanno a sostegno delI'export europeo. Soprattuttola Germania, forte esportatrice, ne sarà colpita. I Paesi emergenti stanno sostenendo la domanda globale ma non credo che questo sia sufficiente per l'Europa».
E' stato risolto qualche problema di fondo, o siamo pronti a ricaderci?
«Non è stato fatto assolutamente niente. Anche nell'Amministrazione Obama non c'è volontà di cambiare. Abbiamo visto che nel sistema c'è carenza di controlli ex ante (non ex post, a disastri avvenuti). Ma le istituzioni finanziarie hanno un potere di ricatto enorme e lo utilizzano per far pressione sulla politica e non cambiare niente».
[Lui. GRA.]
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30.1.09
La tribù dei capi carismatici
Spinelli, Zagrebelsky e Zingales discutono sulla legalità: un dibattito organizzato da Micromega su la Repubblica, 30 gennaio 2009
Con le recenti inchieste che hanno coinvolto esponenti politici di rilievo del centro-sinistra è tornata prepotentemente di attualità nel nostro paese la cosiddetta "questione morale".
GUSTAVO ZAGREBELSKY - Prima di entrare nel vivo della discussione, desidero fare una premessa. In generale, nell’affrontare questi problemi, dobbiamo tenere conto della circostanza che la politica - da sempre, ab immemorabili - è un impasto potremmo dire di idealismi e di bassure, di idealismi e corruzione. Lo è forse intrinsecamente; quindi pensare che si possa avere una politica totalmente libera da corruzione rappresenta un caso di moralismo essenzialmente antipolitico. Da questa constatazione, però, non deriva che la corruzione debba essere accettata passivamente, anche perché, oltre un certo limite, essa è destinata a minare dall’interno il regime entro il quale si diffonde. Nel nostro caso, il regime democratico. Questa premessa mi pare necessaria. La corruzione politica non è uno scandalo "di sistema". Diventa invece uno scandalo "del sistema" se si diffonde fino al punto da diventare una sua regola costitutiva e da essere accettata come tale, senza che si manifestino reazioni o, peggio, che si manifestino reazioni non nei confronti della corruzione e di coloro che ne sono autori, ma nei confronti di coloro che la mettono a nudo, la denunciano, cercano di colpirla. Qui c’è una prima domanda alla quale dobbiamo tutti una risposta, quale che sia la nostra posizione nella società e nelle istituzioni: nel nostro paese, la corruzione la si combatte o la si copre?
Secondo punto. Si ritorna a parlare di "questione morale", ma siamo tutti d’accordo nell’intendere che cosa sia la "morale" nella questione morale? Non ne sono sicuro. Inutile dire che vi sono concezioni della morale quante sono le visioni del mondo e, per restare al nostro tema, quante sono le visioni della politica. La corruzione è una questione di contraddizione tra concezione della politica e azione politica. Se cambia la concezione della politica, azioni che in una concezione sono perfettamente "morali" possono non esserlo più, e viceversa. C’è una morale politica comune, ora, qui, nel nostro paese? Guardiamo i fatti: i medesimi comportamenti, presso gli uni, provocano riprovazione; presso gli altri, nessuna riprovazione, anzi talora consenso. Ad esempio: la confusione del privato nel pubblico e del pubblico nel privato per alcuni è una gravissima prova di disprezzo delle istituzioni; per altri, è una benefica forma di modernizzazione, sburocratizzazione, perfino avvicinamento delle istituzioni e della politica alla gente. Chi è "morale" e chi "immorale"? Dipende dai punti di vista. Se i punti di vista sono lontani, il discorso sulla necessità di una vita pubblica ripulita dalla corruzione - una questione che dovrebbe unire, nel nome di un interesse comune, superiore a quello delle parti - diventa semplicemente un’occasione, un pretesto per scambiarsi accuse. In conclusione: ciò che dovrebbe essere ripristinata è la visione comune, l’idea del vivere insieme. Come si può fare appello alla morale in un paese in cui l’evasione fiscale, uno dei comportamenti eticamente più condannabili secondo un’etica repubblicana, sia accettata addirittura come esercizio di un diritto o manifestazione di furbizia?
BARBARA SPINELLI - Partirei da quanto ha detto il professor Zagrebelsky a proposito della politica, che è sempre un impasto di idealismo e bassezze o di idealismo e forme di corruzione. È vero che il potere è qualche cosa che naturalmente corrompe. Come diceva lord Acton, "il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente". È un dato di fatto. Nella storia del liberalismo - prima ancora che cominciasse l’esperienza della democrazia - si è guardata in faccia questa realtà e da qui hanno avuto origine tutte le teorie del potere che va limitato o controbilanciato. Montesquieu dice l’essenziale quando afferma: "Perché non ci sia abuso di potere occorre che il potere fermi il potere": che cioè ci siano istituzioni, organismi che facciano da contrappeso. Da qui è nata poi la separazione dei poteri, e da qui è nato anche il quarto potere, quello della stampa, che è un altro potere chiamato ad arginare il potere.
Più avanti avremo modo di parlare di che cosa sia la morale in politica: sono convinta anch’io che essa sia la questione centrale nell’Italia contemporanea. Eugenio Scalfari ha spiegato d’altronde come lo sia quasi da principio, nella sua storia. La cornice fondamentale che impone un comportamento corretto in politica è però costituita sempre dalla possibilità che il potere fermi il potere. Solo la separazione dei poteri può garantire che la corruzione venga fermata, proprio perché il potere tende intrinsecamente a farsi assoluto e dunque a corrompere assolutamente, andando verso la crescente occupazione dello spazio pubblico da parte di singoli soggetti come i partiti, gli interessi particolari, e chiunque non abbia come obiettivo il bene comune o lo Stato, ma la promozione del proprio vantaggio e del proprio bene parziale. Chiunque parli di questione morale - o di giustizia che funzioni - in questo momento storico, nell’Italia di oggi, deve ormai preoccuparsi quasi sempre di spiegare che non è un moralista, che non è un giustizialista; così come deve sistematicamente spiegare, se difende la laicità, che non è un laicista. In questo momento, chi domanda comportamenti eticamente corretti in politica si trova in una posizione difensiva.
LUIGI ZINGALES - Tutto quello che è stato detto finora mi sembra giustissimo. Però prima ancora di una questione morale, io parlerei di una questione legale in Italia, che non interessa solo la politica ma anche il mondo degli affari. In Italia il delitto paga, e paga molto. Tanzi è stato condannato, però non si sa se andrà mai in galera, anzi è probabile che non farà nemmeno un anno di galera nella sua vita. Fiorani è in Sardegna che si diverte, fa la bella vita. In Italia praticamente nessuno va in galera qualsiasi cosa faccia. O meglio, in galera ci vanno solo i poveracci, perché non hanno un buon avvocato e non sanno tirare a lungo le cose.
ZAGREBELSKY - Naturalmente questione morale e questione legale sono strettamente legate. La legge è pur sempre un riflesso di un modo di concepire la vita sociale, secondo un punto di vista che è denso di contenuto etico, che rinvia a un’idea di vita buona, anche se è la legge più permissiva, più liberale del mondo. La libertà comporta un’etica della libertà. Ma in Italia la corruzione politico-amministrativa - e con questa alludo alla corruzione dei meccanismi della pubblica amministrazione come l’alterazione delle gare pubbliche, la compravendita di provvedimenti della pubblica autorità, insomma a tutti quei reati che hanno come vittime non singole persone concrete, ma la società nel suo complesso - viene considerata molto poco grave. Quando il soggetto passivo è "il pubblico", la coscienza etica si affievolisce. Sembra che ci sia un’idea pervasiva, che ha corrotto le nostre coscienze, secondo la quale ciò che è di tutti - ciò che è pubblico - per questo è di nessuno, non merita di essere difeso, può essere oggetto di spoliazione privata. E così da noi chi viene preso con le "mani nel sacco" sa di aver fatto, in fondo, ciò che molti altri, se ne avessero la possibilità, farebbero. Molte denunce, molte iniziative giudiziarie sono in realtà poco più che un omaggio ipocrita alla virtù. Ma basta lasciar passare un poco di tempo e tutto ritornerà come prima, anzi, in certi casi, peggio di prima. Quanti casi sapremmo indicare di persone incappate in "incidenti" giudiziari che ne sono usciti, in un modo o in un altro, rafforzati negli ambienti in cui operavano e continuano poi a operare?
Nel nostro paese i crimini dei "colletti bianchi" - come si diceva una volta - sono sostanzialmente impunibili, perché tra condoni, indulti, norme che accorciano i termini di prescrizione eccetera, è praticamente impossibile arrivare a sentenze di condanna e poi all’esecuzione delle sentenze. E questa, secondo me, non è causa di corruzione, ma conseguenza di un certo modo di vedere le cose, quando di mezzo c’è "solo" l’interesse pubblico. Ritorno al mio chiodo fisso: quando parliamo di morale, forse fra noi tre c’è un certo accordo sul modo di concepirla, ma nel nostro paese?
Barbara Spinelli faceva riferimento alla grande idea di Montesquieu del potere che arresta il potere, radicata nella convinzione che il potere è, in sé, corruttivo. Il potere corrotto, per Montesquieu, è quello troppo forte, smodato. I regimi sani, per lui, sono i regimi moderati. Ma questa è una, una soltanto, concezione della buona politica, una concezione liberale. Oggi hanno preso piede idee e pratiche politiche che Max Weber avrebbe definito carismatiche. Il capo carismatico, quello al quale i suoi adepti affidano fideisticamente le proprie sorti e dal quale si attendono tutto il bene possibile, non sa che farsi dei limiti, dei contropoteri eccetera. Li considera degli impacci, delle forme di corruzione del potere ch’egli vuole forte perché grande è l’attesa che gli adepti ripongono nel loro salvatore. Ecco, ancora una volta, la relatività dei punti di vista. Perfino l’imbroglio, la corruzione, il furto, il delitto, si giustificano quando la causa è grande e i leader carismatici non si accontentano di una piccola politica: vogliono il potere di fare tutto perché i fini che sbandierano sono grandi, storici, epocali, perché i nemici contro cui combattere sono potenti, pericolosi, subdoli. Perfino il "bossismo", la caricatura del regime carismatico (bossismo non nel senso di Bossi, ma del potere del "boss"), ha bisogno di ideali per giustificarsi e per giustificare l’uso spregiudicato di ogni mezzo possibile.
Nel nostro paese le reazioni all’illegalità sono così diverse proprio perché diverse sono le concezioni delle relazioni politiche e sociali alle quali - consciamente o inconsciamente - ci si ispira. Se si vuole, con una semplificazione, per l’una "il fine non giustifica i mezzi", mentre per l’altra, altrettanto classica, "il fine giustifica i mezzi".
La Repubblica (eddyburg)
Con le recenti inchieste che hanno coinvolto esponenti politici di rilievo del centro-sinistra è tornata prepotentemente di attualità nel nostro paese la cosiddetta "questione morale".
GUSTAVO ZAGREBELSKY - Prima di entrare nel vivo della discussione, desidero fare una premessa. In generale, nell’affrontare questi problemi, dobbiamo tenere conto della circostanza che la politica - da sempre, ab immemorabili - è un impasto potremmo dire di idealismi e di bassure, di idealismi e corruzione. Lo è forse intrinsecamente; quindi pensare che si possa avere una politica totalmente libera da corruzione rappresenta un caso di moralismo essenzialmente antipolitico. Da questa constatazione, però, non deriva che la corruzione debba essere accettata passivamente, anche perché, oltre un certo limite, essa è destinata a minare dall’interno il regime entro il quale si diffonde. Nel nostro caso, il regime democratico. Questa premessa mi pare necessaria. La corruzione politica non è uno scandalo "di sistema". Diventa invece uno scandalo "del sistema" se si diffonde fino al punto da diventare una sua regola costitutiva e da essere accettata come tale, senza che si manifestino reazioni o, peggio, che si manifestino reazioni non nei confronti della corruzione e di coloro che ne sono autori, ma nei confronti di coloro che la mettono a nudo, la denunciano, cercano di colpirla. Qui c’è una prima domanda alla quale dobbiamo tutti una risposta, quale che sia la nostra posizione nella società e nelle istituzioni: nel nostro paese, la corruzione la si combatte o la si copre?
Secondo punto. Si ritorna a parlare di "questione morale", ma siamo tutti d’accordo nell’intendere che cosa sia la "morale" nella questione morale? Non ne sono sicuro. Inutile dire che vi sono concezioni della morale quante sono le visioni del mondo e, per restare al nostro tema, quante sono le visioni della politica. La corruzione è una questione di contraddizione tra concezione della politica e azione politica. Se cambia la concezione della politica, azioni che in una concezione sono perfettamente "morali" possono non esserlo più, e viceversa. C’è una morale politica comune, ora, qui, nel nostro paese? Guardiamo i fatti: i medesimi comportamenti, presso gli uni, provocano riprovazione; presso gli altri, nessuna riprovazione, anzi talora consenso. Ad esempio: la confusione del privato nel pubblico e del pubblico nel privato per alcuni è una gravissima prova di disprezzo delle istituzioni; per altri, è una benefica forma di modernizzazione, sburocratizzazione, perfino avvicinamento delle istituzioni e della politica alla gente. Chi è "morale" e chi "immorale"? Dipende dai punti di vista. Se i punti di vista sono lontani, il discorso sulla necessità di una vita pubblica ripulita dalla corruzione - una questione che dovrebbe unire, nel nome di un interesse comune, superiore a quello delle parti - diventa semplicemente un’occasione, un pretesto per scambiarsi accuse. In conclusione: ciò che dovrebbe essere ripristinata è la visione comune, l’idea del vivere insieme. Come si può fare appello alla morale in un paese in cui l’evasione fiscale, uno dei comportamenti eticamente più condannabili secondo un’etica repubblicana, sia accettata addirittura come esercizio di un diritto o manifestazione di furbizia?
BARBARA SPINELLI - Partirei da quanto ha detto il professor Zagrebelsky a proposito della politica, che è sempre un impasto di idealismo e bassezze o di idealismo e forme di corruzione. È vero che il potere è qualche cosa che naturalmente corrompe. Come diceva lord Acton, "il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente". È un dato di fatto. Nella storia del liberalismo - prima ancora che cominciasse l’esperienza della democrazia - si è guardata in faccia questa realtà e da qui hanno avuto origine tutte le teorie del potere che va limitato o controbilanciato. Montesquieu dice l’essenziale quando afferma: "Perché non ci sia abuso di potere occorre che il potere fermi il potere": che cioè ci siano istituzioni, organismi che facciano da contrappeso. Da qui è nata poi la separazione dei poteri, e da qui è nato anche il quarto potere, quello della stampa, che è un altro potere chiamato ad arginare il potere.
Più avanti avremo modo di parlare di che cosa sia la morale in politica: sono convinta anch’io che essa sia la questione centrale nell’Italia contemporanea. Eugenio Scalfari ha spiegato d’altronde come lo sia quasi da principio, nella sua storia. La cornice fondamentale che impone un comportamento corretto in politica è però costituita sempre dalla possibilità che il potere fermi il potere. Solo la separazione dei poteri può garantire che la corruzione venga fermata, proprio perché il potere tende intrinsecamente a farsi assoluto e dunque a corrompere assolutamente, andando verso la crescente occupazione dello spazio pubblico da parte di singoli soggetti come i partiti, gli interessi particolari, e chiunque non abbia come obiettivo il bene comune o lo Stato, ma la promozione del proprio vantaggio e del proprio bene parziale. Chiunque parli di questione morale - o di giustizia che funzioni - in questo momento storico, nell’Italia di oggi, deve ormai preoccuparsi quasi sempre di spiegare che non è un moralista, che non è un giustizialista; così come deve sistematicamente spiegare, se difende la laicità, che non è un laicista. In questo momento, chi domanda comportamenti eticamente corretti in politica si trova in una posizione difensiva.
LUIGI ZINGALES - Tutto quello che è stato detto finora mi sembra giustissimo. Però prima ancora di una questione morale, io parlerei di una questione legale in Italia, che non interessa solo la politica ma anche il mondo degli affari. In Italia il delitto paga, e paga molto. Tanzi è stato condannato, però non si sa se andrà mai in galera, anzi è probabile che non farà nemmeno un anno di galera nella sua vita. Fiorani è in Sardegna che si diverte, fa la bella vita. In Italia praticamente nessuno va in galera qualsiasi cosa faccia. O meglio, in galera ci vanno solo i poveracci, perché non hanno un buon avvocato e non sanno tirare a lungo le cose.
ZAGREBELSKY - Naturalmente questione morale e questione legale sono strettamente legate. La legge è pur sempre un riflesso di un modo di concepire la vita sociale, secondo un punto di vista che è denso di contenuto etico, che rinvia a un’idea di vita buona, anche se è la legge più permissiva, più liberale del mondo. La libertà comporta un’etica della libertà. Ma in Italia la corruzione politico-amministrativa - e con questa alludo alla corruzione dei meccanismi della pubblica amministrazione come l’alterazione delle gare pubbliche, la compravendita di provvedimenti della pubblica autorità, insomma a tutti quei reati che hanno come vittime non singole persone concrete, ma la società nel suo complesso - viene considerata molto poco grave. Quando il soggetto passivo è "il pubblico", la coscienza etica si affievolisce. Sembra che ci sia un’idea pervasiva, che ha corrotto le nostre coscienze, secondo la quale ciò che è di tutti - ciò che è pubblico - per questo è di nessuno, non merita di essere difeso, può essere oggetto di spoliazione privata. E così da noi chi viene preso con le "mani nel sacco" sa di aver fatto, in fondo, ciò che molti altri, se ne avessero la possibilità, farebbero. Molte denunce, molte iniziative giudiziarie sono in realtà poco più che un omaggio ipocrita alla virtù. Ma basta lasciar passare un poco di tempo e tutto ritornerà come prima, anzi, in certi casi, peggio di prima. Quanti casi sapremmo indicare di persone incappate in "incidenti" giudiziari che ne sono usciti, in un modo o in un altro, rafforzati negli ambienti in cui operavano e continuano poi a operare?
Nel nostro paese i crimini dei "colletti bianchi" - come si diceva una volta - sono sostanzialmente impunibili, perché tra condoni, indulti, norme che accorciano i termini di prescrizione eccetera, è praticamente impossibile arrivare a sentenze di condanna e poi all’esecuzione delle sentenze. E questa, secondo me, non è causa di corruzione, ma conseguenza di un certo modo di vedere le cose, quando di mezzo c’è "solo" l’interesse pubblico. Ritorno al mio chiodo fisso: quando parliamo di morale, forse fra noi tre c’è un certo accordo sul modo di concepirla, ma nel nostro paese?
Barbara Spinelli faceva riferimento alla grande idea di Montesquieu del potere che arresta il potere, radicata nella convinzione che il potere è, in sé, corruttivo. Il potere corrotto, per Montesquieu, è quello troppo forte, smodato. I regimi sani, per lui, sono i regimi moderati. Ma questa è una, una soltanto, concezione della buona politica, una concezione liberale. Oggi hanno preso piede idee e pratiche politiche che Max Weber avrebbe definito carismatiche. Il capo carismatico, quello al quale i suoi adepti affidano fideisticamente le proprie sorti e dal quale si attendono tutto il bene possibile, non sa che farsi dei limiti, dei contropoteri eccetera. Li considera degli impacci, delle forme di corruzione del potere ch’egli vuole forte perché grande è l’attesa che gli adepti ripongono nel loro salvatore. Ecco, ancora una volta, la relatività dei punti di vista. Perfino l’imbroglio, la corruzione, il furto, il delitto, si giustificano quando la causa è grande e i leader carismatici non si accontentano di una piccola politica: vogliono il potere di fare tutto perché i fini che sbandierano sono grandi, storici, epocali, perché i nemici contro cui combattere sono potenti, pericolosi, subdoli. Perfino il "bossismo", la caricatura del regime carismatico (bossismo non nel senso di Bossi, ma del potere del "boss"), ha bisogno di ideali per giustificarsi e per giustificare l’uso spregiudicato di ogni mezzo possibile.
Nel nostro paese le reazioni all’illegalità sono così diverse proprio perché diverse sono le concezioni delle relazioni politiche e sociali alle quali - consciamente o inconsciamente - ci si ispira. Se si vuole, con una semplificazione, per l’una "il fine non giustifica i mezzi", mentre per l’altra, altrettanto classica, "il fine giustifica i mezzi".
La Repubblica (eddyburg)
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