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7.1.09

Le cinque maggiori menzogne sull’assalto di Israele a Gaza

di Jeremy R. Hammond* - Foreign Policy Journal

Menzogna numero 1. Israele sta solo colpendo legittimamente siti militari e sta cercando di proteggere vite innocenti. Israele non colpisce mai civili.
La Striscia di Gaza è una delle aree più densamente popolate al mondo. La presenza di militanti fra la popolazione civile non impedisce, secondo il diritto internazionale, che tale popolazione goda del suo status protetto; pertanto ogni assalto alla popolazione dietro la pretesa di colpire i militanti è, di fatto, un crimine di guerra.
Inoltre le persone che Israele rivendica come obiettivi legittimi sono membri di Hamas, che Israele sostiene sia un’organizzazione terroristica. Hamas è reponsabile per aver lanciato razzi in Israele. Tali razzi sono estremamente imprecisi e perciò, quand’anche Hamas intendesse colpire obiettivi militari in Israele, sono indiscriminati per natura. Quando i razzi lanciati da Gaza uccidono civili israeliani, questo è un crimine di guerra.
Hamas ha un’ala militare. Tuttavia non è interamente un’organizzazione militare ma politica. Membri di Hamas sono i rappresentanti democraticamente eletti del popolo palestinese. Decine di questi leader eletti sono stati rapiti e detenuti nelle prigioni israeliane senza capi d’accusa. Altri sono stati vittime di assassinii, come Nizar Rayan, funzionario di vertice di Hamas. Per uccidere Rayan Israele ha colpito un edificio di civili abitazioni. L’attacco non uccise solo Rayan ma anche due delle sue mogli e quattro dei suoi bambini, insieme ad altri sei. Non esiste nel diritto internazionale giustificazione per un tale attacco. Questo è un crimine di guerra.
Altri bombardamenti da parte di Israele su obiettivi dallo status protetto secondo il diritto internazionale includono una moschea, una prigione, stazioni di polizia ed un’università, oltre a civili abitazioni.
Inoltre Israele ha a lungo tenuto Gaza sotto assedio, permettendo l’accesso solo al minimo degli aiuti umanitari. Israele bombarda e uccide civili palestinesi. Innumerevoli altri sono feriti e non possono ricevere cure mediche. Gli ospedali alimentati da generatori hanno poco o nulla carburante. I medici non hanno adeguata strumentazione o farmaci per assistere i feriti.
Anche queste persone sono le vittime della strategia di Israele puntata non su Hamas o legittimi obiettivi militari ma direttamente concepita per punire la popolazione civile.

Menzogna numero 2. Hamas ha violato il cessate il fuoco. Il bombardamento israeliano è una risposta al lancio di razzi palestinesi ed è destinato a mettere fine a detti attacchi di razzi.
Israele non ha mai rispettato il cessate il fuoco. Sin dall’inizio ha definito una “zona speciale di sicurezza” dentro la Striscia di Gaza ed ha annunciato che i palestinesi che fossero entrati in questa zona sarebbero stati colpiti. In altre parole, Israele ha annunciato le sue intenzioni: i soldati israeliani avrebbero sparato a contadini ed altri individui che avessero tentato di raggiungere la propria terra in diretta violazione non solo del cessate il fuoco ma anche del diritto internazionale.
Nonostante alcuni episodi con spari, inclusi quelli in cui alcuni palestinesi sono rimasti feriti, Hamas ha comunque mantenuto il cessate il fuoco dal momento in cui è entrato in vigore il 19 giugno fino a quando Israele ha effettivamente rotto la tregua il 4 novembre, giorno in cui lanciò il raid aereo a Gaza che uccise cinque persone e ne ferì parecchie altre. La violazione di Israele del cessate il fuoco avrebbe prevedibilmente dato luogo ad una ritorsione da parte di militanti di Gaza che hanno sparato razzi su Israele come risposta. L’aumentata sequenza di lancio di razzi alla fine di dicembre è stata usata come giustificazione per il continuo bombardamento da parte di Israele, ma è la diretta risposta dei militanti agli attacchi di Israele.
Era prevedibile che le azioni di Israele, inclusa la sua violazione del cessate il fuoco, avrebbe dato luogo ad un’escalation degli attacchi con lancio di razzi contro la sua stessa popolazione.

Menzogna numero 3. Hamas sta usando scudi umani: ciò costituisce un crimine di guerra.
Non c’è prova che Hamas abbia usato scudi umani. Il fatto è che, come detto sopra, Gaza è un piccolo pezzo di terra densamente popolato. Israele ingaggia indiscriminate azioni di guerra come l’assassinio di Nizar Rayan, nel quale anche membri della sua famiglia sono stati uccisi. Sono le vittime come quei bambini uccisi che Israele nella sua propaganda definisce come “scudi umani”. Non c’è legittimità per questa interpretazione secondo il diritto internazionale. In circostanze come queste, Hamas non sta usando scudi umani, Israele sta compiendo crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra ed altre leggi internazionali in vigore.

Menzogna numero 4. I paesi arabi non hanno condannato le azioni di Israele perché comprendono le ragioni dell’assalto di Israele.
Le popolazioni di tali nazioni arabe si sentono oltraggiate dalle azioni di Israele e dai loro stessi governi per non aver condannato l’assalto di Israele e non essersi date da fare per mettere fine alla violenza. Più semplicemente i governi arabi non rappresentano le loro rispettive popolazioni. Le popolazioni dei paesi arabi hanno inscenato proteste di massa in opposizione non solo alle azioni di Israele ma anche all’inazione dei loro stessi governi e a quella che loro vedono come compiacenza o complicità verso i crimini di Israele. Inoltre il rifiuto dei paesi arabi di intraprendere azioni che andassero in aiuto ai palestinesi non è dovuto al fatto che siano d’accordo con l’operato di Israele ma perché sono sottomesse alla volontà degli Usa che sostengono pienamente Israele. L’Egitto, ad esempio, che ha rifiutato di aprire il valico per permettere ai palestinesi feriti negli attacchi di ricevere cure mediche negli ospedali egiziani, dipende pesantemente dall’aiuto statunitense, ed è stato largamente criticato dalle stesse popolazioni dei paesi arabi per quello che viene considerato un assoluto tradimento dei palestinesi di Gaza.
Persino il presidente palestinese Mahmoud Abbas è stato giudicato un traditore del suo stesso popolo per avere accusato Hamas delle sofferenze della gente di Gaza. I palestinesi sono pure ben consci dei precedenti atti di Abbas, percepiti come tradimenti, il quale tramò con Israele e con gli Usa per mettere fuori gioco il governo democraticamente eletto di Hamas, cosa che culminò in un contro-rovesciamento da parte di Hamas che espulse Fatah (l’ala militare dell’Autorità Palestinese di Abbas) dalla Striscia di Gaza. Benché l’obiettivo apparente fosse indebolire Hamas e rafforzare la propria posizione, i palestinesi ed altri arabi nel Medio Oriente sono così oltraggiati da Abbas che è improbabile che egli possa essere in grado di governare efficacemente.

Menzogna numero 5. Israele non è responsabile delle morti dei civili giacché ha avvertito i palestinesi di Gaza di sgombrare le aree che potevano essere colpite.
Israele reclama di aver inviato messaggi via radio e per telefono ai residenti di Gaza avvisandoli di sfollare in vista degli imminenti bombardamenti. Ma il popolo di Gaza non ha dove sfollare. Sono intrappolati dentro la Striscia di Gaza. È a causa del piano di Israele che non possono scappare oltre il confine. È a causa del piano di Israele che non hanno cibo, acqua, energia con cui sopravvivere. È a causa del piano di Israele che gli ospedali di Gaza non hanno elettricità e hanno scarse forniture mediche con le quali poter prendersi cura dei feriti e salvare vite. E Israele ha bombardato vaste aree di Gaza, colpendo infrastrutture civili ed altri siti che godono dello status protetto secondo il diritto internazionale. Non ci sono luoghi sicuri dentro la Striscia di Gaza.

Traduzione di Paolo Maccioni - Megachip

Link articolo originale:
http://www.foreignpolicyjournal.com/articles/2009/01/03/hammond_top-5-lies-about-israels-assault-on-gaza.html

* Jeremy R. Hammond, laureato in Scienze della Comunicazione, è titolare ed editorialista del “Foreign Policy Journal” pubblicazione online dedicata all’analisi critica delle politiche estere Usa con particolare attenzione al Medioriente. Hammond è autore di numerosissimi articoli ripresi sia da testate mainstream che da portali di informazione alternativa.

megachip.it

2.1.09

Dondolando verso un Olocausto Palestinese. Un'intervista con Richard Falk

Qualche giorno fa, le autorità israeliane hanno espulso il professor Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, che era entrato nel paese per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, occupate da Israele. Il collaboratore di Electronic Intifada Victor Kattan ha intervistato Falk sui motivi che stanno dietro la sua espulsione, sul paragone che egli ha fatto tra il trattamento dei palestinesi da parte di Israele e i crimini nazisti compiuti durante la seconda guerra mondiale, sul suo duplice ruolo di accademico e di sostenitore dei diritti umani, e su come i difensori di Israele stornano l’attenzione da quello che sta succedendo nei territori, attaccando i critici della politica israeliana.

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton e membro del Foro di New York. Attualmente è professore ospite di Studi Internazionali all’Università Santa Barbara in California. Dal Marzo del 2008 è Relatore Speciale per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati alle Nazioni Unite. Falk è autore di oltre 20 libri di diritto internazionale e ha fatto parte della commissione d’inchiesta MacBride sulle atrocità commesse a Beirut nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, come pure della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse in seguito alla seconda intifada palestinese del Settembre del 2001. Il suo ultimo libro, Achieving Human Rights [Ottenere i diritti umani] è stato pubblicato da Routledge nell’Ottobre del 2008.

Victor Kattan: Lei è stato recentemente espulso dal governo israeliano quando è atterrato all’aeroporto Ben Gurion nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, anche se ai due assistenti che viaggiavano con lei era stato concesso il visto per entrare nel paese, e nonostante il fatto che il ministero degli esteri israeliano avesse ricevuto in anticipo una copia del suo itinerario di viaggio, che includeva un incontro con il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Per quale motivo, secondo lei, è stato recluso per 20 ore e poi espulso?

Richard Falk: Naturalmente posso solo indovinare le motivazioni israeliane. La rappresentante del Ministero dell’Interno all’aeroporto ha insistito che stava semplicemente eseguendo un’ordine del ministero degli esteri di impedirmi l’ingresso. Ma questo non spiega perché non sono stati fatti sforzi per informare di ciò in anticipo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. A mio parere, Israele voleva darmi una lezione per le mie precedenti critiche, e soprattutto, mandare alle Nazioni Unite il messaggio che Israele non ha intenzione di collaborare con un loro rappresentante che sia sgradito al governo. Naturalmente, il vero significato della mia esperienza riguarda il presunto diritto di uno stato membro a stabilire chi può rappresentare le Nazioni Unite nel valutare i comportamenti contestati. Se Israele avrà successo, questo costituirà un malaugurato precedente, e per questa ragione resisterò alla tentazione di dimettermi e lavorerò duro per essere un efficace Relatore Speciale, nonostante l’incresciosa impossibilità di visitare i territori palestinesi sotto occupazione.

VK: Nel Giugno del 2007, lei ha scritto un articolo intitolato “Dondolando verso un Olocausto Palestinese”. Nell’articolo, ha posto la domanda seguente: “E’ un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con il vituperato record nazista di atrocità collettiva?”. Lei ha risposto affermando: “Non penso. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo così vivido l’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre un’intera comunità umana a delle condizioni di crudeltà estrema, potenzialmente mortali. Il suggerimento che questo schema di comportamento è un olocausto in via di formazione rappresenta un appello disperato ai governi della comunità internazionale e all’opinione pubblica affinchè si agisca con urgenza per impedire che le tendenze genocide attualmente in corso si risolvano in una tragedia collettiva. Se l’etica di una “responsabilità di proteggere”, recentemente adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base dell’”Intervento umanitario” dovesse mai venire applicata, allora è questo il momento di agire, per iniziare a proteggere il popolo di Gaza da ulteriori pene e sofferenze”.

Si rammarica di avere scritto queste parole? Se no, perché no?

RF: Questa per me è una domanda complicata. Ho scritto queste parole prima di essere nominato Relatore Speciale, come un cittadino impegnato che era profondamente preoccupato dal fatto che la situazione disperata del milione e mezzo di palestinesi di Gaza è ignorata dalle elite internazionali. Sentivo all’epoca che si trattava di una catastrofe umanitaria tuttora in corso, e che poteva trasformarsi in qualunque momento in una tragedia di proporzioni massime, a causa della fame e delle malattie. Retrospettivamente, penso adesso che sia stato innopportuno associare esplicitamente queste preoccupazioni, che rimangono forti come prima, all’esperienza storica degli ebrei nell’Olocausto. Di fatto, [tale associazione] è finita in mano agli apologeti delle tattiche israeliane di occupazione per spostare il dibattito dal dramma palestinese alle implicazioni incendiarie del collegamento con gli eventi dell’era nazista. Questo rientra nello schema più ampio, da parte di Israele, di spostare il dibattito dalla realtà dell’occupazione alla presunta colpa di quelli che parlano di tale realtà. Io insisto che la misurazione della colpa si dovrebbe basare sulla verità o la falsità di quello che viene riferito, e questo è il dibattito che auspico. In via di principio, mi rammarico anche che il mio collegamento tra la situazione di Gaza e le memorie naziste sia stata dannoso per molte persone, e abbia facilitato una diversione dal mio obbiettivo di richiamare l’attenzione sulla situazione di Gaza. Ho cercato di evitare di usare questo tipo di retorica nelle mie osservazioni successive sulla realtà palestinese, ma sottolinerei che la condizione di fondo di massiccia punizione collettiva dell’intera popolazione civile palestinese è una realtà ancora in corso, ed è nello stesso tempo immorale e illegale.

VK: Alcuni esperti di diritto internazionale considerano l’erudizione accademica e il sostegno ai diritti umani reciprocamente incompatibili: dicono che non si può essere seri studiosi e nello stesso tempo degli attivisti. Lei ritiene, come eminente esperto americano di diritto internazionale, con un lungo e rinomato curriculum accademico, e di militanza per i diritti umani per quasi mezzo secolo – che include, tra le altre cose, l’opposizione alla guerra in Vietnam, all’apartheid in Sudafrica, all’industria delle armi nucleari, all’invasione da parte di Israele del Libano e alla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, come pure all’intervento della Nato in Kosovo, e all’invasione dell’Iraq del 2003 – che gli esperti di diritto internazionale dovrebbero parlare più spesso? E’ possibile essere un serio studioso di diritto internazionale e un attivista dei diritti umani?

RF: Questa è una domanda importante, che ho ponderato nel corso della mia carriera. Come ho detto in precedenza, la vera misura sia dell’erudizione che dell’impegno civile è la veridicità e l’esattezza, ed io ho sempre cercato di essere obbiettivo in questo senso basilare. Credo che tutti abbiamo identità multiple e che sia perfettamente coerente essere uno studioso che scrive e parla per un pubblico accademico e un cittadino impegnato che agisce allo stesso modo per il pubblico normale. In un certo senso, si tratta di tradurre una forma di comunicazione nell’altra. Credo che sia un contributo importante alla vitalità della società democratica avere il beneficio delle opinioni di un accademico specialista. Nello stesso tempo credo che in una classe sia essenziale, per il professore, essere ricettivo verso i punti di vista che lo contraddicono, e io ho sempre cercato di comportarmi così. Ho scherzosamente sottolineato che tra i miei studenti di Princeton vi sono stati Richard Perle e David Petraeus, il che prova che non indottrino i miei studenti, ma fortunatamente neppure loro riescono a convertirmi ai loro punti di vista. Quello che conta, alla fine, è la convinzione dell’importanza della discussione informata sulle questioni politiche importanti del giorno, sia che riguardi gli studenti, che gli studiosi, che i cittadini.

VK: John Dugard, il suo predecessore come Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ha paragonato la situazione nei Territori Palestinesi Occupati con l’apartheid. Lei ha fatto parte della squadra di giuristi per i casi dell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), a nome dell’Etiopia, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, negli anni ’60. Sebbene tale corte, in una controversa decisione, decise che l’Etiopia e la Liberia non avevano “nessun diritto o interesse legale di loro pertinenza “ concernente l’illegalità dell’occupazione della Namibia da parte del Sudafrica, lei non vede nessuna somiglianza tra la politica di Pretoria del Grande Apartheid nell’Africa meridionale e quello che sta succedendo oggi nei territori palestinesi? In caso affermativo, quali lezioni possono trarre i palestinesi dal movimento anti-apartheid nel mettere in luce le ingiustizie dell’occupazione da parte di Israele – che dura da quattro decenni - di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza? C’è un ruolo per il diritto internazionale?

RF: Sì, il mio background comprende una serie decisamente profonda di incontri con la realtà dell’apartheid in Sudafrica. Non molto tempo dopo il mio incarico nel caso davanti alla Corte Internazionale andai in Sudafrica, nel 1968, come osservatore ufficiale a nome della Commissione Internazionale di Giuristi per un importante processo politico tenuto a Pretoria. Mentre stavo in quel paese ebbi per diverse settimane l’opportunità di visitare (illegalmente) le misere città africane, per combinazione in compagnia di John Dugard. Questo mi aiutò ad apprezzare alcuni aspetti delle condizioni politiche estreme che sono importanti per capire la lotta palestinese. All’epoca venni colpito dalla sincera incapacità, da parte dei sudafricani bianchi “civili”, di capire la miseria e l’umiliazione del sistema dell’apartheid, sebbene facesse parte delle loro immediate vicinanze. La politica della negazione faceva sì che un outsider come me poteva “vedere” questa realtà più chiaramente di molti “insider”. Questo mi ricorda una frase di un pacifista israeliano: “La Cisgiordania è più lontana da Israele della Tailandia”. Per la mia esperienza, Gaza è addirittura più lontana. Ho esitato a trarre un’analogia tra il Sudafrica dell’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: non volevo una seconda controversia a causa del mio linguaggio provocatorio. Allo stesso tempo vi sono alcuni aspetti istruttivi della vittoriosa lotta sudafricana che potrebbero essere importanti per i palestinesi.

Prima di tutto, un campo cruciale della battaglia è quello di stabilire la natura illegale, e persino criminale, dell’ordine dominante, e di iniziare perciò una battaglia per far leva sui cuori e sulle menti dei popoli del mondo. Gli Stati Uniti e l’Europa sono teatri particolarmente importanti per questa battaglia. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja può essere d’aiuto nello stabilire la legittimità delle richieste di cambiamento. E’ utile ricordare che in quattro occasioni, l’ICJ è stata chiamata a pronunciarsi sull’apartheid del Sudafrica, e sebbene questi verdetti giudiziari non abbiano ottenuto risultati immediati, hanno contribuito a screditare il regime dell’apartheid. In secondo luogo, il luogo della battaglia è sia esterno che interno, e la possibilità di diventare padroni della situazione rispetto alla legittimità delle richieste si deciderà probabilmente fuori della Cisgiordania e di Gaza, e i campi di battaglia più importanti saranno Israele e gli Stati Uniti. In terzo luogo, non bisogna giudicare le prospettive di successo della parte oppressa dall’attuale equilibrio apparente delle forze. Una forza oppressiva apparirà probabilmente onnipotente fino a quando non sarà sull’orlo del crollo. E’ importante continuare la battaglia, nonostante le frustrazioni e le delusioni, basandoci sulla fede ultima nel trionfo della giustizia.

VK: Molti esperti di diritto internazionale hanno paura di criticare apertamente il governo israeliano per le sue violazioni dei diritti umani perché ritengono di poter essere colpiti nelle loro future prospettive di lavoro, per paura di essere definiti antisemiti o ebrei “che odiano sé stessi”. Come ebreo americano, cosa le ha dato la forza di esprimere le sue convinzioni per così tanti anni nonostante gli attacchi alla sua persona? Ha dei rimpianti? E se potesse tornare indietro, farebbe tutto di nuovo? Che consiglio darebbe ad altre persone sottoposte ad attacchi simili?

RF: Un aspetto increscioso di questo dibattito sulla politica di Israele verso i palestinesi è che sono state usate tattiche diffamatorie. Sono diventato sempre più il bersaglio di questi attacchi, e mi consolo a pensare che sia un segno di una certa influenza e di una certa efficacia. Alan Dershowitz, il famigerato professore di legge di Harvard, ha scritto sui miei viaggi recenti un articolo diffamatorio che inizia paragonandomi a David Duke, la cui fama è legata al Ku Klux Klan, e a Ahmadinejad, e suggerendo che sono un analogo venditore di odio. Questa ostilità irresponsabile è la parte spiacevole del mio ruolo controverso e delle opinioni da me espresse, e sfortunatamente riceve un peso sproporzionato da parte di una cultura mediatica che spesso considera l’odio e gli attacchi personali velenosi più convincenti, e di certo più meritevoli di attenzione, delle prove e del ragionamento. Ma non ho rimpianti. La mia integrità e la mia autostima sono profondamente legate alla mia identificazione, che dura da una vita, con gli oppressi, e alla mia convinzione che se l’umanità vorrà rifiorire in futuro, è essenziale che i forti rispettino la legge, a livello globale, come i deboli. Attualmente, abbiamo un diritto globale che non tratta gli eguali in modo eguale; i deboli vengono ritenuti responsabili, mentre i forti godono dell’impunità. Questo equivale ad una legge senza giustizia, suscitando accuse di ipocrisia e di doppio metro di giudizio. Il mio lavoro, come studioso e come cittadino impegnato, è stato dedicato a promuovere la causa di una giustizia globale basata su un ordine di legalità che impari a trattare gli eguali in modo eguale, sia che si tratti di stati che di individui.

Per quanto concerne il mio essere ebreo, questa è la mia identità. Credo che questa dedizione alla giustizia sia espressa al meglio dai profeti del Vecchio Testamento, ed è il contributo più duraturo della tradizione ebraica alla conoscenza umana e all’esercizio dell’etica. Ho avuto il privilegio, come studente universitario, di studiare Martin Buber, il grande filosofo ebreo, e di ascoltarlo mentre teneva una serie di conferenze all’Haverford College. Il suo messaggio è rimasto con me e mi risuona dentro ancora oggi. Con questo background riesco difficilmente a capire le accuse di “ebreo che odia sé stesso”, o di essere considerato in qualche modo “antisemita”. Rispondo a questi attacchi contro la mia credibilità sottolineando che non mi sento mai antiamericano quando critico la politica estera del governo americano. E’ una tattica incresciosa utilizzata da molti sionisti, quella di equiparare ogni critica allo stato di Israele o alla sua politica all’antisemitismo. Secondo me, questo atteggiamento è profondamente antidemocratico, e minaccia di trasformare il “cittadino” in un “suddito”. Credo che la misura di un buon senso della cittadinanza sia la coscienza, non l’obbedienza. Per tutte queste ragioni, non ho rimpianti, e sebbene non sia stato prudente, dal punto di vista del carrierismo, rifarei tutto di nuovo senza la minima esitazione. In sostanza, non potrei fare altro!

Victor Kattan è un tutor del Centre for International Studies and Diplomacy alla School of Oriental and African Studies di Londra, dove insegna diritto internazionale agli studenti universitari. Il suo libro, From Coexistence to Conquest: International Law and the Origins of the Arab-Israeli Conflict 1891-1949, verrà pubblicato da Pluto Books nel Giugno del 2009. Victor è il curatore di The Palestine Question in International Law, che è stato pubblicato dal British Institute of International and Comparative Law nel Maggio del 2008 e che ospita una serie di articoli di eminenti studiosi di diritto internazionale sul conflitto israelo-palestinese.

Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:http://electronicintifada.net/v2/article10051.shtml

ariannaeditrice.it

31.12.08

Diario da Gaza, mappa dell'inferno

Jabilia, Bet Hanun, Rafah, Gaza City, le tappe della mia personale mappa per l'inferno. Checchè vadano ripetendo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani, e ripetuti a pappagallo in Europa e Usa dai professionisti della disinformazione, sono stato testimone oculare in questi giorni di bombardamenti di moschee, scuole, università, ospedali, mercati, e decine e decine di edifici civili.
Il direttore medico dell'ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenenti dell'IDF, l'esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all'istante l'ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all'impazzata, semplicemente perchè al porto e attorno non c'è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su di un cimitero dopo un terremoto.
La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perchè appartenenti a fazioni differenti, in un corpo unico.
Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri di quota state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di hamas o fatah esposte sui davanzali, non hanno ripensamenti esplosivi neanche se sei italiano. Non esistono operazioni militari chirurgiche, quando si mette a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirugiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullate alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito susseguente in attesa di una trasfusione. All' ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato.
Per questa ragione, esausti più che dalle notti insonni, dall'immobilismo e dall'omertà dei governi occidentali , così complici dei crimini d'Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaco, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 am di questa mattina. Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo una avaria ai motori e una falla nello scavo. Per puro caso l'equipaggio e i passeggeri sono ancora tutti vivi, e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.
Sempre più frustrati dall'assordante silenzio del mondo "civile", i miei amici ci riproveranno presto. Hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno ricaricati su di un'altra pronta alla partenza alla volta di Gaza. Certi che la volontà criminale di Israele nel calpestare diritti umani e leggi internazionali non sarà mai forte come la nostra determinazione nella difesa di questi stessi diritti e uomini.
Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi è la causa di questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche. Lunghe file ai pochi panettieri con ancora le serrande semiaperte, 40-50 persone che si accapigliano per accappararsi l'ultima pagnotta. Uno di questi panettieri, Ahmed, è un mio amico, e mi ha confidato il suo terrore degli ultimi giorni. Più che per le bombe, teme per gli assalti al forni. Dinnanzi al suo, si sono già verificate risse. Fino a poco tempo fa c'era la polizia a mantenere l'ordine pubblico, specie dinnanzi alle panetterie, ora non si vede più un poliziotto in divisa in tutta Gaza. Si sono nascosti, alcuni. Gli alti stanno tutti sepolti sotto due metri di terra, amici miei compresi.
A Jabilia ancora strage di bambini, due sorelline di Haya e Laama Hamdan, di 4 e 10 anni, colpite e uccise da una bomba israeliana mentre guidavano un carretto trainato da un asino, in strada as-Sekka, a Jabalia.
Mohammad Rujailah nostro collaboratore dell'ISM, ha scattato una foto che più di un fermoimmagine, è una storia, è la rivelazione di ciò che tragico viviamo intensamente ogni minuto, contandoci ogni ora, perdendo amici, fratelli, familiari. Carriarmati, caccia, droni, elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all'epoca di Gesù Cristo.
Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti.
Israele ha trasformato gli ospedali e gli obitori palestinesi in fabbriche di angeli,
non rendendosi conto dell'odio che fomenta non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.
Le fabbriche degli angeli sono in produzione a ciclo continuo anche questa sera, lo avverto dai fragori delle esplosioni che avverto fuori dalle mie finestre.
Quei corpici smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine, è perchè voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, a chi non ha mia avuto un fiato di voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
Restiamo umani.
Vittorio Arrigoni
attivista per i diritti umani
ilmanifesto