Nadia Urbinati (La Repubblica)
Cittadini si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss’altro perché, quando si tratta di decidere sull’appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come “nascere” e “diventare” sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici.
La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo. Gli Stati Uniti danno un’idea della radicalità di questo principio se interpretato come diritto del singolo. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di “regalare” al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono “clandestini”. Neppure la Francia, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto— tanto rispettoso dei diritti della singola persona.
L’interpretazione di “nascita” e “acquisizione” della cittadinanza è come si vede tutt’altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall’esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello ius sanguinis: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.
Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C’è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell’eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia.
Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l’attestato della quinta elementare? La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo” per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all’assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un “alloggio idoneo”. Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l’altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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15.10.15
3.12.05
LAVORO & WELFARE - Modello danese? Meglio la «flexicurity»
ANDREA FUMAGALLI
Dopo l'intervento di Prodi, l'articolo di Giavazzi sul Corriere della Sera , la risposta di Galapagos su il manifesto del 29 novembre 2005, il modello nordico di regolazione sociale del mercato del lavoro sembra tornato in auge nel dibattito programmatico del centro-sinistra. Si è parlato di modello danese, si è fatto riferimento a quello olandese e a quello svedese; si tratta di tre casi fra loro differenti, ma in parte accomunati da un'unica parola: flex-security, neologismo inglese che potremmo tradurre «flessibilità in sicurezza». Esso deriva dal flexibility and security act (denominato flex-security act), in vigore in Olanda dal 1° gennaio 1999, e dai richiami, molto vaghi, che sono stati fatti negli atti della Commissione europea che hanno accompagnato una serie di summit sino all'ultimo di Lisbona. In tale ambito, si fa riferimento a una serie di misure di governance del mercato del lavoro e di welfare omogenee e in linea di continuità con i processi di compromesso sociale made in Europe all'interno di un restyling del modello sociale europeo. Nella discussione in atto ci sono come minimo due vizi: uno metodologico e uno di sostanza.Riguardo al primo, si parla del modello danese o del modello olandese come se fossero esportabili e imitabili per semplice volontà politica. Non è affatto così: la regolazione del mercato del lavoro e del welfare in Olanda (dove pesa più il welfare) e in Danimarca (dove pesano di più la flessibilità e la precarietà del lavoro) si basa su una triangolazione tra sindacati, associazioni imprenditoriali e stato che si fonda su una struttura produttiva coesa e omogenea con un peso prevalente della media e grande impresa e un peso del lavoro salariato di circa il 90% della forza lavoro complessiva, un tasso di sindacalizzazione degli attivi intorno all'80% e una rete di protezione sociale che data dai primi anni del XX secolo, frutto di un'evoluzione secolare. Si tratta di elementi che non sono presenti in Italia o in Francia e che renderebbero impossibile l'adozione di simili modelli e specie di raggiungere i risultati demagogicamente sperati sia da Prodi che da Giavazzi. Non è difficile immaginare, infatti, che del modello danese, ad esempio, verrebbe accolta solo la parte relativa alla libertà di licenziare e di flessibilizzare (meglio, precarizzare) ulteriormente un mercato del lavoro che già tra i più precari d'Europa.Per quanto riguarda il contenuto, invece, a differenza del recente innamoramento del centro-sinistra, la sinistra radicale e libertaria, che ha inventato e organizzato le prime vertenze sul lavoro precario e sulla precarietà esistenziale culminate con le recenti edizioni della EuroMayDay 005, sta discutendo da tempo la proposta di flexicurity. Essa, e non flexsecurity, fa riferimento ad alcune proposte concrete che poco o nulla hanno a che spartire con il progetto olandese e dei paesi nordici. La proposta di flexicurity ha lo scopo di favorire l'introduzione di un reddito di esistenza come pilastro di un nuovo sistema di welfare e di renderlo praticabile e perseguibile non solo come obiettivo teorico ma soprattutto come obiettivo pratico e immediato. Il ragionamento è, per alcuni versi, molto semplice, anche se a volte non compreso da chi, anche nella sinistra radicale, ha troppo nostalgia del passato industrialista e operista dell'epoca fordista. Partendo dal presupposto che oggi la vita non solo viene asservita al lavoro, ma messa al lavoro (la differenza è sostanziale), l'unica retribuzione corretta è la remunerazione della vita; in secondo luogo, poiché l'attività di produzione, materiale e immateriale, presenta un'organizzazione reticolare sul territorio ed è sempre più caratterizzata dalla gestione dei flussi di merci, informazioni e persone, il luogo del conflitto è composto sia dai luoghi di lavoro (sempre più frammentati e sempre più sottoposti a ricattabilità) che dal territorio in cui la produzione si determina. Ne consegue che per aprire una vertenza territoriale sul reddito di esistenza è necessario allo stesso tempo coniugare le pratiche di conflitto sul territorio con quelle che si autorganizzano nei luoghi di lavoro. La nostra proposta di flexicurity ha proprio questo significato: costituire un ponte tra agitazione sindacale in termini di diritti e garanzie del lavoratore/trice e nuovo welfare che fa del reddito di esistenza, diretto e indiretto, il suo perno essenziale. Non è un caso che i quattro punti in cui si articola la proposta di flexicurity sono la costituzione di una cassa sociale per garantire continuità di reddito monetario incondizionato, una cassa sociale per garantire servizi sociali adeguati (casa, mobilità sapere, socialità, ecc., ovvero reddito indiretto), una drastica riduzione delle tipologie contrattuali oggi esistenti e infine un salario minimo orario per coloro che non sono contrattualizzati (oramai quasi il 50% della forza lavoro e buona parte del lavoro precario).Infine, presuppone l'attuazione di un nuovo tipo di welfare a livello municipale, fondato su una politica fiscale adeguata ai nuovi cespiti di ricchezza che oggi sono dominanti. Sempre più infatti è lo sfruttamento di beni comuni, quali il territorio, la conoscenza, la struttura reticolare e relazionale, l'attività di consumo e di riproduzione, insieme ai nuovi servizi alle imprese (dal trasporto e dalla logistica delle merci sino ai servizi finanziari, linguistico-comunicativi e di design) che è alla base della produzione di ricchezza nei nostri territori, a scapito sempre più della produzione materiale e industriale. Occorre intercettare questi nuovi flussi di reddito per reperire le risorse necessarie alla costruzione di un nuovo welfare municipale.Si tratta di punti, che - come è facile osservare - non hanno nulla a che vedere con la legislazione olandese, danese o con alcune proposte del centro-sinistra o di Giavazzi, tutte tese a cercare, in modo illusorio e strumentale o al limite assistenziale, di governare la flessibilità del lavoro, senza minimamente preoccuparsi delle condizioni di reddito e di vivibilità oggi fortemente compromessi.Tale punto di vista, osserviamo, è assente nelle discussioni sul programma del centro-sinistra. Eppure, proposte in tal senso sono state presentate nei convegni di Sbilanciamoci e su alcuni siti (come www.sinistriprogetti.it) e nelle discussioni preparatorie della MayDay.
ilmanifesto.it
Dopo l'intervento di Prodi, l'articolo di Giavazzi sul Corriere della Sera , la risposta di Galapagos su il manifesto del 29 novembre 2005, il modello nordico di regolazione sociale del mercato del lavoro sembra tornato in auge nel dibattito programmatico del centro-sinistra. Si è parlato di modello danese, si è fatto riferimento a quello olandese e a quello svedese; si tratta di tre casi fra loro differenti, ma in parte accomunati da un'unica parola: flex-security, neologismo inglese che potremmo tradurre «flessibilità in sicurezza». Esso deriva dal flexibility and security act (denominato flex-security act), in vigore in Olanda dal 1° gennaio 1999, e dai richiami, molto vaghi, che sono stati fatti negli atti della Commissione europea che hanno accompagnato una serie di summit sino all'ultimo di Lisbona. In tale ambito, si fa riferimento a una serie di misure di governance del mercato del lavoro e di welfare omogenee e in linea di continuità con i processi di compromesso sociale made in Europe all'interno di un restyling del modello sociale europeo. Nella discussione in atto ci sono come minimo due vizi: uno metodologico e uno di sostanza.Riguardo al primo, si parla del modello danese o del modello olandese come se fossero esportabili e imitabili per semplice volontà politica. Non è affatto così: la regolazione del mercato del lavoro e del welfare in Olanda (dove pesa più il welfare) e in Danimarca (dove pesano di più la flessibilità e la precarietà del lavoro) si basa su una triangolazione tra sindacati, associazioni imprenditoriali e stato che si fonda su una struttura produttiva coesa e omogenea con un peso prevalente della media e grande impresa e un peso del lavoro salariato di circa il 90% della forza lavoro complessiva, un tasso di sindacalizzazione degli attivi intorno all'80% e una rete di protezione sociale che data dai primi anni del XX secolo, frutto di un'evoluzione secolare. Si tratta di elementi che non sono presenti in Italia o in Francia e che renderebbero impossibile l'adozione di simili modelli e specie di raggiungere i risultati demagogicamente sperati sia da Prodi che da Giavazzi. Non è difficile immaginare, infatti, che del modello danese, ad esempio, verrebbe accolta solo la parte relativa alla libertà di licenziare e di flessibilizzare (meglio, precarizzare) ulteriormente un mercato del lavoro che già tra i più precari d'Europa.Per quanto riguarda il contenuto, invece, a differenza del recente innamoramento del centro-sinistra, la sinistra radicale e libertaria, che ha inventato e organizzato le prime vertenze sul lavoro precario e sulla precarietà esistenziale culminate con le recenti edizioni della EuroMayDay 005, sta discutendo da tempo la proposta di flexicurity. Essa, e non flexsecurity, fa riferimento ad alcune proposte concrete che poco o nulla hanno a che spartire con il progetto olandese e dei paesi nordici. La proposta di flexicurity ha lo scopo di favorire l'introduzione di un reddito di esistenza come pilastro di un nuovo sistema di welfare e di renderlo praticabile e perseguibile non solo come obiettivo teorico ma soprattutto come obiettivo pratico e immediato. Il ragionamento è, per alcuni versi, molto semplice, anche se a volte non compreso da chi, anche nella sinistra radicale, ha troppo nostalgia del passato industrialista e operista dell'epoca fordista. Partendo dal presupposto che oggi la vita non solo viene asservita al lavoro, ma messa al lavoro (la differenza è sostanziale), l'unica retribuzione corretta è la remunerazione della vita; in secondo luogo, poiché l'attività di produzione, materiale e immateriale, presenta un'organizzazione reticolare sul territorio ed è sempre più caratterizzata dalla gestione dei flussi di merci, informazioni e persone, il luogo del conflitto è composto sia dai luoghi di lavoro (sempre più frammentati e sempre più sottoposti a ricattabilità) che dal territorio in cui la produzione si determina. Ne consegue che per aprire una vertenza territoriale sul reddito di esistenza è necessario allo stesso tempo coniugare le pratiche di conflitto sul territorio con quelle che si autorganizzano nei luoghi di lavoro. La nostra proposta di flexicurity ha proprio questo significato: costituire un ponte tra agitazione sindacale in termini di diritti e garanzie del lavoratore/trice e nuovo welfare che fa del reddito di esistenza, diretto e indiretto, il suo perno essenziale. Non è un caso che i quattro punti in cui si articola la proposta di flexicurity sono la costituzione di una cassa sociale per garantire continuità di reddito monetario incondizionato, una cassa sociale per garantire servizi sociali adeguati (casa, mobilità sapere, socialità, ecc., ovvero reddito indiretto), una drastica riduzione delle tipologie contrattuali oggi esistenti e infine un salario minimo orario per coloro che non sono contrattualizzati (oramai quasi il 50% della forza lavoro e buona parte del lavoro precario).Infine, presuppone l'attuazione di un nuovo tipo di welfare a livello municipale, fondato su una politica fiscale adeguata ai nuovi cespiti di ricchezza che oggi sono dominanti. Sempre più infatti è lo sfruttamento di beni comuni, quali il territorio, la conoscenza, la struttura reticolare e relazionale, l'attività di consumo e di riproduzione, insieme ai nuovi servizi alle imprese (dal trasporto e dalla logistica delle merci sino ai servizi finanziari, linguistico-comunicativi e di design) che è alla base della produzione di ricchezza nei nostri territori, a scapito sempre più della produzione materiale e industriale. Occorre intercettare questi nuovi flussi di reddito per reperire le risorse necessarie alla costruzione di un nuovo welfare municipale.Si tratta di punti, che - come è facile osservare - non hanno nulla a che vedere con la legislazione olandese, danese o con alcune proposte del centro-sinistra o di Giavazzi, tutte tese a cercare, in modo illusorio e strumentale o al limite assistenziale, di governare la flessibilità del lavoro, senza minimamente preoccuparsi delle condizioni di reddito e di vivibilità oggi fortemente compromessi.Tale punto di vista, osserviamo, è assente nelle discussioni sul programma del centro-sinistra. Eppure, proposte in tal senso sono state presentate nei convegni di Sbilanciamoci e su alcuni siti (come www.sinistriprogetti.it) e nelle discussioni preparatorie della MayDay.
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