Visualizzazione post con etichetta gioco azzardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gioco azzardo. Mostra tutti i post

6.3.14

Pavia, viaggio nella Las Vegas d’Italia. I giocatori: “Ecco come ci riduce lo Stato”

di Eleonora Bianchini (ilfattoquotidiano.it)

Tremila euro di spesa procapite per il gioco contro i 1.200 di media nazionale. Li chiamano "apparecchi da divertimento e intrattenimento", ma slot e vlt nella provincia lombarda sono diventate un'emergenza sociale, spesso nascosta per vergogna. E c'è chi tenta il suicidio, perde la casa e gli affetti

“Se penso a quanto ho perso mi impicco”. Seduto su una sedia girevole, rossa e imbottita. Davanti la slot. Una mano regge 150 euro di monete, l’altra schiaccia “start”. Due, tre, decine di volte. Fino a che non arriva il “bonus”, scatta l’autoplay e la macchina parte in loop e decreta vittorie e sconfitte. Da sola. A pochi passi da lui, c’è un giocatore che mette 50 euro in un’altra mangiasoldi e in un attimo li perde. Poi si alza, fa un giro al bar, torna con un superalcolico e ricomincia daccapo. “Questo è un posto di merda, andate via. Guardate come ci riduce lo Stato”. Mini casinò in provincia di Pavia, aperto 24 ore su 24. Ci sono anche biliardo, calcio balilla e karaoke. Famiglie con bimbi piccoli, giovani, uomini di mezza età, casalinghe cinquantenni fresche di parrucchiere, tanti italiani e qualche trentenne dell’Est Europa. Illuminati delle luci delle slot, che sfumano volti e contorni, cambiano i contanti, riversano i soldi nelle macchine e sperano di vincere. O meglio, di passare il tempo, perché tante alternative, nella ricca e desolata provincia tra Po e Ticino, non ci sono.

A Pavia slot e videolottery (vlt) – presenti solo in agenzie di scommesse o sale dedicate e che consentono anche di giocare banconote di grosso taglio – hanno regalato alla città il primato della Las Vegas d’Italia, dove la spesa procapite per il gioco, vincite escluse, è di 3mila euro, contro i 1200 di media nazionale. Un record che, secondo Agimeg (Agenzia giornalistica sul mercato del gioco) stacca di oltre mille euro Como, Teramo e Rimini. Una città di quasi 70mila abitanti con una slot ogni 104 e al primo posto anche per livello di puntata massima (2900 euro).

I profitti – La gente gioca, ma chi vince? Di certo Monopoli di Stato (attraverso licenze e Preu, prelievo erariale unico) e concessionari, incassano somme interessanti. Il settore del gioco nel suo complesso rappresenta il 4% del Pil. Dunque, la terza “azienda” del Paese dopo Eni e Fiat. In Italia, secondo i dati elaborati da Agipro (Agenzia stampa Gioco Pronostico e Scommesse) ci sono 372.467 new slot e 50.556 Vlt, per un totale di 423.023 apparecchi. In totale nel 2013 sono finiti nelle macchine 48,5 miliardi di euro (-0,4% rispetto ai 48,7 miliardi del 2012) e la spesa effettiva dei giocatori al netto delle vincite è stata di 8,3 miliardi (-9,8% rispetto ai 9,2 miliardi del 2012), mentre l’erario ha incassato 4,32 miliardi. Secondo i Monopoli, nel 2013 l’erario ha guadagnato sulle slot 3,2 miliardi di euro, mentre 3 miliardi sono andati alla filiera degli operatori. Nello stesso anno, per le vlt sono andati allo Stato 1,1 miliardi di euro circa, mentre concessionari e gestori di sala hanno incassato 1,4 miliardi. Complessivamente le casse pubbliche hanno quindi messo in tasca il +4% rispetto ai 4,15 miliardi del 2012.

In sintesi, dell’importo che finisce nelle slot (raccolta), il 74% finisce nelle tasche dei giocatori, il 13,5% (che comprende il prelievo erariale unico sulle giocate del 12,7% e lo 0,8% del canone di concessione per utilizzo della rete 0,8%). Infine, il 12,5% va alla filiera delle slot, composta da concessionari, gestori che si occupano della manutenzione e distribuzione delle macchine, e i singoli esercenti (bar, tabacchi) che hanno le macchine nei locali. In media, il 55% degli utili va agli esercenti, il 38% ai gestori, il 7% ai concessionari. Per quanto invece riguarda le vlt, l’89% va ai giocatori, il 5% allo Stato e il 6% a gestori delle sale per il 55% e concessionari per il rimanente (45%).

Sul fronte dei giocatori, secondo quanto pubblicato sul sito dei Monopoli di Stato, per le videolottery ”la normativa prevede la restituzione in vincita di una percentuale minima pari all’85 per cento per ogni sistema di gioco e per ogni gioco sul medesimo installato”. Il dato effettivo di restituzione in vincite delle somme giocate ha raggiunto l’88,34% nel 2011 e a l’’88,40% nel 2012. Per le slot, invece, la percentuale minima è fissata al 74 per cento. Tuttavia, si legge sul sito dei Monopoli, “non è possibile indicare l’effettiva probabilità di vincita di ogni apparecchio, che deve risultare non inferiore a quella normativamente prevista”. Vero è che la somma che nel 2012 è rientrata nelle tasche dei giocatori sotto forma di vincite (tra macchinette, lotterie, gratta e vinci, lotto, superenalotto, giochi a base sportiva, poker e casinò online, bingo e giochi a base ippica) è stata di 70 miliardi. Un dato suggestivo. Ma, come scrive la Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia (Dna) 2013, “deve essere però valutato nel contesto di un meccanismo che privilegia pochissime persone con alte vincite”. Ed ecco perché i giocatori possono perdere anche migliaia di euro. Ma dietro alle sconfitte c’è anche un altro motivo.

Infiltrazioni mafiose – Alla problema della redistribuzione, si aggiunge infatti la criminalità organizzata. Perché il gioco è un business in cui si accomodano i clan – oltre 40 – che così possono riciclare e investire “in maniera tranquilla, elevatissime somme di denaro”. La Dna spiega che è anche nel “perimetro legale del gioco” che avvengono le infiltrazioni, specie su slot e vlt. La procedura: le cosche comprano e intestano le sale gioco ai suoi prestanome, sia per ricavare guadagni immediati alterando le macchine, sia per il riciclaggio. Se la macchina non è collegata alla rete telematica, la criminalità si accaparra il Preu più le somme dovute a concessionario ed esercente. Nel caso invece il software dell’apparecchio sia truccato “anche per abbattere la probabilità di vincere del giocatore, l’importo va tutto all’organizzazione criminale”. E una macchina così può fruttare anche mille euro a settimana. Importante ricordare che, “benché per le vlt sia prevista la giocata massima di 10 euro, accettano banconote di ogni taglio”. Anche da 500 euro. E i controlli? Complicati e costosi. Già nel 2012 la Dna sottolineava che le cosche sottraggono a Monopoli e concessionari importi difficili da intercettare.

Emergenza ludopatia – Tecnicamente li chiamano “apparecchi da divertimento e intrattenimento”, ma slot e vlt sono diventate un’emergenza sociale, spesso nascosta per vergogna. E il fenomeno della ludopatia – inserita tra gli stati patologici oggetto di cura del Sistema sanitario nazionale dal decreto legge 158/2012 – è in aumento. Per il dipartimento per le politiche Antidroga, nella relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze 2012, sono 300mila i giocatori compulsivi già conclamati e nel 2011, quelli in cura, erano 4687, “di cui 82 per cento maschi”. Secondo La Sapienza, oggi, sono 790mila quelli a rischio. Inoltre, lo studio Ipsad del Cnr di Pisa rileva che anche il numero di giocatrici sta aumentando. E sia le donne che gli uomini finiscono davanti a slot e vlt per noia, solitudine e frustrazione.

“Giocano tutti, di qualsiasi età e professione – spiega Simone Feder, psicologo della Casa del giovane di Pavia e fondatore del Movimento No Slot, contro il gioco d’azzardo - Donne, uomini, pensionati, imprenditrici, carabinieri, banchieri. Entrare in sala ed essere circondati da una varietà di genere ed estrazione sociale ricrea la normalità che il giocatore cerca per giustificarsi. Ed è pericolosa”. Feder racconta di famiglie che hanno perso “fino a 230mila euro, che si sono giocate la casa, la famiglia, il lavoro. C’è chi ha tentato il suicidio”. E ancora “anziani che non hanno mai avuto vizi e che iniziano a giocare”, racconta un operatore della Casa del Giovane. “Ricordo uno psicologo che, per evitare danni maggiori, accompagnava una signora a giocare perché lei non spendesse più di cento euro”. Non solo. “A Pavia, appena ritirano la pensione, vedi le slot imballate di gente”. E mogli che con un marito giocatore non possono permettersi una maternità, bancomat requisiti dai parenti per necessità, famiglie sul lastrico, prestiti sospetti e usurai alle calcagna.

Le slot ormai non sono soltanto nei bar e in tabaccheria, “perché le trovi anche in latteria, in erboristeria, dal benzinaio“. Feder ha avviato la campagna No Slot, affinché i baristi lasciano il gioco d’azzardo fuori dalla porta. Un obiettivo per il quale il Comune di Pavia ha stanziato 20mila euro, mille a testa per chi toglie gli apparecchi dal locale. Una cifra che, però, “per molti esercenti è bassa – dice Feder”. Al questionario sottoposto ai gestori per sondare l’interesse della proposta, hanno risposto in 77 (su 136) e il 74 per cento di loro vorrebbe almeno 4mila euro. Soltanto il 18 per cento, invece, ritiene giusto il compenso proposto dall’amministrazione locale.

Ma per alcuni giocatori c’è dell’altro. “Tanti gestori vogliono tenere le slot perché, quando chiudono il bar, si attaccano alla macchinetta – spiegano – Tra loro ci sono molti ludopatici”. E se i clienti sono ancora dentro quando la serranda si abbassa, “nessuno li va a staccare dalla slot”. Ma l’incentivo del Comune, come spiega Pasquale Cannella, che nel suo bar ha eliminato le slot “è segno del cortocircuito dello Stato”. Che offre soldi agli esercenti per eliminare le macchinette, ma allo stesso tempo le usa per battere cassa e incassare miliardi di euro.

Rabbia contro lo Stato – La Casa del giovane si occupa anche di prevenzione e nelle scuole spiega ai ragazzi cos’è la ludopatia. “Pavia è la piccola Las Vegas d’Italia. Ma la differenza è che se là si avvicinano con un bambino alla slot, arrestano i genitori”, precisa Feder. Non è così nel nostro Paese, dove “tra i minori e le macchine non c’è nessuna distanza. Sono al bar, in tabaccheria, nei centri commerciali”. Non solo: i suoni e i colori ”ricalcano apposta quelli dei videogame e playstation“. Così aumenta anche il rischio per gli adolescenti. E “anche se dicono di avere meno di 18 anni, entrano nelle sale giochi senza problemi. Ci sono papà che prendono in braccio i figli piccoli per fargli spingere i pulsanti”. I ragazzi, continua lo psicologo, “vogliono sapere i sintomi, come possono accorgersi se un genitore gioca. Si chiedono perché le banche non facciano niente, perché non siano tempestive quando vedono i conti prosciugati”. Dall’altra parte, i giocatori puntano il dito contro lo Stato complice della loro dipendenza, “che non fa i controlli e che ci riduce così. Ci ruba i soldi, perché questi che finiscono nel gioco non fanno girare l’economia. La distruggono”. Stipendi riversati nelle slot, in pezzi da 500 o in monetine da un euro. Ma c’è chi gioca e sente che la vita scivola via. “Cosa ti toglie il gioco d’azzardo? Di solito, gli uomini dicono i soldi. Le donne, gli affetti. La verità? Che chi è qui si sente solo”.

11.4.11

Pavia, a che gioco giochiamo?

di Giorgio Boatti

Pavia e la sua provincia sempre ai primi posti. Anzi, rispetto ai dati dello scorso anno, abbiamo scalato ulteriori posizioni, abbiamo raggiunto risultati da vertigine che polverizzano tutte le altre città concorrenti e ci piazzano ben tre volte sopra la media nazionale. Peccato che di questi risultati non possiamo proprio essere orgogliosi. Anzi, in un mondo che non fosse con le gambe all’aria, su questi “record” che abbiamo macinato nel corso del 2010 si dovrebbe porre un’attenzione e forse un allarme che non si scorgono affatto.
Di quali record stiamo parlando? Di quelli che abbiamo raggiunto in una specialissima industria nazionale che, quanto a fatturato, macina una sessantina di miliardi di euro: vale a dire quanto l’Enel, dieci miliardi più della Fiat, sei volte le Poste. Stiamo parlando dell’industria del gioco nella quale la provincia di Pavia, lo si era scritto qui lo scorso anno, si era già imposta come capitale italiana, con un investimento pro-capite di 1324 euro, riversato complessivamente su Enalotto, Gratta e Vinci, Bingo, slot-machine. Quei dati erano relativi al 2008. Due anni dopo, nel 2010, solo per le slot-machines, in provincia di Pavia siamo arrivati a spendere 1845 euro pro-capite.
Certo – mentre tante altre industrie e attività economiche conoscevano non poche difficoltà – l’industria del gioco ha macinato ulteriori risultati espandendosi, in un anno, di quasi il 12 per cento.
In valori assoluti il mercato italiano dei giochi, terzo a livello mondiale, è passato dai 54,4 miliardi ai 60,8 miliardi. Trasferendo nelle casse dello Stato quasi 10 miliardi tra entrate ordinarie e somme incassate dai concessionari, “una tantum”, per le nuove linee di gioco. Un modo apparentemente comodo, e indolore, per lo Stato di fare cassa evitando di tassare settori che potrebbero reagire male. Peccato che questa modalità si riveli sempre più complice della gravissima patologia sociale che attraverso l’industria del gioco sta avvelenando il Paese.
Per adesso si vedono solo i risultati da record macinati da un’industria, quella del gioco, che nonostante si sia messa in giacca e cravatta, occupi decine di migliaia di addetti, si innervi ormai in ogni ambito, gestisca qualcosa come 40 miliardi di euro distribuiti in vincite, non può evitare di correre a filo di frontiere quanto mai insidiose.
Però di tutto questo per ora non si parla. Si tace. Anzi, si celebra l’espandersi di questa “industria”. Si elencano i successi del 2010: con l’espansione del Bingo (+26.46%), con il boom del poker online (+33.94) e con l’impennata delle cosiddette Newslot, vale a dire gli apparecchi disseminati in ogni esercizio pubblico, dai bar alle tabaccherie. Le macchinette nel 2010 hanno macinato un fatturato di oltre 30 miliardi di euro, nonostante cominciassero ad essere insidiate dalla temibile concorrenza delle VideoLottery, le nuove venute che, pur operando da pochi mesi, si sono assestate appena sotto al miliardo di fatturato.
Metà dei soldi che girano nell’industria del gioco vengono dalle macchinette disseminate nei locali. Vale a dire dalla tipologia di gioco che gli esperti giudicano tra le più rischiose poiché determinano disastrose forme di dipendenza, capaci nel giro di poco tempo di frantumare equilibri personali e famigliari.
Come si è detto Pavia è la provincia italiana che si colloca al primo posto nella spesa in slot-machine con la cifra pro-capite di 1845 euro.
In altri termini, nel corso del 2010, la provincia di Pavia ha preso la bella somma di 931 milioni e 439.620 euro e l’ha giocata alle slot-machine. La spesa procapite di 1845 euro, con cui la provincia di Pavia si impone come la Las Vegas della penisola, è tre volte maggiore della media pro-capite nazionale. E’ di 700 euro superiore alla seconda classificata, vale a dire Como. E’ di 905 euro più alta di quanto spende Rimini, città che si colloca al terzo posto.
Anche sul “gratta e vinci” Pavia, con un giocato pro-capite di 201 euro, è nella pattuglia dei primi venti classificati che ha Brindisi come battistrada con 357 euro. In pratica, “grattando”… e sperando di vincere, gli abitanti di Pavese, Lomellina e Oltrepo hanno tirato fuori di tasca oltre 101 milioni di euro. Vale a dire quanto costerebbe costruire ex-novo, e in una versione super-avveniristica, il ponte della Becca.
Sempre Pavia ha speso, nel 2010, oltre 17 milioni in Bingo, 28 milioni in Superenalotto, 12 milioni in altre scommesse.
Però quel record di 1845 euro pro-capite giocati in slot-machine, distaccando di gran lunga tutte le altre località italiane, rappresenta un allarme ulteriore rispetto a quanto era stato evidenziato dodici mesi fa.
E’ il segno che qualcosa di rilevante, da capire e analizzare assieme, sta accadendo in questa provincia: forse non sposta solo equilibri dentro le famiglie coinvolte in numero sempre maggiore nelle ludodipendenze ma, anche, nella sicurezza e negli orizzonti dell’intera comunità.
I dati dello scorso anno erano stati accolti dalle istituzioni, dai pubblici amministratori, dalle forze politiche con sovrana indifferenza. Riusciranno a far finta di niente anche questa volta?