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1.10.15

PERCHÉ IL SINDACO MARINO È SOTTO ATTACCO E PERCHÉ BISOGNA ASSOLUTAMENTE DIFENDERLO


Il sindaco di Roma, Ignazio Marino
Il sindaco di Roma, Ignazio Marino
Perché sparano tutti contro il sindaco di Roma? Come mai da qualche mese a questa parte lo sport preferito di intere bande di editorialisti e twittaroli è prendere a pallate incatenate Ignazio Marino? Come mai a queste masse agitate ha fornito una sponda, assestando lui stesso fendenti micidiali, persino il “misericordioso” papa Francesco? Se provi a chiedere a qualcuno dei vessatori quotidiani di Marino, siano essi editorialisti o gestori di potenti siti internet, ti rispondono che la colpa è del sindaco, che non sa comunicare. Il che è abbastanza prevedibile: ogni aggressore giustifica le proprie azioni accusando la vittima: è lei che le botte “se le va a cercare”. Oppure indicano un cassonetto pieno o un autobus in ritardo e dicono: “Vedi? Marino se ne deve andare”.
In realtà i motivi dell’aggressione quotidiana contro Marino sono altri. Il motivo principale, quello che muove le grandi masse urlanti, è che picchiare Marino è facile. Marino è un “soft target”, uno che si può massacrare tranquillamente. Marino è la cuccagna dei vigliacchi da scrivania: lo possono sbertucciare sui giornali senza paura, perché nessuno telefonerà il giorno dopo per minacciare il loro editore. Anzi: saranno in molti a brandire i loro editoriali come scimitarre per chiedere la rimozione del sindaco. E i cittadini di Twitter, che dei giornali leggono solo i titoli si uniscono volentieri al pestaggio, così, perché lo fanno tutti.

L'ex sindaco Gianni Alemanno
L’ex sindaco Gianni Alemanno
Il secondo motivo per cui Marino si può picchiare è che si è fatto molti nemici. E ai vigliacchi piace far parte del branco, specie se del branco fanno parte personaggi non particolarmente belli a vedersi. Chi detesta Marino è per esempio l’ex sindaco Gianni Alemanno, quello che gli ha lasciato in eredità una città sull’orlo del collasso, quello che rimpinzò l’Atac, l’azienda comunale dei trasporti, di parenti e amici, portandola quasi alla bancarotta. Fra chi vorrebbe cacciare Marino ci sono poi i Casamonica, quelli del funerale coatto che ha sputtanato la città davanti al mondo, per colpa di gravi omissioni da parte delle forze dell’ordine, che sapevano e non fecero nulla. Le forze dell’ordine, sia detto per inciso, fanno capo al prefetto Franco Gabrielli, è lui il responsabile del disastro dei Casamonica, come ha del resto ammesso lui stesso. Ma Gabrielli non si tocca: lui i protettori ce li ha.

I funerali di Vincenzo Casamonica
I funerali di Vincenzo Casamonica
A proposito di “mondo di mezzo”, Marino è certamente visto come il fumo negli occhi dai mafiosi di Mafia Capitale. Da quando c’è lui, per i criminali gli affari vanno a rotoli. Non riescono più a piazzare nessuno dei loro in Campidoglio, non riescono a condizionare gli appalti, hanno grosse difficoltà ad entrare nelle stanze dei dirigenti comunali, come facevano un tempo, e a far capire chi è che comanda. Insomma: non comandano più e quelli sono personaggi con i quali è meglio non scherzare. Infatti a Marino, che aveva cominciato a fare il sindaco girando in bicicletta, da molti mesi è stata assegnata dal Ministero dell’Interno una scorta.
Fra gli altri nemici di Marino ci sono alcune fra le famiglie più potenti di Roma, come la famiglia Tredicine, quella che gestisce gli orribili camion bar che Marino ha fatto sgomberare dal Colosseo e da altre fra le più belle attrazioni turistiche di Roma. Mettrersi contro questi signori, fra l’altro ampiamente rappresentati in Campidoglio, è un gesto di grande coraggio, che nessuno fra i predecessori di Marino aveva mai compiuto, a cominciare dai due recenti sindaci più famosi e acclamati: Veltroni e Rutelli. Adesso il Colosseo lo si può finalmente ammirare in tutto il suo splendore, non più impallato dai camion bar. Una gioia da assaporare magari dopo una passeggiata sull’ultimo tratto di via dei Fori Imperiali, resitituita finalmente sempre di più al traffico pedonale (altra coraggiosa iniziativa che ha mandato su tutte le furie i commercianti e i residenti, molto potenti, della zona).

Camion bar davanti al Colosseo
Camion bar davanti al Colosseo
L’elenco dei nemici di Marino potrebbe continuare a lungo: ci sono le potenti famiglie di Ostia che avevano cementificato abusivamente il lungomare e che si sono trovate una mattina le ruspe mandate da Marino a restituire la spiaggia ai romani. O coloro che lucravano sulla discarica di Malagrotta, un orribile monumento all’inquinamento e al degrado, che Marino, dopo anni di sindaci indecisi, ha chiuso, raddoppiando allo stesso tempo la raccolta differenziata. O le potenti ditte abusive che infestavano la città con enormi cartelloni pubblicitari. Marino ha persino messo mano agli affitti degli alloggi comunali, rimettendo in discussione casi di gente che pagava poche decine di euro al mese per appartamenti in pieno centro e mettendo in vendita ben 600 appartamenti. E ha deciso di far lavorare di più i macchinisti della metro, costringendoli a “strisciare” il badge a inizio e fine turno, come nei paesi civili.
Contro Marino c’è poi ovviamente il PD romano, infiltrato da personaggi inquietanti e contingui alle opache pratiche del malaffare di Mafia Capitale e dunque sciolto da Matteo Renzi e commissariato con Matteo Orfini. Con la vittoria di Marino, i potentati del PD romano si erano già messi il tovagliolo ed erano pronti a sedersi a tavola. Ma il sindaco li ha sbattuti fuori, forte del mandato popolare diretto. Chi sperava di fare l’assessore si è dovuto accontentare di un seggio in consiglio comunale, chi sognava la poltrona di amministratore di una municipalizzata è rimasto a casa. Qualcun altro, nel frattempo, è finito in galera. Tutte persone con amicizie molto in alto, tutte persone che gliel’hanno giurata.

Marino e Renzi, quando andavano d'accordo
Marino e Renzi, quando andavano d’accordo
Fra i nemici più illustri di Marino c’è poi lui, il più potente di tutti: Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio non ama Marino, e non capiamo perché. Il sindaco di Roma è in realtà il più renziano dei primi cittadini. Da quando è stato eletto ha preso le sue decisioni senza guardare in faccia nessuno, ha sbaragliato i centri di potere, ha avviato politiche di lungo termine, ha preso decisioni impopolari. Ha “cambiato verso” e ne sta raccogliendo i frutti, se è vero che solo la scorsa settimana Fitch ha detto che finalmente, dopo tre anni, i conti di Roma stanno tornando in ordine. Ma a Renzi Marino non piace, e questo facilita ovviamente il compito dei picchiatori mediatici. Se l’imperatore mostra il pollice verso, i leoni (che in realtà sono conigli) possono partire all’attacco.
E veniamo all’ultimo dei nemici che Marino si è fatto, che poi è il più grosso: il Vaticano. E qui il piccolo sindaco di Roma si è messo contro un gigante contro il quale nessuno aveva mai osato mettersi. Come mai Marino è inviso a Papa Francesco? Qui Filadelfia non c’entra nulla. Marino è malvisto dalla Curia per la sua storia, passata e presente. Da politico, Marino si batté con coraggio a favore del referendum sulla procreazione medicalmente assistita eterologa. Pochi se lo ricordano, ma quella di Marino e altri fu una battaglia di civiltà osteggiata con forza dal Vaticano e purtroppo persa per il non raggiungimento del quorum al referendum del 2005.
Ma non finisce qui. Poco dopo il suo insediamento, Marino istituì il registro comunale per le unioni civili, accogliendo anche coppie dello stesso sesso, proprio mentre si concludeva in Vaticano il sinodo sulla famiglia. Un’iniziativa simbolica, che provocò anche aspri contrasti con l’attuale ministro dell’Interno, Alfano, ma che fu uno dei pochissimi riconoscimenti della dignità delle coppie gay. Non contento, Marino ha poi nel giugno scorso apertamente patrocinato il Gay Pride a Roma. Va ricordato in proposito che, nel 2000, l’allora sindaco Rutelli patrocinò dapprima il Gay Pride, ma fu costretto poco prima della giornata a ritirare il patrocinio. Marino non solo non ha ritirato il patrocinio, ma si è persino messo in testa al corteo, il 13 giugno scorso. E vedere quella fascia tricolore sfilare a pochi metri dal Cupolone insieme alle bandiere arcobaleno deve aver provocato più di un travaso di bile nelle segrete stanze del Vaticano e più di una preoccupazione per la “cattolicità” dell’imminente Giubileo.

Marino al Gay Pride, il 13 giugno scorso
Marino al Gay Pride, il 13 giugno scorso
Si arriva così alla trasferta di Filadelfia. I fatti sono noti: in giugno il sindaco di Filadelfia, Michael Nutter, e l’arcivescovo, Charles Chaput, volano a Roma per preparare la visita del Papa di settembre. Vogliono capire dagli esperti comunali come organizzarsi. Marino li riceve e Nutter lo invita a Filadelfia per una serie di iniziative in concomitanza con la visita del Papa. Marino annuncia la trasferta, specificando che i costi non saranno a carico dell’Amministrazione capitolina e che l’invito viene dal suo collega sindaco. Pochi giorni fa, come annunciato, Marino vola prima a New York, poi a Filadelfia, dove partecipa a diverse riunioni ed eventi, fra cui la messa del Papa in occasione del World Meeting of Families.
E siamo al redde rationem. Durante il viaggio di ritorno del Papa, a nome dei giornalisti italiani al seguito, il giornalista di SkyNews24, Stefano Maria Paci, gli rivolge una domanda molto scorretta. Eccola:
“Ci tolga una curiosità. Il sindaco Marino, sindaco di Roma, città del Giubileo, ha dichiarato che è venuto all’incontro conviviale delle famiglie, alla messa, perché è stato invitato da lei. Ci dice com’è andata?”.
Notate come il giornalista inserisca nella sua domanda al Papa una vera e propria menzogna, quando afferma: “Il sindaco Marino ha dichiarato che è stato invitato da lei”. Mai, in nessuna occasione, Marino ha detto di essere stato invitato dal Papa. Anzi: ha sempre specificato che l’invito a Filadelfia gli era stato rivolto dal sindaco di quella città. E’ abbastanza incredibile che giornalisti professionisti compiano una scorrettezza simile, fra l’altro rivolgendosi ad una delle persone più influenti della Terra. Il Papa non può ovviamente sapere cosa abbia detto o non detto Marino, ma non sembra dispiaciuto dalla domanda.  Ecco cosa risponde:

Papa Francesco in volo.
Papa Francesco in volo.

“Io non ho invitato il sindaco Marino, chiaro? Ho chiesto agli organizzatori e neanche loro lo hanno invitato. Chiaro? È venuto… lui si professa cattolico: è venuto spontaneamente”
Il colpo è micidiale e l’effetto politico che ne segue devastante. I siti internet (a parte La Stampa) mettono in rete solo la risposta del Papa, non la domanda, facendo credere surrettiziamente che la precisazione sia un’iniziativa di Bergoglio. Il video del Pontefice in aereo col microfono che dileggia Marino, in un colpo solo, fa contenti: i Casamonica, Gianni Alemanno, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, la famiglia Tredicine, la lobby dei commercianti dei Fori Imperiali, il PD romano commissariato e ciò che resta di Mafia Capitale. Si stappa lo champagne. Partono i tweet e partono le paginate sui siti, ma soprattutto si mettono in moto le tastiere dei picchiatori. Il Papa tiene fermo Marino e loro possono pestarlo a sangue: dài ché ci divertiamo. Si impaginano i pezzi dei vari Merlo, Tucci, per non parlare di Giordano e Tramontano. E’ una festa: la character assassination impazza. Tutti a scrivere che il Papa smentisce e sbugiarda Marino, quando è ovvio che il Papa non ha smentito nulla, perché Marino mai aveva detto di aver ricevuto inviti dal Papa. La replica di Marino viene nascosta in poche righe, nessuno la vede. La gogna è scattata, chi vuole può avvicinarsi a scagliare la sua pedata.
Pochissimi scelgono di ragionare con la propria testa. Fra questi, Massimo Gramellini, sulla Stampa, e Francesco Oggiano, su Vanity Fair. Intervengono per ristabilire la verità opinionisti noti come Stefano Menichini e Chiara Geloni. Ma le loro voci, per quanto forti, sono surclassate dalle grida sguaiate dei pecoroni da tastiera.
Il colpo è assestato, Oltretevere qualcuno forse sta brindando. O forse no, sta di fatto che il Papa è ormai ufficialmente collocato fra quanti vogliono togliere di mezzo il sindaco di Roma.
Resisterà Marino, sindaco da poco più di due anni, all’attacco concentrico dei suoi tanti nemici, con l’appoggio di fatto di chi a Roma regna da una ventina di secoli? Non lo so. So che questo sindaco è stato eletto con il 60% dei voti dei romani, che hanno diritto di vedere rispettato il proprio voto. So anche che Marino ha difetti, come tutti, ma nonostante la stampa e la tv facciano finta di non vedere, sta portando avanti riforme coraggiose e provvedimenti importanti e che la città, lasciata dalla destra in condizioni drammatiche, sta migliorando. Marino è un argine fragile all’arroganza e alla protervia di chi, da varie angolazioni, vorrebbe tornare a decidere cosa deve e non deve essere fatto a Roma, infischiandosene dei romani e di quello che essi stessi hanno scelto. Per questo Marino ha il dovere di resistere e andare avanti, se ce la fa. E chi se la sente ha il dovere di difenderlo.

21.9.12

Da dove ripartire

  Rossana Rossanda, il manifesto

La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di «di chi è» ma «che cosa è» il manifesto. Anche per ragioni economiche. Un giornale è nel medesimo tempo una merce, se lettori non lo comprano fallisce. Occorre chiedersi perché da diversi anni abbiamo superato il limite delle perdite consentito ad una impresa editoriale, mentre i costi di produzione salivano. Direzione, Cda e redazione + tecnici hanno sottovalutato questo dato, pur reso regolarmente noto, illudendosi che avremmo recuperato lettori aumentando le pagine e i servizi con un restyling dopo l'altro. E' stato un errore imperdonabile. Se il giornale è di chi lo fa, il suo fallimento è di chi lo ha fatto. Cioè noi. Teniamolo presente. Altri giornali «politici» - cioè interessanti per un governo o una forza di opposizione o un gruppo sociale - hanno avuto problemi simili ai nostri: una tradizione da non perdere, una redazione rodata da decenni, vendite insufficienti e ricorso a finanziatori (nel nostro caso circoli o gruppi di lettori). Nessuno di questi tre attori è in grado di far uscire da solo un quotidiano. Perciò, per esempio in «Le Monde» la proprietà è ripartita un terzo i fondatori, un terzo la redazione e un terzo i finanziatori. Seil manifesto vivrà ancora, la sua proprietà potrebbe poggiare su un sistema analogo. Ma preliminare è che redazione, lettori e finanziatori siano d'accordo sul suo ruolo: «che cosa è», se ha un legame con la sua origine, se c'è un collettivo di lavoro che ci crede e un numero di lettori e sostenitori in grado di farlo uscire.
Le ragioni per rispondere sì o no a queste tre domande possono essere molte, ma tutte politiche. Su di esse è manifestamente diviso il «collettivo», mentre del gruppo dei fondatori siamo rimasti soltanto Parlato, Castellina ed io, e non è chiaro che cosa auspicano lettori e circoli di sostegno.
Il manifesto è nato nell'onda del '68 come quotidiano comunista libertario. I fondatori erano stati radiati dal Pci per questo e per la loro critica radicale all'Urss. Il riflusso del '68 assieme alla liquidazione da destra dei «socialismi reali» sono pesati sul collettivo non meno delle difficoltà materiali di tirare avanti. Il collettivo si è andato dividendo fra reducismi diversi, tentazioni di appoggio diretto o indiretto ai sostitutivi del partito comunista (Pds e seguenti o Rifondazione e seguenti), movimenti o «il movimento dei movimenti». Più di recente fra ecologia e teoria dei beni comuni.
Si riflettono nel suo specchio le difficoltà di una «sinistra» sempre meno omogenea nell'interpretare contraddizioni e bisogni d'un assetto sociale investito dalla crisi del socialismo reale e dal mutare della scena internazionale rispetto a quella ereditata dalla seconda guerra mondiale. Delle due superpotenze durate dal 1945 agli anni '90 una è sparita, l'Urss, la seconda, gli Stati Uniti, resta la più armata del mondo ma non ha più il primato nel ritmo di sviluppo che è passato alla Cina (partito unico e socialismo «di mercato») per il suo alto tasso di crescita, e per il fatto di detenere gran parte del debito americano. Nuovi per importanza anche i paesi «emergenti», il Brasile in ascesa con un modello politico democratico e socialmente progressista, l'India democratica e capitalista, mentre l'America Latina, sfuggita al dominio statunitense, sviluppa diversi progressismi a scarsa democrazia formale. La caduta dei socialismi reali ha frantumato il modello duale fra un «capitalismo imperialista» e i «socialismi reali», i secondi sono scomparsi e il primo vacilla fra crisi economica, sopravvento della finanza sulla «economia reale», incertezze del modello sociale, crisi della democrazia rappresentativa. Se vi si aggiunge la riaffermazione delle religioni monoteiste in polemica con il pensiero politico moderno, è evidente che i parametri con i quali si dovrebbe analizzare il presente non sono gli stessi di trenta anni or sono.
In Italia il suicidio del Partito comunista, non accompagnato da una analisi autocritica ma da elusivi cambi di nome e defezioni della sua base storica, e quello analogo della democrazia cristiana, ha portato a una crisi di identità della politica e dei partiti, che ha dato luogo alla consegna di tutto il parlamento alla priorità della «tecnica» rappresentata da Mario Monti. Ai margini si sviluppano dei movimenti o proteste qualunquiste al limite della legalità costituzionale. E' il solo paese che ha rinunciato a una fisionomia propria e articolata, seguendo i dettami liberisti della Unione Europea, fatti propri sfuggendo a ogni consultazione popolare.
Che può essere il manifesto in questo quadro? Direzione e collettivo si sono sottratti a un'analisi, fino ad arrivare a una dichiarazione di fallimento, dando voce senza discuterla a questa o quella posizione delle deboli sinistre come se fosse la propria. In particolare ad appoggiare la rinuncia ai partiti come forme della politica per una rappresentazione diretta di opinioni e interessi che si configurerebbero attraverso liste civiche più o meno legate ai comuni. Tuttavia l'assenza di una discussione lascia aperte anche altre ipotesi, come lo strutturarsi di un partito del lavoro per ora non ulteriormente definito.
Identità e finalità del manifesto non sono più quelle delle origini, ma il mutamento non è stato dichiarato. Così come sembra scomparsa, anche qui senza una argomentazione esplicita, la nostra ricerca di un marxismo critico. Le une e l'altra esigerebbero un lavoro analitico comune che non c'è stato, come se l'uscita quotidiana fosse incalzata e sommersa da eventi non previsti né dominati. Non a caso la sola priorità emersa dall'ex collettivo è stata la difesa del posto di lavoro.
Tale andazzo non è accettabile e il progressivo diminuire dei lettori e dell'ascolto lo conferma. Ammesso che la testata possa riprendere su un base economica sana e finché direzione e collettivo non avranno votato la decisione di rompere con la sua origine, il manifesto ha l'obbligo politico e morale di definirsi rispetto alla sua intenzione fondativa.
Nel 1969 dirsi comunisti non era puramente simbolico: le lotte degli anni sessanta, i movimenti studentesco e operaio del '68 e del '69, la vittoria del Vietnam che si annunciava, i problemi aperti dalla Cina sulla natura del socialismo reale, permettevano di puntare come a un obbiettivo realizzabile a un mutamento del rapporto di forze fra le classi, e all'interno delle medesime. Non solo fra di noi ma nel Psiup e in più d'uno dei gruppi che avrebbero tentato di dare vita alle forze extraparlamentari si era già riflettuto sui limiti di una rivoluzione dal vertice, soltanto politica, su quelli di una mera sostituzione del capitale pubblico al privato, e si erano fatti impetuosamente strada due temi di grande rilievo che erano assenti dall'agenda del socialismo, il femminismo e l' ecologia.
Questo processo è volto a termine in meno di un decennio, lasciando in piedi soltanto la tematica del movimento operaia in quanto fatta propria da alcuni sindacati, il problema sollevato dal femminismo e dall'ecologia. Ma le sinistre storiche - non solo per non rompere il legame con l'Urss, della quale non vedevano il declino - non si sono aperte alla inattesa spinta diffusa che emergeva in quegli anni, non hanno alimentato né si sono alimentate di questo movimento ma piuttosto vi si sono opposte. Isolato, quando non combattuto, esso è stato lasciato a una generosa ma immatura elaborazione, favorendo alcune derive, e infine la sua stessa dissoluzione. Ne è venuto un vuoto politico irrimediabile, dal quale è scaturita, più che in altri paesi dove la sinistra era pesata di meno, un disorientamento e poi una svolta dell'opinione verso una destra che Berlusconi - meno di cinque anni dopo il crollo del Muro di Berlino -esprimeva nella sua forma più volgare, e da questa sarebbe andata al nascere di un populismo distruttivo.
Non siamo stati capaci di occupare quel che poteva essere il nostro proprio terreno di lavoro, la crisi dei socialismi reali, che eravamo stati i soli ad annunciare, la ristrutturazione del capitalismo a livello mondiale, le diverse soggettività che ne sarebbero seguite. Il trionfo dell'avversario ci ha debilitato e demotivato: non solo i lettori sono diminuiti ma è calato il peso che il manifesto aveva avuto nell'opinione anche in momenti difficili, come il sequestro di Moro, l'emergenza, la messa sotto accusa del '68. Gli anni '80 ne sono stati la prova. La caduta dell'Est, che per noi doveva essere un'occasione, è stata la cartina di tornasole sulla quale si è scoperta la debolezza delle sinistre storiche ma anche la nostra, che non l'ha affrontata ed ha finito con il considerarla uno scoglio da evitare. Eppure un vecchio slogan aggiornato dalle nostre Tesi del 1970, «socialismo o barbarie» diventava la vera alternativa: come chiamare altrimenti la soppressione progressiva di ogni diritto sociale cui siamo avviati? Non tanto il «potere ai Soviet», del cui fallimento storico abbiamo lasciato parlare le destra, ma la priorità della salvaguardia del fattore umano, della sua crescita e dei suoi diritti è andata svanendo a favore d'un affidamento al libero mercato come unico regolatore sociale, facendoci arretrare agli anni venti e all'orlo delle pericolose involuzioni che ne sono seguite. Su una scelta liberista, e contrariamente alle speranze dei suo primi padri, s'è fatta l'Unione Europea, avvitandola saldamente con il trattato di Maastricht, ai pii desideri del trattato di Lisbona, alla impossibilita di sottoporsi a un giudizio dei popoli. Assai lontana da una omogeneizzazione politica, la Ue non è, in sostanza, che la sua moneta, l'euro, sottoposto ad acerbe oscillazioni per la discrasia dei regimi fiscali, l'ingigantirsi della finanza, la deindustrializzazione del continente, la conseguente debolezza dei codici del lavoro, la crisi esterne, prima di tutte quella dei subprimes nel 2008. L'esorbitante aumento della finanza rispetto alla cosiddetta economia reale e la interdizione agli stati di intervenire a correggerlo, ha esposto l'euro a una oscillazione in tutti i paesi del sud, cui si impongono direttamente per via legislativa o indirettamente, tramite il gioco dei mercati enfatizzato dalle agenzie di rathing, crudeli cure di austerità, che li precipitano nella crescente disoccupazione e precarietà. In queste condizioni rinascono scetticismi antieuropei ridesta e di sinistra, e la legittimazione popolare sia d'una misura o di un governo è resa difficile.
La politica lamenta che l'economia la ha sopraffatta, come se essa stessa - e si tratta di governi di socialisti, laburisti o di centrosinistra - non se ne fosse liberata, rinunciando alla possibilità di intervento pubblico («meno stato più mercato») e accettando la riduzione dell'economia a pura contabilità della spesa dello stato, aggravata dai six pack successivi. Privi di risorse, per la disoccupazione crescente e il rifiuto d'una tassazione dei redditi e in particolare della finanza, gli stati sono paralizzati e le classi subalterne pagano prezzi sempre maggiori. Basta scorrere i pochi articoli del «fiscal compact» votato dai governi europei il 28 giugno a Bruxelles per rendersi conto che si tratta di puro obbligo monetario, che avrebbe addirittura favorito la speculazione dei mercati sul debito degli stati se la Bce non fosse intervenuta con prestiti illimitati a breve termine, evitando uno strangolamento immediato ma esigendo dai paesi che li richiedano che si accetti uno stretto controllo della Bce, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione. Il testo del fiscal compact appare difficile da sottoporre a un referendum, come chiedono alcune sinistre radicali, per il suo tecnicismo (tempi dei rimborsi e condizioni per i crediti) e il suo silenzio su tutte le richieste socialmente pressanti. Come osserva più d'uno dei commentatori politici (G. Rossi su «Il Sole 24 ore» o Adriano Prosperi su «Repubblica») il fattore umano è del tutto assente da questi accordi, che neppure notano l'aumento dei disoccupati (si calcolano 18 milioni in Europa), l'estendersi della deindustrializzazione crescente, la delocalizzazione verso paesi a costo del lavoro più basso che mediamente in Europa, la minaccia di evasione fiscale degli alti redditi in Francia.
Tale scelta dei governi, che rappresenta il massimo consenso alla tesi di un von Hajek e il massimo della contraddizione all'orientamento delle costituzioni dopo la seconda guerra mondiale, toglie spazio all'uso di quelle possibilità di difesa delle classi subalterne che esse avevano conquistato nel lungo periodo del compromesso keynesiano, prodotto dallo scontro fra capitale e lavoro, delineato per primo da Roosevelt come via d'uscita dalla crisi del '29, sicuramente rafforzato dalla potenza dell'Urss e teorizzato dopo il 1938 soprattutto in Gran Bretagna. Il movimento del '68 ne ha messo in luce i limiti politici e strutturali, ma è d'obbligo riconoscere che lo ha destrutturato, evidenziandone appunto gli aspetti di compromesso sociale, piuttosto che spingerlo in avanti. Accelerata dopo il 1989, la Unione Europea è nata sconfessando il modello «keynesiano» (e la nuova sinistra ne aveva dato alcuni argomenti) e una bozza di trattato dopo l'altra, malgrado i wishful thinkhing di Lisbona, hanno vincolato gli stati a un rigore di bilancio basato sulla riduzione del costo del lavoro e su una sua organizzazione che le nuove tecnologie permettono di ridurre nelle quantità della manodopera invece che nella riduzione dei tempi e delle cadenze, mentre la liberazione del mercato da ogni vincolo permette di mettere in concorrenza i salariati europei con quelli di paesi ex colonizzati, assai minori. Le classi subalterne sono spinte, come in Grecia e in Spagna, a votare il proprio annichilimento sindacale e politico. Non sorprende che dilaghi l'euroscetticismo soprattutto nelle ex roccaforti operaie e che in esse abbiano ascolto le destre estreme.
Quando l'ad della Fiat, Marchionne, parla di «un prima e un dopo Cristo» nelle relazioni sociali sottolinea una verità: le sinistre, non solo comuniste e socialiste ma socialdemocratiche, hanno lasciato nel disorientamento del 1989 la loro base e i loro principi, con ciò perdendo il loro potere contrattuale (salvo in alcuni paesi scandinavi) ed è quel che ne rimane oggi è il bersaglio della controparte. Non inganniamoci: non è il comunismo che oggi il padronato delle multinazionali ha deciso di distruggere, operazione che ha già compiuto da solo, ma quella legittimità degli opposti interessi sociali che i Trenta Gloriosi avevano dovuto riconoscere, che aveva permesso alle lotte operaie di esistere e di conquistare alcune condizioni che ancora oggi alcuni, anche fra noi, considerano diritti inalienabili. Non ci sono nei rapporti fra le classi diritti inalienabili. Essi vanno difesi metro per metro dalla possibilità di un arretramento, del quale nel recente passato lo strumento fondamentale è stata la utilizzazione esclusivamente padronale della tecnologia, e oggi la più volgare riduzione dell'economia a una contabilità dello stato, mutilata dalle entrate un tempo assicurate dalla più vasta platea occupazionale, e al suo regime comunitario. In questo senso la soggezione ai dettami liberisti, sulla quale è stata formata la Unione Europea, somiglia a un fatale combinato-disposto: è interdetto alla sfera politica di intervenire sul sistema economico, ed è permesso al sistema economico di intervenire nel continente, entrandovi e uscendone senza renderne conto agli stati, mentre le distruzioni, che queste razzie comportano sul tessuto sociale dei diversi paesi, costituiscono un aggravio finanziario per il relativo stato mentre ne minano le basi e il consenso.
La ricostituzione d'un potere di contrattazione sostenuto dalla legge e di conseguenza d'un controllo politico, statale o comunitario, sui movimenti di capitale, unitamente alla tassazione delle transazioni fiscali, è una misura che si va rivelando sempre più urgente. Ed è sostenuta non solo dalla manodopera industriale, che chiede di ricostituire le sue basi produttive, adeguandole nel contempo alle compatibilità ecologiche e ambientali, e quindi una politica economica esplicita e discussa in comune, ma anche dalle classi medie, il cui potere d'acquisto è in calo. L'allargarsi del ventaglio delle disuguaglianze sociali, come non mai nel secondo dopoguerra, ha portato a un affluire della ricchezza su un decimo della popolazione, e della grande ricchezza su un decimo di questo decimo (Gallino, Pianta).
E' una tendenza non sostenibile, e impone una inversione di rotta. Anche perché allo sbiadire dei rapporti di forza contrattuali si aggiunge l'affievolirsi del più generale sistema democratico, che si sconnette e contraddice, da una parte, sotto l'urto del mercato selvaggio e, dall'altra, di una antipolitica diffuso. La lezione di Federico Caffè è stata distrutta negli anni '70 e '80.
Essa è una condizione perché l'orizzonte di una trasformazione che investa alle radici la proprietà resti aperto, salvaguardandone anzitutto i soggetti. I tentativi di assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella classe operaia non ha avuto esito. Esso non è durevolmente passato alla gioventù acculturata e/o marginale, come pensava Herbert Marcuse, malgrado i processi di proletarizzazione cui è sottoposta, né nelle popolazioni dei paesi terzi, come si è creduto nel primo postcolonialismo, né nella reattività delle moltitudini, difesa da Negri e Hardt.
In Italia, l'azzeramento di fatto del parlamento nella unanimità senza condizioni richiesta da Mario Monti per accettare l'incarico ha ottemperato di fatto alle condizioni poste dalla Bce, dal Fmi e dalla commissione europea. Quale partito o coalizione si presenta oggi esplicitamente contro Monti, garante di questa Europa? E di Monti, e ciò che rappresenta, è garante il presidente della Repubblica. Che questa soluzione sia stata promossa da un ex dirigente del Pci diventato Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è il segno più eloquente di ciò che è avvenuto nelle sinistre nel 1989. E anche dei limiti assai stretti nei quali potrà muoversi, se ci sarà, di una alternativa a questo governo.
Ma occorre tenere presente questi vincoli, dunque spostare l'orizzonte in Europa, se si vuol evitare che il primo passo già compiuto nella recessione diventi un cadere catastrofico in essa. E' la situazione di tutti i paesi europei del sud, dalla Grecia all'Italia alla Spagna, al Portogallo, e l'indice attorno allo zero crescita previsto in Francia sta mettendo anche Parigi su questa soglia. Negli Stati Uniti, l'esito della crisi del 2008 è violentemente impugnato dalle destre per corrodere i flebili risultati della presidenza Obama - dipinti come addirittura «comunisti»- in Francia per bloccare in partenza le modeste riforme di Hollande, dovunque per non disturbare il capitale finanziario, e per esso, soprattutto da noi, le banche tedesche. L'aggressione è totale.
Ma hanno ragione Stiglitz e Krugman a scrivere che questa strada è senza uscita, i livelli di disoccupazione e di «crescita negativa» non sono sostenibili da nessun paese, senza conseguenze politiche nefaste, ripetendo uno scenario da Anni Venti. I paesi del sud non vedono uscita dal tunnel, ma comincia a patirne anche la Germania che vendeva la maggior parte dei suoi prodotti sul mercato europeo, e lo vede restringersi. Una svolta appare a molti necessaria. Bisogna dimostrare che è ragionevole e possibile.
Mi pare indubbio che il manifesto, qualora resti in vita, debba lavorare sulla base di questa analisi e insistere sul riportare il fattore umano - occupazione e servizi sociali, redistribuzione delle imposte sui ceti più favoriti e sulla finanza - al centro di qualsiasi programma politico che si dica di sinistra. Argomentando modi e tappe e battendosi per spostare i vincoli europei che vi si oppongono. L'inquietudine è grande in vari paesi del continente, e il nostro giornale potrebbe darle argomenti e voce. Si tratta di un lavoro politico e culturale di lunga lena, rivolto senza equivoci a quella parte del paese che non intriga ma pensa e si interroga, smettendo di galleggiare su obbiettivi generici e a breve, nessuno dei quali è riuscito a realizzarsi ad oggi.

22.2.12

Un esame di noi stessi

di Rossana Rossanda (Il Manifesto)

Che al governo una voce come la nostra non interessi è comprensibile, ma perché non interessa più ai nostri lettori? La difficoltà di fotografare la nuova topografia del sociale, le difficili condizioni di lavoro interne. Eppure è un giornale in cui, ogni giorno, si può trovare qualcosa di interessante.
Della libertà di stampa al governo Monti non potrebbe importar di meno. Da buon liberista è convinto che un giornale è una merce come un'altra; se vende abbastanza ai lettori e agli inserzionisti di pubblicità, viva, se no muoia.

Lo strangolamento è stato bene illustrato l'altro ieri da Valentino Parlato. Ed era visibile dai nostri bilanci. La nostra asfissia è della stessa natura di quella che si tenta di applicare ai beni comuni non meno urgenti. A noi sembra importante anche la presenza di una voce fuori dal coro come la nostra, perché in un paese che ha mandato tre volte Silvio Berlusconi al governo, qualcosa non funziona.

Né funziona che tanti amici si rallegrino che al posto d'un faccendiere impresentabile sia venuto un onesto e distinto liberista. Onesto personalmente, s'intende. L'onestà sociale non si sa più bene che cosa sia, e non importa più alla stampa salvo che a noi. Che siamo non solo un pezzo della sinistra, ma addirittura comunisti. Anzi, più che comunisti, nel senso che il comunismo dei "socialismi reali" non ci andava né su né giù. Per questo fummo esclusi dal Pci, ma per non essersi posti le nostre domande sui socialismi reali i partiti comunisti non esistono praticamente più.

Che al governo una voce come la nostra non interessi è comprensibile: del manifesto è rimasta l'immagine di un quotidiano di sinistra, anzi di estrema sinistra. Ora è facile giurare sulla libertà di stampa finché questa non è dalla parte di chi ti attacca. E in Italia chi attacca il governo? E noi dove siamo? Come Parlato ricorda, il manifesto vende sempre meno da otto anni a questa parte.

Il calo si è accelerato negli ultimi due. La media in cui ci eravamo tenuti nei nostri primi trenta anni è stata, poco più su poco più giù, di trentamila copie, non molto alta, eravamo un giornale di nicchia. Ma solida e rispettata nicchia. Ora si è circa la metà.

Dovremmo chiederci perché. Era nostra abitudine fare un punto almeno un paio di volte all'anno. Ma negli ultimi tempi la direzione non ha più convocato un'assemblea che faccia il punto sullo stato del mondo e dell'Italia e sul nostro orientamento in esso. Né la redazione, che può esigerlo, sembra averne sentito il bisogno. Neanche un attimo prima di arrivare a quella forma di liquidazione, non proprio un fallimento ma quasi, cui siamo costretti.

Non è stata una buona scelta. Non è infatti per nulla ovvio che cosa sia oggi un giornale di sinistra, tanto meno uno che, sempre secondo Parlato, dovrebbe ancora definirsi comunista. Nel senso che dicevamo sopra, un comunismo che poco ha a che vedere con i "socialismi reali", ma che realizzi un cambiamento del vivere e del produrre e che facendolo realizzi un più di libertà politica. Lo abbiamo detto in questi anni ancora? Si poteva dirlo? Si poteva crederlo? Questa è la domanda cui abbiamo smesso di rispondere cessando fra noi persino di farcela.

Io tendo a credere che da questa reticenza venga il dimezzamento dei nostri lettori. Ma è una domanda cui non è semplice rispondere. Non è facile essere comunisti oggi, a più di trenta anni dal 1989. E appunto sarebbe nostro compito chiarire che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora, o perché non si possa dirlo più.

Io credo che, almeno nei tempi brevi, non si possa dirlo più. E non perché il sistema mondializzato sia diventato più umano, condiviso e condivisibile, meno feroce, più pacifico perché libero e un po' meno inegualitario, cosa che non vuol dire conformizzato. Non abbiamo mancato di scrivere che dal 1971 non sono soltanto passati molti anni, ma sono cambiate molte cose. Quasi tutte. Ma non ne abbiamo tratto ed esplicitato le conseguenze. In questo la crisi della sinistra non è diversa dalla nostra, almeno - sinistra essendo ormai parola assai vaga - di quella parte della sinistra che si proponeva un cambiamento del modo di produzione. Si può essere anticapitalisti oggi?

Il manifesto è nato quando una parte del mondo, sotto l'egemonia degli Stati Uniti, era capitalista e imperialista, e una parte che aveva già abolito la proprietà privata del capitale si diceva socialista ed era sotto l'egemonia dell'Urss. Il mondo si ridefiniva fra due campi e mezzo: perché restava una parte sospesa in un "postcolonialismo", vago come tutti i post, che chiamavamo paesi terzi. Oggi non è più così; gli Stati Uniti non sono più la indiscussa prima potenza capitalista, e non è sicuro che il loro fine si possa definire, come prima, imperialista. L'Unione Sovietica non esiste più. La Cina ha un governo che si dice comunista ma un sistema produttivo capitalista spinto. Cuba non sembra più affatto socialista. Il terzo mondo ha percorso, tra stati e sotto l'infuenza di potenze diverse, un itinerario mai visto prima.

Allo stesso tempo l'Europa ha formato una grande area a moneta unica e a direzione liberista che da anni è traversata da una crisi, economica e politica, più acerba di quella degli Stati Uniti da cui aveva preso radice. Insoma, è cambiato tutto. È cambiato il capitalismo? Possiamo dire di sì, nel senso che ha articolato le sue forme e non ha più uno stato che ne sia indiscutibilmente la leadership. Dobbiamo dire di no, nel senso che ha mondializzato, appunto articolandolo, il suo modo di produzione. Possiamo, davanti a questo mutamento di scena, conservare gli strumenti di analisi e di proposta che avevamo nel 1971? Non credo. Andrebbero almeno verificati.

Anche l'Italia è cambiata. Nel senso che forse nel paese dove il movimento del '68 è stato più lungo e più esteso a vari strati sociali, non solo operai e studenti, ha anche - ha ragione Mario Tronti - più destrutturato le forme classiche del socialismo e della democrazia di quante forme nuove abbia prodotto. Ha investito nuove figure sociali e anche qualcosa di assai più che una forma sociale, le donne e i femminismi. Questa molteplicità di oggetti ha avuto in comune il rigetto delle forme di potere cui era, visibilmente o invisibilmente, sottomessa, nello stesso tempo dividendosi acerbamente. Risultato, all'ampiezza del rigetto ha risposto una reazione opposta, un individualismo piatto, un rifiuto di ogni cambiamento di società, di ogni collettività che non sia locale o comunitaria. La incomunicabilità delle differenze ha prodotto una crisi della politica, il cui esito è stato il berlusconismo e il crescere del populismo.

Ma di questo neanche noi abbiamo dato una mappa e una topografia approfondita e comune. Abbiamo denunciato i limiti del keynesismo postbellico con l'intento di andare oltre, ma di fatto abbiamo lasciato spazio a spinte liberiste. Meno stato più mercato, è uno slogan che piaceva anche a sinistra. Per un paio di decenni abbiamo messo da parte il rapporto di lavoro, analizzando le nuove soggettività e le molte contraddizioni che ne erano fuori, finendo col dichiarare lo sbiadimento se non addirittura l'irrilevanza della contraddizione fra lavoro e capitale. Fino allo scoppio della crisi e dell'offensiva padronale alla Fiat abbiamo dato poca attenzione alla struttura sociale, come se fosse un problema puramente sindacale.

Non siamo stati convinti, e quindi non siamo stati capaci di convincere, che - come ci ricorda il segretario della Fiom - il modo di produzione non investe soltanto la fabbrica ma tutta la società. Il lavoro? Roba del secolo scorso. L'operaio? Non c'è più. Il sindacato? Vecchiume. Del resto non gorgheggiavano ogni giorno i padroni che il lavoro costituiva orami una parte minima del processo di produzione?

Oggi i padroni dicono tutto il contrario, strillano che per essere competitivi nella mondializzazione bisogna ridurre i salari italiani a quelli dell'Indonesia o della Cina, un terzo, un quarto del livello che i lavoratori erano riusciti a spuntare da noi. Così siamo arrivati, come il resto del mondo occidentale, a una stretta in cui i redditi si sono divaricati al massimo, il dieci per cento della popolazione guadagna quanto il novanta per cento, e di questo dieci, l'un per centro guadagna più di tutti gli altri. Nella stretta si dibattono anche le nuove soggettività.

In questo ribollire di bisogni e nella loro incapacità di trovare un dialogo, il manifesto non è riuscito a suscitare più interesse ma meno. Eppure non c'è giorno che esso non proponga un pezzo interessante e che sarebbe impossibile trovare altrove, un'interpretazione di una notizia che l'altra stampa offusca. Forse che quel che scriviamo non si capisce, non è detto bene? Non è chiaro? Non è rapido e divertente? Qualcosa non ha funzionato neanche da noi. Siamo stanchi, perché - per favore non lo si dimentichi - coloro che ogni giorno hanno confezionato questo foglio e lo hanno spedito in giro non ne possono più di un successo che lentamente viene meno e perdipiù di essere pagati meno che in qualsiasi altro giornale, e a singhiozzo, a volte aspettando il salario per mesi. Affidarsi per anni agli introiti del marito, della moglie, dei genitori, a un altro lavoretto è facile da dire, non facile da vivere.

Io insisto perché nel chiedere solidarietà facciamo anche un esame di noi stessi. O pensiamo che la storia sia finita e che "io speriamo che me la cavo" sia divenato il solo slogan veramente popolare?

5.10.11

Titoli a picco

Marina Corradi (Avvenire)

Donne vere e un viso da copertina

Maria aveva 14 anni, faceva il primo anno di liceo classico e lunedì era uscita un’ora prima da scuola perché mancava un insegnante. Così è andata a trovare il padre, al maglificio di via Mura Spirito Santo, a Barletta. È rimasta sotto le macerie. Assieme a quattro operaie, in uno scantinato dove in quanti esattamente lavorassero non si sa; e dove le crepe aperte nei muri non erano bastate a far dichiarare l’edificio inagibile.

Ma questa tragedia del Sud, dal sapore così amaro e così antico, come la somma ineluttabile di endemici mali, ieri sulle prime pagine era eclissata dai titoli cubitali su Amanda Knox, assolta dall’accusa di omicidio dell’amica Meredith Kerch. Dopo un processo tanto seguito dai media, da essere diventato simile a una fiction; con la protagonista così bella e fotogenica da indurre a un inconscio equivoco – come se il delitto di Perugia, fosse solo un film.

Già, i giornali, alzerà la spalle qualcuno. Sì, i giornali, certo. Ma i giornali, oggi più scientificamente che mai, danno spazio a ciò che presumono che i lettori desiderino e che i lettori s’abituano a considerare il pane quotidiano dell’informazione. Dunque, è vero che il circo mediatico a volte va fuori controllo, ma è anche vero che lo fa per soddisfare la domanda (vera e indotta) del "mercato". Allora ci si può domandare che Paese è, quello in cui una sciagura che mescola irregolarità edilizie, inadempienze di controlli e lavoro in nero, e fa cinque morti, interessa tanto di meno del destino di una bella ragazza e del suo amico, in primo grado condannati per un omicidio terribile, e a torto o a ragione diventati quasi dei foschi eroi, nella penombra di incertezza che tuttora avvolge ciò che veramente avvenne quella notte, a Perugia. Se si misurasse aritmeticamente lo spazio occupato dai titoli su Amanda e su Barletta, ieri, si vedrebbe che la prima vince quattro a uno; e anche di più, se persino il più grande e il più rigoroso dei giornali "di sinistra" ieri per Maria e le altre non hanno trovato uno spicchio in prima pagina.

Del resto, anche le dieci pagine di sbobinatura di intercettazioni su escort e festini che ultimamente occupavano quotidianamente molti quotidiani, davvero, nella dovizia di particolari, rispondevano solo a un dovere di cronaca? Oppure soddisfare tutte le curiosità dei lettori rende – o da questa illusione – in termini di tiratura? Ma di nuovo, parlando di sistema mediatico, finiamo col parlare anche di chi giustifica e alimenta certe logiche. Perché ad Amanda i titoli di apertura e per quattro donne morte lavorando e per la giovanissima Maria un titoletto basso o anche niente? Forse perché l’omicidio di Perugia, già assurdo e strabiliante nei suoi dati, tanto è stato sezionato e romanzato da diventare agli occhi di chi legge un feuilletton nero, più estremo di ogni immaginazione, e dunque in fondo percepito come irreale. Come Avetrana, con quel Michele Misseri che ora in tv chiamano amabilmente "zio", come uno di casa; come se anche Sarah Scazzi fosse fiction, e non fosse morta per davvero.

L’audience premia, dicono, le storie utili a portarci altrove, lontano da noi – almeno per un po’. Mentre quel crollo di Barletta, dove donne "oscure" lavoravano disagiatamente in uno scantinato, per quattro soldi e senza garanzie, mentre la casa si crepava e i controlli tardavano, ecco, questa storia non va assolutamente bene per distrarsi, per evadere, per non pensare. E dunque niente o titolo basso, "di piede", come si dice in gergo giornalistico.

Non è che vogliamo fare moralismi. È che ci preoccupa, e quasi ci spaventa, un Paese in cui un delitto con una bella imputata diventa fiction e titolo cubitale, e un’amara sciagura di case mal costruite e burocrazia polverosa e cinque morti non interessa, o interessa molto meno. Ci preoccupa, come preoccuperebbe un amico che si isolasse davanti alla tv, ignorando che in casa il lavoro manca, l’affitto è in arretrato e i figli fanno tutte le notti le tre. E la realtà? E la volontà, e la fatica per cambiarla? A volte, sgradevole e insistente, ci afferra il pensiero che quella crisi morale che sempre addebitiamo solo alla politica, alla finanza, alle varie "gerarchie", in realtà tocchi anche, nel profondo, noi.

11.10.10

Il giornalismo davanti a un incrocio

di Barbara Spinelli

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.

Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).

Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.

Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».

4.10.09

La stampa in crisi

di Daniela Daniele

«Quel che la rete non potrà cancellare è il ruolo dei giornali di opinione che continuano a svolgere la funzione un tempo assolta dai caffé, dove si fissavano gli standard del discorso pubblico»: un incontro con Victor S. Navasky, editorialista del «New York Times» e direttore emerito di «The Nation». «Non idealizzo i reporter sul campo, la cui obiettività - dice - è spesso compromessa da un pesante bagaglio ideologico»
Inaugurata da Truman Capote come pratica anomala di scrittura sospesa tra fatto e finzione, la nonfiction è un genere anfibio e da tempo uno strumento essenziale nelle mani dei romanzieri contemporanei (da Mailer a Doctorow, da Pynchon a Coover, da Joan Didion a DeLillo) per aggirare le censure e illuminare con strumenti fittizi gli enigmi irrisolti della storia. Se ne è parlato in una serie di incontri curati dal critico culturale del New Yorker Lawrence Weschler, a Villa La Pietra, divenuta sede della New York University, sulla via Bolognese che porta da Firenze a Fiesole. Tra i protagonisti, lo scrittore americano E. L. Doctorow, che ha guidato un vivace dibattito sulla scrittura nell'era del monopolio dell'editoria e di Internet. A proposito dell'eccesso di informazioni che circolano fuori e dentro la rete, il suo nuovo romanzo - Homer and Langley, edito da Random House - racconta la vera storia dei proverbiali fratelli Collyer che morirono letteralmente sommersi da cumuli di carta stampata, in una casa di Harlem, trasformata in discarica al coperto.
I tunnel di carta in cui i vigili li rinvennero cadaveri richiamano allegoricamente una sindrome sempre più diffusa tra i navigatori della rete: la «disposofobia digitale», quel disturbo compulsivo che impedisce di disfarsi della massa di dati a nostra disposizione, con l'illusione che le illimitate capacità di immagazzinamento del computer possano garantire il controllo della conoscenza e dell'informazione. Tant'è vero che, nel romanzo di Doctorow, il sogno di uno dei due fratelli di Harlem è proprio quello di trarre da quell'ammasso di giornali un reportage definitivo, il distillato del «quotidiano universale», capace di resistere a ogni ulteriore aggiornamento.
Doctorow ha chiamato a discutere della crisi della carta stampata nell'era di Internet un protagonista dell'editoria internazionale, Victor S. Navasky, editorialista del New York Times e dal 1978 direttore e attualmente editore emerito della gloriosa rivista «The Nation», fondata alla fine della guerra civile da un gruppo di abolizionisti che guidarono la ricostruzione a partire da un acceso dibattito tre le migliori menti progressiste e radicali d'America. Da quel lontano 1865, a detta di Navasky, «The Nation» non ha mai cambiato linea, e sta in questo il segreto di tanta longevità: il giornale, infatti, non ha mai rinunciato alla sua indipendenza editoriale né a rispettare le richieste di aggiornamento da parte dei lettori sui temi dell'istruzione e della sanità, temi che in tempi di crisi sono diventati negletti. La forza di «The Nation», conferma Navasky, sta nel fatto di essere rimasta, come alle origini, un giornale di opinione. Le crisi finanziarie non sono mancate: negli anni Trenta, si dovette cedere la proprietà a un magnate di Wall Street, che però fu costretto a firmare la liberatoria con cui rinunciava al controllo editoriale. Infatti si ritrovò a presto a dovere sottoscrivere contenuti apertamente critici sul suo operato, che alla lunga lo convinsero a rinunciare alla proprietà.
Il celebre giornalista statunitense A. J. Liebling scriveva che la libertà di stampa viene garantita solo da chi la stampa la possiede ma, in un sistema di comunicazione basato sul profitto, il monopolio dell'informazione non è mai totale. Ad eccezione del caso Watergate, tuttavia, che rimane un grande modello isolato, se pensiamo al periodo maccartista, o a quello dei samistadt russi, il giornalismo indipendente ha sempre dovuto affrontare il problema della scarsezza di fondi e della censura, rilanciando, soprattutto nei momenti più critici, il ruolo del giornale d'opinione che, con pochi capitali, può mantenere un forte impatto. Sentiamo cosa ha da dirci Victor S. Navasky.
A sostegno della rivista «The Nation» sono state ideate iniziative di «intrattenimento critico», come per esempio una crociera con i lettori, che ha destato però, molte polemiche. Certo, ci si domanda sempre più allarmati, come fa la stampa indipendente a garantirsi i mezzi con cui lavorare?
L'idea della crociera è solo una delle numerose iniziative di autofinanziamento che abbiamo ideato, perché organizziamo, per esempio, anche molti incontri a New York e in giro per il paese per cui chiediamo un biglietto di sottoscrizione. Comunque, la crociera ha permesso a molti lettori di andare in vacanza con alcuni tra i nostri maggiori autori, i quali hanno accettato di parlare a bordo senza essere pagati. C'è stato chi ci ha accusato di aver scelto una forma di viaggio troppo esclusiva per i mezzi a disposizione dei nostri lettori, e c'è chi - come Barbara Heinrich, una giornalista molto amata negli Stati Uniti che divide il suo impegno tra stampa radicale e quella più liberal come la nostra - si è rifiutata di venire a parlare su una nave di proprietà di una multinazionale. Allora le abbiamo proposto di raggiungerci in aereo a una delle tappe del viaggio (senza ricordarle che anche gli aerei appartengono alle multinazionali), ma non è bastato perché alla fine si è data malata. Per protestare contro la sua assenza molti passeggeri sono entrati in sciopero, dando vita a una serie di incontri alternativi che ci hanno fatto capire come l'area radicale dei nostri lettori rimanga cruciale per mantenere vivo il dibattito anche tra i progressisti liberali: proprio com'era nei propositi originari della rivista.
Qual è la sua opinione sulle modifiche che la scrittura ha subito dopo la rivoluzione elettronica? Le sembra che il progressivo scadimento della sua qualità sia inesorabile?
Non condivido la demonizzazione delle nuove tecniche di comunicazione né credo si debba idealizzare il passato. Anche Doctorow ha notato che si potrà parlare di morte della scrittura solo il giorno in cui saremo costretti a leggere un testo disposto su un'unica colonna, diversamente da quanto accade ora che i giornali - ma era già così nel XIX secolo - organizzano le loro pagine per colonne contigue, che scorrono l'una accanto all'altra, quasi a presupporre una lettura simultanea e parallela. La rete è un ricettacolo di dati che non cancella, soprattutto, il ruolo dei giornali di opinione che, come ha scritto Jürgen Habermas nel 1965, continuano a svolgere la funzione pubblica che un tempo avevano i caffé, dove si fissavano gli standard del discorso pubblico. D'altronde, le riviste cartacee sono ancora tra le poche a garantire un'eleganza, una coerenza e una cura editoriale che mancano all'informazione in rete, per non parlare della maggiore accuratezza nel verificare le notizie, laddove il sapere in versione wikipedia è soggetto a costanti rettifiche e rimaneggiamenti. Si dà sempre per scontato che i giovani passino il loro tempo in rete e non leggano libri, eppure al George T. Delacorte Center for Magazine Journalism, che dirigo alla Columbia University, sono moltisimi gli studenti che chiedono di specializzarsi nella stampa periodica, sperimentando forme narrative e investigative di giornalismo fondate sull'interpretazione delle notizie più che sulle notizie in sé, per le quali basta avere un televisore e un I-Phone.
Doctorow nel suo ultimo romanzo parla del fatto che sotto la spinta della comunicazione elettronica assistiamo non solo a un inevitabile degrado della parola scritta ma a forme parossistiche di condensazione delle parole. Che gliene pare di questa prospettiva?
Nel breve periodo temo che sia realistica, ma con il tempo le diverse modalità di scrittura finiranno per integrarsi e ad arricchire il quadro dell'informazione. D'altro canto, la carta stampata non solo continua misteriosamente ad avere una forte presa sui lettori, ma sta imparando a sfruttare le sollecitazioni provenienti da quel «giornalismo civico» di cui parla Jay Rosen, cioè dal lavoro di anonimi che, sostituendosi ai reporter di professione e grazie a una diffusa dimestichezza con le tecniche di ripresa, hanno messo in rete, per esempio, i discorsi di Obama, incidendo in maniera decisiva sulla sua elezione. È vero che esempi come questo testimoniano della migrazione di certe notizie o spazi pubblicitari dalla versione cartacea alle pagine on-line, ma ciò non deve portare a temere gli effetti distruttivi delle tecnologie. D'altronde, così come dopo l'invenzione del cinema il teatro ha continuato ad esistere, ai nostri giorni, in piena esplosione dell'editoria elettronica, il libro rimane il mezzo più comodo per leggere. Piuttosto, oggi sentiamo il bisogno di diverse tipologie di giornalisti, o forse di giornalisti capaci di svolgere funzioni multiple: al tempo stesso devono fare circolare gratuitamente sui blog informazioni che non possono attendere i tempi di verifica dei giornali ma devono anche essere capaci di scrivere quegli articoli di approfondimento che assicurano il senso della carta stampata.
Sono anni, ormai, che si discute sull'impatto visivo delle nuove forme di comunicazione, facendo passare l'idea che l'immagine da sola può assumere un valore probante nella verifica dei fatti, a dispetto delle manipolazioni che le stesse tecnologie elettroniche rendono possibili. Lei cosa ne pensa?
Il rapporto con l'immagine è essenziale in questa fase della comunicazione: basti pensare a come, sul piano giornalistico, le foto di Abu Ghraib abbiano prodotto politicamente più effetti di tante discussioni. Anche la vignetta sta assumendo un ruolo politicamente più incisivo, essendo un'arte del grottesco d'impatto visivo immediato che sa ferire più di quanto non si pensi. Sull'esempio olandese dei caricaturisti che con le loro raffigurazioni di Maometto hanno sfidato una cultura iconoclasta come quella islamica, credo che oggi non ci sia un giornalista più temuto del vignettista. È lui che riesce ad aggirare la censura, facendo leva su stereotipi che toccano le viscere più di quanto non investano la ragione. Penso alla caricatura di Lincoln in versione gay, che suscitò l'indignazione della sinistra radicale o quelle di Michelle Obama criticate dalle femministe durante la campagna elettorale, esempi che fanno emergere un represso capace di smascherare anche certe chiusure e tabù della sinistra. Il vignettista si trova sotto un fuoco incrociato del potere e della correttezza politica, che non brilla mai per senso dell'umorismo, e contribuisce a consolidare il clima di moralismo fondamentalista in cui viviamo.
Non pensa che la credibilità della scrittura giornalistica oggi passi anche per la necessità di possedere un certo talento letterario e per la capacità di trovare uno stile riconoscibile?
Certo, a suo tempo Truman Capote ha avuto la capacità di decostruire miti e valori radicati dell'establishment, facendosi forte di una scrittura elegante, e Norman Mailer ha continuato su questa linea con Il canto del boia e Le armate della notte. Ma non solo il giornalismo letterario possiede quella forza, le strade della grande scrittura giornalistica sono molte. Abbandoniamo per un momento il giornalismo di opinione, che mantiene l'agio dei tempi dell'approfondimento e si dà modo di verificare i fatti e passiamo a quel genere di reportage che si svolge, per esempio, sui luoghi di guerra: com'è cambiato, secondo lei lo statuto delle notizie?
Non intendo idealizzare il reporter sul campo, che spesso arriva con un pesante bagaglio ideologico e dunque nessuna garanzia di obiettività. Nelle zone a rischio, abbiamo bisogno tanto di giornalisti chiusi negli alberghi che controllano le fonti governative come di persone che, per scelta, sfidano il rischio e si avventurano a indagare di persona. Così come non esiste un'unica verità, non c'è solo un giornalismo fondato sui meri fatti. E, d'altra parte, non credo che solo il «new journalism« sia in grado di filtrare notizie che non siano false.

7.7.09

Journalistic narcissism

At the Aspen Ideas Festival this week, Andrew Sullivan said, “Journalism has become too much about journalists.”

True. It’s not just that newspapers are covering their own demise as thoroughly as Michael Jackson’s. This is about the mythology that news needs newspapers – that without them, it’s not news.

In an offhand reference about the economics of news, Dave Winer wrote, “When you think of news as a business, except in very unusual circumstances, the sources never got paid. So the news was always free, it was the reporting of it that cost…. The new world pays the source, indirectly, and obviates the middleman.” This raises two questions: both whether news needs newsmen and whether journalists and news organizations deserve to be paid.

I tweeted Winer’s line and Howard Weaver then started a discussion with this tweet: “Is it news if it’s not reported? I don’t think so.” I don’t think he’s saying that the reporting needs to be done by a professional, but he is saying that reporting is what makes news news. Does news need the middleman?

Steve Yelvington just tweeted that “The Washington Post ’salon’ debacle is a clash between myth and reality on so many levels: ‘the select few who will actually get it done.’” Being needed.

The realization of that myth – the myth of necessity – hit me head-on when I read an unselfconsciously narcissistic feature in The New York Times this week about the room where the 4 p.m. news meeting is held. Guardian editor Alan Rusbridger has likened that meeting to a “religious ceremony.” The Times feature certainly acted as if it were taking us inside the Pope’s chapel: “The table was formidable: oval and elegant, with curves of gleaming wood. The editors no less so: 11 men and 7 women with the power to decide what was important in the world.”

Behold the hubris of that: They decide what is important. Because we can’t. That’s what it says. That’s what they believe.

I was trained to accept that myth: that journalists decide what’s important, that it’s a skill with which they are imbued: news judgment. I worked hard to gain and exercise that judgment. The myth further holds that no judgment of importance is more important than The Times’; that’s why, every night, it sends out to the rest of newspaperdom its choices. News isn’t news until it’s reported and it’s not important until The Times says so.

But why do we need anyone to tell us what’s important? We decide that. What’s important to you isn’t important to me. Why must we all share the same importance? Because we all shared the same newspaper. There is the wellspring of the myth: the press.

I am trying to cut through these many myths about newsso I can reexamine them. In something I’m writing now for another project, I say: “To start, it is critical that we understand and question every assumption that emerged from old realities – for example, that news should be a once-a-day, one-for-all, one-way experience just because that’s what the means of production and distribution of the newspaper and the TV broadcast necessitated.” And: “Owning the printing press or broadcast tower used to define advantage: I own and control the means of production and distribution and you and don’t, which enables me to decide what gets distributed and forces you to come to me if you want to reach the public through news or through advertising, whose price I alone set with little or no concern for competition.”

No more. The press has become journalism’s curse, not only because it now brings a crushing cost burden but also because it led to all these myths: that we journalists own the news, that we’re necessary to it, that we decide what’s reported and what’s important, that we can package the world for you every day in a box with a bow on it, that what we do is perfect (with rare, we think, exceptions), that the world should come to us to be informed, that we deserve to be paid for this service, that the world needs us.

The journalistic narcissism that extrudes from the press extends to so much of the journalist’s relationship with her public. Jay Rosen just tweeted his headline for Plain Dealer Connie Schultz’ return of spitball (below): “A blogger was mean to me so that means I’m right.” John McQuaid tweeted that he feared I was “only abetting Connie Schultz’s effort to turn a real debate into a bloggers vs. MSM culture war.” He’s right. Schultz didn’t address the substantive objections to her hare-brained and dangerous scheme; she made it about her.

Oh, I know, this is all a big set-up for your punchline: A blogger is talking about narcissism? Heh. Isn’t blogging the ultimate narcissism? But who called it that, who made that judgment? Journalists, as far as I’ve seen. When they talk, it’s important. When we talk, it’s narcissism. What we say can’t be important – can it? – because we’re not paid and printed. But I don’t want to replay the blog culture war, which I keep hoping is over. I want to question assumptions, to find the cause and effect of myths.

And that’s what Winer is trying to do when he reminds us that the important people in news are the sources and witnesses, who can now publish and broadcast what they know. The question journalists must ask, again, is how they add value to that. Of course, journalists can add much: reporting, curating, vetting, correcting, illustrating, giving context, writing narrative. And, of course, I’m all in favor of having journalists; I’m teaching them. But what’s hard to face is that the news can go on without them. They’re the ones who need to figure out how to make themselves needed. They can and they will but they can no longer simply rest on the press and its myths.

12.3.09

Medici senza frontiere: dieci crisi nascoste dai telegiornali

L a catastrofe umanitaria in Somalia, l’emergenza sanitaria in Myanmar, la guerra civile nel Congo orientale.
Sono solo alcune delle più grandi crisi umanitarie «dimenticate» dai media italiani nel 2008. A stilare la classifica dei dieci drammi più trascurati dai media è Medici senza frontiere (Msf). Secondo i dati presentati ieri a Roma, il “gossip” passa spesso in primo piano. La classifica di Msf si basa su un’analisi condotta dall’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali Tg italiani. «Dall’analisi – ha osservato Mirella Marchese, dell’Osservatorio di Pavia – emerge che le 10 crisi umanitarie più dimenticate sono: i civili uccisi o costretti alla fuga per l’intensificarsi degli scontri avvenuti nel Pakistan nord­occidentale; la critica situazione sanitaria in Myanmar; l’epidemia di colera nello Zimbabwe; la guerra civile nel Congo orientale; la catastrofe umanitaria in Somalia; la malnutrizione dei bambini ad Haiti, Bangladesh e Costa d’Avorio; l’allarmante situazione sanitaria nella regione somala dell’Etiopia; la perpetua situazione di violenza e sofferenza in Sudan; i civili iracheni con urgente bisogno di assistenza e la co-infezione Hiv­Tbc». È su queste basi che si pone l’iniziativa di Msf, con il patrocinio della Federazione Nazionale Stampa Italiana, di lanciare la campagna «Adotta una crisi dimenticata» per chiedere a quotidiani e periodici, trasmissioni radiofoniche e televisive e testate on-line di impegnarsi a parlare di una o più crisi dimenticate durante i prossimi 12 mesi. Una campagna che ha già visto le adesioni di diverse testate giornalistiche e che vedrà coinvolte anche numerose università e scuole di giornalismo.
Tra le testate che si sono impegnate su questo obiettivo, il
Tg2, il Tg4, la Repubblica, Il Giornale Radiorai, Donna Moderna, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Internazionale, Il Corriere della Sera online e Adnkronos. ( Avvenire,
che da sempre riserva ampia attenzione alle crisi “dimenticate” – e anche sulle dieci qui in questione non fa mai scendere il silenzio – pur senza un’adesione formale, ribadisce il proprio sforzo continuativo a favore dei Paesi e dei popoli che maggiormente hanno bisogno dell’informazione e della vicinanza internazionale)­L’Osservatorio di Pavia ha notato come, rispetto al 2006, la percentuale di notizie trasmesse dai tg italiani delle reti generaliste su questi temi si sia abbassata notevolmente. Dal 10% del 2006 al 6% del 2008. «Con alcune differenze – sottolinea Marchese – tra Rai e Mediaset. La prima ha un 8% ( Tg1 7,3%, Tg2 6,9%, Tg3
10,5%), mentre la seconda si ferma al 4% ( Tg4 5,4%, Tg5 4,5%, Studio Aperto 2,9%)». Sono invece trattate abbastanza le crisi che riguardano il Medio Oriente (19%), il Caucaso (12%), l’Afghanistan (11%), il Tibet (9%) e l’Iraq (8%). Vengono però privilegiate, ad esempio nel caso dell’Iraq, oltre alla cronaca degli attentati, le notizie sul dibattito politico in Italia o negli Usa; nel caso del Pakistan, le elezioni e la cronaca degli attentati. Infine, anche per il 2008 viene confermata la tendenza di parlare di contesti di crisi soprattutto se riconducibili a eventi e personaggi italiani o comunque occidentali.
Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, a cui i tg hanno dedicato 93 notizie (su 178 totali) che coinvolgevano uno o più nostri connazionali; la malnutrizione infantile, di cui si parla principalmente in occasione di vertici della Fao o del G8; il Sudan, cui si fa riferimento principalmente per iniziative di sensibilizzazione che vedono coinvolti testimonial famosi. ( R.E.)
Medici senza frontiere: «Sui media maggior spazio al gossip rispetto ai drammi internazionali» Chiesta l’«adozione» delle situazioni calde
MYANMAR
Il 2 maggio 2008 il ciclone Nargis ha riportato Myanmar al centro dell’attenzione, devastando il delta dell’Irrawaddy e causando circa 130mila vittime, tra morti e dispersi. Il ciclone è stato l’ennesimo colpo inferto a una popolazione sotto scacco da parte del regime.
EST DEL CONGO
Dal settembre del 2007, la ripresa dei combattimenti nel Nord Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, ha causato un massiccio sfollamento della popolazione. Ai profughi manca acqua, cibo e riparo. L’accesso all’assistenza sanitaria è quasi inesistente.
SOMALIA
Nel 2008 la Somalia ha subito una delle più gravi ondate di violenza degli ultimi dieci anni che ha ridotto allo stremo la popolazione. Si stima che una donna su dieci perda la vita durante il parto e oltre un bambino su cinque muoia prima di aver compiuto cinque anni.
ZIMBABWE I primi mesi del 2008 hanno segnato un periodo di ulteriore tracollo economico e di violenza politica nello Zimbabwe.
La situazione è allarmante: inflazione a quota 231 milioni per cento, carenza di beni essenziali, repressione. I morti per il colera sono più di 4mila.
ETIOPIA
Quest’anno le continue violenze e le difficili condizioni climatiche hanno reso estreme le condizioni di vita della popolazione nella regione somala dell’Etiopia. Intrappolata negli scontri tra ribelli e governativi, la gente, prevalentemente nomade, è sempre esclusa dagli aiuti.
MALNUTRIZIONE INFANTILE
Per i bambini malnutriti, alimenti ricchi di nutrienti, vitamine e minerali sono essenziali per la sopravvivenza. Le cifre sono sconvolgenti. Le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità parlano di 178 milioni di bambini affetti da malnutrizione.
SUDAN
Nel 2008, due grandi emergenze umanitarie hanno continuato a colpire il Sudan: la crisi nel Darfur e le conseguenze di decenni di guerra civile nel sud. In Darfur, nonostante gli sforzi umanitari, centinaia di migliaia di persone sono ancora tagliate fuori dagli aiuti.
TBC E AIDS
Ogni anno la tubercolosi (Tbc) uccide circa 1,7 milioni di persone e ne colpisce 9 milioni. La Tbc è in aumento nei Paesi con alti tassi di Hiv, in particolare nell’Africa meridionale. La Tbc è una delle principali cause di morte per le persone affette da Hiv.
PAKISTAN (NORD-OVEST)
Il 2008 ha visto l’intensificarsi degli scontri tra forze governative e ribelli nella provincia nord­occidentale e nelle aree tribali di amministrazione federale del Pakistan. Ad agosto, migliaia di pachistani sono sfollati all’interno del Paese o si sono rifugiati in Afghanistan.
LA GUERRA IN IRAQ
Il conflitto e gli attacchi dei terroristi hanno provocato 4 milioni di sfollati interni ed esterni (tra questi oltre 300mila cristiani). Negli ultimi 18 mesi, la sicurezza in Iraq è leggermente migliorata: i livelli di violenza sono diminuiti ed è emersa una nuova situazione politica.

avvenire.it

30.10.07

Da Barbara Spinelli a Giulio Anselmi

Ma il Governo non va delegittimato

Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.

Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.

Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente - e in modo ancor più inquietante che nel 1998 - accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.

Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice. Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna.

Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo. Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.

Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.

Cara Barbara, pubblico con piacere la tua lettera, convinto come te dell’opportunità che «in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti», senza entrare nel merito della tua risposta e dell’interpretazione che tu hai dato del mio fondo pubblicato giovedì 25 ottobre. Un caro saluto. [G.A.]

lastampa.it