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11.2.13

Le ansie dei piccoli imprenditori in quelle piazze piene di rabbia

Dario Di Vico (corriere.it)

Le piazze piene di Vicenza e Treviso dei giorni scorsi sono il segno inequivocabile che sta prendendo corpo un'Opa di Beppe Grillo sul mondo dei Piccoli. I primissimi segnali di uno sganciamento degli artigiani dal Pdl e di un'attenzione verso il Movimento 5 Stelle risalgono a una ricerca sugli orientamenti politici e valoriali del ceto medio produttivo realizzata nel novembre 2011 da Roberto Weber e commissionatagli dal responsabile economico del Pd, Stefano Fassina. Da allora il feeling tra il mondo dei piccoli produttori e Grillo è stato una sorta di fiume carsico e il movimento non si è dato particolarmente da fare per aggiornare la propria piattaforma programmatica.
Tuttavia il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, al momento di formare la giunta comunale pensò bene di affidare l'assessorato alle Attività Produttive a Cristiano Casa, presidente di CentopercentoPmi, una piccola organizzazione di rappresentanza degli artigiani. Ora però in prossimità dell'apertura delle urne siamo davanti a un'accelerazione e non a caso per parlare con gli artigiani in un albergo del Trevigiano si è scomodato sabato scorso persino Gianroberto Casaleggio, che in fondo è un piccolo imprenditore. Grillo da solo evidentemente non se l'è sentita e ha voluto che ci fosse vicino a sé qualcuno del mestiere.
Come che sia, sta accadendo che una parte del consenso forza-leghista dei Piccoli si va dirigendo verso il Movimento 5 Stelle, che in questo momento sembra il contenitore più credibile per ospitare transitoriamente l'individualismo anti-statalista e un po' anarchico del popolo del Nord Est. Forse più di un vero feeling politico-culturale possiamo parlare di una continuità antropologica tra il celodurismo leghista e il Vaffa del comico genovese. Secondo un sondaggio effettuato dalla Confartigianato di Treviso tra i piccoli imprenditori locali Grillo vale il 22,5% e la coalizione di centrodestra 38%. Per capire la vastità dello smottamento occorre ricordare che solo qualche anno fa tra gli artigiani il forza-leghismo portava a casa l'80% dei consensi. C'è un mondo nordestino, quindi, che è particolarmente veloce nel captare i mutamenti e assecondarli, è stato così nel contrastato passaggio di consegne tra Giancarlo Galan (Pdl) e Luca Zaia (Lega Nord) e appare con gli stessi termini oggi che Beppe Grillo riempie le piazze venete. Guai però a catalogare il tutto sotto il segno di un trasformismo localistico e trattarlo con la puzza sotto il naso. Dietro gli spostamenti elettorali c'è un mondo che si sente schiacciato verso il basso, che avversa la Ue e la globalizzazione, si fida solo del suo commercialista e combina lo «stress da competizione» con un perdurante senso di inadeguatezza personale. A determinare o meno il successo di Grillo poco importa che i candidati del movimento siano relativamente in sintonia con i Piccoli, le loro parole d'ordine testimoniano di una cultura minimalista, alternativa per definizione ed ecologista, che si ibrida con il mondo dei Piccoli solo quando professa le virtù di un localismo a kilometro zero. Non certo quando celebra le virtù della decrescita o si oppone agli inceneritori. Una dimostrazione se vogliamo viene da Parma (anche se il contesto sociale è molto differente da Treviso) dove l'elettorato borghese di centrodestra aveva scelto alle Comunali del 2012 Pizzarotti e oggi assiste sbigottito alle sue piroette da dilettante allo sbaraglio.
Se poi vogliamo c'è da sottolineare un altro paradosso in questa storia. Il Pd capisce (via Weber) prima degli altri cosa sta succedendo nel mondo artigiano ma non riesce a giovarsene quasi per nulla. Il forza-leghismo cede nei suoi legami popolari e un centrosinistra che fosse veramente laburista dovrebbe approfittarne a piene mani. E invece no. Scegliendo l'abbinamento con Nichi Vendola e Susanna Camusso il laburismo alla Fassina scinde il lavoro dall'impresa e questo segnale basta all'ex-elettorato del centrodestra per decidere di schivare il Pd e rivolgersi a Grillo. La retorica del «bene comune» non abita qui e tantomeno suscita emozione l'idea di rilanciare l'Iri così in voga tra gli intellettuali vicini a Pierluigi Bersani. Non siamo più al tempo (2008) in cui il giornalista Marco Alfieri, con il suo libro, ammoniva i dirigenti del Pd che «il Nord era terra ostile» ma ancora in questa campagna elettorale si vede a occhio nudo che al partito-lepre mancano i Chiamparino e i Cacciari, personaggi capaci di interpretare la questione settentrionale di prima mano e non per sentito dire. Certo, nel camper ci sarebbe Matteo Renzi ma, se continua a parlare sempre di Firenze e delle sue magnifiche tradizioni, sopra il Po finirà per non servir a niente anche lui.

14.5.11

Le ragioni e i segreti del miracolo tedesco

Danilo Taino (Corriere della Sera)

Dalla gestione unitaria della crisi alla centralità delle imprese nel sistema Paese.
La spinta dell`espansione nelle economie emergenti, dalla Cina al Brasile


Patrick Adenauer lo aveva anticipato giovedì pomeriggio, durante la prima giornata del congresso dell`Associazione degli imprenditori di famiglia tedeschi, della quale è presidente uscente. «Il piccolo miracolo economico in corso è in gran parte il risultato del nostro lavoro», aveva detto. Ieri mattina, dunque, una scarica di orgoglio è passata tra i delegati quando l`Ufficio federale di Statistica ha comunicato che, nel primo trimestre del 2011, l`economia della Germania è cresciuta a un ritmo che non si registrava dal giorno della riunificazione, nel 1990. Il secondo Wirschaftswunder è vivo e scalcia, commentavano ieri parecchi industriali: un boom economico non meno importante di quello degli Anni Cinquanta e Sessanta per i figli e i nipoti dei grandi protagonisti del primo.
L`ufficio statistico ha calcolato che tra gennaio e marzo l`economia tedesca è cresciuta dell`1,5% rispetto al trimestre precedente, del 4,9% rispetto a un anno prima. E` il doppio della crescita americana, tanto per fare una proporzione. Per raccontarlo con un`altra statistica, ieri gli imprenditori di famiglia facevano notare che un anno fa gli esperti pensavano che il Prodotto interno lordo tedesco (Pil) non sarebbe tornato ai livelli precedenti la recessione prima dei 2o13: invece lo ha già superato.
Le previsioni dicono che quest`anno la Germania crescerà del 3%, forse del 3,4:
non male per un Paese che entrò nell`euro, 12 anni fa, con la reputazione di malato d`Europa.
Lo sforzo per arrivare a questo risultato è stato fatto dal Paese nel suo insieme: i governi - di destra e di sinistra - che hanno fatto le riforme e hanno sostenuto l`industria durante la violenta recessione, i sindacati che hanno tenuto quasi fermi i salari per un decennio e gli imprenditori che hanno ristrutturato radicalmente le loro imprese e si sono lanciati alla conquista di nuovi mercati, nuovi nel senso che sono soprattutto quelli emergenti.
Non solo le grandi imprese, quelle quotate in Borsa. Anche quelle gestite dalla famiglia che le controlla: di queste, per dire, nove su dieci hanno una presenza internazionale.
«Ci sono già aziende medie e piccole - ha spiegato Jùrgen Fitschen del consiglio di amministrazione della Deutsche Bank - che producono e distribuiscono più in Cina che nel mercato domestico della Germania». Que st`anno - altro dato che racconta molto - le imprese tedesche esporteranno più in Cina che negli Stati Uniti, per la prima volta, e se la tendenza continuerà nel giro di due o tre anni il mercato cinese sarà per loro più importante anche di quello francese, storicamente il primo.
Ieri, l`Ufficio di Statistica ha fatto notare che il risultato record è stato molto influenzato dall`attività domestica. Dal momento che tre giorni fa si era già saputo che in marzo le esportazioni avevano raggiunto livelli record, è facile tracciare il carattere del boom.
Durante la recessione mondiale, che per la Germania fu particolarmente dura data la sua dipendenza dalle esportazioni, il governo accentuò i benefici per l`uso di orari ridotti in fabbrica in cambio dell`impegno delle imprese a non licenziare: sindacati e aziende strinsero la cinghia e, alla fine, superata la fase critica, molte imprese distribuirono una specie di dividendo, un premio legato alla ripresa dei profitti. La Volkswagen, per esempio, a inizio anno ha firmato un accordo nel quale i lavoratori hanno ottenuto un aumento del 3,2% e un bonus di almeno 500 euro a testa.
La Bmw ha distribuito l`anno scorso ai suoi 70 mila lavoratori in Germania un premio medio di 1.060 euro per avere tenuto i nervi saldi durante i momenti più bui.
Lo sforzo comune e l`avere evitato licenziamenti ha fatto sì che le imprese fossero pronte, una volta finita la recessione internazionale, ad aggredire di nuovo i mercati esteri. E così hanno fatto: dopo una caduta del Pil di oltre il 5% nel 2009, l`economia tedesca ha puntato tutto, spudoratamente, sulle esportazioni - tanto che Angela Merkel fu accusata dagli Stati Uniti e dalla Francia di non fare abbastanza per aumentare la domanda mondiale.
Solo dopo ha usato il volano dell`export per aumentare i salari, ridurre la disoccupazione e quindi favorire consumi e investimenti, che è quello che sta succedendo oggi. Ma una cosa è certa, dicevano ieri gli imprenditori di famiglia a congresso: a fare funzionare il circolo virtuoso è la capacità di esportare, di stare sui mercati internazionali, prima di tutto quelli emergenti.
Non mancano i rischi, ovviamente, prima di tutto legati all`andamento dell`economia internazionale dalla quale il Paese è dipendente: una preoccupazione seria, di fronte ai segni di inflazione e di rallentamento economico in alcuni mercati emergenti, i più importanti, ormai, per le aziende tedesche. Ciò nonostante, gli imprenditori ritengono di avere trovato per ora il modello vincente.
Proprio perché in Germania le imprese sono tenute in alta considerazione e quelle di famiglia forse ancora di più - il 95% delle aziende ha una famiglia alla guida - a portare alla loro associazione il massimo messaggio politico è stato il presidente federale Christian Wulff. Il quale ha potuto raccontare del suo viaggio in Brasile e in Sudamerica, a sostegno del business tedesco. Così come Frau Merkel avrebbe potuto illustrare i suoi viaggi in Cina con lo stesso obiettivo, accompagnata da imprese e banche. E` una Germania aggressiva in economia, che si muove abbastanza compatta, in ordine come al solito. E che sta affondando la propria presenza nei mercati dove ormai si decide molto. Ha probabilmente capito quello che uno dei maggiori storici dei mercati finanziari, Russell Napier, spiega così: «Da 15 anni il mondo globalizzato è guidato dai mercati emergenti: lo hanno fatto sostenendo gli Stati Uniti, ma sono loro ad averlo fatto». «Siamo nei Paesi giusti al momento giusto», diceva ieri Adenauer, imprenditore e nipote del padre della Germania moderna.