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24.1.14

I sassi nello stagno di Noam Chomsky

Francesco Ferretti (il manifesto)

Festival delle scienze. In occasione dell’incontro che il grande linguista americano avrà domani all’Auditorium di Roma con Andrea Moro, una discussione sulle sue tesi, alle luce delle critiche avanzate da diversi fronti
Quando visitiamo un paese in cui si parla una lingua molto diversa dalla nostra è facile provare un
senso di forte estraneità: la difficoltà di farsi capire e di comprendere ciò che gli altri dicono alimenta
in noi la convinzione che le lingue parlate da comunità diverse siano tra loro molto eterogenee
e che gli individui che appartengono a comunità distinte siano molto diversi tra loro a causa
delle lingue che parlano. Una convinzione di questo tipo, oltre alla plausibilità intuitiva facilmente
esperibile da chiunque, ha dalla sua un modello teorico consolidato: il relativismo culturale.
Poiché a rendere gli umani ciò che sono è la cultura che li distingue e non la biologia che li accomuna,
per i fautori del relativismo culturale l’idea stessa di «natura umana» è fuorviante, se non
addirittura priva di senso: come ebbe a dire Clifford Gertz in Interpretazione di culture (Il Mulino,
1987) «tutto ciò che gli umani hanno in comune è il loro essere profondamente diversi».
Dire che le caratteristiche salienti degli individui dipendono dalla cultura, significa sostenere che gli
individui sono ciò che sono in forza di ciò che apprendono: il linguaggio, per il tratto sociale che lo
caratterizza, è l’esempio principe di questa ipotesi interpretativa.
La conformità dei modelli teorici alle intuizioni del senso comune ha determinato per decenni uno
stato di calma piatta. Poi, all’improvviso, il classico sasso nello stagno ha rotto l’incantesimo causando
un terremoto concettuale. Nel 1959 Chomsky commentò in poche pagine Il comportamento
verbale di Burrhus Skinner (Armando, 2008) dimostrando che l’idea del linguaggio fondata sulla
tabula rasa e sul ruolo costitutivo dell’apprendimento non regge alla prova dei fatti. A fare le spese
della critica di Chomsky, oltre a Skinner, è l’intero movimento teorico da lui rappresentato: se lo
schema stimolo-risposta non spiega il linguaggio umano allora il comportamentismo va bene per
i piccioni o i ratti di laboratorio, non per dar conto della natura degli individui della nostra specie.

Il «problema di Platone»
Da quella recensione in poi, il modo di intendere il linguaggio è cambiato radicalmente. Le capacità
verbali umane sono considerate oggi affare della biologia, prima che della cultura: poiché le lingue
storico-naturali hanno una natura ancillare rispetto alla facoltà di linguaggio, la verbalizzazione
umana è un frammento della mente-cervello, non l’effetto di pratiche comunicative comunitarie. La
variabilità linguistica che appare in tutta evidenza nel visitare paesi assai diversi dal nostro è un
falso indizio di diversità: il contrasto di cui facciamo esperienza riguarda soltanto il codice espressivo,
la struttura di superficie del linguaggio. La sostanza della verbalizzazione umana, tuttavia,
è rintracciabile nella sua struttura profonda, la Grammatica Universale: l’insieme di regole e principi
che governano il funzionamento della mente-cervello nei processi di produzione e comprensione linguistica.
Quando spostiamo l’attenzione dal codice espressivo al dispositivo bio-cognitivo che
governa l’acquisizione e il corretto funzionamento delle nostre capacità verbali, la diversità linguistica
lascia il posto all’idea che il linguaggio sia una caratteristica universale (come la postura
eretta) della nostra specie.
A dar man forte a Chomsky contro il relativismo culturale è l’innatismo del linguaggio: la Grammatica
Universale è un dispositivo di elaborazione presente sin dalla nascita nella mente-cervello degli
umani. Tutto il percorso concettuale di Chomsky, in effetti, può essere considerato una difesa di ciò
che il linguista americano ha chiamato il «problema di Platone»: capire come dar conto di ciò che gli
umani sanno a partire dalle limitate esperienze che hanno. Il linguaggio non può essere spiegato in
termini di apprendimento perché lo stimolo verbale è troppo povero per giustificare le sofisticate
competenze linguistiche di cui (molto presto) dispone il bambino.
Gli argomenti di Chomsky rappresentano un punto di non ritorno: la Grammatica Universale ha chiamato
tutti gli studiosi a una reimpostazione di base del modo di guardare alla comunicazione umana.
Detto questo, la proposta di Chomsky è oggi al centro di una profonda revisione. Il primo fronte di
discussione riguarda il «fuoco amico»: le critiche, mosse da autori interni al paradigma chomskiano,
relative ai rapporti tra la Grammatica Universale e la teoria dell’evoluzione. Dall’altra parte della
barricata un secondo fronte di discussione riguarda la proposta dei neoculturalisti: studiosi che, in
nome della diversità delle lingue, attaccano frontalmente la natura innata e universale del linguaggio
umano. Entrambi i fronti di discussione sollevano questioni di grande importanza per il dibattito contemporaneo
e meritano alcune parole di commento.
Per comprendere le critiche alla Grammatica Universale mosse dal fronte interno, è necessario chiamare
in causa i rapporti che il modello chomskiano intrattiene con la tradizione cartesiana. Per
Chomsky il linguaggio è un fenomeno che non ha eguali in natura: la comunicazione umana (libera
e creativa) risponde a principi affatto diversi da quelli attribuibili alla comunicazione animale (meccanica
e determinata): seguendo Cartesio, Chomsky sostiene che il linguaggio istituisce una «differenza
qualitativa» tra gli individui della nostra specie e gli altri animali. Oltre a rinforzare l’idea
degli umani come entità speciali nella natura, la tesi dell’unicità del linguaggio umano offre a Chomsky
un appiglio per sostenere che il linguaggio non è un adattamento biologico dovuto alla selezione
naturale.

Il tema della complessità
Uno degli argomenti utilizzati da Chomsky contro la selezione naturale è l’idea che il linguaggio sia
«troppo complesso» per poter essere spiegato in termini gradualistici. Il tema della complessità,
come è noto, ha da sempre rappresentato un problema per la teoria dell’evoluzione. Al fondo della
questione è l’argomento degli organi incipienti utilizzato ai tempi di Darwin da St. George Mivart in
On the genesis of species (Mcmillan, 1871): se un’ala allo stato iniziale non permette di volare che
tipo di vantaggio può assicurare a un organismo? Discorso analogo vale per il linguaggio: quale vantaggio
adattativo può rappresentare un frammento iniziale di Grammatica Universale? Poiché senza
una risposta a queste domande non è possibile pensare a un’evoluzione gradualistica degli organi
complessi, la conclusione a cui perviene Chomsky è che la Grammatica Universale sia un dispositivo
tutto-o-nulla difficilmente conciliabile con la selezione naturale. A partire da queste considerazioni,
Chomsky fa propria la proposta avanzata da Ian Tattersall in Il cammino dell’uomo (Garzanti, 2004)
di considerare l’avvento del linguaggio in riferimento alla «teoria dell’esplosione»: secondo Tattersall,
in effetti, le capacità verbali umane sono emerse in modo «improvviso e inaspettato» molto di
recente nella storia di Homo sapiens.
Michael Corballis sostiene in The recursive mind (Princeton University Press, 2011) che considerare
la verbalizzazione umana un fatto improvviso e inaspettato sia un’ipotesi miracolistica che mal si
accorda con l’idea del linguaggio come un organo biologico. A conferma della tesi di Corballis è il
fatto che gli argomenti utilizzati da Chomsky contro la selezione naturale sono gli stessi di quelli
usati da Mivart: ora, come è possibile difendere un approccio naturalistico al linguaggio utilizzando
gli stessi argomenti usati da un fervente creazionista? Criticando aspramente Chomsky su questo
punto, Steven Pinker nel libro L’istinto del linguaggio (Mondadori, 1997) sostiene che, oltre a essere
pienamente compatibile con la Grammatica Universale, la selezione naturale è l’unica spiegazione in
campo (che non sia il creazionismo) per dar conto della complessità del linguaggio.
La risposta di Chomsky non è tardata ad arrivare. Rivedendo le proprie posizioni iniziali
sull’argomento, il linguista americano sostiene oggi che il linguaggio non è così complesso come
potrebbe sembrare: se si guarda al suo componente costitutivo essenziale (la facoltà di linguaggio in
senso stretto), è lecito considerare il linguaggio un’entità piuttosto semplice. Attraverso un’ipotesi
del genere, Chomsky è in grado di superare le difficoltà segnalate dai fautori della concezione adattazionista
del linguaggio senza cedere alle lusinghe di chi lo invita a rivedere il rapporto della Grammatica
Universale con la teoria darwiniana. Con il riferimento alla semplicità del linguaggio Chomsky
apre la strada al «minimalismo» (il suo ultimo modello teorico) convalidando una tendenza che,
storicamente, ha da sempre caratterizzato il suo percorso intellettuale: dagli anni Cinquanta del
Novecento a oggi, i diversi modelli interpretativi proposti da Chomsky sono stati contrassegnati da
un processo continuo di semplificazione. A vantaggio della semplificazione gioca la questione della
plausibilità cognitiva: se la Grammatica Universale descrive i principi alla base del funzionamento
della mente-cervello, allora la Grammatica Universale sarà tanto più plausibile quanto più semplici
ed economici (in termini di energia) saranno i principi che la descrivono. Detto questo, se le difficoltà
sottolineate dagli adattazionisti valgono soltanto per una concezione del linguaggio come un
organo di estrema complessità, attraverso il minimalismo Chomsky guadagna, oltre alla plausibilità
cognitiva, anche la plausibilità evoluzionistica della Grammatica Universale.

La natura della controversia
Il secondo fronte di critiche rispetto alla Grammatica Universale, il versante «neoculturalista», fa di
nuovo appello alla questione della diversità dei codici espressivi. Al tempo delle prime polemiche
contro il relativismo, Chomsky aveva avuto vita facile: i linguisti del tempo non avevano modelli plausibili
delle strutture e dei processi cognitivi implicati nella comunicazione umana. Oggi la situazione
è molto cambiata: nessuno studioso serio pensa di poter affrontare il tema della variabilità dei codici
espressivi senza una prospettiva adeguata dei dispositivi bio-cognitivi coinvolti nell’elaborazione del
linguaggio. Si pensi, solo per citare un esempio, al caso esposto da Michael Tomasello in Le origini
della comunicazione umana (Cortina, 2009) un autore da sempre impegnato nel tentativo di conciliare
gli aspetti culturali del linguaggio con l’idea che la comunicazione umana si avvalga di un ricco
(e in larga parte innato) sistema cognitivo di elaborazione.
Detto questo, la questione controversa è un’altra: più che l’innatismo o la natura universale di certi
dispositivi di elaborazione, il punto in discussione è capire se la Grammatica Universale debba
essere considerata l’unico dispositivo da chiamare in causa per spiegare il linguaggio; se essa sia
soltanto uno dei sistemi implicati nella comunicazione linguistica; o se, nell’ipotesi più radicale, il linguaggio
umano poggi su dispositivi di elaborazione del tutto diversi dalla Grammatica Universale.
La questione è aperta e, al momento, non è chiaro come rispondere al problema. Ciò che appare sensato
sostenere allo stato attuale della ricerca è che, in una prospettiva in cui trovi spazio l’idea del
linguaggio come ibrido bio-culturale, il tema della diversità delle lingue dovrà necessariamente convergere
con la teoria degli universali innati. In una prospettiva di questo tipo, indipendentemente
dalla direzione che prenderà la ricerca in futuro, il dato certo a nostra disposizione è che il confronto
con Chomsky rappresenta comunque un elemento imprescindibile della discussione.

24.11.08

In principio fu il gesto - Le nostre parole servono a manipolare la realtà + Intervista all'autore

Lo psicologo neozelandese Michael Corballis nel suo saggio titolato Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio, edito da Cortina, ripercorre in chiave evoluzionistica le abilità intrinseche al nostro comunicare
Marco Mazzeo

Imbottigliati nel traffico dell'ora di punta è facile assistere a una scena del tutto ordinaria ma che non cessa di provocare un momento di genuina perplessità. Possiamo imbatterci, per esempio, in una ragazza che gesticola in modo convulso, anche se nessuno le siede accanto. Il tempo di mettere a fuoco la scena e il mistero si dissolve: l'auricolare, nascosto tra i capelli, tradisce il carattere telefonico di una conversazione all'apparenza solitaria. A pensarci bene, però, anche ora questo comportamento non cessa di essere enigmatico: perché gesticolare quando il tuo interlocutore non può vederti? Un recente libro dello psicologo neozelandese Michael Corballis, titolato Dalla mano alla bocca. Le origini del linguaggio (Raffaele Cortina, 2008, 26 euro) cerca di rispondere all'interrogativo, riformulandolo in termini più generali: siamo sicuri di sapere quale sia il ruolo svolto dai gesti nella vita degli esseri umani? Il testo offre una ricostruzione del problema in chiave evoluzionistica: confronta le capacità linguistiche e gestuali degli umani con quelle di altre specie, soprattutto scimmie e ominidi (dagli Australopitechi fino ai nostri cugini più misteriosi, i Neanderthal). Corballis non si limita alla ricostruzione, chiara e aggiornata, dei dati oggi a disposizione circa le abilità comunicative degli scimpanzè e della morfologia dei nostri antenati. Piuttosto illustra il problema cercando di sostenere due tesi di fondo. La prima è di ordine generale e riguarda lo status del linguaggio verbale: le parole non servono semplicemente a etichettare le cose, come marcaprezzi al supermercato (idea, purtroppo, ancora molto in voga) ma a manipolare, costruire e distruggere realtà. In questo senso, più che di un terzo occhio il linguaggio sembra dotarci della manualità multiforme della dea Khalì: prima che a contemplare, le parole servono a esplorare e modificare quello che ci circonda. La seconda tesi prova ad andare più nel dettaglio, circostanziando la proposta per mezzo di un rovesciamento. Ritorniamo all'esempio col quale abbiamo cominciato.
Come un sintomo
La sorpresa di fronte al gesticolare della ragazza al telefono tradisce un assunto: il nostro comportamento verbale quotidiano tende a mettere in primo piano quel che diciamo a voce e a lasciare sullo sfondo, come mero commento emotivo ed enfatico, i gesti che accompagnano le nostre parole. Al contrario, secondo Corballis, alzare il pollice mentre diciamo «sì, va bene domani andiamo al mare» o indicare con la mano dove si trova il bar più vicino quando si fornisce un'informazione stradale sono comportamenti di primaria importanza perché hanno il carattere vestigiale ma decisivo del sintomo. Tradiscono un luogo di origine: è con le mani che gli umani (e alcune specie preumane) hanno cominciato a comunicare. Circa due milioni di anni fa, con l'aumento delle dimensioni cerebrali dell'Homo erectus, i nostri antenati avrebbero cominciato a sviluppare capacità linguistiche simili a quelle possedute ancora oggi da alcuni primati allevati in cattività: gesti formati da due o tre movimenti-parola legati tra loro da una sintassi molto elementare ma in grado di distinguere il senso di una frase secondo l'ordine degli elementi che la compongono (è questo a fare la differenza, tanto per fare un esempio, tra l'enunciato «alla Diaz i poliziotti hanno torturato i manifestanti» e l'enunciato «alla Diaz i manifestanti hanno torturato i poliziotti»). Circa 170.000 anni fa, con la comparsa dei primi Homo sapiens, gli umani avrebbero cominciato a sviluppare vere e proprie lingue gestuali, simili alle lingue dei segni impiegate oggi da molte persone sorde. Il passaggio all'oralità sarebbe avvenuto solo più tardi. Si tratta di una ipotesi descritta nel dettaglio: è proprio questo a costituire il maggior punto di forza ma anche, paradossalmente, di debolezza del libro. Corballis propone due serie di argomentazioni. La prima si basa su alcuni dati empirici: le vocalizzazioni degli scimpanzè sono molto più stereotipate dei loro gesti manuali che manifestano, invece, maggiore variabilità di gruppo (in alcuni casi vere e proprie variazioni culturali) e un carattere più marcatamente sociale. Mentre la laringe degli scimpanzè è strutturata in modo tale che per i nostri cugini è fisiologicamente impossibile scandire consonanti e vocali, i loro arti superiori sarebbero molto simili a braccia e mani umane. Dopo secoli di discriminazioni, infine, le lingue dei segni sono state riconosciute come delle lingue a tutti gli effetti e non un semplice scimmiottamento della parola orale. Morale della favola, i gesti esibiscono la complessità necessaria per fare da ponte tra il protolinguaggio degli ominidi e le lingue attuali.
Un interrogativo aperto
Il secondo ordine di argomentazioni si concentra su una stranezza della nostra storia evolutiva che può essere riassunta nell'interrogativo: perché le prime raffigurazioni rupestri, gli utensili tecnologicamente più sofisticati e le migrazioni massicce dall'Africa verso il resto del pianeta sono eventi che si sono realizzati approssimativamente 50.000 anni fa, visto che l'Homo sapiens è comparso sulla Terra molto tempo prima? A tal proposito, la risposta di Corballis è netta: questa estenuante attesa, lunga 120.000 anni, sarebbe servita per passare dalle lingue segnate a quelle orali. Fino a quel momento la comunicazione manuale avrebbe inibito le capacità tecniche umane.
Nella prima parte della loro storia, i sapiens avrebbero impiegato le mani più per parlare che per costruire. Solo l'oralità le avrebbe liberate da un pesante fardello, il carico comunicativo di una specie culturalmente sempre più sofisticata. L'ipotesi di Corballis è suggestiva perché può contribuire all'elaborazione di una teoria della natura umana materialista che prenda le mosse dalla frase del Faust di Goethe «in principio era l'azione»: una teoria capace di comprendere meglio il rapporto tra dimensione percettiva (tattile innanzitutto) e pratica, oltre che politica e linguistica, dell'animale umano. Da questo punto di vista, in futuro potrebbe essere fruttuoso discutere e riflettere su alcune delle difficoltà teoriche dalle quali il libro stenta a sottrarsi. Sono però proprio queste difficoltà a fornirci il materiale più prezioso: possono contribuire alla redazione di una agenda di ricerca che non si sottragga al compito di entrare, volta per volta, nel merito delle singole questioni senza accontentarsi né di slogan, né di proclami. Parte dei dati empirici a cui il testo fa riferimento, per fare solo un esempio, è controversa: a uno sguardo più attento la morfologia e la funzionalità delle mani umane presentano somiglianze solo superficiali con il loro analogo scimmiesco, molto più resistente ma meno versatile da un punto di vista sensomotorio.
Una misteriosa latenza
Di certo le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti ma Corballis in più di un'occasione sembra spingersi oltre: a suo giudizio, le lingue gestuali sarebbero più naturali di quelle vocali, cioè più facili da apprendere e più spontanee. Questo assunto, teoricamente molto forte, meriterebbe una verifica oltre che un approfondimento. In ultimo, la ricostruzione offerta dal libro purtroppo non riesce a sciogliere il mistero della latenza che sembra aver caratterizzato quella sorta di esplosione culturale dei sapiens risalente a circa 50.000 anni fa. Perché ci sarebbero voluti ben 120.000 anni, due terzi del tempo vissuto dai sapiens sulla terra, per passare dalle lingue gestuali a quelle orali visto che le prime sono così simili alle seconde? La partita, come si suol dire, è aperta.
ilmanifesto.it

Intervista all'autore

PARLA MICHAEL CORBALLIS
Nel linguaggio una miscela di voce e azioni proiettate oltre il presente
«Se devo intrattenere una conversazione significativa devo sapere che l'altro mi capisce e sa di capirmi»
Felice Cimatti

Secondo Michael Corballis il linguaggio umano è una forma di azione, è un fare più che una forma del comunicare. Come scriveva Ludwig Wittgenstein, le «parole sono atti». Il cuore di questa proposta è il superamento del dualismo fra mente e corpo, fra pensiero e azione. Il linguaggio è «embodied», è incarnato. Ma lasciamo che a spiegarcelo sia Corballis.
Secondo la psicologia cognitiva il linguaggio ha essenzialmente due funzioni: comunicativa e cognitiva. Il linguaggio è uno strumento esterno rispetto alla mente/corpo del parlante. Lei invece non la pensa così...
Penso che il linguaggio potrebbe avere avuto origine nei movimenti delle mani, ma naturalmente oggigiorno è articolato primariamente mediante la voce. Anche il linguaggio verbale è gestuale, implica movimenti delle labbra, della lingua, della laringe. È pertanto ancora un modo di agire, indipendentemente dal fatto se sia espresso con le mani o attraverso la bocca.
Qual è, nella sua teoria, il ruolo della scoperta dei neuroni specchio, quei neuroni che si attivano sia quando compiamo una certa azione che quando vediamo qualcun altro compierla?
Insieme ad altri ho sviluppato la teoria dell'origine gestuale del linguaggio prima che i neuroni specchio fossero scoperti. Nondimeno la loro scoperta è stata determinante: ha mostrato che le aree del cervello della scimmia, corrispondenti nel cervello umano alle aree linguistiche, sono primariamente dedicate alle azioni manuali, non alle vocalizzazioni; i neuroni specchio fanno vedere come le azioni corporee siano percepite e comprese nel modo stesso in cui sarebbero messe in atto dall'osservatore. La stessa conclusione era già stata raggiunta rispetto alla percezione del parlato, sulla base di una teoria in virtù della quale la comprensione di un suono linguistico altrui avviene attraverso la simulazione dell'articolazione di quello stesso suono. In altre parole, il sistema dei neuroni specchio suggerisce che non c'è una differenza fondamentale fra il parlato e il gesto - entrambi sono sistemi incarnati.
Gli scimpanzé hanno mani molto simili alle nostre, ma non mostrano nulla di simile al linguaggio umano. Perché questa differenza?
Gli esperimenti con gli scimpanzé e le altre scimmie antropomorfe mostrano che possono essere addestrate a comunicare in modo più efficace attraverso gesti manuali o mediante segni su una tastiera che attraverso la vocalizzazione. La ragione per cui non hanno un vero linguaggio ha probabilmente più a che fare con le loro capacità mentali che con i loro mezzi espressivi. Gli scimpanzé hanno qualche capacità di capire le intenzioni altrui, ma il linguaggio richiede di condividere le intenzioni, in un modo ricorsivo. Per esempio, se io devo intrattenere una conversazione significativa con lei, devo sapere che lei mi capisce, ma devo anche sapere che lei sa di capirmi. Questo significa che la comunicazione simil-linguistica delle scimmie antropomorfe è limitata al fare richieste. Gli esseri umani possono andare oltre questo limite in modo da realizzare discorsi condivisi. Un altro problema è che le scimmie antropomorfe non hanno l'abilità di «viaggiare mentalmente nel tempo»: credo che il linguaggio sia evoluto negli esseri umani in parte perché possiamo condividere i nostri viaggi mentali e parlare del passato e del futuro. Questa è, per esempio, la ragione che spiega perché il linguaggio richieda rappresentazioni di cose che non sono fisicamente presenti, e perché le lingue dispongano di meccanismi (ad esempio i tempi) che collocano gli eventi nel tempo e nello e nello spazio.
L'idea dell'origine manuale del linguaggio è valida solo da un punto di vista evolutivo, oppure ogni essere umano deve ripercorrere questa tappa?
Il lavoro recente di Michael Tomasello presso il Max Planck Institute mostra che i bambini imparano a comunicare attraverso i gesti (soprattutto l'indicare) prima di apprendere una lingua. Quindi sì, penso che ogni essere umano impari il linguaggio prima attraverso le proprie mani e il proprio corpo. Questo vale tanto per le lingue umane gestuali che per quelle verbali.
In ogni lingua ci sono espressioni metaforiche che esprimono nozioni incorporee mediante riferimenti corporei: ad esempio, «afferrare un pensiero». Ma una persona che non potesse muoversi sarebbe in grado di imparare ad usarle?
Penso che sarebbe molto difficile insegnare espressioni di questo tipo a una persona incapace di muovere il proprio corpo, forse anche impossibile, perché il linguaggio consiste essenzialmente di movimenti del corpo. Tuttavia, per esempio, lo scienziato Stephen Hawking mostra una straordinaria comprensione di profondi concetti della fisica acquisiti tardivamente nonostante la sua incapacità di muoversi; naturalmente, molti concetti basilari li ha introiettati prima di essere paralizzato.
Perché se il linguaggio nasce manuale poi è divento vocale?
Parlare ha molti vantaggi pratici. Lo si può fare di notte o quando la visione è impedita; libera le mani per altre attività come la costruzione di utensili; richiede uno sforzo minore e anche meno attenzione, dal momento che puoi ascoltare la voce senza dover guardare chi sta parlando. Non credo che il parlare porti un vantaggio linguistico, dal momento che le persone sorde comunicano in modo del tutto efficace mediante le lingue dei segni. Naturalmente usiamo le mani quando parliamo, sicché il linguaggio è realmente una miscela di vocale e gestuale.

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