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16.9.15

È italiana la super stampante 3D: "Sfornerà case a basso costo"

È italiana la super stampante 3D: "Sfornerà case a basso costo"

È italiana la super stampante 3D: "Sfornerà case a basso costo"
Viaggio nella fabbrica di Ravenna dove c'è la macchina più grande del pianeta: dodici metri per sette. Gli esemplari di questo tipo costano sempre meno, sono alla portata di tutti e facili da usare. "Ora stiamo provando a mescolare terra e paglia per vedere se ne esce qualcosa di abitabile"
 
 

La stampante, una strana torre metallica che ricorda i ponteggi dei palazzi, si chiama Delta e verrà presentata al mondo alla prossima Maker Faire di Roma a metà ottobre. È stata realizzata da un team di giovani guidati da un meraviglioso artigiano di 55 anni: si chiama Massimo Moretti, ha passato una vita a fare prodotti, dice, "le aziende venivano da me, mi dicevano cosa volevano realizzare e io facevo tutto, dal disegno al prodotto, spesso costruendo pure le macchine".

"Ecco la stampande 3D più grande del mondo: farà case low cost"


Il Centro Sviluppo Progetti di Moretti ancora esiste, ma la storia è cambiata quando ha scoperto le stampanti 3D, la manifattura additiva, ovvero la possibilità di realizzare un oggetto non tagliando o segando qualcosa, ma invece aggiungendo materiale. E se ne è innamorato. Le stampanti 3D non sono un fatto recente: è recente il loro boom, dovuto al fatto che costano sempre meno, a volte meno di mille euro, e che sono alla portata di tutti perché sono facili da usare. La prima stampante 3D di Massimo Moretti infatti, attorno al 2000, gli costò più di 40 mila euro: "Erano tutti i miei risparmi, ma ne valeva la pena. Era una Zeta Corp ed era grande come un congelatore orizzontale. La volevo non solo per stamparci oggetti ma per smontarla, capire come era stata costruita e farmene una tutta mia". I risparmi però finirono prima che Moretti potesse sviluppare un software che la facesse funzionare.

Finché, verso il 2005, accade un piccolo miracolo: un professore universitario britannico, Adrian Bowyer, realizza una stampante 3D che tutti possono rifarsi a casa (e in grado di stamparsi i pezzi necessari per montarne una nuova). Si chiama RepRap e tutte le informazioni per farla funzionare sono in rete, disponibili per tutti, gratis. Open Source, che bella parola. Quando la notizia della RepRap arriva in Romagna, Moretti festeggia: "Hanno cambiato il mondo, loro sì, sono stati dei santi". Moretti si convince che presto la stampa 3D sarà lo standard della manifattura, servirà agli artigiani ma anche agli ingegneri. Stampare case, il suo pallino. A km zero.

Moretti non è il primo ad aver immaginato che una casa possa essere stampata in 3D: curiosamente ma non troppo, visto la nostra tradizione artigiana e meccanica, già Enrico Dini, a Pisa, nel 2011 si era costruito una macchina  -  la D-Shape  -  che ha fatto il giro del mondo. Dini era partito per stampare case sulla luna, usando la polvere del nostro satellite, e si è poi specializzato nello stampare bellissime barriere coralline artificiali.

Ma torniamo a Moretti che tre anni fa mette su un team di "laureati disoccupati" con il compito di inventare una stampante 3D adatta al sogno di edilizia popolare. "C'era il problema dell'estrusore, cioé di come far funzionare il meccanismo dal quale esce il materiale da stampare". Moretti si accorge che quello che ha in mente lui in natura già c'è: lo fanno le vespe vasaie. Chiama la società Wasp, e con un inglese maccheronico decide che quelle quattro lettere non sono solo la traduzione di "vespa" ma stanno per "World Advanced Saving Project", che è come dire "siamo in missione per salvare il mondo". Non sarà troppo? "In un certo senso sì, e infatti ci prendiamo in giro da soli, ma in realtà ci crediamo davvero".

In cosa credono? Nel fatto che farsi una vera casa debba poter essere un diritto per tutti. E quindi tutta la ricerca del suo team la indirizza verso la possibilità di stampare uno strano miscuglio di argilla e paglia. "È più difficile che con il cemento, ma funziona". Lo vedremo presto, in Sardegna, nel Sulcis, dove è appena arrivata una stampante che presto inizierà a miscelare terra e paglia per vedere se ne esce una casa abitabile.

Per arrivare al risultato di oggi Moretti ha investito un sacco di soldi, tutto quello che ha guadagnato con la vendita di stampanti più piccole. Tecnologicamente sono dei gioiellini, le Wasp. E sono state usate per fare di tutto, non solo i giocattolini di plastica che vedete di solito uscire dalle stampanti 3D. "Qualche mese fa abbiamo consegnato a Pompei delle copie dei loro famosi calchi. Ce le avevano chieste per poterle mandare nel mondo, lasciando gli originali al sicuro". È il nuovo Made in Italy.

8.7.14

Si fa presto a dire FABLAB

Ma cosa sono e possono essere un business sostenibile? Ecco come è nato questo fenomeno e come si sta evolvendo in tutto il mondo. Italia compresa.
Nel 1998 un professore del MIT di Boston, Neil Gershenfeld, inaugurò un corso intitolato Come costruire (quasi) qualsiasi cosa. Si era accorto che i ragazzi che studiavano al MIT erano sempre più teorici e sempre meno pratici. Il corso voleva fornire ai ragazzi le conoscenze e i mezzi per creare qualsiasi tipo di oggetto. Nelle scuole da cui provenivano erano spariti i laboratori con le macchine, sostituiti sempre più spesso dai computer in cui tutto si simula o si programma. Il corso del 1998 prevedeva solo dieci posti perché era una specie di scommessa e Gershenfeld non aveva idea se la cosa avrebbe avuto successo oppure no. Il professore preparò una ventina di lezioni e fece allestire un laboratorio. Le lezioni parlavano di tecniche additive e sottrattive, di stampa in 3d, di come tagliare e plasmare i materiali, di elettronica e microcontrollori, di programmazione, ma soprattutto di come trasformare “bit” in “atomi”, cioè di come trasferire disegni e progetti realizzati con dei computer a delle macchine in grado di realizzarle in poco tempo.
Il primo FabLab del mondo
Il laboratorio era fornito di macchine per tagliare materiali con laser, plasma e acqua, di stampanti 3D, scanner, strumenti elettronici e quant’altro necessario per realizzare prototipi. Fu battezzato FabLab, contrazione di Faboulous Lab ma anche di Fabrication Lab. I primi progetti stupirono Gershenfeld, perché si aspettava che i ragazzi lavorassero su temi puù vicini ai loro studi,. Invece vide realizzare cose come la borsa ammazza-strilli, un browser per pappagalli o delle biciclette in plexiglass. La notizia dell’esistenza di questo corso “un po’ matto” e del laboratorio in cui poter creare (quasi) qualsiasi cosa fece, ben presto, il giro del campus: erano molti gli studenti con un’idea e la curiosità di vederla realizzata in poco tempo.
Le edizioni successive del corso furono un successo. Presto il laboratorio fu aperto anche a tutti gli studenti. La fama aumentava anche al di fuori dell’università qualche anno dopo l’inaugurazione fu aperto al pubblico.
Dai FabLab alla fabbricazione digitale
Anche altre università crearono un FabLab al loro interno e nel giro di pochi anni si arrivò a una cinquantina di laboratori in tutto il mondo.  In seguito a tutto cio si è iniziato anche a parlare di digital fabrication e autoproduzione. In effetti la digital fabrication permette di realizzare oggetti unici o in piccole serie e quindi con carattere artistico o artigianale, ma con tecnologie e caratteristiche industriali e cioè con finiture precisissime e ripetibili. Questo grazie alla fatto di poter passare, come dice Gershenfeld, dal bit all’atomo.
Lo sbarco in Italia
In Italia il primo FabLab è stato aperto a Torino, nel 2011, presso un padiglione dell’eventoorganizzato per festeggiare i 150 anni della Repubblica Italiana. Oggi si contano circa una ventina di laboratori, nati spontaneamente in tutta la penisola. Un FabLab è un laboratorio aperto al pubblico, in cui chiunque può entrare e utilizzare le macchine a controllo numerico per realizzare oggetti in breve tempo. Alcune macchine sono potenzialmente pericolose e quindi sono necessari dei corsi di formazione per poterle utilizzare in autonomia e sicurezza. Tutti i FabLab adottano il Charter, un documento che stabilisce le regole elementari di funzionamento e di condotta e garantisce lo scopo etico e sociale delle strutture. Le macchine che dovrebbero trovarsi in un FabLab sono di norma: laser cutter, stampante 3D, scanner 3D, vinil cutter, fresa CNC (a controllo numerico) e un laboratorio elettronico. Questo insieme di macchine richiede un certo investimento iniziale che ammonta a qualche decina di migliaia di euro.
FabLab, un business pientamene sostenibile
Chiunque può aprire un FabLab e questo documento del MIT di Boston, in inglese, contiene le principali linee guida: è sufficiente procurarsi le macchine, un locale in cui metterle e un po’ di organizzazione per poter gestire l’attività. Una volta aperto il laboratorio è possibile segnalarlo presso l’associazione internazionale che si occupa di coordinare tutti i laboratori del mondo. Ogni anno viene anche organizzata una conferenza ed è possibile partecipare a  coordinamenti e attività periodiche tra i laboratori. Un FabLab nella forma più pura non è un business pienamente sostenibile. Peter Troxler, ricercatore e membro attivo nella comunità internazionale dei FabLab, studia da anni i modelli di business usati dai FabLab. Perché il business sia sostenibile è necessario fare un’analisi di costi e profitti. Il laboratorio, per sopravvivere, può contare sulle iscrizioni annuali dei soci, su ingressi e abbonamenti e sui proventi dell’attività di “service” per taglio o stampa. Può ricavare utili anche da consulenze tecniche e di progettazione, dalla vendita di materiali consumabili e organizzando corsi, workshop ed eventi.
Quattro modelli di business possibili
Anche Massimo Menichinelli studia da anni i modelli di Business dei FabLab. In un recentearticolo pubblicato su p2pfoundation riassume i 4 modelli principali da lui individuati:
  • business enabler: il laboratorio promuove e sponsorizza nuovi laboratori e li sostiene fornendo servizi di tipo b2b;
  • business basato sull’istruzione: in cui il FabLab propone corsi e consulenze “formative” a privati e aziende;
  • incubatore: supporta ed ospita la nascita di startup;
  • business replicator/network: il FabLab diventa un punto di produzione locale e diffuzione di un prodotto. La rete dei laboratori è usata per diffondere il prodotto sul territorio.
Personalmente credo che un FabLab “puro” sia poco sostenibile e che necessiti di una serie di attività che lo supportino e che lo aiutino a sopravvivere. Ho sempre percepito i FabLab come unbusiness etico, in cui il fine primario non è quello di produrre utili, ma quello di promuovere tecnologia e cultura. Si deve mirare alla sostenibilità, per poter retribuire chi vi presta il proprio lavoro. Le attività a supporto del laboratorio devono essere coerenti con quanto indicato nel Charter e non possono essere in conflitto con l’orientamento del laboratorio. Questo apre la strada a un diverso tipo di business model in cui il FabLab “puro” è supportato da una società che si preoccupa di sostenerlo, svolgendo attività di formazione, consulenza e vendita.
FabLab, illustri sconosciuti
In Italia il fenomeno dei FabLab si sta diffondendo ma, anche se la trasmissione Report di RAI3 ha dedicato un servizio sul tema, sono ancora pochi a sapere cosa siano esattamente. Visto che il laboratorio è pensato per risolvere i problemi della gente comune, si rivolge al pubblico di massa e questo offre molte possibilità di sviluppo. Si pensi che in città come New York o Amsterdam ci sono più laboratori. In effetti la cosa ha senso perché i laboratori hanno un carattere fortemente locale e cercano (devono cercare) di attivare il territorio e quanto presente nel tessuto “urbano” in cui sorgono, cercando di sfruttare o “attivare” le caratteristiche del luogo in cui sorge il laboratorio. Nel nostro paese abbiamo grandissime potenzialità offerte dalla nostra tradizione artigiana. Ogni provincia o città eccelle nella realizzazione di manufatti o particolari prodotti. Gli artigiani, da secoli tramandano conoscenze e saperi di carattere pratico che potrebbero trovare nuove strade e appplicazioni nello scambio con i FabLab: entrambi le figure ne uscirebbero arricchite.
Per approfondire
Modelli di business per i FabLab – di Peter Troxler e Simone Schweikert
HowTo start your own FabLab - Fab8 International Conference – 2012
Associazione internazionale FabLab
Charter dei FabLab
Business Model per i FabLab – di Massimo Menichinelli