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26.6.14
Stipendi, l’Italia rovesciata - Il Sud più «ricco» del Nord
La classifica delle province per potere d’acquisto. Prime Caltanissetta e Crotone, Milano 97esima
di Sergio Rizzo
A Ragusa il reddito disponibile delle famiglie è circa metà di Milano e la disoccupazione morde tre volte di più. Per non parlare dei giovani: dice la Banca d’Italia che in Sicilia il 55% è senza lavoro. Ma per i pochi fortunati ad avere un’occupazione stabile le cose vanno assai meglio che a Milano.
Un cassiere di banca ragusano con cinque anni di anzianità ha uno stipendio del 7,5% inferiore al suo collega milanese. Se però si tiene conto del differente costo della vita, allora scopriamo che la sua busta paga è più alta del 27,3%. E non è ancora tutto, perché per avere il medesimo potere d’acquisto del cassiere di Ragusa, il bancario di Milano dovrebbe guadagnare addirittura il 70% in più. Nel settore pubblico, poi, le differenze a favore dei dipendenti meridionali sono ancora più evidenti. Il salario nominale di un insegnante di scuola elementare con i soliti cinque anni di anzianità è infatti uguale in tutte le regioni italiane: 1.305 euro al mese. Una retribuzione che però in base al diverso indice dei prezzi al consumo nelle due città equivale a 1.051 euro reali a Milano e 1.549 a Ragusa. Con una differenza abissale a vantaggio della città siciliana: 47%. Per pareggiare il potere d’acquisto dell’insegnante ragusano il maestro milanese dovrebbe avere uno stipendio più pesante dell’83%, sottolinea una ricerca che verrà presentata domani a Roma dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti. Obiettivo degli autori, gli economisti Tito Boeri della Bocconi, Andrea Ichino dell’Istituto universitario europeo ed Enrico Moretti dell’università californiana di Berkeley, mettere a fuoco le disuguaglianze di salari, redditi e consumi, in gran parte responsabili di una stagnazione endemica.
I numeri dicono tutto. La Provincia di Bolzano, dove i salari nominali sono i più elevati d’Italia, scivola quasi in fondo alla classifica (posto numero 92) di quelli reali se si considera la differenza del costo della vita. Così Aosta, che dal secondo posto passa al 95. Esattamente al contrario di Crotone, che dalla posizione 95 per i salari nominali balza alla seconda per quelli reali. Appena davanti a Enna, Biella, Siracusa, Pordenone, Vercelli, Taranto, Vibo Valentia e Mantova. Tra le dieci province italiane con i più alti salari reali le meridionali sono ben sei. Prima in assoluto, Caltanissetta.
Dati, secondo gli autori della ricerca, che rappresentano una profonda anomalia rispetto a Paesi nei quali i salari sono allineati alla produttività, con il risultato di avere tassi di disoccupazione con minori differenze fra i territori. Boeri, Ichino e Moretti portano l’esempio di San Francisco, dove la produttività del lavoro è superiore rispetto a Dallas: i salari sono quindi più alti del 50% e il tasso di disoccupazione è simile. Anche a Milano la produttività è superiore a quella di Ragusa, ma la differenza salariale è metà di quella fra San Francisco e Dallas: e a Ragusa la disoccupazione è del 223 % maggiore che a Milano mentre le abitazioni nel capoluogo lombardo sono più care del 247%.
Certo la valutazione complessiva delle differenze non può prescindere da altre variabili. Per avere a Ragusa la stessa qualità di Milano, ad esempio, i servizi sanitari costerebbero 18,7 volte in più. Ed è questa anche la ragione per cui a salari reali più consistenti dei lavoratori non corrisponde automaticamente una migliore qualità della vita. Né un apprezzabile impatto sui redditi. La dimostrazione? La provincia italiana con i redditi nominali più elevati, Modena, è al secondo posto per quelli reali (che tengono conto delle differenze territoriali del costo della vita), dietro Biella e davanti Mantova, Reggio Emilia, Verbano, Ferrara, Ragusa, Novara, Trieste e Rovigo. Tutte del Nord tranne Ragusa.
Conclusione, la «compressione dei salari», come viene definita nella ricerca, è causa di maggiore disoccupazione e disuguaglianza nei salari reali a favore del Sud, e di prezzi più cari delle abitazioni e squilibri nei redditi e nei consumi a favore del Nord. Una situazione tale da creare le condizioni per «frenare la crescita senza migliorare le prospettive del Sud». Sul banco degli imputati, «l’apparente equità della contrattazione nazionale» che determina «distorsioni, inequità ed inefficienze». La svolta, secondo gli autori, sarebbe dunque in un legame più stretto fra retribuzioni e produttività, con gli accordi locali che dovrebbero prevalere sui contratti nazionali.
Impossibile, dopo aver scorso le oltre 50 slide della ricerca, non ripensare alle gabbie salariali. Era un meccanismo nato alla fine del 1945,che divideva l’Italia in 14 aree dove si applicavano salari diversi in rapporto al costo della vita. Durò fino a tutti gli anni Sessanta. Il sipario calò definitivamente nel 1972. Sulle gabbie e sul poco rimasto del boom economico.
22.10.13
In Italia prove tecniche di reddito minimo, in Germania è guerra per lo stipendio orario
Le disparità nelle retribuzioni orarie aumentano i working poor (essere poveri pur avendo un lavoro). Inoltre in tutti i paesi aumentano le misure per la lotta alla povertà
Stipendio orario minimo e reddito minimo garantito si aggirano per l'Europa. Lo stipendio minimo orario è il valore di un'ora di lavoro per qualsiasi tipo di attività. Il reddito minimo garantisce a chi ha perso il lavoro o non ha mezzi adeguati per vivere un aiuto minimo dignitoso. Le due formule sono quindi molto diverse tra loro. In Germania è scoppiata la guerra dello stipendio orario. Socialdemocratici e verdi hanno appena lanciato la proposta di un salario minimo di 8,5 euro l’ora, con grandi proteste degli imprenditori. E’ probabile che il compromesso con Angela Merkel e le imprese si assesti sui 7-7,5 euro l’ora.Anche in Germania crescono i working poor (che sono i poveri che pure hanno un lavoro), che però sono coperti dal reddito minimo garantito previsto per legge. In Spagna il salario minimo è di 19 euro al giorno. In Francia lo Smic è di 8,86 euro l'ora. Negli Stati Uniti Barack Obama ha proposto di alzare il salario minimo, oggi a 7,25 dollari l’ora, almeno a 9 dollari l'ora.
Italia. In Italia non abbiamo né salario minimo né reddito minimo garantito. Per la verità il salario orario minimo è sostanzialmente garantito dai contratti, che però cominciano ad assomigliare a una coperta corta, viste le trasformazioni del lavoro, oggi meno garantito del passato; mentre si è avviato un percorso per il reddito minimo. Per stare ai paralleli, in Belgio si chiama Minimax, un salario mensile di 650 euro per chi è in povertà. In Lussemburgo c’è il Revenu minimum guaranti, di1.100 euro al mese. Nei Paesi Bassi ci sono il Beinstand ma anche il Wik di 500 euro, riservato a permettere agli artisti un minimo di libertà creativa. In Austria c'è il Sozialhilfe, in Norvegia il reddito di esistenza, in Germania l’Arbeitslosengeld II. L’Italia è l’unico grande paese europeo a non avere una misura di questo tipo, insieme alla Grecia.
Sia. Ora nel nostro paese sbuca il Sia, una misura che significa Sostegno d’inclusione attiva, una misura che ci chiede l’Europa. Non è un reddito di cittadinanza (rivolto a tutti indistintamente), ma un sostegno rivolto ai poveri, identificati come tali da una prova dei mezzi. “L’ammontare dell’erogazione monetaria alle famiglie beneficiarie del Sia – si legge in un documento steso da una commissione di circa 15 esperti voluta dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini - è idealmente pari alla differenza tra la misura delle loro risorse economiche e il livello di riferimento, stabilito per legge per identificare la condizione di povertà”. Non esiste ancora una valutazione dei costi, ma a titolo esemplificativo si stima che il progetto possa ragionevolmente comportare un costo a regime dell’ordine di circa 7 miliardi, che consentirebbe di interessare circa il 6% delle famiglie italiane. Nel documento vengono prospettate anche ipotesi meno onerose: un’integrazione dei redditi familiari fino a metà della soglia di povertà assoluta potrebbe costare circa 1,5 miliardi. Uno studio di Tito Boeri e Roberto Perotti pubblicato sul sito lavoce.info fornisce altre stime prudenziali (probabilmente in eccesso) secondo il suo ammontare e le tipologie di redditi da considerare nel selezionare la platea dei beneficiari. Il Rmg andrebbe inizialmente introdotto a un livello abbastanza basso e poi incrementato. Un Rmg da 500 euro potrebbe costare tra 8 e 10 miliardi di euro. Non poco, ma intanto il progetto Sia ha avviato il suo cammino. Mentre in Svizzera è stato promosso un referendum per introdurre un reddito di cittadinanza di 2.500 franchi, 2mila euro al mese. La misura costerebbe sui 400 miliardi di franchi l'anno, 326 miliardi di euro. Cifre da far tremare i polsi!
Stipendio orario minimo e reddito minimo garantito si aggirano per l'Europa. Lo stipendio minimo orario è il valore di un'ora di lavoro per qualsiasi tipo di attività. Il reddito minimo garantisce a chi ha perso il lavoro o non ha mezzi adeguati per vivere un aiuto minimo dignitoso. Le due formule sono quindi molto diverse tra loro. In Germania è scoppiata la guerra dello stipendio orario. Socialdemocratici e verdi hanno appena lanciato la proposta di un salario minimo di 8,5 euro l’ora, con grandi proteste degli imprenditori. E’ probabile che il compromesso con Angela Merkel e le imprese si assesti sui 7-7,5 euro l’ora.Anche in Germania crescono i working poor (che sono i poveri che pure hanno un lavoro), che però sono coperti dal reddito minimo garantito previsto per legge. In Spagna il salario minimo è di 19 euro al giorno. In Francia lo Smic è di 8,86 euro l'ora. Negli Stati Uniti Barack Obama ha proposto di alzare il salario minimo, oggi a 7,25 dollari l’ora, almeno a 9 dollari l'ora.
Italia. In Italia non abbiamo né salario minimo né reddito minimo garantito. Per la verità il salario orario minimo è sostanzialmente garantito dai contratti, che però cominciano ad assomigliare a una coperta corta, viste le trasformazioni del lavoro, oggi meno garantito del passato; mentre si è avviato un percorso per il reddito minimo. Per stare ai paralleli, in Belgio si chiama Minimax, un salario mensile di 650 euro per chi è in povertà. In Lussemburgo c’è il Revenu minimum guaranti, di1.100 euro al mese. Nei Paesi Bassi ci sono il Beinstand ma anche il Wik di 500 euro, riservato a permettere agli artisti un minimo di libertà creativa. In Austria c'è il Sozialhilfe, in Norvegia il reddito di esistenza, in Germania l’Arbeitslosengeld II. L’Italia è l’unico grande paese europeo a non avere una misura di questo tipo, insieme alla Grecia.
Sia. Ora nel nostro paese sbuca il Sia, una misura che significa Sostegno d’inclusione attiva, una misura che ci chiede l’Europa. Non è un reddito di cittadinanza (rivolto a tutti indistintamente), ma un sostegno rivolto ai poveri, identificati come tali da una prova dei mezzi. “L’ammontare dell’erogazione monetaria alle famiglie beneficiarie del Sia – si legge in un documento steso da una commissione di circa 15 esperti voluta dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini - è idealmente pari alla differenza tra la misura delle loro risorse economiche e il livello di riferimento, stabilito per legge per identificare la condizione di povertà”. Non esiste ancora una valutazione dei costi, ma a titolo esemplificativo si stima che il progetto possa ragionevolmente comportare un costo a regime dell’ordine di circa 7 miliardi, che consentirebbe di interessare circa il 6% delle famiglie italiane. Nel documento vengono prospettate anche ipotesi meno onerose: un’integrazione dei redditi familiari fino a metà della soglia di povertà assoluta potrebbe costare circa 1,5 miliardi. Uno studio di Tito Boeri e Roberto Perotti pubblicato sul sito lavoce.info fornisce altre stime prudenziali (probabilmente in eccesso) secondo il suo ammontare e le tipologie di redditi da considerare nel selezionare la platea dei beneficiari. Il Rmg andrebbe inizialmente introdotto a un livello abbastanza basso e poi incrementato. Un Rmg da 500 euro potrebbe costare tra 8 e 10 miliardi di euro. Non poco, ma intanto il progetto Sia ha avviato il suo cammino. Mentre in Svizzera è stato promosso un referendum per introdurre un reddito di cittadinanza di 2.500 franchi, 2mila euro al mese. La misura costerebbe sui 400 miliardi di franchi l'anno, 326 miliardi di euro. Cifre da far tremare i polsi!
17.5.13
Politici mediocri, burocrati arroganti Il patto sventurato da interrompere
Gian Antonio Stella (corriere.it)
Solo nel nostro Paese è possibile che un segretario del Senato in pensione guadagni il triplo del Capo dello Stato
Non c'è Paese al mondo dove un segretario generale del Senato in pensione guadagni con l'aggiunta della prebenda di consigliere di Stato quasi il triplo del capo dello Stato. Solo in Italia succede. È l'effetto del patto sventurato che lega da decenni una classe politica per sua stessa ammissione sempre più mediocre e una struttura burocratica resa arrogante proprio dalla inferiorità del ceto dirigente. Ma l'emergenza delle emergenze al governo Letta non appare tale. C' è una riforma che non costerebbe niente. Meglio: non costerebbe in soldi. Il prezzo da pagare sarebbe la rottura di quel patto sventurato che lega da decenni una classe politica per sua stessa ammissione sempre più mediocre e una struttura burocratica resa sempre più forte, fino all'arroganza, proprio dalla inferiorità del ceto dirigente. Via via diventato schiavo degli alti funzionari, gli unici capaci dentro questo meccanismo infernale di scrivere una legge, di infilarla nel groviglio legislativo esistente e poi di interpretarla.
Un servaggio, come è noto, pagato caro: non c'è Paese al mondo dove un segretario generale del Senato in pensione guadagni con l'aggiunta della prebenda di consigliere di Stato quasi il triplo del presidente della Repubblica. Da noi sì. Va da sé che i beneficiati di questa «abnormità» non hanno interesse a cambiare un sistema in cui un funzionario parlamentare prende più di un deputato.
L'ha scritto Max Weber: «Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni». Lo hanno ripetuto Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: la prima cosa da fare, prima ancora di costruire strade e ponti, è cambiare la burocrazia perché quale «beneficio arreca a un'impresa risparmiare mezz'ora fra Civitavecchia e Grosseto se poi deve attendere dieci anni per la risoluzione di una causa civile» o almeno «un anno per essere pagata da un'amministrazione pubblica»? Aggiungiamo: è colpa solo della Fiom o del costo del lavoro se negli ultimi anni gli investimenti esteri in Italia si sono dimezzati (dal 2 all'1,2% del totale mondiale: dati Confindustria) o piuttosto di un quadro burocratico asfissiante dove, denuncia Confcommercio, «ci vogliono 41 procedure per far rispettare un contratto e 1.210 giorni per ottenere una sentenza che tuteli l'impresa»?
All'Aquila sono state emanate tra leggi speciali e direttive del Commissario, atti delle Strutture di Gestione dell'Emergenza e dispositivi della Protezione Civile e bla-bla, 1.109 norme più allegati: non mancano solo i soldi per ricostruire, manca il buon senso. Al punto che, se non cambia qualcosa, c'è da scommettere che finirà col solito decreto d'emergenza che permetta di eludere l'eccesso di regole. Già visto: lo Stato che aggira lo Stato perché incapace di cambiare se stesso.
È dunque un peccato notare come, a scorrere agenzie ed archivi, l'emergenza delle emergenze non appaia al governo Letta una vera emergenza. Due accenni nel discorso d'investitura, due flashes dell'Ansa: e centrati più che altro contro la cappa della burocrazia europea.
La scelta degli uomini giusti per questa guerra che dovrebbe essere a tutti i costi vinta, del resto, dice tutto. Non vogliamo neppure entrare nel merito delle qualità e dei curriculum del ministro Giampiero D'Alia e dei suoi vice, Gianfranco Micciché e Michaela Biancofiore dirottata dalle Pari Opportunità dopo le sparate sui gay. Ma sfidiamo chiunque a sostenere che siano stati messi lì, a combattere la più difficile delle battaglie, perché individuati come i migliori che c'erano sulla piazza per ripulire, disboscare, semplificare.
La verità è che li hanno collocati lì, purtroppo, perché il bilancino degli equilibri tra i partiti prevedeva di dar loro una poltrona o almeno uno strapuntino. E quello è considerato, sventuratamente, un ministero di serie B. Se non di serie C. La revisione della Costituzione venne affidata al grande Concetto Marchesi. Senza offesa: vuoi mettere la differenza?
Solo nel nostro Paese è possibile che un segretario del Senato in pensione guadagni il triplo del Capo dello Stato
Non c'è Paese al mondo dove un segretario generale del Senato in pensione guadagni con l'aggiunta della prebenda di consigliere di Stato quasi il triplo del capo dello Stato. Solo in Italia succede. È l'effetto del patto sventurato che lega da decenni una classe politica per sua stessa ammissione sempre più mediocre e una struttura burocratica resa arrogante proprio dalla inferiorità del ceto dirigente. Ma l'emergenza delle emergenze al governo Letta non appare tale. C' è una riforma che non costerebbe niente. Meglio: non costerebbe in soldi. Il prezzo da pagare sarebbe la rottura di quel patto sventurato che lega da decenni una classe politica per sua stessa ammissione sempre più mediocre e una struttura burocratica resa sempre più forte, fino all'arroganza, proprio dalla inferiorità del ceto dirigente. Via via diventato schiavo degli alti funzionari, gli unici capaci dentro questo meccanismo infernale di scrivere una legge, di infilarla nel groviglio legislativo esistente e poi di interpretarla.
Un servaggio, come è noto, pagato caro: non c'è Paese al mondo dove un segretario generale del Senato in pensione guadagni con l'aggiunta della prebenda di consigliere di Stato quasi il triplo del presidente della Repubblica. Da noi sì. Va da sé che i beneficiati di questa «abnormità» non hanno interesse a cambiare un sistema in cui un funzionario parlamentare prende più di un deputato.
L'ha scritto Max Weber: «Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni». Lo hanno ripetuto Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: la prima cosa da fare, prima ancora di costruire strade e ponti, è cambiare la burocrazia perché quale «beneficio arreca a un'impresa risparmiare mezz'ora fra Civitavecchia e Grosseto se poi deve attendere dieci anni per la risoluzione di una causa civile» o almeno «un anno per essere pagata da un'amministrazione pubblica»? Aggiungiamo: è colpa solo della Fiom o del costo del lavoro se negli ultimi anni gli investimenti esteri in Italia si sono dimezzati (dal 2 all'1,2% del totale mondiale: dati Confindustria) o piuttosto di un quadro burocratico asfissiante dove, denuncia Confcommercio, «ci vogliono 41 procedure per far rispettare un contratto e 1.210 giorni per ottenere una sentenza che tuteli l'impresa»?
All'Aquila sono state emanate tra leggi speciali e direttive del Commissario, atti delle Strutture di Gestione dell'Emergenza e dispositivi della Protezione Civile e bla-bla, 1.109 norme più allegati: non mancano solo i soldi per ricostruire, manca il buon senso. Al punto che, se non cambia qualcosa, c'è da scommettere che finirà col solito decreto d'emergenza che permetta di eludere l'eccesso di regole. Già visto: lo Stato che aggira lo Stato perché incapace di cambiare se stesso.
È dunque un peccato notare come, a scorrere agenzie ed archivi, l'emergenza delle emergenze non appaia al governo Letta una vera emergenza. Due accenni nel discorso d'investitura, due flashes dell'Ansa: e centrati più che altro contro la cappa della burocrazia europea.
La scelta degli uomini giusti per questa guerra che dovrebbe essere a tutti i costi vinta, del resto, dice tutto. Non vogliamo neppure entrare nel merito delle qualità e dei curriculum del ministro Giampiero D'Alia e dei suoi vice, Gianfranco Micciché e Michaela Biancofiore dirottata dalle Pari Opportunità dopo le sparate sui gay. Ma sfidiamo chiunque a sostenere che siano stati messi lì, a combattere la più difficile delle battaglie, perché individuati come i migliori che c'erano sulla piazza per ripulire, disboscare, semplificare.
La verità è che li hanno collocati lì, purtroppo, perché il bilancino degli equilibri tra i partiti prevedeva di dar loro una poltrona o almeno uno strapuntino. E quello è considerato, sventuratamente, un ministero di serie B. Se non di serie C. La revisione della Costituzione venne affidata al grande Concetto Marchesi. Senza offesa: vuoi mettere la differenza?
15.5.13
Lombardia, i consiglieri si tagliano lo stipendio ma si aumentano i rimborsi: prenderanno quanto prima
Lombardia: «No ai bonus travestiti da rimborso spese». E i grillini lasciano per protesta la commissione (sole24ore)
Come c'era da aspettarsi il M5S esce dalla commissione presieduta da Massimo Garavaglia, costituita per presentare una proposta di legge bipartisan quale risposta al decreto Monti sui tagli alla politica (dl 213, 2012). Il motivo del loro abbandono del gruppo di lavoro sui costi della politica locale è il "ritocchino" sui rimborsi, 4500 euro netti al mese a forfait quindi senza rendiconti e giustificativi. Per il M5S si tratta di un vero e proprio "bonus travestito da rimborso spese"* ideato allo scopo di "discostarsi il meno possibile dai trattamenti percepiti fino ad oggi sfruttando i margini di manovra concessi dai provvedimenti, così come accaduto in altre Regioni".
Con l'introduzione del "rimbonus" verrebbero aggirate le indicazioni del decreto anti-sprechi Monti ossia di uniformarsi agli standard retributivi della Regione più virtuosa, per quanto riguarda il trattamento dei consiglieri regionali è l'Emilia Romagna. La controproposta del M5S fissa un tetto massimo di stipendio (5000 euro lordi anziché 6600 ) a cui si potrebbero aggiungere un'eventuale quota massima di 3000 euro al posto del ritocco di 4500, per rimborsi a spese chiaramente documentate, e non a forfait. Ha già espresso la propria contrarietà sulla scelta poco collaborativa dei grillini il presidente del parlamentino lombardo Raffaele Cattaneo che ha parlato di "immaturità istituzionale" Ha poi aggiunto che il gruppo di lavoro presieduto da Garavaglia " continuerà il proprio lavoro con o senza il M5S e che in ogni caso una proposta di legge verrà portata in aula a Giugno per l'approvazione più ampia possibile."
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L'arte dei tagli dei costi della politica locale rischia di trasformarsi in un gioco illusionistico: da una parte si interviene sulle indennità degli ottanta consiglieri regionali lombardi e dall'altra si compensa e si ricompensa il taglio aumentando ad hoc i rimborsi spese, che potrebbero così passare a 4500 euro netti al mese. Sarebbe l'effetto di una proposta di legge ideata come risposta ai tagli previsti dalla legge 213 del 2012 del Governo Monti, dopo i noti casi alla Fiorito er Batman. Qualora fosse approvata la proposta di legge (targata Pd, Pdl, Lega) elaborata da un gruppo di lavoro coordinato dall'assessore al Bilancio, Massimo Garavaglia, un consigliere continuerà a prendere poco meno di 9000 euro al mese.
La nuova proposta di legge sui compensi in Regione di fatto è la risposta locale al governo Monti, intervenuto per porre rimedio e fissare dei limiti ai costi fuori controllo dei consiglieri regionali. In base al testo della proposta bipartisan, ricusata dal M5S, le indennità di carica dei consiglieri regionali saranno effettivamente riviste e ridotte da 8500 (lorde) a 6600 (lorde) come da decreto Monti.
Tuttavia è prevista la possibilità di un ritocco dei rimborsi spese per esercizio del mandato: potrebbero passare dagli attuali 2800 circa ai probabili 4500 euro netti a forfait, per chi risiede a Milano, mentre per i pendolari delle province più disparate potrebbero superare ben oltre i 6000 euro ( per vitto, alloggio e trasporti). Così nonostante i tagli un semplice consigliere continuerà a percepire quel che percepiva prima dell'intervento sui costi della politica: ossia ben oltre quei "vituperati" 6000 euro che tanto fecero preoccupare l'ex assessore ai Trasporti Raffaele Cattaneo, poi diventato Presidente del Consiglio regionale lombardo. Per quanto riguarda le alte gerarchie regionali la proposta della giunta prevede delle indennità di funzione che vanno ad aggiungersi ai 9000 euro "scarsi" di base: per il presidente Regione, presidente del Consiglio e a scalare per le altre cariche, si tratterebbe di 2700 euro circa. Come detto da questa proposta bipartisan si è sfilato il M5S che propone un tetto massimo di stipendio ( 5000 euro lordi) a cui si potrebbero aggiungere un'eventuale quota massima di 3000 euro per rimborsi e varie spese documentate, quindi non si parla di forfait. Per il M5S le indennità di funzione sono più basse: per i presidenti di giunta e consiglio sarebbero 1800 euro circa. Altra sforbiciata paventata è sul numero dei consiglieri: per il M5S dovrebbero passare dagli attuali 80 agli auspicati 50.
Lunedì torna a riunirsi al Pirellone il gruppo di lavoro coordinato dall'assessore Garavaglia per mettere a punto la proposta di "controriforma" relativo ai tagli dei costi della politica: un punto resta fermo che comunque il compenso regionale no può superare il totale mensile di 11100 euro lordi onnicomprensivi, estendibili fino a 13800 con indennità di funzione, come previsto dalla legge nazionale.
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Da segnalare anche da Il Giorno - Pavia:
A ogni consigliere 16.300 euro per un mese e mezzo sui banchi del Pirellone
Se i disoccupati pavesi nel 2012 sono aumentati del 20,5% rispetto all’anno precedente e sono saliti del 9,6% i lavoratori in mobilità, la politica sembra non conoscere crisi. Basta guardare gli importi percepiti dai consiglieri regionali per un mese e mezzo di impegno al Pirellone: oltre 21mila euro lordi, che al netto delle trattenute di 4mila euro arrivano a 16.384. Cifre decisamente superiori a quanto accade in altri Paesi europei.
In Francia, per esempio, l’indennità percepita da un consigliere regionale va da 1.500 a 2.600 euro. In Germania i consiglieri dei Lander percepiscono indennità che vanno dai 2.280 euro mensili di Amburgo ai 9.500 di Renania settentrionale e Vestfalia: la media è 4.500 euro, più o meno la metà degli stipendi dei consiglieri regionali italiani. E una cifra decisamente superiore a quella percepita dai rappresentanti dei Cantoni svizzeri che hanno competenze ben superiori rispetto a quelle dei “colleghi” italiani, ma non percepiscono un franco perché la politica non è considerata una professione. Da oggi, più o meno al centro di questo variegato panorama si collocano i nove consiglieri lombardi del Movimento 5 Stelle che hanno deciso di restituire alla Regione complessivamente oltre 100mila euro. Secondo quanto ha fatto la pavese Iolanda Nanni, l’indennità percepita per il primo mese e mezzo di attività (dal 17 marzo al 30 aprile) è pari a 16.384,76 euro, senza contare le indennità di funzione (per i membri dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale, i presidenti delle commissioni, eccetera).
Di questa somma, rispettando l’impegno preso in campagna elettorale, i consiglieri tratterranno 5mila euro lordi mensili e i rimborsi per le spese effettivamente sostenute; tutto il resto lo destineranno a un fondo di sostegno per le piccole imprese della Lombardia. Nel caso della Nanni, per il mese di marzo riceverà 1.734,84 euro più 84,25 euro di spese. Per aprile la busta paga virtuale dei grillini è 3.394,16 euro, con nota spese di 233,27. Totale da bonificare: 5.446.52, con un rimborso alla Regione di 10.921,33 euro (il 66,66% della somma erogata).
«Finché non sarà data la possibilità concreta di restituirli, i fondi non percepiti saranno depositati in conti correnti di Banca Etica, appositamente aperti — promettono i consiglieri M5S —. Aspettiamo di vedere se e quali consiglieri dei vari partiti ci seguiranno mostrando solidarietà con le piccole aziende che vivono un momento difficile». Dalla Regione replicano: «La busta paga non comprende le trattenute da addizionali regionale e comunale che verranno applicate successivamente. I consiglieri regionali appena insediatisi hanno istituito un gruppo di lavoro di riforma sui costi della politica che attuerà entro giugno una riduzione consistente dello stipendio che passerà a circa 6.500 euro netti, attualmente lo stipendio mensile è di circa 8.500 euro».
Come c'era da aspettarsi il M5S esce dalla commissione presieduta da Massimo Garavaglia, costituita per presentare una proposta di legge bipartisan quale risposta al decreto Monti sui tagli alla politica (dl 213, 2012). Il motivo del loro abbandono del gruppo di lavoro sui costi della politica locale è il "ritocchino" sui rimborsi, 4500 euro netti al mese a forfait quindi senza rendiconti e giustificativi. Per il M5S si tratta di un vero e proprio "bonus travestito da rimborso spese"* ideato allo scopo di "discostarsi il meno possibile dai trattamenti percepiti fino ad oggi sfruttando i margini di manovra concessi dai provvedimenti, così come accaduto in altre Regioni".
Con l'introduzione del "rimbonus" verrebbero aggirate le indicazioni del decreto anti-sprechi Monti ossia di uniformarsi agli standard retributivi della Regione più virtuosa, per quanto riguarda il trattamento dei consiglieri regionali è l'Emilia Romagna. La controproposta del M5S fissa un tetto massimo di stipendio (5000 euro lordi anziché 6600 ) a cui si potrebbero aggiungere un'eventuale quota massima di 3000 euro al posto del ritocco di 4500, per rimborsi a spese chiaramente documentate, e non a forfait. Ha già espresso la propria contrarietà sulla scelta poco collaborativa dei grillini il presidente del parlamentino lombardo Raffaele Cattaneo che ha parlato di "immaturità istituzionale" Ha poi aggiunto che il gruppo di lavoro presieduto da Garavaglia " continuerà il proprio lavoro con o senza il M5S e che in ogni caso una proposta di legge verrà portata in aula a Giugno per l'approvazione più ampia possibile."
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L'arte dei tagli dei costi della politica locale rischia di trasformarsi in un gioco illusionistico: da una parte si interviene sulle indennità degli ottanta consiglieri regionali lombardi e dall'altra si compensa e si ricompensa il taglio aumentando ad hoc i rimborsi spese, che potrebbero così passare a 4500 euro netti al mese. Sarebbe l'effetto di una proposta di legge ideata come risposta ai tagli previsti dalla legge 213 del 2012 del Governo Monti, dopo i noti casi alla Fiorito er Batman. Qualora fosse approvata la proposta di legge (targata Pd, Pdl, Lega) elaborata da un gruppo di lavoro coordinato dall'assessore al Bilancio, Massimo Garavaglia, un consigliere continuerà a prendere poco meno di 9000 euro al mese.
La nuova proposta di legge sui compensi in Regione di fatto è la risposta locale al governo Monti, intervenuto per porre rimedio e fissare dei limiti ai costi fuori controllo dei consiglieri regionali. In base al testo della proposta bipartisan, ricusata dal M5S, le indennità di carica dei consiglieri regionali saranno effettivamente riviste e ridotte da 8500 (lorde) a 6600 (lorde) come da decreto Monti.
Lunedì torna a riunirsi al Pirellone il gruppo di lavoro coordinato dall'assessore Garavaglia per mettere a punto la proposta di "controriforma" relativo ai tagli dei costi della politica: un punto resta fermo che comunque il compenso regionale no può superare il totale mensile di 11100 euro lordi onnicomprensivi, estendibili fino a 13800 con indennità di funzione, come previsto dalla legge nazionale.
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Da segnalare anche da Il Giorno - Pavia:
A ogni consigliere 16.300 euro per un mese e mezzo sui banchi del Pirellone
Se i disoccupati pavesi nel 2012 sono aumentati del 20,5% rispetto all’anno precedente e sono saliti del 9,6% i lavoratori in mobilità, la politica sembra non conoscere crisi. Basta guardare gli importi percepiti dai consiglieri regionali per un mese e mezzo di impegno al Pirellone: oltre 21mila euro lordi, che al netto delle trattenute di 4mila euro arrivano a 16.384. Cifre decisamente superiori a quanto accade in altri Paesi europei.
In Francia, per esempio, l’indennità percepita da un consigliere regionale va da 1.500 a 2.600 euro. In Germania i consiglieri dei Lander percepiscono indennità che vanno dai 2.280 euro mensili di Amburgo ai 9.500 di Renania settentrionale e Vestfalia: la media è 4.500 euro, più o meno la metà degli stipendi dei consiglieri regionali italiani. E una cifra decisamente superiore a quella percepita dai rappresentanti dei Cantoni svizzeri che hanno competenze ben superiori rispetto a quelle dei “colleghi” italiani, ma non percepiscono un franco perché la politica non è considerata una professione. Da oggi, più o meno al centro di questo variegato panorama si collocano i nove consiglieri lombardi del Movimento 5 Stelle che hanno deciso di restituire alla Regione complessivamente oltre 100mila euro. Secondo quanto ha fatto la pavese Iolanda Nanni, l’indennità percepita per il primo mese e mezzo di attività (dal 17 marzo al 30 aprile) è pari a 16.384,76 euro, senza contare le indennità di funzione (per i membri dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale, i presidenti delle commissioni, eccetera).
Di questa somma, rispettando l’impegno preso in campagna elettorale, i consiglieri tratterranno 5mila euro lordi mensili e i rimborsi per le spese effettivamente sostenute; tutto il resto lo destineranno a un fondo di sostegno per le piccole imprese della Lombardia. Nel caso della Nanni, per il mese di marzo riceverà 1.734,84 euro più 84,25 euro di spese. Per aprile la busta paga virtuale dei grillini è 3.394,16 euro, con nota spese di 233,27. Totale da bonificare: 5.446.52, con un rimborso alla Regione di 10.921,33 euro (il 66,66% della somma erogata).
«Finché non sarà data la possibilità concreta di restituirli, i fondi non percepiti saranno depositati in conti correnti di Banca Etica, appositamente aperti — promettono i consiglieri M5S —. Aspettiamo di vedere se e quali consiglieri dei vari partiti ci seguiranno mostrando solidarietà con le piccole aziende che vivono un momento difficile». Dalla Regione replicano: «La busta paga non comprende le trattenute da addizionali regionale e comunale che verranno applicate successivamente. I consiglieri regionali appena insediatisi hanno istituito un gruppo di lavoro di riforma sui costi della politica che attuerà entro giugno una riduzione consistente dello stipendio che passerà a circa 6.500 euro netti, attualmente lo stipendio mensile è di circa 8.500 euro».
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12.1.11
Marchionne e lo stipendio del dipendente Fiat
Opzioni e titoli gratuiti portano i compensi del leader Fiat a 38 milioni l' anno
Mucchetti Massimo
In questi giorni si riparla dei compensi di Sergio Marchionne. Sono troppi? Sono giustificati? Vale la pena di seguire il consiglio di Raffaele Mattioli: fare i conti prima di fare filosofia. E vale la pena di farli come se si dovesse rispondere al Dodd-Frank Act, la riforma finanziaria di Obama che farà testo anche in Chrysler. I numeri, dunque. Dal giugno 2004 al 2009, i compensi annuali, compreso l' accantonamento per la liquidazione riportato in nota, ammontano a 35,6 milioni di euro. Fa una media di 6,3 milioni l' anno che, per comodità nei conteggi successivi, ipotizziamo essere anche la paga del 2010 non ancora nota. Poi, come ricorda Andrea Malan sul Sole 24 Ore, ecco 4 milioni di azioni gratuite disponibili a fine 2012, ovvero 69,8 milioni alle quotazioni del 7 gennaio. Infine, 19,42 milioni di stock option esercitabili quest' anno al prezzo medio di 9,64 euro che, alla stessa data, valevano 143,8 milioni, di cui 115 immediatamente realizzabili. In 79 mesi al vertice della Fiat, Marchionne totalizza un valore pari a 255,5 milioni. Ovvero 38,8 milioni l' anno. E ora il confronto. Secondo il Dodd Frank Act, la paga del capo va paragonata al salario mediano versato dal gruppo. La legge italiana non esige questa notizia. Ci dobbiamo perciò arrangiare con il costo del lavoro pro capite che, nel quinquennio 2005-2009, equivale a 37.406 euro e dal 2006 al 2009 cala dell' 8%. Morale: ogni anno Marchionne guadagna 1.037 volte il suo dipendente medio. C' è forse bisogno di un gesto, suggerisce Cirino Pomicino su Libero. Le imposte. Marchionne ha conservato la residenza fiscale nel cantone svizzero di Zug. Sull' Espresso, Maurizio Maggi ipotizza un certo risparmio sulle imposte che il top manager dovrebbe versare se trasferisse la residenza nel Paese dove forma il suo reddito. Non è stato smentito. Infine, il titolo Fiat e le regole. L' azione ordinaria raggiunge l' apice l' 8 luglio 2007, a quota 23,44 euro. La prima tranche di stock option, concessa nel 2004 ed esercitabile al prezzo di 6,583 euro, viene a maturazione nel 2008 e resta valida fino al 31 gennaio 2011. Ma nel corso del 2008 le quotazioni crollano da 15,5 a 4,8 euro. E così, nella primavera seguente, il periodo d' esercizio delle stock option viene spostato in avanti: dal primo gennaio 2011 alla stessa data del 2016. Il 10 giugno 2009 la Fiat firma l' accordo Chrysler, che già incorpora l' idea dello sdoppiamento del gruppo, che parte adesso. L' aggiornamento delle opzioni è scelta legittima, ma anche discussa, perché attenua il rischio implicito in questa parte variabile della retribuzione. Il farlo durante la gestazione di decisioni price sensitive alimenta il dubbio di un' asimmetria informativa a favore del beneficiario rispetto al mercato. Nelle start up della Silicon Valley le stock option hanno avuto un ruolo, ma nelle imprese mature? Enrico Cuccia e Cesare Romiti non vollero mai azioni di Mediobanca e di Fiat: per non essere condizionati da interessi personali e restare del tutto liberi di decidere, magari sbagliando, per il bene dell' impresa. Che va oltre quello dei suoi soci pro tempore. mmucchetti@corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA
Mucchetti Massimo
In questi giorni si riparla dei compensi di Sergio Marchionne. Sono troppi? Sono giustificati? Vale la pena di seguire il consiglio di Raffaele Mattioli: fare i conti prima di fare filosofia. E vale la pena di farli come se si dovesse rispondere al Dodd-Frank Act, la riforma finanziaria di Obama che farà testo anche in Chrysler. I numeri, dunque. Dal giugno 2004 al 2009, i compensi annuali, compreso l' accantonamento per la liquidazione riportato in nota, ammontano a 35,6 milioni di euro. Fa una media di 6,3 milioni l' anno che, per comodità nei conteggi successivi, ipotizziamo essere anche la paga del 2010 non ancora nota. Poi, come ricorda Andrea Malan sul Sole 24 Ore, ecco 4 milioni di azioni gratuite disponibili a fine 2012, ovvero 69,8 milioni alle quotazioni del 7 gennaio. Infine, 19,42 milioni di stock option esercitabili quest' anno al prezzo medio di 9,64 euro che, alla stessa data, valevano 143,8 milioni, di cui 115 immediatamente realizzabili. In 79 mesi al vertice della Fiat, Marchionne totalizza un valore pari a 255,5 milioni. Ovvero 38,8 milioni l' anno. E ora il confronto. Secondo il Dodd Frank Act, la paga del capo va paragonata al salario mediano versato dal gruppo. La legge italiana non esige questa notizia. Ci dobbiamo perciò arrangiare con il costo del lavoro pro capite che, nel quinquennio 2005-2009, equivale a 37.406 euro e dal 2006 al 2009 cala dell' 8%. Morale: ogni anno Marchionne guadagna 1.037 volte il suo dipendente medio. C' è forse bisogno di un gesto, suggerisce Cirino Pomicino su Libero. Le imposte. Marchionne ha conservato la residenza fiscale nel cantone svizzero di Zug. Sull' Espresso, Maurizio Maggi ipotizza un certo risparmio sulle imposte che il top manager dovrebbe versare se trasferisse la residenza nel Paese dove forma il suo reddito. Non è stato smentito. Infine, il titolo Fiat e le regole. L' azione ordinaria raggiunge l' apice l' 8 luglio 2007, a quota 23,44 euro. La prima tranche di stock option, concessa nel 2004 ed esercitabile al prezzo di 6,583 euro, viene a maturazione nel 2008 e resta valida fino al 31 gennaio 2011. Ma nel corso del 2008 le quotazioni crollano da 15,5 a 4,8 euro. E così, nella primavera seguente, il periodo d' esercizio delle stock option viene spostato in avanti: dal primo gennaio 2011 alla stessa data del 2016. Il 10 giugno 2009 la Fiat firma l' accordo Chrysler, che già incorpora l' idea dello sdoppiamento del gruppo, che parte adesso. L' aggiornamento delle opzioni è scelta legittima, ma anche discussa, perché attenua il rischio implicito in questa parte variabile della retribuzione. Il farlo durante la gestazione di decisioni price sensitive alimenta il dubbio di un' asimmetria informativa a favore del beneficiario rispetto al mercato. Nelle start up della Silicon Valley le stock option hanno avuto un ruolo, ma nelle imprese mature? Enrico Cuccia e Cesare Romiti non vollero mai azioni di Mediobanca e di Fiat: per non essere condizionati da interessi personali e restare del tutto liberi di decidere, magari sbagliando, per il bene dell' impresa. Che va oltre quello dei suoi soci pro tempore. mmucchetti@corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA
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27.6.10
La sinistra, il profitto e l’operaio
Gad Lerner (La Repubblica)
Il primo ministro del governo italiano ha percepito nel 2009 un reddito pari a 11490 (undicimilaquattrocentonovanta) volte il reddito di un operaio Fiat di Pomigliano d’Arco. Le cedole della sua quota personale di Fininvest (Silvio Berlusconi detiene il 63,3% dell’azienda, escluse le azioni possedute dai figli) gli hanno fruttato l’anno scorso un dividendo di 126,4 milioni di euro. Cifra che corrisponde per l’appunto a 11490 volte il reddito di un lavoratore metalmeccanico di Pomigliano che nello stesso periodo ha risentito della cassa integrazione, portando a casa circa 11000 (undicimila) euro lordi. In altri termini, la persona fisica del nostro primo ministro ha guadagnato nel 2009 due volte (e più) il monte salari dell’intero stabilimento al centro della drammatica vertenza che sta rimettendo in gioco le relazioni sindacali del paese.
Nello stesso periodo, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila euro, pari a 435 volte il reddito di un suo dipendente di Pomigliano. Tale cifra comprende il bonus che la Fiat ha deciso di attribuirgli per il 2009, mentre l’attività svolta dal manager italo-canadese negli Stati Uniti per Chrysler è stata fornita a titolo gratuito.
Credo non sia più possibile discutere di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito, ma anche di economia e finanza, prescindendo da queste nude cifre. Da una ventina d’anni la parola egualitarismo è proibita nel dibattito pubblico, demonizzata alla stregua di un’ideologia totalitaria. Ma nel frattempo imponenti quote della ricchezza nazionale sono state dirottate dal lavoro dipendente a vantaggio dei profitti, esasperando una disuguaglianza di reddito senza precedenti storici.
Questo imponente spostamento di punti del Prodotto interno lordo dai salari al capitale non ha certo reso più competitiva l’economia italiana come invece prometteva. Semmai fotografa, con sintesi brutale, la sconfitta di una sinistra la cui ragione sociale, per oltre un secolo, si identificò con il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, primi fra tutti gli operai. Pervenuta, sia pure per brevi periodi, al governo del paese, la classe dirigente della sinistra si è legittimata attraverso l’accettazione della cultura di mercato ma ha finito per confondersi in larga misura nell’establishment italiano da cui voleva essere accettata, tollerandone in cambio i vizi, sposandone talvolta i comportamenti.
Se il coefficiente di Gini, cioè l’indicatore statistico con cui gli economisti cercano di misurare il tasso di disuguaglianza sociale di un paese, colloca ormai l’Italia ai gradini più bassi dell’Ocse, con un’accelerazione costante a partire dai primi anni Novanta, è doveroso ricordare che il lavoro dipendente non ha subito solo decurtazioni proporzionali di reddito. Chi prometteva “qualità totale” nel ciclo produttivo ha perso quote di mercato anche a seguito di eccessiva difettosità. La fabbrica automatica che doveva liberare il lavoro manuale dalla fatica fisica e dal pericolo di infortuni, in cambio di normative più flessibili, si è rivelata una trovata propagandistica.
Spetterà agli storici di domani capire come mai l’incremento delle disuguaglianze sia parso così a lungo giustificabile, o comunque accettabile, a chi le subiva. Il fallimento del comunismo ha reso improponibile la visione messianica della classe operaia come nucleo di un’emancipazione scaturita dall’interno del ciclo produttivo, rivoluzionandone le relazioni gerarchiche e i parametri di retribuzione. Ma nel frattempo sospingeva i ceti meno abbienti ad affidare il proprio destino nelle mani di leadership territoriali populiste, non importa se guidate da imprenditori che perseguivano l’arricchimento personale, ché anzi era proprio il loro successo a figurare come l’unico modello di comportamento imitabile. A sua volta un sindacalismo disarmato riusciva a proporsi solo come tutela locale, se necessario in contrapposizione con altri stabilimenti italiani o più spesso con i lavoratori dei paesi emergenti.
La speranza fallace che l’arricchimento di pochi generasse maggior benessere per tutti ha consentito che la presa di potere dei manager divaricasse la forbice delle retribuzioni, elevando in breve tempo gli stipendi dirigenziali: da venti o trenta volte la media di un salario operaio, a centinaia di volte. I profitti realizzati tramite la speculazione finanziaria globale, hanno completato l’opera, sconvolgendo ogni criterio retributivo preesistente e rendendo desuete, beffarde, altre parole-chiave della giustizia sociale: meritocrazia, pari opportunità.
Il paradosso che viviamo oggi è che la rabbia sociale rischia di finire appannaggio della demagogia di destra, mentre la sinistra ammutolisce vittima delle sue inadempienze. Chi ha teorizzato la difesa localistica del proprio territorio dalle insidie della globalizzazione, naturalmente, propone alle masse una visione strabica delle disuguaglianze. Denuncia come eccessivi i redditi di categorie molto visibili ma sparute come i calciatori e i personaggi dello spettacolo. Oppure addita al pubblico ludibrio di volta in volta i suoi avversari simbolici,i come gli alti magistrati e i dirigenti ministeriali. Ma si guarda bene dal prendersela con i redditi da capitale, con le rendite finanziarie, con i compensi dei manager che appartengono al suo sistema di potere. La piramide sociale, nella visione della destra, può venire scossa dal terremoto della crisi, ma per uscirne ancora più verticale.
E’ prevedibile che nei prossimi anni questo malessere genererà un pensiero radicale e una reazione estremista anche nell’ambito della sinistra, impreparata a confrontarsi con le regole della finanza, con la riforma dei rapporti di lavoro, con la crisi del welfare. La morte del comunismo non elimina in eterno la spinta antagonista, con i suoi aneliti di giustizia e il suo inevitabile contorno di ambiguità.
Per il momento sarebbe bene che i dirigenti del Pd affascinati dallo stile Marchionne, colti alla sprovvista dalla minoritaria ma elevata quota di opposizione espressa dai lavoratori di Pomigliano a un accordo stravolgente le condizioni di lavoro, cominciassero a riflettere. Assumendo il tema della disuguaglianza sociale come prioritario nell’agenda di una sinistra moderna degna delle sue origini.
Il primo ministro del governo italiano ha percepito nel 2009 un reddito pari a 11490 (undicimilaquattrocentonovanta) volte il reddito di un operaio Fiat di Pomigliano d’Arco. Le cedole della sua quota personale di Fininvest (Silvio Berlusconi detiene il 63,3% dell’azienda, escluse le azioni possedute dai figli) gli hanno fruttato l’anno scorso un dividendo di 126,4 milioni di euro. Cifra che corrisponde per l’appunto a 11490 volte il reddito di un lavoratore metalmeccanico di Pomigliano che nello stesso periodo ha risentito della cassa integrazione, portando a casa circa 11000 (undicimila) euro lordi. In altri termini, la persona fisica del nostro primo ministro ha guadagnato nel 2009 due volte (e più) il monte salari dell’intero stabilimento al centro della drammatica vertenza che sta rimettendo in gioco le relazioni sindacali del paese.
Nello stesso periodo, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila euro, pari a 435 volte il reddito di un suo dipendente di Pomigliano. Tale cifra comprende il bonus che la Fiat ha deciso di attribuirgli per il 2009, mentre l’attività svolta dal manager italo-canadese negli Stati Uniti per Chrysler è stata fornita a titolo gratuito.
Credo non sia più possibile discutere di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito, ma anche di economia e finanza, prescindendo da queste nude cifre. Da una ventina d’anni la parola egualitarismo è proibita nel dibattito pubblico, demonizzata alla stregua di un’ideologia totalitaria. Ma nel frattempo imponenti quote della ricchezza nazionale sono state dirottate dal lavoro dipendente a vantaggio dei profitti, esasperando una disuguaglianza di reddito senza precedenti storici.
Questo imponente spostamento di punti del Prodotto interno lordo dai salari al capitale non ha certo reso più competitiva l’economia italiana come invece prometteva. Semmai fotografa, con sintesi brutale, la sconfitta di una sinistra la cui ragione sociale, per oltre un secolo, si identificò con il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, primi fra tutti gli operai. Pervenuta, sia pure per brevi periodi, al governo del paese, la classe dirigente della sinistra si è legittimata attraverso l’accettazione della cultura di mercato ma ha finito per confondersi in larga misura nell’establishment italiano da cui voleva essere accettata, tollerandone in cambio i vizi, sposandone talvolta i comportamenti.
Se il coefficiente di Gini, cioè l’indicatore statistico con cui gli economisti cercano di misurare il tasso di disuguaglianza sociale di un paese, colloca ormai l’Italia ai gradini più bassi dell’Ocse, con un’accelerazione costante a partire dai primi anni Novanta, è doveroso ricordare che il lavoro dipendente non ha subito solo decurtazioni proporzionali di reddito. Chi prometteva “qualità totale” nel ciclo produttivo ha perso quote di mercato anche a seguito di eccessiva difettosità. La fabbrica automatica che doveva liberare il lavoro manuale dalla fatica fisica e dal pericolo di infortuni, in cambio di normative più flessibili, si è rivelata una trovata propagandistica.
Spetterà agli storici di domani capire come mai l’incremento delle disuguaglianze sia parso così a lungo giustificabile, o comunque accettabile, a chi le subiva. Il fallimento del comunismo ha reso improponibile la visione messianica della classe operaia come nucleo di un’emancipazione scaturita dall’interno del ciclo produttivo, rivoluzionandone le relazioni gerarchiche e i parametri di retribuzione. Ma nel frattempo sospingeva i ceti meno abbienti ad affidare il proprio destino nelle mani di leadership territoriali populiste, non importa se guidate da imprenditori che perseguivano l’arricchimento personale, ché anzi era proprio il loro successo a figurare come l’unico modello di comportamento imitabile. A sua volta un sindacalismo disarmato riusciva a proporsi solo come tutela locale, se necessario in contrapposizione con altri stabilimenti italiani o più spesso con i lavoratori dei paesi emergenti.
La speranza fallace che l’arricchimento di pochi generasse maggior benessere per tutti ha consentito che la presa di potere dei manager divaricasse la forbice delle retribuzioni, elevando in breve tempo gli stipendi dirigenziali: da venti o trenta volte la media di un salario operaio, a centinaia di volte. I profitti realizzati tramite la speculazione finanziaria globale, hanno completato l’opera, sconvolgendo ogni criterio retributivo preesistente e rendendo desuete, beffarde, altre parole-chiave della giustizia sociale: meritocrazia, pari opportunità.
Il paradosso che viviamo oggi è che la rabbia sociale rischia di finire appannaggio della demagogia di destra, mentre la sinistra ammutolisce vittima delle sue inadempienze. Chi ha teorizzato la difesa localistica del proprio territorio dalle insidie della globalizzazione, naturalmente, propone alle masse una visione strabica delle disuguaglianze. Denuncia come eccessivi i redditi di categorie molto visibili ma sparute come i calciatori e i personaggi dello spettacolo. Oppure addita al pubblico ludibrio di volta in volta i suoi avversari simbolici,i come gli alti magistrati e i dirigenti ministeriali. Ma si guarda bene dal prendersela con i redditi da capitale, con le rendite finanziarie, con i compensi dei manager che appartengono al suo sistema di potere. La piramide sociale, nella visione della destra, può venire scossa dal terremoto della crisi, ma per uscirne ancora più verticale.
E’ prevedibile che nei prossimi anni questo malessere genererà un pensiero radicale e una reazione estremista anche nell’ambito della sinistra, impreparata a confrontarsi con le regole della finanza, con la riforma dei rapporti di lavoro, con la crisi del welfare. La morte del comunismo non elimina in eterno la spinta antagonista, con i suoi aneliti di giustizia e il suo inevitabile contorno di ambiguità.
Per il momento sarebbe bene che i dirigenti del Pd affascinati dallo stile Marchionne, colti alla sprovvista dalla minoritaria ma elevata quota di opposizione espressa dai lavoratori di Pomigliano a un accordo stravolgente le condizioni di lavoro, cominciassero a riflettere. Assumendo il tema della disuguaglianza sociale come prioritario nell’agenda di una sinistra moderna degna delle sue origini.
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18.5.09
La rabbia e la favola
MARIO DEAGLIO
Un declino annunciato: la scivolata dei salari medi italiani è un’ulteriore conferma del lento affondare della nostra economia, poco presente nei settori avanzati, dall’elevata produttività che consente alti salari, soffocata da una tassazione molto pesante, peraltro necessaria per far fronte all’elevato debito pubblico e da contributi sociali da record, indispensabili per pagare le pensioni a un Paese sempre più composto da vecchi. Questa situazione difficile si colloca su un contesto di tensioni e sfilacciamento sociale messo in luce dalle notizie degli ultimi due giorni.
Sabato a Torino, di fronte alla storica palazzina del Lingotto, il segretario generale della Fiom veniva tirato giù dal palco da militanti dello Slai Cobas davanti a 15 mila operai - i quali, in tempi non lontani, avrebbero reagito vigorosamente - preoccupati per il loro posto di lavoro; poche ore più tardi, nella stessa Torino e nella centralissima e ancora più storica piazza San Carlo, una folla stimata in almeno tre volte tanto si accalcava a un «evento» di Mediaset realizzato per illustrare la nuova televisione digitale incentrata sul programma «Amici», una competizione in grado di aprire ai vincitori le porte del successo televisivo.
Sempre nella stessa piazza, nella giornata di ieri coloro che aspiravano a partecipare alla trasmissione «Grande Fratello» (anch’essa considerata una scorciatoia a fama, celebrità e successo mediatico) formavano una coda lunga circa mezzo chilometro.
Le vicende parallele e apparentemente diversissime del Lingotto e di piazza San Carlo rappresentano due facce della stessa moneta: si tratta di due risposte, irrazionali e prive di progettualità, a una crisi che, se raggiunge le sue punte più visibili nell’economia reale e nella finanza, si configura ogni giorno di più come crisi di valori e di sistema e contro la quale i rimedi razionali si sono sinora dimostrati inadeguati o insufficienti. Non si tratta, del resto, di un fenomeno soltanto italiano, anche se i dati salariali sull’Italia mostrano che proprio da noi raggiunge punte molto elevate.
Di fronte alle prospettive sempre più incerte e alle minacce sempre più concrete di perdere il lavoro, in tutto l’Occidente le due risposte estreme sono quelle di un ricorso alla violenza e di un ricorso alla fortuna che porti un successo improvviso o, quanto meno, all’evasione in un mondo di favola, lontano dalle asprezze e dalle incertezze della vita di tutti i giorni. C’è chi reagisce cercando di buttar giù tutto con una spallata, magari anche il palco di una manifestazione sindacale, e chi cerca di reagire con una risata, che spesso suona un po’ innaturale, a un evento televisivo o cerca l’onda della fortuna grazie a questo evento.
In Francia, la protesta assume le forme, ormai note, del «sequestro dei manager»; ad Atene quelle della rottura delle vetrine dei negozi di lusso. Nello stesso giorno del Lingotto, a Berlino sono sfilati centomila manifestanti con striscioni su cui era scritto «Sozial statt Kapital!», ossia «Il sociale al posto del capitale!», un’evidente impossibilità economica ma un buon termometro delle istanze di chi vede a rischio non solo il proprio posto di lavoro ma anche il proprio modello di vita. Parallelamente cresce la popolarità di programmi che assicurano ai partecipanti notorietà e redditi elevati e continua la fortuna, anche su Internet, di chi costruisce mondi artificiali in cui evadere di fronte a una realtà che non si riesce più a sopportare.
Coloro che cercano soluzioni efficaci di tipo razionale a una situazione economico-sociale che sembra scivolare fuori di ogni controllo devono tener conto di questi bisogni profondi, di quest’insoddisfazione radicale; non basta controllare i deficit pubblici, risanare i tessuti malati dell’economia, sfornare ricette teoriche di rilancio. Dai dati dell’Ocse si ricava che è indispensabile, ma non sufficiente, far sì che questo Paese sia in grado di pagare salari più elevati grazie ad attività più produttive. L’insoddisfazione, però, in Italia, ha radici più profonde e, se non se ne tiene conto, i rimedi dei tecnici paiono destinati al fallimento; ci vorrebbe una grande visione politica che, per il momento, proprio non si profila all’orizzonte non solo in Italia ma neppure nel resto del mondo (dopo la «fiammata» iniziale di Obama, ormai largamente esauritasi, come spiegava su queste colonne qualche giorno fa Enzo Bettiza) e una massa di persone incerte che si sentono trascurate dall’economia e ignorate dalla politica. E potrebbero risultare sempre più inclini a travolgere i palchi delle manifestazione serie e ad accalcarsi attorno a quelle che promettono facili evasioni.
lastampa.it
mario.deaglio@unito.it
Un declino annunciato: la scivolata dei salari medi italiani è un’ulteriore conferma del lento affondare della nostra economia, poco presente nei settori avanzati, dall’elevata produttività che consente alti salari, soffocata da una tassazione molto pesante, peraltro necessaria per far fronte all’elevato debito pubblico e da contributi sociali da record, indispensabili per pagare le pensioni a un Paese sempre più composto da vecchi. Questa situazione difficile si colloca su un contesto di tensioni e sfilacciamento sociale messo in luce dalle notizie degli ultimi due giorni.
Sabato a Torino, di fronte alla storica palazzina del Lingotto, il segretario generale della Fiom veniva tirato giù dal palco da militanti dello Slai Cobas davanti a 15 mila operai - i quali, in tempi non lontani, avrebbero reagito vigorosamente - preoccupati per il loro posto di lavoro; poche ore più tardi, nella stessa Torino e nella centralissima e ancora più storica piazza San Carlo, una folla stimata in almeno tre volte tanto si accalcava a un «evento» di Mediaset realizzato per illustrare la nuova televisione digitale incentrata sul programma «Amici», una competizione in grado di aprire ai vincitori le porte del successo televisivo.
Sempre nella stessa piazza, nella giornata di ieri coloro che aspiravano a partecipare alla trasmissione «Grande Fratello» (anch’essa considerata una scorciatoia a fama, celebrità e successo mediatico) formavano una coda lunga circa mezzo chilometro.
Le vicende parallele e apparentemente diversissime del Lingotto e di piazza San Carlo rappresentano due facce della stessa moneta: si tratta di due risposte, irrazionali e prive di progettualità, a una crisi che, se raggiunge le sue punte più visibili nell’economia reale e nella finanza, si configura ogni giorno di più come crisi di valori e di sistema e contro la quale i rimedi razionali si sono sinora dimostrati inadeguati o insufficienti. Non si tratta, del resto, di un fenomeno soltanto italiano, anche se i dati salariali sull’Italia mostrano che proprio da noi raggiunge punte molto elevate.
Di fronte alle prospettive sempre più incerte e alle minacce sempre più concrete di perdere il lavoro, in tutto l’Occidente le due risposte estreme sono quelle di un ricorso alla violenza e di un ricorso alla fortuna che porti un successo improvviso o, quanto meno, all’evasione in un mondo di favola, lontano dalle asprezze e dalle incertezze della vita di tutti i giorni. C’è chi reagisce cercando di buttar giù tutto con una spallata, magari anche il palco di una manifestazione sindacale, e chi cerca di reagire con una risata, che spesso suona un po’ innaturale, a un evento televisivo o cerca l’onda della fortuna grazie a questo evento.
In Francia, la protesta assume le forme, ormai note, del «sequestro dei manager»; ad Atene quelle della rottura delle vetrine dei negozi di lusso. Nello stesso giorno del Lingotto, a Berlino sono sfilati centomila manifestanti con striscioni su cui era scritto «Sozial statt Kapital!», ossia «Il sociale al posto del capitale!», un’evidente impossibilità economica ma un buon termometro delle istanze di chi vede a rischio non solo il proprio posto di lavoro ma anche il proprio modello di vita. Parallelamente cresce la popolarità di programmi che assicurano ai partecipanti notorietà e redditi elevati e continua la fortuna, anche su Internet, di chi costruisce mondi artificiali in cui evadere di fronte a una realtà che non si riesce più a sopportare.
Coloro che cercano soluzioni efficaci di tipo razionale a una situazione economico-sociale che sembra scivolare fuori di ogni controllo devono tener conto di questi bisogni profondi, di quest’insoddisfazione radicale; non basta controllare i deficit pubblici, risanare i tessuti malati dell’economia, sfornare ricette teoriche di rilancio. Dai dati dell’Ocse si ricava che è indispensabile, ma non sufficiente, far sì che questo Paese sia in grado di pagare salari più elevati grazie ad attività più produttive. L’insoddisfazione, però, in Italia, ha radici più profonde e, se non se ne tiene conto, i rimedi dei tecnici paiono destinati al fallimento; ci vorrebbe una grande visione politica che, per il momento, proprio non si profila all’orizzonte non solo in Italia ma neppure nel resto del mondo (dopo la «fiammata» iniziale di Obama, ormai largamente esauritasi, come spiegava su queste colonne qualche giorno fa Enzo Bettiza) e una massa di persone incerte che si sentono trascurate dall’economia e ignorate dalla politica. E potrebbero risultare sempre più inclini a travolgere i palchi delle manifestazione serie e ad accalcarsi attorno a quelle che promettono facili evasioni.
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