Pino Corrias (Il Fatto Quotidiano)
Nel tempo in cui si va globalizzando tutto, compresa la disperazione dei migranti che ci parlano attraverso il loro corpo, la loro allarmante invadenza fisica, il re della più grande rivoluzione immateriale e antisociale, Mark Zuckerberg, festeggia con un miliardo di persone connesse in un solo giorno, il rumore di fondo che ci avvolge (ci scalda, ci illude) e che noi chiamiamo comunicazione interattiva, equivocandone il suo sostanziale silenzio passivo. Perché credendo di parlare agli altri, stiamo in realtà parlando con noi stessi. In una collettiva regressione infantile, verso quei giochi che giocavamo da soli, ma facendo le voci di tutti i personaggi in campo.
Facebook è un kinderheim planetario. Dentro al quale la benestante moltitudine del pianeta – quella che in questo momento non sta morendo di fame, di sete, di aids, non sta per annegare su un barcone, non si sta scannando nella macelleria di una qualche lurida guerra santa – non ha assolutamente nulla da dire, ma lo dice almeno una dozzina di volte al giorno.
Lo fa postando nella propria pagina il piatto di patatine che sta per mangiare. La bevanda colorata che ha di fronte. Il bel tramonto ad ampio schermo e il brufolo stretto nel dettaglio. Lo fa scrivendo resoconti non richiesti di vacanze andate in malora e di diete da ultimare. Di amori finiti male. Di un film da vedere, di un ristorante vegano da evitare. Di un video imperdibile dove un tizio da qualche parte in America ha appena sterminato la famiglia e ora finalmente sta per suicidarsi, appena dopo la pubblicità.
La forma che in Facebook diventa sostanza, illude chi digita i messaggi che stia per davvero comunicando qualcosa a qualcuno, ma non è quasi mai vero. Il più delle volte sta solo facendo a se stesso il resoconto millimetrico della propria solitudine. E sta usando gli altri come pretesto. Sta semplicemente dicendo allo specchio “Io sono qui”. E dicendolo dieci volte al giorno, vuole convincersi di esistere per davvero almeno in quello specchio, grazie a quella scia digitale che lo avvolge di luce. Per poi cercare il coraggio di farsi la seconda domanda, quella cruciale: “C’è qualcuno in ascolto?”
Domanda che non ha quasi mai una vera risposta, anche quando ne raccoglie cento oppure mille. Perché se chi manda una voce in rete la manda a se stesso, altrettanto fa chi risponde, quasi sempre parlando d’altro, accontentandosi di cogliere uno spunto per imprimere una nuova direzione al discorso, la sua.
Un tempo mi impressionavano i primi viaggiatori di treni e metropolitane che non alzavano mai lo sguardo verso il vicino, ma concentravano tutta la loro attenzione sulla superficie dei cellulari e dei computer che li rifornivano di immagini, suoni e compagnia. Erano sparpagliati qui e là nei vagoni, in mezzo a qualche giovane donna che inspiegabilmente leggeva ancora un libro di carta e a qualche filippino che parlava (in diretta, live) con la persona in carne e ossa che gli stava accanto. Oggi il paesaggio è uniforme, quelle giovani donne con i libri sono scomparse, i filippini sono anche loro connessi, intorno solo teste reclinate in sequenza sui bagliori dello schermo degli smartphone, nessuno che si azzardi ad alzarla.
Lo stesso accade sempre più spesso – fateci caso – al ristorante, al semaforo, dove coppie di amici o fidanzati navigano ognuno per contro proprio, insieme solo nella forma, ma separati nella sostanza. Ognuno dentro un mondo lontanissimo, il proprio.
Ma l’immaterialità che ci avvolge non è e non sarà senza conseguenze. Ci sta rendendo sempre più fragili – più stupidi e specialmente più spaesati – come lo sono quei turisti d’agenzia o da crociera che credendo di viaggiare per il mondo stanno fermi in un simulacro del mondo, protetti dall’aria climatizzata, lavati e nutriti, difesi da ogni interferenza della vita reale, fossero anche il caldo e gli insetti.
La nostra crociera dentro il mondo che non esiste, finirà prima o poi per fare naufragio contro gli scogli di quello vero. La crisi economica e i tagliatori di teste non spariranno in un clic. E nemmeno le ondate dei migranti che con i loro corpi e le loro morti atroci sono un principio di realtà che ci sorprende così tanto da credere alla scorciatoia politica dei muri e delle ruspe. E se quel giorno – mentre postiamo una ricetta o un insulto su Facebook – ci verrà addosso il mondo, toccherà affrontarlo con gli occhi di nuovo aperti e il telefonino spento. Se ne saremo ancora capaci.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
1.9.15
16.8.15
Benzina, accise e petrolieri strozzano la ripresa vanificando il calo del greggio
Il prezzo del Brent è tornato ai livelli del 2009, ma la verde costa il 36% in più: le imposte sono cresciute oltre quota un euro al litro, ma a salire senza sosta sono anche i margini dei produttori
Giuliano Balestreri (La Repubblica)
Inutile farsi illusioni: se anche le quotazioni del petrolio scivolassero sotto quota 20 dollari al barile come alla fine degli anni '90, il prezzo della benzina non tornerà mai sotto l'euro al litro di allora. Certo la colpa è anche dell'ingordigia dei petrolieri che si difendono dietro ai "costi di raffinazione sempre più alti", ma la responsabilità più pesante ricade sulle spalle dello Stato. Incapace di tagliare sprechi e spese inutili, i vari esecutivi sono sempre pronti a inserire balzelli e accise nelle pieghe di atti e decreti. Un passo alla volta, un centesimo in più ogni tanto, il peso delle tasse sul carburante ha sfondato quota un euro al litro: lo Stato incassa, tra Iva e accise, 1,012 euro per ogni litro di "verde". Abbastanza per capire come mai il crollo delle quotazioni del petrolio, complice la crisi economica e la svalutazione dello yuan cinese, non riesca a portare il giusto sollievo alle tasche degli italiani alle prese con le vacanze estive.
Basti pensare che da inizio anno le quotazioni del Brent - il pregiato petrolio del mare del nord - è calato del 15% (il 6,3% depurato dall'effetto cambio), mentre il prezzo della verde - rilevato dal ministero dello Sviluppo economico - è salito del 4%. Eppure con le accise ferme ad aumentare è stato solo il prezzo industriale della benzina, l'unica variabile che dipende direttamente dalle compagnie petrolifere, passato da 0,539 a 0,562 euro al litro. I petrolieri si giustificano spiegando di essere loro ad assorbire i rialzi delle quotazioni del greggio per evitare pesanti ricadute sui consumatori finali. Come a dire che l'aumento dei margini quando le quotazioni della materie prime calano sono solo una sorta di risarcimento.
Tuttavia, quando il prezzo del petrolio sale, la correzione dei prezzi verso l'alto è immediata, quando invece scende l'aggiustamento è sempre più lento. Il greggio, in calo sotto quota 49 dollari al barile, è tornato sui livelli del marzo 2009 quando il costo industriale era fermo a 0,403 euro al litro: il 28,3% in meno rispetto ad oggi. Certo l'euro viaggiava oltre 1,3 contro il dollaro, mentre adesso scambia intorno a quota 1,11, ma anche depurato dall'effetto cambio il prezzo al barile nel 2009 era più economico "solo" del 15,9%. Insomma resta un ampio margine difficilmente giustificabile.
Nel frattempo, le imposte sono aumentate senza sosta. L'Iva è salita al 22% (da 0,193 a 0,284 euro in questo caso), mentre le accise - tra il decreto Salva Italia e le innumerevoli clausole di salvaguardia a garanzia dei tagli alla spesa - sono esplose da 0,564 a 0,728 euro al litro. Nel complesso le tasse sui carburanti sono aumentate in 6 anni del 33% e il prezzo totale è salito del 36%, vanificando in un colpo solo sia il calo delle quotazioni
del petrolio sia quello dell'euro che avrebbero potuto essere due choc esogeni positivi ai fini della ripresa, riducendo i costi alla produzione e spingendo l'export. A sorridere, invece, sono i petrolieri che tra un aumento e l'altro riescono sempre a difendere i loro margini.
Giuliano Balestreri (La Repubblica)
Inutile farsi illusioni: se anche le quotazioni del petrolio scivolassero sotto quota 20 dollari al barile come alla fine degli anni '90, il prezzo della benzina non tornerà mai sotto l'euro al litro di allora. Certo la colpa è anche dell'ingordigia dei petrolieri che si difendono dietro ai "costi di raffinazione sempre più alti", ma la responsabilità più pesante ricade sulle spalle dello Stato. Incapace di tagliare sprechi e spese inutili, i vari esecutivi sono sempre pronti a inserire balzelli e accise nelle pieghe di atti e decreti. Un passo alla volta, un centesimo in più ogni tanto, il peso delle tasse sul carburante ha sfondato quota un euro al litro: lo Stato incassa, tra Iva e accise, 1,012 euro per ogni litro di "verde". Abbastanza per capire come mai il crollo delle quotazioni del petrolio, complice la crisi economica e la svalutazione dello yuan cinese, non riesca a portare il giusto sollievo alle tasche degli italiani alle prese con le vacanze estive.
Basti pensare che da inizio anno le quotazioni del Brent - il pregiato petrolio del mare del nord - è calato del 15% (il 6,3% depurato dall'effetto cambio), mentre il prezzo della verde - rilevato dal ministero dello Sviluppo economico - è salito del 4%. Eppure con le accise ferme ad aumentare è stato solo il prezzo industriale della benzina, l'unica variabile che dipende direttamente dalle compagnie petrolifere, passato da 0,539 a 0,562 euro al litro. I petrolieri si giustificano spiegando di essere loro ad assorbire i rialzi delle quotazioni del greggio per evitare pesanti ricadute sui consumatori finali. Come a dire che l'aumento dei margini quando le quotazioni della materie prime calano sono solo una sorta di risarcimento.
Tuttavia, quando il prezzo del petrolio sale, la correzione dei prezzi verso l'alto è immediata, quando invece scende l'aggiustamento è sempre più lento. Il greggio, in calo sotto quota 49 dollari al barile, è tornato sui livelli del marzo 2009 quando il costo industriale era fermo a 0,403 euro al litro: il 28,3% in meno rispetto ad oggi. Certo l'euro viaggiava oltre 1,3 contro il dollaro, mentre adesso scambia intorno a quota 1,11, ma anche depurato dall'effetto cambio il prezzo al barile nel 2009 era più economico "solo" del 15,9%. Insomma resta un ampio margine difficilmente giustificabile.
Nel frattempo, le imposte sono aumentate senza sosta. L'Iva è salita al 22% (da 0,193 a 0,284 euro in questo caso), mentre le accise - tra il decreto Salva Italia e le innumerevoli clausole di salvaguardia a garanzia dei tagli alla spesa - sono esplose da 0,564 a 0,728 euro al litro. Nel complesso le tasse sui carburanti sono aumentate in 6 anni del 33% e il prezzo totale è salito del 36%, vanificando in un colpo solo sia il calo delle quotazioni
del petrolio sia quello dell'euro che avrebbero potuto essere due choc esogeni positivi ai fini della ripresa, riducendo i costi alla produzione e spingendo l'export. A sorridere, invece, sono i petrolieri che tra un aumento e l'altro riescono sempre a difendere i loro margini.
Etichette:
accise,
Balestreri,
La Repubblica,
petrolieri,
prezzo petrolio
17.7.15
Yanis #Varoufakis: la nostra battaglia per salvare la #Grecia
Posted by Essere Sinistra
Quando si deve negoziare senza avere nessuna possibilità di far accettare la propria posizione, non è più una negoziazione. E’ un ricatto. E oggi tutti abbiamo di fronte la verità. La Grecia è stata ricattata ed è sottoposta a un vero e proprio colpo di Stato. Possiamo pensare che debba sottostare a questa occupazione, oppure no. Ma non possiamo non tenere conto di come questa è avvenuta. E a raccontarcelo è Yanis Varoufakis in questa sua intervista su NewStatesman tradotta da Claudia Baldini. Dopo averla letta, capirete molte cose dell’Accordo dell’Eurosummit. E di Alexis Tsipras. Il consiglio è di non perderne neppure una riga.
La redazione
______________________________________________
[questa conversazione ha avuto luogo prima dell’accordo]
Harry Lambert : Allora, come ti senti?
Yanis Varoufakis : Mi sento in cima al mondo: non devo più vivere attraverso questo calendario frenetico, che era assolutamente disumano, semplicemente incredibile. Due ore di sonno ogni giorno per cinque mesi. …Sono anche sollevato: io non devo sostenere più a lungo questa incredibile pressione di negoziare per una posizione che trovo difficile da difendere, anche se sono riuscito a forzare l’altro lato ad accettare, tu sai cosa voglio dire.
HL: Com’è stato ? Ti ha soddisfatto come lavoro?
YV: Oh , sì sono stato contento. Ma mi sono reso conto da quella posizione privilegiata che le mie paure erano confermate … I “poteri forti” parlano e decidono per te, direttamente, e ho verificato, come tutti noi temevamo, che la situazione era peggiore di quanto si immagina! Così è stato divertente. E’ come avere un posto in prima fila.
HL: A che cosa ti riferisci ?
YV: La completa mancanza di scrupoli democratici, a nome dei difensori presunti della democrazia in Europa. La abbastanza chiara comprensione dall’altra parte che conviene stare sulla stessa barca. Ciò, ovviamente, non potrà mai venire fuori in questo momento. Per avere cifre molto alte di prestito ti guardano negli occhi e ti dicono: “Hai ragione, in quello che stai dicendo, ma noi dobbiamo andare a ‘sgranocchiare’ comunque”.
HL: Ho letto i verbali dei tuoi interventi: hai detto che i creditori si sono opposti alle vostre obiezioni. Perché, che cosa è successo quando hai detto “Io cerco di parlare di economia dentro all’ Eurogruppo, nessuno qui discute della ragionevolezza di quello che propongo”?
YV: Non è che non fossero d’accordo: è che c’era il rifiuto di impegnarsi in argomenti economici. Buco nero. Hai spiegato un argomento sul quale hai davvero lavorato per assicurarti della sua logica e coerenza e…hai solo di fronte sguardi fissi nel vuoto. E’come non avessi parlato. Gli interventi sono già preparati, non ribattono su quello che hai relazionato. Si potrebbe anche aver cantato l’inno nazionale svedese, avresti avuto la stessa risposta. E questo è sorprendente, io sono abituato che se qualcuno viene utilizzato per un dibattito accademico… l’altro lato si impegna sempre a capire e a ragionare. Beh non c’era alcun impegno. Non era nemmeno fastidio, era proprio come se non avessi parlato.
HL: Quando sei arrivato, all’inizio di febbraio, questo atteggiamento era uguale?
YV: Beh, ci sono state persone che erano in sintonia a livello personale, così, sai, a porte chiuse, in via informale, in particolare da parte del FMI. [HL: “Da più alti livelli?” YV: “Certo ,dai più alti livelli, dai più alti livelli”.] Ma poi all’interno dell’Eurogruppo, qualche parola gentile e il gioco è fatto, dietro il paravento della versione ufficiale.
In fondo Schäuble è stato coerente in tutto. La sua opinione era “Non sto discutendo il programma. Questo è stato accettato dal governo precedente e che non può assolutamente cambiare per una nuova elezione. Perché abbiamo elezioni in continuazione, siamo in 19, se ogni volta che c’è una elezione cambiamo qualcosa, i contratti tra noi non significano più nulla. ”
A quel punto, non ho resistito, perché dietro questo atteggiamento c’è il rifiuto della democrazia e il prevalere dei conti tuoi sulla politica, ho dovuto alzarmi e dire: “Beh, forse non dovremmo tenere più le elezioni per i paesi indebitati”. Non c’è stata nessuna risposta. L’unica interpretazione che posso dare della loro visione è “Sì, che sarebbe una buona idea, ma sarebbe difficile da fare. Quindi o firmare sulla linea sia decisa o sei fuori “.
HL : E Merkel ?
YV : Io non ho mai avuto nulla a che fare con la Merkel, i ministri delle finanze parlano solo con i ministri delle finanze, i primi ministri parlano ai cancellieri . Da quello che ho capito io, era molto diversa come atteggiamento dal suo ministro. Politica, ecco. Cercò di rassicurare il nostro primo ministro [ Tsipras ], ha detto: ” Troveremo una soluzione , non ti preoccupare , io non permetterò che accada niente di terribile, basta fare i compiti a casa e collaborare con le istituzioni , il lavoro con la Troika ; non ci può essere via di uscita da questo”.
Questo non è quello che i miei colleghi ministri economici hanno detto a me, sia dal capo dell’Eurogruppo e il dottor Schäuble , sono stati molto chiari. Ad un certo punto il capo dell’Eurogruppo si è espresso con me in modo inequivocabile : “Si tratta di un cavallo: o uno si tiene stretto in sella su di esso o è morto”.
HL : E ciò quando è stato?
YV : Fin dall’inizio, fin dall’inizio. Ci siamo conosciuti all’inizio di febbraio.
HL: Allora, perché restare in ballo fino all’estate?
YV: Beh, uno non ha un’alternativa. Il nostro governo è stato eletto con un mandato per negoziare. Quindi il nostro primo mandato era quello di creare lo spazio e il tempo di avere una trattativa e raggiungere un altro accordo. Questo è stato il nostro mandato – il nostro mandato era quello di negoziare, non era per venire alle mani con i nostri creditori.
I negoziati si sono fermati a metà, perché dall’altra parte si rifiutava di negoziare. Hanno insistito su un “accordo globale”, il che significava che volevano parlare di tutto. La mia interpretazione è che quando si vuole parlare di tutto, non si vuole parlare di niente. Ma siamo andati dietro quella corrente, per non contraddire.
E guarda, c’erano posizioni assolutamente formulate sul nulla da loro. Così avrebbero … Lascia che ti faccia un esempio. Ci hanno detto: abbiamo bisogno di tutti i dati sul percorso fiscale con cui i Greci pagano le tasse, abbiamo bisogno di tutti i dati su imprese di proprietà statale. Così abbiamo speso un sacco di tempo a cercare di fornire loro tutti i dati e rispondere a questionari e con innumerevoli incontri che per illustrare i dati forniti.
Così è stata la prima fase. La seconda fase riguardava l’Iva: che cosa avessimo intenzione di fare in materia di IVA. Avrebbero poi rifiutato la nostra proposta, ma non ne hanno fatto una loro.
Prima avessimo avuto la possibilità di concordare l’IVA con loro, prima saremmo passati ad un altro problema, come la privatizzazione. Avrebbero chiesto cosa volessimo fare per la privatizzazione, abbiamo fatto delle proposte, hanno rifiutato. Allora ho capito che si doveva perdere tempo: poi avrebbero spostano su un altro argomento, come le pensioni, da lì ai mercati, da lì ai rapporti di lavoro, da rapporti di lavoro a tutti i tipi di cose giuste? Così è andata, come un gatto che si morde la coda.
Ci siamo sempre sentiti con il governo, sulla difficoltà a farci ascoltare, che non siamo riusciti a sospendere il processo che volevano farci ad ogni costo.
Il mio intervento fin dall’inizio è stato questo: Questo è un paese che si è arenato, che si è arenato da tempo. …Sicuramente abbiamo bisogno di riformare questo paese – siamo d’accordo su questo. Perché il tempo è l’essenza, e perché nel corso dei negoziati la banca centrale stringeva la liquidità [sulle banche greche] e noi eravamo sotto pressione, per non soccombere, la mia proposta costante alla troika era molto semplice: siamo d’accordo su tre o quattro importanti riforme come il sistema fiscale, come l’IVA, e cerchiamo di farle immediatamente. E ci allentate le restrizioni di liquidità da parte della BCE. Volete un accordo globale, ok. Ma cerchiamo di portare avanti negoziati e nel frattempo introduciamo queste riforme in Parlamento da un accordo tra noi e voi.
E hanno detto: “No, no, no, questo deve essere una revisione globale. Nulla sarà attuato se non avete il coraggio di introdurre una legislazione completa. Sarà considerato un’azione unilaterale ostile al processo di raggiungimento di un accordo”. E poi, naturalmente, qualche mese più tardi avrebbero detto ai media che non avevamo riformato il paese e che ci hanno fatto perdere del tempo! E così … [ridacchia] siamo andati avanti..
Così, quando la liquidità era quasi esaurita completamente, e noi eravamo in ritardo, o quasi-default, al FMI, hanno introdotto le loro proposte, che erano assolutamente impossibili … totalmente non vitali e tossiche. Così hanno sempre rinviato e ritardato, era chiara la volontà che non si voleva un accordo diverso da quello che c’era prima.
HL: Hai provato a lavorare insieme con i governi di altri paesi indebitati ?
YV: La risposta è no, e il motivo è molto semplice: sin da subito proprio quei paesi hanno reso molto chiaro che erano i nemici più avversi del nostro governo , fin dall’inizio. E la ragione, naturalmente, è stato il loro più grande incubo sarebbe stato il nostro successo: se fossimo riusciti a negoziare un accordo migliore per la Grecia, avrebbero dovuto rispondere alle loro stesso popolo perché non hanno negoziare come noi stavano facendo.
HL: E la partnership con i partiti più affini, come Podemos, poteva servire?
YV: Non proprio. Voglio dire, abbiamo sempre avuto un buon rapporto con loro , ma non c’era niente da fare – la loro voce non avrebbe mai potuto penetrare il muro dell’Eurogruppo. E in effetti, più parlavano in nostro favore, cosa che hanno fatto, e più ostile il ministro delle Finanze spagnolo diventava verso di noi.
HL: E George Osborne? Quali sono stati i vostri rapporti come con lui?
YV: Oh molto buono, molto piacevole, eccellente. Ma è fuori dal giro, non è parte dell’Eurogruppo. Quando ho parlato con lui in diverse occasioni si vedeva che era molto simpatico. E in effetti se si guarda al Telegraph, i più grandi sostenitori della nostra causa sono stati i conservatori! A causa della loro euroscetticismo, eh … non è solo Euroscetticismo; si tratta di una visione di Burke della sovranità del parlamento – nel nostro caso è stato molto chiaro che il nostro parlamento è stato trattato come spazzatura.
HL: Qual è il più grande problema con il modo generale le funzioni dell’Eurogruppo?
YV: [Per esemplificare …] C’è stato un momento in cui il presidente dell’Eurogruppo ha deciso di muoversi contro di noi ed efficacemente ci ha chiuso fuori, e poi fa sapere che la Grecia era essenzialmente sulla sua via d’uscita dalla zona euro. …C’è una convenzione che devono essere essere comunicati in modo unanime, e il presidente non può essere solo, in una riunione della zona euro ed escludere uno Stato membro. E lui disse: “Oh, io sono sicuro che posso farlo”.
Così ho chiesto un parere legale. Ha creato un po’ di subbuglio. Per circa 5-10 minuti l’incontro si fermò, gli impiegati, i funzionari stavano parlando tra di loro, sul loro telefono cellulare, e, infine, qualche funzionario, qualche esperto legale si rivolse a me e disse le seguenti parole, che «Beh, l’Eurogruppo non esiste in legge, non vi è alcun trattato che ha convocato questo gruppo “.
Quindi quello che abbiamo è un gruppo inesistente che ha il maggior potere di determinare la vita degli europei. Non è responsabile verso chiunque, dato che non esiste nella legge; non verbale è redatto; ed è riservata. Quindi nessun cittadino sa mai ciò che viene detto all’interno. …Queste sono decisioni quasi di vita o di morte, e nessun membro deve rispondere a nessuno.
HL: Ed è vero che l’Eurogruppo è controllato dagli atteggiamenti tedeschi?
YV: Oh, completamente e assolutamente. Non atteggiamenti – ordini da parte del ministro delle finanze della Germania. È tutto come un’orchestra molto ben sintonizzata e li è il direttore. Tutto avviene in sintonia. Ci saranno momenti in cui l’orchestra qualcuno non rispetta la partitura, ma lui lo convoca e lo mette di nuovo in linea.
HL: Non c’è energia alternativa all’interno del gruppo, può contare qualcosa il potere francese?
YV: Solo il ministro delle finanze francese ha fatto obiezioni che erano diverse dalla linea tedesca, ma molto debolmente. Si capiva che doveva usare un linguaggio molto giudizioso, per non far pensare di essere contrario. E in ultima analisi, quando Dott. Schäuble ha risposto ed effettivamente ha determinato la linea ufficiale, la ministra francese, alla fine, ha sempre accettato.
HL: Parliamo del tuo background teorico, e del pezzo su Marx nel 2013, quando hai detto:
“Una uscita greca o portoghese o soprattutto italiana dalla zona euro farebbe presto a portare ad una frammentazione del capitalismo europeo, ottenendo un grave recessione nelle regioni a est del Reno e a nord delle Alpi, mentre il resto d’Europa sarebbe nella morsa della stagnazione. Chi pensi che dovrebbe beneficiare di questo sviluppo? La sinistra progressista, che risorgerà dalle ceneri delle istituzioni pubbliche europee? O la Gilda nostalgica dei nazisti, i neofascisti assortiti, gli xenofobi e gli imbroglioni? Non ho assolutamente alcun dubbio su quale dei due farà meglio da una disintegrazione della zona euro “.
… Così sarebbe? un Grexit inevitabilmente aiuterà Alba Dorata, non c’è dubbio?
YV: Beh, guarda , io non credo nelle versioni deterministiche della storia. Syriza ora è una forza molto dominante. Se riusciremo a uscire da questo pasticcio uniti, e gestire correttamente una Grexit … sarebbe possibile avere un’alternativa . Ma non sono sicuro che potremmo gestirlo, perché la gestione del crollo di una unione monetaria richiede una grande quantità di know-how, e non sono sicuro che l’ abbiamo qui in Grecia, senza l’aiuto di estranei .
HL : Devi aver pensato a una Grexit dal primo giorno …
YV : Sì , assolutamente.
HL: Sono stati fatti i preparativi?
YV: La risposta è sì e no. Abbiamo avuto un piccolo gruppo, un ‘gabinetto di guerra’ all’interno del ministero, di circa cinque persone che stavano simulando questo: così abbiamo lavorato in teoria, sulla carta, tutto ciò che doveva essere fatto [per preparare / in caso di Grexit]. Ma è una cosa fare in teoria, a livello di 4-5 persone, è tutta un’altra faccenda è preparare il paese per grexit. Per preparare il paese una decisione esecutiva doveva essere presa, ma non è mai stata presa.
HL: Ma la scorsa settimana, c’è stata una decisione che si sentiva che si erano diretti verso la soluzione della Grexit?
YV: La mia idea era: dobbiamo stare molto attenti a non attivarla. Non volevo che ciò si avverasse . Non volevo che questa sventura fosse come il famoso detto di Nietzsche ‘ se guardi nell’abisso molto a lungo, l’abisso comincerà a guardare te’. Ma ho anche creduto fortemente che nel momento in cui l’Eurogruppo ci ha chiuso le banche, dovevamo tentare questo processo.
HL: Giusto. Quindi ci sono due opzioni, per quanto posso capire, una Grexit immediata, oppure fare cambiali e prendere il controllo della banca della Banca di Grecia [quindi, potenzialmente, ma non necessariamente e immediatamente precipitare una Grexit]?
YV: Certo, certo. Non ho mai creduto che dovessimo andare direttamente a una nuova moneta. La mia idea era, e ho spiegato questo al governo , che se avessero osato chiudere le nostre banche, che giudico mossa aggressiva di incredibile ostilità, anche noi avremmo dovuto rispondere in modo aggressivo ma senza attraversare il punto di non ritorno.
Dovevamo rilasciare i nostri pagherò, o almeno annunciare che stavamo per farlo per rilasciare la nostra liquidità in euro; avremmo dovuto operare un taglio ai legami impostici dalla BCE nel 2012 o annunciare che stavamo per farlo; e così prendere noi il controllo della Banca di Grecia. Questo è stato il trittico, le tre cose, che avremmo dovuto tentare se la BCE avesse chiuso le nostre banche.
… Stavo attento a ciò che non doveva accadere. La Bce ha chiuso le nostre banche per un mese, al fine di trascinarci in un accordo umiliante. Quando è successo, e molti dei miei colleghi non potevano credere fosse vero, la mia raccomandazione era di dare una risposta “energica”, ma è stata rifiutata.
HL : E quanto eravate a favore o contro ?
YV: Beh, mi permetto di dire che su sei persone eravamo solo due. … Una volta che ho verificato ciò ho dato il mio ordine di chiudere le banche consensualmente con la BCE e la Banca di Grecia. Ero contrario, ma l’ho fatto perché io sono un giocatore di squadra, credo nella responsabilità collettiva.
E poi è venuto il referendum, che ci ha dato una spinta incredibile , una spinta che avrebbe giustificato il piano contro la BCE , ma poi quella notte il governo ha deciso che la volontà del popolo, questo clamoroso ‘No’ , non doveva essere sfruttato per risposte di rottura.
Invece avrebbe dovuto portare a grandi concessioni verso l’altro lato: la riunione del Consiglio dei leader politici, con il nostro Presidente del Consiglio ad accettare la premessa che qualunque cosa accada , qualunque porcheria faccia l’altra parte, non avremmo mai dovuto rispondere in alcun modo che apparisse come una sfida. E in sostanza, questo significa ripiegamento. … Cessate di negoziare.
HL: Così non si può sperare ora , che questo accordo sia molto meglio rispetto la scorsa settimana, anzi sarà peggio ?
YV: Certo, semmai sarà peggio . Confido e spero che il nostro governo insisterà sulla ristrutturazione del debito, ma non riesco a vedere come il ministro delle finanze tedesco potrà mai firmare una cosa del genere nella prossima riunione dell’Eurogruppo. Se lo fa, sarà un miracolo o un impazzimento.
HL: Esattamente, perché, come hai spiegato, non è nella sua testa vero?
YV: Penso di sì, penso di sì. A meno che [ a Schäuble] non giungano ordini diversi dal Cancelliere. Che è poi tutto da vedere, se lei interverrà per farlo.
HL: Per cambiare un poco argomento, ci potrebbe forse spiegare, in parole povere per i nostri lettori, le sue obiezioni alla versione Piketty del “Capitale”?
YV: Beh, vorrei dire in primo luogo, mi sento in imbarazzo perché Piketty è stato di grande aiuto a me e al governo, e sono stato un critico terribile per lui nella mia recensione del suo libro! Apprezzo molto la sua posizione nel corso degli ultimi mesi, e ho intenzione di dirglielo quando lo incontrerò a settembre.
Ma la mia critica del suo libro è giustificata. Il suo sentimento è corretto. La sua avversione per la disuguaglianza. La sua analisi, però, indebolisce l’argomento, per quanto mi riguarda. Perché nel suo libro il modello neoclassico del capitalismo dà molto poco spazio per costruire il caso che vuole costruire, a meno di usare per la costruzione del suo caso parametri che lo mettono in fallo. In altre parole, se fossi un avversario della sua tesi che la disuguaglianza è integrata nel capitalismo, sarei in grado di prendere da parte il suo esempio e mettere in crisi la sua analisi.
HL: Non voglio entrare troppo nel dettaglio, perché questo non ci agevola ad andare alle conclusioni.
YV: Sì …
HL: … ma si tratta della complessità del racconto?
YV: Sì, egli usa una definizione di capitale che rende impossibile il capire cos’è il capital e – quindi è una contraddizione di termini. [Clicca qui – http://yanisvaroufakis.eu/2014/10/08/6006/ – per la recensione critica di Varoufakis al Capitale del XXI secolo di Piketty]
HL: Torniamo alla crisi. Io capisco molto poco del suo rapporto con Tsipras …
YV: Lo conosco dalla fine del 2010, perché ero un convinto critico del governo, a quel momento, anche se una volta ero vicino ad esso. Ero vicino alla famiglia Papandreou – lo sono ancora in un certo senso – ma sono diventato importante … allora era una grande novità che un ex consigliere stava dicendo “Stiamo facendo finta che il fallimento non sia accaduto, stiamo cercando di coprirlo con nuovi prestiti insostenibili “, quel genere di cose insomma ..che sostengo ancora.
Ho riflettuto su alcune uscite di allora, e Tsipras era un leader molto giovane che cercava di capire cosa stava succedendo, ciò che la crisi rappresentava, e come si sarebbe dovuto posizionare.
HL: C’è stato un primo incontro, lo ricordi?
YV: Oh, sì. Era la fine del 2010, siamo andati in una caffetteria, eravamo in tre amici, e il mio ricordo è che egli non aveva ancora idee chiare, la dracma contro l’euro, sulle cause della crisi, mentre io avevo molto chiara, devo dire, un’opinione su quello che stava succedendo.
E’ un dialogo continuo il nostro avviato da allora, che si è svolto nel corso degli anni è un amico che … credo che mi abbia aiutato a plasmare la visione di ciò che dovrebbe essere fatto.
HL : Allora, come ci si sente ora, dopo quattro anni e mezzo , di non essere più a lavorare al suo fianco ?
YV : Beh, io continuo a lavorare al suo fianco , credo che siamo molto vicini. La nostra separazione è stato estremamente amichevole. Non abbiamo mai avuto problemi tra di noi, mai, fino ad oggi. E io sono molto vicino a Euclid Tsakalotos [ il nuovo ministro delle finanze ].
HL: E presumibilmente ti stai ancora parlando con tutti e due questa settimana?
YV : Io non ho parlato con Alexis nel corso degli ultimi due giorni, ma io parlo con Euclid, sì, e ritengo che Euclid mi sia molto vicino, e viceversa, e non lo invidio affatto . [ Ridacchiando. ]
HL: Saresti scioccato se Tsipras si dimettesse ? E gli hai perdonato di non avere accettato il tuo piano?
YV: Niente mi sconvolge in questi giorni – la nostra zona euro è un luogo molto inospitale per le persone decenti. Non c’è da perdonare, ognuno fa la sua parte . Mi addolorerebbe se dovesse essere costretto ad accettare un pessimo affare. Ma questo perché, io lo posso capire: lui è il Premier e sente di avere l’obbligo di rispondere alle persone che lo sostengono, che non vogliono abbandonare l’Euro, ma non vogliono nemmeno essere umiliati . Lui ha l’obbligo morale di sostenerci, di non lasciare che questo paese diventi uno Stato fallito.
HL: Ma se il tuo piano fosse stato approvato ?
YV : Tsipras alla fine non fu d’accordo e io capisco il perché. Non potevo garantire che la Grexit funzionasse. Dopo che Syriza era andata al governo in gennaio, un piccolo team aveva pensato “in teoria, sulla carta” come avrebbe potuto funzionare. Io l’ ho detto: ” Non sono sicuro che avremmo potuto gestirla, perché gestire il collasso di una unione monetaria richiede una grande quantità di competenze e non sono sicuro che le abbiamo qui in Grecia, senza aiuti esterni”. Ci saranno altri anni di austerità, ma io so che Tsipras ha preso l’impegno “di non permettere il fallimento della Grecia”.
HL: Ma allora, perché non restare ?
YV : Io non ho intenzione di tradire il mio punto di vista, che ho affinato fin dal 2010, che questo paese deve fermare l’estensione del debito e facendo finta di farcela, dobbiamo smettere di contare su nuovi prestiti fingendo che abbiamo risolto il problema, quando non non è vero; quando abbiamo reso il nostro debito ancor meno sostenibile, a condizione di ulteriore austerità che ancora di più riduce l’economia; e sposta l’onere ulteriore sui non abbienti, creando una crisi umanitaria. E’ una cosa che non ho intenzione di accettare. Io non ho intenzione di esserne parte. Io sono in una posizione diversa dal premier.
HL: Ultima domanda : terrai rapporti con coloro con cui dovevi negoziare?
YV: Uhm, non sono sicuro. Io non ho intenzione di citare tutti i loro nomi ora. Solo nel caso in cui potrei distruggere la loro carriera! [Ride.]
Etichette:
Essere Sinistra,
Grecia,
Lambert,
Tsipras,
Varoufakis
15.7.15
I migliori argomenti per un accordo con l'Iran
By Bret Stephens (The Wall Street Journal)
Le eroiche ipotesi, e le false promesse, della nostra diplomazia
(traduzione Dagopia)
In retorica, la prolessi consistente nel prevedere e controbattere un'obiezione prima che venga mossa. Cerchiamo di essere prolettici per quanto riguarda l’accordo sul nucleare iraniano, i cui apologeti hanno già iniziato a difendere per il timore che si trasformi in una storica débâcle diplomatica.
L’ipotesi eroica. Certo, la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei è un rivoluzionario irascibile e violento incline a imporre una pericolosa alla sua nazione e a quelle vicine. Lo stesso poteva essere detto di Mao Zedong quando Henry Kissinger gli fece visita nel 1971 – una scommessa diplomatica che alla fine pagò un alto dividendo, poiché la Cina divenne, di fatto, un alleato degli Stati Uniti durante la guerra fredda e poi si aprì al mondo con Deng Xiaoping.
Ma è improbabile che l’Iran sia una nuova Cina. Mao stava subendo una grave minaccia esterna da parte dell’Unione Sovietica, mentre l’Iran non è minacciato da nessuno e, anzi, sta vincendo molte delle sue guerre regionali. Beijing stemperò la tensione con Washington con un’amichevole partita di ping-pong, Teheran invece incarcera i cittadini americani e blocca le navi cargo nello stretto di Hormuz. Deng Xiaoping credeva che la ricchezza portasse la gloria, il presidente iraniano Hasan Rouhani, sedicente riformatore, ha partecipato venerdì scorso alla parata annuale del regime “Morte all’America, morte ad Israele”.
In questo contesto, sta ai promotori dell’accordo sul nucleare dimostrare che l’Iran ha intrapreso la via della conversione verso una politica moderata.
L’ipotesi dello scambio. Ok, mettiamo che l’Iran non abbia rinunciato alla sua indole bellicosa e alla sua visione del mondo antidiluviana. Mettiamo anche che il patto non significhi che non dovremo più combattere l’Iran sugli scenari di guerra mediorientali, come in Yemen, in Siria o a Gaza. Ma che tutto questo può essere messo da parte perché l’accordo sul nucleare è uno scambio ben architettato: l’Iran mette le sue ambizioni atomiche nel cassetto in cambio di poter tornare sulla scena economica e diplomatica. In determinati termini, ognuno può trarre vantaggio da questa soluzione.
Ma uno scambio ha bisogno di qualche garanzia e siccome non possiamo fidarci dell’Iran, serve un sistema di controllo. Il patto sul nucleare lo prevede? John Kerry sarebbe pronto a giurare di sì, ma di fatto lo scorso gennaio alcuni funzionari Cechi hanno bloccato una transizione segreta con cui l’Iran stava comprando tecnologie nucleari polivalenti per 61 milioni di dollari. Un mese prima, gli Stati Uniti avevano accertato che l’Iran era a caccia di plutonio per il suo reattore di Arak. Cosa non sappiamo ancora?
Altro quesito: come si potrà evitare che il patto diventi un ostaggio dell’Iran quando si parlerà di politica estera mediorientale? Gli Stati Uniti saranno pronti a rinunciare all’accordo ogni volta che l’Iran minaccerà di strapparlo, per esempio a causa di una crisi in Yemen o in Siria? La Corea del Nord ha perfezionato per anni l’arte di vendere il proprio deterrente nucleare in cambio di una concessione dopo l’altra – e nonostante ciò possiede ancora la bomba.
L’ipotesi della disfatta. Perfetto, l’accordo con l’Iran fa acqua da tutte le parti e molto probabilmente non funzionerà. Avete qualche idea migliore? Le sanzioni non si sono dimostrate sufficienti per fermare un regime determinato come quello iraniano e non sarebbero state sostenibili ancora per molto. Nessuno, né l’opinione pubblica americana né Israele, vuole iniziare una guerra per impedire all’Iran di fabbricare la bomba. In più, la storia ci insegna che la politica internazionale consiste spesso nella scelta tra due mali. Nel caso di un accordo sul nucleare la soluzione migliore è il male minore.
È vero che nessuno vuole la guerra. Ma un patto che dia all’Iran il diritto di arricchire l’uranio dopo più di dieci anni non darebbe al prossimo presidente americano altra opzione che iniziare una guerra per impedire all’Iran di costruire decine di bombe. D’altra parte un patto che non impedisce all’Iran di sviluppare missili balistici, gli permetterà di montare una di quelle bombe sopra un missile.
Buona fortuna. Gli americani sono un popolo fortunato – lo sono geograficamente, lo sono stati i loro padri della patria, e lo sono anche gli immigrati che approdano alle loro coste. Gli americani sono così fortunati che si dice che Bismark amasse ripetere: “C’è una provvidenza speciale che difende gli ubriaconi, gli idioti e gli Stati Uniti d’America”.
Forse saranno fortunati anche questa volta. Magari l’Iran cambierà in meglio, alla fine dell’era Khamenei. Magari il controllo internazionale in Iran funzionerà, dopo aver fallito in Corea del Nord. Magari John Kerry è il miglior negoziatore del mondo ed è riuscito a fare il miglior accordo possibile.
O magari gli americani non saranno fortunati, e non ci sarà nessuna provvidenza speciale per le nazioni ubriache di speranza e guidate da idioti.
Le eroiche ipotesi, e le false promesse, della nostra diplomazia
(traduzione Dagopia)
In retorica, la prolessi consistente nel prevedere e controbattere un'obiezione prima che venga mossa. Cerchiamo di essere prolettici per quanto riguarda l’accordo sul nucleare iraniano, i cui apologeti hanno già iniziato a difendere per il timore che si trasformi in una storica débâcle diplomatica.
L’ipotesi eroica. Certo, la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei è un rivoluzionario irascibile e violento incline a imporre una pericolosa alla sua nazione e a quelle vicine. Lo stesso poteva essere detto di Mao Zedong quando Henry Kissinger gli fece visita nel 1971 – una scommessa diplomatica che alla fine pagò un alto dividendo, poiché la Cina divenne, di fatto, un alleato degli Stati Uniti durante la guerra fredda e poi si aprì al mondo con Deng Xiaoping.
Ma è improbabile che l’Iran sia una nuova Cina. Mao stava subendo una grave minaccia esterna da parte dell’Unione Sovietica, mentre l’Iran non è minacciato da nessuno e, anzi, sta vincendo molte delle sue guerre regionali. Beijing stemperò la tensione con Washington con un’amichevole partita di ping-pong, Teheran invece incarcera i cittadini americani e blocca le navi cargo nello stretto di Hormuz. Deng Xiaoping credeva che la ricchezza portasse la gloria, il presidente iraniano Hasan Rouhani, sedicente riformatore, ha partecipato venerdì scorso alla parata annuale del regime “Morte all’America, morte ad Israele”.
In questo contesto, sta ai promotori dell’accordo sul nucleare dimostrare che l’Iran ha intrapreso la via della conversione verso una politica moderata.
L’ipotesi dello scambio. Ok, mettiamo che l’Iran non abbia rinunciato alla sua indole bellicosa e alla sua visione del mondo antidiluviana. Mettiamo anche che il patto non significhi che non dovremo più combattere l’Iran sugli scenari di guerra mediorientali, come in Yemen, in Siria o a Gaza. Ma che tutto questo può essere messo da parte perché l’accordo sul nucleare è uno scambio ben architettato: l’Iran mette le sue ambizioni atomiche nel cassetto in cambio di poter tornare sulla scena economica e diplomatica. In determinati termini, ognuno può trarre vantaggio da questa soluzione.
Ma uno scambio ha bisogno di qualche garanzia e siccome non possiamo fidarci dell’Iran, serve un sistema di controllo. Il patto sul nucleare lo prevede? John Kerry sarebbe pronto a giurare di sì, ma di fatto lo scorso gennaio alcuni funzionari Cechi hanno bloccato una transizione segreta con cui l’Iran stava comprando tecnologie nucleari polivalenti per 61 milioni di dollari. Un mese prima, gli Stati Uniti avevano accertato che l’Iran era a caccia di plutonio per il suo reattore di Arak. Cosa non sappiamo ancora?
Altro quesito: come si potrà evitare che il patto diventi un ostaggio dell’Iran quando si parlerà di politica estera mediorientale? Gli Stati Uniti saranno pronti a rinunciare all’accordo ogni volta che l’Iran minaccerà di strapparlo, per esempio a causa di una crisi in Yemen o in Siria? La Corea del Nord ha perfezionato per anni l’arte di vendere il proprio deterrente nucleare in cambio di una concessione dopo l’altra – e nonostante ciò possiede ancora la bomba.
L’ipotesi della disfatta. Perfetto, l’accordo con l’Iran fa acqua da tutte le parti e molto probabilmente non funzionerà. Avete qualche idea migliore? Le sanzioni non si sono dimostrate sufficienti per fermare un regime determinato come quello iraniano e non sarebbero state sostenibili ancora per molto. Nessuno, né l’opinione pubblica americana né Israele, vuole iniziare una guerra per impedire all’Iran di fabbricare la bomba. In più, la storia ci insegna che la politica internazionale consiste spesso nella scelta tra due mali. Nel caso di un accordo sul nucleare la soluzione migliore è il male minore.
È vero che nessuno vuole la guerra. Ma un patto che dia all’Iran il diritto di arricchire l’uranio dopo più di dieci anni non darebbe al prossimo presidente americano altra opzione che iniziare una guerra per impedire all’Iran di costruire decine di bombe. D’altra parte un patto che non impedisce all’Iran di sviluppare missili balistici, gli permetterà di montare una di quelle bombe sopra un missile.
Buona fortuna. Gli americani sono un popolo fortunato – lo sono geograficamente, lo sono stati i loro padri della patria, e lo sono anche gli immigrati che approdano alle loro coste. Gli americani sono così fortunati che si dice che Bismark amasse ripetere: “C’è una provvidenza speciale che difende gli ubriaconi, gli idioti e gli Stati Uniti d’America”.
Forse saranno fortunati anche questa volta. Magari l’Iran cambierà in meglio, alla fine dell’era Khamenei. Magari il controllo internazionale in Iran funzionerà, dopo aver fallito in Corea del Nord. Magari John Kerry è il miglior negoziatore del mondo ed è riuscito a fare il miglior accordo possibile.
O magari gli americani non saranno fortunati, e non ci sarà nessuna provvidenza speciale per le nazioni ubriache di speranza e guidate da idioti.
13.7.15
Killing the European Project
Paul Krugman (The New York Times)
Suppose you consider Tsipras an incompetent twerp. Suppose you dearly want to see Syriza out of power. Suppose, even, that you welcome the prospect of pushing those annoying Greeks out of the euro.
Even if all of that is true, this Eurogroup list of demands is madness. The trending hashtag ThisIsACoup is exactly right. This goes beyond harsh into pure vindictiveness, complete destruction of national sovereignty, and no hope of relief. It is, presumably, meant to be an offer Greece can’t accept; but even so, it’s a grotesque betrayal of everything the European project was supposed to stand for.
Can anything pull Europe back from the brink? Word is that Mario Draghi is trying to reintroduce some sanity, that Hollande is finally showing a bit of the pushback against German morality-play economics that he so signally failed to supply in the past. But much of the damage has already been done. Who will ever trust Germany’s good intentions after this?
In a way, the economics have almost become secondary. But still, let’s be clear: what we’ve learned these past couple of weeks is that being a member of the eurozone means that the creditors can destroy your economy if you step out of line. This has no bearing at all on the underlying economics of austerity. It’s as true as ever that imposing harsh austerity without debt relief is a doomed policy no matter how willing the country is to accept suffering. And this in turn means that even a complete Greek capitulation would be a dead end.
Can Greece pull off a successful exit? Will Germany try to block a recovery? (Sorry, but that’s the kind of thing we must now ask.)
The European project — a project I have always praised and supported — has just been dealt a terrible, perhaps fatal blow. And whatever you think of Syriza, or Greece, it wasn’t the Greeks who did it.
Suppose you consider Tsipras an incompetent twerp. Suppose you dearly want to see Syriza out of power. Suppose, even, that you welcome the prospect of pushing those annoying Greeks out of the euro.
Even if all of that is true, this Eurogroup list of demands is madness. The trending hashtag ThisIsACoup is exactly right. This goes beyond harsh into pure vindictiveness, complete destruction of national sovereignty, and no hope of relief. It is, presumably, meant to be an offer Greece can’t accept; but even so, it’s a grotesque betrayal of everything the European project was supposed to stand for.
Can anything pull Europe back from the brink? Word is that Mario Draghi is trying to reintroduce some sanity, that Hollande is finally showing a bit of the pushback against German morality-play economics that he so signally failed to supply in the past. But much of the damage has already been done. Who will ever trust Germany’s good intentions after this?
In a way, the economics have almost become secondary. But still, let’s be clear: what we’ve learned these past couple of weeks is that being a member of the eurozone means that the creditors can destroy your economy if you step out of line. This has no bearing at all on the underlying economics of austerity. It’s as true as ever that imposing harsh austerity without debt relief is a doomed policy no matter how willing the country is to accept suffering. And this in turn means that even a complete Greek capitulation would be a dead end.
Can Greece pull off a successful exit? Will Germany try to block a recovery? (Sorry, but that’s the kind of thing we must now ask.)
The European project — a project I have always praised and supported — has just been dealt a terrible, perhaps fatal blow. And whatever you think of Syriza, or Greece, it wasn’t the Greeks who did it.
5.7.15
Il piano B di Grecia e Germania dopo il referendumTitolo del post
[Carta di Laura Canali]
(Limes)
La contesa tra
Atene e l’ex Troika è più politica che economica e non riguarda solo il
debito pubblico. Merkel prepara da tempo un progetto alternativo
all’Eurozona attuale, Tsipras dovrebbe fare lo stesso.
A maggio, il prezzo del petrolio è calato di circa 2 dollari al barile ($/b). In particolare, il Brent ha chiuso poco sopra i 63$/b mentre la qualità Wti attorno ai 59$/b. L’euro si è inizialmente apprezzato verso il dollaro superando quota 1,14€/$ dopo che la Fed ha dichiarato
che il rialzo dei tassi sarà più lento e meno intenso rispetto a quanto
precedentemente ipotizzato, per poi deprezzarsi a 1,12€/$ in
conseguenza degli effetti della crisi greca.
Nonostante l’offerta globale di petrolio sia diminuita di 155 mila barili al giorno (b/d), collocandosi attorno ai 96 milioni di b/d, essa continua a eccedere la domanda per circa 1.5 milioni b/d. Secondo le stime dell’International Energy Agency, quest’ultima crescerà nell’anno in corso di 1.4 milioni di b/d sulla scia di un incremento del pil mondiale del 3,3%.
A Vienna, i membri dell’Opec – in particolare l’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo – hanno deciso di mantenere invariato l’output del Cartello anche a costo di deprimere le quotazioni di mercato (ufficialmente, 30.49 milioni di b/d; in realtà, circa 1 milione di b/d in più) al fine di difendere le proprie quote, mettendo in difficoltà chi sostiene maggiori costi di estrazione, auspicando anche il rallentamento della produzione di tight oil negli Stati Uniti (vedi 1,2,3,4,5)
Il motivo per il quale il prezzo del barile continua a resistere è la presenza di una forte speculazione finanziaria non sostenuta dai cosiddetti “fondamentali”, a dimostrazione del fatto che il petrolio non è solo una materia prima, bensì un asset finanziario. Con ogni probabilità, nei mesi a venire il petrolio risentirà anche delle decisioni della Fed in merito al dollaro.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, dall’inizio dell’anno Gazprom Neft ha iniziato a regolare le proprie esportazioni di petrolio verso la Cina in renminbi anziché in dollari. Per Verda, “dal punto di vista dei mercati petroliferi, l’egemonia del dollaro non è al momento in discussione: l’impatto della decisione russa è poco più che simbolico, dati i volumi in questione. Resta però sul tavolo la questione dell’inevitabile superamento dell’unicità della posizione del dollaro e del disancoramento dei prezzi del greggio dalle politiche monetarie statunitensi”.
A maggio, la Federazione Russa è stata il 1° fornitore di petrolio della Cina, scavalcando l’Arabia Saudita. Nel 2015 Riyad rimane ancora il principale fornitore di greggio di Pechino seguito a stretta distanza dall’Angola, ma le esportazioni di petrolio russo verso l’Impero del Centro sono aumentate di un terzo rispetto a maggio 2014. Non tanto a causa di qualità meno costose, bensì di una chiara scelta politica.
La Grecia e i suoi creditori (Fmi, Bce e Commissione europea, la cosiddetta Troika), dopo oltre 4 mesi di trattative pare non siano riusciti a trovare un accordo. Posto dinanzi alla sostanziale riproposizione delle politiche di austerità, il primo ministro greco Alexis Tsipras, ottenuto il via libera dal parlamento di Atene, ha indetto un referendum per domenica 5 luglio, riguardante l’accettazione o meno delle misure richieste dai creditori.
Indipendentemente dal fatto che quest’ultimo si tenga o sia annullato grazie a un accordo raggiunto in camera caritatis, l’impressione è che lo scoglio sia politico più che economico, cioè che consista nel profilo ideologico dell’alleanza Syriza-Anel attualmente al governo ad Atene. Inoltre, un’intesa che non contempli la capitolazione dell’esecutivo greco rischia di creare un “pericoloso” precedente che potrebbe essere replicato in Spagna con Podemos e magari in Francia (dove si vota nel 2017) con il Front National. Aprirebbe infine un auspicabile spiraglio a favore di modalità di rientro dall’eccessivo rapporto debito pubblico/pil di alcuni Stati dell’Ue – Italia in primis – che liberino risorse per la crescita.
Da un punto di vista strettamente economico, lo scontro in atto tra creditori e debitori solleva i seguenti punti di discussione:
Da un punto di visto geopolitico, le potenziali conseguenze della crisi greca portano alla ribalta i seguenti interrogativi:
In un contesto internazionale contraddistinto dai simultanei episodi terroristici verificatisi in Europa, Africa e Medioriente, oltre al conflitto strisciante in Ucraina e alle incognite legate all’accordo sul nucleare iraniano, potrebbe non essere così sbagliato estendere anche alla Grecia il modus operandi suggerito dall’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger nella sua intervista al Corriere della Sera del 18 giugno scorso. Nella sostanza, siano Stati Uniti, Federazione Russa – e Cina aggiungiamo noi – a creare quella sorta di “camera di compensazione” alla quale l’Europa si ostina a non volere, o forse a non poter, partecipare.
Purtroppo, a differenza dell’ottimo ruolo diplomatico svolto dall’Italia nel corso del Forum economico internazionale di San Pietroburgo del 18/19 giugno, la posizione assunta dal primo ministro italiano Matteo Renzi su Atene rischia di essere gravida di conseguenze negative anche per Roma.
Per approfondire: La Germania in Grecia: com’è nata e come si può risolvere la crisi di Atene
Nonostante l’offerta globale di petrolio sia diminuita di 155 mila barili al giorno (b/d), collocandosi attorno ai 96 milioni di b/d, essa continua a eccedere la domanda per circa 1.5 milioni b/d. Secondo le stime dell’International Energy Agency, quest’ultima crescerà nell’anno in corso di 1.4 milioni di b/d sulla scia di un incremento del pil mondiale del 3,3%.
A Vienna, i membri dell’Opec – in particolare l’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo – hanno deciso di mantenere invariato l’output del Cartello anche a costo di deprimere le quotazioni di mercato (ufficialmente, 30.49 milioni di b/d; in realtà, circa 1 milione di b/d in più) al fine di difendere le proprie quote, mettendo in difficoltà chi sostiene maggiori costi di estrazione, auspicando anche il rallentamento della produzione di tight oil negli Stati Uniti (vedi 1,2,3,4,5)
Il motivo per il quale il prezzo del barile continua a resistere è la presenza di una forte speculazione finanziaria non sostenuta dai cosiddetti “fondamentali”, a dimostrazione del fatto che il petrolio non è solo una materia prima, bensì un asset finanziario. Con ogni probabilità, nei mesi a venire il petrolio risentirà anche delle decisioni della Fed in merito al dollaro.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, dall’inizio dell’anno Gazprom Neft ha iniziato a regolare le proprie esportazioni di petrolio verso la Cina in renminbi anziché in dollari. Per Verda, “dal punto di vista dei mercati petroliferi, l’egemonia del dollaro non è al momento in discussione: l’impatto della decisione russa è poco più che simbolico, dati i volumi in questione. Resta però sul tavolo la questione dell’inevitabile superamento dell’unicità della posizione del dollaro e del disancoramento dei prezzi del greggio dalle politiche monetarie statunitensi”.
A maggio, la Federazione Russa è stata il 1° fornitore di petrolio della Cina, scavalcando l’Arabia Saudita. Nel 2015 Riyad rimane ancora il principale fornitore di greggio di Pechino seguito a stretta distanza dall’Angola, ma le esportazioni di petrolio russo verso l’Impero del Centro sono aumentate di un terzo rispetto a maggio 2014. Non tanto a causa di qualità meno costose, bensì di una chiara scelta politica.
La Grecia e i suoi creditori (Fmi, Bce e Commissione europea, la cosiddetta Troika), dopo oltre 4 mesi di trattative pare non siano riusciti a trovare un accordo. Posto dinanzi alla sostanziale riproposizione delle politiche di austerità, il primo ministro greco Alexis Tsipras, ottenuto il via libera dal parlamento di Atene, ha indetto un referendum per domenica 5 luglio, riguardante l’accettazione o meno delle misure richieste dai creditori.
Indipendentemente dal fatto che quest’ultimo si tenga o sia annullato grazie a un accordo raggiunto in camera caritatis, l’impressione è che lo scoglio sia politico più che economico, cioè che consista nel profilo ideologico dell’alleanza Syriza-Anel attualmente al governo ad Atene. Inoltre, un’intesa che non contempli la capitolazione dell’esecutivo greco rischia di creare un “pericoloso” precedente che potrebbe essere replicato in Spagna con Podemos e magari in Francia (dove si vota nel 2017) con il Front National. Aprirebbe infine un auspicabile spiraglio a favore di modalità di rientro dall’eccessivo rapporto debito pubblico/pil di alcuni Stati dell’Ue – Italia in primis – che liberino risorse per la crescita.
Da un punto di vista strettamente economico, lo scontro in atto tra creditori e debitori solleva i seguenti punti di discussione:
- La Grecia, indipendentemente dall’esito delle trattative e del referendum e dalla volontà dell’attuale maggioranza di governo che continua a essere in favore della moneta unica, deve mettere in campo un’opzione alternativa alla permanenza nell’Eurozona che non escluda anche l’uscita dal mercato unico.
- Sulla scia dell’attuale posizione di Bruxelles nei confronti di Atene, è facile prevedere che i creditori non concederanno alcuno sconto riguardo l’attuazione del Fiscal Compact. Per l’Italia, dal 2016, ciò significherà ridurre il debito dello Stato per un ammontare pari a circa 45/50 miliardi di euro l’anno, obiettivo da conseguire in presenza della sciagurata aggiunta del principio del pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81).
- La Germania non ha alcuna intenzione di convertire la propria economia dall’export ai consumi e agli investimenti. Berlino, in merito alla continuazione della propria politica neo-mercantilista, sta già predisponendo da tempo un eventuale piano B, il cui fulcro sarà volto a sostituire il mercato di sbocco intraeuropeo con quello dei mercati emergenti (Brics, Cina su tutti).
Da un punto di visto geopolitico, le potenziali conseguenze della crisi greca portano alla ribalta i seguenti interrogativi:
- La permanenza della Grecia nella Nato.
- Dopo la firma definitiva del 18 giugno tra Tsipras e il presidente russo Vladimir Putin, Atene può diventare lo snodo energetico dell’Europa del Sud grazie al gasdotto Turkish (Greek) Stream attraverso il quale verrà dirottato il gas naturale russo che, dal 2019, non transiterà più attraverso il sistema infrastrutturale dell’Ucraina. Questo aspetto interessa anzitutto l’Italia.
- La Cina, dopo avere individuato il porto del Pireo come hub in Europa meridionale ed essere in procinto di investire nel complesso del sistema infrastrutturale greco, ha in progetto la costruzione della tratta ferroviaria Atene-Budapest onde trasportare le proprie esportazioni.
In un contesto internazionale contraddistinto dai simultanei episodi terroristici verificatisi in Europa, Africa e Medioriente, oltre al conflitto strisciante in Ucraina e alle incognite legate all’accordo sul nucleare iraniano, potrebbe non essere così sbagliato estendere anche alla Grecia il modus operandi suggerito dall’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger nella sua intervista al Corriere della Sera del 18 giugno scorso. Nella sostanza, siano Stati Uniti, Federazione Russa – e Cina aggiungiamo noi – a creare quella sorta di “camera di compensazione” alla quale l’Europa si ostina a non volere, o forse a non poter, partecipare.
Purtroppo, a differenza dell’ottimo ruolo diplomatico svolto dall’Italia nel corso del Forum economico internazionale di San Pietroburgo del 18/19 giugno, la posizione assunta dal primo ministro italiano Matteo Renzi su Atene rischia di essere gravida di conseguenze negative anche per Roma.
Per approfondire: La Germania in Grecia: com’è nata e come si può risolvere la crisi di Atene
29.6.15
Paul Krugman: la scelta di Atene di ricorrere alla consultazione popolare è da difendere - Thomas Piketty “Serve una conferenza per ristrutturare i debiti più insostenibili”
“Una mostruosa follia aver spinto Tsipras fino a questo punto”
La troika sperava che il governo greco avrebbe ceduto o in alternativa si sarebbe dimesso
Non posso biasimare il premier ellenico per aver rimesso tutta la questione nelle mani degli elettori
di Paul Krugman (La Repubblica)
Ad oggi ogni monito riguardo a un’imminente frattura dell’euro si è dimostrato infondato. A dispetto di quanto affermato in fase di campagna elettorale, i governi cedono alle richieste della troika, e parallelamente la Bce interviene per calmare i mercati. Tale dinamica ha permesso di tenere insieme la moneta unica, ma ha al tempo stesso perpetuato un’austerità profondamente distruttiva: non lasciate che qualche trimestre di modesta crescita metta in ombra l’immenso costo di cinque anni di disoccupazione di massa.
Da un puto di vista politico, i grandi perdenti di questa dinamica sono stati i partiti di centro-sinistra, la cui acquiescenza in fase di rigorosa austerità — e il conseguente abbandono di quei valori per i quali avrebbero presumibilmente dovuto battersi — produce danni ben più gravi di quelli che politiche analoghe mietono nel centro-destra.
Ho l’impressione che la troika (credo sia ora di smettere di fingere che qualcosa sia cambiato, e tornare a chiamarla con il vecchio nome) si aspettasse, o quanto meno si augurasse, che nel caso della Grecia la storia si sarebbe ripetuta: o Tsipras avrebbe preso come al solito le distanze dalla maggior parte della propria coalizione, trovandosi probabilmente obbligato a stringere un’alleanza con il centro- destra, o il governo Syriza sarebbe caduto. Cosa che infatti potrebbe ancora accadere.
Tuttavia Tsipras non sembra per ora disposto a lasciarsi cadere sulla propria spada. Anzi: di fronte all’ultimatum posto dalla troika ha indetto un referendum sull’opportunità di accettarlo o meno. La sua scelta produrrà certo grande preoccupazione e numerose dichiarazioni sul suo scarso senso di responsabilità, ma in realtà egli sta facendo la cosa giusta, e per due motivi.
Per cominciare, una vittoria del referendum rafforzerà il governo, conferendogli una legittimità democratica — cosa che in Europa credo conti ancora (e se non contasse occorre saperlo).
In secondo luogo Syriza si è trovato sino ad oggi, politicamente parlando, in una posizione maldestra, con gli elettori furiosi a causa delle crescenti richieste di austerità ma al tempo stesso riluttanti ad abbandonare l’euro. Conciliare queste due tendenze è sempre difficile, è lo è a maggior ragione oggi. Il referendum di fatto chiederà agli elettori di stabilire le proprie priorità, e di conferire a Tsipras il mandato per fare ciò che deve nel caso in cui la troika lo porti a un gesto estremo.
Ritengo che spingerlo sino a questo punto sia stato, da parte dei governi e degli istituti creditori, un atto di mostruosa follia. Eppure lo hanno fatto, e non posso assolutamente biasimare Tsipras per aver rimesso la questione nelle mani degli elettori anziché voltar loro le spalle.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------
“Europa in agonia sono i conservatori ad averla devastata”
“Quando sento dai tedeschi che i debiti vanno onorati, mi viene solo da ridere”
“La Merkel se vuole assicurarsi un posto della storia come Kohl, deve avere il coraggio di un nuovo inizio”
di Roberto Brunelli (La repubblica)
L’Europa sta per essere distrutta. Ma non dai greci e dall’ostinazione di Tsipras e Varoufakis, ma dai “conservatori” del Vecchio Continente, in particolare quelli tedeschi. E’ un Thomas Piketty furente a dire la sua, in un’intervista alla Zeit che il settimanale tedesco pubblica non a caso con grandissimo rilievo. Perché è un j’accuse — quello dell’economista divenuto una star internazionale con il suo “Il capitale del XXI secolo” — che cade come un meteorite in fiamme sulla cronaca greca di questi giorni.
“I conservatori stanno ad un passo dal devastare definitivamente l’idea europea, e lo fanno per colpa di uno spaventoso deficit di memoria storica. In particolare per quello che riguarda i debiti. Proprio la Germania di oggi dovrebbe capire il significato di quello che sta accadendo: dopo la guerra Gran Bretagna, Germania e Francia soffrirono di una situazione debitoria peggiore di quella della Grecia di oggi. La prima lezione che dovremmo trarne è che ci sono molti modi per saldare dei debiti: e non uno solo, come Berlino vorrebbe far intendere ai greci”.
Sul banco degli imputati, non è difficile immaginarlo, soprattutto Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble. “Quando sento i tedeschi dire che sono mossi solo dall’etica e che sono fermamente convinti che i debiti debbano essere pagati, penso: ma questa è una barzelletta! La Germania è esattamente il paese che non ha mai onorato i suoi debiti, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale”. Niente a che vedere con “l’accezione comune di ordine e giustizia: perché se la Germania nel secondo dopoguerra realizzò il boom, fu proprio grazie del fatto che i suoi debiti furono abbattuti, cosa che oggi neghiamo con ferocia ai greci”.
Quello che propone Piketty è chiaro: una grande conferenza europea sul tema dei debiti. Qualcosa di paragonabile, come dimensione strategica, al Piano Marshall. Ma niente del genere è all’orizzonte, anzi. “La verità è che una ristrutturazione dei debiti è inevitabile in molti paesi europei, non soltanto in Grecia.
E invece abbiamo appena perso inutilmente sei mesi di tempo a causa di trattative tutt’altro che trasparenti con Atene”. Non solo. A Schaeuble, che sostiene che una eventuale Grexit addirittura favorirebbe una rinnovata compattazione europea, Piketty risponde con uno scenario opposto: se non cambia passo, l’Unione europea affronterà una crisi di fiducia ancora più grave. “Sarà l’inizio di una lenta agonia, nella quale sacrificheremo all’altare di una politica debitoria irrazionale il modello sociale europeo, persino in termini di democrazia e civilizzazione”. L’ultimo pensiero, e non poteva essere altrimenti, è per la cancellera tedesca Angela Merkel: “Se vuole assicurarsi un posto nella storia, come Kohl con la riunificazione tedesca, deve avere il coraggio di un nuovo inizio. Chi invece oggi insiste nel voler cacciare la Grecia dall’eurozona finirà nella pattumiera della storia”.
La troika sperava che il governo greco avrebbe ceduto o in alternativa si sarebbe dimesso
Non posso biasimare il premier ellenico per aver rimesso tutta la questione nelle mani degli elettori
di Paul Krugman (La Repubblica)
Ad oggi ogni monito riguardo a un’imminente frattura dell’euro si è dimostrato infondato. A dispetto di quanto affermato in fase di campagna elettorale, i governi cedono alle richieste della troika, e parallelamente la Bce interviene per calmare i mercati. Tale dinamica ha permesso di tenere insieme la moneta unica, ma ha al tempo stesso perpetuato un’austerità profondamente distruttiva: non lasciate che qualche trimestre di modesta crescita metta in ombra l’immenso costo di cinque anni di disoccupazione di massa.
Da un puto di vista politico, i grandi perdenti di questa dinamica sono stati i partiti di centro-sinistra, la cui acquiescenza in fase di rigorosa austerità — e il conseguente abbandono di quei valori per i quali avrebbero presumibilmente dovuto battersi — produce danni ben più gravi di quelli che politiche analoghe mietono nel centro-destra.
Ho l’impressione che la troika (credo sia ora di smettere di fingere che qualcosa sia cambiato, e tornare a chiamarla con il vecchio nome) si aspettasse, o quanto meno si augurasse, che nel caso della Grecia la storia si sarebbe ripetuta: o Tsipras avrebbe preso come al solito le distanze dalla maggior parte della propria coalizione, trovandosi probabilmente obbligato a stringere un’alleanza con il centro- destra, o il governo Syriza sarebbe caduto. Cosa che infatti potrebbe ancora accadere.
Tuttavia Tsipras non sembra per ora disposto a lasciarsi cadere sulla propria spada. Anzi: di fronte all’ultimatum posto dalla troika ha indetto un referendum sull’opportunità di accettarlo o meno. La sua scelta produrrà certo grande preoccupazione e numerose dichiarazioni sul suo scarso senso di responsabilità, ma in realtà egli sta facendo la cosa giusta, e per due motivi.
Per cominciare, una vittoria del referendum rafforzerà il governo, conferendogli una legittimità democratica — cosa che in Europa credo conti ancora (e se non contasse occorre saperlo).
In secondo luogo Syriza si è trovato sino ad oggi, politicamente parlando, in una posizione maldestra, con gli elettori furiosi a causa delle crescenti richieste di austerità ma al tempo stesso riluttanti ad abbandonare l’euro. Conciliare queste due tendenze è sempre difficile, è lo è a maggior ragione oggi. Il referendum di fatto chiederà agli elettori di stabilire le proprie priorità, e di conferire a Tsipras il mandato per fare ciò che deve nel caso in cui la troika lo porti a un gesto estremo.
Ritengo che spingerlo sino a questo punto sia stato, da parte dei governi e degli istituti creditori, un atto di mostruosa follia. Eppure lo hanno fatto, e non posso assolutamente biasimare Tsipras per aver rimesso la questione nelle mani degli elettori anziché voltar loro le spalle.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------
“Europa in agonia sono i conservatori ad averla devastata”
“Quando sento dai tedeschi che i debiti vanno onorati, mi viene solo da ridere”
“La Merkel se vuole assicurarsi un posto della storia come Kohl, deve avere il coraggio di un nuovo inizio”
di Roberto Brunelli (La repubblica)
L’Europa sta per essere distrutta. Ma non dai greci e dall’ostinazione di Tsipras e Varoufakis, ma dai “conservatori” del Vecchio Continente, in particolare quelli tedeschi. E’ un Thomas Piketty furente a dire la sua, in un’intervista alla Zeit che il settimanale tedesco pubblica non a caso con grandissimo rilievo. Perché è un j’accuse — quello dell’economista divenuto una star internazionale con il suo “Il capitale del XXI secolo” — che cade come un meteorite in fiamme sulla cronaca greca di questi giorni.
“I conservatori stanno ad un passo dal devastare definitivamente l’idea europea, e lo fanno per colpa di uno spaventoso deficit di memoria storica. In particolare per quello che riguarda i debiti. Proprio la Germania di oggi dovrebbe capire il significato di quello che sta accadendo: dopo la guerra Gran Bretagna, Germania e Francia soffrirono di una situazione debitoria peggiore di quella della Grecia di oggi. La prima lezione che dovremmo trarne è che ci sono molti modi per saldare dei debiti: e non uno solo, come Berlino vorrebbe far intendere ai greci”.
Sul banco degli imputati, non è difficile immaginarlo, soprattutto Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble. “Quando sento i tedeschi dire che sono mossi solo dall’etica e che sono fermamente convinti che i debiti debbano essere pagati, penso: ma questa è una barzelletta! La Germania è esattamente il paese che non ha mai onorato i suoi debiti, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale”. Niente a che vedere con “l’accezione comune di ordine e giustizia: perché se la Germania nel secondo dopoguerra realizzò il boom, fu proprio grazie del fatto che i suoi debiti furono abbattuti, cosa che oggi neghiamo con ferocia ai greci”.
Quello che propone Piketty è chiaro: una grande conferenza europea sul tema dei debiti. Qualcosa di paragonabile, come dimensione strategica, al Piano Marshall. Ma niente del genere è all’orizzonte, anzi. “La verità è che una ristrutturazione dei debiti è inevitabile in molti paesi europei, non soltanto in Grecia.
E invece abbiamo appena perso inutilmente sei mesi di tempo a causa di trattative tutt’altro che trasparenti con Atene”. Non solo. A Schaeuble, che sostiene che una eventuale Grexit addirittura favorirebbe una rinnovata compattazione europea, Piketty risponde con uno scenario opposto: se non cambia passo, l’Unione europea affronterà una crisi di fiducia ancora più grave. “Sarà l’inizio di una lenta agonia, nella quale sacrificheremo all’altare di una politica debitoria irrazionale il modello sociale europeo, persino in termini di democrazia e civilizzazione”. L’ultimo pensiero, e non poteva essere altrimenti, è per la cancellera tedesca Angela Merkel: “Se vuole assicurarsi un posto nella storia, come Kohl con la riunificazione tedesca, deve avere il coraggio di un nuovo inizio. Chi invece oggi insiste nel voler cacciare la Grecia dall’eurozona finirà nella pattumiera della storia”.
Etichette:
Krugman,
La Repubblica,
Piketty,
referendum Grecia
28.6.15
Referendum Grecia: Lettera di Tsipras ai greci e "Il tempo è ora". Documento politico approvato dal comitato nazionale Altra Europa con Tsipras del 21 giugno 2015
«Greche e greci,
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.
In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.
Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.
La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.
Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.
Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.
Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.
Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.
Greche e greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.
La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.
E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.
E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.
In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.
Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».
Alexis Tsipras
------------------------------------------------
Abbiamo detto già molte – troppe – volte che “il tempo è ora”.
Dobbiamo dire oggi che “siamo già oltre”.
1. Per questo dobbiamo prendere noi, e dobbiamo chiedere a tutti i nostri interlocutori politici, sociali e a importanti personalità, un PUBBLICO IMPEGNO, solenne, convinto, a dare concretamente inizio al processo costituente di una forza e di una soggettività politica nuova che abbia – come abbiamo ripetuto fin dalla nostra nascita - l'ambizione di essere alternativa al quadro politico esistente, a quello delle larghe intese tra popolari e socialisti in Europa, e a quello italiano in cui il renzismo ha ormai cancellato non solo le figure ma il concetto stesso della tradizione di sinistra.
Spetta a noi, che ci siamo posti fin dall’inizio il problema della rappresentanza politica come nodo cruciale della crisi di sistema italiana, la responsabilità, grande, di lavorare per superare l’ostacolo dei molteplici progetti concorrenziali a sinistra e creare le condizioni di una coalizione politica e sociale capace di competere – come in Grecia e in Spagna - per una reale alternativa di governo.
Dovrà essere – pena un fallimento che sarebbe ora senza appello – un processo partecipato e democratico, ampio, includente, capace di coinvolgere la moltitudine estesa di chi non sopporta più lo stato di cose esistente e non vuole limitarsi alla testimonianza.
L’adesione a esso di tutte le esperienze organizzate che si muovono alla sinistra del PD ne è la condizione necessaria, perché senza un segnale di superamento dell’attuale frammentazione non c’è credibilità. Ma non sufficiente, perché senza la costruzione di una road map fatta soprattutto di lotte e mobilitazioni, e senza un radicamento sociale, non si uscirebbe dall’ambito penitenziale della irrilevanza.
Per questo il “tavolo” con cui lavorare dovrà essere ampio, molto più esteso di noi, di quello costituito dalle sole forze politiche organizzate e dei nostri tradizionali interlocutori. E non dovrà stare nel chiuso di una stanza, ma estendersi ai “luoghi della vita” e ai territori. In quella sede si definiranno le tappe e le caratteristiche del processo costituente, che non potrà ricalcare le forme verticistiche e pattizie di esperienze come "Sinistra Arcobaleno" o "Rivoluzione civile", ma riprendere l'ispirazione che ci ha unito nel progetto dell'Altra Europa con Tsipras.
Ma da subito la nostra parte la dobbiamo fare. Abbiamo il dovere di lanciare, ancor prima di agosto, un messaggio chiaro e forte: che ci siamo. Che partiamo. Che possiamo farcela. Lo dobbiamo ai tanti che aspettano da troppo tempo. Lo dobbiamo ai greci, lo dobbiamo ai migranti lasciati sugli scogli, lo dobbiamo a chi ogni giorno è umiliato da questo governo. Per questo lavoriamo perché già a luglio ci sia un segno tangibile che il processo si è messo in marcia.
Facciamo sì che sia un “percorso del fare”. Individuiamo fin d’ora nell’iniziativa referendaria sui temi e le lotte più vicini alla vita delle persone un terreno su cui impegnarsi da subito. Impegniamoci a costruire su ogni tema la più larga rete di soggetti, che già ci sono, e già sono attivi, in primo luogo sui temi della scuola e del Jobs Act, dello Sblocca Italia, dell'Italicum, delle controriforme costituzionali.
Costruiamo questo processo in una cornice esplicitamente internazionale: lo si dichiari fin d’ora inscritto nello spazio europeo in cui muovono forze che come noi si battono, a cominciare da Syriza e Podemos, con le quali giungere a esplicite dichiarazioni d’intenti comuni.
Pensiamo sia necessario costruire un unico soggetto alternativo al PD e che faccia riferimento al GUE sul terreno europeo. Anche per questo motivo riteniamo necessario avanzare una proposta sul terreno della forma politica. La nostra casa comune deve tenere insieme forme diverse del fare politica, dell'agire sociale e culturale, della costruzione della rappresentanza, della democrazia diretta, della partecipazione e costruzione del conflitto e delle pratiche mutualistiche. Dunque non un partito unico ma una casa in cui stiano insieme molteplici forme di attivazione e di adesione. Ci prefiggiamo di costruire una nuova modalità dell'agire collettivo e della costruzione della decisione sulla coalizione sociale, politica e culturale.
2. I nostri tempi di azione e di discussione sono drammaticamente inadeguati rispetto alla velocità vertiginosa con cui procedono le cose del mondo che ci sta intorno. Dell’Italia. Dell’Europa.
Dai giorni della nostra assemblea di Roma, lo scenario è già cambiato. In peggio.
Lo sapevamo che l’Europa – la quale da quando siamo nati è sempre stata lo spazio di riferimento della nostra identità e del senso della nostra azione politica – doveva essere cambiata alle radici. Che lì stava la radice della crisi, e dal suo rovesciamento dipendeva la possibilità di sopravvivere a quella crisi. Ma l’Europa come si rivela oggi – l’Europa finita che si mostra senza vergogna – va oltre ogni più cruda visione e pre-visione.
L’Europa che muore l’abbiamo vista a Ventimiglia, a Milano, a Roma Tiburtina – in quei mucchi di cenci trattati come rifiuti e che sono invece umanità.
La vediamo nelle immagini dei vertici di lusso, con le facce patinate dei Commissari che stringono la garrota al collo della Grecia.
Un continente che non sa più dare speranza a nessuno, né a quelli che vengono qui da lontano, né a quanti vi abitano e vi soffrono, è già morto. Comunica un senso di morte che cancella la storia. E la politica. E umilia il pensiero.
Dà il segno di una bancarotta insieme antropologica e politica.
Dobbiamo entrare in quest’ordine d’idee. Per la prima volta è diventato immaginabile, e forse anche possibile, un cedimento strutturale della costruzione europea – finanziario o politico. Viviamo una condizione eccezionale – uno “stato d’eccezione” e di pericolo come mai dopo la seconda guerra mondiale. Per il fallimento verticale delle élite. Per la dissoluzione, rapidissima, delle tradizionali culture politiche (particolarmente drammatico il dissolvimento delle socialdemocrazie). Per l’imbarbarimento antropologico che dilaga. Per il sadismo nei confronti della parte più fragile delle proprie popolazioni, imposto da un’applicazione ottusa e feroce del dogma neo-liberista.
A ogni tornata elettorale nazionale o locale la mappa si fa più chiara: un centro neoliberista che ha ormai assorbito quasi senza resistenza le tradizionali social-democrazie, circondato da un’ondata di protesta e di rifiuto in chiave populista che soprattutto a nord e a est assume il colore fosco della xenofobia e del razzismo. Solo sul versante mediterraneo, in Grecia e in Spagna (oltre che in Irlanda), la resistenza si esprime con forme di radicalità democratica e solidaristica.
Il che ci dice che l’unico antidoto in grado di resistere alla deriva fascistoide e alla mobilitazione del disumano dentro la crisi europea è l’esistenza di una sinistra forte, radicata e radicale, determinata e con chiarezza alternativa all’intero paradigma neo-liberista. Siamo convinti che la costruzione di una sinistra radicata, popolare e capace di raccogliere consenso, oggi si possa costruire nella radicale alternatività, a tutti i livelli e per ragioni diverse al PD e alle destre. Alternatività non solo a livello elettorale, a partire dalle prossime competizioni amministrative, ma anche nelle pratiche politiche, nella riconnessione di sociale e politico per modificare i rapporti di forza e sulla questione morale.
Per questo la nostra responsabilità è oggi enorme. Nel contribuire alla formazione di quella nuova coalizione sociale e politica a dimensione europea – a cominciare dall’asse Mediterraneo – capace di alimentare vere e proprie lotte di liberazione, europee e nazionali, contro l’austerità e la Troika, com’è nel nostro progetto originario. Sul terreno sociale, politico e culturale, per contrastare la deriva xenofoba, razzista e oscurantista che si registra sul terreno del consenso e del senso comune. La dimensione europea è e deve essere per noi fondativa della costruzione del soggetto unitario.
La costruzione anche in Italia di una AAA (Alleanza contro le politiche di austerità) è un punto fondamentale per la realizzazione della mobilitazione del prossimo autunno, così come pensiamo sia fondamentale. Che Altra Europa promuova iniziative unitarie sui nodi cruciali del rapporto Europa-Italia: dal TTIP che determinerebbe un ulteriore processo di deregolamentazione a scapito della sovranità popolare, alla questione dei/delle migranti, per noi cruciale perché si parla della possibilità o meno che questa UE resti umana, alla questione dei diritti di libertà e dei diritti civili di donne e uomini. È evidente che la nostra alternatività al socialismo europeo come responsabile delle politiche di austerità e al PD che le incarna in Italia, si fonda su questioni politiche dirimenti.
3. Renzi oggi è più debole. Ma proprio per questo più pericoloso (la vicenda della scuola insegna): da una parte continua a picconare quanto rimane dei residui culturali e istituzionali di quella che un tempo era la sinistra, dall’altra alimenta con la propria azione e i propri fallimenti in campo economico i peggiori sentimenti di chi risponde a una condizione sociale bloccata nella crisi accodandosi alla peggior destra fascistoide alla Salvini. E noi siamo spaventosamente inadeguati. Noi, TUTTI.
Se un dato è emerso chiaro dalle recenti elezioni amministrative è che oggi, a sinistra, non c’è salvezza per nessuno al di fuori di un processo unitario che superi, rapidamente – bisognerebbe dire istantaneamente – l’attuale frammentazione e il messaggio d’impotenza che trasmette. Le uniche realtà in cui si sono ottenuti risultati positivi – tali cioè da dimostrare che esiste una forza in campo, in grado di dire che “si può” senza rischiare l’assoluta irrilevanza, come la Toscana e la Liguria – sono quelle in cui si sono presentate liste chiaramente unitarie e anche, in qualche modo, capaci di comunicare qualche segnale, sia pur timido, di innovazione.
D’altra parte la geografia politica emersa da quel voto, e resa cogente dall’Italicum, in particolare dal sistema del ballottaggio, strutturata su un tripolarismo con PD, 5Stelle e destra ad egemonia salviniana tutti in competizione per il premio al ballottaggio, ci costringe a mettere in campo, in fretta, una proposta che faccia da quarto incomodo, pena l’evaporazione di tutta la nostra area nella logica del voto utile (questa volta non più tanto al PD quanto ai 5 stelle) o nell’astensione. Esigenza resa tanto più impellente dall’accelerazione in senso xenofobo e imbarbarito delle posizioni sui migranti, di cui la volgare e disgustosa uscita di Grillo è un segnale inquietante (la corsa all’elettorato di destra è partita, e sarà feroce, nel nome della difesa degli interessi degli italiani).
Abbiamo la responsabilità di costruire un’alternativa politica ed elettorale efficace e credibile al PD renziano che ha indubbiamente perso la propria “spinta propulsiva”, ma che continua a occupare prepotentemente lo spazio politico italiano e a proseguire l’azione di manomissione della democrazia e di disgregazione della società che l’ha caratterizzato fin dall’inizio. Sempre più chiaramente il renzismo è l'ultima tappa nella perdita di senso del Paese: per questo non solo va fermato, ma contrastato con un’alternativa chiara, di governo e di sistema.
Altra Europa con Tsipras
approvato dal Comitato Nazionale il 21/6/2015
da sei mesi il governo greco conduce una battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista, con l’obiettivo di applicare il vostro mandato del 25 gennaio a trattare con i partner europei, per porre fine all’austerity e far tornare il nostro paese al benessere e alla giustizia sociale. Per un accordo che possa essere durevole, e rispetti sia la democrazia che le comuni regole europee e che ci conduca a una definitiva uscita dalla crisi.
In tutto questo periodo di trattative ci è stato chiesto di applicare gli accordi di memorandum presi dai governi precedenti, malgrado il fatto che questi stessi siano stati condannati in modo categorico dal popolo greco alle ultime elezioni. Ma neanche per un momento abbiamo pensato di soccombere, di tradire la vostra fiducia.
Dopo cinque mesi di trattative molto dure, i nostri partner, sfortunatamente, nell’eurogruppo dell’altro ieri (giovedì n.d.t.) hanno consegnato una proposta di ultimatum indirizzata alla Repubblica e al popolo greco. Un ultimatum che è contrario, non rispetta i principi costitutivi e i valori dell’Europa, i valori della nostra comune casa europea. È stato chiesto al governo greco di accettare una proposta che carica nuovi e insopportabili pesi sul popolo greco e minaccia la ripresa della società e dell’economia, non solo mantenendo l’insicurezza generale, ma anche aumentando in modo smisurato le diseguaglianze sociali.
La proposta delle istituzioni comprende misure che prevedono una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, nuove diminuzioni dei salari del settore pubblico e anche l’aumento dell’IVA per i generi alimentari, per il settore della ristorazione e del turismo, e nello stesso tempo propone l’abolizione degli alleggerimenti fiscali per le isole della Grecia. Queste misure violano in modo diretto le conquiste comuni europee e i diritti fondamentali al lavoro, all’eguaglianza e alla dignità; e sono la prova che l’obiettivo di qualcuno dei nostri partner delle istituzioni non era un accordo durevole e fruttuoso per tutte le parti ma l’umiliazione di tutto il popolo greco.
Queste proposte mettono in evidenza l’attaccamento del Fondo Monetario Internazionale a una politica di austerity dura e vessatoria, e rendono più che mai attuale il bisogno che le leadership europee siano all’altezza della situazione e prendano delle iniziative che pongano finalmente fine alla crisi greca del debito pubblico, una crisi che tocca anche altri paesi europei minacciando lo stesso futuro dell’unità europea.
Greche e greci,
in questo momento pesa su di noi una responsabilità storica davanti alle lotte e ai sacrifici del popolo greco per garantire la Democrazia e la sovranità nazionale, una responsabilità davanti al futuro del nostro paese. E questa responsabilità ci obbliga a rispondere all’ultimatum secondo la volontà sovrana del popolo greco.
Poche ore fa (venerdì sera n.d.t.) si è tenuto il Consiglio dei Ministri al quale avevo proposto un referendum perché sia il popolo greco sovrano a decidere. La mia proposta è stata accettata all’unanimità.
Domani (oggi n.d.t.) si terrà l’assemblea plenaria del parlamento per deliberare sulla proposta del Consiglio dei Ministri riguardo la realizzazione di un referendum domenica 5 luglio che abbia come oggetto l’accettazione o il rifiuto della proposta delle istituzioni.
Ho già reso nota questa nostra decisione al presidente francese, alla cancelliera tedesca e al presidente della Banca Europea, e domani con una mia lettera chiederò ai leader dell’Unione Europea e delle istituzioni un prolungamento di pochi giorni del programma (di aiuti n.d.t.) per permettere al popolo greco di decidere libero da costrizioni e ricatti come è previsto dalla Costituzione del nostro paese e dalla tradizione democratica dell’Europa.
Greche e greci,
a questo ultimatum ricattatorio che ci propone di accettare una severa e umiliante austerity senza fine e senza prospettiva di ripresa sociale ed economica, vi chiedo di rispondere in modo sovrano e con fierezza, come insegna la storia dei greci. All’autoritarismo e al dispotismo dell’austerity persecutoria rispondiamo con democrazia, sangue freddo e determinazione.
La Grecia è il paese che ha fatto nascere la democrazia, e perciò deve dare una risposta vibrante di Democrazia alla comunità europea e internazionale.
E prendo io personalmente l’impegno di rispettare il risultato di questa vostra scelta democratica qualsiasi esso sia.
E sono del tutto sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia della nostra patria e manderà un messaggio di dignità in tutto il mondo.
In questi momenti critici dobbiamo tutti ricordare che l’Europa è la casa comune dei suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è e rimarrà una parte imprescindibile dell’Europa, e l’Europa è parte imprescindibile della Grecia. Tuttavia un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza bussola.
Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo».
Alexis Tsipras
------------------------------------------------
Abbiamo detto già molte – troppe – volte che “il tempo è ora”.
Dobbiamo dire oggi che “siamo già oltre”.
1. Per questo dobbiamo prendere noi, e dobbiamo chiedere a tutti i nostri interlocutori politici, sociali e a importanti personalità, un PUBBLICO IMPEGNO, solenne, convinto, a dare concretamente inizio al processo costituente di una forza e di una soggettività politica nuova che abbia – come abbiamo ripetuto fin dalla nostra nascita - l'ambizione di essere alternativa al quadro politico esistente, a quello delle larghe intese tra popolari e socialisti in Europa, e a quello italiano in cui il renzismo ha ormai cancellato non solo le figure ma il concetto stesso della tradizione di sinistra.
Spetta a noi, che ci siamo posti fin dall’inizio il problema della rappresentanza politica come nodo cruciale della crisi di sistema italiana, la responsabilità, grande, di lavorare per superare l’ostacolo dei molteplici progetti concorrenziali a sinistra e creare le condizioni di una coalizione politica e sociale capace di competere – come in Grecia e in Spagna - per una reale alternativa di governo.
Dovrà essere – pena un fallimento che sarebbe ora senza appello – un processo partecipato e democratico, ampio, includente, capace di coinvolgere la moltitudine estesa di chi non sopporta più lo stato di cose esistente e non vuole limitarsi alla testimonianza.
L’adesione a esso di tutte le esperienze organizzate che si muovono alla sinistra del PD ne è la condizione necessaria, perché senza un segnale di superamento dell’attuale frammentazione non c’è credibilità. Ma non sufficiente, perché senza la costruzione di una road map fatta soprattutto di lotte e mobilitazioni, e senza un radicamento sociale, non si uscirebbe dall’ambito penitenziale della irrilevanza.
Per questo il “tavolo” con cui lavorare dovrà essere ampio, molto più esteso di noi, di quello costituito dalle sole forze politiche organizzate e dei nostri tradizionali interlocutori. E non dovrà stare nel chiuso di una stanza, ma estendersi ai “luoghi della vita” e ai territori. In quella sede si definiranno le tappe e le caratteristiche del processo costituente, che non potrà ricalcare le forme verticistiche e pattizie di esperienze come "Sinistra Arcobaleno" o "Rivoluzione civile", ma riprendere l'ispirazione che ci ha unito nel progetto dell'Altra Europa con Tsipras.
Ma da subito la nostra parte la dobbiamo fare. Abbiamo il dovere di lanciare, ancor prima di agosto, un messaggio chiaro e forte: che ci siamo. Che partiamo. Che possiamo farcela. Lo dobbiamo ai tanti che aspettano da troppo tempo. Lo dobbiamo ai greci, lo dobbiamo ai migranti lasciati sugli scogli, lo dobbiamo a chi ogni giorno è umiliato da questo governo. Per questo lavoriamo perché già a luglio ci sia un segno tangibile che il processo si è messo in marcia.
Facciamo sì che sia un “percorso del fare”. Individuiamo fin d’ora nell’iniziativa referendaria sui temi e le lotte più vicini alla vita delle persone un terreno su cui impegnarsi da subito. Impegniamoci a costruire su ogni tema la più larga rete di soggetti, che già ci sono, e già sono attivi, in primo luogo sui temi della scuola e del Jobs Act, dello Sblocca Italia, dell'Italicum, delle controriforme costituzionali.
Costruiamo questo processo in una cornice esplicitamente internazionale: lo si dichiari fin d’ora inscritto nello spazio europeo in cui muovono forze che come noi si battono, a cominciare da Syriza e Podemos, con le quali giungere a esplicite dichiarazioni d’intenti comuni.
Pensiamo sia necessario costruire un unico soggetto alternativo al PD e che faccia riferimento al GUE sul terreno europeo. Anche per questo motivo riteniamo necessario avanzare una proposta sul terreno della forma politica. La nostra casa comune deve tenere insieme forme diverse del fare politica, dell'agire sociale e culturale, della costruzione della rappresentanza, della democrazia diretta, della partecipazione e costruzione del conflitto e delle pratiche mutualistiche. Dunque non un partito unico ma una casa in cui stiano insieme molteplici forme di attivazione e di adesione. Ci prefiggiamo di costruire una nuova modalità dell'agire collettivo e della costruzione della decisione sulla coalizione sociale, politica e culturale.
2. I nostri tempi di azione e di discussione sono drammaticamente inadeguati rispetto alla velocità vertiginosa con cui procedono le cose del mondo che ci sta intorno. Dell’Italia. Dell’Europa.
Dai giorni della nostra assemblea di Roma, lo scenario è già cambiato. In peggio.
Lo sapevamo che l’Europa – la quale da quando siamo nati è sempre stata lo spazio di riferimento della nostra identità e del senso della nostra azione politica – doveva essere cambiata alle radici. Che lì stava la radice della crisi, e dal suo rovesciamento dipendeva la possibilità di sopravvivere a quella crisi. Ma l’Europa come si rivela oggi – l’Europa finita che si mostra senza vergogna – va oltre ogni più cruda visione e pre-visione.
L’Europa che muore l’abbiamo vista a Ventimiglia, a Milano, a Roma Tiburtina – in quei mucchi di cenci trattati come rifiuti e che sono invece umanità.
La vediamo nelle immagini dei vertici di lusso, con le facce patinate dei Commissari che stringono la garrota al collo della Grecia.
Un continente che non sa più dare speranza a nessuno, né a quelli che vengono qui da lontano, né a quanti vi abitano e vi soffrono, è già morto. Comunica un senso di morte che cancella la storia. E la politica. E umilia il pensiero.
Dà il segno di una bancarotta insieme antropologica e politica.
Dobbiamo entrare in quest’ordine d’idee. Per la prima volta è diventato immaginabile, e forse anche possibile, un cedimento strutturale della costruzione europea – finanziario o politico. Viviamo una condizione eccezionale – uno “stato d’eccezione” e di pericolo come mai dopo la seconda guerra mondiale. Per il fallimento verticale delle élite. Per la dissoluzione, rapidissima, delle tradizionali culture politiche (particolarmente drammatico il dissolvimento delle socialdemocrazie). Per l’imbarbarimento antropologico che dilaga. Per il sadismo nei confronti della parte più fragile delle proprie popolazioni, imposto da un’applicazione ottusa e feroce del dogma neo-liberista.
A ogni tornata elettorale nazionale o locale la mappa si fa più chiara: un centro neoliberista che ha ormai assorbito quasi senza resistenza le tradizionali social-democrazie, circondato da un’ondata di protesta e di rifiuto in chiave populista che soprattutto a nord e a est assume il colore fosco della xenofobia e del razzismo. Solo sul versante mediterraneo, in Grecia e in Spagna (oltre che in Irlanda), la resistenza si esprime con forme di radicalità democratica e solidaristica.
Il che ci dice che l’unico antidoto in grado di resistere alla deriva fascistoide e alla mobilitazione del disumano dentro la crisi europea è l’esistenza di una sinistra forte, radicata e radicale, determinata e con chiarezza alternativa all’intero paradigma neo-liberista. Siamo convinti che la costruzione di una sinistra radicata, popolare e capace di raccogliere consenso, oggi si possa costruire nella radicale alternatività, a tutti i livelli e per ragioni diverse al PD e alle destre. Alternatività non solo a livello elettorale, a partire dalle prossime competizioni amministrative, ma anche nelle pratiche politiche, nella riconnessione di sociale e politico per modificare i rapporti di forza e sulla questione morale.
Per questo la nostra responsabilità è oggi enorme. Nel contribuire alla formazione di quella nuova coalizione sociale e politica a dimensione europea – a cominciare dall’asse Mediterraneo – capace di alimentare vere e proprie lotte di liberazione, europee e nazionali, contro l’austerità e la Troika, com’è nel nostro progetto originario. Sul terreno sociale, politico e culturale, per contrastare la deriva xenofoba, razzista e oscurantista che si registra sul terreno del consenso e del senso comune. La dimensione europea è e deve essere per noi fondativa della costruzione del soggetto unitario.
La costruzione anche in Italia di una AAA (Alleanza contro le politiche di austerità) è un punto fondamentale per la realizzazione della mobilitazione del prossimo autunno, così come pensiamo sia fondamentale. Che Altra Europa promuova iniziative unitarie sui nodi cruciali del rapporto Europa-Italia: dal TTIP che determinerebbe un ulteriore processo di deregolamentazione a scapito della sovranità popolare, alla questione dei/delle migranti, per noi cruciale perché si parla della possibilità o meno che questa UE resti umana, alla questione dei diritti di libertà e dei diritti civili di donne e uomini. È evidente che la nostra alternatività al socialismo europeo come responsabile delle politiche di austerità e al PD che le incarna in Italia, si fonda su questioni politiche dirimenti.
3. Renzi oggi è più debole. Ma proprio per questo più pericoloso (la vicenda della scuola insegna): da una parte continua a picconare quanto rimane dei residui culturali e istituzionali di quella che un tempo era la sinistra, dall’altra alimenta con la propria azione e i propri fallimenti in campo economico i peggiori sentimenti di chi risponde a una condizione sociale bloccata nella crisi accodandosi alla peggior destra fascistoide alla Salvini. E noi siamo spaventosamente inadeguati. Noi, TUTTI.
Se un dato è emerso chiaro dalle recenti elezioni amministrative è che oggi, a sinistra, non c’è salvezza per nessuno al di fuori di un processo unitario che superi, rapidamente – bisognerebbe dire istantaneamente – l’attuale frammentazione e il messaggio d’impotenza che trasmette. Le uniche realtà in cui si sono ottenuti risultati positivi – tali cioè da dimostrare che esiste una forza in campo, in grado di dire che “si può” senza rischiare l’assoluta irrilevanza, come la Toscana e la Liguria – sono quelle in cui si sono presentate liste chiaramente unitarie e anche, in qualche modo, capaci di comunicare qualche segnale, sia pur timido, di innovazione.
D’altra parte la geografia politica emersa da quel voto, e resa cogente dall’Italicum, in particolare dal sistema del ballottaggio, strutturata su un tripolarismo con PD, 5Stelle e destra ad egemonia salviniana tutti in competizione per il premio al ballottaggio, ci costringe a mettere in campo, in fretta, una proposta che faccia da quarto incomodo, pena l’evaporazione di tutta la nostra area nella logica del voto utile (questa volta non più tanto al PD quanto ai 5 stelle) o nell’astensione. Esigenza resa tanto più impellente dall’accelerazione in senso xenofobo e imbarbarito delle posizioni sui migranti, di cui la volgare e disgustosa uscita di Grillo è un segnale inquietante (la corsa all’elettorato di destra è partita, e sarà feroce, nel nome della difesa degli interessi degli italiani).
Abbiamo la responsabilità di costruire un’alternativa politica ed elettorale efficace e credibile al PD renziano che ha indubbiamente perso la propria “spinta propulsiva”, ma che continua a occupare prepotentemente lo spazio politico italiano e a proseguire l’azione di manomissione della democrazia e di disgregazione della società che l’ha caratterizzato fin dall’inizio. Sempre più chiaramente il renzismo è l'ultima tappa nella perdita di senso del Paese: per questo non solo va fermato, ma contrastato con un’alternativa chiara, di governo e di sistema.
Altra Europa con Tsipras
approvato dal Comitato Nazionale il 21/6/2015
Etichette:
Altra Europa,
referendum Grecia,
Tsipras,
Unione Europea
24.6.15
L’ideologia che condiziona i risultati
Mario Deaglio (La Stampa)
Pensavamo che il rinvio sistematico delle decisioni politicamente scomode fosse una prassi tipicamente italiana; dobbiamo constatare che sta rapidamente diventando una prassi europea. E’ questa, infatti, l’ottava volta da febbraio che una riunione sul debito greco, indicata come «decisiva» alla vigilia, si conclude con un rinvio. Una simile lentezza su una questione nella quale le cifre in gioco, pur importanti, non sono colossali pare dovuta a tre motivi diversi.
Il primo è il «rischio finanziario», ossia il pericolo che il debito greco provochi un effetto-valanga, travolgendo le banche (greche e di altri Paesi) che detengono i titoli di questo debito. Il loro valore crollerebbe in caso di non pagamento, il crollo coinvolgerebbe anche gli operatori che hanno nel loro portafoglio i titoli di queste banche. Si innescherebbe una catena mondiale di forti ripercussioni negative, come successe per la banca americana Lehman Brothers, con il pericolo di nuova recessione mondiale.
In realtà, questo rischio appare ben controllato perché la maggior parte del debito greco è ora sottratta alle normali contrattazioni, essendo detenuta da grandi istituzioni europee e internazionali che, pur con un segno meno in bilancio, non sarebbero compromesse da queste perdite.
La vera paura, che attanaglia mercati e governi, è un’altra: visto il parziale condono alla Grecia del debito, altri Paesi indebitati potrebbero mettersi sulla stessa strada. Perché il Portogallo, che sopporta, senza contestare Bruxelles, misure economiche molto gravose, a causa dei suoi debiti, dovrebbe continuare a essere «virtuoso», visto che un grande accordo sul debito greco dimostrerebbe che la virtù finanziaria non paga? Perché, la Spagna - che tra qualche mese potrebbe essere governata da Podemos - non dovrebbe opporsi alla continuazione di pesanti misure di austerità?
Questo rischio - che si può definire «rischio politico» - non è facile da controllare e rende particolarmente inquieta un’Unione Europea che vede aprirsi così, la strada della propria disgregazione. Per questo si sta facendo strada l’idea che, anche nel caso di un’uscita della Grecia dall’euro, dovrebbe essere fissato l’obiettivo del suo rientro: l’Unione Europea dovrebbe essere pronta, oltre ad accettare un lunghissimo prolungamento del periodo di restituzione, anche a finanziare trasformazioni produttive dell’economia ellenica, senza le quali, dentro o fuori dell’euro, l’economia greca rimarrebbe disastrata.
Il rischio che però intimorisce di più la comunità internazionale è quello di cui si parla di meno e che potrebbe essere definito il «rischio ideologico». Alcuni mesi fa, in diverse occasioni, il primo ministro greco, Alexis Tsipras, definì come «ricatto alla democrazia» l’intimazione al suo Paese di restituire, alle date concordate, quanto ricevuto in prestito. Affermando implicitamente che «la democrazia passa davanti al debito», Tsipras ha sostenuto che uno stato democratico potrebbe legittimamente non pagare, specie se i creditori sono banche straniere.
Andando ancora più in là, non manca chi sommariamente invoca la distruzione della ricchezza finanziaria, che deriverebbe da una nuova crisi, e una «ripartenza da zero». In questo caso, la Grecia potrebbe diventare la testa di ponte di un nuovo movimento mondiale per il non pagamento del debito estero, finalizzato al superamento dell’attuale ordine economico. Le potenzialità «sovversive» di questa posizione spiegano, tra l’altro, il tentativo del cancelliere tedesco, Angela Merkel, di evitare a ogni costo uno scontro nel quale un sistema di mercato come l’attuale, che si vanta di aver superato le ideologie, sarebbe particolarmente vulnerabile
Nell’attuale crisi, solo alla minuscola Islanda è riuscito di non pagare il debito, ma ha dovuto ugualmente accettare dure misure di austerità che ne hanno rimesso in piedi l’economia. Prima dell’economia, però, il dilemma posto dalla Grecia è una questione di grandi scelte preliminari, di ideologia, appunto. Nell’«Edipo Re», una delle più importanti tragedie greche, rispondendo all’indovinello della Sfinge, Edipo diede il via ad avvenimenti terribili e luttuosi. Per questo, finché può, a Bruxelles si preferisce rinviare o rallentare, non rispondere agli indovinelli.
Pensavamo che il rinvio sistematico delle decisioni politicamente scomode fosse una prassi tipicamente italiana; dobbiamo constatare che sta rapidamente diventando una prassi europea. E’ questa, infatti, l’ottava volta da febbraio che una riunione sul debito greco, indicata come «decisiva» alla vigilia, si conclude con un rinvio. Una simile lentezza su una questione nella quale le cifre in gioco, pur importanti, non sono colossali pare dovuta a tre motivi diversi.
Il primo è il «rischio finanziario», ossia il pericolo che il debito greco provochi un effetto-valanga, travolgendo le banche (greche e di altri Paesi) che detengono i titoli di questo debito. Il loro valore crollerebbe in caso di non pagamento, il crollo coinvolgerebbe anche gli operatori che hanno nel loro portafoglio i titoli di queste banche. Si innescherebbe una catena mondiale di forti ripercussioni negative, come successe per la banca americana Lehman Brothers, con il pericolo di nuova recessione mondiale.
In realtà, questo rischio appare ben controllato perché la maggior parte del debito greco è ora sottratta alle normali contrattazioni, essendo detenuta da grandi istituzioni europee e internazionali che, pur con un segno meno in bilancio, non sarebbero compromesse da queste perdite.
La vera paura, che attanaglia mercati e governi, è un’altra: visto il parziale condono alla Grecia del debito, altri Paesi indebitati potrebbero mettersi sulla stessa strada. Perché il Portogallo, che sopporta, senza contestare Bruxelles, misure economiche molto gravose, a causa dei suoi debiti, dovrebbe continuare a essere «virtuoso», visto che un grande accordo sul debito greco dimostrerebbe che la virtù finanziaria non paga? Perché, la Spagna - che tra qualche mese potrebbe essere governata da Podemos - non dovrebbe opporsi alla continuazione di pesanti misure di austerità?
Questo rischio - che si può definire «rischio politico» - non è facile da controllare e rende particolarmente inquieta un’Unione Europea che vede aprirsi così, la strada della propria disgregazione. Per questo si sta facendo strada l’idea che, anche nel caso di un’uscita della Grecia dall’euro, dovrebbe essere fissato l’obiettivo del suo rientro: l’Unione Europea dovrebbe essere pronta, oltre ad accettare un lunghissimo prolungamento del periodo di restituzione, anche a finanziare trasformazioni produttive dell’economia ellenica, senza le quali, dentro o fuori dell’euro, l’economia greca rimarrebbe disastrata.
Il rischio che però intimorisce di più la comunità internazionale è quello di cui si parla di meno e che potrebbe essere definito il «rischio ideologico». Alcuni mesi fa, in diverse occasioni, il primo ministro greco, Alexis Tsipras, definì come «ricatto alla democrazia» l’intimazione al suo Paese di restituire, alle date concordate, quanto ricevuto in prestito. Affermando implicitamente che «la democrazia passa davanti al debito», Tsipras ha sostenuto che uno stato democratico potrebbe legittimamente non pagare, specie se i creditori sono banche straniere.
Andando ancora più in là, non manca chi sommariamente invoca la distruzione della ricchezza finanziaria, che deriverebbe da una nuova crisi, e una «ripartenza da zero». In questo caso, la Grecia potrebbe diventare la testa di ponte di un nuovo movimento mondiale per il non pagamento del debito estero, finalizzato al superamento dell’attuale ordine economico. Le potenzialità «sovversive» di questa posizione spiegano, tra l’altro, il tentativo del cancelliere tedesco, Angela Merkel, di evitare a ogni costo uno scontro nel quale un sistema di mercato come l’attuale, che si vanta di aver superato le ideologie, sarebbe particolarmente vulnerabile
Nell’attuale crisi, solo alla minuscola Islanda è riuscito di non pagare il debito, ma ha dovuto ugualmente accettare dure misure di austerità che ne hanno rimesso in piedi l’economia. Prima dell’economia, però, il dilemma posto dalla Grecia è una questione di grandi scelte preliminari, di ideologia, appunto. Nell’«Edipo Re», una delle più importanti tragedie greche, rispondendo all’indovinello della Sfinge, Edipo diede il via ad avvenimenti terribili e luttuosi. Per questo, finché può, a Bruxelles si preferisce rinviare o rallentare, non rispondere agli indovinelli.
23.6.15
Intervista a Paolo Poli [Ndr: dedicato a tutti i giovani che nascono già vecchi]
Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"
Privazioni: “Consumo un pasto al giorno, ormai ho uno stomachino”. Soprannomi: “Sa come chiamavano Visconti? Il mostro della Via Salaria”. Concessioni: “Niente caffè e niente frutta, bevo solo un liquorino”. Mezzogiorno è alle spalle e nel ristorante a pochi metri da Piazza Navona Paolo Poli lo chiamano maestro: “La gente mi vuol bene perché mi vede poco”.
Torme di turisti gli passano accanto senza far caso al papillon che stringe il collo ai suoi 86 anni: “Ho fatto un mestiere in cui travestendomi, dimenticavo la mia modesta esistenza borghese, ho lavorato sempre per conto mio, ho visto un’epoca bella e sono arrivato a un’età ragguardevole, cosa dovrei augurarmi ancora?”.
Da ieri, a 4 decenni dall’ultima volta: “Il programma era Babau 70, i democristiani non volevano uno sketch, i socialisti eccepivano su un altro e di veto in veto la trasmissione venne mandata in onda solo nel 1976” Poli è tornato in televisione. Su Rai 3, per otto settimane, con voluta citazione dell’amico Palazzeschi nel titolo:“E lasciatemi divertire” l’attore che diffida dei propri simili: “Sono terribili, non li frequento, ma faccio un’eccezione per il mio compagno di avventura Pino Strabioli che non ha i tipici difetti della categoria e non passa le giornate a parlar male degli altri” e non ama il narcisismo:
“Quando ero giovane e bella le foto non me le han fatte, escludo di mettermi in posa adesso” metterà in vetrina un viaggio tra vizi e virtù, peccati capitali e innocenti deviazioni biografiche. Moravia, Fellini, Maria Callas, Ave Ninchi, Sandra Mondaini, Laura Betti: “Laura diceva che Roma era una città di campagna”.
Aveva ragione?
A Pasqua si andava fuori porta a vedere i ciclamini. Eravamo poveri e si mangiava poco, ma quel poco ci bastava. Quanta fame ci ha tolto Mario Soldati.
Soldati sfamava lei e Betti?
Ci venne incontro in Via Condotti: “Povere piccoline, cosa fate in giro da sole?”, “siamo due orfanelle affamate”, “venite a casa mia”. Ci fece salire. Tirò fuori la pasta ed esplorò il frigorifero. Non c’era niente. Neanche un pomodoro. Mangiammo spaghetti al Whisky. Buonissimi. Mario, un grande artista, era innamorato pazzo di Alida Valli.
Una volta si nascose in un tappeto mentre Valli e Dino Risi ascoltavano un disco di Sinatra. Lo tradì la tosse: “Non so come sono finito qui dentro”.
Per descrivere la fantasia di Soldati basterebbero i suoi film. Piccolo mondo antico, Eugenia Grandet. Cose alte. Argute. Valli me la ricordo bene. Abitava qui dietro. La vedevo uscire vecchia, vecchia. Molto presto di mattina. Con la miseria di una pensione avara andava a comprare un po’ di pane.
È avara anche la sua?
Avarissima. Non c’è una lira, ma chi se ne frega. Tra una marchetta e l’altra qualcosa arriverà.
Poli non fa marchette.
Le facciamo tutti. Bisogna sopravvivere. Negli ultimi due anni ho recitato senza incassare un cazzo. Ho contattato un avvocato e provato a far valere le mie ragioni.
Risultato?
Alcuni comuni del sud mi hanno proposto di pagarmi un quarto di quanto avevano pattuito. Altri sono spariti.
In Aprile aveva annunciato il ritiro dalle scene.
Era un paradosso. È diventato titolo sensazionalistico. E si è infine trasformato in epitaffio. Di quei soldi non piglierò mai nulla. Per chi ti deve pagare, uno che si ritira è già bell’e morto. Ma non importa. Ho visto Giorgio Albertazzi partecipare a un talent. Mi ha fatto pena.
Lei a un talent show non parteciperebbe?
Esiste un limite. Comunque sono abituato a vivere in povertà. Ho visto una Guerra Mondiale. Ho vissuto nella miseria successiva al conflitto. Mi sta bene anche la miseria, purché mi permetta di rimanere signore. Un po’ di vino lo vuole?
Si è sentito signore a duettare con Strabioli in “E lasciatemi divertire”?
È stato un piacere, anche se i tempi, è ovvio, sono cambiati. Domina la fretta. Quando mi sembrava di aver fatto delle papere, chiedevo di ripetere la scena e mi sussurravano rassicuranti: “Ma no, non c’è problema, va benissimo”.
Buona la prima.
Sul set me lo diceva anche Alessandro Blasetti: “Buona la prima, ma la fica è meglio. Fammene un’altra”. Con lui girai un filmettino. Quando nelle pause raccontava la storia del comunista che si fa una sega e succhia il proprio sperma così mangia, beve e non spende, mi mandava via. Sapeva che ero comunista, ma ignorava che avessi l’orecchio lungo.
Storia tremenda.
Che le devo dire? Le maestranze ridevano senza ritegno. C’era un po’ di cameratismo. Blasetti diceva cose tremende, ma era antropologicamente interessante. Durante il regime si era potuto permettere qualsiasi libertà perché Mussolini lo adorava e gli lasciava fare quel che voleva.
Lei per il cinema ha lavorato poco.
Ero negata. Ma al cinema andavo sempre. Entrare in sala era una grande gioia. Quando alla cineteca di Bologna restaurarono La bellezza del diavolo di René Clair mi fiondai come mi fiondavo da ragazzo. Alla sede del fascio, dove non chiedevano il documento d’identità, avevo visto Clara Calamai con le poppe al vento e il culo stracciato proprio in un film di Blasetti.
Dopo il seno di Vittoria Carpi in La corona di ferro, Blasetti mostrò quello di Calamai ne La cena delle beffe.
Il film era un polpettone insostenibile, ma in America era piaciuto ai fratelli Barrymore.
Il cinema era un’occasione utile agli amori di contrabbando?
Ero bello, ero giovane, non avevo bisogno di espedienti. Però una volta in un cinemetto dei preti ho visto un signore con la chiusura lampo al contrario. Ce l’aveva sul buco del culo e in piedi, senza scomporsi, lo prendeva da dietro. Stratagemma geniale.
In certe epoche l’omosessualità era costretta al buio di una sala?
I miei amici finocchi si sposavano tutti. La famigliola ordinata. Le foto. I passeggini. L’utilitaria. Il televisore al centro del salone. Poi li incontravi in stazione in strani orari e in vesti più colorate. Vicino ai cessi. A Firenze il più famoso lo chiamavano latrin lover. Eravamo 6 fratelli, l’unico che ha trombato senza fare i figlioli sono io. Non me ne pento. Si morde e si fugge.
Lei da Firenze si trasferì a Roma.
Per fortuna. Laura Betti la incontrai presto. Sa la prima cosa che mi disse? “Sei una scema, una stupida e una cretina”. Mi parlava al femminile. Mi diede un frou frou che non so dirle.
Le piaceva?
Eravamo belle, giovani e magre. Una volta con Laura tirammo avanti per una settimana a Whisky e noccioline. Si andava dagli americani. Lei parlava in inglese e io in francese. Cercavamo di piacere in tutti i modi. Cantammo anche insieme. Avevo una parrucca bionda. Biondo Kessler perché tutto ciò che era biondo nell’immaginario rimandava solo alle gemelle.
Una parrucca bionda.
Buona per una donna di facili costumi come per un finocchio. Tingersi non era una nostra esclusiva prerogativa, anche se alla tintura io e Laura aggiungevamo una puntina di verde. Con il nostro preparato Milva esagerò. Uscì in scena a Bologna con la testa tutta verde. “Oh, rimani così per 3 o 4 giorni, cretina- le dissi- non ti andar subito a ricuocere di rosso”. Strehler le faceva tutte rosse. Tipo Rhonda Fleming. Maiale dalle dubbie capacità recitative, ma capaci di far sentire male gli uomini. Le rosse salivano sul palco e ai maschi diventava duro.
I ruoli definiti in certi spazi si confondevano. Al fondo Pasolini, Laura Betti dominava la scena apostrofando al femminile anche Emanuele Trevi: “Tu non esisti, zoccoletta”.
Trevi con Laura è stato schiava, io ero alla pari. A sua volta Laura era schiava di Pier Paolo. Ammirava Moravia per la sua cultura e lo chiamava “il ceppo”. L’altro ramo dell’albero era Pasolini. PPP era straordinario, ma non mi poteva soffrire. Dicevo sempre banalità e non sfioravo il genio di Moravia. Alberto non aveva studiato, ma sapeva tutte le lingue. Gli ebrei erano fenomeni di determinazione. Ho conosciuto Don Milani, non ha idea di che persona straordinaria fosse. Gente che le scarpe, scendendo dalla montagna, le indossava solo per entrare in città.
Chissà cosa avrebbe detto Don Milani della sua Santa Rita da Cascia interrotta dalla celere nella seconda metà dei 60 a Milano.
Erano i poliziotti di Scelba. Tutti piccoli. Meridionali. Poveri. Che a Valle Giulia fossero loro i disgraziati, ebbe il coraggio di dirlo solo Pasolini.
Gli anni a Milano furono importanti?
Tra il ’60 e il ’70 sono stato quasi sempre lì. Il mio vero amico vero era Missoni. Ottavio detto Tao e sua moglie Rosita. Si andava nelle bettole: “Ti ricordi quel verso?”. Si iniziava a cantare. Sembravamo fascisti.
E fascisti non eravate.
Ma in quell’epoca eravamo cresciuti. Mussolini non mi piaceva, ma nel ’35 la propaganda del regime la ascoltavo alla radio. Il sabato, a dito, si seguiva l’opera: “Mira o Norma à tuoi ginocchi”. Io chiedevo “Babbo, perché vuole ammazzare i suoi bambini?” e lui: “Perché li ha fatti con il nemico”.
Di romani e galli non sapevo nulla. Vogliamo Nizza e la Corsica si gridava. E loro, i cattivi francesi in coro: “Giamè, giamè, giamè”. “Jamais, Jamais, Jamais”. Il francese lo imparai poi con Victor Hugo. Les misérables. Il disegno in copertina. La figurina nera. Lessi come tutti, in un’edizione miserella, anche Pinocchio.
Lei sostiene che senza il peccato di Eva sarebbe stato noiosissimo anche l’Eden.
Ma certo. Senza peccato si muore di sbadigli e non accade niente. È cominciata così la storia. Prenda Pinocchio. Il peccato è foriero di ogni disgrazia, ma Collodi che era un genio, ha messo in ogni capitolo, in ogni puntata, uno spavento, un cattivone, un consiglio morale e una roba da ridere. Ci volevano tutti gli elementi. E lui lo sapeva. Come lo sapeva Comencini. Nel suo Pinocchio per la tv, per elevare il quadro, basta la presenza della volpe Ciccio Ingrassia. In quello di Benigni invece, nello stesso ruolo si ricorre all’accento milanese e alla comicità dei Fichi d’India. Lo scopo è far ridere. Il risultato diverso.
Benigni lei lo ha conosciuto bene.
È diventata tutta correttina. Forse è l’influenza della moglie. Lei ha un Papa in famiglia. Benigni è bravo, è artista, riesce a parlare dei Dieci Comandamenti e va a Sanremo a dire: “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Io mi romperei i coglioni. Il più retorico tra i pezzi danteschi, tutto pieno di ossimori o ossimòri che dir si voglia. Una cosa che si recitava, per obbligo, ai tempi della scuola.
Benigni non le piace?
Era innamorato di mia sorella che non gliel’ha mai data. Lei aveva intorno bei giovanotti, sapeva scegliere. Amo Lucia. L’unica parente con cui sia in stretto contatto. È come fosse mia figlia. Una figlia di dodici anni.
Lei ha sempre detto che mantenere l’identità è fondamentale. Benigni non ci è riuscito?
Ma nasce in un campo. Nasce povero. Allora scopre all’improvviso il buffet e il controbuffet. La forchetta. Le buone maniere. La società. E perde l’equilibrio. Accadde anche a Mussolini con Angelica Balabanoff. A lavarsi i piedi e a suggerirgli il giusto contegno a tavola provvide lei. Per il resto che dire della Benigna? Uno che prende in braccio Berlinguer e tocca i coglioni a Pippo Baudo è diventato senza preavviso una maestrina di scuola media. E guardi che a quel topino di Berlinguer io volevo bene.
Anche Berlinguer ha avuto il suo ricordo cinematografico.
Lasci stare. Del cinema italiano di oggi non ho una gran considerazione. Youth, è vero, non è per niente male. Ha due grandi attori e le telefonate, alla nostra età, somigliano tutte ai discorsi che si fanno Caine e Keitel: “Oggi quanto hai pisciato? Due gocce?”. Per il resto non ho apprezzato per niente La grande bellezza e anche Garrone, adorato ne L’imbalsamatore, ha trasformato Basile fino a renderlo irriconoscibile. Sette re, 14 principesse e niente del divertimento che provai leggendo Lo cunto de li cunti. Si fa fatica a digerirlo. Sono abituato ad altre emozioni. Mia zia e mi madre mi portavano in sala. Quando Greta Garbo disse “dammi una sigaretta” una si pisciò addosso e l’altra si sentì male.
Alla sua analisi manca Nanni Moretti.
Mia madre non mi è piaciuto granché. È montato male. Non ci si affeziona ai personaggi. Invece di vedere una grande attrice come la Lazzarini, Moretti ci costringe a osservare il film della regista imbecille. Meglio l’effetto notte di Truffaut. Ed è un peccato. Moretti è mio nipote.
Perché è suo nipote?
Ero amico della madre, Agata Apicella. Agata veniva in questa piazza e mangiava all’altro ristorante. Preferiva la concorrenza. La chiamavo e lei faceva la frettolosa: “Ora non ti posso parlare, ho qui la signorina Silvia Nono”. Era strano chiamarla signorina. Con Nono, Moretti aveva fatto anche un bambino. Nanni comunque non c’era mai. Sfuggiva. Aveva paura. Tra lui e Monicelli preferivo Mario. Appena mi metteranno in clinica attaccato ai tubi, mi butterò dalla finestra anche io.
Con Monicelli eravate amici?
Si andava a mangiare insieme. Mario non metteva il sale, guardava alla bottiglia di minerale come fosse droga, ma stava bene. Trombava. Aveva ancora due belle gotine rosse. Negli ultimi anni a lui e alla mia adorata Palazzeschi, si erano avvicinati i preti. Insegnavano loro a morire secondo religione. Non c’è nulla da fare. A una certà età ci acchiappan tutti. C’è la preparation.
I suoi amici sono tutti vecchi.
Quando va bene. Non ho mai convissuto a lungo e quindi affetti a cui badare non ne ho. Ho avuto per qualche tempo un rappresentante di fiori olandesi che non c’era mai e quindi andava benissimo. Facevo la birichina in giro con Filippo Crivelli, che ora si trascina con le mazze. Mi viene a vedere in teatro, dorme per tutto lo spettacolo e poi mi dice “Bravo Paolo, molto bello”. È tutto un claudicare di bastoni, un tintinnar di dentiere.
Proprio qui venivo a mangiare con Natalia Ginzburg e Bassani. Prima di sedersi, Giorgio estraeva il ferro dalla bocca e lo poggiava incurante sul tavolo. Poi certo, subentra anche la noia. L’altra sera ho mangiato con Vittorio Sermonti. Ci siamo fatti entrambi due coglioni così, però che cultura. Che parlare. Ai nostri tempi si studiava davvero. Il San Tommaso, la Divina Commedia, tutto Aristotele. Almeno.
In “E lasciatemi divertire” passano anche Carmelo Bene e De Sica.
De Sica aveva come cognato Checco Rissone, il fratello della moglie, detto caccola. Era alto 20 centimetri, ma come tutti i nani aveva la terza gamba. Carmelo Bene l’ho visto spesso. Da giovane era bravissimo, straordinario. Con il tempo si ammalò. Non stava più ritto in scena perché prima dello spettacolo beveva una bottiglia di Whisky. L’ultimo Pinocchio era bruttino. Lui biascicava.
Del grande autodidatta, Alberto Sordi, che ricordo ha?
Odiosa persona. Omofobo. Dava la mano molle e guardava dall’altra parte. Bravo con Fellini, ma aveva già più di trent’anni perché Sordi, è utile dirlo, giovane non è mai stato. Trombava Andreina Pagnani che lui chiamava, non a caso, la vecchia. Lo conobbi a casa di Monica Vitti. C’era un compleanno. Io ero povero, ma mi sforzai e acquistai una testa di bambola della Lenci. Lui portò I maestri del colore comprato in edicola.
I soldi li ha chi se li sa tenere.
Un tempo quando incassavo bene, reimpiegavo il denaro nella mia attività. La prima volta che incassai 10 milioni nel ‘60 con il Carosello Campari comprai 13 proiettori e un tappeto per coprire le assi del palco. All’epoca si passava dal Regio di Parma alla sala Umberto dove Petrolini recitava dietro a un fondale con un finto Colosseo disegnato da Mario Pompei, uno strepitoso scenografo che come nuora aveva Paola Pallottino. La donna che scrisse 4/3/43, la prima canzone di successo dell’orribile pelato.
L’orribile pelato sarebbe Lucio Dalla?
In senso estetico. Ottimo cantante, ma per lasciare qualcosa al suo ragazzo, avrebbe dovuto scrivere tutto nero su bianco prima di andarsene. Non si può prevedere di campare. Io a nipoti e pronipoti, quel che dovevo lasciare, l’ho bell’e lasciato a suo tempo. Ho sempre avuto senso di responsabilità. Mio padre mi lasciava scegliere il nome dei miei fratelli. Sapeva di avere in casa una piccola artista e già mi diceva: “Di che colore dipingiamo la facciata?” “Rosa”. Avevo un villino in periferia con la facciata rosa e le stanze celesti. Rosa e celeste. I colori della madonna.
Rimaniamo in tema. Bergoglio la affascina?
Chi se ne frega di Bergoglio. Se io sono Biancaneve, Il Papa deve essere una strega. Altrimenti a che serve? Un grande Papa era Luciani. Lo avevo conosciuto bene a Venezia. “Dio non ha sesso” diceva. Pensi quanto era intelligente. Han fatto presto infatti a toglierselo dai piedi.
Ha mai avuto paura di qualcosa, Poli?
Fino ai 22 anni, del sesso. Ho avuto tutto quello che ho voluto, uomini e donne. Ma fino ad allora, legavo il sesso a un’impressione orrenda. A spavento e violenza. Durante la guerra, i tedeschi avevano trombato la mia mamma in tre. Volevo sapere. Capire. “Eh Paolo, via. Ci si lava e bell’ e finito tutto”. La mia mamma era montessoriana, non aveva paura di nulla. Da piccolo mi dava rudimenti in tema: “Paolo, quando nascono, i bambini sul sesso hanno tre cicciolini. Il maschio ha il pisello e due fagioli. La ragazza ha le labbra della vulva e il buco nel mezzo, il clitoride, dove la donna sente il solletico”.
Quanto l’hanno segnata i ricordi della guerra?
Mi ricordo la liberazione. C’era voglia di calore. Le donne si calavano dalle finestre che sotto ci fossero repubblicani o repubblichini. Io ero tappato in casa. “Non andar più a prendere cioccolato e sigarette dagli americani- mi dicevano-ché altrimenti le tue sorelle non si sposano più”. Chi era andata con i tedeschi veniva rasata, ma chi aveva ceduto agli americani rimaneva comunque maiala. Avevamo i buchi sulle pareti e un’ora di riscaldamento al giorno. Avevamo poco. Ma ero bella e piacevo lo stesso. Le altre non so.
Paolo Poli si sente cattivo?
Piango, rido e parlo come tutti, non son mica un mostro. Dite che ho detto male di qualcuno? Che cattive, che maligne, che stupide che siete.
Privazioni: “Consumo un pasto al giorno, ormai ho uno stomachino”. Soprannomi: “Sa come chiamavano Visconti? Il mostro della Via Salaria”. Concessioni: “Niente caffè e niente frutta, bevo solo un liquorino”. Mezzogiorno è alle spalle e nel ristorante a pochi metri da Piazza Navona Paolo Poli lo chiamano maestro: “La gente mi vuol bene perché mi vede poco”.
Torme di turisti gli passano accanto senza far caso al papillon che stringe il collo ai suoi 86 anni: “Ho fatto un mestiere in cui travestendomi, dimenticavo la mia modesta esistenza borghese, ho lavorato sempre per conto mio, ho visto un’epoca bella e sono arrivato a un’età ragguardevole, cosa dovrei augurarmi ancora?”.
Da ieri, a 4 decenni dall’ultima volta: “Il programma era Babau 70, i democristiani non volevano uno sketch, i socialisti eccepivano su un altro e di veto in veto la trasmissione venne mandata in onda solo nel 1976” Poli è tornato in televisione. Su Rai 3, per otto settimane, con voluta citazione dell’amico Palazzeschi nel titolo:“E lasciatemi divertire” l’attore che diffida dei propri simili: “Sono terribili, non li frequento, ma faccio un’eccezione per il mio compagno di avventura Pino Strabioli che non ha i tipici difetti della categoria e non passa le giornate a parlar male degli altri” e non ama il narcisismo:
“Quando ero giovane e bella le foto non me le han fatte, escludo di mettermi in posa adesso” metterà in vetrina un viaggio tra vizi e virtù, peccati capitali e innocenti deviazioni biografiche. Moravia, Fellini, Maria Callas, Ave Ninchi, Sandra Mondaini, Laura Betti: “Laura diceva che Roma era una città di campagna”.
Aveva ragione?
A Pasqua si andava fuori porta a vedere i ciclamini. Eravamo poveri e si mangiava poco, ma quel poco ci bastava. Quanta fame ci ha tolto Mario Soldati.
Soldati sfamava lei e Betti?
Ci venne incontro in Via Condotti: “Povere piccoline, cosa fate in giro da sole?”, “siamo due orfanelle affamate”, “venite a casa mia”. Ci fece salire. Tirò fuori la pasta ed esplorò il frigorifero. Non c’era niente. Neanche un pomodoro. Mangiammo spaghetti al Whisky. Buonissimi. Mario, un grande artista, era innamorato pazzo di Alida Valli.
Una volta si nascose in un tappeto mentre Valli e Dino Risi ascoltavano un disco di Sinatra. Lo tradì la tosse: “Non so come sono finito qui dentro”.
Per descrivere la fantasia di Soldati basterebbero i suoi film. Piccolo mondo antico, Eugenia Grandet. Cose alte. Argute. Valli me la ricordo bene. Abitava qui dietro. La vedevo uscire vecchia, vecchia. Molto presto di mattina. Con la miseria di una pensione avara andava a comprare un po’ di pane.
È avara anche la sua?
Avarissima. Non c’è una lira, ma chi se ne frega. Tra una marchetta e l’altra qualcosa arriverà.
Poli non fa marchette.
Le facciamo tutti. Bisogna sopravvivere. Negli ultimi due anni ho recitato senza incassare un cazzo. Ho contattato un avvocato e provato a far valere le mie ragioni.
Risultato?
Alcuni comuni del sud mi hanno proposto di pagarmi un quarto di quanto avevano pattuito. Altri sono spariti.
In Aprile aveva annunciato il ritiro dalle scene.
Era un paradosso. È diventato titolo sensazionalistico. E si è infine trasformato in epitaffio. Di quei soldi non piglierò mai nulla. Per chi ti deve pagare, uno che si ritira è già bell’e morto. Ma non importa. Ho visto Giorgio Albertazzi partecipare a un talent. Mi ha fatto pena.
Lei a un talent show non parteciperebbe?
Esiste un limite. Comunque sono abituato a vivere in povertà. Ho visto una Guerra Mondiale. Ho vissuto nella miseria successiva al conflitto. Mi sta bene anche la miseria, purché mi permetta di rimanere signore. Un po’ di vino lo vuole?
Si è sentito signore a duettare con Strabioli in “E lasciatemi divertire”?
È stato un piacere, anche se i tempi, è ovvio, sono cambiati. Domina la fretta. Quando mi sembrava di aver fatto delle papere, chiedevo di ripetere la scena e mi sussurravano rassicuranti: “Ma no, non c’è problema, va benissimo”.
Buona la prima.
Sul set me lo diceva anche Alessandro Blasetti: “Buona la prima, ma la fica è meglio. Fammene un’altra”. Con lui girai un filmettino. Quando nelle pause raccontava la storia del comunista che si fa una sega e succhia il proprio sperma così mangia, beve e non spende, mi mandava via. Sapeva che ero comunista, ma ignorava che avessi l’orecchio lungo.
Storia tremenda.
Che le devo dire? Le maestranze ridevano senza ritegno. C’era un po’ di cameratismo. Blasetti diceva cose tremende, ma era antropologicamente interessante. Durante il regime si era potuto permettere qualsiasi libertà perché Mussolini lo adorava e gli lasciava fare quel che voleva.
Lei per il cinema ha lavorato poco.
Ero negata. Ma al cinema andavo sempre. Entrare in sala era una grande gioia. Quando alla cineteca di Bologna restaurarono La bellezza del diavolo di René Clair mi fiondai come mi fiondavo da ragazzo. Alla sede del fascio, dove non chiedevano il documento d’identità, avevo visto Clara Calamai con le poppe al vento e il culo stracciato proprio in un film di Blasetti.
Dopo il seno di Vittoria Carpi in La corona di ferro, Blasetti mostrò quello di Calamai ne La cena delle beffe.
Il film era un polpettone insostenibile, ma in America era piaciuto ai fratelli Barrymore.
Il cinema era un’occasione utile agli amori di contrabbando?
Ero bello, ero giovane, non avevo bisogno di espedienti. Però una volta in un cinemetto dei preti ho visto un signore con la chiusura lampo al contrario. Ce l’aveva sul buco del culo e in piedi, senza scomporsi, lo prendeva da dietro. Stratagemma geniale.
In certe epoche l’omosessualità era costretta al buio di una sala?
I miei amici finocchi si sposavano tutti. La famigliola ordinata. Le foto. I passeggini. L’utilitaria. Il televisore al centro del salone. Poi li incontravi in stazione in strani orari e in vesti più colorate. Vicino ai cessi. A Firenze il più famoso lo chiamavano latrin lover. Eravamo 6 fratelli, l’unico che ha trombato senza fare i figlioli sono io. Non me ne pento. Si morde e si fugge.
Lei da Firenze si trasferì a Roma.
Per fortuna. Laura Betti la incontrai presto. Sa la prima cosa che mi disse? “Sei una scema, una stupida e una cretina”. Mi parlava al femminile. Mi diede un frou frou che non so dirle.
Le piaceva?
Eravamo belle, giovani e magre. Una volta con Laura tirammo avanti per una settimana a Whisky e noccioline. Si andava dagli americani. Lei parlava in inglese e io in francese. Cercavamo di piacere in tutti i modi. Cantammo anche insieme. Avevo una parrucca bionda. Biondo Kessler perché tutto ciò che era biondo nell’immaginario rimandava solo alle gemelle.
Una parrucca bionda.
Buona per una donna di facili costumi come per un finocchio. Tingersi non era una nostra esclusiva prerogativa, anche se alla tintura io e Laura aggiungevamo una puntina di verde. Con il nostro preparato Milva esagerò. Uscì in scena a Bologna con la testa tutta verde. “Oh, rimani così per 3 o 4 giorni, cretina- le dissi- non ti andar subito a ricuocere di rosso”. Strehler le faceva tutte rosse. Tipo Rhonda Fleming. Maiale dalle dubbie capacità recitative, ma capaci di far sentire male gli uomini. Le rosse salivano sul palco e ai maschi diventava duro.
I ruoli definiti in certi spazi si confondevano. Al fondo Pasolini, Laura Betti dominava la scena apostrofando al femminile anche Emanuele Trevi: “Tu non esisti, zoccoletta”.
Trevi con Laura è stato schiava, io ero alla pari. A sua volta Laura era schiava di Pier Paolo. Ammirava Moravia per la sua cultura e lo chiamava “il ceppo”. L’altro ramo dell’albero era Pasolini. PPP era straordinario, ma non mi poteva soffrire. Dicevo sempre banalità e non sfioravo il genio di Moravia. Alberto non aveva studiato, ma sapeva tutte le lingue. Gli ebrei erano fenomeni di determinazione. Ho conosciuto Don Milani, non ha idea di che persona straordinaria fosse. Gente che le scarpe, scendendo dalla montagna, le indossava solo per entrare in città.
Chissà cosa avrebbe detto Don Milani della sua Santa Rita da Cascia interrotta dalla celere nella seconda metà dei 60 a Milano.
Erano i poliziotti di Scelba. Tutti piccoli. Meridionali. Poveri. Che a Valle Giulia fossero loro i disgraziati, ebbe il coraggio di dirlo solo Pasolini.
Gli anni a Milano furono importanti?
Tra il ’60 e il ’70 sono stato quasi sempre lì. Il mio vero amico vero era Missoni. Ottavio detto Tao e sua moglie Rosita. Si andava nelle bettole: “Ti ricordi quel verso?”. Si iniziava a cantare. Sembravamo fascisti.
E fascisti non eravate.
Ma in quell’epoca eravamo cresciuti. Mussolini non mi piaceva, ma nel ’35 la propaganda del regime la ascoltavo alla radio. Il sabato, a dito, si seguiva l’opera: “Mira o Norma à tuoi ginocchi”. Io chiedevo “Babbo, perché vuole ammazzare i suoi bambini?” e lui: “Perché li ha fatti con il nemico”.
Di romani e galli non sapevo nulla. Vogliamo Nizza e la Corsica si gridava. E loro, i cattivi francesi in coro: “Giamè, giamè, giamè”. “Jamais, Jamais, Jamais”. Il francese lo imparai poi con Victor Hugo. Les misérables. Il disegno in copertina. La figurina nera. Lessi come tutti, in un’edizione miserella, anche Pinocchio.
Lei sostiene che senza il peccato di Eva sarebbe stato noiosissimo anche l’Eden.
Ma certo. Senza peccato si muore di sbadigli e non accade niente. È cominciata così la storia. Prenda Pinocchio. Il peccato è foriero di ogni disgrazia, ma Collodi che era un genio, ha messo in ogni capitolo, in ogni puntata, uno spavento, un cattivone, un consiglio morale e una roba da ridere. Ci volevano tutti gli elementi. E lui lo sapeva. Come lo sapeva Comencini. Nel suo Pinocchio per la tv, per elevare il quadro, basta la presenza della volpe Ciccio Ingrassia. In quello di Benigni invece, nello stesso ruolo si ricorre all’accento milanese e alla comicità dei Fichi d’India. Lo scopo è far ridere. Il risultato diverso.
Benigni lei lo ha conosciuto bene.
È diventata tutta correttina. Forse è l’influenza della moglie. Lei ha un Papa in famiglia. Benigni è bravo, è artista, riesce a parlare dei Dieci Comandamenti e va a Sanremo a dire: “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Io mi romperei i coglioni. Il più retorico tra i pezzi danteschi, tutto pieno di ossimori o ossimòri che dir si voglia. Una cosa che si recitava, per obbligo, ai tempi della scuola.
Benigni non le piace?
Era innamorato di mia sorella che non gliel’ha mai data. Lei aveva intorno bei giovanotti, sapeva scegliere. Amo Lucia. L’unica parente con cui sia in stretto contatto. È come fosse mia figlia. Una figlia di dodici anni.
Lei ha sempre detto che mantenere l’identità è fondamentale. Benigni non ci è riuscito?
Ma nasce in un campo. Nasce povero. Allora scopre all’improvviso il buffet e il controbuffet. La forchetta. Le buone maniere. La società. E perde l’equilibrio. Accadde anche a Mussolini con Angelica Balabanoff. A lavarsi i piedi e a suggerirgli il giusto contegno a tavola provvide lei. Per il resto che dire della Benigna? Uno che prende in braccio Berlinguer e tocca i coglioni a Pippo Baudo è diventato senza preavviso una maestrina di scuola media. E guardi che a quel topino di Berlinguer io volevo bene.
Anche Berlinguer ha avuto il suo ricordo cinematografico.
Lasci stare. Del cinema italiano di oggi non ho una gran considerazione. Youth, è vero, non è per niente male. Ha due grandi attori e le telefonate, alla nostra età, somigliano tutte ai discorsi che si fanno Caine e Keitel: “Oggi quanto hai pisciato? Due gocce?”. Per il resto non ho apprezzato per niente La grande bellezza e anche Garrone, adorato ne L’imbalsamatore, ha trasformato Basile fino a renderlo irriconoscibile. Sette re, 14 principesse e niente del divertimento che provai leggendo Lo cunto de li cunti. Si fa fatica a digerirlo. Sono abituato ad altre emozioni. Mia zia e mi madre mi portavano in sala. Quando Greta Garbo disse “dammi una sigaretta” una si pisciò addosso e l’altra si sentì male.
Alla sua analisi manca Nanni Moretti.
Mia madre non mi è piaciuto granché. È montato male. Non ci si affeziona ai personaggi. Invece di vedere una grande attrice come la Lazzarini, Moretti ci costringe a osservare il film della regista imbecille. Meglio l’effetto notte di Truffaut. Ed è un peccato. Moretti è mio nipote.
Perché è suo nipote?
Ero amico della madre, Agata Apicella. Agata veniva in questa piazza e mangiava all’altro ristorante. Preferiva la concorrenza. La chiamavo e lei faceva la frettolosa: “Ora non ti posso parlare, ho qui la signorina Silvia Nono”. Era strano chiamarla signorina. Con Nono, Moretti aveva fatto anche un bambino. Nanni comunque non c’era mai. Sfuggiva. Aveva paura. Tra lui e Monicelli preferivo Mario. Appena mi metteranno in clinica attaccato ai tubi, mi butterò dalla finestra anche io.
Con Monicelli eravate amici?
Si andava a mangiare insieme. Mario non metteva il sale, guardava alla bottiglia di minerale come fosse droga, ma stava bene. Trombava. Aveva ancora due belle gotine rosse. Negli ultimi anni a lui e alla mia adorata Palazzeschi, si erano avvicinati i preti. Insegnavano loro a morire secondo religione. Non c’è nulla da fare. A una certà età ci acchiappan tutti. C’è la preparation.
I suoi amici sono tutti vecchi.
Quando va bene. Non ho mai convissuto a lungo e quindi affetti a cui badare non ne ho. Ho avuto per qualche tempo un rappresentante di fiori olandesi che non c’era mai e quindi andava benissimo. Facevo la birichina in giro con Filippo Crivelli, che ora si trascina con le mazze. Mi viene a vedere in teatro, dorme per tutto lo spettacolo e poi mi dice “Bravo Paolo, molto bello”. È tutto un claudicare di bastoni, un tintinnar di dentiere.
Proprio qui venivo a mangiare con Natalia Ginzburg e Bassani. Prima di sedersi, Giorgio estraeva il ferro dalla bocca e lo poggiava incurante sul tavolo. Poi certo, subentra anche la noia. L’altra sera ho mangiato con Vittorio Sermonti. Ci siamo fatti entrambi due coglioni così, però che cultura. Che parlare. Ai nostri tempi si studiava davvero. Il San Tommaso, la Divina Commedia, tutto Aristotele. Almeno.
In “E lasciatemi divertire” passano anche Carmelo Bene e De Sica.
De Sica aveva come cognato Checco Rissone, il fratello della moglie, detto caccola. Era alto 20 centimetri, ma come tutti i nani aveva la terza gamba. Carmelo Bene l’ho visto spesso. Da giovane era bravissimo, straordinario. Con il tempo si ammalò. Non stava più ritto in scena perché prima dello spettacolo beveva una bottiglia di Whisky. L’ultimo Pinocchio era bruttino. Lui biascicava.
Del grande autodidatta, Alberto Sordi, che ricordo ha?
Odiosa persona. Omofobo. Dava la mano molle e guardava dall’altra parte. Bravo con Fellini, ma aveva già più di trent’anni perché Sordi, è utile dirlo, giovane non è mai stato. Trombava Andreina Pagnani che lui chiamava, non a caso, la vecchia. Lo conobbi a casa di Monica Vitti. C’era un compleanno. Io ero povero, ma mi sforzai e acquistai una testa di bambola della Lenci. Lui portò I maestri del colore comprato in edicola.
I soldi li ha chi se li sa tenere.
Un tempo quando incassavo bene, reimpiegavo il denaro nella mia attività. La prima volta che incassai 10 milioni nel ‘60 con il Carosello Campari comprai 13 proiettori e un tappeto per coprire le assi del palco. All’epoca si passava dal Regio di Parma alla sala Umberto dove Petrolini recitava dietro a un fondale con un finto Colosseo disegnato da Mario Pompei, uno strepitoso scenografo che come nuora aveva Paola Pallottino. La donna che scrisse 4/3/43, la prima canzone di successo dell’orribile pelato.
L’orribile pelato sarebbe Lucio Dalla?
In senso estetico. Ottimo cantante, ma per lasciare qualcosa al suo ragazzo, avrebbe dovuto scrivere tutto nero su bianco prima di andarsene. Non si può prevedere di campare. Io a nipoti e pronipoti, quel che dovevo lasciare, l’ho bell’e lasciato a suo tempo. Ho sempre avuto senso di responsabilità. Mio padre mi lasciava scegliere il nome dei miei fratelli. Sapeva di avere in casa una piccola artista e già mi diceva: “Di che colore dipingiamo la facciata?” “Rosa”. Avevo un villino in periferia con la facciata rosa e le stanze celesti. Rosa e celeste. I colori della madonna.
Rimaniamo in tema. Bergoglio la affascina?
Chi se ne frega di Bergoglio. Se io sono Biancaneve, Il Papa deve essere una strega. Altrimenti a che serve? Un grande Papa era Luciani. Lo avevo conosciuto bene a Venezia. “Dio non ha sesso” diceva. Pensi quanto era intelligente. Han fatto presto infatti a toglierselo dai piedi.
Ha mai avuto paura di qualcosa, Poli?
Fino ai 22 anni, del sesso. Ho avuto tutto quello che ho voluto, uomini e donne. Ma fino ad allora, legavo il sesso a un’impressione orrenda. A spavento e violenza. Durante la guerra, i tedeschi avevano trombato la mia mamma in tre. Volevo sapere. Capire. “Eh Paolo, via. Ci si lava e bell’ e finito tutto”. La mia mamma era montessoriana, non aveva paura di nulla. Da piccolo mi dava rudimenti in tema: “Paolo, quando nascono, i bambini sul sesso hanno tre cicciolini. Il maschio ha il pisello e due fagioli. La ragazza ha le labbra della vulva e il buco nel mezzo, il clitoride, dove la donna sente il solletico”.
Quanto l’hanno segnata i ricordi della guerra?
Mi ricordo la liberazione. C’era voglia di calore. Le donne si calavano dalle finestre che sotto ci fossero repubblicani o repubblichini. Io ero tappato in casa. “Non andar più a prendere cioccolato e sigarette dagli americani- mi dicevano-ché altrimenti le tue sorelle non si sposano più”. Chi era andata con i tedeschi veniva rasata, ma chi aveva ceduto agli americani rimaneva comunque maiala. Avevamo i buchi sulle pareti e un’ora di riscaldamento al giorno. Avevamo poco. Ma ero bella e piacevo lo stesso. Le altre non so.
Paolo Poli si sente cattivo?
Piango, rido e parlo come tutti, non son mica un mostro. Dite che ho detto male di qualcuno? Che cattive, che maligne, che stupide che siete.
Etichette:
Il fatto quotidiano,
intervista,
Pagani,
Paolo Poli
Iscriviti a:
Post (Atom)