I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
19.2.19
Movimento 5Stalle
di Marco Travaglio (ilfattoquotidiano)
Siccome qualcuno aveva evocato il primo referendum processuale della storia, quello indetto da Ponzio Pilato fra Gesù e Barabba, possiamo tranquillamente dire che qui mancava Gesù. Ma ha rivinto Barabba. E non perché Matteo Salvini sia un bandito, anche se è (anzi ormai era) indagato per sequestro di persona aggravato di 177 migranti appena salvati dal naufragio. Ma perché, quando si chiede al “popolo” di pronunciarsi non su questioni di principio, ma su casi penali dei quali non sa nulla, la risposta che arriva di solito è sbagliata. E quella data ieri dalla maggioranza degli iscritti 5Stelle non è solo sbagliatissima: è suicida. La stessa, peraltro, che auspicavano i vertici, terrorizzati dalla reazione di Salvini, cioè dalle ripercussioni sul governo e dunque sulle proprie poltrone. Chi aveva sperato che gli iscritti dessero una lezione agli eletti, anzi ai “dipendenti” come li chiamava un tempo Grillo, facendoli rinsavire e rammentando loro i valori fondativi della legalità, dell’uguaglianza, della lotta ai privilegi di Casta, è rimasto deluso. Per salvare Salvini, i 5Stelle dannano se stessi. Nemmeno le parole sagge e oneste dei tre sindaci di punta – Appendino, Nogarin e Raggi – raccolte ieri dal Fatto sono servite a restituire la memoria alla maggioranza della “base”.
È bastato meno di un anno di governo perché il virus del berlusconismo infettasse un po’ tutto il mondo 5Stelle. E l’impietoso referto del contagio è facilmente rintracciabile nelle dichiarazioni dei senatori che già da giorni volevano a tutti i costi salvare Salvini e nei commenti sul Blog delle Stelle dei loro degni iscritti che li hanno seguiti anziché fermarli sulla strada dell’impunità. Dicono più o meno tutti la stessa cosa: siccome ora governiamo noi e la Lega, decidiamo noi chi va processato e chi no, alla faccia dei giudici politicizzati che vorrebbero giudicare le nostre scelte unanimi per rovesciare il governo. Questo, in fondo, era il messaggio in bottiglia mal nascosto nella decisione di affidare agli iscritti una scelta che avrebbero dovuto assumere, senza esitazione alcuna, il capo politico Di Maio e il suo staff. Una scelta naturale, quasi scontata, quella dell’autorizzazione a procedere, che era stata annunciata fin da subito, quando arrivò in Parlamento la richiesta del Tribunale dei ministri su Salvini: “Vuole il processo? Lo avrà”. Ma poi era stata prontamente ribaltata, peraltro senza mai essere ufficializzata, quando Salvini aveva cambiato idea intimando con un fischio ai partner di salvarlo dal processo. Riuscendo nell’impresa di spaccarli a metà.
Ergo, a decidere la linea del primo partito d’Italia, sono i capricci dell’alleato-rivale. Che ha imposto ai 5Stelle un voltafaccia pronunciato a mezza bocca, senza nessuno che se ne assumesse la paternità e la responsabilità. Un atto non dovuto, gratuito (il governo non sarebbe certo caduto sulla Diciotti) di sottomissione a Salvini: lo stesso che prende i 5Stelle a pesci in faccia sul Tav, le trivelle e prossimamente sull’acqua pubblica, straccia spudoratamente il Contratto di governo e poi pretende l’asservimento totale degli alleati senza restituire nemmeno un pizzico di lealtà. Così le storiche parole d’ordine di Beppe Grillo e la lezione di Gianroberto Casaleggio – “Ogni volta che deroghi a una regola, praticamente la cancelli” – sono finite nel dimenticatoio, con la scusa che “questa volta è diversa”, “non è come con gli altri governi”, “non ci sono di mezzo le tangenti”. Ma “solo” un sequestro di persona, che sarà mai. E tanti saluti a quei fresconi dei sindaci Raggi, Appendino e Nogarin, più volte indagati o imputati non certo per storie di vil denaro, ma per atti compiuti nell’esercizio delle funzioni di governo, che mai hanno detto una parola contro i magistrati e si sono sempre difesi nei, non dai processi.
Certo, qualcuno avrebbe votato diversamente se il caso Diciotti fosse stato presentato sul blog in maniera corretta e veritiera, e non nel modo menzognero e truffaldino studiato apposta per subornare gli iscritti (il No per il Sì al processo, e viceversa; il quesito cambiato in corsa ieri mattina per blindare ancora meglio il Sì all’impunità; il sequestro di persona spacciato per un banale “ritardo nello sbarco”; l’invocazione del salvacondotto per “l’interesse dello Stato”, del tutto sconosciuto alla norma costituzionale, che consente il no al processo solo in caso di “interesse pubblico preminente” o “costituzionalmente rilevante”). Ma la perfetta identità di vedute fra la maggioranza degli eletti e il quasi 60% degli iscritti votanti è un dato di fatto da prendere in considerazione per quello che è: i vertici hanno ormai la base che si meritano, e viceversa.
Però, da ieri, il M5S non è più il movimento fondato dieci anni fa da Grillo, Casaleggio e decine di migliaia di militanti. È qualcosa di radicalmente diverso, che ancora non conosciamo appieno e di cui dunque non possiamo immaginare il destino. Ma che non promette nulla di buono, se la maggioranza emersa ieri dal blog resterà tale, scoraggiando e allontanando la pur cospicua minoranza di pentastellati rimasti coerenti e fedeli ai valori originari. Qui non è questione di presunte svolte a destra o a sinistra. E non è in ballo l’eterno giochino tra ortodossi e dissidenti, o fra dimaiani, fichiani e dibattistiani. Ma qualcosa di ben più profondo. Se il M5S perde la stella polare della legge uguale per tutti, gratta gratta gli resta ben poco, perché quello era il fondamento di tutte le altre battaglie, l’ubi consistam della sua diversità, anzi della sua alterità rispetto ai vecchi partiti. I quali non mancheranno di rinfacciarglielo a ogni occasione: “Visto? Ora siete come noi. Benvenuti nel club”. Dalle stelle alle stalle.
8.2.19
Libia, la Srebrenica del Mediterraneo E l’Occidente lo capirà troppo tardi
Goffredo Buccini (Corriere)
Un ragazzo, scappato dal mattatoio somalo e passato per un lager di Kufra, l’ha spiegata con quella sintesi che si raggiunge solo attraverso il dolore : «Che tu sia un rifugiato o un migrante, in Libia sei sempre spaventato. Devi dormire con un occhio aperto. Vieni venduto da un trafficante all’altro». Poche parole da merce umana, così efficaci da finire in cima a un capitolo del dossier, il quinto, «Viaggio dall’inferno». Quel dossier tutt’altro che inedito, 61 terribili pagine redatte lo scorso dicembre, grava da un mese e mezzo sulle coscienze dell’Occidente. E, come tutte le colpe che appaiono senza redenzione, tende a essere rimosso.
Si chiama Desperate and dangerous: report on the human situation of migrants and refugees in Lybia, ed è firmato da due organismi dell’Onu: l’Alto commissariato per i diritti umani (Unhcr) e la Missione di supporto in Libia (Unsmil). Consta di 1.300 interviste di prima mano raccolte tra gennaio 2017 e agosto 2018 nelle visite di 11 centri di detenzione: non tutti e certo nemmeno i peggiori. Cade due anni dopo un analogo rapporto (dicembre 2016) in cui l’Onu dava l’allarme su una situazione umanitaria totalmente fuori controllo. Ora scopriamo che in questo periodo le «autorità libiche si sono dimostrate incapaci o del tutto refrattarie a mettere fine alle violenze e agli abusi contro migranti e rifugiati».
Quelle 61 pagine contengono in sé un paradosso: perché l’Onu, svelando gli orrori libici, confessa una inanità nel contrastarli che potrebbe infine diventare vergogna, in una sorta di Srebrenica mediterranea dove massacrata non è una singola nazionalità per la sua appartenenza religiosa (allora, i bosniaci musulmani) ma un’intera categoria umana: i fuggiaschi dell’Africa.
Omicidi, fosse comuni nel deserto, stupri seriali e di gruppo su donne anche incinte o su mamme che allattano, bambini massacrati davanti ai genitori, ragazzi seviziati a morte in collegamento video coi parenti che devono pagarne la liberazione, schiavismo, lavori forzati, celle da centinaia di posti senza una latrina, denutrizione, bruciature con ferri roventi, cavi elettrici ai genitali, unghie strappate. Il paragone con Srebrenica non appare poi forzato. Si muore di fame e di setticemia. Si resta in detenzione senza motivo e all’infinito: una legge coniata da Gheddafi fa considerare schiavi i migranti illegali, i governanti fantoccio di adesso non l’hanno mai cambiata.
Cosa più importante, l’Onu ha «credibili informazioni» sulla complicità di «ufficiali dello Stato… gruppi formalmente integrati nelle istituzioni, rappresentanti del ministero degli Interni e della Difesa, nel traffico di migranti e rifugiati. Questi personaggi dello Stato si arricchiscono attraverso lo sfruttamento e le estorsioni a danno di rifugiati e migranti».
Cade il velo sulla menzogna della Libia come «porto sicuro» dove plausibilmente ricondurre i migranti respinti in mare. Unhcr e Unsmil hanno registrato 53.285 richiedenti asilo fermi in Libia quattro mesi fa, ma sostengono che il numero sia enormemente più alto data l’estrema difficoltà per le Nazioni Unite ad assolvere sul posto al proprio mandato. A gennaio il segretario generale Antonio Guterres ha inviato al Consiglio di sicurezza una relazione di 15 pagine (acquisita dalla Corte penale internazionale dell’Aja) in cui spiega che lì i migranti sono quasi 700 mila (10% donne, 9% bambini) ma in mano alle «autorità» è solo una minoranza, di tutti gli altri non si sa quasi nulla, sono in centri di detenzione inaccessibili, gestiti da gruppi armati.
Nel rapporto Unhcr-Unsmil si sostiene anche che «nonostante la diminuzione degli arrivi in Italia nel 2018, il viaggio è diventato più pericoloso, con oltre 1.200 migranti morti nei primi otto mesi dell’anno scorso durante la traversata». La guardia costiera libica (che ha preso il controllo di 94 miglia nautiche di Sars) è descritta come una compagnia di pirati in base a decine di testimonianze che parlano di uso delle armi, collisioni in mare coi boat people, vere aggressioni.
Sulla terraferma, Bani Whalid, Sabha, Kufra, Buraq al Shati, Shwerif, Sabratah non sono, secondo l’Onu, centri di raccolta ma sostanzialmente campi di sterminio gestiti da kapò di cui si conoscono persino i nomi e i nomignoli, famigerati tra le loro vittime: Moussa e Mahmoud Diab, Mohamed Karongo, Gateau, Mohamed Whiskey, Rambu… Le aste degli schiavi furono documentate dalla Cnn in uno sconvolgente servizio nel novembre 2017. Le prigioni «alternative» sono hangar o cantine da 700 o 800 anime stese le une sulle altre, donne e uomini in totale promiscuità: niente acqua né luce. «A Shwerif ti sparano in una gamba e ti lasciano dissanguare se non paghi… Per spingerci a pagare hanno picchiato mio figlio di 5 anni con una spranga sulla testa», narra un profugo del Darfur. I miliziani camminano sul ventre di donne incinte. Una tra mille racconta: «Vengo dall’Eritrea, sono entrata il Libia a gennaio 2017, sono stata rapita tre volte e portata ad Al Shatti, Bani Walid e al-Khoms. Lì eravamo 200 in una stanza. Non potevamo respirare né allungare le gambe. Ogni notte sono stata violentata da almeno sei uomini, alcuni libici, altri africani, per cinque mesi. Mia madre ha dovuto vendere la casa e impegnare tutto per pagare i 5.000 dollari che questi volevano. Ora sono incinta di uno degli stupratori».
Nulla di tutto ciò è, in assoluto, una rivelazione. Anche se il catalogo degli orrori è così vasto da stordirci. A questi orrori dobbiamo l’enorme (per quanto provvisorio) beneficio di non avere sulle nostre coste, in qualche settimana, fiumi di disperati detenuti lì senza ragione e senza scadenza. Ma certi benefici possono dannare. Se l’Onu non è una di fabbrica di fake news (e ci sarà chi lo afferma, ne siamo sicuri) la Libia è uno stato canaglia o, meglio, una federazione di bande criminali. Certo, la realpolitik ci consiglia di voltarci altrove o, addirittura, di spalleggiare una delle bande in lotta. Ma i fantasmi di Bosnia hanno accompagnato la mala coscienza dell’Occidente per due decenni. Davvero dobbiamo considerare la Libia come un buco nero, come suggeriscono pragmatici strateghi? E quanto a lungo ci potrà proteggere la realpolitik? Al posto di guardia Onu di Srebrenica, un graffitaro cambiò la scritta «United Nations» in «United Nothing». Se la storia insegna qualcosa, è che chi non combatte gli assassini, alla fine, ne è complice.
12.1.19
Beyond GDP
A little more than a quarter-century ago, US President Bill Clinton ran on a platform of “putting people first.” It is remarkable how difficult it is to do that, even in a democracy. Corporate and other special interests always seek to ensure that their interests come first. The massive US tax cut enacted by the Trump administration at this time last year is an example, par excellence. Ordinary people – the dwindling but still vast middle class – must bear a tax increase, and millions will lose health insurance, in order to finance a tax cut for billionaires and corporations.
If we want to put people first, we have to know what matters to them, what improves their wellbeing, and how we can supply more of whatever that is. The Beyond GDP measurement agenda will continue to play a critical role in helping us achieve these crucial goals.
11.1.19
The Economics of Soaking the Rich


9.1.19
Paralysée par la montée des populismes, l’Europe impuissante face au drame des migrants
Editorial. Le Monde
Alors que la Méditerranée est devenue la voie de migration la plus meurtrière du monde, les Etats européens semblent incapables de mettre sur pied une politique commune d’accueil.
Editorial du « Monde ». Des hommes, des femmes et des enfants se noient en fuyant leur pays. Quels que soient les risques encourus, ils continuent de périr en tentant de rejoindre l’Europe. Trois ans après l’arrivée massive de migrants et leur accueil notamment par l’Allemagne, le continent est pourtant devenu un eldorado de plus en plus inhospitalier. Des routes ont été fermées, des murs érigés, des frontières cadenassées, faisant de la Méditerranée la voie de migration la plus meurtrière du monde.
Selon le Haut-Commissariat de l’ONU pour les réfugiés (HCR), qui a publié son bilan le 3 janvier, 2 260 personnes sont mortes en mer en 2018 entre l’Afrique et l’Europe. Même si c’est un millier de moins qu’en 2017, cela reste une honte absolue pour une Europe qui a décidé l’an dernier, selon les Etats, de fermer ses ports, comme l’Italie ou Malte, ou de ne pas accorder de pavillon à un bateau de secours en mer, tel l’Aquarius, forcé de suspendre ses activités humanitaires.
La pression migratoire est pourtant en baisse constante depuis la ruée vers l’Europe de 2015. Ainsi, 150 000 migrants sont arrivés à destination en 2018, selon Frontex, l’agence européenne de coopération aux frontières (115 000 selon le HCR), loin du pic de 1 million de 2015. La première porte d’entrée est désormais l’Espagne, à la suite des accords passés par l’Italie avec la Libye pour empêcher les départs en mer.
En dépit de cette baisse drastique, les politiques européens, tétanisés par la montée des nationalismes et de la xénophobie, continuent à ne pas trouver de politique commune et humaniste face à ces voyageurs prêts à tout pour fuir la misère et la guerre.
« Record de la honte »
Des ONG de défense des droits de l’homme ont dénoncé, vendredi 4 janvier, un nouveau « record de la honte » alors que 49 migrants, dont des enfants en bas âge, secourus en mer au large de la Libye, restent ballottés depuis deux semaines dans une mer houleuse près des côtes maltaises à bord de deux navires ayant récemment pris le relais de l’Aquarius, le Sea-Watch et le Sea-Eye.L’accord européen conclu en juin 2018 sur la création de « plates-formes de débarquement » et de « centres contrôlés » n’a toujours pas été mis en application. A quelques mois d’élections européennes où chaque pays redoute une nouvelle montée de l’extrême droite, la paralysie est totale. La seule « efficacité » de l’Europe semble être, vu la chute des arrivées, les accords conclus avec des pays de transit tels que la Turquie et la Libye. Une efficacité discutable, sinon morbide, quand on connaît les conditions de survie dans un pays en guerre comme la Libye. Le HCR appelle les pays européens à « sortir de l’impasse ».
Fait nouveau, il y a une seconde mer où les migrants se jettent désormais à l’eau dans de frêles embarcations, en dépit des flots agités et des températures hivernales : la Manche. Londres estime que 539 migrants ont tenté cette traversée depuis la France en 2018, dont 80 % durant les trois derniers mois de l’année. Un navire britannique de patrouille a été envoyé dans la zone. L’Europe doit tout faire pour empêcher que celle-ci ne devienne, après la Méditerranée, un second tombeau marin sur les ruines de nos valeurs d’hospitalité et d’humanité.
7.12.18
Gilet gialli - A Parigi la nuda lotta di classe
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. 24 giugno 1793, Parigi, Francia.
Art. 33 – La resistenza all’oppressione è la conseguenza degli altri diritti dell’uomo.
Art. 34 – Vi è oppressione contro il corpo sociale quando uno solo dei suoi membri è oppresso. Vi è oppressione contro ogni membro quando il corpo sociale è oppresso.
Art. 35 – Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.
Karl Marx scrive nel 1842 uno dei suoi primi articoli politici. É appena laureato all’università di Jena, ma già attivo nell’area dei cosidetti hegeliani di sinistra. La questione in ballo è una legge che, per salvaguardare i boschi, vieta ai contadini di tagliare i rami, comminando varie pene ai trasgressori. Una legge che oggi potremmo definire ecologica. Epperò i contadini, in specie poveri, altro non possono che continuare nel “furto del legno boschivo”, a meno di non morire dal freddo. Marx li difende accanitamente. Anzi arriva a assumerli come punta di lancia delle ribellione contro lo stato prussiano, alfieri di una rivoluzione che egli già intravede come necessaria. Non così i suoi amici hegeliani, molto rispettosi del bosco, e delle leggi. Si può dire che con questo lavoro Marx diventa marxista, ovvero materialista mettendo i piedi nel piatto della condizione materiale e nei bisogni degli uomini in carne e ossa, e quello di scaldarsi in inverno non è dei minori.
A Parigi e in tutta la Francia da alcune settimane centinaia di migliaia di persone sono in rivolta contro il Presidente Macron e il suo governo (“La Francia ha una piramide sociale e al suo vertice siede Macron. Vogliamo che venga a sentire l’odore che c’è qua, in basso”). Si sentono sfruttati e si ribellano. Uomini e donne da ogni parte delle terre di Francia e di Navarra indossano la pettorina gialla mettendosi in cammino contro il potere costituito, assunto come il responsabile primo della loro oppressione. Crescono di giorno in giorno, con la solidarietà della grande maggioranza dei loro connazionali. Finora non avevano altro che i loro nudi corpi, e la fatica del lavoro, quando c’è, tirando la cinghia. Adesso hanno deciso di esistere, come corpo sociale collettivo. Di farsi classe insorgendo attraverso la lotta, in presa diretta. Con una loro organizzazione orizzontale in gran parte veicolata attraverso la rete, in altra parte coi contatti diretti, nel villaggio, nel caseggiato, nel quartiere, sul treno, nel pulman, nel parcheggio quando si parte per Parigi, Tolosa, Marsiglia, la capitale e le grandi città dove altri Gilet Jaunes li aspettano. Ma senza alcuna politica, senza alcuna mediazione politica. Non sono di destra, non sono di sinistra, il centro poi chissà cos’è. La loro è nuda lotta di classe. Col che la loro stessa insorgenza come corpo sociale che si fa classe nella lotta mette in crisi il paradigma algoritmico del controllo su cui Macron ha fondato il suo potere, la sua autorità. Quando i corpi si mettono in movimento imprevisto e imprevedibile, quando il libero arbitrio individuale insorge fondendosi con gli altri mille aneliti di libertà e eguaglianza, quando le antiche tradizioni di lotta di strada che vengono dalla Rivoluzione dell’89 e dalla Comune sembrano rinascere, e le menti si forgiano nella rivolta, l’intera rete delle nervature sociali cambia e si stravolge, fin dove, e come, oggi è difficile dire. Assisteremo a una torsione verso destra, autoritaria e/o parafascista. Oppure le grandi parole di libertè, egalitè, fraternitè e di lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo acquisteranno un nuovo spessore e slancio.
La nuda lotta di classe degli sfruttati contro gli sfruttatori di per sè non garantisce che i valori della sinistra e/o anticapitalistici e/o libertari e/o egualitari e/o ecologisti e/o della differenza sessuale, e quant’altro, diventino materia costituente il corpo sociale. Ci vuole la coscienza di classe, giungendo finanche alla coscienza rivoluzionaria. Quella che Lenin intendeva dovesse essere iniettata dall’esterno, perchè non insorge spontaneamente con la rivolta. A questo proposito un gruppo di giovani studenti il cui nome in italiano recita “soffia il vento, urla la bufera”, dove democratici radicali e ribelli anarco marxisti camminano e manifestano la mano nella mano – si impegna su due fronti. Per un verso portano il verbo rivoluzionario alle masse “sulle barricate”, e/o comunque in tutte le occasioni di lotta e azione cui attivamente partecipano, non credo avendo in mente Lenin ma piuttosto praticando una discussione politico ideologica, dove apprendono dai Gilet Jaunes la dura materia dei bisogni “proletari”, mentre a loro volta propongono linguaggi e obiettivi che vanno oltre le rivendicazioni sociali, in un certo senso dicendo: questa è una lotta per il potere e non soltanto per abolire la tassa sul macinato (benzina e gasolio). Sul secondo fronte lavorano a allargare l’arco sociale della rivolta alle scuole e università, con un buon successo dal punto di vista del blocco della didattica e del numero di istituti occupati, seppure è difficile dire quanti studenti siano realmente coinvolti in prima persona. E non è l’unico gruppo d’azione in tal senso. Tutta la costellazione dei gauchistes è presente, in particolare nelle grandi città, Parigi, Tolosa, Marsiglia dove i militanti si sono buttati a corpo morto dentro il movimento, quasi non credendo ai propri occhi. Con loro i sindacati, CGT in testa, le associazioni laiche e cattoliche di mutuo soccorso e molti collettivi di lavoratori sotto le più varie sigle. D’altra parte i Gilet Jaunes (GJ) vanno a dare il proprio sostegno per esempio ai lavoratori di Amazon in sciopero, mentre i ferrovieri si schierano coi giubbetti gialli, scaldando i motori per scendere in pista. Insomma più passa il tempo più la nuda lotta di classe dei GJ diventa composita e complessa. Ovviamente si immergono nel movimento anche i gruppi di estrema destra, a quel che ho potuto constatare soprattutto con azioni “militari”, ma per ora senza un lavoro ideologico e una presa politica sul movimento o sue parti significative. Per fare un paragone con l’Italia, non si sono viste fin qui all’opera organizzazioni come casa Pound e/o Forza Nuova che si nutrono di obiettivi sociali, e anche i miltanti del Front National stanno schisci, con un basso profilo. Sempre in confronto al nostro paese, sono piuttosto presenti gruppi di picchiatori come i naziskin e/o Ordine Nuovo.
Per ora in generale nessun partito è riuscito a mettere le braghe ai moderni sansculottes, e d’altra parte Macron stesso aveva ridotto le formazioni tradizionali, repubblicani eredi del gaullismo e socialisti eredi di Mitterand, a larve, dando fiato alle trombe della sua appendice “En Marche”, inabile però di fronte a una crisi delle dimensioni attuali; En Marche dove proliferano gli yes man tecnocratici, quando va bene, altrimenti decerebrati e basta. In presenza di uno scontro sociale così duro, esteso e fondamentale, l’assenza della mediazione e rappresentanza politica apre un varco naturale al confronto diretto sulla base della forza, che quindi può in un batter d’occhi diventare pratica della violenza. Così le manifestazioni diventano un mero problema di ordine pubblico, da tenere a bada o reprimere. Ho esaminato molti video degli scontri a Parigi sugli Champs-Elysées e anche in altri luoghi, dove è evidente l’intento della Polizia a sgomberare i manifestanti del tutto pacifici costi quel che costi, e a tentare di mettere loro paura con pestaggi violentissimi su persone inermi, spesso giovanissimi/e. Una politica dell’ordine pubblico demenziale, se sul serio si fosse voluto mantenere l’ordine urbano; invece spiegabile come il tentativo di “spezzare le reni al movimento col manganello”, che però non ha funzionato, perchè nessuno è scappato, anzi i GJ hanno resistito, spesso con mezzi di fortuna, e col contributo di molte donne anziane e/o di mezz’età che facevano scudo e velo alle cariche, molte, moltissime in prima fila. E i famosi, famigerati casseurs o black bloc come qualche giornalista italiano in preda alle traveggole ha detto? Certamente ci saranno stati, fatto è che gli arrestati e immediatamente processati sono falegnami, saldatori, elettricisti, muratori, cantonieri, fattorini, conduttori di trattore, disoccupati, ecc..: tra le 70 persone comparse davanti ai giudici lunedì mattina non c’è neppure un teppista, o un facinoroso, o un casseur, no tutte persone comuni, molte venute dalla provincia tutte incensurate e onesti cittadini, con alcuni episodi grotteschi come i quattro arrestati appena scesi dall’auto che avevano parcheggiato lontano dagli scontri, e considerati dal PM potenziali colpevoli perchè si stavano recando all’Arc de Triomphe dove si svolgeva un “raduno proibito con violenze contro la polizia” (fonte Le Monde). Tra l’altro l’autorità del Presidente Macron in termini di ordine pubblico aveva subito un duro colpo per l’affaire Benalla, quando il sopradetto capo della scorta presidenziale, era stato fotografato e filmato durante la manifestazione del primo maggio mentre in tenuta antisommossa pestava a sangue due giovani manifestante senza averne nessun titolo, non facendo egli parte delle forze di polizia. Macron lo aveva giustificato e difeso, cumulando bugie e omissioni, finchè in Luglio aveva dovuto cedere, licenziandolo. Ma la frittata ormai era fatta e la linda camicia bianca del giovane leone imbrattata in modo indelebile. Forse l’intervento inconsulto e violentissimo di Alexandre Benalla fu la spia di una tendenza dello stesso Presidente a “presiedere” un uso della forza e della violenza contro i “contestatori” e critici del suo potere, chissà. Comunque sia un Presidente così non piace ai francesi, e infatti l’indice di gradimento nei sondaggi è ormai al 21%, o meno.
A questo punto dobbiamo vedere quali obiettivi, al di là della goccia di benzina e gasolio che ha fatto traboccare il vaso, questo movimento si sta dando. In sintesi per quel che fin qui è possibile leggere, siamo in presenza di un movimento massivo per la redistribuzione della ricchezza e del reddito, per la giustizia sociale con forti venature nazionaliste. Citiamo alcune proposte e obiettivi di un documento, discusso e approvato in rete da, dicono gli “autori”, 30000 persone, indirizzato ai deputati della Republique sotto il titolo: Le direttive del popolo perchè voi le trasformiate in legge.
Zero senza domicilio fisso: URGENTE, Imposta più progressiva sul reddito, SMIC, salario minimo, a 1300 euro netti,(..)nessuna pensione sotto i 1200 euro, salario massimo fissato a 15000 euro, scala mobile, limitazione degli affitti + alloggi a affitto moderato, divieto di vendere i beni appartenenti alla Francia, pensione a 60 anni per tutti, e per i lavori usuranti (per esempio muratore) a 55 anni, gas e elettricità vogliamo che tornino pubblici, fine della politica d’austerità col rimborso del solo debito e non più degli interessi dichiarati illegittimi, protezione all’industria francese, vietate le delocalizzazioni, e via così in una mixitè di obiettivi alcuni volti a ridurre fortemente le diseguaglianze e altri a “rinforzare” la nazione, senza però razzismo contro i migranti seppure la politica di integrazione venga forzata fino a: vivere in Francia implica diventare francesi eccetera, e infine non possono mancare le tracce di una politica ecologica, come lo sviluppo dell’autombile a idrogeno e la costruzione di immobili a basso consumo energetico.
A questo punto i Gilet Jaunes si ergono invitti, e Macron giace reclino essendo però sempre il capo dello Stato, il Presidente della Republique. Ci sarà alla prossima mobilitazione a Parigi una palingenesi rivoluzionaria nello scontro frontale tra lo Stato e gli insorti? Oppure il Presidente sarà capace di trovare una soluzione politica giusta e democratica, senza schierare e muovere le truppe? Macron potrebbe convocare un referendum, che però con tutta probabilità perderebbe. Oppure potrebbe dimissionare il governo, ma chi altro poi potrebbe scegliere non si sa. Altra soluzione in campo potrebbe essere lo scioglimento del Parlamento con elezioni anticipate. Al buio, con i partiti tradizionali in pappa, mentre il suo movimento En Marche non pare proprio sulla breccia, possibile che si afflosci come un soufflè mal cotto. Elezioni non facili dunque nel bel mezzo d’ una tempesta sociale senza precedenti. Infine i GJ potrebbero dotarsi in un tempo strettissimo di una rappresentanza politico sociale in grado di iniziare una trattativa con lo Stato, il che a tutt’oggi non pare proprio una soluzione a portata di mano.
Comunque sia, per dirla con Camus: Je me révolte, donc nous sommes.
26.11.18
Così Jean-Claude Juncker ha ucciso il sogno dell'Europa
di Paolo Biondani e Leo Sisti
Una voragine nei conti dei 28 Paesi dell’Unione europea: mille miliardi di euro all’anno, tra elusione ed evasione fiscale. Multinazionali che non pagano le imposte e smistano decine di miliardi di dollari dei loro profitti, accantonati grazie a operazioni finanziarie privilegiate in Lussemburgo, verso altri paradisi rigorosamente “tax free”. Stati membri dell’Unione che si fanno concorrenza sleale sulle tasse. È disastroso il bilancio che sta lasciando Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, nonché ex padre-padrone del Granducato, mentre imbocca l’ultimo anno del suo mandato, in scadenza dopo le elezioni del 2019: il suo viale del tramonto. Ormai ogni giorno il numero uno della Ue deve incrociare i ferri con populisti e sovranisti, pronti a sfidare regole, limiti e vincoli europei. In Italia ad attaccarlo è soprattutto Matteo Salvini, con un avvertimento: «Pensi al suo paradiso fiscale in Lussemburgo». Dove Juncker è stato presidente del Consiglio dal 1995 al 2013 e, già prima, più volte ministro delle Finanze, esordendo con il primo incarico politico nel 1982, ad appena 28 anni. Ed è proprio il Lussemburgo il vero nodo del caso Juncker, di cui ora approfittano i nemici dell’Europa. Il nodo di un paese fondatore della Ue che spinge i ricchissimi a eludere le tasse.Lo scandalo si apre il 5 novembre 2014. Quattro giorni dopo l’insediamento di Juncker alla guida della Commissione europea, un network giornalistico internazionale svela i segreti fiscali del Lussemburgo. A guidare la ricerca, durata sette mesi, è l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), a cui aderisce anche L’Espresso, che nel 2016 si imporrà con i Panama Papers. “LuxLeaks” è il nome in codice dell’inchiesta, dove “Lux” sta per Lussemburgo e “Leaks” per fuga di notizie. L’Espresso, insieme a quaranta media di tutto il mondo, accede a un archivio con 28 mila documenti sottratti da due impiegati, poi condannati, della sede lussemburghese di PriceWaterhouseCoopers (Pwc), un colosso della consulenza e revisione societaria. Intese riservatissime che garantiscono a 340 multinazionali, da Amazon ad Abbott, da Deutsche Bank a Pepsi Cola, di pagare meno dell’uno per cento di tasse. Un sistema sviluppato proprio in Lussemburgo. Lo scoop provoca interventi parlamentari, denunce, indagini giudiziarie. Il 20 novembre L’Espresso, in copertina, chiede le dimissioni di Juncker, «inadatto a guidare l’Europa». Juncker però è rimasto presidente. Ed è diventato il simbolo di un’Europa sempre più in crisi.
Solo dal 2002 al 2010, mentre Juncker era premier del Lussemburgo, il suo paese ha attirato 220 miliardi di dollari grazie a quegli accordi fiscali confidenziali. Il 2003 è un anno chiave. Jeff Bezos, fondatore di Amazon, decide di fissare nel Granducato il suo quartier generale europeo. Merito di un corteggiamento assiduo di Juncker, che allora se ne vantava: «Amazon è venuta in Lussemburgo non solo per motivi fiscali, ma anche per il contatto con il governo». Robert Comfort, per undici anni responsabile fiscale del colosso americano in Europa, in un’intervista è ancora più esplicito: «Il messaggio di Juncker era questo: se avete qualche problema che non riuscite a risolvere, tornate da me. Cercherò di aiutarvi». Juncker dunque ha aiutato il suo paese. Per questo, quando scoppia LuxLeaks, anche un suo avversario politico, come il premier Xavier Bettel che gli è subentrato nel 2013, si precipita a difendere il sistema, con parole volgari: «È intollerabile che si getti il Lussemburgo nella merda».
Juncker e il sistema fiscale lussemburghese sembrano vacillare quando tra i 751 parlamentari europei inizia una raccolta di firme per una mozione di censura. Nel testo, presentato dalle destre (tra cui Lega e Movimento 5 Stelle) dopo che un precedente tentativo delle sinistre era andato a vuoto, si leggeva: «Juncker è direttamente responsabile delle frodi fiscali che hanno fatto risparmiare miliardi alle multinazionali». Ma il 27 novembre 2014 la coalizione tra popolari (lo stesso gruppo di Juncker) e socialisti forma un blocco compatto, salvando Mister Euro: mozione respinta con 461 voti contrari, 101 a favore e 88 astensioni.
La guerra delle tasse però continua su un altro fronte. Da più parti s’invoca una commissione parlamentare. Ma di che tipo? Una vera commissione d’inchiesta? Oppure una semplice “commissione speciale”? La differenza non è da poco, perché solo con la prima scatta l’obbligo per gli Stati membri di presentare i documenti richiesti dai deputati. Lo scontro è frontale. A favore della commissione d’inchiesta si schierano verdi, estrema sinistra, una parte dei liberali, conservatori e cinquestelle. Il verde Philippe Lamberts è soddisfatto: «Si verserà così tanto sangue sul tappeto, che nessuno sarà in grado di pulirlo». Non sa che una sorta di golpe è dietro l’angolo. Il 12 febbraio 2015 una controffensiva di popolari e socialisti evita l’inchiesta e approva solo una commissione speciale, denominata Taxe. A presiederla sarà Alain Lamassoure, francese come il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, entrambi con un passato da ministri in patria. Durerà sei mesi e avrà 45 membri. Tra i suoi compiti, il più importante è richiedere agli Stati membri di trasmettere tutti gli accordi fiscali (tax ruling) emessi fin dal primo gennaio 1991. Evidente lo scopo: stanare i patti agevolati, capire se qualche Stato ha garantito alle multinazionali «risparmi di tasse derivanti da trasferimenti artificiali di utili».
L’attività della commissione speciale è una débâcle: nessun governo nazionale fornisce i suoi tax ruling, trincerandosi dietro impegni di confidenzialità e riservatezza. Ma c’è di peggio. Lo dimostra un carteggio, iniziato nell’aprile 2015, proprio tra Lamassoure e Moscovici. Il primo preme sul secondo perché gli Stati consegnino i verbali del cosiddetto “Gruppo codice di condotta”. Si tratta di un comitato di tecnici delle finanze, istituito nel 1998 dall’Ecofin, il consesso dei ministri dell’economia della Ue, per valutare le pratiche fiscali nocive. Quindi, in teoria, per bloccare schemi tributari che favoriscono le multinazionali. In pratica però i pareri degli esperti restano sostanzialmente ignorati. Perché in questa materia vige il criterio dell’unanimità. Quindi basta il veto di un solo Stato per fermare qualunque cambiamento. E così, dopo numerose proteste, quando le prime carte arrivano finalmente alla commissione speciale Taxe, ecco la sorpresa: molte parti degli atti risultano censurate.
Per gli europarlamentari c’è un ulteriore diktat: chi è ammesso a consultarli, deve firmare una dichiarazione impegnandosi a «non divulgarne il contenuto a terze persone». E le carte si possono leggere solo in una “reading room”, una stanza speciale a porte chiuse, tra le 9.30 e le 18.30, senza portare telefoni o computer. Ricorda Fabio De Masi, esponente della Linke tedesca: «Era vietato fare fotocopie. Vietato anche appuntare note, almeno all’inizio. Inoltre la Commissione Juncker ha precisato che una consistente fetta di documenti era andata persa durante un trasloco: nessuno li ha mai visti». Commenta Lamberts: «È indegno di una democrazia, è una gran buffonata».
La conclusione più amara viene dall’europarlamentare Sven Giegold dei Verdi tedeschi: «Sapevamo che c’era un’evasione di massa. E sapevamo che c’era una colossale elusione fiscale, con le multinazionali come protagoniste. Voi giornalisti del consorzio Icij avete pubblicato un elenco di casi estremi, però non potevate immaginare fino a che punto fosse giunto il sistema in Lussemburgo. Leggendo le carte, abbiamo scoperto che il principio dei tax ruling era conosciuto da vent’anni. Nella “reading room” abbiamo rinvenuto verbali di incontri del Consiglio europeo degli ultimi due decenni. Possiamo ricostruire che cosa è avvenuto. Sappiamo che qualcuno ha cercato di chiudere le scappatoie fiscali: senza successo, perché occorreva il consenso unanime. E sappiamo che alcuni paesi hanno fermato il cambiamento: soprattutto Lussemburgo, Belgio, Olanda, tutti difesi dal Regno Unito. Per vent’anni alcuni stati membri hanno impedito il cammino dell’Europa verso una tassazione pulita. Lo sappiamo, ma non possiamo provarlo pubblicamente: perché carte non possiamo averne».
Già dopo i primi sei mesi, sarebbe prevista la chiusura dei lavori di Taxe, che però continuano. Finalmente, il 25 novembre 2015 la commissione speciale vota una “risoluzione”. Ovvero una serie di raccomandazioni, che non hanno carattere vincolante, ma consistono in un invito rivolto alla Commissione Juncker perché formuli proposte di direttive, che per diventare leggi dovranno superare il vaglio del Consiglio europeo, formato dai capi di Stato e di governo dell’Unione. Un percorso ad ostacoli. Nel testo finale, in particolare, viene rigettato un emendamento, proposto da De Masi e altri europarlamentari, che mirava a definire il Lussemburgo «centro di operazioni fiscali aggressive, frutto di strategie globali sotto la supervisione di Juncker». L’unica censura ammessa riguarda la sparizione di una pagina da un rapporto sulle frodi fiscali nel Granducato: un dossier commissionato nel 1996 proprio dall’allora premier Juncker a un suo parlamentare, ma riemerso soltanto nel settembre 2015, poco dopo la sua audizione a Bruxelles. Un mistero mai chiarito.
La risoluzione concede un plauso all’inchiesta LuxLeaks e qualche cenno a misure concrete, come l’idea di obbligare le multinazionali a redigere un rendiconto per ogni paese dove hanno filiali, invece di un solo bilancio globale. Solo un passaggio del testo cita «pratiche fiscali discutibili promosse da società di revisione in un determinato Stato membro». Senza nemmeno nominare il Lussemburgo.
La commissione speciale viene poi autorizzata a proseguire i lavori con una seconda fase, da gennaio a luglio 2016, chiamata Taxe 2. Qui si riapre la polemica sulla documentazione del Gruppo codice di condotta, disponibile in quantità maggiore. Ma con un vincolo paralizzante: per esaminare molte nuove carte importanti, si deve attendere l’autorizzazione degli Stati interessati. Che rallenta i lavori. O non arriva mai.
Quanto a Juncker, il suo nome non viene neppure sfiorato. Nessuna accusa, nessuna responsabilità politica. Del resto, la sua linea di difesa è sempre stata una sola: tutti colpevoli, nessun colpevole. Il caso LuxLeaks? «Non riguarda il solo Lussemburgo, dovremmo parlare di EuLeaks», ha sempre risposto Juncker, evidenziando che i tax ruling «esistono anche in altri ventidue Stati europei». Autocritiche? Nessuna. Nemmeno sul suo passato da premier lussemburghese: «Oggi farei la stessa cosa: volevamo diversificare la nostra economia». Dalle banche alla finanza. Parola di Juncker. Di cui potranno rallegrarsi i 550 mila abitanti del Lussemburgo, che secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale oggi sono primi al mondo per Pil pro capite: 120 mila dollari all’anno a testa. Ricchi con le tasse altrui, mentre l’Europa affonda.
13.11.18
Tim Marshall e la fenomenologia del filo spinato
Guido Caldiron (il manifesto)
«Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava». Non è forse un caso se Tim Marshall ricorre alle parole di Ursula Le Guin, la scrittrice di fantasy e fantascienza scomparsa quest’anno, creatrice di mondi immaginari che riflettono tutte le contraddizioni del reale, per definire il significato più profondo di quella che si va delineando come una sorta di «età dei muri».
Veterano del giornalismo inglese, a lungo corrispondente della Bbc dalle zone di guerra dei Balcani e del Medioriente, con I muri che dividono il mondo (Garzanti, pp. 272, euro 19), Marshall completa la sua trilogia – nel nostro paese è già stato pubblicato Le 10 mappe che spiegano il mondo) – che indaga il ruolo degli elementi naturali, dei simboli e delle identità collettive nel definire le coordinate del mondo contemporaneo, offrendo delle valide «istruzioni per l’uso» ad una realtà sempre più complessa.
Marshall, che ha presentato in questi giorni il suo libro nel nostro paese, spiega infatti come «negli ultimi vent’anni sono stati eretti in tutto il mondo muri e recinti per migliaia di chilometri. Almeno 75 paesi, più di un terzo degli stati nazionali del mondo, hanno costruito barriere lungo i propri confini; metà di quelle erette a partire dalla Seconda guerra mondiale è stata creata tra il 2000 e oggi». Dall’Europa agli Stati uniti, passando per l’Africa e il mondo arabo, ripercorrendo l’attualità del fenomeno come le tracce della sua storia pregressa, il reporter fotografa attraverso il crinale delle nuove barriere il volto sfuggente e contraddittorio del presente.
Con la caduta del muro di Berlino si è pensato si aprisse una nuova stagione della storia contrassegnata dalla libera circolazione degli individui. La globalizzazione ha fatto il resto, al punto che nel 2005 il premio Pulitzer Thomas Friedman ha scritto un celebre saggio intitolato «Il mondo è piatto». Da queste promesse di libertà ci siamo però destati con i vari Trump, Orbán e Salvini. Cosa è andato storto?
In realtà credo che quella promessa abbia sempre contenuto una certa dose di ambiguità: cercava di celare la natura binaria del mondo, il permanere di profonde divisioni all’interno di ciascuna società, quale che fosse l’estensione dei muri che stavano venendo giù o il superficiale annuncio di uguaglianza con cui si presentava la mondializzazione dei mercati. Inoltre, non si è tenuto conto fino in fondo del fatto che i muri, penso in primo luogo proprio a quello di Berlino, «congelano» le comunità che racchiudono o separano, i cui umori più profondi tenderanno poi ad emergere. Basti guardare il modo in cui il razzismo è emerso nella ex Germania Est, dove non si era neppure mai parlato di «cultura della differenza». Su tutto questo si è poi abbattuta la crisi economica e sociale più devastante dal 1929. Popolazioni impaurite e indebolite hanno cercato rifugio nella propria identità e i «venditori di muri» si sono trasformati negli uomini del momento.
Trump è forse la figura che più ha puntato sulla «politica del muro» e sul significato pervasivo di questo simbolo. Lo slogan «Rendiamo di nuovo grande l’America» si è concretizzato nella promessa di una barriera con il Messico: il suo «muro» serve a ridefinire l’identità americana?
Come spiega il geografo dell’Università delle Hawaii, Reece Jones, nel suo libro Violent Borders, «i muri non funzionano quasi mai, ma sono potenti simboli di azione contro problemi percepiti». Trump ha utilizzato il simbolo del muro per indicare a quella parte dei suoi concittadini preoccupati per la crisi economica come per la crescita del ruolo delle minoranze nella società, l’orizzonte di un nuovo nazionalismo, evocato dallo slogan «America First». Così, il muro, è proposto come un mezzo per preservare il concetto stesso di nazione, la sua «santità» così come il mito vuole sia stata tramandata dai Padri pellegrini che affidarono l’America a Dio. Così, Trump ha messo in moto una potente macchina mitologica, capace di proiettarsi ben oltre i fatti concreti.
Il giornalista britannico Tim Marshall
A proposito di un’altra delle vicende chiave di questi anni, la Brexit, lei cita il Vallo di Adriano, costruito da Cesare per separare la Britannia romana dalle bellicose tribù del Nord, come metafora di quanto è accaduto con il voto del 2016.
In effetti, la tentazione di evocare quella barriera di pietra i cui resti sono ancora oggi visibili nel Northumberland, era troppo forte. Quel «muro» contribuì a dar forma a ciò che sarebbe diventato in seguito il Regno Unito. Al di sotto del vallo l’ambiente divenne sempre più romanizzato, mentre sopra, in quelli che sono oggi il Galles e la Scozia, rimasero forti le tracce della cultura celtica. E quest’ultimo elemento indica anche un altro aspetto che accompagna spesso la costruzione di un «muro», vale a dire le divisioni che produce, o che cerca al contrario di sanare, non oltre la sua cinta, ma all’interno della comunità che lo ha edificato. Proprio il voto in favore della Brexit ha espresso tutta la complessità della situazione, facendo emergere in tanti «muri invisibili» che caratterizzano le nostre società. David Goodhart, un altro autore che cito nel libro, ha sottolineato come alla base del successo del referendum contro la Ue vi sia stata la divisione tra coloro che definisce come «anywhere» e «somewhere», vale a dire, rispettivamente, chi vede il mondo in una prospettiva globale e chi, invece, in quella locale. In qualche modo si tratta di una contrapposizione che sta emergendo in tutto l’Occidente: da un lato chi occupa una posizione sociale più agiata o si trova a vivere una dimensione cosmopolita, dall’altro chi sconta sulla propria pelle le conseguenze più negative della globalizzazione, perché ha perso il lavoro o fatica a trovare un ruolo nelle nuove professioni che richiedono maggiore formazione e cerca rifugio in ciò che conosce, o pensa di conoscere, come la propria identità, le proprie radici. Razzismo, sciovinismo e chiusura identitaria finiscono così per mescolarsi ad una domanda di maggiore tutela che ha una base concreta. Quanto al risultato, è sotto gli occhi di tutti: molti di coloro che hanno votato per la Brexit si sono già pentiti, visto che nelle loro vite non è cambiato assolutamente nulla, mentre per il paese sono iniziati nuovi problemi.
Nel libro si parla di «muri visibili e invisibili» anche a proposito del conflitto tra palestinesi e israeliani. Oltre alla «barriera» costruita da Israele, altri «muri» stanno crescendo laggiù?
All’interno della società israeliana sono emerse via via una serie di divisioni. Dal confronto tra i cittadini ebrei e quelli arabi, a quello tra gli ebrei di origine ashkenazita e sefardita che ha caratterizzato la storia del paese fin dalla sua fondazione. Però, negli ultimi anni è emerso soprattutto un vero e proprio «muro» culturale e politico tra laici e religiosi che sta scivolando verso una forma di scontro quotidiano, talvolta anche violento, che sta modificando il volto stesso di Israele. Non solo. La crescita del ruolo politico dei religiosi, e la loro crescente alleanza con i gruppi nazionalisti – non a caso gli studiosi parlano al riguardo di «destra nazional-religiosa» – peserà sempre più anche sulla già fragile ipotesi di una soluzione equa del conflitto con i palestinesi. Questo perché per coloro che considerano sacra la terra che oggi è contesa tra le due comunità, qualunque concessione o divisione del territorio è percepita come un tradimento nei confronti dei propri valori o, ancor di più, come un’autentica rinuncia alla fede. Qualcosa di inammissibile.
Buona parte dei nuovi muri sono pensati per «tenere fuori» i migranti. Ma dato che le migrazioni sono fenomeni epocali e inarrestabili, che futuro per l’umanità annunciano tutte queste barriere?
Un rischio e una possibilità. Cominciamo da quest’ultima. Nelle società industrializzate che continueranno ad avere bisogno di immigrati si dovrà aprire necessariamente un dibattito salutare su come ridefinire la propria identità collettiva a partire da questo elemento. Il rischio, al contrario, è che «la politica dei muri» sovrasti ogni confronto razionale e ci faccia precipitare in un orizzonte ancora più cupo di quello attuale: quello nel quale ogni paese si contrappone all’altro, fino alle estreme conseguenze.
27.10.18
Desirée e quel padre dalla doppia morale
Ogni storia contiene al proprio interno un'altra storia. Perfino, ogni tragedia ne racchiude un'altra, non meno esemplare. Nel caso di Desirée, la ragazza violentata e uccisa a San Lorenzo, riaffermata in modo egualmente incondizionato la pietà per la vittima e l'esecrazione per i carnefici, avanza dallo sfondo una figura non secondaria, una drammatica maschera italiana, quella del padre.
L'uomo, che alla figlia non ha dato il nome, è, lo affermano indagini di polizia e sentenze della magistratura, un commerciante di droga, anzi un capo del traffico nella sua zona. Voleva però impedire alla figlia di fare uso delle sostanze che lui stesso smerciava e, per riuscirci, non esitava a ricorrere alle maniere forti, al punto che lei lo aveva denunciato.
Non è difficile individuare in questo comportamento una contorsione che annulla ogni buona intenzione. Il barlume di saggezza che induce a prevenire la disgrazia per la propria discendenza è spento dall'indifferenza con cui si lucra sulla stessa debolezza quando affligge quella altrui. Non c'è morale, neppure un principio, ma soltanto ipocrisia.
Proprio per questo il padre di Desirée (a cui non si dà qui volutamente il nome) diviene una maschera italiana, una delle peggiori, eppur diffuse. "Non vogliamo stranieri a casa nostra", però li ingaggiano per lavori poco pagati e per nulla registrati o si accompagnano furtivamente a femmine esotiche raccattate sulle provinciali.
"Più chiese e meno moschee", ma per qualche euro (lira, direbbero) in più vendono l'edificio al temibile islamico e che sostituisca pure il campanile con il minareto (salvo indignarsi quando accadrà). Sia chiaro che questa dissonanza è bipartisan, anzi universale, e quindi, a scanso di equivoci, mettiamoci pure: "Bisogna essere solidali e accoglienti", ma per favore tenete lontani i profughi da Capalbio che abbiamo appena ritinteggiato.
È sempre a casa di qualcun altro che tutto è permesso o, addirittura, doveroso. È il comportamento degli altri a essere inaccettabile. Per se stessi si trova una motivazione, un alibi o addirittura una necessità. La doppia morale è come la doppia negazione: annulla tutto. Resta solo il dispiegarsi inesorabile della storia, anche di quella piccola e infame.
Gli autori delle tragedie greche e quelli del più tragico dei testi, la Bibbia, hanno cercato di incutere agli uomini il più grande e fondato dei timori. Esiste un dio, laicamente chiamato destino, in osservazione e in ascolto.
Qualche volta è distratto, qualche altra è mite, ma sono eccezioni. E così il padre agli arresti domiciliari, impossibilitato a inseguire la figlia ribelle, ha ordinato di farle terra bruciata intorno, di non venderle la droga nella sua zona e l'ha sospinta verso la capitale, i suoi antri oscuri, i suoi buchi di legalità, quei mostri al servizio di altri capi del traffico in altre zone. La regola è l'avverarsi di spietate conseguenze, non sempre evidenti, avvolte come una storia nella storia.
Il nemico sbagliato
Se Draghi avesse voluto associarsi ai giochini ributtanti della Commissione europea per rovesciare o commissariare il governo gialloverde, non gliene sarebbero mancate le occasioni. Invece ha fatto esattamente l’opposto: ha spiegato più volte che le parole, con mercati così sensibili e volubili, pesano come pietre, e che chi dall’opposizione sale nelle istituzioni dovrebbe cambiare linguaggio, perché anche le sparate degli urlatori grillo-leghisti fanno danni incalcolabili. Quanto alla manovra, non l’ha mai presa di petto, anzi ha ricordato che non è la prima volta che l’Italia o un altro governo europeo sfora i limiti fissati e si è detto favorevole a un compromesso fra Ue e Italia e persino ottimista sulla possibilità di ottenerlo. L’ha ripetuto l’altroieri (“Sono fiducioso che un accordo sarà trovato”), anche se Di Maio&C. non se ne sono accorti. Ed è arrivato a dire che allo spread contribuiscono più le uscite degli urlatori anti-euro (ormai esclusivamente leghisti, specie dopo le rassicurazioni di Conte, Tria, Di Maio e perfino Salvini sulla permanenza dell’Italia nell’eurozona) che non una manovra sul 2,4% deficit-Pil.
Tutto questo, per chi sa leggere anche quello che, per il suo ruolo, il presidente della Bce non può dire, è un assist importante al governo soprattutto ai 5Stelle. Molto diverso dalle minacce e degli ultimatum degli agonizzanti sparafucile di Bruxelles. Tradotto in soldoni: nessuno vi chiede di ritirare la manovra; potreste persino lasciarla così com’è, o quasi; purché mettiate la museruola ai vostri urlatori che regalano appigli agli speculatori, salvo poi dire che parlavano a titolo personale quando ormai il danno è fatto; perché le commissioni Ue passano, ma gli speculatori restano, ed è meglio tenerli lontani dal nostro culo. Se così stanno le cose – e abbiamo ottimi motivi per ritenere che stiano così (leggete Stefano Feltri a pag. 3), e la parte più responsabile del governo (Conte, Tria, Giorgetti, persino il vituperato Savona) l’ha capito da un pezzo – è stupefacente che Di Maio non se ne renda conto e continui a respingere la mano tesa di Draghi, accomunandolo ai rottweiler di Bruxelles e rinunciando a incunearsi fra le divisioni di chi cerca il dialogo con l’Italia e chi vuole la guerra con un occhio alle elezioni. Che Salvini giochi al “tanto peggio tanto meglio”, si è capito: il Cazzaro Verde pensa (o si illude: lo spread preoccupa anche la parte più avveduta dei suoi elettori) di lucrare più voti strillando fino a primavera che ce l’han tutti con noi.
Ma, se abbiamo capito bene, non è questa la strategia dei 5Stelle: al Circo Massimo, Di Maio e Fico hanno annunciato alleanze nel prossimo Europarlamento con tutte le forze che non si riconoscono nel decrepito fronte Ppe-Pse (attualmente al governo), né nella destra salvinian-lepeniana, né nei liberalconservatori dell’Alde (nel cui gruppo peraltro il M5S aveva provato a entrare, invano). Cosa resta? La sinistra-sinistra (che l’altroieri, con Mélenchon e altri, ha difeso la manovra italiana nell’indifferenza dei 5Stelle) e i Verdi (i più simili ai pentastellati, malgrado le diffidenze reciproche). Se non vogliono stare né con chi ha rovinato l’Europa né con chi vorrebbe distruggerla definitivamente, ma con chi vuole cambiarla seriamente, i 5Stelle dovrebbero cambiare linguaggio e uscire dall’infantilismo che ieri ha portato Di Maio a mandare a quel paese Draghi, cioè l’unica autorità europea che non fa campagna elettorale contro l’Italia e tenta, per quel che può, di aiutarla. Dargliene atto e comportarsi di conseguenza, magari iniziando a pensare a una patrimoniale, non significa ritirare o stravolgere la manovra, cedere ai diktat dell’Ue, dei mercati e dello spread, rinunciare a dialogare con la Russia (lo chiede anche Prodi, molto più “amico di Putin” di Salvini, che manco lo conosce) o con Trump (chi si scandalizza per la sua telefonata a Conte dimentica 70 anni di alleanza con gli Usa e i salamelecchi di Gentiloni a The Donald) o con la Cina. Significa guardarsi dai veri nemici, distinguerli dagli amici insospettabili, parlare un linguaggio da statisti e non da asilo Mariuccia o da osteria, smetterla di fare gli struzzi per esorcizzare la dura realtà dei numeri. Cioè fare gli interessi del tanto strombazzato “popolo”.
6.10.18
Reddito di cittadinanza. Una certa idea di povertà
Chiara Saraceno (La Repubblica)
Che siano 8 o 10 i miliardi che alla fine saranno destinati al reddito di cittadinanza, si tratta sempre di una cifra di gran lunga superiore a quanto nessun governo italiano abbia mai impegnato per il contrasto alla povertà. Si avvicina molto a quanto è stato stimato necessario per portare tutti coloro che si trovano in povertà assoluta (i cinque milioni di persone di cui si parla, che includono anche oltre un milione di stranieri regolari) al livello della soglia che la identifica. Anche se è molto meno di quanto sarebbe necessario per coprire tutti coloro che si trovano in povertà relativa, sarebbe una buona notizia. Chi si scandalizza per l'entità dell'impegno di spesa dovrebbe piuttosto farlo per quella, quasi analoga, impegnata per garantire l'abbassamento dell'età della pensione ad un numero molto più ridotto di persone — 400 mila si stima — che non solo non si trovano in stato di bisogno, ma rappresentano un gruppo relativamente privilegiato, spesso con speranze di vita più lunghe sia di chi è povero, sia di chi, lavoratore o lavoratrice, non potendosi permettere di prendere una pensione esigua o non avendo ancora maturato l'anzianità contributiva richiesta, dovrà invece continuare a lavorare anche in condizioni pesanti. O per il condono fiscale, contrabbandato per pace fiscale a spese dei contribuenti onesti. Lo scandalo, a mio, parere, sta nel modo in cui Di Maio, Castelli e compagni stanno ridefinendo il cosiddetto reddito di cittadinanza. Dopo avergli dato un nome che, intenzionalmente o meno, consentiva fraintendimenti — un reddito dato a tutti, in modo incondizionato — ora si ripromettono di trasformarlo in uno strumento non solo, come era già dall'inizio, selettivo, cioè destinato ai poveri, anche se con qualche confusione e incertezza su come identificarli, ma fortemente paternalistico.
Non verrà concesso in moneta liquida, ma su una carta di debito. Potrà essere speso solo su suolo italiano (non sia mai che un povero comasco attraversi la frontiera svizzera per comprarsi del caffè), in esercizi italiani (verranno esclusi Carrefour, , Auchan e simili?) e possibilmente per prodotti italiani. Non potrà assolutamente essere speso per consumi voluttuari, immagino definiti da apposita commissione etica, e nemmeno risparmiato. Ciò che non si spende della somma mensile assegnata verrà perso, come i minuti e i giga dei contratti dei cellulari. Dietro questo approccio c'è l'antica idea che i poveri siano inaffidabili, moralmente deboli. Lasciati a se stessi, invece di comprare latte e scarpe per i bambini e pagare l'affitto, si darebbero al bere e al gioco d'azzardo o alle spese pazze. Vanno messi sotto tutela. Riceveranno reddito in cambio di cessione di cittadinanza. Aggiungo che la scelta della carta invece del denaro liquido, già sperimentata con il Sia (Sostegno per l'inclusione attiva) e non del tutto superata neppure con il Rei (Reddito di inclusione), pone anche altri problemi. Lascia tutto il potere di spesa al titolare della carta, a detrimento degli altri componenti adulti della famiglia. Espone all'umiliazione di vedersi rifiutati alcuni prodotti alla cassa del supermercato. Molti piccoli negozi, specie nei paesi, non hanno il bancomat. Lo stesso vale per molte persone, specie tra i più poveri. Anche impedire di risparmiare in vista di spese future — ad esempio scarpe per i figli, una nuova cucina a gas, la riparazione del motorino con cui si va a lavorare, un regalo — contrasta con l'obiettivo di aiutare le persone e le famiglie a gestire il proprio bilancio, a programmare, quindi anche a risparmiare. Così si trasformano i poveri non in cittadini, ma in consumatori forzati sotto tutela.
15.9.18
Quando la vita imita la letteratura
Guido Vitiello, insegnante e saggista
14 settembre 2018
Gentile bibliopatologo,
temo di aver instaurato con un autore e una sua opera, in particolare, un rapporto a tal punto viscerale da travalicare il mero e sano apprezzamento, sconfinando in quel processo mentale che la psicoanalisi definisce “traslazione”. L’autore è Philip Roth, il libro L’animale morente. L’ho letto una decina di volte, introiettando ossessioni e fragilità della protagonista e trasponendo, più o meno consciamente, un’esperienza parallela alla sua nel mio vissuto. Disfarsi del libro basterà a liberarsi di questa struggente parabola che pare ormai destinata a perpetuarsi all’infinito?
-Wanda O.
Cara Wanda,
scrisse una volta Umberto Saba che “niente consola più di un bel verso pessimista”. Per esempio, diceva, versi come questi di Goethe, dal secondo Canto notturno del viandante (“Abbi pazienza. In breve / riposerai anche tu”), possono salvare un giovane dalla disperazione: “Sono versi eminentemente sociali”. Volendo, puoi considerarli i precursori letterari del Telefono amico.
Purtroppo Goethe li scrisse solo nel 1780: troppo tardi per farli leggere al giovane Werther e ai tanti disperati per amore che, imitando pedissequamente il protagonista del suo romanzo di sei anni prima, avevano preso il brutto vizio di spararsi un colpo alla tempia. Chissà, magari tutta la storia avrebbe preso un’altra piega. Allo stesso modo, supponeva Ennio Flaiano, se Madame Bovary avesse letto Madame Bovary forse non si sarebbe avvelenata.
Tu parli di traslazione, ma la parola più adatta credo sia un’altra: emulazione. Faccenda antica quanto la letteratura – Paolo e Francesca non imitavano forse Lancillotto e Ginevra? E Don Chisciotte non era un plagio ambulante dei romanzi cavallereschi? – che tuttavia, nella nostra epoca intossicata dalla fiction, ci è un po’ scappata di mano.
Ne ha scritto di recente Luca Mastrantonio in Emulazioni pericolose, un saggio che si apre con “l’effetto Werther” e procede con un lussureggiante inventario di casi noti e meno noti: la moda della roulette russa dopo il Cacciatore di Michael Cimino, Mark Chapman che spara a John Lennon dichiarando di essersi rifatto al Giovane Holden, le stragi scolastiche ispirate a Ossessione di Stephen King, i lenti avvelenamenti da tallio – facile da somministrare attraverso cibi e bevande – compiuti usando come manuale un romanzo di Agatha Christie, Un cavallo per la strega (propongo un’integrazione all’ipotesi di Flaiano: se Madame Bovary avesse letto anche la Christie, non solo non si sarebbe uccisa, ma avrebbe condito ogni giorno con il tallio la zuppa di cipolle del marito).
Il tuo sembrerebbe un caso di emulazione erotica, e nel libro di Mastrantonio ce n’è un buon esempio, anche se su un modello meno raffinato di Roth. Dalla febbre imitativa scatenata da Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James si avvantaggiarono in molti. I sex shop moltiplicarono le vendite degli accessori che Christian Grey fa provare ad Anastasia, specie le “palline della geisha”; una grande catena di ferramenta inglese dovette approntare un vademecum per i dipendenti, un po’ sconcertati da tutte quelle richieste di corde, cavi e scotch da elettricisti; alcuni alberghi si attrezzarono per ospitare stanze a tema. Tutti soddisfatti, con un’eccezione:
Gli unici che si sono lamentati del boom delle Sfumature sono stati i vigili del fuoco di Londra, che nei tre anni successivi all’uscita del romanzo hanno visto aumentare considerevolmente le chiamate per “rimozione oggetti dalle persone” e “rimozione persone dagli oggetti”: espressioni asettiche che raggruppano casi di uomini con il pene incastrato nell’aspirapolvere o donne legate al letto con manette che non si aprono più.
Grazie alle peripezie di lettrici e lettori di adorabile goffaggine, un romanzo sadomasochistico un po’ incolore – ben più innocuo e blando della Venere in pelliccia a cui il tuo pseudonimo ammicca – ha offerto lo spunto per chissà quante gag comiche, con pompieri e fabbri impegnati a districare combinazioni anatomicamente spericolate. Capisci dove voglio arrivare? Il tuo registro fatalistico e melodrammatico – “struggente parabola che pare ormai destinata a perpetuarsi all’infinito” – non tiene conto di una cosa: ogni emulazione è una riscrittura, o se vogliamo un esperimento di fan fiction. Non potresti riprodurre la stessa storia neppure con tutto l’impegno del mondo. Magari la tua versione dell’Animale morente è destinata a un finale epico, con gli elicotteri dei pompieri che accorrono la notte di Capodanno sulle note della Cavalcata delle Valchirie.
Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it
Dal 5 al 7 ottobre Guido Vitiello terrà un workshop sull’arte della recensioneal festival di Internazionale a Ferrara.
18.8.18
The Italian government’s foolish reaction to the Genoa bridge collapse only compounds a nation’s tragedy
Editorial (Indipendent)
Shameless even by their own low standards, the gang of populists currently trying to govern Italy have attempted to exploit the tragic collapse of the bridge at Genoa for political purposes. Matteo Salvini, deputy prime minister, minister of the interior and leader of the Northern League party, wasted to no time in blaming the detested European Union for the loss of life. His argument was that the EU’s budgetary restraints on member states prevents them from carrying out expensive infrastructure projects.
It is, of course, wrong. All that the fiscal rules require is for member states of the single European currency to safeguard the euro’s integrity to sticking to broad limits on budget deficits and the overall level of national debt. No one in Europe has ever vetoed any scheme to make a bridge safe.
What in fact went wrong, among other factors, was that the planned improvement works to the bridge were bitterly opposed by Mr Salvini’s coalition partners, the Five Star Movement – it said warnings of the Morandi Bridge’s risk of collapse were a “favoletta” – a fairy tale of children’s fantasy. Five Star, true to its crude populist instincts, wanted to win political support from local residents who resented the disruption and change the works would create. It is what the British call “nimbyism”, but elevated into a political philosophy. Had the works gone ahead, there is at least the possibility that the tragedy would have been averted.
To blame the European Union for the bridge’s collapse while your populist allies tried to wreck the scheme takes special quality of chutzpah, or faccia tosta in Italian. Then again, it is a feature of the successful politician that they can distort the truth as they wish, while indignantly attacking those who seek to report real news – Donald Trump being the globally pre-eminent exponent of the art.
Italian bridge collapses: part of highway gives way in Genoa
Mr Salvini seems to be emerging as the de facto leader of Italy – he is after all nicknamed Il Capitano – shading the actual prime minister, Giuseppe Conte, a hardline anti-immigrant Europhobe who lacks Mr Salvini's talent for publicity.
These ugly arguments in Italy remind the Italian people and the wider European community that the country is embarked upon a uniquely dangerous exercise. There are hard-rightists in government or coalitions elsewhere in the EU, and in most states far-right or populist movements command strong support by historical standards. The Swedish Democrats, for example, are heading for elections on 9 September and is running second in the opinion polls – proof, as with trends in Austria, Germany and Switzerland, that the swing to the hard right is not confined to the poor reaches of the European continent. We have become inured to this since the start of the century, but by any benchmarks it is a disturbing and indeed frightening development.
Yet it is in Italy that the clownishness and denigration of normal political debate is being played out with the most risk and danger. The Italian government is openly discussing printing its own money – denominated in euros – as a way for evading its responsibilities under the rules of the European Central Bank, which has the sole right to run the euro.
The Italian government is also conducting the most heartless measures against refugees arriving from Africa. Mr Salvini made a great show of “closing the ports”, for example. His frustration, though, like that of many Italians, was understandable, or least comprehensible. Italy’s European Union partners have simply not done enough – with the honourable exceptions of Sweden and Germany – to share the cost and settlement of the refugees and economic migrants. The EU has failed to help Greece, Malta and Italy, who just happen to have coastlines nearest to the migrants’ jumping-off points for the hazardous journeys to Europe. None of this excuses or justifies the extreme reaction of the Italian state, however. Sooner or later, agents of that state will be responsible for the deaths of innocent people. It is unlikely that Mr Salvini and his colleagues will feel much remorse.
Italy has huge economic challenges, none of them the product of the refugee crisis. For years – long before the boats from Libya started arriving – the economy has stagnated, the public finances have been mismanaged, and the banking system increasingly used as a sort of piggy bank for hard-up Italian ministries. As in Greece, the strictures of the euro have made matters worse – but that is the nature of a single currency system that lacks any mechanism for “fiscal transfers” from richer to poorer regions, as in most unitary states.
Behind much of that lies Italy’s disastrous demographics. The ageing population means the outlook for public services remains bleak and a rise in living standards for all unlikely. The great irony is that migration – which overwhelmingly consists of younger workers – could start to fix the demographic imbalances and the consequent economic strain. Instead, Italy’s government blames and victimises the very people who could help the country to rebuild shoddy infrastructure and create jobs. That is a further national tragedy.