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1.2.10

La strana disfatta

Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».

La sete di negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare, se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il 12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva in Iraq.

Così sfila davanti al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair, in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.

Era eretico patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra, essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.

In un’intervista di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato», disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come Stato funzionante e non corrotto.

A questa ragione se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione ­ per almeno un anno ­ di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di Kabul).

La terza ragione è la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52 per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che tutti costoro siano visti come occupanti.

Anche questa guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta invitato a tornare al potere.

Obama non ha cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa i negoziati con i talebani.

Barbara Spinelli

È strana, la disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni, molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo, ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione, da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di essere una parola talmente grigia da passare inosservata.

Così deve concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili, combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore. Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a whimper.

2.12.09

Non uccidere la nostra speranza

di Michael Moore
LETTERA A OBAMA
Caro Presidente Obama, vuole davvero essere il nuovo «presidente di guerra»? Se andrà a West Point ad annunciare che aumenterà le truppe in Afghanistan invece di ridurle, lei sarà il nuovo presidente di guerra. Puramente e semplicemente. E con questo lei avrà fatto la cosa peggiore che potesse fare: distruggere i sogni e le speranze che tanti milioni di persone avevano riposto in lei. Con un solo discorso, domani, lei trasformerà una moltitudine di giovani che erano stati la spina dorsale della sua campagna elettorale in cinici disillusi. Insegnerà loro che quello che hanno sempre sentito dire è vero - che i politici sono tutti uguali. Semplicemente, non posso credere che lei stia per fare quello che si dice farà. Per favore, dica che non è così. Il suo mestiere non è obbedire ai generali. Siamo un governo retto da civili. NOI diciamo ai capi di stato maggiore riuniti cosa fare, non il contrario. È quello che volle il generale George Washington. È quello che il presidente Truman disse al generale MacArthur quando MacArthur voleva invadere la Cina. «Lei è licenziato!» disse Truman, e così fu.
Lei avrebbe dovuto licenziare il generale McChrystal quando la scavalcò andando a dire alla stampa quello che LEI doveva fare. Le parlerò con franchezza: amiamo i nostri ragazzi delle forze armate, ma detestiamo questi generali, Westmoreland in Vietnam e anche Colin Powell per aver mentito all'Onu coi suoi falsi disegni delle armi di distruzioni di massa (da allora sta cercando di farsi perdonare).
Così adesso lei si sente stretto in un angolo. Trent'anni esatti da giovedì scorso (il giorno del Ringraziamento) i generali sovietici ebbero un'idea fantastica: «Invadiamo l'Afghanistan!». Ebbene, quello si rivelò l'ultimo chiodo nella bara dell'Urss. C'è una ragione per cui non chiamano l'Afghanistan lo «Stato giardino» (anche se dovrebbero, vedendo come il corrotto presidente Karzai, che noi appoggiamo, consente a suo fratello di coltivare il papavero per il commercio dell'eroina). L'Afghanistan è soprannominato il «Cimitero degli imperi». Se non ci crede, faccia una telefonata agli inglesi. Le consiglierei di chiamare Genghis Khan ma ho perso il numero. Però ho quello di Gorbaciov, è + 41 22 789 1662. Sono sicuro che lui potrebbe farle un bel discorsetto sull'errore madornale che sta per commettere.
Con la crisi economica ancora galoppante, e i nostri preziosi giovani sacrificati sull'altare dell'arroganza e dell'avidità, il collasso di questa grande civiltà che chiamiamo America la porterà velocemente all'oblio se lei diventerà il «presidente di guerra». Gli imperi non pensano mai che la fine sia vicina, finché non arriva. Gli imperi pensano di poter costringere gli infedeli a rigare dritto con un male maggiore - eppure non funziona mai. Di solito gli infedeli li fanno a brandelli.
Scelga con attenzione, presidente Obama. Lei sa meglio di tutti che le cose non devono andare per forza così. Lei ha ancora alcune ore per ascoltare il suo cuore, e la sua mente. Lei sa che inviare più soldati dall'altra parte del mondo, in un posto che né lei né loro capiscono, per raggiungere un obiettivo che né lei né loro capiscono, in un paese che non ci vuole lì, non può portare nulla di buono. Io so che lei sa che ci sono MENO di un centinaio di membri di al-Qaeda in Afghanistan! 100 mila uomini per distruggere 100 persone che vivono nelle caverne? Scherziamo? Vuole forse suicidarsi come Bush? Mi rifiuto di crederlo.
La sua potenziale decisione di estendere la guerra (dicendo però che lo sta facendo per «mettere fine alla guerra») servirà a scolpire nella pietra la sua eredità più di una qualunque delle grandi cose che lei ha detto e fatto nel suo primo anno di presidenza. Ancora un osso lanciato ai repubblicani e la coalizione di chi spera e di chi è senza speranza potrebbe svanire - e questa nazione tornerà nelle mani di chi è pieno di odio più in fretta di quanto non ci metta lei a urlare «una bustina di tè!».
Valuti attentamente, signor presidente. Le corporations che la sostengono la abbandoneranno non appena diventerà chiaro che lei è destinato a svolgere un solo mandato, e che il paese tornerà al sicuro nelle mani dei soliti idioti bravi a eseguire gli ordini. Questo potrebbe avvenire mercoledì mattina.
Noi, il popolo, la amiamo ancora. Noi, il popolo, nutriamo ancora un residuo di speranza. Ma noi, il popolo, non possiamo più accettare il suo cedimento continuo, quando l'abbiamo eletta con un margine grande, grandissimo di milioni di voti per arrivare lì e assolvere il suo compito. Quale parte della «vittoria schiacciante» non riesce a capire?
Non si lasci ingannare, non creda che inviare un po' di soldati in Afghanistan farà la differenza, o le farà guadagnare il rispetto di chi è pieno di odio. Loro non si fermeranno finché questo paese non andrà in pezzi, e non sarà stato sottratto l'ultimo dollaro ai poveri e chi presto lo diventerà. Lei potrebbe inviare un milione di uomini lì, ma la destra non sarebbe ancora contenta. Lei sarebbe comunque la vittima del veleno che diffondono incessantemente alla radio e alla televisione dell'odio, perché qualunque cosa lei faccia, non potrà cambiare l'unica cosa di sé che li fa andare fuori di testa. Lei non è stato eletto da coloro che sono pieni di odio, e non li può conquistare abbandonando noi.
Presidente Obama, è ora di tornare a casa. Lo chieda ai suoi vicini di Chicago e ai genitori dei giovani che combattono e muoiono. Pensa che diranno: «No, non ci serve l'assistenza sanitaria, non ci servono i posti di lavoro, non ci servono le case. Vada avanti, signor presidente, spedisca la nostra ricchezza, i nostri figli e le nostre figlie oltremare, perché neanche a noi servono»?
Che cosa farebbe Martin Luther King Jr.? Che cosa farebbe sua nonna? Non invierebbero dei poveri a uccidere altri poveri che non rappresentano per loro alcuna minaccia. Non spenderebbero miliardi, triliardi per fare la guerra mentre i bambini americani dormono per la strada e si mettono in fila per un tozzo di pane.
Tutti noi che abbiamo votato e pregato per lei, e pianto la notte della nostra vittoria, abbiamo sopportato un inferno orwelliano di otto anni di crimini commessi nel nostro nome: tortura, rendition, sospensione dei diritti. Sono stati invasi paesi che non ci avevano attaccato, interi quartieri sono stati fatti saltare in aria perché Saddam «poteva» essere lì (ma non c'era mai), in Afghanistan sono stati compiuti massacri durante festeggiamenti di matrimonio. Siamo stati a guardare mentre centinaia di migliaia di civili iracheni venivano massacrati e decine di migliaia dei nostri coraggiosi giovani, uomini e donne, venivano uccisi, mutilati, o sottoposti a torture mentali: il terrore assoluto che facciamo fatica a immaginare.
Quando la abbiamo eletta, non ci aspettavamo miracoli. Non ci aspettavamo nemmeno molti cambiamenti. Ma pensavamo che avrebbe messo fine a questa follia. Alle uccisioni. All'idea insana che uomini armati di fucili possano riorganizzare una nazione che non funziona nemmeno come nazione e che non ha mai, mai funzionato come tale. Basta, basta! Per amore della vita dei giovani americani e dei civili afghani. Per il bene della nostra presidenza, della speranza, e del futuro della nazione, basta. Per amor di dio, basta.
Stasera nutriamo ancora speranze.
Domani vedremo. La palla è a lei, NON DEVE fare questo. Lei può essere un ritratto del coraggio (allusione al libro di John F. Kennedy Ritratti del coraggio, ndt). Lei può essere un uomo. Contiamo su di lei. Cordialmente, Michael Moore.
P.S. C'è ancora tempo per far sentire la vostra voce. Chiamate la Casa Bianca al numero 202-456-1111 o scrivete una mail al presidente.

il manifesto
Traduzione Marina Impallomeni

24.1.08

Reporter «blasfemo» condannato a morte

Sayed Parwez Kaambakhsh, 23 anni, era in carcere da tre mesi. Aveva diffuso testi sui diritti delle donne

Sayed Parwez Kaambakhsh, 23 anni, era in carcere da tre mesi. Appello della comunità internazionale a Karzai per salvarlo Condannato alla pena capitale con l'accusa di avere offeso Maometto e il verbo del Corano. In Afghanistan può ancora capitare a un giornalista sette anni dopo la caduta del regime talebano. Di certo è accaduto a Sayed Parwez Kaambakhsh, 23enne studente alla scuola di giornalismo a Mazar- i-Sharif, nel Nord del Paese, e neo-assunto in un quotidiano locale. Secondo i giudici, l'imputato avrebbe definito il Profeta «un assassino e un adultero» e soprattutto avrebbe difeso il diritto delle donne ad avere più partner maschili. «Se un uomo secondo il Corano può sposare sino a quattro mogli, perché una donna non può avere quattro mariti?», chiedeva un articolo trovato da Sayed su Internet e da lui diffuso tra gli studenti dell’Università di Balkh. Parole di fuoco, temi delicatissimi, che secondo i giudici in primo grado sono immediatamente punibili con la morte.

Il giovane giornalista ha comunque diritto a due ricorsi in appello. E lo stesso presidente Hamid Karzai per legge in un caso del genere dispone della piena facoltà di modificare la sentenza. A detta dei giornalisti locali, tra l'altro, la vicenda sarebbe molto più complessa e vedrebbe coinvolto il fratello dell'accusato, Sayed Yaqub Ibrahimi (il quale nega con fermezza che questi sia responsabile di alcuna dichiarazione blasfema), che da tempo sarebbe impegnato in un pericoloso braccio di ferro con Piram Qul, noto signore della guerra e membro del parlamento. «Si colpiscono i due fratelli per affossare la nuova stampa liberale, che sempre più di frequente mette in dubbio il potere dei vecchi signori della guerra. A Kabul un fatto del genere sarebbe stato subito denunciato. Lo stesso presidente Karzai è intervenuto più volte di persona a difesa dei giornalisti. Ma oggi più che mai il potere centrale è debole, fiacco, non arriva nelle province, dove gli uomini forti dell'era talebana restano in sella», sostengono nei circoli giornalistici della capitale. Nella primavera scorsa il procuratore generale dello Stato, Abdul Jabar Sabet, era intervenuto personalmente per cercare di imporre la censura contro Tolo, la più diffusa televisione privata.

Ma, dopo alcune brevi colluttazioni tra giornalisti e forze dell'ordine a Kabul, Sabet era stato costretto a tornare sui suoi passi. Eppure le accuse di blasfemia sono certamente più difficili da combattere. Nei tre casi noti per gli ultimi sei anni, quasi tutti gli imputati e i loro famigliari hanno dovuto lasciare il Paese. Non aiuta la crescita dell'influenza dei mullah e delle corti religiose locali di fronte alla crisi del governo centrale e le continue accuse di corruzione e nepotismo nei confronti dei suoi rappresentanti. Di recente il governo ha persino accolto la richiesta dei circoli religiosi affinché venissero censurati i film indiani ritrasmessi dalle tv private afghane, giudicati «immorali». In ogni caso i maggiori responsabili delle organizzazioni della stampa afghana sono già corsi a chiedere aiuto a Karzai. Dichiara Rahimullah Samander, direttore dell'Associazione dei Giornalisti Indipendenti: «Le accuse contro Sayed sono scioccanti. Di lui si deve occupare un'apposita commissione di giornalisti».

Lorenzo Cremonesi
corriere.it