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14.5.21

Al mercato delle armi il Golfo compra, Israele testa e vende


Michele Giorgio, ilmanifesto 17.03.2021
Guerre future. Il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) riferisce di un eccezionale aumento dell'importazioni di armi di ogni genere da parte di alcuni paesi arabi e di tre industrie belliche israeliane tra i leader mondiali del settore
Le vendite di armi si assestano in varie regioni del mondo ma vanno sempre più forte in Medio Oriente dove sono aumentate del 25% negli ultimi quattro anni. E le esportazioni israeliane, pur rappresentando «solo» il 3% del totale globale tra il 2016 e il 2020, sono cresciute del 59% negli ultimi cinque anni. Inoltre tre giganti delle industrie militari dello Stato ebraico  Elbit Systems, IAI e Rafael Advanced Defense Systems – sono tra i leader mondiali del settore. Arabia Saudita, Qatar ed Egitto guidano la classifica dei paesi arabi che hanno aumentato l’importazione di aerei da combattimento, carri armati, sistemi missilistici. Doha addirittura fa segnare un + 361%. A riferirlo è lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) nel rapporto che ha presentato lunedì che stima i volumi di trasferimenti di grandi armamenti e non il valore delle transazioni finanziarie.
Gli ultimi dati del Sipri sul commercio delle armi che sottrae ogni anno centinaia di miliardi di dollari al welfare, sanità, scuole e università in tutto il mondo, giunge mentre il Medio oriente vive un’altra delle sue fasi critiche. Il confronto tra Israele e Iran è sempre più aperto e Tel Aviv non fa mistero dei suoi piani di attacco alle centrali nucleari iraniane se gli Usa non confermerà la linea del pugno di ferro contro Tehran adottata da Donald Trump. In questi ultimi giorni è stato dato un particolare risalto ai «traguardi» della tecnologia militare israeliana. Ieri è stato annunciato l’ulteriore sviluppo del sistema anti-razzo «Iron Dome» anche contro i droni che segue il test positivo del nuovo mortaio noto come «Iron Sting». Quest’ultimo è destinato in particolare a colpire obiettivi nelle aree urbane con, affermano fonti ufficiali israeliane, «minimi danni collaterali» (i civili ammazzati) grazie all’impiego di munizioni guidate da laser e Gps. Secondo il ministro della difesa israeliano, Benny Gantz, lindustria militare nazionale è in grado di fornire alle forze armate «mezzi più letali, accurati ed efficaci». Dietro l’«Iron Sting» c’è la Elbit Systems che conquista anno dopo anno importanti fette di mercato anche in Europa. Le industrie militari israeliane hanno fatto grandi passi avanti anche in India e in altri paesi. Arriva da Israele il 69% delle importazioni di armi dellAzerbaigian che lo scorso anno ha combattuto una guerra sanguinosa contro lArmenia in cui i droni killer israeliani hanno avuto un ruolo chiave.
Comprano ogni anno armi per molte decine di miliardi di dollari le monarchie del Golfo. La prima è sempre quella saudita ma anche gli Emirati fanno la loro parte. Abu Dhabi attende solo il via libera di Joe Biden per l’acquisto, definito con la passata Amministrazione Usa, di 50 caccia F-35 di quinta generazione. In Nordafrica a recitare la parte del leone è l’Egitto che ha aumentato le sue importazioni di armi del 136% tra il 2011-15 e il 2016-20. La Turchia di Erdogan ora compra molto di meno, si è messa in proprio e sta sviluppando rapidamente la sua produzione militare, in particolare di droni che hanno già dimostrato la loro letale efficacia nel conflitto siriano e, come quelli israeliani, nella guerra tra Azerbaigian e Armenia. Si affida, a causa dell’embargo, quasi esclusivamente alle sue industrie militari anche lIran che in segreto fornisce ai ribelli yemeniti Houthi missili e droni per attaccare lArabia Saudita oltre ad assicurare i rifornimenti per l’arsenale del movimento sciita libanese Hezbollah.
Vendono sempre più armi le potenze occidentali, in calo Cina e Russia. Pechino, quinta al mondo al mondo dal 2016-20, ha visto diminuire le sue esportazioni di armi del 7,8% tra il 2011-15 e il 2016-20. L’Italia è scesa al decimo posto della classifica mondiale ma è il secondo paese esportatore verso la Turchia e il terzo verso il Pakistan e Israele, tutti e tre coinvolti in conflitti armati. Senza dimenticare le vendite di armi italiane all’Egitto, tra cui di recente una fregata, nonostante la ferma opposizione della società civile per l’assassinio di Giulio Regeni. Tra i cinque big che da soli assorbono il 76% del mercato  Stati Uniti, Russia, Francia, Germania e Cina Parigi è quella che ha registrato il maggior incremento (+44%).

18.2.15

La guerra in Libia è un regalo al califfo

Lucio Caracciolo (Limes)

Una campagna militare di crociati e apostati: al-Baghdadi non potrebbe chiedere di più.
Senza assecondare l'avventurismo di chi dimentica il nostro passato coloniale, l'Italia può fare qualcosa contro i jihadisti della Quarta sponda.

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari).

Eppure del nuovo sbarco sulla quarta sponda si discetta nelle cancellerie europee e nei palazzi dei monarchi e delle giunte militari arabe, con il discreto ma pressante incoraggiamento americano. Una operazione di controguerriglia da sviluppare su un territorio largamente desertico grande sei volte l’Italia, in totale caos geopolitico, dove si affrontano decine di bande e milizie di vario colore e appartenenza etnica, locale o regionale, tutte armate fino ai denti.

Una campagna che in teoria si presenta non dissimile dalle guerre sovietica o americana in Afghanistan, solo in un contesto molto più confuso e senza i mezzi delle superpotenze. Ma con la stessa carenza di obiettivi chiari e perseguibili.

Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute.

In ogni caso, per una spedizione oltremare toccherebbe esibire una bandiera Onu autorizzata dal Consiglio di Sicurezza - percorso non scontato - in modo da vestirla da “operazione di pace”. Come ha avvertito il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, l’Italia «è pronta a combattere, naturalmente nel quadro della legalità internazionale».

Stavolta però la foglia di fico onusiana non potrebbe mascherare la natura della guerra: non c’è nessuna pace da preservare, nemmeno in embrione. Non basta: il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha annunciato che Roma aspira a guidare l’agognata missione schierando un contingente di cinquemila uomini. In effetti, più che di soldati avremmo bisogno di carri armati (Rommel docet), che non abbiamo: quelli davvero efficienti si contano sulle dita delle mani o poco più.

Peggio, sembra che alcuni esponenti del governo abbiano persa la memoria del nostro passato coloniale in Tripolitania e in Cirenaica. Certo non l’hanno dimenticato i libici. «Tutto ciò cui aspiriamo è avere di nuovo gli italiani qui fra le mani», ha twittato uno dei più seguiti blogger di Misurata, nemmeno fra i più radicali. Per vendicare Omar al-Mukhtar e i suoi gloriosi martiri.

Quattro anni dopo aver partecipato controvoglia, su uno strapuntino dell’ultimo minuto, alla liquidazione franco-britannica di Gheddafi (e della Libia), adesso rischiamo dunque di tornarci in pompa magna, per ritessere la tela che abbiamo strappato. A supportare le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan.

Invece del Colonnello, con cui flirtammo per quattro decenni, lavoreremmo stavolta per un sedicente generale dalle ambigue credenziali, Khalifa Heftar, appoggiato da egiziani, sauditi, emiratini e altri petromonarchi del Golfo. Il quale ha saputo abilmente intestarsi la “guerra al terrorismo” (sezione libica), certificato di qualità ad uso dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali meno avvertite, utile a legittimare l’eliminazione dei propri avversari - in questo caso anzitutto le milizie di Misurata e altri gruppi presuntamente “islamisti”.

Puro avventurismo geopolitico, che fra l’altro significherebbe esporci gratuitamente al terrorismo jihadista sul nostro territorio molto più di quanto non lo si sia adesso. A rimettere ordine nel dibattito pubblico alimentato dai suoi stessi ministri ha pensato Matteo Renzi, avvertendo che «non è tempo per una soluzione militare». Il nostro premier ha preso tempo: meglio “aspettare l’Onu”. E ha correttamente osservato: «In Libia non c’è un’invasione dello Stato Islamico, ma alcune milizie che combattevano lì hanno iniziato a fare riferimento a loro».

Renzi mostra così di non voler cadere nella trappola della propaganda del “califfo”, che si annuncia “a sud di Roma”. E, se volessimo davvero combattere lo Stato Islamico, potremmo attaccarlo dove effettivamente si trova, fra Siria e Iraq. Non risulta però che i nostri piloti siano autorizzati a colpirlo.

Ma qualcosa si può e si deve fare. Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati - operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico. Tra Iraq e Siria gli americani hanno bombardato con qualche successo raffinerie e impianti controllati dal “califfato”.

In Libia le Marine occidentali potrebbero affondare, prima che partano, le barche con cui i mercanti di essere umani attraversano il Canale di Sicilia, lucrando su migliaia di disperati.

Un blocco navale di fatto, accompagnato da operazioni di forze speciali nei porti libici, infliggerebbe un colpo severo al più osceno dei traffici. E alla cassa degli aspiranti emuli del “califfo”.

17.2.15

Libia "libera": tutte le frasi più stupide

 (Libero)

Nel 2011 molti politici e intellettuali si esaltarono per le «primavere arabe». E quando Berlusconi si dimostrò restìo ad intervenire contro Gheddafi, nel timore del caos libico che ne sarebbe seguito, tutti gli diedero addosso. Ecco una breve antologia di quanto si diceva all’epoca. In alcuni casi abbiamo accostato, dello stesso autore, le opinioni di quattro anni fa a quelle di oggi: i giudizi sulla situazione libica sono quasi opposti, manca l’ammissione di avere sbagliato.

"Il primo ministro (Berlusconi, ndr) non ha osato ancora riconoscere che dopo quasi 42 anni di dittatura - il doppio di Mussolini! - è ben venuto il tempo che si allontani dal potere quel partner sanguinario cui Silvio Berlusconi ha da poco baciato la mano assassina in pubblico. Neanche le cifre di una vera e propria ecatombe in Libia lo hanno indotto a chiedere che Gheddafi sia assicurato a una corte di giustizia internazionale. Come mai persiste una simile, vile titubanza?"
(Gad Lerner, la Repubblica, 24 febbraio 2011)

"Che la situazione in Libia potesse precipitare era chiaro fin dall’estate scorsa, quando si è perso ogni controllo su questo territorio mediterraneo posto sui nostri confini meridionali (...) Le crudeli decapitazioni dei cristiani copti a Sirte segnano oggi un passaggio senza ritorno. Mi auguro che il governo e lo stato maggiore delle Forze Armate abbiano predisposto in questi mesi piani efficaci di intervento a tutela della nostra sicurezza nazionale".
(Gad Lerner, sul suo blog, 15 febbraio 2015)

"Obama ha mantenuto la promessa fatta due anni fa con il discorso del Cairo, rivolto al mondo musulmano. Ha appoggiato i movimenti democratici, pur compiendo qualche contorsione diplomatica. (…) Anche l’Europa è stata fedele ai suoi principi condannando la repressione e pronunciandosi in favore degli oppositori in rivolta. Soltanto l’Italia di Berlusconi ha mancato all’appuntamento d’onore per un paese democratico. Se l’insurrezione libica affogherà nel sangue, il governo italiano avrà la sua parte di vergogna".
(Bernardo Valli, la Repubblica, 22 febbraio 2011)

"Oggi la Libia non è più oppressa da un raìs megalomane e sanguinario, ma è un mosaico di tribù rissose incontrollabili dal governo centrale".
(Bernardo Valli, la Repubblica, 18 gennaio 2013)

"Angela Merkel ha usato un’espressione rivelatrice: vuole “aspettare e vedere come si evolve la situazione”. I prossimi popoli che covano voglie di ribellione e libertà sono avvisati. (...) L’Italia poi è irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile. Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare. E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo per qualunque sbocco, l’Europa prende, cioè perde, tempo".
(Adriano Sofri, la Repubblica, 17 marzo 2011)

«Non c’è nessun “kafir”, infedele, persona o paese, che possa sentirsi al riparo dal jihad islamista. Il terrorismo politico di formazioni arabe di altri tempi consentiva furbizie e sotterfugi, per il terrore superstizioso di oggi non ci sono mediatori come il colonnello Giovannone. Questo vuol dire anche che quando si dice che “la soluzione è in Libia” (Renzi) o “siamo pronti a batterci in Libia”, non si può fermarsi lì, tantomeno tornare indietro».
(Adriano Sofri, la Repubblica, 15 febbraio 2015)

«Peccato per il silenzio dei “pacifisti”: ma dove sono mentre Gheddafi bombarda il suo popolo? In week end temo».
(Gianni Riotta, il Sole 24 Ore, 6 marzo 2011)

"Ieri il ministro Gentiloni ha detto bene: finché Isis occupa uno Stato terrorista non ci sarà pace in Europa".
(Gianni Riotta, la Stampa, 9 gennaio 2015)

"Per quanto abborracciato sia stato l’intervento in Libia, le conseguenze di un non-intervento sarebbero state assolutamente peggiori. La Francia ha il merito di aver reso tempestivo l’intervento e la colpa di aver preteso una leadership che nessuno aveva voglia di riconoscerle".
(Vittorio Emanuele Parsi, la Stampa, 20 aprile 2011)

"Com’è risaputo, sono stati i francesi a insistere per deporre Gheddafi, ma non hanno pianificato la fase successiva. (...) La responsabilità di questo pasticcio grava su Londra e Parigi ma, anche se la frittata l’hanno fatta gli altri, ora chi se la ritrova davanti alle proprie coste siamo noi".
(Vittorio Emanuele Parsi, intervista al Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2015)

"Nei paesi nordafricani vigeva simile spartizione di compiti: ai despoti il dominio politico, alle moschee la libertà di modellare l’intimo delle coscienze. L’accordo di scambio sta saltando ovunque, tanto che si parla di fallimento colossale di quella che gli Occidentali chiamavano stabilità. È in nome della stabilità che Berlusconi ha chiamato Mubarak un saggio, e ha detto non voler “disturbare” Gheddafi poco prima che questi bombardasse i libici facendo centinaia di morti".
(Barbara Spinelli, la Repubblica, 23 febbraio 2011)

"In Iraq come in Libia, stiamo assistendo alle conseguenze di guerre che hanno letteralmente generato Stati fallimentari e caos, nonostante i fuorvianti propositi iniziali".
(Barbara Spinelli, intervento all’Europarlamento, 2 settembre 2014)

"Le violenze (di Gheddafi, ndr) andavano condannate subito. Riconosco che c’erano stati tali legami e un tale intreccio di interessi per cui c’era qualche difficoltà ad avere la reazione che questi eventi richiedono. Berlusconi ha blandito Gheddafi. I rapporti con la Libia sono utili ma la dignità va sempre salvata".
(Romano Prodi, 22 febbraio 2011)

"Non poteva esserci diversa conseguenza di una guerra sciagurata voluta sconsideratamente dalla Francia e che l’Italia ha seguito in modo folle e incomprensibile. Non avevo mai visto un paese che paga una guerra fatta contro di lui".
(Romano Prodi, 14 febbraio 2015)

"Berlusconi ha ripetuto per anni: “amico Putin, amico Gheddafi”, ma a cosa ci hanno portato le sue relazioni speciali? Ad essere il tappetino delle autocrazie, se non vere e proprie dittature".
(Pier Luigi Bersani, 22 febbraio 2011)

"L’Italia sta apparendo complice di un tiranno nel momento in cui si denuncia un genocidio. Di fronte a questo non è possibile essere esitanti. (...) L’attenzione non va spostata sui profughi. In questo momento il tema è il vento di libertà che sta soffiando e come contribuiamo a cacciare i dittatori dal Mediterraneo".
(Nichi Vendola, 23 febbraio 2011)

"Protagonisti della rivolta sono stati giovani che non sanno che farsene del Libretto verde, connessi alla società mondiale attraverso la Rete. (...) Cosa hanno a che fare essi con Al Qaeda? Per gli islamisti radicali queste rivolte sono una cocente sconfitta".
(Renzo Guolo, la Repubblica, 25 febbraio 2011)

"Il “dopo” terrorizza. E si accusa la Francia dello smanioso Sarkozy di procedere alla cieca, senza preoccuparsi del predominio delle tribù, o dello spazio dei fondamentalismi che si potrebbe spalancare “dopo” Gheddafi. (…) Ma il terrore del “dopo” può essere un principio di paralisi se il “dopo” è pressoché ineluttabile. E non c’è peggiore impotenza politica dichi è prigioniero della nostalgia per il dittatore con cui si facevano ottimi affari. Nella stabilità perduta".
(Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 30 marzo 2011)

19.3.14

Noam Chomsky sulla Crimea: «Altro che feroce invasione»

Pio d'Emilia, (il manifesto)

Intervista. Il professore del Massachusetts Institute of Technology sui nuovi venti di guerra oriente-occidente, accusa i giornalisti di asservimento al pensiero comune e gli Usa di doppiopesismo

Di «pas­sag­gio» a Tokyo per una serie di affol­la­tis­sime con­fe­renze, abbiamo chie­sto a Noam Chom­sky, pro­fes­sore eme­rito di lin­gui­stica al Mas­sa­chu­setts Insti­tute of Tech­no­logy, il suo parere sui nuovi «venti di guerra» tra Occi­dente e Oriente, che agi­tano il pia­neta. E non solo per quel che riguarda la crisi ucraina e ora la Crimea.

L’Occidente sembra essere preoccupato da quello che qualcuno ha definito il «fascismo» di Putin.
E mentre tornano i toni da guerra fredda, la situazione, in Crimea, rischia di precipitare…


Non solo in Crimea, direi che anche qui, in Asia orientale, la tensione è altissima, tira una bruttissima
aria. Il recente riferimento del premier Shinzo Abe — per il quale non nutro particolare stima
— alla situazione dell’Europa prima del primo conflitto mondiale è più che giustificato. Perché le
guerre possono anche scoppiare per caso, o a seguito di un incidente, più o meno provocato. Quanto
alla Crimea, faccio davvero fatica ad associarmi all’indignazione dell’occidente. Leggo in questi
giorni editoriali assurdi, a livello di guerra fredda, che accusano i russi di essere tornati sovietici,
parlano di Cecoslovacchia, Afghanistan. Ma dico, scherziamo? Per un giornalista, un commentatore
politico, scrivere una cosa del genere, oggi, significa avere sviluppato una capacità di asservimento
e subordinazione al «pensiero comune» che nemmeno Orwell avrebbe potuto immaginare. Ma come
si fa? Mi sembra di essere tornato ai tempi della Georgia, quando i russi, entrando in Ossezia e occupando
temporaneamente parte della Georgia, fermarono quel pazzo di Shakaashvili, a sua volta (mal)
«consigliato» dagli Usa. I russi, all’epoca, evitarono l’estensione del conflitto, altro che «feroce
invasione».
Per carità, tutto sono tranne che un filo russo o un fan di Putin: ma come si permettono gli Stati uniti,
dopo quello che hanno fatto in Iraq – dove dopo aver mentito spudoratamente al mondo intero sulla
storia delle presunte armi di distruzioone di massa, sono intervenuti senza un mandato Onu
a migliaia di chilometri di distanza per sovvertire un regime – a protestare, oggi, contro la Russia?
Voglio dire, non mi sembra che ci siano state stragi, pulizie etniche, violenze diffuse. Io mi chiedo:
ma perché continuamo a considerare il mondo intero come nostro territorio, che abbiamo il diritto,
quasi il dovere di «controllare» e, nel caso, modificare a seconda dei nostri interessi? Non è cambiato
nulla, alla Casa Bianca e al Pentagono, sono ancora convinti che l’America sia e debba essere
la guida – e il gendarme – del mondo.

A proposito di minacce, oltre alla Russia, anche la Cina e il Giappone fanno paura? Chi dobbiamo
temere di più?


Dobbiamo temere di più gli Stati uniti. Non ho alcun dubbio, e del resto è quanto ritengono il 70%
degli intervistati di un recente sondaggio internazionale svolto in Europa e citato anche dalla Bbc.
Subito dopo ci sono Pakistan e India, la Cina è solo quarta. E il Giappone non c’è proprio. Questo
non significa che quello che stanno facendo, anzi per ora, per fortuna, solo dicendo i nuovi leader
giapponesi non siano pericolose e inaccettabili provocazioni. Il Giappone ha un passato recente che
non è ancora riuscito a superare e di cui i paesi vicini, soprattutto Corea e Cina non considerano
chiuso, in assenza di serie scuse e soprattutto atti di concreto ravvedimento dal parte del Giappone.
Proprio in questi giorni leggo sui giornali che il governo, su proposta di alcuni parlamentari, ha
intenzione di rivedere la cosiddetta «dichiarazione Kono», una delle poche dichiarazioni che ammetteva,
esprimendo contrizione e ravvedimento, il ruolo dell’esercito e dello stato nel rastrellare decine
di migliaia di donne coreane, cinesi e di altre nazionalità e costrigendole a prostutirsi per «ristorare»
le truppe al fronte.

Già, le famose «donne di ristoro», tuttavia ogni paese ha i suoi scheletri. In Italia pochi sanno che
siamo stati i primi a gasare i «nemici» e anche inglesi e americani non scherzano, quanto a crimini
di guerra nascosti e/o ignorati

Assolutamente d’accordo. Solo che un conto è l’ignoranza, l’omissione sui testi scolastici, un conto
è il negazionismo: insomma, in Germania se neghi l’olocausto rischi la galera, in Giappone se neghi il
massacro di Nanchino rischi di diventare premier.

6.9.13

Guerre nel mondo attualmente in corso

Conflitti attualmente in corso

Aggiornato il 4 Settembre 2013

dal sito Guerre nel mondo

AFRICA:

(24 Stati e 120 tra milizie-guerrigliere, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Egitto, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan

Algeria 3
Esercito
  • Gruppo islamico al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) dal 2005 (conosciuto in passato come Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) nel 2003)
  • Fronte islamico di salvezza (Fis)
  • Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya (Movimento Unito per la Jihad in Africa Occidentale) gruppo staccatosi da al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) nel Dicembre 2011
Angola 2
Esercito
  • Fronte di Liberazione di Cabinda - Posizione Militare (Flec-PM) movimento secessionista dal 1975
  • Fronte per la Liberazione dell’Enclave di Cabinda - Forze armate di Cabinda (Flec-Fac)
Ciad 1
Esercito
  • Union of Resistance Forces (URF)
Costa d’Avorio 1
Forze Repubblicane del presidente neo-eletto Alassane Ouattara
  • milizia “Invisible Commandos”
Gibuti 1
Esercito
  • Front for the Restoration of Unity and Democracy (FRUD)
Egitto 6
Esercito
  • Takfir wal-Hijra (gruppo islamico jihadista salafita)
  • Jund al Sharia o the Soldiers of Islamic Law (dal 2012)
  • Consiglio della Shura dei Mujahideen nei Dintorni di Gerusalemme (MSC) o Consiglio della Shura dei Mujahideen (MSC) o Consiglio della Shura dei Mujahedeen (MSC) o Mujahideen Shura Council in the Environs of Jerusalem o Magles Shoura al-Mujahedeen o Magles Shoura al-Mujahadin o Mujahideen Shura Council of Jerusalem (attivo nel Sinai-Egitto e nella Striscia di Gaza) dal 2011
  • al-Qaeda in the Sinai Peninsula e la sua ala militare Ansar al Jihad (dal Dicembre 2011)
  • Ansar al-Shariah (da Luglio 2013)
  • Ansar Bayt al-Maqdis
Eritrea 4
Esercito
  • Democratic Movement for the Liberation of the Eritrean Kunama (DMLEK)
  • Eritrean Salvation Front (ESF)
  • Red Sea Afar Democratic Organisation (RSADO)
  • Continue tensioni per questioni di confine con l’Etiopia e Gibuti
Etiopia 8
Esercito
  • Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden (ONLF) lotta per l’Indipendenza dell’ Ogaden dal Governo Etiope dal 1984 (ha accettato di deporre le armi a Settembre 2010. Il 12 Ottobre 2010 ha firmato un accordo di pace con il Governo. Dal Gennaio 2012 i combattimenti stanno proseguendo. Settembre 2012 sono iniziati i colloqui di pace con il Governo.)
  • Esercito di Liberazione Nazionale dell’Ogaden (ONLA) ala armata dell’ONLF
  • Oromo Liberation Front (OLF) lotta per l’Indipendenza di Oromo dal Governo Etiope dal 1973 (Annuncio abbandono lotta armata il 31 Dicembre 2011)
  • Jijirama Oromo Liberation Front (Jijirama-OLF) da Gennaio 2012 (gruppo separatosi dall’ Oromo Liberation Front (OLF)
  • United Western Somali Liberation Front (UWSLF) dal 1970
  • Afar Revolutionary Democratic Unity Front o Afar Revolutionary Democratic Union Front (ARDUF)
  • Ginbot 7 Movement for Justice Freedom and Democracy
  • Movimento Unito Gambella Niloti/Esercito (GNUM/A)
Kenya 2
Esercito
  • Muslim Youth Center (milizia somala collegata ad al-Qaeda in Kenya)
  • Consiglio Repubblicano di Mombasa (MRC) gruppo separatista
Libia 4
Consiglio di Transizione Nazionale, insieme all’aiuto della Nato, a fine ottobre 2011 ha vinto la guerra civile contro esercito Gheddafi.
Esercito
  • Libyan Liberation Front (LLF) in Sahel
  • Gruppo Prigioniero Omar Abdelrahman
  • Gruppo dei combattenti islamici libici (LIFG) o Al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libya, dal 2011 ha cambiato nome in Movimento Islamico Libico (LIM) o al-Harakat al-Islamiya al-Libiya, collegato ad al-Qaeda
  • Brigate del prigioniero Omar Abdul Rahman, collegato ad al-Qaeda
Mali 10
Dal 12 Gennaio 2012 l’esercito francese e l’esercito maliano (con l’aiuto degli eserciti di altri paesi africani) stanno combattendo i gruppi radicali islamici che hanno occupato il nord del Mali.
Esercito
  • Movimento Nazionale per la liberazione di Azawad (MNLA) o National Movement for the Liberation of Azawad (MNLA) o Azawad National Liberation Movement (MNLA) è un Movimento Tuareg da Ottobre 2011. Dichiarato lo stato indipendente Azawad il 6 Aprile 2012. (Firmato accordo cessate il fuoco nel Giugno 2013)
  • Movimento Arabo di Azawad
  • Northern Mali Tuareg Movement (MTNM)
  • Comitato Nazionale per il Recupero della Democrazia e il Risanamento dello Stato (CNRDR) (esercito con un colpo di stato ha rovesciato il governo il 21 Marzo 2012)
  • Movimento islamico Ansar Dine (Difensori della Religione o Difensori della Fede) collegato ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM)
  • Movimento Islamico per Azawad (MIA) (scissione da Ansar Dine nel Gennaio 2013)
  • Al-Qaeda in West Africa (AQWA)
  • Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) o Movimento per Unità e Jihad in Africa Occidentale (MOJWA) or Movement for Unity and Jihad in West Africa (MOJWA) o Mouvement Unicité et Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO) o Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) o Monoteismo e Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) o Movement for Oneness and Jihad in West Africa (MOJWA or MUJAO) sorto da una scissione di Gruppo islamico al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) a metà 2011
  • Patriots’ Resistance Movement for the Liberation of Timbuktu dal Giugno 2012 (si oppone alla secessione del nord Mali da parte dell’ MNLA e Ansar Dine)
  • Katibat Moulathamine o Brigata Mascherata o Brigata al-Mua’qi’oon Biddam (Quelli che Firmano col Sangue) o Firmatari nel Sangue o Brigata Khaled Abul Abbas guidata da Mokhtar Belmokhtar che ha lasciato al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) nel Dicembre 2012
Mauritania 2
Esercito
  • Gruppo islamico al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) dal 2005 (conosciuto in passato come Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) nel 2003)
  • Gruppo Ansar Allah collegato ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM)
Nigeria 5
Esercito
  • Mend (Movimento per l’emancipazione del delta del Niger)
  • Forza volontaria popolare del Delta del Niger (NDPVF)
  • Boko Haram (setta islamica) dal 2002 (firmato un cessate il fuoco con il governo a Luglio 2013)
  • Ansaru o Vanguardia per la Protezione dei Musulmani nell’Africa Nera (gruppo islamico dal Gennaio 2012)
  • Setta Ombatse
  • Si segnalano anche continui scontri etnici e religiosi tra musulmani e cristiani nello stato di Plateau
Puntland 1
Esercito
  • Milizia Galgala (combattenti ribelli leali allo sceicco Mohamed Said Atom)
  • Spesso si verificano scontri con l’esercito del Somaliland
Repubblica Centrafricana 7
Esercito
  • Seleka (coalizione di 3 gruppi ribelli) (ha rovesciato il governo e preso il potere a Marzo 2013):
    • Convenzione dei Patrioti per la Giustizia e la pace (CPJP)
    • Convenzione dei patrioti della Salvezza del Paese (CPSK) o Convenzione dei patrioti della Salvezza e del Kodro (CPSK)
    • Unione delle Forze Democratiche per il Raggruppamento (UFDR) o Unione delle Forze Democratiche per l’Unità (UFDR)
    • Fronte Democratico del Popolo dell’Africa Centrale (FDPC) o Fronte Democratico del Popolo della Repubblica dell’Africa Centrale (FDPC) o Forze Democratiche per il Popolo dell’Africa Centrale (FDPC)
    • Alleanza per la Rinascita e la Ricostruzione (A2R)
  • Movimenti dei Liberatori per l’Africa Centrale per la Giustizia (MLCJ)
Repubblica Democratica del Congo 17
  • Esercito
  • Missione di Stabilizzazione Organizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUC o MONUSCO) composto da 59 paesi
  • Lord’s Resistance Army (LRA) nate nel 1987 contro le forze armate congolesi e ugandesi
  • Popular Front for Justice in Congo
  • Independent Liberation Movement of the Allies conosciuto anche come (Nzobo ya Lombo)
  • Mai Mai Yakutumba (Milizia pro-governativa)
  • Mai Mai Gedeon alleato ai separatisti nella provincia meridionale del Katanga
  • Mai Mai Sheka
  • Mai Mai Hume
  • Mai Mai Kifuafua
  • Mai Mai Raia Mutomboki ha combattuto sia l’FDLR (esercito congolese) che i ribelli del FARDC
  • Mai Mai Bakata Katanga o Mai Mai Bakata-Katanga
  • Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) o Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda (FDLR) o ex-FAR / Interahamwe
  • Alleanza dei Patrioti per un Congo Libero e Sovrano (APCLS) o Alliance des patriotes pour un Congo libre et démocratique o Patriotic Alliance for Free and Sovereign Congo (APCLS) opera nell’area Masisi ad ovest di Goma
  • Patriotes résistants congolais (PARECO)
  • Truppe leali al leader militare Bosco ‘Terminator’ Ntaganda (che ha disertato dall’esercito congolese) hanno formato il gruppo armato il Movimento Marzo 23 (M23) che comprendono gli ex membri ribelli del National Congress for the Defence of the People (CNDP)
  • National Liberation Forces (FNL) ribelli burundesi, principalmente nel Sud Kivu
  • Congo Defence Front (FDC) Hanno combattuto i ribelli delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) all’inizio del 2012
  • Patriotic Resistance Forces of Ituri (FRPI) opera nella Provincia di Ituri vicino al confine con l’Uganda
Ruanda 1
Esercito
  • milizia Hutu ruandese
Sahara Occidentale 1
Esercito
  • Lotta del Fronte Polisario contro l’occupazione del Marocco
Senegal 1
Esercito
  • Esercito Senegalese contro il Movimento delle Forze Democratiche di Casamance (MFDC) o Movement of the Democratic Forces of Casamance (MFDC) o Casamance Movement of Democratic Forces (MFDC) (in lotta dal 1982 ed ora diviso in 3 fazioni interne)
Somalia 10
  • Esercito
  • Missione dell’Unione africana in Somalia (AMISOM)
    • Uganda
    • Kenya
    • Burundi
    • Sierra Leone
    • Gibouti
    • Nigeria
    • Ghana
    • Camerun
    • Mali
    • Senegal
    • Zambia
  • Milizia Sufi Ahlu Sunna Wal Jamaca (ASWJ) (gruppo islamico pro-governativo contro al-Shabaab e Hizbal Islam dal 17 Marzo 2010)
  • Movimento Ras kamboni, pro governo somalo, attivo nel Jubaland o Azania
  • Shabelle Valley Administration (SVA) (milizia della Valle Shabelle, pro governo somalo anche se non riconosciuta dal Governo Centrale)
  • Al-Shabaab gruppo somalo islamico (in December 2011 changed its name in Imaarah Islamiya)
  • Hizbul Islam o Partito Islamico gruppo islamico (nato il 4 Febbraio 2009 dall’unione di 4 gruppi)
  • Hisb al-Islam
  • Rahanweyn Resistance Army o Reewin Resistance Army (RRA) attivo nello Stato somalo del Southwestern dal 1995
  • Al-Itihaad al-Islamiya (AIAI) o Al-Etihad Al-Islamiya
  • Signore della Guerra Ali Khalif Galaydh e la sua leale milizia tribale
Somaliland 3
Esercito
  • Sool, Sanag, Cayn (SSC)
  • Northern Somalia Unionist Movement (NSUM) e la sua ala armata Sool Sanaag Ayn Army (SSCA) (gruppo secessionista di SSC)
  • Milizia tribale leale all’ex Primo Ministro della Somalia Ali Khalif Galayr (sta cercando di creare lo Stato Khaatumo)
  • Spesso si verificano scontri con l’esercito del Puntland
Sudan 11
Governo è in lotta con le popolazioni del Darfur dal 2003. Si segnalano anche continui scontri con i ribelli:
Esercito
  • Esercito Liberazione del Sudan o Sudan Liberation Army (SLA) dal 2002
  • Forze di Difesa Popolare (PDF) (gruppo paramilitare pro governativo)
  • Fronte Rivoluzionario Sudanese (SRF) alleanza formata da 5 gruppi:
    • Sudan People’s Liberation Army/Movement (SPLA/M) o Sudan People’s Liberation Army-North (SPLA-N) o Movimento di Liberazione Popolare del Sudan/Esercito Nord (SPLM/A-N) e la sua ala militare Movimento di Liberazione Popolare del Sudan-Nord (SPLM-N)
    • Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM) dal 2006 (Aveva firmato un cessate il fuoco con il Governo nel Febbraio 2010. Nuovi colloqui di pace a Doha ad Ottobre 2012. Firmato accordo cessate il fuoco a Febbraio 2013.)
    • Movimento Giustizia e Uguaglianza-Consiglio Militare (JEM-MC) o fazione JEM-Consiglio Militare (JEM-MC) (Colloqui di pace a Doha nel Dicembre 2012).
    • Movimento Liberazione del Sudan Abdel Wahid (SLM-Nur) fazione Abdul Wahid al Nur e la sua ala armata Esercito Liberazione del Sudan-Abdel Wahid (SLA-AW) o Sudan Liberation Movement Abdel Wahid (SLM-Nur) Abdul Wahid al Nur faction e la sua ala armata Sudan Liberation Army-Abdel Wahid (SLA-AW) o Movimento di Liberazione del Sudan di Abdel Wahid Nur (SLM-AW) o Sudan’s Liberation Movement of Abdel Wahid Nur (SLM-AW) o Darfur Front for Injustice Rebuttal (firmato accordo di pace il 18 Marzo 2013)
    • Movimento Liberazione del Sudan Minni Minnawi (SLM-Minnawi) o Movimento Liberazione del Sudan di Mani Arkoi Minnawi (SLM-MM) e la sua ala armata Esercito Liberazione del Sudan-Minni Minnawi (SLA-MM) attivo in Darfur
  • Darfur
    • Movimento Liberazione del Sudan–Forze Rivoluzionarie o Sudan Liberation Movement Revolutionary Forces (SLM-RF) dal 2006
    • National Redemption Front (NRF) dal 2006
    • Liberation and Justice Movement (LJM), include 10 piccoli gruppi ribelli dal Febbraio 2010 (Ha firmato il cessate il fuoco con il Governo Sudanese del Nord il 14 Luglio 2011)
Sud Sudan 16
Esercito
  • National Transitional Council (NTC) (formato da 4 gruppi ribelli SSLA, SSDM, NDF e SSDF)
  • Esercito Liberazione Sud Sudan (SSLA) milizia Peter Gadet o South Sudan Liberation Army (SSLA) milizia di Peter Gadet (accordo di pace con il governo Aprile 2013)
  • Movimento Democratico del Sud Sudan (SSDM) o South Sudan Democratic Movement (SSDM) o South Sudan Democratic Movement/Army (SSDM/A) e la sua ala armata Esercito Democratico del Sud Sudan (SSDA) di George Athor Deng o South Sudan Democratic Army (SSDA) di George Athor Deng (accordo di pace con il governo Aprile/Maggio 2013)
  • National Democratic Front (NDF)
  • Forze di Difesa del Sud Sudan (SSDF) o South Sudan Defence Forces (SSDF) (accordo di pace con il governo nel Maggio 2013)
  • Movimento di Liberazione Popolare del Sudan-Nord (SPLM-N) (affiliato al Sudan People’s Liberation Army/Movement (SPLA/M))
  • Milizia Philip Bepan (attivo nel Sud Sudan)
  • The National Democratic Front dal 25 Settembre 2011
  • Milizia Gatluak Gai (attivo nel Sud Sudan)
  • Milizia Gabriel Tang chiamato anche Tang Ginye (attivo nel Sud Sudan)
  • Forze di David Yau Yau
  • Milizia etnica Johnson Oliny
  • Milizia Ultan Abdel Bagi Ayii Akol
  • Milizia Peter Lorot
  • South Sudan People Liberation Movement e la sua ala armata (South Sudan People Liberation Army) (SSPLM/SSPLA) guidato dal Maggiore Generale Tong Lual Ayat (dal Dicembre 2011)
  • Forze Difesa del Sud Sudan (SSDF) (accordo di pace con il governo Aprile 2013)
Uganda 3
Esercito
  • Lord’s Resistance Army (LRA) nato nel 1987 contro le forze armate ugandesi e congolesi
  • Al-Shabaab gruppo somalo islamico
  • Forze Democratiche Alleate (ADF) o Allied Democratic Forces - National Liberation Army of Uganda (ADF / NALU) attivi nella Repubblica Democratica del Congo nelle province del Nord Kivu, Sud Kivu, Maniema e Katanga

ASIA:

(15 Stati e 117 tra milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Corea del Nord, Corea del Sud, Afghanistan, Birmania-Myanmar, Pakistan

Afghanistan 11
  • Esercito
  • International Security Assistance Force (ISAF) (49 stati)
    • Albania
    • Armenia
    • Australia
    • Austria
    • Azerbaijan
    • Bahrain
    • Belgio
    • Bosnia e Erzegovina
    • Bulgaria
    • Canada
    • Corea del Sud
    • Croazia
    • Danimarca
    • El Salvador
    • Emirati Arabi Uniti
    • Estonia
    • Finlandia
    • Francia
    • Georgia
    • Germania
    • Grecia
    • Irlanda
    • Islanda
    • Italia
    • Lettonia
    • Lituania
    • Lussemburgo
    • Macedonia
    • Malesia
    • Mongolia
    • Montenegro
    • Olanda
    • Norvegia
    • Nuova Zelanda
    • Polonia
    • Portogallo
    • Regno Unito
    • Repubblica Ceca
    • Romania
    • Singapore
    • Slovacchia
    • Slovenia
    • Spagna
    • Svezia
    • Tonga
    • Turchia
    • Ucraina
    • Ungheria
    • Stati Uniti
    (Talebani hanno firmato accordo cessate il fuoco nel Giugno 2013)
  • Rete Haqqani
  • Shura di Peshawar (est Afghanistan)
  • Shura di Quetta
  • Hezb-e-Islami Gulbuddin (HIG) dal 1977
  • Hezb-e Islami Khalis (HIK) dal 1979
  • Emirato Islamico dell’Afghanistan
  • Fronte Mullah Dadullah da Maggio 2012
Birmania-Myanmar 27
  • Army
  • Forza Guardia di Confine Karen (BGF)
  • Forza di Resistenza alla Ribellione (RRF)
  • 11 Membri dell’Alleanza United Nationalities Federal Council (UNFC):
    • Milizia etnica dell’Unione Nazionale Karen (KNU) la cui ala armata è l’Esercito Liberazione Nazionale Karen (KNLA) dal 1949. (firmato il cessate il fuoco a Gennaio 2012)
    • Karenni Army (KA) ala armata del Partito Progressista Nazionale Karen (KNPP)
    • New Mon State Party (NMSP) (firmato pirmo accordo sul cessate il fuoco il 1 Febbraio 2012)
    • Organizzazione Liberazione Nazionale Pa-O (PNLO) (firmato cessate il fuoco il 25 Agosto 2012)
    • Fronte Nazionale Chin (CNF) (firmato accordo di cessate il fuoco il 9 Dicembre 2012)
    • Esercito per l’Indipendenza Kachin (KIA) ala armata dell’Organizzazione per l’Indipendenza Kachin (KIO) (firmato cessate il fuoco a Maggio 2013)
    • Shan State Progress Party / Esercito Stato Shan (SSPP/SSA) Esercito Stato Shan-Nord (SSA-Nord) (firmato il cessate il fuoco a Gennaio 2012)
    • Arakan Liberation Army (ALA) ala armata dell’ Arakan Liberation Party (ALP)
    • Fronte di Liberazione dello Stato di Palaung (PSLF) o Palaung State Liberation Front (PSLF)
    • Lahu Democratic Union (LDU)
    • Wa National Organization (WNO)
  • Restoration Council of Shan State/ Esercito Stato Shan (RCSS/SSA) Esercito Stato Shan-Sud (SSA-S) (informalmente accettato il cessate il fuoco a Novembre 2011)
  • milizia etnica dei Kokang (Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA o NDAA) o Kokang Democracy Party o Eastern Shan State Army (ESSA) dal 1989
  • Democratic Karen Benevolent Army (DKBA) precedentemente conosciuto come Esercito Buddista Democratico Karen (DKBA) o Democratic Karen Buddhist Army (DKBA) (raggiunto il cessate il fuoco con il governo a Novembre 2011)
  • Brigade 5 fazione interna del (DKBA) (raggiunto il cessate il fuoco con il governo a Novembre 2011)
  • Esercito di Dio o God’s Army (era un ramo del Karen National Union)
  • Ribelli Shan del Myanmar Peace and Democracy Front (MPDF)
  • Esercito Unito Stato Wa (UWSA) ala armata dello United Wa State Party (UWSP) dal 1989 (UWSA ha firmato un accordo di cessate il fuoco con il governo il 6 Settembre 2011)
  • Lahu National Democratic Front [LNDF]
  • Mong Tai Army (MTA)
  • Kuki National Army (KNA)
  • Esercito Rivoluzionario Zomi (ZRA) dal 1993 ala armata dell’Organizzazione Rivoluzionaria Zomi (ZRO)
  • Esercito di Liberazione Nazionale Ta’ang (TNLA)
  • Fronte Democratico di Tutti gli Studenti della Birmania (ABSDF) o All Burma Students’ Democratic Front (ABSDF) o All Burma Students Democratic Front (ABSDF) (firmato un accordo di cessate il fuoco con il governo ad Agosto 2013)
Cina 1
Esercito
  • East Turkestan Islamic Movement (ETIM) o Turkistan Islamic Movement (TIM)
Coree
  • Schermaglie al confine tra Corea del Nord e Corea del Sud
Filippine 7
Esercito
  • Gruppo Abu Sayyaf (ASG) dal 1990 (gruppo separatista islamico)
  • Fronte Liberazione Islamico Moro (MILF) dal 1978 (gruppo separatista islamico) Raggiunto accordo di pace con il governo ad Ottobre 2012
  • Movimento di Liberazione Islamico Bangsamoro (BILM) dal 2011 (fazione separatista del Fronte Liberazione Islamico Moro (MILF)
  • Fronte Nazionale di Liberazione Moro (MNLF) dal 1969
  • Revolutionary Proletarian Army-Alex Boncayao Brigade (RPA-ABB) dal 1994
  • Nuovo Esercito Popolare (NPA) (ala armata del Partito Comunista delle Filippine (CPP)) dal 1969 (tregua con il governo dal 20 Dicembre 2012 al 15 Gennaio 2013)
  • Esercito Reale del Sultanato di Sulu
India 35
Esercito
  • Separatisti islamici del Kashmir il Fronte per la Liberazione del Jammu (JKLF) dal 1977
  • Hizbul Mujahideen (HuM) o Hezb-ul Mujahedeen (HuM) dal 1989
  • Maoisti di Orissa dal 2004
  • Maoisti naxaliti del Partito Comunista dell’India (CPI) del Jharkhand dal 1967
  • Nationalist Socialist Council of Nagaland (NSCN) dal 1980
  • Ribelli di Assam dello United Liberation Front of Asom (ULFA) dal 1979 (aveva firmato il cessate il fuoco con il Governo il 4 Settembre 2011)
  • Comitato per il popolo contro la politica di atrocità
  • National Democratic Front of Bodoland (NDFB)
  • People’s Liberation Guerrilla Army
  • Indian Mujahideen dal 2008
  • Garo National Liberation Army (GNLA)
  • People’s Liberation Front of India (ANI)
  • Al-Badr
  • Manipur Peoples Liberation Front (Organizzazione formata da 3 gruppi separatisti)
    • People’s Liberation Army of Manipur (PLA) (gruppo ribelle nello stato di Manipur)
    • United National Liberation Front (UNLF) dal 1964 (gruppo ribelle nello stato di Manipur)
    • People’s Revolutionary Party of Kangleipak (PREPAK) dal 1977 (gruppo ribelle nello stato di Manipur)
  • Adivashi Peoples Army (APA) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • All Adivashi National Liberation Army (AANLA) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • Santhal Tiger Force (STF) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • Birsa Commando Force (BCF) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • Adivashi Cobra Military of Assam (ACMA) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • Kuki Liberation Organisation (KLO) e la sua ala armata Kuki Liberation Army (KLA) (deposto le armi Gennaio 2011) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • Kuki Revolutionary Army (KRA) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • Hmar People’s Convention (HPC) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • United Kukigam Defence Army (UKDA) (deposto le armi Gennaio 2011)
  • People’s Liberation Front of India (PLFI)
  • Fronte Liberazione Nazionale di Tripura (NLFT) dal 1989
  • All Tripura Tiger Force (ATTF) dal 1990
  • Partito Popolare Unito di Kangleipak (UPPK)
  • Fronte Rivoluzionario Naga (NRF)
  • Organizzazione Liberazione Katampur (KLO)
  • Comitato Tritya Prastuti (TPC) ribelli maoisti
  • Ogni tanto si segnalano scontri al confine tra esercito indiano e pakistano
Indonesia 4
Esercito
  • Movimento Papua Libera o Free Papua Movement (FPM) o Free Papua Merdeka (OPM) o Organasi Papua Merdeka (OPM)
  • Gruppo islamico Jemaah Islamiyah o Jemaah Islamiah (JI),collegate ad al-Qaeda, dal 1993
  • piccoli gruppi ribelli separatisti ad Aceh
  • FAI Informal Anarchist Federation, Indonesia Section
Kazakistan 1
Esercito
  • Kazakh Mujahideen (gruppo islamico)
Kyrgyzstan 1
Esercito
  • Hizb ut-Tahrir (gruppo islamico)
Nepal 1
Esercito
  • People’s Liberation Army (PLA), ala armata del Unified Communist Party of Nepal (Maoist) dal 1994 (firmato ceesate il fuoco Gennaio 2012)
Pakistan 19
Esercito
  • Ribelli di Lashkar-e-Taiba (Let)
  • Movimento dei talebani del Pakistan (TTP) o Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) o Pakistani Taliban
    • Fazione Janud-e-Hafsa
  • Scontri tra esercito regolare e ribelli talebani nel (Sud Waziristan dal 2008)
  • Esercito Liberazione Belucistan (BLA) dal 2000
  • Movimento di Shahzain Bugti (separatisti del Belucistan)
  • Esercito Belucistan Unito
  • Fronte di Liberazione del Belucistan (BLF)
  • Jaish-e-Mohammed (JeM)
  • Punjab Taliban o Tehrik-e-Taliban Punjab
  • Brigate Abdullah Azzam Shaheed (AASB) collegate ad al-Qaeda
  • Gruppo Haqqani guidato da Jalaluddin Haqqani nel Nord Waziristan collegato ad al-Qaeda dal 2006
  • Jihad Islami
  • 313 Brigade (una unità dell’organizzazione del gruppo militante del Bangladesh chiamata Harkat-ul-Jihad al Islami (HUJI))
  • Lashkar-e-Jhangvi o Lashkar-e Jhangvi Al-Alami
  • Jund al-Khilafah o Soldati del Califfato
  • Harkat-ul Mujahideen al-Alami
  • Lashkar-e-Islam (LEI) o Lashkar-e-Islami (LEI) o Lashkar-i-Islam (LEI)
  • Ogni tanto si segnalano scontri al confine tra esercito pakistano ed indiano, la prima guerra risale al 1949
Sri Lanka 2
Esercito
  • Upsurging People’s Force dal 2006
  • People’s Liberation Front
Tajikistan 3
Esercito
  • Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU)
  • Gruppi armati comandati da Mirzokhouja Ahmadov e Mullo Sayriddin (arresi alle Forze Governative a Ottobre 2010)
  • Movimento Islamico Hizb ut-Tahrir
Thailandia 4
Esercito
  • Fronte Nazionale Rivoluzionario Coordinato Patani Malay (BRN-C) o Barisan Revolusi Nasional Patani-Melayu-Koordinasi (BRN-Coordinate)
  • Barisan Revolusi Nasional Melayu Patani (BRN) o Fronte Rivoluzionario Nazionale (BRN) (Marzo 2013 iniziati colloqui di pace)
  • Esercito Liberazione Patani (PLA)
  • Runda Kumpulan Kecil (RKK) dal 2004
Uzbekistan 1
Esercito
  • Uzbekistan’s Islamic Jihad Union (IJU) o Islamic Jihad Group (IJG)

EUROPA:

(8 Stati e 62 tra milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Cecenia, Daghestan

Francia 2
Dal 12 Gennaio 2012 l’esercito francese e l’esercito maliano (con l’aiuto degli eserciti di altri paesi africani) stanno combattendo i gruppi radicali islamici che hanno occupato il nord del Mali.
Esercito
  • Fronte di Liberazione Nazionale Corso (FLNC) o Fronte di Liberazione Naziunale Corsu (FLNC) o Fronte di Liberazione Naziunale Corsu (FLNC) precedentemente divisi in Brigate Rivoluzionarie Corse (BRC)
  • Armata di Liberazione Nazionale Corsa (ALNC) contro la presenza francese nell’isola dal 1976
Georgia
  • Dopo la guerra tra Georgia e Russia/Abkazia/Ossezia del Sud nel 2008, alcune volte sono state segnalate tensioni confine
Grecia 14
Esercito
  • Lotta Rivoluzionaria (Ea)
  • Cospirazione dei nuclei di fuoco
  • Setta dei Rivoluzionari (SR)
  • Tolleranza Zero (Gruppo anarchico)
  • Cospirazione delle cellule di fuoco/Federazione Anarchica Informale (FAI)/ Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)
  • Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)/ Cospirazione delle cellule di fuoco/ Gruppi rivoluzionari per la diffusione del terrore nucleo dei vandali.
  • Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)/ Complicità terrorista guerrieri dell’abisso comando Severino di Giovanni
  • Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)/Condotte devianti per la diffusione del terrorismo rivoluzionario/ Cellula d’azione anarchica
  • Cellula di Solidarietà Rivoluzionaria-Federazione Anarchica Informale (FAI)
  • Fronte Rivoluzionario Anarchico/condotte devianti per la diffusione del terrorismo rivoluzionario/Cellula di attacco riflessivo
  • FAI/Cell of Aggressive Coscience
  • Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)/Cospirazione cellule di fuoco/ Gruppi rivoluzionari per la diffusione del terrore/ Cellula Anormal-Heretics
  • Cooperazione di Organizzazioni Anarchiche” Libertà Selvaggia
  • Fomentatori di Agitazioni Sociali
Irlanda del Nord 9
Esercito
  • Ulster Defense Association (UDA) dal 1971 rivendica le sue azioni nell’ Irlanda del Nord sotto il nome di Ulster Freedom Fighters (Protestante)
  • Red Hand Defenders dal 1998 (Protestante)
  • Ulster Young Militants dal 1974 (Protestante)
  • Ulster Resistance dal 1989 (Protestante)
  • Ulster Volunteer Force (UVF) (Protestante)
  • Orange Volunteers dal 1998 (Protestante)
  • Continuity Irish Republican Army (CIRA) o The Continuity IRA dal 1986 (gruppo paramilitare repubblicano)
  • Real Irish Republican Army or Real Ira dal 1997 (Repubblicano)
  • Irish Republican Army (creato da precedenti membri del Provisional IRA) dall’ Aprile 2011
Italia 25
Esercito
  • Federazione Anarchico Informale (FAI)/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI) (FAI/FRI)
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Cellula Rivoluzionaria Lambros Fountas dal 2003
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Cooperativa Artigiana fuoco e affini (occasionalmente spettacolare)/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Brigata 20 Luglio/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Sorelle in armi nucleo Mauricio Morales/ Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Solidarietà Internazionale
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Rivolta Animale
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Nucleo Rivoluzionario Horst Fantazzini
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Cellule contro il Capitale il Carcere i suoi Carcerieri e le sue Celle
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Cellule armate per la solidarietà internazionale
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Rivolta Anonima Terribile (RAT)
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Cellule metropolitane
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Narodnaja Vojla
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/Cellula Olga (forse si riferisce a Olga Ekonomidou, membro del movimento di Cospirazione delle cellule di fuoco - Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI-(FRI))
  • Federazione Anarchica Informale (FAI)/gruppo 22 maggio (da Maggio 2012)
  • Il Silvestre (gruppo anarchico ecologista)
  • Gruppi armati patriottici (Gap) dal 2011
  • Nucleo Galesi per i Pac (Proletari Armati per il Comunismo)
  • Movimento Armati Proletari
  • Movimento Fronte Rivoluzionario dal 2011
  • Gruppi Armati Proletari (GAP) (da Maggio 2012, da confermare attendibilità)
  • Brigate Rosse, Brigata Gino Liverani ‘Diegò’ (da Maggio 2012, da confermare attendibilità)
  • Nar Nucleo Armato Rivoluzionario Giuseppe Valerio Il Giusta (Nar) (da Maggio 2012, da confermare attendibilità)
  • Animal Liberation Front
  • Nuove Brigate Rosse - C.A.C. (esistenza non confermata)
Nagorno-Karabakh
  • Scontri al confine del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaijan
Russia 11
Esercito
  • Caucasus Mujahideens chiamati anche Mujahideen of Idel Ural (Milizia indipendentista islamica cecena in Cecenia, Inguscezia e Daghestan dal 1991)
  • Movimento separatista islamico Emirato del Caucaso del Nord (Milizia indipendentista islamica cecena in Inguscezia e Daghestan dal 1991)
  • Emirato del Caucaso (Milizia indipendentista islamica cecena in Cecenia)
  • Commando delle Province Kabarda, Balkaria e Karachai
  • Riyad-us-Saliheen Martyrs’ Brigade (Commando Mujahideen Ingusceto)
  • Far Eastern guerrillas
  • Mujahideen Command of Province of Ingushetia o Mujahideen Command of the Province of Ghalghaycho of the Caucasus Emirate
  • Jamaat Nogai (Battaglione Nogai) gruppo islamico wahabita
  • Gruppo Terroristo Caspian (presente in Daghestan)
  • ELF Russia Informal Anarchist Federation (FAI)/International Network of action e solidarity/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FRI)
  • Mujahedin del Tatarstan (da verificare l’esistenza)
Spagna 1
Esercito
  • Euskadi Ta Askatasuna (Eta) gruppo separatista nei Paesi Baschi dal 1968 (il 20 Ottobre 2011 ha dichiarato una definitiva cessazione della sua attività armata)

MEDIO ORIENTE:

(8 Stati e 118 tra milizie-guerriglieri, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Iraq, Israele, Siria, Turchia, Yemen

Arabia Saudita 1
Esercito
  • ribelli al-Houthi dal 2009
Iran 3
Esercito
  • gruppo sunnita Jundallah o Soldiers of God o People’s Resistance Movement of Iran (PRMI) dal 2003
  • Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê (PJAK) o Party of Free Life of Kurdistan dal 2004
  • People’s Mujahedin of Iran (MEK) o Mujahedin-e Khalq (MEK) o Mujahideen-e Khalq (MEK) o Mojahedin-e Khalq Organization (MKO) gruppo islamico di sinistra o People’s Mujahedin Organization of Iran (PMOI) o People’s Mujahideen Organisation of Iran (PMOI) (con sede in Iraq, ma contro la Repubblica Islamica dell’ Iran) dal 1965
Iraq 30
  • Esercito
  • esercito Americano/inglese
  • Sahwa a Qaim o Figli dell’Iraq o Consiglio Nazionale per il Risveglio dell’Iraq o Consiglio del Risveglio (milizia pro-governativa)
  • Ba’athisti
  • Wahhabiti
  • Salafisti islamici
  • Milizie Shia o milizia Mahdi o Jaish al-Mahdi (JAM) guidata da Moqtada al-Sadr dal 2003 (attività militari sospese nel 2008)
  • Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o SIIL) (Stato Islamico dell’Iraq (ISI) o Stato Islamico in Iraq (ISI) si è unito con il Fronte al-Nusra) (collegato ad al-Qaeda) da Aprile 2013
  • Consiglio dei mujaheddin della Sharia (11 gruppi sunniti)
  • Alliance Ilfh al-Motaiyabin (Alleanza dei profumati)
  • Ansar al-Islam o Jund Al-Islam (Soldati dell’ Islam) (gruppo islamico sunnita curdo) dal 2001
  • Mojahedin-e Khalq Organization gruppo islamico di sinistra o People’s Mujahedin Organization of Iran (PMOI) (con sede in Iraq, ma contro la Repubblica Islamica dell’ Iran) dal 1965
  • Ansar al-Jihad al-Alami (Sostenitori della Jihad Globale)
  • Jaish al-Tariqa al-Nakshabandi o Jaysh Rijal al-Tariq al-Naqshabandi o Esercito degli Uomini dell’Ordine di Naqshbandi o Esercito Naqshbandi (gruppo militante islamico sunnita)
  • Asaib Ahl al-Haq (AAH) o Khazali Network (gruppo insorto sciita)
  • Islamic Front for the Iraqi Resistance dal 2004
  • al-Qaeda in Iraq (AQI)
  • Jama’at al-Tawhid wal-Jihad (”Gruppo del Monoteismo e Jihad”) o Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn (QJBR) dal 2004
  • al-Qaeda Kurdish Battalions (AQKB)
  • Stato Meridionale di al-Qaeda
  • Esercito islamico dell’Iraq
  • Brigata Badr (ala militare dell’Organizzazione Badr)
  • Esercito di Orgoglio e Dignità (nella Provincia di Anbar) da Aprile 2013
  • Front for Jihad and Change(formato da 8 gruppi)
    • 1920 Revolution Brigades
    • Jaish al-Rashideen
    • Jaish al-Muslimeen
    • Islamic Movement of Iraq’s Mujahideen
    • Jund al-Rahman
    • Saraya al-Dawa wa’l Ribaat
    • Empowerment Brigades
    • Battalions of Muhammed al-Fatih
Israele 42
Esercito
  • Hamas (dal 1987) gruppo politico ed armato
    • Brigate Izz ad-Din al-Qassam (EQB) o Brigate Ezzedeen Al-Qassam (EQB) o Brigate Ezzedine al-Qassam (EQB) (ala armata)
  • Jihad Islamico Palestinese (PIJ) (dal 1970) gruppo armato
    • Brigate Al-Quds (Jerusalem brigades) (ala armata)
  • Comitati di Resistenza Popolare (PRC) (dal 2000) gruppo armato
    • Brigate Al-Nasser Salah al-Deen Brigades (ala armata)
  • Movimento Al-Ahrar
    • Brigate Al-Ansar (ala armata)
  • Palestine Liberation Organization (PLO) (dal 1964) gruppo armato
    • Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) (dal 1967) gruppo armato
    • Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (PFLP-GC)
    • Abu Ali Mustapha Brigades (ala armata)
    • Democratic Front for the Liberation of Palestine (DFLP) (dal 1969) partito politico
    • Abu Nidal organization (ANO) o Fatah - the Revolutionary Council (FRC) (da 1974) gruppo armato
    • Palestine Liberation Front (PLF) (da 1977) gruppo armato
    • Arab Liberation Front (ALF) (da 1969) partito politico
    • As-Sa’iqa or Vanguard for the Popular Liberation War (VPLW) (dal 1966) partito politico
    • Palestinian Popular Struggle Front (PPSF) (da 1967) partito politico
    • Palestinian Arab Front (PAF) (dal 1968) fazione minore
    • Fatah o Movimento per la Liberazione Nazionale della Palestina (dal 1960) partito politico
      • Tanzim (dal 2000) fazione armata militante
      • Force 17 (dal 1970) (ora come Guardia Presidenziale Palestinese) gruppo armato
      • Fatah Special Operations Group (Fatah-SOG) or Martyrs of Tel Al Za’atar, Hawari, e Amn Araissi (dal 1970) gruppo armato non più attivo
      • Ahmed Abu Reish Brigade gruppo armato
      • Brigate dei Martiri di al-Aqsa (dal 2000) gruppo armato
      • Al-’Asifah (dal 1964) ala armata
  • Altri gruppi armati:
    • Holy Jihad Brigades (dal 2006) gruppo armato
    • Jamaat Ansar al-Sunna (Iraq salafi group that has a Gaza armed fazione) gruppo armato
  • Gruppi armati collegati ad al-Qaeda
    • Esercito dell’Islam (Jaysh al-Islam) o Organizzazione di al-Qaeda in Palestina o Esercito Palestinese dell’Islam o Tawhid Al Jihad o Jihad Brigades operante nella Striscia di Gaza (si è diviso da Al-Nasser Salah al-Deen Brigades) gruppo armato
    • Jund Ansar Allah ( Guerrieri di Allah) (dal 2008) gruppo armato
    • Fatah al-Islam (dal 2006) gruppo armato
    • Jaljalat (dal 2009) operante nella Striscia di Gaza. gruppo armato
    • Leoni dei mujahidin in Palestina (dal 2010) gruppo armato
    • Brigata Mohammed Bin Moslama (gruppo salafita)
    • Abu al-Hareth
    • Jaysh al-Umma o Jaish al-Umma o Jaish al- Ummah or Army of the Nation o Army of the Faithful
    • Masada al Mujahideen
    • Jaish al Mu’minun o Jaish al-Muminun o Army of Believers
    • Jahafil Al-Tawhid Wal-Jihad fi Filastin or Tawhid and Jihad Group in Jerusalem or Tawhid and Jihad or One God and Holy War or The Armies of Monotheism and Jihad in Palestine
    • Consiglio della Shura dei Mujahideen nei Dintorni di Gerusalemme (MSC) o Consiglio della Shura dei Mujahideen (MSC) o Consiglio della Shura dei Mujahedeen (MSC) o Mujahideen Shura Council in the Environs of Jerusalem o Magles Shoura al-Mujahedeen o Magles Shoura al-Mujahadin o Mujahideen Shura Council of Jerusalem (attivo nel Sinai-Egitto e nella Striscia di Gaza) dal 2011
Libano 6
Esercito
  • Gruppo islamico Fatah al-Islam dal 2006
  • Jund al-Sham
  • Osbat al-Ansar o Usbat Al-Ansar (Banda di Sostenitori) dal 1990
  • Hezbollah ala armata dal (1982)
  • Brigate Abdullah Azzam dal 2009 (legato ad al-Qaeda)
  • Brigate di Aisha
Siria 19
(Guerra civile in corso). (Sporadici scontri tra esercito turco e siriano da Ottobre 2012)
  • Esercito
    • Resistenza Siriana (alawiti, a favore di al-Assad):
      • al-Muqawamah al-Suriyah
      • al-Lijan al-Sha’biyah
      • Hezbollah (combattenti pro-Assad dal Libano)
      • Shabiha (combattenti pro-Assad)
      • Esercito di Difesa Nazionale (milizia)
      • Iran fornisce aiuto logistico e operativo all’esercito siriano
      • Corea del Nord (ancora da confermare) fornisce aiuto logistico e operativo all’esercito siriano
  • Syrian Revolution Co-ordinating Union nel nord al confine con la Turchia dal 2011.
  • Esercito Siriano Libero (FSA o Esl) si autodefinisce “al-Farouq brigade of the Free Syrian Army” (FSA) dal 2011:
    • Brigate Al Faruq o Brigata Al Farouq o Brigate Farouq (presente ad Homs, Idlib e Aleppo)
    • Brigata Al-Tawhid o Brigata Al-Tawheed (presente ad Aleppo)
  • Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o SIIL) (ex Fronte Al-Nusra o Jubhat al Nusra o Jabhat al-Nusra o Fronte della Salvezza o Fronte per la Difesa del Popolo Siriano dal Maggio 2012 (gruppo islamico) si è fuso con lo Stato Islamico dell’Iraq) da Aprile 2013<
  • Hamza Abdualmuttalib (gruppo ribelle jihadista)
  • Fronte Islamico Siriano
  • Unità di Protezione Popolare Kurde(YPG)
  • Brigata dei Martiri di Yarmuk
  • Movimento Rivoluzionario in Siria
  • Ansar al Khilafah o Brigata dei Compagni del Califfato Islamico
  • Brigata Amjad Al Islam (Grande Gloria della Brigata Islam)
  • Liwa al-Islam
  • USA,Turchia, Qatar, Arabia Saudita e paesi europei forniscono aiuto logistico e operativo ai ribelli siriani
Turchia 4
(Scontri tra esercito turco e siriano da Ottobre 2012)
Esercito
  • Ribelli del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) dal 1978 (concluso cessate il fuoco a Febbraio 2011. Nuovo cessate il fuoco dal 21 Marzo 2013)
    • People’s Defense Forces (HPG) (ala armata del PKK)
  • Falchi per la libertà del Kurdistan (Tak) dal 2004
  • Partito-Fronte di liberazione del popolo rivoluzionario (DHKP/C) dal 1978
Yemen 14
Esercito
  • al-Houthi o Houthis (ribelli Shiiti Musulmani) dal 2004
  • ribelli Shia nel governatorato di Saada nel nord
  • al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP)
  • Al-Janoob al-Har - the Free South (Movimento separatista del sud)
  • Southern Secessionist Movement o South Yemen Movement o Southern Separatist Movement o Harak (dal 2007)
  • Esercito Aden-Abyan da Ottobre 2010
  • Ansar al-Sharia o Partigiani della Legge Islamica (collegato con al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP))
  • Joint Meeting Parties (JMPs)
  • Partigiani della Sharia (collegati ad al-Qaeda)
  • Islamic Jihad Group
  • Salafi (gruppo Islamico Sunnita)
  • Supporters of al-Sharia (gruppo collegato ad al-Qaeda)
  • Comitati di Resistenza Popolare (milizia pro-esercito)
  • Scontri tra truppe leali al Presidente Ali Abdullah Saleh contro le truppe che supportano il Generale Ali Mohsen al-Ahmar che ha disertato per allearsi con l’opposizione e contro la confederazione tribale Hashid

AMERICHE:

(5 Stati e 25 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi separatisti e gruppi anarchici coinvolti)

Punti Caldi: Colombia, Messico

Cile 2
Esercito
  • Frente Internacional Rivoluzionario/Comando Insurrecional Aracely Romo
  • Comando 8 de dicembre Coordinamento Internacional FAI
Colombia 3
Esercito
  • Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) dal 1964 (I colloqui di pace con il governo si terranno ad Oslo a Ottobre 2012. Annunciato cessate il fuoco dal 20 Novembre 2012 al 20 Gennaio 2013)
  • Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) dal 1964
  • Los Urabeños gruppo paramilitare dal 2001
Ecuador 1
Esercito
  • Armed Revolutionary Insurgent Forces of Ecuador
Messico 17
Esercito
  • Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), pacifico rivoluzionario, attivo nello Stato del Chiapas dal 1994
  • Cartello di Sinaloa (Cartello della droga messicano)
  • Cartello di Juarez con il suo braccio armato La Linea (Cartello della droga messicano)
  • Cartello di Los Zetas (Cartello della droga messicano)
  • Cartello del Golfo (Cartello della droga messicano)
  • Cartello di Tijuana (Cartello della droga messicano)
  • Cartello di La Familia (Cartello della droga messicano)
  • Cartello di Beltrán-Leyva (Cartello della droga messicano)
  • Celulas Autonomas de Revolucion Inmediata Praxedis G. Guerriero.
  • Federacion Anarquista Informal/Acrata
  • Frente de Liberacion de la Tierra (FLT)/ Red Internacional de accion y solidaridad Grupo Informal Anti-civilizacion
  • Frente de Liberacion de la Tierra (FLT)/ Federacion Anarquista Informal- Red Global
  • Nucleo Insurrecto Sole-Baleno de las Celulas Autonomas de revolucion inmediata Praxedis Guerriero/FAI
  • Comando de Individuos Libres, Peligrosos, Salvajes e Incendiarios por la Peste Negra /FAI/Red Global
  • Ludditas contra la domesticacion de la naturalezza Salvaje/FAI/Red Global
  • Celula Eco Anarquista por el ataque directo/FAI/Red Global
  • Brigada de accion Revolucionaria por la propaganda por el hecho y la accion armada-Simon Radowisky/FAI/ Red Global
Peru 2
Esercito
  • Sendero Luminoso (Partido Comunista del Perú - Sendero Luminoso, PCP-SL) dal 1969
  • Circulo de accion Iconoclasta/FAI

TOTALE:


Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 60
Totale Milizie-guerriglieri e gruppi separatisti coinvolti 443





Regioni e province autonome che lottano per l'Indipendenza:


Africa:
Regione o Provincia autonoma che lotta per l'IndipendenzaNazione
Cabinda(Angola)
Ogaden
Oromo
(Etiopia)
Repubblica Democratica del Congo
Sahara Occidentale(Marocco)
Somaliland(Somalia)
Darfur(Sudan)



Asia:
Regione o Provincia autonoma che lotta per l'IndipendenzaNazione
Kachin
Karen
Stato Shan Nord
Stato Shan Sud
Stato Chin
New Mon State
Palaung State
United Wa State
(Birmania-Myanmar)
Kashmir
Karen
Orissa
Nagaland
Assam
Bodoland
Tripura
(India)
Papua
Aceh
(Indonesia)
Balochistan(Pakistan)
Tamil(Sri Lanka)
Patani Malay Nation(Thailandia)



Europa:
Regione o Provincia autonoma che lotta per l'IndipendenzaNazione
Corsica(Francia)
Irlanda del Nord(Regno Unito)
Nagorno-Karabakh(Azerbaijan)
Cecenia(Russia)
Paesi Baschi(Spagna-Francia)
Trasnistria(Moldavia)
Abkhazia
Sud Ossezia
(Georgia)



Medio Oriente:
Regione o Provincia autonoma che lotta per l'IndipendenzaNazione
Kurdistan(Iran, Iraq, Turchia)
Palestina(Israele)


 
 

28.8.11

Nell’ospedale dell’orrore tra i cadaveri dei mercenari

Dentro Abu Salim, ultima roccaforte dei lealisti: ci sono solo sangue e morte
MIMMO CANDITO

Ieri era venerdì, qui a Tripoli, il giorno di festa, e perfino la guerra sembrava essersi fermata. Nei posti di blocco i miliziani hanno cominciato a montare gli ombrelloni, per difendersi dal sole che picchia a 50 gradi, e il fuoco dei cannoni e dei Kalashnikov ha taciuto fino a notte, quasi spossato anch’esso dalla calura. Ma anche in questo silenzio irreale, lo sporco lavoro della guerra continuava. Nell’atrio dell’ospedale di Abu Salim, un centinaio di corpi lo ricordava ormai indifferente, disfacendosi come se la carne fosse ancora viva; erano tutti neri d’Africa, o quasi tutti, e nel puzzo dolciastro che rendeva l’aria irrespirabile una decina di volontari – la mascherina sulla bocca, i guanti di lattice, lunghi camicioni verdi fino a terra - li avvolgeva in grandi fogli di plastica, stringendoli con un legaccio alla testa e ai piedi e li ributtava a mucchio sui camion in attesa.

Miliardi di mosche ronzavano irritate per essere state disturbate dal loro pasto pingue, sulle pance aperte, sulle ferite mummificate nel sangue, sulle budella e i cervelli squarciati; e migliaia di piccoli vermi di color tenue brulicavano come impazziti di gioia sulle occhiaie succose dei morti che la calce non aveva ancora coperto. Vi fa schifo? Ah, ne sono felice, amaramente felice, perché quelle mosche dannate e quei vermi che mangiavano muovendosi con delizia sulla carne del cadavere facevano schifo anche a me, e volevo però, volevo, che voi ne condivideste il disgusto che ti acchiappa allo stomaco e non ti molla più che forse non ci dormi nemmeno; perché allora sì che lo schifo che qui vi obbligo a procurarvi dà finalmente un senso a questo sporco lavoro, di chi va in giro a raccontare la guerra e rischia però di trasformarla soltanto in uno show, dove ci sono i buoni e i cattivi, il pumpum da riprendere con telecamere bulimiche, e i soldati che si muovono come se recitassero.

La guerra fa questi morti, queste mosche insaziabili, questi vermi che si muovono oscenamente insensibili davanti a chi li osserva. Fa, la guerra, anche tutto quello che sono andato poi a vedere nell’ospedale di Abu Salim, ora che i miliziani hanno «ripulito» l’intero quartiere (a Tripoli ormai si combatte soltanto nella periferia di Salh alDhin e intorno all’aeroporto), con le teste aperte, le ginocchia frantumate, le ossa rotte, di chi è stato ferito e ancora non si è deciso a morire e riempie di sangue e di urla il pronto soccorso. Un pronto soccorso che è poco più di una stanza sporca di rosso e di polvere, dove i dottori si affannano a ricucire, tamponare, chiudere, stringere di legacci e di filo quello che la carne mostra in tutta la sua impazzita nudità.

Un ospedale di guerra è assai più di un ospedale. È un posto dove spesso si passa a morire, o – quando si è fortunati – si passa a lasciare un braccio, una gamba, anche tutt’e due le gambe. E io guardavo il disgraziato, poco più che un ragazzo, sporco di terra e della sporcizia di chi ha passato i giorni a combattere, che lo stavano tagliando per sperare di salvargli la vita. Una vita che, da ieri, per lui sarà per sempre diversa. Non ne so il nome, non posso dargli nemmeno la stupida popolarità d’una identità stampata sulla pagina d’un giornale straniero; ma certamente sarà una vita diversa. La giovane dottoressa che è venuta da Zawyia a portare il suo aiuto volontario aveva grandi occhi sbarrati di dolore; dirige un centro di pediatria e di psicologia infantile, non aveva mai visto nulla di simile. L’orrore le cambiava il volto, ma non piangeva. Si chiama Arabyia Gajun: «Non debbo e non voglio piangere, perché voglio poter sperare in un tempo migliore».

Perché toglierle le sue illusioni? perché dirle che deve prepararsi a un tempo difficile, a molte amarezze, a un negoziato che il Cnt e Gheddafi stanno conducendo nella oscurità mentre continua la caccia all’uomo, e forse il Colonnello è nascosto sottoterra come Saddam, o forse è nascosto ancora nel suo bunker, o forse è a Sebha, o a Sirte, o forse anche si è mascherato – come sempre faceva che nessuno ora lo riconosce? Perché dirglielo? La guerra costruisce montagne di illusioni e di speranze, apre i cuori e gli animi, lascia immaginare una palingenesi dove tutto si rinnova, si pulisce, odora di buono. «Voglio che sia finito questo orrore», e mi ha portato in una stanza accanto, che era più o meno fredda come dev’essere un posto dove si tengono i morti a non puzzare troppo. Su quattro lettighe, coperte da un foglio di plastica, quattro cadaveri facevano intravedere divise di militari e facce vuote; ma accanto alla finestra c’era un congelatore, di quelli bassi e larghi che s’usano in casa quando si hanno molte provviste da salvare.

«Aprilo, aprilo», mi incitava. Ho sollevato il coperchio, e dentro c’era il corpo di un soldato, ma con le gambe spezzate in modo innaturale, il corpo contorto per farlo stare dentro lo spazio angusto del congelatore, e la testa ruotata all’indietro di 180 gradi. Era un pupazzo sfasciato, ma un tempo era stato un uomo. «Doveva essere uno dell’Est europeo, Gheddafi lo ha fatto buttare qua dentro ancora vivo», e gli occhi sbarrati di quella faccia bianca di morte e di sofferenza, i capelli rossi d’un ucraino o d’un bulgaro, il dolore di uno spasmo bloccato in un lungo istante sospeso tra vita e morte, raccontavano un racconto che anche i lettori di un giornale devono imparare a conoscere come risultato della guerra. Sono andato allora a tentare di trovare almeno un respiro di misericordia, che rendesse più pulita questa giornata di schifezze e di orrore.

E alle 2 del pomeriggio, dopo che il lungo richiamo del muezzin aveva riempito l’aria di echi mistici, mi sono affacciato alla preghiera del venerdì (il sermone della «domenica» musulmana), nella più importante moschea di Tripoli, quella del maulaya Mohammed. Ad ascoltare l’imam non c’era molta gente, sembravano le chiese vuote delle nostre domeniche secolarizzate (più tardi, un anziano signore, alto e altero, un ex ufficiale di Marina mi spiegava in inglese: «La gente non ci crede, che sia davvero finita con Gheddafi, hanno ancora tutti paura»).

L’imam, giovane, la barbetta, gli occhiali ha parlato pianamente per un quarto d’ora, senza una retorica eccessiva, senza grandi sbalzi di tonalità. Ha raccontato che tutto quanto accade è volontà di Allah, che bisogna accettarlo, che dopo la tempesta viene il sereno. E che bisogna saper perdonare. Quando è sceso dalla scaletta gli ho chiesto: «Il progetto d’una nuova Costituzione chiede all’art. 1 che tutti i cittadini siano uguali, senza distinzione né di sesso né di religione. Lei è d’accordo?». Mi ha guardato, si è lisciato la barbetta, poi ha detto abbassando lievemente la testa: «Ma naturalmente, tutti uguali». Uomini e donne? gli ho chiesto. «Sì, uomini e donne». E musulmani e cristiani? gli ho chiesto ancora. «Sì, musulmani e cristiani». E si lisciava la barbetta. La guerra crea speranze e illusioni. Tutte le guerre, anche questa.

1.2.10

La strana disfatta

Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».

La sete di negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare, se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il 12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva in Iraq.

Così sfila davanti al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair, in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.

Era eretico patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra, essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.

In un’intervista di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato», disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come Stato funzionante e non corrotto.

A questa ragione se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione ­ per almeno un anno ­ di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di Kabul).

La terza ragione è la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52 per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che tutti costoro siano visti come occupanti.

Anche questa guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta invitato a tornare al potere.

Obama non ha cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa i negoziati con i talebani.

Barbara Spinelli

È strana, la disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni, molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo, ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione, da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di essere una parola talmente grigia da passare inosservata.

Così deve concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili, combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore. Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a whimper.