Visualizzazione post con etichetta De Gregorio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta De Gregorio. Mostra tutti i post

26.8.14

Rivoluzione scuola, ecco il piano “Meritocrazia e apertura ai privati” - e sotto - Vertecchi: "Don Milani non avrebbe avuto premi"



Il ministro Giannini: mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori.

Sponsor privati e merito stop ai supplenti precari ecco la riforma della scuola Nel disegno di legge del governo è prevista una revisione delle scuole professionali e un nuovo rapporto tra cultura e istruzione Allo studio nuove forme per finanziare il riassetto del sistema Il ministro dell’Istruzione Giannini illustra il suo disegno Possibile detassazione delle iscrizioni negli istituti privati Il provvedimento.
RIMINI – ’INGRESSO dei capitali privati nella scuola pubblica: un’esigenza fin qui bloccata da «pregiudizi ideologici». L’abolizione del precariato, anzi la «cura definitiva della piaga del precariato» calcificato da decenni di alchimie burocratiche. Eliminare il ricorso alle supplenze, «agente patogeno del sistema scolastico, batterio da estirpare».


Concita De Gregorio (La Repubblica)

RIVEDERE il rapporto tra istruzione professionale e lavoro secondo il modello tedesco «che funziona bene da trent’anni». Valutare gli insegnanti per il merito e non solo per l’anzianità: introdurre anche scatti di reddito ma sulla base di una progressione della loro attività professionale. Finanziare la formazione, dunque, poi valutarla e «premiare chi fa, penalizzare chi non fa il suo dovere ». Riunificare cultura e istruzione «per evitare che chi studia restauro finisca in un call centre», creare scuole di specializzazione collegate a enti culturali sul modello francese. Modificare i programmi: potenziare lo studio di storia dell’arte, musica. Dare un’effettiva libertà di scelta educativa «che nel nostro paese non è mai stata davvero garantita»: sul rapporto con le scuole paritarie evitare le trappole ideologiche, non fermarsi al tema dei soldi, guardare alla bontà dell’offerta formativa.
Concentrarsi sulle scuole medie inferiori «che hanno davvero bisogno di cura».
Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione Università e Ricerca, ha scelto la platea del Meeting di Cielle, a Rimini — platea naturalmente molto interessata al tema del sostegno alle scuole private di matrice cattolica — per dare qualche prima indicazione su quella che chiama una «rivisitazione rivoluzionaria delle regole del gioco». Non una riforma, una rivoluzione. La presenterà ai ministri venerdì, «Renzi ha annunciato una sorpresa e non sono qui per rovinarla». Però fra i corridoi dello stand del Meeting dove Vittadini la accoglie entusiasta e la presenta come «la prima vera erede di Berlinguer» (pazienza per Moratti Fioroni e Gelmini, a loro tempo pure osannati a queste latitudini) Stefania Giannini racconta di quanto «lavoro silenzioso» ci sia dietro questo testo, «che guarda ai prossimi trent’anni e non ai prossimi tre, una visione dei bisogni della scuola e della sua “infrastruttura umana”, dieci milioni di studenti e le loro famiglie, il corpo docente, parliamo dei due terzi del Paese». Cita due volte Don Milani, una Renzo Piano a proposito di «periferie fertili», una don Giussani sul «rischio educativo»: «Ecco, è anche questo il rischio che voglio correre. Mettersi in gioco, mettersi alla prova davvero», dice.
È un progetto diviso in quattro parti. Governo della scuola, personale docente, contenuti didattici, autonomia degli istituti. Questo è quel che Giannini ha anticipato, per capitoli e con le sue parole.
SCUOLA PUBBLICA/SCUOLA PRIVATA
«Noi dobbiamo offrire un progetto educativo complessivo. Pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. La libertà di scelta educativa nel nostro paese non è mai stata garantita. La legge Berlinguer del 2000 non è stata applicata. Il finanziamento alle paritarie è sempre stato preteso, concesso, negato, negoziato. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato. L’uno affonda senza le altre e viceversa. Il rapporto con le paritarie si risolve insieme senza pregiudizi ideologici, che pesano più dei soldi». Del tema si occupa il sottosegretario Toccafondi, ciellino proveniente dal Pdl poi Udc, che ha presentato la sua proposta al ministro. Una delle ipotesi è intervenire non su finanziamento diretto ma sulla detassazione.
PRECARIATO
«È frutto di decenni di scelte miopi. Abbiamo un corpo docente frammentato, un lavoro che non si chiama lavoro. Gae, Sgis, Tfa, concorsone. Una selva di figure professionali in cui chi è di ruolo finisce per essere contro chi ha vinto il concorso e chi ha vinto in concorso contro chi è in graduatoria. Quello delle supplenze è l’agente patogeno del sistema scolastico, un batterio che dobbiamo eliminare. In Italia non abbiamo tutti i docenti che ci servono a far funzionare la scuola. Mancano docenti. Il ricorso ai supplenti fa male a tutti: agli insegnanti agli studenti, alla scuola. Abbiamo bisogno di figure stabili, di ricondurre tutto a un sistema unitario. Faremo in modo di lavorare sulla pianta organica di fatto, non su quella di diritto. Una riforma funzionale che guarda alle esigenze reali e non a quelle sulla carta». Potrebbero essere riviste se non abolite le graduatorie provinciali d’istituto, circa 400 mila persone. Una parte dei precari dovrà essere stabilizzata. Ci sarà entro l’anno prossimo un nuovo concorso. Non ci saranno tagli per finanziare le spese. Su questo Giannini è stata categorica: «L’idea di tagliare a destra per spostare a sinistra appartiene a una vecchia logica. Servono soldi, è vero, ma non li sottrarremo ad altri comparti della scuola. Abbiamo studiato meccanismi di finanziamento molto innovativi». L’idea degli sponsor è una ipotesi. «Bisogna uscire dallo stereotipo che il mercato è nemico della scuola ».
MERITO
«Faremo una proposta molto articolata e consistente per l’aggiornamento e la formazione degli insegnanti. Ci saranno criteri di valutazione. Sarà premiata l’attività positiva, anche con aumenti di stipendio, e penalizzato chi non fa il suo dovere. Non possiamo più attenerci solo a un criterio di anzianità. Sono certa che nessuno avrà timore di essere valutato nel merito».
SCUOLE PROFESSIONALI
«In Italia 4 milioni e mezzo di ragazzi non studiano né lavorano. Dobbiamo recuperarli. Trovare la via italiana al sistema duale, in Germania funziona da trent’anni. Mettere in pratica l’alternanza scuola-lavoro a partire dalle esigenze, dalle richieste. Penso a stage professionali negli ultimi anni di media superiore, penso all’investimento delle imprese private nella scuola pubblica. È un tabù, ma una realtà in gran parte del mondo. Faccio anzi un appello agli imprenditori, anche medi e piccoli, perché intervengano nel finanziare, ad esempio, i laboratori. Abbiamo bisogno di strutture moderne, non di luoghi di antiquariato. I ragazzi devono uscire in grado di lavorare. Il capitale privato è benvenuto».
CULTURA VS ISTRUZIONE
«La divisione fra cultura e istruzione, a partire dalla spartizione di competenze fra ministeri e di conseguenza figure, autorità, poltrone è figlia di
una cattiva gestione politica ma in un paese come il nostro, che ha dato al mondo il Rinascimento, deve scomparire. Penso all’esempio francese delle scuole di specializzazione che immettono nelle reti culturali giovani pronti per entrare al lavoro nei luoghi in cui si sono formati. Lo fa il Louvre, perché non possono farlo gli Uffizi, Pompei? Abbiamo bisogno di intervenire sui programmi scolastici. Potenziare la storia dell’arte. Introdurre la musica fin dalla scuola primaria, siamo il Paese di Verdi e Puccini. Non possiamo consentire che chi studia restauro finisca in un call centre. Col ministro Franceschini abbiamo un protocollo d’intesa».
SCUOLA SUPERIORE
«Portare a quattro anni il ciclo delle medie superiori per equiparare l’età di congedo scolastico a quella di molti altri paesi non può essere il frutto di un calcolo da spendig review», dice Giannini. Per concludere: «Ci vorrà molto tempo per mettere a regime la nostra proposta, ma non dobbiamo guardare ai prossimi mesi. L’orizzonte è quello dei prossimi trent’anni. Chi nasce oggi va a scuola nel 2018 ed esce nel 2038. La scuola che cambiamo adesso arriverà a destinazione allora».

-------------------------------------------------------------

A completamento una breve intervista del Secolo XIX a Benedetto Vertecchi


Riforma della scuola, Vertecchi: «Don Milani non avrebbe avuto premi»

Francesco Margiocco
La riforma che nel nome della meritocrazia promette di rivoluzionare le carriere degli insegnanti, e di sottoporle a periodici controlli della qualità, cita più volte nelle sue 136 pagine quattro grandi personalità del passato. Don Milani, don Bosco, Loris Malaguzzi e Maria Montessori. «Tutti e quattro, se fossero stati controllati come vuole il governo, ne sarebbero usciti con le ossa rotte». Benedetto Vertecchi, pedagogista sperimentale alla Sapienza, esperto di politica scolastica, una vita dedicata al tema della valutazione, è severo nei confronti della “Buona Scuola”, il libro d’intenti presentato a Palazzo Chigi due giorni fa.
Gli “scatti di competenza”, previsti da Renzi, e che dovrebbero premiare il merito, rischiano dunque di aiutare i peggiori?
«Certamente non aiuteranno i migliori. Questo perché si affida la valutazione a rigidi parametri dettati dal ministero. La storia dovrebbe insegnarci qualcosa. La Montessori, la personalità più nota al mondo di tutto il Novecento nel campo educativo, è stata osteggiata in Italia prima e durante il fascismo, che la costrinse a fuggire in Olanda. Malaguzzi, l’inventore degli asili di Reggio Emilia, definiti da Newsweek le scuole migliori del mondo, era un funzionario comune. Se fosse stato un funzionario ministeriale non lo avrebbero lasciato lavorare. Quanto a don Milani e don Bosco, erano entrambi sgraditi alle autorità, che spedirono il primo su quell’eremo che era Barbiana, e che mal digerivano la passione del secondo per gli emarginati».
D’accordo, ma oggi nel resto del mondo valutare gli insegnanti non è la norma?
«Il resto del mondo è un’entità variopinta, ma prendiamo la realtà a noi più vicina, la Francia. Lì gli insegnanti devono affrontare, a intervalli regolari, degli esami. In pratica, studiano tutta la vita. Chi supera l’esame progredisce nella carriera. Lo stipendio all’inizio si attesta su livelli simili a quello dei nostri insegnanti, dopo 20-25 anni di carriera è una volta e mezzo il nostro, a fine carriera, se uno ha superato tutti gli esami, è pari a quello di un docente universitario».
Qual è il modello cui il governo dovrebbe ispirarsi?
«La scuola a tempo totale della Finlandia, tempo totale perché impegna gli studenti mattino, pomeriggio e, chi lo desidera, anche la sera. Una storia cominciata negli anni Novanta, quando la Finlandia aveva un tasso di suicidio, tra gli adolescenti, altissimo. I giovani, di famiglie mediamente benestanti, uscivano di scuola, si rifugiavano nei bar, bevevano e, nei casi estremi, si ammazzavano. La scuola ha reagito con una rivoluzione. Sono partiti dalle lezioni di cucina, che insegnano a lavorare insieme e a coordinarsi. Sono passati al teatro, alla coltivazione dell’orto, ai laboratori di falegnameria e meccanica. E la cosa ha funzionato. Oggi le scuole finlandesi sono ai vertici delle classifiche Ocse dei livelli di apprendimento degli alunni».
C’è traccia di tutto questo nelle 136 pagine della “Buona Scuola”?
«Non direi».
E che giudizio dà, complessivamente, di queste linee guida?
«Sono figlie di chi parla della scuola come parlerebbe di una fabbrica di saponette. Tutto viene letto in un’ottica produttivistica, e la valutazione degli insegnanti ne è l’esempio più clamoroso. Una valutazione che di oggettivo ha poco perché può essere condizionata da simpatie, clientele, discriminazioni. Una falsa soluzione che può venire in mente soltanto a chi la scuola non la conosce».


4.5.13

Laura Boldrini: ''Sulla Rete campagne d’odio, è tempo di fare una legge''

(Concita De Gregorio - La Repubblica)

La presidente della Camera: sulla Rete campagne d'odio, è tempo di fare una legge. In Italia le donne continuano a morire per mano degli uomini e per molti è sempre e solo una fatalità, un incidente, un raptus

Laura Boldrini, seduta alla sua scrivania di Presidente della Camera dei deputati, legge attentamente i messaggi che la sua giovane assistente Giovanna Pirrotta le porge. Sono minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura. Accanto al testo spesso ci sono immagini. Fotomontaggi: il suo volto sorridente sul corpo di una donna violentata da un uomo di colore, il suo viso sul corpo di una donna sgozzata, il sangue che riempie un catino a terra. Centinaia di pagine stampate, migliaia di messaggi. A ciascuna minaccia corrisponde un nome e un cognome, un profilo Facebook, l'indirizzo di una pagina Internet. Le minacce - tutte a sfondo sessuale, promesse di morte violenta - si sono moltiplicate nel giro di due settimane con il tipico effetto valanga che la Rete produce: al principio erano una decina, qualche sito le ha riprese e rilanciate, i siti più grandi le hanno richiamate dai siti più piccoli con la tecnica consueta: dichiarare in premessa l'intenzione di denunciare l'aggressione col risultato, in effetti, di divulgarla ad un pubblico sempre più ampio. In principio, quasi all'indomani della sua nomina, aveva preso a circolare una foto che a questo punto della vicenda pare addirittura innocente: una donna nuda, in spiagga, indicata come Laura Boldrini e affiancata da commenti machisti. Poi le prime minacce, altre e altre ancora sempre più gravi fino ad arrivare alle ultime, pochi giorni fa: una donna sgozzata, uno stupro. Siti di destra, razzisti e xenofobi, pagine Facebook, di seguito l'effetto macchia d'olio, incontrollabile. Dunque cosa fare?, è l'intatto quesito che si ripropone ogni volta che ci si trova di fronte a messaggi, comunicati, rivendicazioni di una minoranza violenta. Dar loro visibilità e amplificarli, facendo il loro gioco, o tacere, subire, reagire sul piano della denuncia individuale senza offrire un più largo palcoscenico a quelle miserevoli gesta.

"Io non ho paura", mormora la presidente della Camera mentre ascolta questa discussione, i suoi collaboratori attorno a lei. "Nel senso che certo, sì. Ho paura quando i fotografi inseguono mia figlia di 19 anni in motorino, ho paura che possa spaventarsi e avere un incidente, mi si gonfia in cuore. Ho paura quando si appostano sotto casa di mio fratello Enrico, il più piccolo dei miei fratelli, che soffre di una forma grave di autismo. Non capisco come possano farlo, e ho paura per lui. Ma non ho paura io, adesso, di aprire un fronte di battaglia, se necessario. Daremo visibilità a un gruppo di fanatici? Sì, è vero. Ma non sono pochi, sono migliaia e migliaia, crescono ogni giorno e costituiscono una porzione del Paese che non possiamo ignorare: c'è e dobbiamo combatterla. Non posso denunciarli tutti individualmente: è un'arma spuntata, la giustizia cammina lentamente al cospetto della Rete, quando arriva la minaccia è già altrove, moltiplicata per mille. E poi non è una questione che riguarda solo me. Ci sono due temi di cui dobbiamo parlare a viso aperto. Il primo è che quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l'aggressione sessista: che sia apparentemente innocua, semplice gossip, o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale, usa un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni. E questa davvero è una questione grande, diffusa, collettiva. Non bisogna più aver paura di dire che è una cultura sotterranea in qualche forma condivisa. Io dico: un'emergenza, in Italia. Perché le donne muoiono per mano degli uomini ogni giorno, ed è in fondo considerata sempre una fatalità, un incidente, un raptus. Se questo accade è anche - non solo, ma anche - perché chi poteva farlo non ha mai sollevato con vigore il tema al livello più alto, quello istituzionale. Dunque facciamolo, finalmente".

Sul tavolo della presidente le pagine in cui uomini con nome e cognome, dati a cui corrispondono persone reali, scrivono "ti devono linciare, puttana", "abiti a 30 chilometri da casa mia, giuro che vengo a trovarti", "ti ammanetto di chiudo in una stanza buia e ti uso come orinatoio, morirai affogata", "gli immigrati mettiteli nel letto, troia". Accanto alla foto della donna sgozzata: "Per i Boldrini in rete ecco l'Islam in azione".

La seconda questione è se possibile ancora più delicata, riguarda i reati commessi via web. Ogni volta che si interviene a cancellare un messaggio, ad oscurare un sito - dice Roberto Natale, portavoce della Presidente - c'è una reazione fortissima della rete che invoca la libertà e parla di censura. Valentina Loiero, responsabile comunicazione: "Al principio abbiamo individuato un sito, di cui è titolare Antonio Mattia, che aveva diffuso la foto di una nudista spacciandola per Laura ed aveva dato il via ai commenti sessisti. Abbiamo informato la polizia postale. La reazione dell'uomo alla visita delle forze dell'ordine è stata una denuncia di violazione della privacy a cui hanno fatto seguito in rete accuse di abuso di potere, subito riprese da esponenti politici della destra".

Boldrini: "Abbiamo due agenti della polizia postale, due, che lavorano alla Camera, distaccati qui a vigilare sulle moltissime violazioni di cui un luogo istituzionale come questo può essere oggetto. C'è stato il caso della parlamentare del Movimento Cinque Stelle di cui è stata violata la posta personale. C'è il caso di una deputata oggi ministra che non ha più potuto accedere ai suoi social network e teme che a suo nome si possano divulgare messaggi non suoi. Poi ci sono le minacce di morte nei miei confronti. Tutte donne, lo dico come dato di cronaca. So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada". C'è in questi giorni la discussione sulla scorta. "Io ho chiesto di non essere scortata. Non ho paura di camminare per Roma, non ho paura di andare da casa in ufficio. Può accadere qualsiasi cosa in qualsiasi momento, certo, ma questo vale per chiunque. Piuttosto mi pare molto più grave, molto più pericoloso che si diffonda in rete una cultura della minaccia tollerata e giudicata tutt'al più, come certi hanno scritto, una "burla". Mi sento molto più vulnerabile quando penso che chiunque, aprendo un computer, anche mia figlia, anche i suoi amici, anche i ragazzi giovanissimi che vivono connessi al computer possono vedere il mio volto sovrapposto a quello di una donna sgozzata. Mi domando che effetti profondi e di lungo periodo, fra i più giovani, un'immagine così possa avere".

La campagna contro Laura Boldrini si è impennata all'indomani della sua visita alla comunità ebraica, il 12 aprile scorso. In quell'occasione, incontrando i dirigenti della comunità, ha parlato della necessità di "ripristinare il rigore della legge Mancino" a proposito dell'incitamento al razzismo e all'odio razziale su web. È infatti dell'8 aprile la sentenza di condanna dei quattro gestori di Stormfront, sito web neonazista, condannati per antisemitismo. È la prima sentenza che riconosce un'associazione a delinquere via web: a quella si richiamava Boldrini nel suo discorso alla comunità. Da quel giorno è partita la valanga. Il sito "Tutti i crimini degli immigrati" associa il volto del presidente della Camera alle notizie di reati commessi da cittadini stranieri. "Resistenza Nazionale", "Fronte Nazionale", "MultiKulti" e altri indirizzi web diffondono. Poi i fotomontaggi, e le minacce. Dal 28 aprile, dopo la sparatoria davanti a palazzo Chigi, hanno iniziato a circolare centinaia di messaggi che dicono "Dovevano sparare a te", "la prossima sei tu", "cacati sotto, a morte i politici come te". La magistratura è avvertita, le denunce sono partite. "Ma è come svuotare il mare con un bicchiere. Credo che ci dobbiamo tutti fermare un momento e domandarci due cose: se vogliamo dare battaglia - una battaglia culturale - alle aggressioni alle donne a sfondo sessuale. Se vogliamo cominciare a pensare alla rete come ad un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci. Senza avere paura dei tabù che sono tanti, a destra come a sinistra. La paura paralizza. La politica deve essere coraggiosa, deve agire".

19.12.11

Le parole dei senegalesi antidoto contro il disprezzo

 Concita De Gregorio (La Repubblica)

In questi anni si è diffuso il disprezzo. Provo a mettere a fuoco questa frase semplice e mite, persino riduttiva, in un certo senso pudica: la frase di un senegalese fiorentino colta dalle telecamere e dai taccuini dei giornalisti al corteo di Firenze in morte di due ragazzi uccisi martedì scorso a colpi di pistola da un “cacciatore di negri”. Un tizio sui cinquanta, l´assassino. Troppo giovane per essere stato fascista davvero – quando il partito fascista, o almeno il Msi esisteva ancora – e però fascista di ritorno. Fascista di Casa Pound e figlio degli anni dell´odio e del disprezzo, appunto, dei diversi e dei più deboli. Del “padroni a casa nostra” – canone leghista ma non solo – gli anni scellerati in cui mascherato dal sorriso da squali dei corruttori si è fatto strada il cinismo egoista e squallido, opportunista, di chi mostrava al pubblico che solo a spese degli altri si costruisce la propria fortuna, ciascuno la sua e fatevi sotto coi mezzi che avete, le parole o le spranghe, l´ignoranza a far da padrona, pazienza per chi non può difendersi. “In questi anni si è diffuso il disprezzo” è una sintesi gentile, prova vergogna per chi si dovrebbe vergognare, non dice della paura seminata come fertilizzante elettorale, della stupidità e della sistematica distruzione del sapere che l´ha scientificamente, consapevolmente coltivata. Da quanti anni? Venti, trenta o persino di più? A chi addosseranno i libri di storia la responsabilità politica dello sfacelo nelle cui macerie ci aggiriamo increduli, spaventati dall´odore di polveri che non sappiamo se e quando si riveleranno esplosive ben oltre quei due colpi di pistola? Solo a Berlusconi? Solo ai signori del denaro o anche, ben prima, già sul finire degli anni Settanta e poi negli Ottanta, a una classe politica esangue e pronta a lasciarsi comprare o spazzare via, brodo di coltura dell´Uomo della provvidenza prossimo venturo? Da quanti anni in questo Paese mancano lo sguardo, il sorriso, l´intelligenza la generosità e il coraggio di qualcuno capace di pensare il bene di tutti a scapito del suo? Qualcuno capace di vedere quel che gli altri ancora non vedono e provare a realizzarlo: senza un tornaconto privato, perché è l´unica strada possibile ed è giusta, persino. Pazienza se costa.
Mi scuso per la lunga premessa ma è che avevo negli occhi e nelle orecchie le immagini del corteo dei senegalesi di Firenze nelle ore in cui chiudevo il secondo dei due libri appena usciti per una piccolissima casa editrice, Alphabeta, che raccontano come fosse un romanzo d´avventura una straordinaria storia davvero accaduta in Italia negli anni Settanta. Una storia di cui i nostri ventenni sanno poco o niente e quanto sarebbe importante che la conoscessero, invece, per dare una direzione e un senso costruttivo alla loro sacrosanta indignazione. C´era una volta la città dei matti e Marco Cavallo – poderosi tomi, non libriccini – narrano l´incredibile magnifica rivoluzione condotta controcorrente da un pugno di donne e di uomini guidati da Franco Basaglia. Raccontano come sia stato possibile far approvare, in Italia, nei giorni dei sequestro Moro, una legge che riguardava apparentemente una irrilevante minoranza di persone, i matti dei manicomi. E siccome allora, davvero, molti dei “matti” erano semplicemente vittime delle violenze di quel tempo, non è poi così difficile per quanto sia – lo riconosco – sommamente impreciso pensare che il posto che occupavano i matti negli anni di Basaglia l´abbiano adesso i neri d´Africa e gli afgani e i migranti dei barconi che muoiono speronati al largo delle nostre coste. Numeri, volti senza identità, estranei, stranieri, diversi da noi che si insinuano nelle strade e nelle piazze proprio come, usciti dai manicomi, Boris e Mara, Margherita e suo figlio cercavano senza trovarlo un posto in un appartamento a Gorizia, a Trieste. La cronaca dell´assemblea in cui i cittadini “normali” denunciano come l´apertura dei centri di igiene mentale nel loro quartiere faccia perdere valore alle loro case, la paura delle “donne per bene” di fronte a “quelli là”, l´ostilità, la chiusura. L´atteggiamento dei politici, così prudente, così diffidente, anche a sinistra: perché non bisogna perdere di vista il fatto che sarà pure giusto che i matti escano dai manicomi ma la gente non li vuole e il nostro elettorato sono la gente, non i matti. Ecco, c´è più di una suggestione, come vedete.
Poi penso anche, forse con una punta di ottimismo, che questo sia il tempo giusto per ricominciare a raccontare – a ricordare – storie come quella. Il film di Marco Turco, C´era una volta la città dei matti, è andato in onda nel 2010 in Rai ed ha avuto un successo straordinario. Sette, otto milioni di spettatori. Fabrizio Gifuni, il sorriso di Basaglia redivivo. Un sorriso che guarisce e che illumina. Il libro che esce oggi contiene i due dvd del film tv e il corposissimo trattamento scritto da Elena Bucaccio, Katja Kolia, Alessandro Sermoneta e Marco Turco. Il trattamento è tutto il materiale raccolto per la preparazione del film. Un romanzo storico, un documento meticoloso e avvincente che racconta centinaia di storie, di vicende minori che si intrecciano alla cronaca grande, Tina Anselmi e la Dc di allora, i volontari da tutto il mondo, Zavoli e la Rai com´era, l´Italia di chi sognava il futuro e quella di chi conservava il passato nel presente, impaurita.
Marco Cavallo è il diario di Giuliano Scabia che racconta la storia del cavallo azzurro di cartapesta che – cavallo di Troia alla rovescia – ha portato fuori dai manicomi i biglietti dei reclusi chiusi nella pancia ed è diventato il simbolo del dialogo, è ristampato qui, rispetto all´edizione Einaudi del ‘76, coi contributi di Basaglia stesso e di Peppe dell´Acqua, allora giovane medico oggi direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste. Dell´Acqua racconta come questa storia ci porti fino ad oggi: all´interesse attivo di Giorgio Napolitano per la chiusure dei manicomi giudiziari, per esempio, sconcio e ferita ancora aperta. Quest´estate Marco Cavallo, il cavallo blu di cartapesta emblema della via crucis dei senza volto, senza diritti, sans papiers di ogni tempo ha fatto il suo ingresso al Teatro Valle Occupato, avamposto della tutela dei Beni comuni e supplente di una sinistra smarrita e divisa. È arrivato coi suoi quarant´anni che parevano quattro. I ragazzi, giovanissimi, lo hanno applaudito e festeggiato senza conoscerne, spesso, la storia. È stata una festa di teatro e di strada, un momento magnifico. I giornali non ne hanno quasi parlato, le televisioni per nulla. Il fatto è che in questi anni si è diffuso il disprezzo. L´antidoto è a rilascio lento, come certe medicine omeopatiche, e comincia dalle parole senza rabbia dei senegalesi di Firenze e da due libri così.

4.4.11

La traccia di Zapatero

Concita De Gregorio

Ho ascoltato con attenzione il breve discorso con cui ieri Jose Luis Rodriguez Zapatero, capo del governo spagnolo, ha annunciato che non si presenterà alle prossime elezioni. Ho letto quelle otto cartelle scarse: ho sottolineato le parole errori, responsabilità, progetto politico, futuro. Zapatero è nato nel 1960, ad agosto compirà 51 anni. Ha assunto la guida del governo a 43, sconfiggendo il Partito popolare di Aznar. Ha ancora un anno da governare prima delle elezioni. Un anno, ha detto, è il tempo «che ci permetterà di assumere con naturalezza e responsabilità – a livello collettivo, di organizzazione di partito – la messa in moto di quei processi fissati dal nostro statuto per scegliere la persona che guiderà le nostre liste nel marzo 2012.

E perché questa persona possa a sua volta, dopo essere stata indicata, disporre del tempo sufficiente per esprimere un progetto politico ed illustrarlo ai cittadini». Questo processo passerà dalle primarie. Ho trovato notevolissima la chiarezza con cui il capo in carica dell’esecutivo ha parlato della crisi economica in corso, della sua gravità e complessità, senza mai derubricare a «disagio percepito» le sofferenze dei cittadini, senza illudere, senza nascondere, senza mistificare. Senza negare le responsabilità del suo governo che, ha detto, ha commesso certo errori ma sempre ci ha messo la faccia. Non ha mai nominato, Zapatero, le molte leggi emanate in specie nel suo primo mandato a ritmo di una ogni pochi giorni, leggi che hanno cambiato radicalmente il tessuto sociale del paese: contro la violenza domestica sulle donne, per l’assistenza gratuita alle persone con handicap, per il riconoscimento e l’insegnamento scolastico della lingua dei segni, per l’eliminazione della balbuzie come causa di esclusione dal pubblico impiego, per l’eliminazione del concetto di colpa dalle cause di divorzio, per le adozioni, per le unioni civili, per la non discriminazione delle persone omosessuali. Ne cito poche, a memoria e in ordine sparso, giusto per chiarire cosa intendo. E poi, più avanti, per l’Uguaglianza e la non discriminazione, per la morte degna.

Certo sul piano economico il grande errore dell’aver fatto dell’edilizia il quasi esclusivo canale di occupazione e di crescita ha prodotto molti danni il più grave dei quali è aver alimentato un’illusione tale per cui la delusione, infine, è stata enorme. I sondaggi implacabili, la popolarità in calo, le amministrative a rischio, per i socialisti. Una grande aspettativa infranta. Ma non è dell’inevitabilità dell’avvicendamento alla guida della coalizione che voglio parlare. È del modo e delle ragioni con cui Zapatero la espone. Non più di due mandati, dice. «Avevo detto al mio arrivo al governo, sette anni fa, che otto, due mandati, sono un periodo che un esponente politico non deve superare. Per il bene del partito, del paese, dell’idea che abbiamo di democrazia. Persino, se me lo consentite, della sua propria famiglia. Otto anni sono il tempo necessario per fare, oltre il quale è giusto lasciar fare ad altri». Mentre Zapatero parlava, nella riunione di partito, nessuno dei volti attorno a lui (i probabili successori seduti dietro, i compagni accanto) ha mostrato sollievo, disappunto, stupore. «E adesso, compagni, al lavoro. Il governo a governare, i candidati alle amministrative a difendere il proprio programma, il partito ad appoggiare i candidati e le riforme.

Dimostriamo ancora una volta chi siamo e come siamo. Una formazione politica storica e carica di futuro. Un progetto che ha radici nella società, tra i lavoratori, in quelli che non hanno abbastanza, nelle donne e uomini che aspirano all’uguaglianza. Un partito democratico che ama la libertà interna e il coraggio. È per questo che tra noi ci chiamiamo compagni. Ecco, compagni. Io vi ringrazio». Sono abbastanza sicura che il discorso di congedo di Zapatero, con qualche piccolo adattamento ai casi nostrani, diventerebbe il perfetto manifesto di un leader che volesse anziché lasciare la politica candidarsi, piuttosto, alla guida – da sinistra – di questo nostro sventurato paese. Almeno una traccia, se qualcuno volesse prendere spunto.

8.6.10

Eugenetica padana

Concita De Gregorio

L'incredibile storia che vi raccontiamo oggi ha il pregio, se è lecito usare la parola pregio in una vicenda che non ne contempla alcuno, di chiarire esattamente in cosa consista, nella pratica, quel mix di egoismo, brutalità, cinismo e disprezzo delle povertà in qualunque forma si manifestino che va sotto il nome di leghismo. Siamo nella Regione Veneto, si parla di trapianti di organi. L'assessore alla Sanità, fieramente padano, scrive le linee guida a cui i medici delle strutture regionali dovranno attenersi. Non si dovranno trapiantare organi, scrive nero su bianco, a quelle persone che abbiano un quoziente intellettivo al di sotto del punteggio 50. Nemmeno a chi abbia di recente tentato il suicidio. Anche in questo caso non ne vale la pena. Perché la comunità dovrebbe dare un fegato a uno che ha cercato di uccidersi? E se lo fa un'altra volta? È uno spreco. Perché bisognerebbe dare un rene a una persona down, a un ragazzino con un deficit dell'intelligenza? Perché lo chiede sua madre? Ma andiamo, su.

Basta con questi buonismi pietosi. Si trapianta qualcuno che valga la pena trapiantare: i malati potenzialmente sani. I malati cronici no. Un demente, un handicappato: che si trapiantano a fare, tanto sani non tornano. L'estensione del criterio a chi ha tentato il suicidio è se possibile persino più aberrante. È come stabilire per legge che non esista la sofferenza dell'anima, il dolore disperato e profondo - emendabile, tuttavia, chi non lo spera? È come stabilire nelle linee guida venete che la speranza non esiste. Chi tenta di uccidersi deve essere un malato di mente. Uno che lo farà certamente di nuovo. Col paradosso, lo spiega nella sua veste di medico Ignazio Marino, che chi tenta il suicidio ingerendo pasticche (da cui spesso discende la necrosi del fegato) non dovrebbe essere operato ma lasciato morire.

Le linee guida sono state scritte un anno fa, nel marzo del 2009. Per un anno, dunque, si suppone che i medici vi si siano attenuti. Solo in questi giorni, dopo che l'American Journal of Transplantation ha pubblicato un articolo incredulo parlando del Veneto alla comunità internazionale, il medesimo assessore ha ritenuto di «rispondere a questo polverone» con una circolare interpretativa che fa parziale marcia indietro. Se nessuno ne avesse scritto - e nessuno, per un tempo lunghissimo, lo ha fatto - tutto a posto, avanti così. Sorgono spontanee alcune domande, pur senza disporre di un quoziente intellettivo straordinario. Per quale ragione i paladini delle crociate antiabortiste non insorgono? Se decidere di non far nascere una creatura destinata è vivere con gravi handicap è omicidio (eugenetica, come sostengono, selezione della razza) non è ben più grave negare le cure ai vivi, nati e divenuti adulti? Bisognerebbe farli nascere e poi morire negando loro le cure? E perchè chi è destinato a morte certa, malato terminale, deve stare attaccato alle macchine contro il volere suo o dei suoi familiari? In che senso far intervenire la scienza per mantenere in vita una persona in coma irreversibile è più utile, giusto, etico che farlo per mantenere viva una persona viva? Dipende dal suo Q.I.? Se è questo il punto riprendiamo pure a parlare di selezione della razza: riprendiamo da qui.

14.5.09

Il proconsole d'Abruzzo

di Concita De Gregorio
Guido Bertolaso ha chiamato il vescovo: «Basta, me ne vado, troppe lamentele». Aveva appena letto l'editoriale del «Centro», il quotidiano degli abruzzesi. Si chiedeva - prima che l'afa soffochi le tendopoli - di sistemare gli sfollati in prefabbricati. Questo racconta Marco Bucciantini dall'Aquila. Di come il capo della Protezione Civile (e di molto altro) abbia chiamato l'arcivescovo Giuseppe Molinari per dirgli «tenete la gente tranquilla». Di come il vescovo abbia dapprima radunato i parroci chiedendo loro un lavoro «tenda a tenda» per sedare gli sfollati, di come poi abbia scritto alla presidente della Provincia, un tempo sua allieva, rimproverandola col tono dell'antico professore di «fare politica» fomentando i malumori. Caro arcivescovo, gli ha scritto in risposta la presidente Pezzopane: «Proprio lei mi ha insegnato a privilegiare prima di tutto chi è in difficoltà. Sollecitando attenzione per le persone in tenda e chiedendo per loro tempi brevi e migliori sistemazioni ho assecondato la necessità di rispetto per le loro vite già provate». La gente in Abruzzo non può aspettare i fasti e le gare di architetti del G8. Servono soldi e risposte subito e come ora anche il ministro Tremonti sa sul fronte dei denari c'è un problema serio. Vittorio Emiliani racconta punto per punto come si declini la demagogia e la pubblicistica di corte. Il proconsole delle emergenze, ora assurto anche al rango di guida dei vescovi in supplenza del passeggero vestito di bianco che qualche settimana fa portava in auto, dovrebbe piuttosto dare risposte concrete alle popolazioni prima che photo opportunity al premier per le tv.

Passa alla Camera con tre sì alla fiducia chiesta dal governo il decreto sicurezza, prima manovra nello scambio politico di «gentilezze» alla Lega di cui parliamo da settimane. Le intercettazioni seguiranno. Intanto arrivano le «ronde» e il reato di immigrazione clandestina (passibile di multe da cinque a diecimila euro) con obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali. I presidi spia, i medici spia. Il rischio che non si denuncino le nascite dei figli di immigrati è uno dei punti - i bambini invisibili - su cui i vescovi fanno sentire la loro voce accanto a quella dell'opposizione: «Il grande tema sotto silenzio è quello dell'integrazione», dice la Cei. Un eufemismo. Un modo paludato per dire che passano leggi razziste, xenofobe. Leggi razziali, le chiama ormai così anche la stampa estera. Roberto Rossi ci racconta il mondo degli highlander. Non sono i protagonisti di una saga nordica. Molti cittadini li hanno incontrati. Di solito sono giovani, spesso anche simpatici, ed eleganti. Aprono le loro borse piene di moduli e di brochure come si trattasse di scrigni di gioielli e offrono «prodotti finanziari» capaci di garantire un sereno futuro attraverso pensioni, assicurazioni, rendite perpetue. Ma chi sono in realtà i «promotori finanziari»? Nient'altro che venditori al servizio delle banche. Non fanno l'interesse del cliente ma quello dell'azienda che li remunera (spesso poco, e infatti solo due su 50 ce la fanno). Spesso nascondono informazioni essenziali. A volte compiono delle vere e proprie truffe. Intanto sparisce di fatto la class action sepolta da un voto al Senato: non sarà più retroattiva, dunque a che serve? Salvi i truffatori, pazienza per i truffati. Urgente trovare qualche vescovo che li conforti.
unità.it

12.5.09

Il rispetto dei diritti

Concita De Gregorio

Vorrei mettere in chiaro una cosa semplice. Non siamo «favorevoli all’immigrazione clandestina». Non credo che la destra voglia la sicurezza dei cittadini (italiani) e la sinistra invece desideri metterla a tremendo repentaglio accogliendo chiunque si affacci ai nostri confini, criminali in fuga compresi. Non è questione di essere buoni o cattivi, cattolici compassionevoli o atei cinici (si possono anche invertire gli attributi). Si tratta piuttosto di osservare le regole, i diritti umani e il diritto internazionale, se possibile il senso della storia e quel che ci ha insegnato. Allora quindi, nel caso del diritto di asilo, si tratta di stipulare degli accordi coi paesi di provenienza - è un lavoro politico più faticoso e lungo del semplice esercizio della forza ai confini, è vero, ma è quel che ci si aspetta da un governo. Si tratta di riconoscere le persone: quelle che hanno il diritto d’asilo e quelle che non lo hanno. Di accogliere le prime e respingere le seconde. Si può fare, con l’Albania è stato fatto. Si tratta, prima ancora, di mettersi seduti a scrivere una legge organica sul diritto d’asilo: l’Italia è uno dei pochissimi paesi che non l’abbia. Perché non impieghiamo il tempo e le energie a scriverla? È una proposta formale: lanciamo una sfida all’Europa che ci condanna. L’Italia è una delle porte di accesso al continente: i nostri confini sono i più accessibili dunque sono i confini di tutti. Il nostro problema è il loro problema, risolviamolo insieme. Per farlo in modo credibile però bisogna che rispettiamo il diritto. Segnala Amnesty International, rapporto 2006: «Nonostante sia Stato parte della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati l’Italia non si è ancora dotata di una legge specifica e completa sul diritto di asilo». Facciamolo, no, ministro Maroni.

Due parole sul perché sia così importante. Thomas Hammarberg, commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, ha detto che l’azione dell’Italia «mina la possibilità per ogni essere umano di fuggire da repressione e violenza ricorrendo al diritto d’asilo». Il diritto d’asilo è previsto dall’articolo 10 della nostra Costituzione. «Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo nel territorio della repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Perché abbiamo questa norma nella Carta? Perché è stata scritta che erano passati poco più di due anni dalla caduta del fascismo e dalla fine della guerra. Vediamo i nomi di alcuni di quelli che la scrissero. Giorgio Amendola, Giuseppe Di Vittorio, Emilio Lussu, Sandro Pertini, Leo Valiani: tutti costoro, durante il fascismo, trovarono asilo politico in Francia o in Inghilterra. È molto apprezzabile che una serie di personalità della destra, ultimo Alemanno, condannino ora il regime. Le condanne però è meglio esprimerle durante, non 60 anni dopo. Potremmo esercitarci ad immaginare che ogni immigrato che chiede asilo politico sia il Pertini del suo paese. C’è purtroppo quel problema. La Costituzione inattuata. Allora quando siamo censurati dall’Europa anziché replicare come Malta («Siamo piccoli») proviamo a rispondere con l’esercizio del diritto e non della forza. La differenza con Malta è che l’Italia è un paese grande. Potrebbe essere un grande paese.

unità.it