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28.11.16

La fabbrica della clandestinità di stato per i migranti deve essere superata

Annalisa Camilli (Internazionale)

Il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Italia è “una fabbrica della clandestinità di stato”. Lo denuncia il rapporto sulla protezione internazionale pubblicato il 16 novembre da Anci, Cittalia, Fondazione Migrantes e Rete centrale Sprar. Nel 2015 in Italia il 60 per cento delle richieste d’asilo è stato respinto, costringendo migliaia di richiedenti asilo a tornare in una condizione di illegalità dopo mesi di attesa nei centri di accoglienza, senza nessuna speranza di ottenere dei documenti. Al momento l’unico modo per combattere l’illegalità e lo sfruttamento di questo esercito di invisibili è concedergli la protezione umanitaria.
La protezione umanitaria è uno strumento già previsto dal Testo unico sull’immigrazione (cosiddetta legge Bossi-Fini). Basterebbe un decreto del presidente del consiglio per concedere un permesso temporaneo alle circa 170mila persone ospitate nei centri di accoglienza italiani, in fuga da disastri ambientali, persecuzioni politiche e religiose o da varie forme di sfruttamento. Questo tipo di soluzione è già stata usata in passato per la crisi in Kosovo e permetterebbe di sanare una situazione che è fonte di periodiche tensioni sociali.
L’approccio hotspot
Se nel 2014 la metà dei migranti arrivati in Italia si sottraeva al sistema di accoglienza ufficiale per attraversare i valichi di frontiera e raggiungere altri paesi del nord Europa, nel 2015 molte persone sono rimaste bloccate nel nostro paese a causa delle politiche migratorie dell’Unione europea e del ripristino dei controlli alle frontiere dello spazio Schengen. Così l’Italia da paese di transito si è trasformata in paese di destinazione per molti migranti.
Nel 2015 le domande di protezione internazionale sono aumentate del 32 per cento (83.970 domande presentate) rispetto al 2014 a causa del cosiddetto approccio hotspot, previsto dall’agenda europea sull’immigrazione. L’identificazione forzata dei migranti arrivati nell’Unione europea e la ripartizione dei richiedenti asilo in base a un sistema di quote sono i due pilastri di questo sistema che ha mostrato nell’ultimo anno tutte le sue debolezze.
I migranti sono divisi in due categorie: i migranti economici e i richiedenti asilo. Hanno diritto a rimanere in Europa solo i profughi di tre nazionalità: eritrei, siriani e iracheni. Le tre nazionalità, cioè, a cui è riconosciuta una forma di protezione in tutti i 28 paesi dell’Unione europea. Ma è arrivato il momento di dire che questo sistema ha fallito.
Queste persone davvero non avevano diritto a ricevere qualche forma di protezione internazionale?
Molti paesi europei, come l’Ungheria e la Polonia, hanno rifiutato di accogliere i migranti, facendo emergere tutte le contraddizioni interne all’Unione. In un anno sono state ricollocate solo 1.549 persone dall’Italia e 5.437 dalla Grecia su un totale di 160mila previste. Inoltre gli accordi stipulati dall’Europa con la Turchia e con altri paesi d’origine dei migranti hanno determinato una diminuzione degli arrivi di siriani ed eritrei in Italia, dove a fare richiesta d’asilo sono sempre più spesso persone che provengono dall’Africa subsahariana.
Secondo il rapporto Anci, Cittalia, Fondazione Migrantes e Rete centrale Sprar, nel 2015 le prime cinque nazionalità di richiedenti asilo nel nostro paese sono state quelle provenienti da Nigeria, Pakistan, Gambia, Senegal e Bangladesh. I richiedenti asilo di questi paesi, che rappresentano il 60 per cento del totale, non hanno nessuna speranza di rientrare nei programmi di ricollocamento europei e, in Italia, spesso le loro richieste ricevono una valutazione superficiale dalle commissioni territoriali che respingono le domande sulla base di nuove direttive del ministero dell’interno, che riprendono quelle europee. Ma queste persone, che nel corso dell’ultimo anno hanno ricevuto un diniego, davvero non avevano diritto a chiedere l’asilo? La distinzione sembra più politica che giuridica.
Una procedura troppo lenta
In Italia il diritto d’asilo è garantito dall’articolo 10 della costituzione ed è un diritto fondamentale. L’Italia aderisce alla convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e riconosce di fatto diverse forme di protezione sulla base di una valutazione individuale della storia personale del richiedente asilo. Nella pratica il riconoscimento dell’asilo avviene con una procedura amministrativa che fa capo al ministero dell’interno ed è gestita dalle 47 commissioni territoriali. La decisione della commissione può essere impugnata, come avviene in quasi i tutti i casi di diniego, e può essere portata davanti a tribunali ordinari.
Succede spesso che i dinieghi delle commissioni territoriali siano contraddetti dalle sentenze dei giudici. Non esistono i dati di questo fenomeno perché le autorità non li hanno diffusi, malgrado le richieste delle associazioni e dei ricercatori, come l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Il diverso orientamento delle commissioni territoriali e dei tribunali sulla materia farebbe pensare a distanze procedurali tra ministero della giustizia e ministero dell’interno, che finiscono per rendere inutilmente complesso e lungo il riconoscimento di un diritto fondamentale.
Un’alternativa possibile
La creazione di strade legali di ingresso in Europa come i canali umanitari, la concessione di visti per motivi di studio e di lavoro, l’elargizione della protezione umanitaria a tutti i migranti arrivati in Italia che sono transitati dalla Libia e hanno compiuto la traversata del Mediterraneo: queste tre proposte potrebbero essere i pilastri di una nuova politica dell’immigrazione fondata sul buon senso, invece che sulla strumentalizzazione e sulla demonizzazione a scopi politici del fenomeno migratorio.
Delle prime due proposte si discute da tempo. È dimostrata l’efficacia di aprire canali umanitari sul modello di quelli sperimentati dal Libano all’Italia nel 2015 con i profughi siriani dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla chiesa valdese, in collaborazione con il governo italiano. Questi canali sono infatti l’unico strumento efficace per combattere il traffico di esseri umani, un giro d’affari da milioni di euro che viene invece alimentato da una gestione dell’immigrazione incentrata sul tema della sicurezza.
I giuristi hanno inoltre spesso mostrato i limiti del Testo unico sull’immigrazione che ha ristretto la possibilità per i cittadini stranieri di entrare in Italia con visti di studio e di lavoro e in questo modo ha contribuito a spostare il fenomeno migratorio nell’illegalità, senza regolarlo né reprimerlo. Entrare in maniera regolare per motivi di lavoro, di studio o di ricongiungimento familiare all’interno dell’Unione europea è sempre più difficile, per questo molti migranti si affidano ai trafficanti e mettono in pericolo le loro vite. La presenza di forza lavoro disponibile, a basso costo e ricattabile perché senza documenti, alimenta il lavoro nero e lo sfruttamento in molti settori dell’economia.

La terza proposta è quella più inedita, anche se negli ultimi tempi l’hanno suggerita tante associazioni che si occupano di migranti. Concedere la protezione umanitaria a tutti i richiedenti asilo, profughi dalla Libia e superstiti della traversata del Mediterraneo, permetterebbe di risolvere diversi problemi. Tutti i 171.938 richiedenti asilo, che attualmente si trovano nei centri di accoglienza italiani, potrebbero ottenere dei documenti temporanei della durata di due anni, indispensabili per uscire dal limbo esistenziale e giuridico in cui si trovano al momento. Potrebbero cercare lavoro, lavorare, prendere una casa in affitto, senza affidarsi ai canali illegali e sommersi del lavoro nero e della criminalità. Potrebbero costruirsi un’autonomia e dipendere meno dall’assistenza pubblica.
“Sta crescendo il popolo di chi riceve il diniego all’asilo, e nel corso dell’anno si potrebbe arrivare a 40mila migranti. Serve valutare, da parte del governo, la possibilità di un permesso di soggiorno umanitario per evitare che si crei un popolo di invisibili, sfruttati”, aveva detto nel maggio del 2016 Carlo Perego, presidente della Fondazione Caritas Migrantes. “Le commissioni territoriali di fatto stanno operando sulla base di una lista dei paesi sicuri e stanno negando una forma di protezione internazionale o umanitaria talvolta a nove su dieci richiedenti. Questa situazione creerà un fenomeno grave, perché il governo non sarà in grado di rimpatriare le persone, le persone stesse si renderanno irreperibili e sul territorio si creerà una situazione di insicurezza per le persone migranti o residenti”, aveva aggiunto Perego.
Un rapporto di Medici per i diritti umani presentato lo scorso settembre mostrava una sostanziale inefficacia della suddivisione operata dalle autorità italiane ed europee tra migranti economici e profughi. Infatti più del 90 per cento dei migranti intervistati da Medu in Italia ha raccontato di essere stato vittima di violenza, di tortura e di trattamenti inumani e degradanti nel paese di origine e lungo la rotta migratoria, in particolare in luoghi di detenzione e sequestro in Libia. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o picchiato.
La concessione di un permesso temporaneo di residenza per motivi umanitari a queste persone sarebbe una decisione politica saggia e coinciderebbe con il riconoscimento che il conflitto in Libia sta producendo profughi di cui l’Unione europea non può non occuparsi. Per molti dei beneficiari, inoltre, questa misura sarebbe risolutiva, li sottrarrebbe a un’inutile attesa e a un’irregolarità altrettanto inutile, e che va solo a beneficio della criminalità organizzata.

18.5.09

Sbarchi, il grande bluff. L'ultima frontiera è a Est

Pochi clandestini dall’Africa, ora passano da Turchia e Balcani. La metà entra con visto o permesso di soggiorno, poi sparisce
GUIDO RUOTOLO

E adesso che Lampedusa diventerà il fortino abbandonato, l’avamposto o la retrovia di quell’Europa che non vedeva l’invasione, che lasciava sola l’Italia a tentare di arginare il flusso di immigrati, ci sentiremo tutti un po’ orfani. E questo perché il governo ha imboccato la linea della fermezza, dei respingimenti in mare. E’ come se all’improvviso si fosse creata una (sbagliata) consapevolezza: non vedremo più le immagini drammatiche delle carrette stracolme di disperati che approdavano a Lampedusa o sulle coste siciliane. E dunque, questo vorrà dire che avremo risolto il problema degli sbarchi dei clandestini. Ovvero, abbiamo risolto il problema dei clandestini? E’ il clima della campagna elettorale a fare brutti scherzi, perché in realtà i clandestini continuano ad arrivare in Italia. Anzi, già ci sono da un pezzo. E’ vero, negli ultimi tempi quelli di Lampedusa erano soprattutto richiedenti asilo, africani scappati dalle guerre del Corno d’Africa (il 70% delle 31.200 domande d’asilo presentate nel 2008 riguardano extracomunitari sbarcati in Sicilia).

Non più i soliti tunisini o egiziani che, rispediti a casa con gli accordi di riammissione, per il momento si sono fermati. Ma ora che abbiamo sciolto il dilemma del rispetto della Convenzione di Ginevra (negando di violarla), abbiamo l’occasione di scoprire che invece di guardare al sud dirimpettaio delle coste nordafricane, dobbiamo girare il nostro sguardo ai porti dell’Adriatico o della Liguria, agli aeroporti del Nord, o a quello di Roma. Prendere atto che entrano via terra dagli altri Paesi europei, dalle frontiere Schengen che non ci sono più. E lo fanno sia da clandestini che da «overstayers», che vuol dire che si tratta di extracomunitari entrati regolarmente nel nostro Paese ma che sono diventati irregolari perché è scaduto il visto turistico o il permesso di soggiorno. Arrivano nei porti di Bari, Ancona, Brindisi, Trieste, Venezia, Savona, Genova a bordo di tir, di automezzi, come «merci» camuffate tra fusti di arancia o cassette di mele. Come la droga, come le sigarette di contrabbando. Ad Ancona, addirittura, nell’autunno scorso, ne hanno trovati tutti in una volta 67 (erano curdi, iracheni e afghani) in un doppiofondo di un tir con targa tedesca e autista greco. I clandestini hanno dichiarato di aver pagato dai 400 ai 1.000 euro a testa per il viaggio. Erano diretti nei paesi del Nord-Europa. Il tir era sbarcato da un traghetto della «Minoan Lines» salpato dal porto greco di Igoumenitsa.

E nel marzo scorso, sempre nel porto di Ancona, sono stati trovati tre afghani nascosti tra 78 fusti di arancia su di un tir, sbarcato sempre da una nave greca. Ogni anno, le forze di polizia di Ancona respingono 2.500 clandestini, gran parte dei quali rimandati in Grecia, paese di transito (e dell’Unione Europea). Complessivamente, l’anno scorso alle frontiere terrestri (i porti) sono stati respinti circa 8.000 extracomunitari. Una goccia, rispetto alla realtà. Perché i controlli sui tir, come è noto, si fanno a campione. E tutte le segnalazioni investigative sostengono che questa filiera curda-afghana-irachena transita per l'Italia diretta in Belgio, in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Svizzera. Tutti gli esperti che si occupano del fenomeno dell’immigrazione - dalla Caritas alle organizzazioni sindacali, dai tecnici delle forze di polizia alle associazioni degli stranieri in Italia - concordano nel dire che la porta d’ingresso nel Paese di Lampedusa e della Sicilia rappresenta solo il 10% (per alcuni il 7%) della massa di immigrati irregolari presenti sul territorio nazionale. Se prendiamo come metro di paragone gli sbarchi del 2007 (20.453) - perché quelli dell’anno successivo e dei primi tre mesi di quest’anno, con i loro picchi altissimi, 36.952 nel 2008, 4.000 nei primi tre mesi dell’anno in corso, farebbero sballare di molto la media ponderata - sono circa 200.000 gli irregolari che ogni anno entrano in Italia. Molti poi emigrano negli altri Paesi della Ue, una quota si regolarizza, un’altra finisce in carcere per aver commesso reati, un’altra ancora viene espulsa, riportata nei paesi di origine.

Gli esperti concordano, dunque, nello stimare in mezzo milione il numero dei clandestini attualmente presenti in Italia. Se è vero che le carrette del mare di Lampedusa o di Pozzallo rappresentano solo il 10% dei clandestini, il 40% di irregolari arriva via terra-mare (esempio: Grecia). il grosso, il 50%, riguarda i cosiddetti «overstayers». Desaparecidos sono diventati anche i cubani. Sì, dall’Isola di Fidel erano arrivati, nel 2008, trecento cittadini di Cuba. Ma di questi ne sono ripartiti solo 100. Che fine hanno fatto gli altri 200? Una volta erano clandestini i romeni che, oggi, sono diventati cittadini della Unione Europea. E sui cinesi, da sempre si favoleggia che il numero dei presenti rimane sempre lo stesso, o poco più, perché i nuovi arrivati prendono i documenti di quelli passati ad altra vita. A leggere poi le statistiche del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, si apprende che al 31 dicembre scorso, nelle nostre carceri erano detenuti complessivamente 21.562 stranieri: il 51% si tratta di africani, il 37% di europei (che comprendono anche gli ex Paesi dell’Est o dei Balcani).

I detenuti marocchini hanno su tutti il primato: sono 4.714. Il prefetto Antonio Manganelli, Capo della Polizia, spiegava sabato che come la mafia è stata l’emergenza degli Anni 90, così oggi la questione criminale legata all’immigrazione clandestina rappresenta la nuova emergenza: «Un terzo dei reati è commesso da clandestini. Il rapporto fra reati e clandestinità è pari al 60-70%, in certe parti del Paese». Come dire: il clandestino commette il 60% dei reati. Una grande confusione regna sotto il cielo degli stranieri in Italia. Secondo l’Istat, agli inizi del 2008 erano 3.433.000 quelli regolari e residenti nel Paese. Mezzo milione in più rispetto a due anni prima. Per la Caritas, gli stranieri sono 4 milioni. Insomma, su 15 cittadini, uno è straniero. Addirittura, uno straniero ogni dieci lavoratori. Nel marzo scorso, il ministero del Lavoro ha distribuito le quote del decreto flussi del 2008: 150.000 nuovi permessi. Ma ancora mezzo milione di famiglie e imprese italiane aspettano risposte alle domande dei flussi d’ingresso.

Due anni fa ne furono presentate 700.000: 130.000 sono state accolte, 70.000 respinte. Le altre 500.000, appunto, aspettano ancora una risposta. Teoricamente, si tratta di domande per poter assumere cittadini extracomunitari che aspettano nei loro paesi d’origine il semaforo verde per poter venire a lavorare in Italia. In realtà, sono qui da anni. Lavorano, creano ricchezza, soddisfano le esigenze delle famiglie (colf e badanti). Ma adesso - quando sarà approvato il pacchetto sicurezza che prevede anche il reato di clandestinità - se pizzicati dalle forze di polizia, come ha assicurato il sottosegretario Alfredo Mantovano, saranno espulsi.

lastampa.it

12.5.09

Il rispetto dei diritti

Concita De Gregorio

Vorrei mettere in chiaro una cosa semplice. Non siamo «favorevoli all’immigrazione clandestina». Non credo che la destra voglia la sicurezza dei cittadini (italiani) e la sinistra invece desideri metterla a tremendo repentaglio accogliendo chiunque si affacci ai nostri confini, criminali in fuga compresi. Non è questione di essere buoni o cattivi, cattolici compassionevoli o atei cinici (si possono anche invertire gli attributi). Si tratta piuttosto di osservare le regole, i diritti umani e il diritto internazionale, se possibile il senso della storia e quel che ci ha insegnato. Allora quindi, nel caso del diritto di asilo, si tratta di stipulare degli accordi coi paesi di provenienza - è un lavoro politico più faticoso e lungo del semplice esercizio della forza ai confini, è vero, ma è quel che ci si aspetta da un governo. Si tratta di riconoscere le persone: quelle che hanno il diritto d’asilo e quelle che non lo hanno. Di accogliere le prime e respingere le seconde. Si può fare, con l’Albania è stato fatto. Si tratta, prima ancora, di mettersi seduti a scrivere una legge organica sul diritto d’asilo: l’Italia è uno dei pochissimi paesi che non l’abbia. Perché non impieghiamo il tempo e le energie a scriverla? È una proposta formale: lanciamo una sfida all’Europa che ci condanna. L’Italia è una delle porte di accesso al continente: i nostri confini sono i più accessibili dunque sono i confini di tutti. Il nostro problema è il loro problema, risolviamolo insieme. Per farlo in modo credibile però bisogna che rispettiamo il diritto. Segnala Amnesty International, rapporto 2006: «Nonostante sia Stato parte della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati l’Italia non si è ancora dotata di una legge specifica e completa sul diritto di asilo». Facciamolo, no, ministro Maroni.

Due parole sul perché sia così importante. Thomas Hammarberg, commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, ha detto che l’azione dell’Italia «mina la possibilità per ogni essere umano di fuggire da repressione e violenza ricorrendo al diritto d’asilo». Il diritto d’asilo è previsto dall’articolo 10 della nostra Costituzione. «Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo nel territorio della repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Perché abbiamo questa norma nella Carta? Perché è stata scritta che erano passati poco più di due anni dalla caduta del fascismo e dalla fine della guerra. Vediamo i nomi di alcuni di quelli che la scrissero. Giorgio Amendola, Giuseppe Di Vittorio, Emilio Lussu, Sandro Pertini, Leo Valiani: tutti costoro, durante il fascismo, trovarono asilo politico in Francia o in Inghilterra. È molto apprezzabile che una serie di personalità della destra, ultimo Alemanno, condannino ora il regime. Le condanne però è meglio esprimerle durante, non 60 anni dopo. Potremmo esercitarci ad immaginare che ogni immigrato che chiede asilo politico sia il Pertini del suo paese. C’è purtroppo quel problema. La Costituzione inattuata. Allora quando siamo censurati dall’Europa anziché replicare come Malta («Siamo piccoli») proviamo a rispondere con l’esercizio del diritto e non della forza. La differenza con Malta è che l’Italia è un paese grande. Potrebbe essere un grande paese.

unità.it