Piergiorgio Odifreddi
E cosí, dopo settimane di inutili e ingenue speranze, il governo Berlusconi ha ottenuto la fiducia della Camera per 314 voti a 311. E, per aggiungere le beffe al danno, l’ha ottenuta con due voti determinanti di due membri che appartenevano all’opposizione: Massimo Calearo al Partito Democratico, e Domenico Scilipoti all’Italia dei Valori.
La candidatura del primo nelle liste del Pd fu una delle storiche pensate di Walter Veltroni. D’altronde, uno dei motivi per cui la legge elettorale attualmente in vigore fu denominata porcellum, era appunto che permetteva e permette porcate di questo genere. E Veltroni la sfruttò appieno, imponendo come candidati personaggi improponibili per vari motivi, da Marianna Madia (ex fidanzata del figlio di Napolitano) a Calearo (impreditore di destra), appunto.
Non era necessario essere dei politologi professionisti, per accorgersi dell’assurdità di queste candidature. Bastava anche essere dei dilettanti, entrati nel partito «nuovo» di Veltroni da poche settimane, com’ero io all’epoca. Appena viste queste «novità», me la battei dal partito a gambe levate, prima delle elezioni del 2008. E nelle urne molti altri mostrarono di non aver gradito i «ma anche» di Veltroni, e non abboccarono al richiamo delle sue sirene.
In seguito, entrambe le pietre dello scandalo veltroniano hanno dato prova di sè. Il 22 ottobre 2009 la Madia non andò a votare alla Camera, insieme ad altri ventidue deputati Pd, contro lo scudo fiscale: provvedimento che passò con un margine di venti voti. E ieri Calearo ha votato la fiducia al governo, passata appunto con un margine di tre voti.
Quanto alla candidatura di Scilipoti nell’Idv, non è meno imbarazzante per Di Pietro di quella di Calearo per Veltroni. In questo caso si tratta infatti di un truffatore, condannato in secondo grado a 200.000 euro di multa e al pignoramento di vari immobili per debiti non pagati. E si tratta anche di un ciarlatano, che pur vivendo nel terzo millennio non si vergogna di propagandare e professare la sedicente medicina «alternativa» e l’omeopatia.
Naturalmente, è inutile prendersela con miracolati come Calearo e Scilipoti, che si sono semplicemente comportati da ciò che erano e sono sempre rimasti. La colpa non è loro, ma di Veltroni e Di Pietro. E poichè, se i due leader avessero scelto i loro candidati con un po’ più di intelligenza e di onestà, ieri il governo Berlusconi sarebbe stato sfiduciato per 313 voti a 312, non sarebbe il caso che traessero le conseguenze e si dimettessero dal Parlamento per vergogna?
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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15.12.10
30.6.10
Ciò che si dice e ciò che si fa
Intervista di Lanfranco Palazzolo a Elio Veltri ("Voce Repubblicana")
Elio Veltri, ex vicepresidente dell'Idv, dice di non nutrire alcun rancore nei confronti di Di Pietro dopo le note vicende
Onorevole Veltri, cosa può dire delle polemiche scoppiate dopo l'avviso di garanzia ricevuto dal leader dell'Ido Antonio Di Pietro per truffa, che riguardano l'Associazione Italia dei valori? Da quanto tempo aveva denunciato quei fatti?
"Ci sono stati due fatti avvenuti in tempi diversi. Sono state dette delle inesattezze. Il primo problema con Di Pietro è sorto con le elezioni politiche del 2004, quando un raggruppamento politico con me, Achille Occhetto, Giulietto Chiesa e Diego Novelli, ha farlo un accordo per le Europee con la lista Di Pietro-Occhetto. Le elezioni sono andate male: abbiamo avuto solo il 2,1%. A quel punto abbiamo pensato che il finanziamento pubblico andasse a tutti e due i raggruppamenti. Invece il finanziamento pubblico lo ha preso l'Italia dei valori perché avevamo date una delega a riscuoterlo all'Idv. Ma la delega non era perché dovevano prenderselo tutto. Io non avrei dovuto presentarmi a quelle elezioni perché ero uscito dall'Idv nel 2001. Per questa vicenda, io, Giulietto Chiesa e Achille Occhetto abbiamo promosso due cause civili non concluse. E questo è un fatto".
La sua denuncia in cosa consiste?
"Io ho fatto una denuncia penale per la gestione dei finanziamenti dell'Italia dei valori. La gestione viene svolta da un'associazione privata, costituita da tre persone. Nella trasmissione '8 e mezzo' Antonio Di Pietro ha negato che ci sia questa associazione. Basta andare a vedere –non capisco perché i giornalisti non lo facciano – lo statuto di questa associazione, dove c'è scritto tutto chiaramente. L'associazione è stata fondata nel 2000 - nel 2000 io ero vicepresidente dell'Idv - con una delega davanti al notaio. Di quell'associazione a tre non sapevo niente. In quell'associazione si può entrare solo con il placet dei presidente, che è anche presidente del partito. Nello Statuto c'è scritto che i soldi del finanziamento pubblico vanno a questa associazione. A mio parere, e a parere di altri legali, e forse anche dei giudici, questo comporta una sostituzione di soggetto giuridico, anche se il nome è lo stesso, per quanto riguarda l'attribuzione dei fondi. La legge specifica che il finanziamento pubblico è destinato solo ai partiti destinatari. I magistrati giudicheranno".
Di Pietro dice che lei ha dei rancori verso di lui.
—Io non ho nessun rancore. Non prendo mai posizione per ragioni personali. Nel 1981 ho lasciato il Psi di Craxi. Me ne andai per ragioni politiche. Non ho aspettato 'Mani pulite' nel 1992. E allora nessuno era indagato nel Psi. Con l'Ido ho fatto la stessa cosa che feci con Craxi perché ho visto che in quel partito si allargava la forbice tra ciò che si diceva e ciò che si faceva".
Elio Veltri, ex vicepresidente dell'Idv, dice di non nutrire alcun rancore nei confronti di Di Pietro dopo le note vicende
Onorevole Veltri, cosa può dire delle polemiche scoppiate dopo l'avviso di garanzia ricevuto dal leader dell'Ido Antonio Di Pietro per truffa, che riguardano l'Associazione Italia dei valori? Da quanto tempo aveva denunciato quei fatti?
"Ci sono stati due fatti avvenuti in tempi diversi. Sono state dette delle inesattezze. Il primo problema con Di Pietro è sorto con le elezioni politiche del 2004, quando un raggruppamento politico con me, Achille Occhetto, Giulietto Chiesa e Diego Novelli, ha farlo un accordo per le Europee con la lista Di Pietro-Occhetto. Le elezioni sono andate male: abbiamo avuto solo il 2,1%. A quel punto abbiamo pensato che il finanziamento pubblico andasse a tutti e due i raggruppamenti. Invece il finanziamento pubblico lo ha preso l'Italia dei valori perché avevamo date una delega a riscuoterlo all'Idv. Ma la delega non era perché dovevano prenderselo tutto. Io non avrei dovuto presentarmi a quelle elezioni perché ero uscito dall'Idv nel 2001. Per questa vicenda, io, Giulietto Chiesa e Achille Occhetto abbiamo promosso due cause civili non concluse. E questo è un fatto".
La sua denuncia in cosa consiste?
"Io ho fatto una denuncia penale per la gestione dei finanziamenti dell'Italia dei valori. La gestione viene svolta da un'associazione privata, costituita da tre persone. Nella trasmissione '8 e mezzo' Antonio Di Pietro ha negato che ci sia questa associazione. Basta andare a vedere –non capisco perché i giornalisti non lo facciano – lo statuto di questa associazione, dove c'è scritto tutto chiaramente. L'associazione è stata fondata nel 2000 - nel 2000 io ero vicepresidente dell'Idv - con una delega davanti al notaio. Di quell'associazione a tre non sapevo niente. In quell'associazione si può entrare solo con il placet dei presidente, che è anche presidente del partito. Nello Statuto c'è scritto che i soldi del finanziamento pubblico vanno a questa associazione. A mio parere, e a parere di altri legali, e forse anche dei giudici, questo comporta una sostituzione di soggetto giuridico, anche se il nome è lo stesso, per quanto riguarda l'attribuzione dei fondi. La legge specifica che il finanziamento pubblico è destinato solo ai partiti destinatari. I magistrati giudicheranno".
Di Pietro dice che lei ha dei rancori verso di lui.
—Io non ho nessun rancore. Non prendo mai posizione per ragioni personali. Nel 1981 ho lasciato il Psi di Craxi. Me ne andai per ragioni politiche. Non ho aspettato 'Mani pulite' nel 1992. E allora nessuno era indagato nel Psi. Con l'Ido ho fatto la stessa cosa che feci con Craxi perché ho visto che in quel partito si allargava la forbice tra ciò che si diceva e ciò che si faceva".
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7.2.10
E pensarci prima?
di Marco Travaglio
Inutile nascondersi dietro un dito. L’ovazione che ha salutato una vecchia volpe come Enzo De Luca al congresso dell’Idv rappresenta una sconfitta per Antonio Di Pietro e soprattutto per il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana. L’impegno strappato a De Luca di dimettersi, se fosse eletto governatore della Campania e poi condannato (in primo grado, sottintende Di Pietro; in Cassazione, cioè fra vent’anni, sottintende De Luca), non è che una foglia di fico. Soltanto le forme, in questa brutta storia, sono state rispettate: Di Pietro ha rimesso al congresso la decisione se appoggiare o meno il candidato impresentabile del Pd e il congresso ha deciso, addirittura per acclamazione, di sì. L’ex pm del resto era stretto nell’angolo dalle circostanze, che non gli lasciavano alternative: o rinunciare a presentare la lista in Campania, o associarsi al Pd cioè a De Luca. Candidati spendibili non ne ha trovati, anche perché ha cominciato a cercarli troppo tardi, quando ha scoperto che la minestra che passava il convento era ancor più indigesta di quanto mente umana potesse immaginare: un candidato due volte rinviato a giudizio per reati gravissimi (concussione, associazione per delinquere, falso e truffa) al posto di un altro, Bassolino, che di rinvii a giudizio ne ha solo uno. A quel punto non restava che una candidatura di bandiera, quella di De Magistris, che però ha mancato di coraggio, temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione, e si è reso indisponibile. Ciò che tutti fanno da sempre, fatto da lui, non sarebbe stato perdonato. E altri candidati seri era difficile trovarne all’ultimo momento, anche perché chi corre alla carica di governatore, se perde, non diventa nemmeno consigliere regionale. Fin qui le questioni formali. Quella sostanziale è che ora Di Pietro è costretto a sostenere un signore che, per le regole da lui stesso imposte anzitutto a se stesso, è incandidabile: nel 1996 l’ex pm, sul quale pendevano soltanto alcune richieste di rinvio a giudizio della Procura di Brescia (poi regolarmente respinte da vari gip), restò in disparte e rinunciò a presentare una sua lista nel momento di massima popolarità. Come e perché si è arrivati a questo punto? Anzitutto a causa della spregiudicatezza del Pd che, violando il proprio statuto, ha fatto in modo di evitare le primarie per scegliere l’aspirante governatore e, violando il proprio codice etico, ha mandato avanti un pluri-imputato. Ma anche a causa dell’improvvisazione un po’ rinunciataria con cui Di Pietro ha affrontato le regionali, dichiarando preventivamente che avrebbe appoggiato qualunque candidato targato Pd, purchè glielo comunicassero entro la data delle elezioni. Forse non prevedeva che Bersani & C. avrebbero osato tanto. Errore: da questi signori bisogna sempre attendersi il peggio. Dunque occorreva predisporre per tempo un piano B, interpellando la società civile campana, se ancora ne esiste una, per far emergere una soluzione alternativa. Ma pensando in grande, anche al punto di proporre un candidato indipendente alle altre forze del centrosinistra. Di Pietro non l’ha fatto e si è consegnato al consueto ricatto: o inghiotti il rospo De Luca, o consegni la Campania al Pdl dei Cosentino e dei Cesaro, ben nascosti dietro il faccino al Plasmon del craxiano Caldoro. Naturalmente l’eventuale sconfitta non sarebbe dipesa dal venir meno dell’Idv, ma dalle scelte sciagurate del Pd che in tre anni di scandali non ha costretto alle dimissioni né Bassolino né l’altrettanto impresentabile signora Mastella (che, non dimentichiamolo, è presidente del Consiglio regionale in quota centrosinistra) e ora si presenta pure con la faccia di De Luca. Ma la solita disinformatija di regime avrebbe impiegato poco ad addossare al “traditore” Tonino le colpe altrui. Bisognava pensarci prima, appunto. Ora è tardi per le lacrime di coccodrillo. Ma oggi gli italiani che sognano una politica pulita sono un po’ meno di ieri.
(il Fatto Quotidiano)
Inutile nascondersi dietro un dito. L’ovazione che ha salutato una vecchia volpe come Enzo De Luca al congresso dell’Idv rappresenta una sconfitta per Antonio Di Pietro e soprattutto per il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana. L’impegno strappato a De Luca di dimettersi, se fosse eletto governatore della Campania e poi condannato (in primo grado, sottintende Di Pietro; in Cassazione, cioè fra vent’anni, sottintende De Luca), non è che una foglia di fico. Soltanto le forme, in questa brutta storia, sono state rispettate: Di Pietro ha rimesso al congresso la decisione se appoggiare o meno il candidato impresentabile del Pd e il congresso ha deciso, addirittura per acclamazione, di sì. L’ex pm del resto era stretto nell’angolo dalle circostanze, che non gli lasciavano alternative: o rinunciare a presentare la lista in Campania, o associarsi al Pd cioè a De Luca. Candidati spendibili non ne ha trovati, anche perché ha cominciato a cercarli troppo tardi, quando ha scoperto che la minestra che passava il convento era ancor più indigesta di quanto mente umana potesse immaginare: un candidato due volte rinviato a giudizio per reati gravissimi (concussione, associazione per delinquere, falso e truffa) al posto di un altro, Bassolino, che di rinvii a giudizio ne ha solo uno. A quel punto non restava che una candidatura di bandiera, quella di De Magistris, che però ha mancato di coraggio, temendo gli attacchi per una “fuga da Bruxelles” pochi mesi dopo l’elezione, e si è reso indisponibile. Ciò che tutti fanno da sempre, fatto da lui, non sarebbe stato perdonato. E altri candidati seri era difficile trovarne all’ultimo momento, anche perché chi corre alla carica di governatore, se perde, non diventa nemmeno consigliere regionale. Fin qui le questioni formali. Quella sostanziale è che ora Di Pietro è costretto a sostenere un signore che, per le regole da lui stesso imposte anzitutto a se stesso, è incandidabile: nel 1996 l’ex pm, sul quale pendevano soltanto alcune richieste di rinvio a giudizio della Procura di Brescia (poi regolarmente respinte da vari gip), restò in disparte e rinunciò a presentare una sua lista nel momento di massima popolarità. Come e perché si è arrivati a questo punto? Anzitutto a causa della spregiudicatezza del Pd che, violando il proprio statuto, ha fatto in modo di evitare le primarie per scegliere l’aspirante governatore e, violando il proprio codice etico, ha mandato avanti un pluri-imputato. Ma anche a causa dell’improvvisazione un po’ rinunciataria con cui Di Pietro ha affrontato le regionali, dichiarando preventivamente che avrebbe appoggiato qualunque candidato targato Pd, purchè glielo comunicassero entro la data delle elezioni. Forse non prevedeva che Bersani & C. avrebbero osato tanto. Errore: da questi signori bisogna sempre attendersi il peggio. Dunque occorreva predisporre per tempo un piano B, interpellando la società civile campana, se ancora ne esiste una, per far emergere una soluzione alternativa. Ma pensando in grande, anche al punto di proporre un candidato indipendente alle altre forze del centrosinistra. Di Pietro non l’ha fatto e si è consegnato al consueto ricatto: o inghiotti il rospo De Luca, o consegni la Campania al Pdl dei Cosentino e dei Cesaro, ben nascosti dietro il faccino al Plasmon del craxiano Caldoro. Naturalmente l’eventuale sconfitta non sarebbe dipesa dal venir meno dell’Idv, ma dalle scelte sciagurate del Pd che in tre anni di scandali non ha costretto alle dimissioni né Bassolino né l’altrettanto impresentabile signora Mastella (che, non dimentichiamolo, è presidente del Consiglio regionale in quota centrosinistra) e ora si presenta pure con la faccia di De Luca. Ma la solita disinformatija di regime avrebbe impiegato poco ad addossare al “traditore” Tonino le colpe altrui. Bisognava pensarci prima, appunto. Ora è tardi per le lacrime di coccodrillo. Ma oggi gli italiani che sognano una politica pulita sono un po’ meno di ieri.
(il Fatto Quotidiano)
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