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1.5.14

Intervista a HANS MAGNUS ENZENSBERGER

di Piergiorgio Odifreddi (L'Espresso 11.06.2004)
Animuccia, piú leggera dell'aria,
piú pesante che pietra su una tomba
con te è impossibile trattare,
impolitica come sei
e variabile come le previsioni del tempo!

H. M. Enzensberger


Immagine dahttp://www2.ttcn.ne.jp/~mdx22/enzensberger1.jpg
Hans Magnus Enzensberger è da qualche anno universalmente conosciuto in Italia, per due ragioni. Anzitutto, perché nel film Caro diario di Nanni Moretti è l'idolo di un intellettuale che non ha mai acceso la televisione, ma che alla fine si converte a Beautiful. E poi, perché un suo libro di matematica per bambini, Il mago dei numeri (Einaudi, 1997), è diventato un fortunato best-seller per adulti.

In Germania, invece, Enzensberger è noto da più di quarant'anni come poeta, filosofo, saggista, giornalista, inviato speciale, traduttore poliglotta, critico letterario, analista sociale e militante politico, oltre che per capolavori quali il romanzo La breve estate dell'anarchia (Feltrinelli, 1978) e il poema La fine del Titanic (Einaudi, 1990).

Il suo ultimo libro, Gli elisir della scienza (Einaudi, 2004), raccoglie una serie di poesie e saggi su temi che coprono l'intero arco delle discipline scientifiche (matematica, fisica, biologia, medicina, scienze umane e sociali). Per sentire le sue opinioni, spesso provocatorie, su questi argomenti siamo andati a intervistarlo nel suo studio a Monaco.
Il suo interesse per la scienza è inusuale per un letterato.
Me ne occupo ormai da quarant'anni. Da dilettante, naturalmente, perché non ho mai fatto studi approfonditi. Ma fa parte della mia cultura: non solo per dovere civico, ma per piacere, fascino, attrazione. E spesso ho l'impressione che i migliori cervelli stiano non tanto fra i miei colleghi scrittori, ma fra gli scienziati che incontro.
E che effetto le fa?
Insinua il dubbio che voi siate migliori di noi. E' un gioco rischioso, che però mi piace. Cosí come mi piacciono i poeti che sono (forse) più bravi di me, perché questo fa scattare la rivalità e la sfida: uno si crede un maestro, e poi scopre di essere un idiota rispetto ad altri molto più bravi di lui.
Non c'è anche un rischio letterario, per uno scrittore che ama la scienza?
Naturalmente, perché la letteratura moderna non ha gli strumenti stilistici o linguistici per trattare di certi argomenti. Le belles lettres si riducono ai sentimenti, il cuore, l'amore, la natura ... Però una natura che non corrisponde a quella delle scienze!
Nel suo libro lei parla di «anacronismo» dell'umanesimo.
Sí, perché in altri tempi le relazioni fra letteratura e scienze erano diverse. Tra scrittori come Lucrezio e scienziati come Galileo non c'era una separazione: è stata la specializzazione a crearla.
Calvino diceva che Galileo è il più grande prosatore italiano. Chi sarebbe l'analogo tedesco?
Direi Alexander von Humboldt. Ho appena finito di curare un'edizione in tre grossi volumi delle sue opere, che non erano più disponibili nonostante il loro valore: tutti parlano di lui, ma nessuno lo legge. Eppure è stato l'ultimo uomo universale tedesco: esploratore, pensatore, scrittore, poliglotta ... Ha scritto qualcosa come ventimila lettere, creando quasi una versione postale di Internet.
E quali sarebbero i Dialoghi di von Humboldt?
Il Kosmos, un ambizioso tentativo di descrizione totale del mondo naturale, basato sul lavoro di uno stuolo di collaboratori francesi, inglesi, statunitensi, messicani ...
Cosa pensa, invece, delle doti letterarie del grande matematico tedesco Leonhard Euler? In particolare, delle sue Lettere a una principessa tedesca?
Le ho lette! Appartengono a una tradizione subcutanea di divulgazione scientifica, sulla scia delleConversazioni sulla pluralità dei mondi di Fontenelle. Ma già il titolo, col riferimento alla principessa, tradisce un atteggiamento aristocratico.
Non era normale, a quei tempi? Anche la Monadologia di Leibniz fu scritta per un principe.
E' vero. Comunque il libro di Eulero, pur molto chiaro, non ha la pretesa di essere un'opera letteraria. Ma lo sforzo divulgativo è encomiabile, e va nella direzione giusta. Perché parte della responsabilità per la separazione delle due culture sta proprio nella difficoltà tecnica degli argomenti scientifici, e non solo nella pigrizia intellettuale degli umanisti.
Qual è la situazione della divulgazione scientifica in Germania?
Fino a una ventina di anni fa, era pessima. Gli anglosassoni sono stati i pionieri, nello sforzo di traduzione da una cultura all'altra. Ora, sulla scia del successo della divulgazione inglese, ne è nata anche una tedesca.
Immagine dahttp://opal.utu.fi/projektit/viki/kuvat/037.JPG
In genere si pensa a Goethe come a un antesignano del connubio tra scienza e letteratura. Ma Le affinità elettive oggi sono ridicole, da un punto di vista scientifico: ad esempio, nell'episodio in cui una povera bambina nasce con i tratti somatici degli amanti dei genitori, perché nel momento del concepimento mamma e papà si erano ... «distratti»!
Quella era una metafora, anche se un po' grossolana. Ma il grande limite di Goethe fu che, benché avesse certi interessi scientifici (geologia, biologia, morfologia), detestava la matematica. E nella sua teoria dei colori, si vede: pur con grande intuizione e sforzo, ha fatto molti errori.
In particolare, quello di credersi più furbo di Newton!
Eh, sí, aveva il difetto di considerarsi un genio! Humboldt fu tutt'altra cosa, molto più adeguato allo spirito della sua epoca. Anche se Goethe qualcosa di buono l'ha pur fatto, in campo scientifico: ad esempio, andò oltre la tassonomia botanica, alla ricerca delle comunanze di struttura fra piante diverse, in studi che continuano a essere rispettati anche oggi.
A proposito di struttura, mi sembra che Le affinità elettive dichiarino troppo esplicitamente la metafora chimica.
Certo. E anche in maniera troppo artificiosa, non completamente convincente. Forse senza la metafora il romanzo avrebbe funzionato meglio, come storia di un amore complicato.
In molte opere oulipiane, infatti, la struttura matematica rimane nascosta. Cosa pensa di quel genere di letteratura?
Credo che voler usare letterariamente solo la logica più pura e avanzata comporti un grande prezzo. Si finisce, sulla scia del Wittgenstein del Trattato, o dei positivisti come Carnap, col ridurre drasticamente l'ambito di ciò che si può dire: non si può più parlare delle emozioni, o dell'ingenuità. Ci si chiede se valga ancora la pena di fare della letteratura, a questo punto.
Perché è cosí importante, l'ingenuità? Per evitare di essere troppo intelligenti?
Intelligenti bisogna esserlo, ma non c'è soltanto l'intelligenza calcolabile! Quando Russell dimostra in maniera mostruosa che 1 più 1 è uguale a 2, l'umanità si difende da questo modo di pensare, perché capisce che si tratta di una censura, o di una autocensura. E se c'è una passione nella letteratura e nelle arti, è l'odio per la censura. Si può descrivere il mondo rigorosamente, alla maniera del Circolo di Vienna, ma la cosa è noiosa! E in ogni caso, Gödel ci insegna che ci sono dei limiti, a questo tipo di descrizioni.

Ci sono insegnamenti analoghi anche in letteratura? 
Ci sono analogie, che però non sono omologie. Bisogna essere cauti, perché Gödel era molto preciso e rigoroso: non credo che gli sarebbero piaciute queste analogie.
E le poesie sul suo teorema, come quella che apre Gli elisir della scienza? 
Quelle sono un gioco: linguistico, o filosofico, ma pur sempre un gioco. E' inevitabile: i poeti sono meno seri dei logici e dei matematici. Ma non degli altri scienziati: gli antropologi sono come noi, e i sociologi ancora peggio!
Dove l'ha imparato, il teorema di Gödel?
Ho letto il libro di Nagel e Newman, La prova di Gödel (Bollati Boringhieri, 1992). E poi l'articolo originale del 1931, saltando le parti più tecniche.
E cosa le interessa in particolare, di quel risultato?
Io penso che il cervello umano abbia dei limiti: è un organo sensazionale, probabilmente unico nel cosmo, ma ha dei limiti che non possono essere superati. A parte il Papa, che crede di essere infallibile, il resto dell'umanità sa di non esserlo. Ed è meraviglioso che i matematici, che per molto tempo hanno avuto la prepotenza e l'arroganza di cercare di costruire un sistema perfetto e senza limiti, siano poi riusciti a dimostrare dall'interno della matematica, e dunque col massimo rigore di cui l'uomo è capace, che la cosa è impossibile. E che non esistono «soluzioni finali», con buona pace di Hitler e Stalin.
E anche del primo Wittgenstein. Lei ha poi mandato la sua poesia a Gödel?No, non ho osato! All'epoca era vecchio e malato. E poi sono timido, e credo che si debbano lasciare in pace i grandi. Io conoscevo abbastanza bene Beckett, ma non mi veniva certo in mente di chiamarlo quando andavo a Parigi!
E' una critica velata al fatto che io sia qui?
No, no! E' che l'ammirazione mi intimidisce.
Rotraut Susanne Berner, da Il mago dei numeri, Einaudi
Lei però ha incontrato altri matematici.
Sí, ma quelli più comuni.
Non mi sembra che Gerd Faltings, medaglia Fields nel 1986, o Andrew Wiles, che ha dimostrato l'ultimo teorema di Fermat, siano tanto comuni.
E' vero, loro li incontrati al Congresso Internazionale dei Matematici a Berlino, nel 1998. Ma per caso, senza andarli a cercare: altrimenti mi sarei sentito come una groupie, che sbava dietro ai cantanti famosi.
Che effetto le ha fatto, essere invitato a quel congresso?
Un grande onore, naturalmente. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la gerarchia: dall'alto, con le medaglie Fields e le poche lezioni plenarie di un'ora, al basso, coi molti contributi specialistici di cinque minuti. E la cosa si riflette negli atti pubblicati: agli inizi le cose più importanti, e nei volumi successivi via via le altre.
E lei quanto ha parlato: un'ora, o cinque minuti?
Io ero fuori gara, durante il cocktail di inaugurazione. Ho fatto un discorso su «la matematica nell'aldilà della cultura», che ora sta in Gli elisir della scienza.
Al Congresso lei era stato invitato per il grande successo del romanzo Il mago dei numeri. Come le è venuto in mente di raccontare la matematica elementare in forma di favola?
Fu una conseguenza della mia irritazione nei confronti della pedagogia scolastica. Quando le mie due figlie tornavano da scuola, mi dicevano: «Ma tu, che sei scrittore, perché non ci scrivi qualcosa che ci diverta, invece di quei noiosi libri di testo?». E l'ho fatto, non solo per la matematica, ma anche per la letteratura: guardi qua, ho appena pubblicato Lyrik/Nervt, Lirica snervante (Hauser, 2004), una cassetta di pronto soccorso per i lettori stressati dalla poesia.
Ma l'autore è Andreas Thalmayr!
Ah, quello è un mio pseudonimo.
Perchè, si vergogna?
No. E' che io non mi permetto certe cose, mentre quel mio alter ego un po' più spiritoso, sí.
Lei aveva già anche pubblicato un libro di storia, Ma dove sono finito? (Einaudi, 1998). Ha un progetto universale, di insegnare ai ragazzi tutto lo scibile?
Basta guardare i compiti che vengono loro assegnati, quando tornano a casa da scuola! Una noia, una puraroutine: la matematica è insegnata come una collezione di ricette da applicare meccanicamente, senza capirci nulla. Questo non stimola nessun interesse in una persona intelligente, che non capisce perché non dovrebbe usare la calcolatrice tascabile per fare meglio le stesse cose. E' mortale, è idiota, è cretino, e non c'entra niente con la matematica!
Quindi, voleva far vedere che cosa è interessante nella matematica.
Certo. Cercare di mostrare le idee brillanti o geniali che stanno dietro le tecniche, come l'uso dei logaritmi. E la stessa cosa vale per la poesia, che viene anch'essa distrutta dalla scuola.
Il nuovo libro sulla poesia è già tradotto in italiano?
No, anche perché gli esempi sono tutti tedeschi. Dovrebbe rubarmi l'idea e farne uno analogo.
Ci penserò: se un poeta ha scritto un testo di matematica, perché un matematico non dovrebbe scriverne uno di poesia? Ma, a proposito di matematica e poesia, non le pare che le formule siano già esse stesse grande letteratura, nel senso in cui la intendeva Ezra Pound: «linguaggio carico di significato al massimo grado»?
Certamente in una buona poesia, cosí come in una formula, il grado di concentrazione è molto alto: c'è una certa economia, che ha ridotto tutto all'essenziale. Ma c'è anche altro, in entrambi i casi: il fatto che né una poesia, né una formula, siano autoesplicative. Per intenderle bisogna possedere una chiave di interpretazione, che deve per forza essere linguistica. E il linguaggio procede per analogie, similitudini, metafore, immagini ...
Vuole dire che il linguaggio matematico o scientifico non è autosufficiente?
Proprio cosí. Basta cercare l'etimologia dei termini scientifici, dietro ai quali si nascondono meravigliose metafore. Ma questo significa anche che la scienza ha un'enorme produttività poetica: lo sapeva bene Coleridge, che andava a lezione di chimica «per arricchire la propria riserva di metafore».
E il risultato finale di tutta questa riflessione su letteratura e scienza, qual è?
Che c'è una radice comune nella produttività del nostro cervello: una specie di grammatica universale, nel senso di Chomsky. E c'è anche una comune capacità di invenzione linguistica, che si manifesta al meglio nella poesia e nella matematica, che sono le più sviluppate e raffinate attività umane.
Lei non è, però, uno di quei post-moderni che crede che nella scienza ci siano solometafore.
Per carità, questa sarebbe una stupidaggine! D'altronde, nemmeno le metafore letterarie sono arbitrarie: c'è sempre un nesso tra significante e significato. Ma che i post-moderni siano dei poveretti, è dimostrato già dalla definizione che si danno: un poeta che si definisse post-goethiano, farebbe ridere.
E quindi, dove sta la differenza tra letteratura e scienza?
Anzitutto, i loro metodi sono completamente distinti. Poi, la corporazione è più forte nella scienza, che è un'impresa collettiva, mentre gli artisti sono più individualisti. Ma, soprattutto, c'è il fatto che tra il flogisto e l'ossigeno bisogna scegliere, mentre tra Catullo e Orazio no: nella scienza i diversi non possono coesistere, perché c'è un avanzamento. O un'accumulazione di cose una sull'altra, come nei termitai o nelle piramidi, in cui i vecchi strati scompaiono sotto quelli nuovi.
La conclusione, dunque, è che la letteratura si espande solo in orizzontale, su due dimensioni, e la scienza anche in verticale, su tre. Mi sembra una bella metafora, sulla quale bisognerà fermarsi.
Piergiorgio Odifreddi, L’Espresso, 11/06/04
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7.7.11

Vieni avanti, Brunetta!

Piergiorgio Odifreddi

Finalmente, sembra che anche i suoi ritardati colleghi di governo si siano accorti che il ministro Brunetta ha qualche problema in testa. A dire il vero, non solo le persone accelerate, ma anche quelle semplicemente normali, se n’erano accorte già molto tempo fa, vedendo un filmato su YouTube tratto da Matrix del 18 giugno 2008.

In un’intervista a un incredulo Enrico Mentana, il piccolo grande uomo aveva infatti rivelato di avere avuto maiuscole ambizioni: precisamente, di aver voluto vincere il Nobel per l’economia. Il conduttore cercando di salvarlo, osservò: “Spero che stia scherzando”. Ma lui, imperterrito, precisò che era veramente stato nella giusta categoria. Poi, purtroppo, “aveva prevalso l’amore per la politica”. Mentana, attonito, ribattè: “Se no l’avrebbe vinto?”. E Brunetta, serissimo, rispose soltanto: “Sì”.

Articolando poi meglio i motivi per cui credeva di essere veramente stato meritevole del Nobel, Brunetta ne citò due. Anzitutto, l’avere molti amici che il premio Nobel l’hanno veramente vinto, e che non sono molto più intelligenti di lui. E poi, la testimonianza di un giornalista che vent’anni fa aveva scritto sul Corriere della Sera un articolo sui futuri Nobel, citandolo come candidato insieme ad altri tre italiani: nessuno dei quali, a tutt’oggi, ha comunque vinto l’ambito premio.

Naturalmente, ciascuno può avere le ambizioni che vuole. Ma la mancanza di senso delle proporzioni, oltre che delle proporzioni tout court, porta necessariamente a frustrazioni. E se un “cretino” che pensa di essere un Nobel diventa ministro di un governo Brancaleone, solo perchè il presidente del Consiglio ama circondarsi di biondine e di brunette, finisce per poter sfogare queste frustrazioni nella maniera più dannosa e ridicola.

Ad esempio, emanando un “decreto anti-fannulloni”, pur avendo plagiato la propria Microeconomia del lavoro (Marsilio, 1987) dal testo Labour economics di Fleischer e Kniesner (Prentice Hall, 1970). O insultando come esempio della “peggiore Italia” una precaria con due lauree, vincitrice di concorso pubblico, ma non assunta per i perversi meccanismi che proprio il suo Ministero per la Pubblica Amministrazione dovrebbe individuare e sanare.

Quando i tempi torneranno alla normalità, il ministro Brunetta sarà probabilmente ricordato (e dimenticato), insieme al ministro Carfagna, come la punta più bassa raggiunta dalla politica nell’era Berlusconi. Un’era che, proprio grazie a loro,si può appropriatamente identificare come l’era dei nani e delle ballerine al governo.

15.12.10

Grazie, Veltroni e Di Pietro!

Piergiorgio Odifreddi

E cosí, dopo settimane di inutili e ingenue speranze, il governo Berlusconi ha ottenuto la fiducia della Camera per 314 voti a 311. E, per aggiungere le beffe al danno, l’ha ottenuta con due voti determinanti di due membri che appartenevano all’opposizione: Massimo Calearo al Partito Democratico, e Domenico Scilipoti all’Italia dei Valori.

La candidatura del primo nelle liste del Pd fu una delle storiche pensate di Walter Veltroni. D’altronde, uno dei motivi per cui la legge elettorale attualmente in vigore fu denominata porcellum, era appunto che permetteva e permette porcate di questo genere. E Veltroni la sfruttò appieno, imponendo come candidati personaggi improponibili per vari motivi, da Marianna Madia (ex fidanzata del figlio di Napolitano) a Calearo (impreditore di destra), appunto.

Non era necessario essere dei politologi professionisti, per accorgersi dell’assurdità di queste candidature. Bastava anche essere dei dilettanti, entrati nel partito «nuovo» di Veltroni da poche settimane, com’ero io all’epoca. Appena viste queste «novità», me la battei dal partito a gambe levate, prima delle elezioni del 2008. E nelle urne molti altri mostrarono di non aver gradito i «ma anche» di Veltroni, e non abboccarono al richiamo delle sue sirene.

In seguito, entrambe le pietre dello scandalo veltroniano hanno dato prova di sè. Il 22 ottobre 2009 la Madia non andò a votare alla Camera, insieme ad altri ventidue deputati Pd, contro lo scudo fiscale: provvedimento che passò con un margine di venti voti. E ieri Calearo ha votato la fiducia al governo, passata appunto con un margine di tre voti.

Quanto alla candidatura di Scilipoti nell’Idv, non è meno imbarazzante per Di Pietro di quella di Calearo per Veltroni. In questo caso si tratta infatti di un truffatore, condannato in secondo grado a 200.000 euro di multa e al pignoramento di vari immobili per debiti non pagati. E si tratta anche di un ciarlatano, che pur vivendo nel terzo millennio non si vergogna di propagandare e professare la sedicente medicina «alternativa» e l’omeopatia.

Naturalmente, è inutile prendersela con miracolati come Calearo e Scilipoti, che si sono semplicemente comportati da ciò che erano e sono sempre rimasti. La colpa non è loro, ma di Veltroni e Di Pietro. E poichè, se i due leader avessero scelto i loro candidati con un po’ più di intelligenza e di onestà, ieri il governo Berlusconi sarebbe stato sfiduciato per 313 voti a 312, non sarebbe il caso che traessero le conseguenze e si dimettessero dal Parlamento per vergogna?

26.10.08

Il segreto matematico del Superenalotto

Piergiorgio Odifreddi

Un giorno ad Atene scoppiò la peste e gli ateniesi si rivolsero all'oracolo di Delo per sapere come fermarla. Apollo rispose attraverso l'oracolo, che avrebbero dovuto raddoppiare il volume dell'altare cubico del tempio. Gli ateniesi raddoppiarono il lato, ma la peste non cessò, perché il volume si era ottuplicato. La soluzione era più complicata e quando fu trovata, la peste finì. E Platone commentò che lo scopo di Apollo non era il raddoppio dell'altare bensì l'educazione matematica degli ateniesi. L'Enalotto non è una peste, ma sicuramente è un'epidemia e non è detto che Apollo o i suoi moderni sostituti non ce l'abbiano mandato volendo educare gli italiani alla matematica. Proviamo allora a calcolare qual è la probabilità di vincita al Super enalotto. Si devono indovinare 6 numeri su 6 ruote da ciascuna delle quali ne viene estratto uno da 1 a 90. La scelta per il primo numero ha 90 possibilità, la scelta per il secondo numero ne ha 89, perché i numeri devono essere tutti diversi. Le possibilità sono dunque 90 per 89, per 88, per 87 ... Poiché però l'ordine non conta e ci sono 720 modi di ordinare 6 numeri, si deve dividere il prodotto per 720 e si ottiene 622 milioni circa. La probabilità di fare 6 al Super enalotto è dunque circa 1 su 622 milioni. E' una probabilità estremamente bassa paragonabile a quella di centrare un numero telefonico che si vuole chiamare facendo 9 cifre a caso sulla tastiera del cellulare. Nessuna persona sana di mente, volendo chiamare qualcuno, farebbe un numero a caso sperando di trovarlo. Eppure è proprio quello che facciamo quando giochiamo al Super enalotto. Per avere un parametro di riferimento, provare a fare a caso il pin del bancomat di 5 cifre equivale a una probabilità di 1 su 100 mila. Ed è quindi circa 6 mila volte più facile che fare un 6 al Super enalotto. Si potreebbe provare a giocare tutte le possibili combinazioni di 6 numeri per essere sicuri di vincere. Questo richiede però di giocare 622 milioni di schedine e di spendere una cifra analoga in euro: poiché la vincita di giovedì era di 100 milioni, rimangono più di 500 milioni che vanno a finire in tasche altrui. Poiché però ogni settimana vengono giocate circa 100 milioni di schedine, in media qualcuno riuscirà a centrare il Super enalotto una volta ogni 6 settimane. Il caso di giovedì era leggermente diverso perché c'era stato un ritardo di qualche settimana, che però è perfettamente nella norma statistica. Giocare tutti insieme è naturalmente più conveniente che giocare da soli e ha lo stesso vantaggio dei computer paralleli rispetto ai computer comuni. Ma psicologicamente, perché giochiamo quando sappiamo di avere una così piccola probabilità di vincita? Lo psicologo Daniel Khaneman ha vinto il Nobel per l'economia (2002) proprio studiando i meccanismi mentali che ci fanno preferire certe situazioni ad altre, indipendentemente dalle loro probabilità razionali. Il che significa che oltre alla solita razionalità logico-matematica, tutti noi abbiamo una seconda razionalità intuitiva che prende spesso il sopravvento sull'altra. E' la stessa razionalità che ci fa consultare l'oracolo di Apollo e che alla maggior parte di noi fa perdere quattrini, ma a un fortunato signore di Catania ha fatto incassare 100 milioni di euro.
repubblica.it

29.12.05

Quei romanzi pieni di scienza

PIERGIORGIO ODIFREDDI

Ci si può fidare della letteratura, come specchio che riflette la visione del mondo che caratterizza la propria epoca? I letterati naturalmente sostengono di sì, e noi siamo costretti a credere loro sulla parola: anche perché quando un' epoca è passata, di essa non rimangono appunto altro che le descrizioni che ne ha registrate la sua letteratura, comprese le branche fantastiche che vanno sotto il nome di teologia, filosofia e storia. Chi pensa, comunque, che la letteratura sia effettivamente un mezzo per conoscere l' uomo e la sua storia, e non soltanto un futile passatempo, deve anche aspettarsi che la scienza e la tecnologia rivestano per gli scrittori del mondo contemporaneo un ruolo analogo a quello che la mitologia e la religione giocavano per i cantori del mondo antico e medievale. E invece, la maggior parte della letteratura contemporanea è non solo ascientifica e atecnologica, ma addirittura antiscientifica e antitecnologica. La maggioranza dei letterati di ogni tipo, teologi e filosofi compresi, ritiene infatti di poter continuare a interpretare il presente secondo anacronistiche categorie adeguate soltanto, se pure mai lo sono state, alla descrizione di un passato che ormai non c' è più. Fortunatamente, esiste anche una minoranza che costituisce l' avanguardia della letteratura non anacronistica di domani. Essa è composta, da un lato, da quei letterati di formazione umanistica che, da Italo Calvino a Daniele del Giudice, da Raymond Queneau a Hans Magnum Enzensberger, hanno prestato un' attenzione particolare alla cultura scientifica e tecnologica. E, dall' altro lato, da quegli scrittori che sono pervenuti alla letteratura direttamente da una formazione non umanistica: dall' ingegner Carlo Emilio Gadda al chimico Primo Levi, dal fisico Thomas Pynchon al matematico John Coetzee (premio Nobel per letteratura nel 2003). Di questo secondo drappello fa parte Andrew Crumey, un fisico teorico che ha ottenuto un grande successo nel mondo anglosassone coi suoi cinque romanzi, quattro dei quali tradotti in Italia da Ponte alle Grazie: Musica in una lingua straniera (1994), che descrive la faticosa scrittura di un giallo contenuto nel libro, e del libro stesso; Pftiz (1995), che narra le vicende di una città immaginaria progettata da un principe del Settecento in ogni dettaglio, dagli edifici agli abitanti, ma esistente solo sulla carta; Il professore, Rousseau e l' arte dell' adulterio (2000), che espande in una triplice storia due brevi passaggi delle Confessioni che citano di sfuggita due ignoti copisti francesi del Settecento; e L' amore perduto e la teoria dei quanti (2004), il cui mondo macroscopico si comporta come quello microscopico, con un' instabile sovrapposizione di stati potenziali e un molteplice parallelismo di mondi possibili. La caratteristica linguistica comune di questi libri è un esplicito ritorno alle origini del romanzo moderno: quelle, per intenderci, di Jacques il fatalista di Denis Diderot, che aveva additato alla letteratura una promettente strada che essa non seguì, preferendo imboccare il sentiero che la portò a impantanarsi nella melma del romanticismo. Queste origini sono consce ed esplicite nell' opera di Crumey, che già dopo un paio di pagine del suo primo libro si chiede: «Da dove venivano? Dove stavano andando? (Ma c' è mai qualcuno che sappia da dove viene o dove sta andando?)», riecheggiando il famoso incipit di Diderot. E nel secondo libro inscena dialoghi fra il Conte e Pfitz che potrebbero essere usciti direttamente dalla sua penna. E nel terzo discute apertamente la sua teoria del Paradosso sull' attore: cioè, che l' attore e l' artista migliori sono quelli che trasmettono emozioni e idee quando essi stessi non provano nulla, perché i loro sentimenti sarebbero soltanto d' intralcio alla loro capacità di recitare o esprimersi in maniera convincente. Paradossalmente: «poiché la sincerità è la cosa più importante, se uno impara a fingerla è a posto», con tanti saluti al romanticismo. Ma Crumey non è una specie di Pierre Menard, e non cerca di riscrivere Jacques il fatalista: se non altro perché viene dopo Borges, col quale è costretto naturalmente a fare i conti. E li fa nel capitolo 28 di Musica in una lingua straniera, in una riscrittura della «Biblioteca di Babele» in cui dichiara fra l' altro: «che cos' è la scrittura se non una specie di furto, un furto dalla biblioteca delle idee che contiene ogni libro possibile?» Così come fa i conti, oltre che ovviamente con Rousseau, anche con Proust in Il professore, Rousseau e l' arte dell' adulterio», riportando in vita entrambi gli scrittori e facendoli diventare personaggi di un romanzo proustianamente narrato da «questa persona chiamata io, che non coincide sempre con me stesso». Con punti di riferimento come Diderot e Rousseau da un lato, e Proust e Borges dall' altro, quella di Crumey non può che essere una letteratura della divagazione e del coinvolgimento diretto del lettore nell' opera, all' insegna dei motti: «Ogni storia è una infinità di storie», e «Un libro è riuscito se ci fa sentire che siamo noi quel particolare Lettore che l' Autore ha in mente». Ed è anche una letteratura a millefoglie, con livelli intrecciati fra loro fino a confondersi l' un l' altro in una sorta di mise en abyme che coinvolge il libro stesso: il quale a volte entra nel racconto come protagonista, insieme al suo autore e al suo lettore, e altre volte presenta le stesse pagine e le stesse situazioni in versioni multiple, che riprendono continuamente il filo della storia facendola andare in direzioni alternative, tutte vere (o false) allo stesso modo. Ma Crumey ha una marcia in più rispetto ai letterati che in passato hanno suonato variazioni su questi temi: il fatto di essere un fisico che conosce la scienza dal di dentro, e la sa usare a proposito e con criterio. Nei suoi libri essa a volte interviene in maniera parodistica, come nella «Visione dell' universo» inserita in Musica in una lingua straniera: un trattato di pseudofisica che spiega come esistano tre particelle (gli ideoni) che possono viaggiare più velocemente della luce e sono le componenti fondamentali di tutte le cose. O come nel «Trattato sulla poesia meccanica» inserito in Il professore, che propone un marchingegno rotante per la critica letteraria, tutto basato su pesi, fili, leve, pulegge e forze. Altre volte la scienza interviene obliquamente, nella forma di citazioni, immagini, indovinelli, enigmi o allegorie. Come nelle allusioni in Pfitz al paradosso di Russell attraverso «l' indice degli indici che non includono se stessi», o alla teoria dei frattali in una pagina sulla lunghezza della costa d' Inghilterra. O nell' uso narrativo del dilemma delle tre porte di Lewis Carroll, che Il professore eleva a metafora di alcuni degli aspetti problematici e paradossali della fisica moderna. O nella citazione del passo di Moby Dick in cui si descrivono marmitte per bollire il grasso di balena a forma di cicloide, in L' amore perduto e la teoria dei quanti». In quest' ultimo libro, però, la scienza interviene più esplicitamente che negli altri. Esso ruota infatti attorno al cruciale soggiorno sulle alpi svizzere che Erwin Schrcdinger fece nelle vacanze di Natale del 1925, con un' accompagnatrice sconosciuta e in circostanze avvolte di mistero: fu in quei giorni che egli ebbe l' illuminazione che lo portò alla sua celeberrima equazione d' onda, che descrive il comportamento quantistico della materia. Naturalmente, come nota lo stesso Crumey, «riscrivere la storia è facile, ma riscrivere la scienza non lo è affatto». Lui però ci riesce ottimamente, e di passaggio risponde anche alla domanda che abbiamo posto agli inizi, notando in Musica in una lingua straniera che «se lo scrittore è qualcuno che porge uno specchio al mondo, allora si tratta per forza di uno specchio infranto che riflette vari punti della realtà». E che, come diceva Pascal, «se un libro ci parla reggendo uno specchio alla nostra anima, non è nell' autore ma in noi stessi che troviamo tutto ciò che ci vediamo».