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1.5.14

Governare la complessità (informazionale)

 da gbonaiuti (27 aprile 2012)
La bella recensione di Luca De Biase sull’ultimo libro di Howard Rheingold (Net Smart. How to Thrive Online) dedicato alla sfida che i nuovi media ci pongono, inizia con una considerazione indiscutibile: “Sul finire del Quattrocento, il sapere si tramandava con i manoscritti e in Europa ce n’erano 30mila. L’invenzione di Johannes Gutenberg scatenò un cambiamento radicale: in soli 50 anni dall’introduzione della stampa a caratteri mobili, in Europa circolavano più di 10 milioni di libri. E mentre qualcuno lamentava l’eccessiva e ingestibile quantità di informazioni anche di basso valore che erano state messe in circolazione con l’avvento della nuova tecnologia, la conoscenza scritta uscì dal territorio controllato dalle vecchie élite culturali. [...] Progressivamente l’Europa si dotò degli strumenti per gestire la conoscenza e organizzò un sistema educativo totalmente rinnovato. Ci vollero secoli. Oggi non abbiamo altrettanto tempo.
Rheingold affronta il problema di come fare uso degli strumenti online senza essere sovraccaricati da troppa informazione, ma qualcosa della sua ricetta potrebbe non persuadere del tutto. Il problema della complessità informazionale dell’epoca che stiamo vivendo (il diluvio informazionale, come lo ha definito Pierre Lévy riprendendo Royan Scott) rappresenta una vera e propria sfida per il nostro sistema cognitivo. La facilità con cui oggi è possibile produrre e distribuire informazioni nei diversi tipi (evidenze scientifiche, fatti, idee o semplici opinioni) e nei diversi formati (da quelli più tradizionali come il libro, la rivista o la televisione a quelli elettronici) rendono di fatto impossibile, per l’individuo – ma anche per un gruppo – il gestirle nella loro totalità. Lévy suggerisce l’esigenza di imparare a costruire un rapporto con la conoscenza completamente nuovo. Un rapporto in cui, abbandonata “la nostalgia di una cultura ben costituita, organica, totale” si possa finalmente arrivare ad una conoscenza in cui è necessario accettare i limiti del parziale e del provvisorio e dove solo l’intelligenza collettiva, ovvero il lavoro congiunto dell’individuo e del suo (piccolo) gruppo, possono contribuire a trovare i riferimenti, ad orientare a dare visibilità e trasparenza ad alcune conoscenze disponibili.
Il problema non è così semplice. Facebook, Tweeter ed altri strumenti sociali ci mostrano come il gruppo possa anche annodarsi attorno a discussioni futili, a rilanci estemporanei di frammenti di notizie, al dibattito autoreferenziale. Persino i “social reader“, gli strumenti che alcuni quotidiani hanno adottato per aiutare i propri lettori a contrastare il problema della moltiplicazione delle sorgenti (e della quantità) di notizie, non sembra possano aiutarci. La cura suggerita da Lévy, che sembra concretizzarsi bene in questi strumenti (che quotidiani come Washington Post, Wall Street Journal, Guardian e il Corriere della Sera hanno prontamente allestito), purtroppo non è in grado di combattere il virus della dispersività. Entri per leggere una notizia, magari hai una domanda ben precisa in testa a cui vuoi dare una risposta, e finisci impigliato nella rete dei rimandi e delle curiosità segnalate dagli amici. Se è vero che il leggere un articolo con sistemi di questo tipo crea dei sistemi di fruizione personali (la pagina si compone a partire dai propri interessi) il tirare in ballo gli amici (che sono lì, anche in tempo reale) e le comunità delle quali facciamo parte porta ad inseguire, potenzialmente senza sosta, le letture, i commenti e gli interessi degli altri.
Qualcuno (più di uno, per la verità) ha iniziato ad accusare la rete di contribuire non solo alla dispersione, ma anche ad una fruizione sempre più fugace ed effimera e quindi a forme diverso di conoscere rispetto a quelle del passato recente. Nicholas Carr (Internet ci rende stupidi?, Raffaello Cortina 2011) non sembra avere dubbi nel ritenere che i rischi siano maggiori dei benefici. La sua posizione è chiara: mentre il libro incoraggia il pensiero profondo e creativo, Internet favorisce l’assaggio rapido e distratto di piccoli frammenti di informazione. La posizione, in Italia, è stata da tempo discussa e sostenuta dal linguista Raffaele Simone (La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza, 2000; La mente al punto. Dialogo sul tempo e il pensiero, Laterza, 2002). Le tecnologie elettroniche starebbero trasformando (in peggio) l’uomo riportando in auge modalità conoscitive antiche, pre-alfabetiche, il cui effetto più evidente sarebbe rappresentato dall’incapacità di organizzare ed articolare in maniera logica e consequenziale (che è il tipico apporto dato dalla cultura alfabetica). A parte le ragioni degli opposti schieramenti che vedono da una parte i detrattori delle nuove tecnologie e dall’altra i loro apologeti impegnati a sottolineare i vantaggi del pensiero olistico, reticolare e sincronico che deriverebbe, invece, dall’uso intensivo della rete (per una risposta a Simone si veda ad esempio Domenico Parisi) resta il dato oggettivo che:
  1. governare la crescente ed inesauribile quantità di risorse a disposizione è impresa tutt’altro che banale e;
  2. anche il solo passare rapidamente in rassegna i titoli di una tale quantità di risorse richiede tempo ed alimenta il senso di smarrimento e frustrazione.
Lo stesso Lévy sottolinea “vi dicono: potrete avere accesso a tutte le informazioni, alla totalità delle informazioni, ma è proprio il contrario: adesso sapete che non avrete mai accesso alla totalità“.
Quello che è certo, al di là della ragione e del torto delle diverse posizioni, ovvero di chi ritiene che i rischi siano maggiori delle potenzialità (o viceversa), è che non è possibile tornare indietro. Il progresso tecnologico non si ferma. Possiamo solo cercare di capire meglio e, conseguentemente, cercare di regolare i tempi e i modi di utilizzo, accettando la sfida. Imparare (e per quanti hanno compiti educativi, anche insegnare) ad utilizzare al meglio gli strumenti ovvero, riprendendo Rheingold, imparare a governare la complessità: «Se le persone non conoscono come funzionano i media sono travolte da torrenti di disinformazione, pubblicità, messaggi indesiderati, pornografia, rumore, sciocchezze di ogni genere». Per evitare che le informazioni ci sommergano e ci manipolino è cioè necessario «conoscere come funziona la nostra relazione con i media: come si conquista l’attenzione, come si invita alla partecipazione, come si sviluppa la collaborazione, come si legge criticamente l’informazione, come si usano attivamente gli strumenti della rete».
De Biase riprende ed approfondisce nel suo blog alcune delle soluzioni proposte da Rheingold come quella del dotarsi di “crap detector” (sensore di boiate) o del “fact checking” (verifica dei fatti), ovvero di strumenti intellettuali necessari per controllare la veridicità delle informazioni e dei fatti che vengono proposti dai media. La partita, in buona sostanza, si giocherebbe soprattutto qui: sulla capacità di vagliare e analizzare criticamente l’affidabilità dell’informazione. I criteri da seguire (o, conseguentemente, le capacità da sviluppare) sono molte, ma il compito – se fosse solo questo – non sarebbe impossibile. La capacità di guardare criticamente alle informazioni è una delle competenze chiave a cui anche l’insegnamento scolastico mira (o dovrebbe mirare).
C’è qualcosa di altro che varrebbe la pena di tenere in considerazione oltre all’indubbia esigenza di sviluppare la capacità valutare criticamente i materiali individuati grazie alla rete. Ed è, appunto, il problema della loro quantità e, ovvero come avvertiva Umberto Eco in anni non sospetti: “troppa informazione equivale a nessuna informazione”.
Facciamo un esempio. Anche rimanendo nel “ristretto” ambito delle fonti affidabili, ad esempio le riviste scientifiche (ISI o equivalenti), e restringendo ulteriormente il campo alle riviste di un determinato settore scientifico (ad esempio quello dell’insegnamento e apprendimento o, più specifico ancora, dell’educational technology), quante sono le fonti a livello mondiale e quante sono le persone che quotidianamente producono nuovi contributi? Centinaia? Migliaia? E quante nuove iniziative, grazie anche a movimenti come quello dell’Open Access, nascono all’interno di Università, centri di ricerca o semplici gruppi di lavoro? La facilità con cui è possibile aprire un blog (molti ricercatori hanno ormai il loro), creare un Open Access Journal o dare vita a spazi di raccolta online di contenuti digitali più che attendibili, spiazza il lettore sempre più sottoposto alla difficile scelta tra il seguire solo qualcosa (ad esempio dopo aver individuato tre o quattro riviste consultare solo quelle) o il disperdersi in una ingestibile quantità di contributi. Nel primo caso il rischio è quello di perdere qualcosa. Ci potrebbe essere una scoperta rilevante che qualcuno ha fatto da qualche parte nel mondo o, più semplicemente, evidenze utili per una argomentazione attenta. Limitarsi a consultare solo alcune fonti, fossero anche le più blasonate, sottopone al rischio di parzialità. Nel secondo caso, invece, il rischio è quello dell’inondazione di dati e ricerche che si incrociano, si ripetono, si contraddicono. In altre parole qui, è in gioco la possibilità di arrivare ad una sintesi.
Senza contare che oggi il 90% di quanto viene prodotto negli ambienti online decade solo dopo pochi giorni dopo alla sua pubblicazione. Le notizie sono fluide, gli autori dei blog rivedono, riscrivono, rispondono, rettificano.
Probabilmente potranno dare una mano sofisticati aggregatori, strumenti capaci di sostenere e implementare in maniera semi-automatica i processi di gestione della conoscenza personale (il così detto PKM – personal knowledge management).
Si fa sempre più urgente la disponibilità di strumenti dinamici – a disposizione di tutti noi (nativi o no) – per selezionare, aggregare, ritrovare le informazioni assieme a strumenti personali per archiviare.
Nel campo della ricerca, ad esempio, stanno facendo passi da gigante ambienti comeScience Direct dell’editore Elsevier o strumenti come ZoteroMendelyConnotea.
Ancora non risolvono del tutto il problema della gestione della complessità, ma rappresentano un primo rudimentale passo avanti per integrare e rendere automatica quella che è poi l’antico sogno dell’umanità di giungere a conoscenza certa – o quanto meno affidabile – dei fenomeni. Le ventiquattro ore della giornata, purtroppo, sono sempre quelle e una parte di questo tempo, oggi, se ne va anche nel testare (e poi usare) questi strumenti nella speranza che possano davvero aiutarci.
Bibliografia
Carr, N. (2011). Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello.Milano: Raffaello Cortina.
Cuban, L. (2001). Oversold & underused: Computers in the classroom. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Davidson, C. N. (2011). Now You See It: How the Brain Science of Attention Will Transform the Way We Live, Work, and Learn (1st ed.). New York, NY: Viking.
Healy, J. M. (1998). Failure to connect: How computers affect our children’s minds—and what we can do about it. New York: Touchstone.
Oppenheimer, T. (2003). The flickering mind. The false promise of technology in the classroom, and how learning can be saved. New York: Random House
Rheingold, H. (2012). Net Smart: How to Thrive Online. Cambridge, MA: The MIT Press.
Simone, R. (2000). La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo. Bari: Laterza.
Simone, R. (2002). La mente al punto. Dialogo sul tempo e il pensiero. Bari: Laterza.
Stoll, C. (2001), Confessioni di un eretico high-tech, perché i computer nelle scuole non servono ed altre considerazioni sulle nuove tecnologie, Milano: Garzanti.

5.12.10

Umberto Eco e l'Italia a 150 anni. I poveri della tv e i ricchi del web

di Gianni Riotta

«L'identità italiana dei prossimi 150 anni?». Umberto Eco sorride nel suo salone, all'ombra del Castello Sforzesco di Milano, davanti all'impossibile domanda. È tornato da poco da Parigi, alla riunione di redazione del quotidiano gauchiste «Liberation» gli han chiesto come sempre de "les Italiens", e ha provato a rispondere «occhio piuttosto ai movimenti culturali che politici, occhio alle università».

E a pochi giorni dal 150º compleanno del paese, provando a guardare a quali idee uniranno – o divideranno come presagisce nel suo romanzo Il cimitero di Praga – le prossime generazioni, il pioniere della semiologia azzarda «Giudica da televisione e internet. La tv ha fatto bene ai poveri e male ai ricchi. Internet male ai poveri e bene ai ricchi».

Sembra un paradosso dritto dai tempi de «Apocalittici e integrati», il saggio di Eco che diede alla cultura di massa dignità di "cultura", fece incavolare ermellini e parrucconi del 1964, animando oggi 7580 siti sul web: «La televisione diede un linguaggio ai poveri, la lingua nazionale italiana. Può darsi che la parlassero con i tic di Mike Bongiorno ma comunque la impararono. La classe colta, i ricchi dico per ironia, magari invece abbandonarono la lettura di Marcel Proust e de La ricerca del tempo perduto, per quiz e varietà. L'esatto contrario con il web. I poveri, chi non ha gli strumenti di cultura del nuovo sapere, rischia di perdersi nell'oceano di informazione della rete, finendo nei siti dei complottisti, dei populisti. Non imparano nuove informazioni, ma si intossicano di menzogne. I ricchi, i colti, possono scrivere una tesi di esegesi bliblica cliccando su una tastiera».

Si chiama "digital divide", la barriera culturale prodotta dal web e potrebbe essere questo il ponte levatorio del nuovo Castello del potere nel prossimo secolo e mezzo nazionale. Un compleanno che Eco festeggia con moderato entusiasmo, «Il paese mi sembra avere perduto energia morale, forza. È come se fosse narcotizzato. Io sono stanco di vedere la nostra identità maltrattata all'estero dagli analisti.

Ancora due o tre anni fa ci compativano, "poveracci vi siete ridotti male", adesso quasi si incavolano "perché non reagite?" come se le identità, il consenso nazionale, fossero facili schemi da ribaltare». E prima di arrivare alla sua, preoccupata, vista sull'Italia 2010- 2011, Eco torna agli anni della fondazione, ai mito del Risorgimento.

«Gli Stati Uniti hanno avuto una guerra civile, e tragica, ma già col romanzo di Margaret Mitchell del 1936, e tre anni dopo con il filmone, Via col Vento prodotto da Selznick, provarono a darsi una visione unitaria, nazionale, dove yankee e confederati potessero darsi conto reciprocamente delle ragioni. Esercizio per noi italiani impossibile. Non solo ci siamo divisi tra guelfi e ghibellini, ma poi tra bianchi e neri, in un caleidoscopio perenne di fazioni e gruppi. Che non ci ha dato serenità politica».

Per Eco è la cultura ad avere unito il paese, prima che politica e istituzioni ci provassero con alterne fortune: «Abbiamo una tradizione comunale di faide. Se oggi quella lacerazione è incarnata al Nord dalla Lega, non dimenticare che al Sud sono sempre rimaste attive spinte autonomistiche, separatiste, in Sicilia, in Sardegna. Il mito del Risorgimento, contestato o no, è contrapposto a un mito del regno Borbonico, che non ho mai condiviso. Per dirla tutta, se oggi c'è la monnezza in strada a Napoli è per il retaggio peggiore di quella tradizione.

E, con freddezza storica, dobbiamo ammettere che i piemontesi» – e qui Eco parla da piemontese doc, come il senatore Chevalley del Gattopardo – «fecero un sacco di cavolate, repressero dove dovevano riformare, ma credo che alla fine l'Italia unita sia un paese, e una comunità, migliore di quella che avremmo ereditato da Granducati di Toscana e Borboni. Sarebbe bene che Nord e Sud accettassero questa morale».

Per capire però il Dna profondo degli italiani a 150 anni, Eco chiama a un precoce sforzo globale. Considera il nostro paese «la prima nazione globale», quando ancora al posto del computer si usavano incunaboli. «La nostra identità è cosmopolita. In politica perché ogni castello chiamava lo straniero ad allearsi contro il castello contiguo. E in cultura perché la capacità "globale" dei nostri classici, ha fatto loro perdere italianità.

I francesi tendono ad annetterseli, considerano francesi Leonardo e Modigliani, gli spagnoli apprezzano un italiano come cugino, gli inglesi e i tedeschi guardano ai valori umanistici, come se Dante fosse compatriota di Shakespeare e Goethe e Machiavelli di Hegel. Se l'italiano è, e resta, esterofilo, gli stranieri tendono a assumerlo come un internazionale cosmopolita. Io sono arrivato in America più spesso invitato dagli istituti di cultura francese che da quelli di italianistica...».

Come ce la siamo cavata però per secoli, arrivando oggi malgrado tutto a essere la seconda industria d'Europa e una delle prime nel mondo, pur con un paese povero di risorse e di unità politica? «Perché ce la caviamo, siamo abituati a tenere duro, a creare, inventare, il Rinascimento è invenzione, il boom economico degli anni 60 invenzione. Sai da dove viene la parola kitsch secondo alcune etimologie? Da sketch, gli schizzi alla buona che gli artisti di strada vendevano ai turisti gentlemen inglesi del passato. Già allora riciclavamo le glorie, un marketing alla buona».

E oggi? Fabio Fazio ha chiesto a Eco, protagonista delle avanguardie alla Gruppo '63, collaboratore di «Espresso» e «Manifesto», se l'aggettivo "disperato" usato dal Sole per recensire il suo ultimo romanzo fosse azzeccato e la risposta, in tv, come qui, è la stessa: «Invecchiando ci si fa pessimisti. La sinistra aveva la carta Prodi e l'ha bruciata per due volte, proprio per quelle faide di fazione ancestrali. E la destra ha un leader che rappresenta tanti italiani nei loro tic e desideri, dà l'illusione di stare nella modernità, ma poi non ha riformato il paese. Ci vorrebbe un Comitato di salute pubblica, un governo unitario che lavorasse sui problemi, ma non vedo una classe politica, o un'opinione pubblica, capace di generarlo».

Disperazione o pessimismo non allontanano Umberto Eco dal lavoro: «I giovani li leggo, Ammaniti, Nove, la Avallone, sono bravi. Al cinema invece vado poco, solo i classici. Quando è rinata la rivista "Alfabeta" ho chiesto che venissero costituiti dei comitati di giovani laureati a Bologna, a Torino, a Roma, per dare la possibilità a tanti giovanissimi pieni di ingegno e senso critico. Ma il fatto politico più nuovo è passato dalla tv, il Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Oltre le ideologie del Novecento, m'è sembrato un modo di guardare al di là della politica, al di là dei partiti, cercando la cultura che ci unisca». È stato, per Eco, il regalo di compleanno all'Italia, nel compleanno numero 150.

27.11.10

Nella rete della stroncatura

Mentre i libri dei mostri sacri della scrittura scalano le classifiche e producono lenzuolate di encomi, le comunity online dei lettori bistrattano e maltrattano le opere dei venerati maestri

Gli antipatizzanti di Umberto Eco, che non hanno digerito le lenzuolate di encomi in mondovisione per il suo Cimitero di Praga (unica voce fuori dal coro, l’Osservatore Romano) e si rodono a vederlo svettare nella lista dei best-seller, possono trovare conforto nelle recensioni dei lettori su Internetbookshop (www.ibs.it). “Finalmente ho finito di leggerlo – si sfoga per esempio Giorgio G. – è una sensazione di sollievo. Dopo una prima parte abbastanza accettabile, almeno per quanto riguarda la spedizione dei Mille, il lunghissimo periodo parigino ha destato in me un moto di repulsione. È mai possibile che uno scrittore colto e preparato si lasci andare a scrivere simili fandonie (anche se lui dichiara che tutti gli avvenimenti sono accaduti realmente)? Fandonie che sfociano nel cattivo gusto più becero, come la descrizione della ‘messa nera’? Avevo apprezzato alcuni dei libri di Eco, ma questo mi ha proprio dissuaso dal comprarne altri, se mai ne scriverà” (voto: 2 su 5 punti complessivi, quindi insufficiente).

Riccardo confessa: “È la prima volta che non riesco a finire un romanzo di Eco. Peccato, perché l’inizio sembrava interessante… Se non si è proprio lettori onnivori, lo sconsiglio” (2/5). Guglielmo parla di “operazioni di montaggio da inserire, magari un gradino più in su, nella stessa categoria di Dan Brown”. Ancora più drastico uno che si firma, nientemeno, Alexandre Dumas: “Ennesima riproposta, noiosa e stiracchiata all’inverosimile, di una storia presentata da Eco nel volume Sei passeggiate nei boschi narrativi nel quale, fra tanta confusione di fatti e situazioni, collegava lo sterminio degli ebrei a una scena del Cagliostro di Dumas” (voto 1). Naturalmente ci sono anche gli entusiasti come Enrico (“Formidabile!”, 5/5) o Roberto (“Grazie, professore! Un capolavoro!”), ma non bastano a risollevare la media, che resta bassina: 3,21. Molto al di sotto del suo diretto competitore Giorgio Faletti (Appunti di un venditore di donne, Baldini Castoldi Dalai) che sia pur presso un’audience forse meno esigente raccoglie un autentico plebiscito: 4,4. Un bello smacco per la Bompiani, con gran giubilo di Alessandro Dalai.

Più diviso il pubblico di un’altra star delle classifiche, Niccolò Ammaniti (Io e te, Einaudi). Non tutti sono d’accordo con Antonio D’Orrico che su Sette ha sparato la consueta iperbole: “Mi fa schifo tanto è bravo”, paragonandolo a Manzoni. Accanto all’orgasmo dei fan più acritici, “Un gioiellino che ti cattura dalla prima all’ultima pagina. Grazie AMMA!” (Mikarlo), “Letto in meno di due ore… stupendo e commovente” (Ianì Valastro), spuntano parecchie voci dissonanti. Come uno che si nasconde dietro il nickname Saxsoul: “E così anche Ammaniti, dopo aver scritto una serie di romanzi di qualità, si è ridotto a fare le marchette per il periodo di Natale”. O il perfido Maurizio, che pur lodando il libro mette il dito su una castroneria indegna del figlio di uno psicoanalista: “I bambini delle elementari non si stendono sul lettino per le psicoterapie, ma giocano con il terapeuta”.
O il più spietato di tutti, tale Rupert: “Racconto stiracchiato fino a diventare libretto, caratteri giganteschi, spaziatura che un tir ci può fare inversione di marcia in una sola manovra, prezzo (10 euro) del tutto immotivato. La quarta di copertina, inspiegabilmente, parla della irruzione di una ‘sconosciuta’ nella cantina dove il protagonista Lorenzo si è rifugiato: salvo poi scoprire che si tratta della sorellastra del protagonista (quindi tanto sconosciuta non è, ma di certo fa più Hitchcock parlare di ‘sconosciuta’ al posto di sorellastra). Nell’ultima pagina del libro, quattro righe di nota esplicativa di cui non si sentiva assolutamente la mancanza: ma evidentemente Ammaniti ritiene così stupido (e giustamente) un lettore che sgancia dieci euro per questo suo nuovo libro, da sentirsi in obbligo di spiegare anche l’evidenza. ‘Io e te’, ovvero ‘You and me’, come le tariffe promozionali per i cellulari. E infatti, più telefonato di così…”. In ogni caso, l’ex ragazzo prodigio riesce a portare a casa un eccellente 4 di media.

Ben più misera la pagella del meno giovane Andrea De Carlo (Leielui, Bompiani) che non raggiunge la sufficienza (2,47 su 5), sommerso da un diluvio di giudizi negativi e a volte ingenerosi, come il seguente di tale Sonim: “Questo sarebbe un libro per cui spendere venti euro? me l’hanno prestato e nonostante ciò mi vergognavo nell’approfittare dell’ingenuità di chi l’ha acquistato. Definirlo bellissimo, coinvolgente, commovente, il migliore di Andrea, significa aver capito zero della letteratura che ci circonda e di quanto De Carlo ha composto fino al 2002, anno del suo ultimo libro decente I veri nomi. Mi insospettisce il ritmo di autori troppo prolifici (tipo 3 libri in 4 anni) a meno che non si tratti di Philip Roth o King (che pure qualche granchio lo prendono), perché le storie che propongono sono troppo raffazzonate e compilate in fretta. In questo caso allungate pure di almeno 200 pagine inutili, giusto per garantire il prezzo pieno di copertina. Consiglio ad Andrea De Carlo un amaro esame di coscienza al di là delle vendite e un riposo rigenerante per le idee con un arrivederci almeno al 2013. Questo libro vende e venderà perché titolo, copertina e sinossi richiamano il pubblico degli adolescenti o dei consumatori avidi di film sentimentali di serie b che cercano storie rassicuranti e calde in vista dell’inverno. Chi vuole leggere un autore italiano con una bella storia da raccontare, si rivolga a Piperno o Veronesi”.

Mah, io non ne sarei tanto sicuro. Dì la verità, Sonim, non è che per caso sei amico di uno dei due citati? O peggio, non sarai tu stesso un loro pseudonimo? Peraltro, se andiamo a vedere le pagelle, XY di Veronesi (Fandango) riesce a racimolare un magro 3,2 e il bravo Piperno (Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori) lo supera di poco con una media del 3,4: “Non ho aspettato cinque anni il tuo nuovo libro per poi ritrovarmi a leggere una sorta di compitino”, scrive un certo Slapsy che si professa suo ammiratore.
Più che una grande rete, il Web è un gigantesco mattatoio che non risparmia neppure gli animali sacri. Ma è anche un sismografo che registra gusti e sbalzi d’umore del pubblico ben più fedelmente delle classifiche di vendita. La domanda è: in che misura possiamo e dobbiamo affidarci a questo strumento, per capire se un libro merita di essere comprato e letto? I recensori online sono per lo più anonimi o schermati da un nickname.
Come si fa a distinguere i lettori autentici da quelli fasulli? Chi ci garantisce che certi commenti non siano dettati dall’editore, o dall’autore, o dai suoi rivali? Come possiamo smascherare le zie premurose, gli amanti delusi o le ex mogli vendicative?

Nel suo seguitissimo blog Pierre Assouline, critico letterario di Le Monde, parlava giorni fa di “morte della prescrizione, nascita della raccomandazione e agonia del critico”.
Lo spunto, un’inchiesta del sito Nonfiction.fr che ha cercato di far luce su chi orienti oggi le scelte dei francesi in libreria: al primo posto resta l’inserto letterario per eccellenza, Le Monde des livres, seguito dal settimanale Télérama e da alcune trasmissioni radio del mattino. Ma cresce l’influenza di blog, siti multimediali e librerie online come Amazon. La “raccomandazione” numerica, il clic del mouse, il passaparola elettronico sta soppiantando la “prescrizione” del critico tradizionale. Calma però, avverte Assouline: è troppo presto per annunciare la Rivoluzione Culturale, espressione peraltro che fa rizzare i capelli in testa a chiunque abbia un po’ di memoria. Ve li immaginate gli intellettuali col cappello dell’asino mandati a zappare la terra, e le Guardie Rosse degli uffici marketing che arringano le folle dei lettori imbestialiti al grido di “morte alle élite, viva la democrazia letteraria”?

Se l’unica alternativa alle conventicole accademico-editoriali è il populismo del click, stiamo davvero freschi. Certo, finché nelle pagine culturali i romanzi di Eco o di Ammaniti raccolgono solo applausi, è inutile poi lamentarsi che il mercato abbia ammazzato una critica già defunta.

6.2.09

Gli Ossimori Concilianti

di Umberto Eco
Non sapendo più come far quadrare scelte che non possono stare insieme, tutti ricorrono a questa forma retorica con esiti a volte esilaranti

Ancora alcuni anni fa, quando si usava la parola 'ossimoro', si doveva spiegare di che cosa si trattasse. Vi si faceva ricorso per definire espressioni celebri come le 'convergenze parallele' ed era opportuno chiarire che si ha ossimoro quando si mettono insieme due termini che si contraddicono a vicenda, come forte debolezza, disperata speranza, dolce violenza, insensato senso (Manganelli) e - per non dimenticare il latino - "formosa deformitas, concordia discors, festina lente".

Ora tutti parlano di ossimoro: lo si legge sovente sulla stampa, l'ho sentito dire da politici alla televisione, insomma, o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica oppure c'è qualcosa di ossimorico in giro. Si potrebbe obiettare che la faccenda non è sintomo di nulla, si formano sempre delle mode linguistiche dovute a pigrizia e imitazione, talune durano lo spazio di un mattino ed altre sopravvivono più a lungo ma - insomma - negli anni Cinquanta le ragazzine dicevano 'bestiale' e recentemente dicevano 'assurdo', senza per questo riferirsi né alla zoologia né a Ionesco. Per un poco tutti avevano preso a dire 'un attimino', ma non perché il tempo si fosse davvero accorciato; oppure dicevano 'esatto' invece di 'sì' (anche quando si sposavano in chiesa), ma non per puntigliosità matematica bensì per l'influenza dei programmi quiz. Resiste ancora l'insopportabile vezzo del 'coniugare', e Dio sa perché, in tempi in cui non si presenta il proprio marito ma il proprio compagno, e infine i francesi da un po' di anni abusano del termine 'incontournable', nel senso di qualcosa che non si può evitare e di cui si deve tener conto, e tutto alla radio, alla televisione, nelle conversazioni a cena, è diventato 'incontournable', un film, un problema, un libro, un cibo, un tipo di scarpe.

Temo proprio che da noi presto si parlerà di qualcosa di incontornabile - e si finirà per dire che ciò che è incontornabile è qualcosa che 'ci appella' - ma non perché sia improvvisamente aumentato il numero delle cose inevitabili (anzi, quando tutto diventa incontornabile, tutto può essere tranquillamente trascurato, o scontornato). Invece il mio sospetto è che l'ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, tramontate le ideologie (che cercavano, talora rozzamente, di ridurre le contraddizioni e imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie.

Se volete un esempio travolgente, ecco la Realtà Virtuale, che è un poco come un Niente Concreto. Poi ci sono le Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo è se si considera che una bomba, per propria natura, è stupida e dovrebbe cadere dove la buttano, altrimenti se fa di propria iniziativa rischia di diventare Fuoco Amico, bellissimo ossimoro, se per fuoco si intende qualcosa messo in essere (altro bel vezzo linguistico, anche se non ossimorico) per danneggiare chi amico non è. Mi pare abbastanza ossimorica la Esportazione della Libertà, se la libertà è per definizione qualcosa che un popolo o un gruppo si guadagnano per decisione personale e non per imposizione altrui, ma a ben sottilizzare c'è un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perché si può tradurre come Interesse Privato Perseguito per il Pubblico Bene - o Interesse Collettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare.

Vorrei fare notare come siano ossimorici la Mobilitazione Globale dei No-global, la Pace Armata e l'Intervento Umanitario (se per intervento s'intende, come s'intende, una serie di azioni belliche in casa altrui). Mi vedo sempre più d'intorno, a sentire i programmi elettorali dei nuovi alleati di Berlusconi, una Sinistra Fascista, e ritengo abbastanza ossimorici gli Atei Clericali come Pera o Ferrara. Non trascurerei, anche se ci siamo abituati, l'Intelligenza Artificiale e persino il Cervello Elettronico (se il cervello è quella cosa molle che abbiamo nella scatola cranica), per non dire degli Embrioni con Anima e persino della Variante di Valico - visto che per definizione un valico è l'unico punto ('incontournable') per cui si può passare tra due montagne. Per essere 'bipartisan' (e ditemi se non è ossimoro questo Prendere Coraggiosamente Parte Tenendo i Piedi in Due Scarpe), altrettanto ossimorica mi pare una prospettiva ventilata dall'Ulivo, di un Volontariato per il Servizio Civile Obbligatorio.

Insomma, non sapendo più come far quadrare scelte che non possono stare insieme, si ricorre a Ossimori Concilianti (ecco un altro bell'ossimoro) per dare l'impressione che ciò che non può convivere conviva, la missione di pace in Iraq, le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicarle), la politica in televisione e le farse in parlamento, la censura della satira non autorizzata, le profezie a ritroso come il terzo segreto di Fatima, i kamikaze arabi che sarebbero un poco come dei saraceni scintoisti, i sessantottini che sono andati a lavorare con Berlusconi, il populismo liberal. Per finire coi Pacs virtuosamente avversati da concubini divorziati.

espresso.it