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19.6.15

Perché dobbiamo stare attenti ai doni digitali (e al business della pubblicità)

di Luciano Floridi [Professor of Philosophy and Ethics of Information at the University of Oxford, where he is the Director of Research of the Oxford Internet Institute]
(chefuturo.it)

Natale, e vostra zia ha fatto a maglia per voi una sciarpa. E’ bella, utile, e ne avevate bisogno. Infatti le volete bene. Avvertite che lei si preoccupa per voi e capisce i vostri desideri e le siete molto grato per un dono così premuroso. Sembra che tutti siano felici. Come ci può essere qualcosa di sbagliato in un tale scenario win-win?
Questa è la stessa domanda retorica posta da molti difensori dei servizi online gratuiti. La risposta dovrebbe essere più forte di un semplice “non c’è niente di sbagliato”. Si suppone che sia molto più positiva, in termini di “va tutto benissimo!”. In effetti, la nuova domanda retorica diventa “che cosa c’è di sbagliato con te, guastafeste?”.
Perché i regali digitali da parte di Baidu, Expedia, Facebook, Flickr (Yahoo!), Google, Instagram (Facebook), LinkedIn, Microsoft, Tencent, TripAdvisor, Tumblr (Yahoo!), Twitter, Yahoo !, YouTube (Google), WhatsApp ( Facebook) e di tutte le altre migliaia di zie digitali che ci ritroviamo online fanno si che noi che li riceviamo siamo parte della società dell’informazione, viviamo dal lato buono del digital divide, godiamo tutti i frutti sorprendenti dei nostri sviluppi tecnologici. E tutto questo gratuitamente.
I doni digitali ci fanno sentire ogni giorno come fosse Natale
cavallo-troia
Fine della storia? Non proprio. Se ci si pensa su più attentamente e criticamente ci si rende conto di quanto il famoso motto latino “timeo Danaos et dona ferentes” possa essere ancora attuale. Letteralmente significa “Temo i greci anche quando portano doni”. E’ una frase che Virgilio fa pronunciare nell’Eneide al sacerdote troiano Laocoonte, nel suo tentativo di mettere in guardia i troiani a non accettare il famoso cavallo di legno lasciato dai Greci come un dono apparente. Lo sappiamo bene come va a finire. Eppure, sembriamo essere caduti nella stessa trappola. Lasciatemi spiegare.

LE 3 CARATTERISTICHE DEI DONI DIGITALI

I doni digitali che stiamo ricevendo hanno tre caratteristiche che dovrebbero farci riflettere due volte prima di accettarli con gratitudine. Ho già menzionato il primo: effettivamente ci permettono di fare e godere di innumerevoli cose, molto più di una semplice sciarpa. E’ difficile immaginare che cosa sarebbe la nostra vita quotidiana senza di loro per chiunque sia così abituato a contare su di loro in maniera cosi regolare e diffusa. Questo è il motivo per cui funzionano, quando lo fanno: diventano una parte essenziale della nostra esperienza “onlife”. Tuttavia, come i regali, sono anche disenfranchising in un senso molto importante.
I servizi digitali come i regali non necessitano né di giustificazione né di legittimazione, tra cui la più antica forma di legittimazione, cioè la proprietà, ora sostituita da un uso autorizzato.
Quando utilizza un regalo digitale, Alice non è né una cliente né una cittadina: è soltanto una utente
Alice puo accettare o rifiutare, o magari mettere via un regalo, ma non ha alcun diritto di lamentarsene, perché non ha mai votato o pagato per esso. Non vi è alcun contratto, sia esso sociale o legale, ma solo termini di servizio che Alice deve accettare di rispettare per poter usufruire del “dono”. Se non le piace la sciarpa può sempre smettere di usarla; sarebbe assurdo se dovesse intraprendere un’azione legale contro la zia per la scarsa qualità della lana, la lunghezza imbarazzante, i colori orribili, o, sempre a proposito di colori, il fatto che siano come quelli di una squadra di calcio, che identificheranno Alice quale tifosa.
La zia sarebbe sinceramente stupita e sgomenta per la sua ingratitudine.
E’ un dono, e i doni, al contrario dei beni e dei servizi pagati (magari attraverso le tasse) e acquistati, hanno una particolarità: cancellano di fatto il diritto di lamentarsi o di scegliere.

IL MONOPOLIO DEI DONI

Se i doni digitali sono inutili o sgraditi, il mercato si prenderà cura di loro e magari ne seguiranno altri di migliori. Se sono utili, possono diventare essenziali, e generare sia dipendenza sia fedeltà, anche se la mancanza di ogni possibile reciprocità può trasformare la gratitudine nel risentimento per una dipendenza disuguale, e, quindi, per “avvelenare” i doni, quando i donatari si rivoltano violentemente contro i donatori (si pensi a quanto velocemente Google sia passato dall’essere amico a nemico).
Tutto ciò spiega anche il motivo per cui le nostre zie digitali sono determinate a creare monopoli. Il mercato della ricerca online (search) in Europa, interamente dominato da Google, è tipico. Quando fa freddo è l’unica sciarpa che Alice può portare, quindi è difficile che lei non sia felice e grato per questo.
I servizi online gratuiti, come i doni, sono quindi capaci defranchisizzare chi li riceve. Hanno inoltre la capacità di depotenziare chi produce e vende (a qualsiasi prezzo) prodotti alternativi, lasciando così la concorrenza fuori dal mercato.
Questa è la terza caratteristica importante che vorrei sottolineare. La zia di Alice e la sua capacità di lavoro a maglia minano il negozio che avrebbe venduto la sciarpa di cui Alice aveva bisogno. Regalando ad Alice una sciarpa gratuita, la zia toglie potere a un altro business. E a questo cambiamento di “business” segue un cambiamento di potere.
La zia è ora la fonte gratuita alla quale Alice ritorna, quella dalla quale dipende, forse per avere una nuova sciarpa e un cappello abbinato per il prossimo Natale. Dare via un servizio o un bene gratuitamente significa depotenziare qualsiasi altro agente la cui attività si basa sulla vendita di tale servizio o bene.
Questo spiega perché le nostre zie digitali tendono a rendere qualsiasi tipo di informazione gratuita.

LA MERCIFICAZIONE DEI NOSTRI DATI E DELLE NOSTRE SCELTE

La produzione e il controllo delle informazioni è stato il vecchio modello di business della società dei mass-media nonché fonte del potere di influenzare ogni nostra scelta. Nelle società dell’informazione mature, le informazioni sono diventate merce vendibile ma indifferenziata (cose vendibili in modo generico, dove i clienti percepiscono poca o nessuna differenza di valore tra le marche o le versioni), in particolare attraverso una maggiore concorrenza.
Tale mercificazione finisce per diminuire i prezzi fino a diventare economicamente più redditizio produrre e offrire informazioni gratuitamente in cambio di dati personali, basandosi su un modello di business fondato sulla pubblicità. Questa mercificazione assegna valore economico a cose non precedentemente considerate in termini economici (come i dati sul potere d’acquisto degli individui, i modelli e le preferenze ) che li schematizza dinamicamente in domanda-offerta e prezzo-valore.
Un importante effetto collaterale è che questo crea un circolo vizioso in cui il bisogno crescente di differenziare i prodotti alimenta ulteriormente lo stesso meccanismo che tende a mercificarli.
Tanto più il business digitale cannibalizza il business analogico quanto più il business analogico deve digitalizzarsi per assicurarsi che non sia del tutto cannibalizzato, aumentando le risorse spese per la pubblicità, ovvero, promuovendo campagne informative che cercano di resistere alla mercificazione dei prodotti pubblicizzati.
In termini metaforici, l’analogico è come un cavaliere o un re medievale che è costantemente catturato da un nemico digitale cui deve pagare un riscatto per essere liberato, fino quando non sarà catturato di nuovo.
Il digitale non riesce a credere a tanta fortuna. In questo processo, le aziende digitali possono alimentare ulteriormente la strategia della defranchisizzazione nei confronti dei loro utenti – beni dati come omaggio – depotenziando coloro che detenevano il potere nelle società di massa-media basandosi sulla produzione di informazioni piuttosto che sulla sua mediazione, gestione, ricerca, riconfezionamento, condivisione libera, e così via.
Apple ha indebolito l’industria della musica, Amazon quella della stampa, Google quella delle notizie, TripAdvisor e Expedia quella del settore dei viaggi, e così via.
Come si vede, ogni interpretazione manichea che vedrebbe i buoni contrapporsi ai cattivi è del tutto ingenua. I vecchi baroni analogici vengono sostituiti dai nuovi baroni digitali. Le forze del bene, come le biblioteche pubbliche e la professione di giornalista – che è emersa come conseguenza della rivoluzione della stampa – sembrano più danni collaterali. Sono nate come un modo di affrontare il rischio di monopolio sulla produzione di informazioni. Oggi che l’informazione è così mercificata, sono diventate soluzioni in cerca di un problema.

I QUASI REGALI

Non tutte le zie digitali sostituiscono una specifica attività e potere precedente dalla vecchia società dei mass-media. Alcuni casi sono border line: pensate alla politica di Amazon con la vendita sotto costo dei lettori Kindle. Quanto più essi sono sovvenzionati tanto più somigliano a dei regali per i loro clienti. Altri casi, come Facebook, sembrano aver individuato nuove fonti di mercificazione: in sostanza il gossip, la socializzazione e la comunicazione online. Altri ancora stanno entrando nel mercato dei doni in cambio dei dati personali, pensate ai servizi associati per l’Apple Watch.
In tutti questi casi, quando le zie digitali si scontrano con modelli di business precedenti, hanno il forte vantaggio di essere gratis. E’ inutile opporgli resistenza.
In alcune società, le economie del dono sono modi complessi e finemente sintonizzati di organizzare scambi disciplinati da norme sociali in cui gli oggetti di valore non sono venduti per denaro o barattati con qualche altra merce, ma vengono offerti senza un consenso esplicito per i premi immediati o futuri. Attraverso lo sfruttamento magistrale della logica dei “mercati a due lati” (two-sided markets, nei quali due gruppi di utenti diversi, che forniscono l’un l’altro con i benefici di rete, sono abilitati ad interagire da una piattaforma) la Silicon Valley ha traformato l’economia del dono in una strategia business di competizione.
Ho appena evidenziato tre caratteristiche principali di questa nuova “economia del dono digitale”. L’intero meccanismo è basato su due variabili. Uno è l’assenza di una vera concorrenza locale: c’è un solo Amazon, un solo eBay, un solo Facebook, un solo Google e così via. Per loro natura, i mercati a due lati tendono ad essere dominati da una piattaforma. La seconda variabile e’ la disponibilità di un’immensa risorsa rinnovabile, vale a dire la quantità di denaro spesa ogni anno in pubblicità in tutto il mondo. Secondo un recente rapporto di eMarketer, “la spesa pubblicitaria dei media a pagamento in tutto il mondo salirà del 5,9%, raggiungendo 577,79 miliardi di dollari nel 2015. La spesa per il digitale costituirà quasi il 30% del totale, mentre le spese pubblicitarie su dispositivi mobili stanno guidando la crescita a quota 11,9%”.

IL VENTUNESIMO PAESE DEL MONDO: LA PUBBLICITA’

Secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, se questo fosse il PIL nominale di un Paese, nel 2014 la pubblicità sarebbe stato il ventunesimo Paese del mondo, davanti alla Svezia (570.137 milioni di dollari). Circa Il 30% di questa somma è il riscatto che l’analogico paga per il digitale. La mancanza di concorrenza e l’aumentare della spesa pubblicitaria sono entrambi in gran parte auto-regolati e il mercato si prende cura sia del mercato analogico sia di quello digitale. Questo è anche parte della natura di defranchisizzazione dei servizi online gratuiti: i controllori controllano se stessi in un circuito chiuso di interazioni a cui le Alice di tutto il mondo sono invitate come semplici utenti, che non possono più permettersi di non accettare i doni offerti ed essere lasciate fuori dall’infosfera.
Il costo di questo meccanismo macroscopico è duplice
Da una parte, vi è una pressione crescente per acquisire ed elaborare sempre più dati personali, che sono l’unica cosa che il settore online vende a chi vuole pubblicizzare i propri prodotti e servizi. Un mercato di quasi 600 miliardi di dollari in annunci disponibili ogni anno, che vanno a erodere continuamente la nostra privacy. D’altra parte, vi è una crescente escalation dei budget pubblicitari. Questo porta ad una allocazione inefficiente e distorta di risorse, dove i pochi vincitori si spartiscono tutta la torta.

DIMINUISCE LA PRIVACY, AMUENTANO LE DISEGUAGUAGLIANZE

In breve, il risultato è meno privacy e più disuguaglianza, due dei più gravi problemi delle società dell’informazione mature, che ora si ritrovano ad essere connessi come due rami lontani tra loro ma appartenenti dello stesso albero.
Non esiste una soluzione semplice, ma le istituzioni socio-politiche potrebbero fare molto per migliorare la situazione, attraverso la promozione di una maggiore concorrenza, una migliore fiscalità e regolando più strettamente il settore della pubblicità, forse seguendo alcune delle lezioni apprese dai limiti imposti alla industria del tabacco. Non ultimo, affrontare il problema di quanti soldi possono essere sprecati in questa nuova corsa agli armamenti (immaginate per un momento come sarebbe la nostra vita se le pubblicità a pagamento fossero illegali).
Finché sarà razionale offrire doni in cambio di ricavi pubblicitari e sempre meno privacy non possiamo aspettarci molti miglioramenti in futuro.

29.5.15

Il male di vivere sulla linea adsl

Guia Soncini (repubblica.it)

A un certo punto c'era Alba Parietti - giuro: Alba Parietti - che diceva che, se scoprisse suo figlio trentatreenne a girare la foto di una sua amante a un amico, lo prenderebbe a schiaffi. La puntata di ieri sera di AnnoUno, che pareva prodotta dalla Rai di Bernabei, non ha fornito risposte a: ma perché una madre dovrebbe controllare cosa diamine manda agli amici un trentatreenne?

Il modo in cui si parla di internet sugli altri mezzi di comunicazione di massa fa sempre molto ridere, ma ieri sera il tono in cui veniva scandita ogni volta la locuzione "su internet" stava tra il modo in cui i nostri genitori dicevano "la droga" e quello in cui i nostri nonni dicevano "i Beatles".

C'era un servizio su ragazzini dediti ai videogiochi in Cina, uno dei quali ha detto all'inviato che aveva abbandonato la scuola per dedicarsi a tempo pieno ai videogiochi. Abbiamo sicuramente perso un potenziale candidato al Nobel per la medicina; in compenso abbiamo conquistato giornalisti che, undici anni dopo il giorno in cui un ragazzino mollò l'università per metter su Facebook, ancora trasecolano perché, signora mia, i giovani d'oggi preferiscono il joystick alla carriera accademica (che, quella sì, garantisce un reddito sicuro).

Tuttavia non è il caso di sottovalutare i gravissimi (!) sintomi "tipici di chi trascorre anche dieci ore al giorno davanti a internet" (!!): ragazzini che perdono il controllo e ne picchiano altri, disturbi ossessivo-compulsivi, e insomma spesso il male di vivere ho incontrato, ed era un adsl. E ora non ditemi che, come un po' chiunque di questi tempi, voi di ore al giorno collegati ne passate anche quindici, altrimenti mando Di Pietro (c'era anche lui, ospite: sono proprio gli anni Novanta) a dirvi che è "una tossicodipendenza".

Con un certo compiacimento, ragazzine in studio raccontavano di suicidi di compagne di classe che, su internet, erano state insultate da coetanei. Nessuno, neanche per sbaglio, ha buttato lì che, se ti ammazzi perché i compagni di classe t'irridono, la soluzione forse è fornirti gli strumenti per imparare a fregartene, sanare la fragilità psichica per cui te ne importa così tanto. La soluzione è fare di te uno con le spalle larghe, che sopravvive anche quando si ritrova, trentatreenne, con una madre con le extension che va in tv a minacciare di prenderti a scapaccioni.
Twitter: @lasoncini

29.8.14

Ecco l'internet dei cavi sottomarini Tra geopolitica e velocità della rete


Carola Frediani (L'Espresso)

Il Mediterraneo è diventato lo snodo globale dei cavi che trasportano i dati in tutto il mondo: ed è una grande occasione per l'Italia. Mentre lo scandalo del Datagate cambia le strategie dei governi preoccupati dallo spionaggio degli Stati Uniti

Ecco l'internet dei cavi sottomarini 
Tra geopolitica e velocità della rete
Un “tubo” a prova di denti di squalo. Lo ha annunciato Google qualche tempo fa , descrivendo un suo recente investimento da 300 milioni di dollari in un sistema di cavi sottomarini in fibra ottica che unirà la West Coast americana col Giappone, facendo scorrere traffico Internet e telefonico in una autostrada che può arrivare a una capacità di 60 Terabit per secondo, ovvero 10 milioni di volte più veloce di una connessione casalinga. I “tubi” che trasporteranno tutti questi dati saranno avvolti da un guscio simile al kevlar, la fibra ultraresistente usata anche nei giubbotti antiproiettile o negli aeroplani. In questo modo saranno al sicuro dai morsi degli squali, che sarebbero attratti dal campo elettromagnetico prodotto dai cavi.

In realtà i pescecani sono l’ultimo dei problemi per simili superstrade del mare, senza la cui esistenza non sarebbe neppure concepibile l’attuale economia digitale e la sua apparente smaterializzazione. Il 70 per cento di tutti i danni subiti da questi “tubi” deriva infatti da “aggressioni esterne”, calcola il Comitato internazionale per la protezione dei cavi (ICPC), ma per la maggior parte si tratta di ancore di navi e pescherecci. Oppure di atti di sabotaggio più o meno consapevoli. Nel marzo 2013 le autorità egiziane arrestarono tre uomini sospettati di aver tagliato al largo di Alessandria il cavo Sea-Me-We 4, che collega il Nord Europa al Sud-Est asiatico passando per il Mediterraneo.



LA MAPPA NAVIGABILE A QUESTO LINK

L’incidente provocò forti rallentamenti nella connettività di molti Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia. Mentre lo scorso luglio la Rete vietnamita è andata in tilt dopo il danneggiamento di un cavo che trasportava la maggior parte delle comunicazioni nazionali all’esterno e viceversa. A tutto ciò si aggiunga la continua domanda di banda a basso costo, la crescita esponenziale della quantità di dati e di servizi essenziali che circolano in Rete, la necessità di non avere “singoli punti di fallimento”, cioè di avere più alternative per far passare il traffico e, dulcis in fundo, le preoccupazioni per il terrorismo ma anche lo spionaggio e la sorveglianza su scala globale messi in piedi da Stati Uniti e alcuni suoi alleati. E si capirà perché oggi i collegamenti sottomarini attraggano tanto interesse e investimenti.

Attualmente si contano 263 cavi attivi, e altri 22 sono pianificati per i prossimi anni. Su queste arterie che scorrono sott’acqua passa tra il 95 e il 99 per cento di tutto il traffico internet mondiale. «Le ragioni dei nuovi investimenti sono diverse », spiega Jon Hjembo, Senior Analyst a TeleGeography, che produce le mappe più autorevoli sulle infrastrutture di internet. «In alcuni casi si tratta di trovare vie alternative per ridurre la dipendenza dalla rete di un certo luogo, come i nuovi collegamenti nati in America Latina e Africa. In altri casi si cercano proprio nuove rotte, come con i progetti sull’Artico. Infine c’è da tenere in considerazione l’età di alcuni dei sistemi esistenti».

Le considerazioni geopolitiche, e lo scandalo Datagate, hanno ad esempio messo le ali ai progetti brasiliani. L’80 per cento dei dati dell’America Latina sono instradati attraverso gli Stati Uniti, ma non ancora per molto. La presidente Dilma Rousseff ha annunciato il Brazil-Europe, un nuovo collegamento diretto tra il suo Paese e l’Europa, per un costo di circa 185 milioni di dollari. Ma ce ne sono anche altri, che uniranno il Brasile all’Africa.
Mentre si stanno tuffando nel settore i nuovi attori della Rete. Google, oltre al cavo col Giappone già citato, ha investito in altri due sistemi sottomarini: UNITY, che si stende sempre tra il Paese nipponico e la California; e SJC, che collega il Sudest asiatico. A oggi il colosso del Web è proprietario di oltre 100 mila miglia di “strade”  in fibra ottica sparse per il mondo. Anche Facebook è parte di un consorzio che sta lavorando sull’Asia Pacific Gateway, che toccherà una serie di Stati nel Nord e Sudest asiatico.

«Sì, ci sono nuovi protagonisti nell’industria, come Google e Facebook, e diventeranno sempre più attivi», spiega Hjembo. «La ragione è che tutti questi fornitori di contenuti hanno bisogno di così tanta capacità su una rete che alla fine diventa più conveniente per loro possedere sempre più infrastrutture, specie sulle rotte principali».

Dal punto di vista geografico, geopolitico ed economico, c’è un luogo che rimane strategico e potrebbe diventarlo sempre di più: il Mediterraneo. «La rotta preferita per collegare l’Estremo Oriente agli Stati Uniti, perché in grado di intercettare un mercato aggiuntivo, rimane quella che passa per l’Europa, via canale di Suez, Sicilia, Marsiglia, e poi a terra fino ad Amsterdam o Londra dove ripartono i cavi transatlantici», dice spiega Simone Bonannini, amministratore delegato della filiale italiana di Interoute, fornitore globale di reti in fibra e di servizi per le tlc.

Non a caso uno dei più grossi collegamenti in cantiere - gestito da un consorzio internazionale che include Telecom Sparkle, del gruppo Telecom Italia - è proprio il SEA-ME-WE 5, una mega arteria da 20mila km, con una capacità di 24 Terabit per secondo, che unirà la Francia a Singapore, passando per Catania.
Già, la Sicilia. Basta guardare le mappe di TeleGeography per capire al volo la sua rilevanza. «Purtroppo però l’Italia non sta sfruttando un’occasione storica per fa ranedere al meglio questa sua posizione», dice Joy Marino, presidente del Milan Internet Exchange (MIX), il più importante punto di interscambio tra Internet service provider.

Il fatto è che il traffico in arrivo dal Medio o Estremo Oriente, pur facendo tappa in Sicilia, non attraversa la nostra penisola per la via di terra, come sarebbe logico e auspicabile, ma si ributta sott’acqua e prosegue fino a Marsiglia. «Perché lì è stato creato un centro di smistamento del traffico neutrale, aperto, e non sotto il controllo di un fornitore dominante o di un ex-monopolista». Ciò significa che gli operatori che vi si insediano possono affittare connettività da chi vogliono. Tanto è vero che proprio poche settimane fa sono stati annunciati nuovi investimenti e la costruzione di altri data center nella città francese. «Il forte hub di rete creato dall’aggregazione di multipli punti di approdo di cavi sottomarini e l’interconnessione con quelli terrestri ha reso Marsiglia molto attraente», è stato il commento della società investitrice, Interxion.

Non far passare il traffico per l’Italia significa perdere la possibilità di attrarre data center, aziende, uffici e posti di lavoro. Secondo Bonannin però non tutto è perduto. «Basta guardare all’esempio dell’Internet Exchange Point di Francoforte: malgrado fosse partito in svantaggio rispetto a quelli di Londra e Amsterdam, è riuscito a crescere aggregando il nuovo traffico proveniente dall’Est Europa». Di sicuro, non ci può essere ragionamento serio su agende digitali e sviluppo a prescindere dalle infrastrutture di rete.

24.7.14

Evgeny Morozov contro la favola dell’eden digitale

Benedetto Vecchi (Il Manifesto)

Codici aperti. Il nuovo saggio di Evgeny Morozov tradotto da Mondadori è un j’accuse contro le tesi di chi vede nella Rete la salvezza dell’umanità. Sotto accusa è l’ideologia del «cyberutopismo» in nome di un indiscusso e indiscutibile principio di realtà

La com­parsa del suo nome tra le pagine di que­sto nuovo e impo­nente sag­gio di Evgeny Moro­zov (Inter­net non sal­verà il mondo, pp. 448, euro 19) sor­prende non poco. Tanto più che viene inse­rito in una pla­tea che va da liber­ta­rio Jason Lanier all’economista libe­rale Frie­drich von Hayek, dal filo­sofo con­ser­va­tore Tho­mas Mol­nar al cri­tico radi­cale Ivan Illich, dalla «moder­ni­sta» Jane Jacobs all’ultra con­ser­va­tore Michael Oake­shott, da Hans Jonas a lui, Jac­ques Ellul, teo­logo, filo­sofo e socio­logo noto per la sua cri­tica alla tecno-scienza.

Eppure la pre­senza di Jac­ques Ellul è meno stra­va­gante degli altri nomi, inse­riti nell’eccentrico pan­theon teo­rico di Moro­zov. Ellul, infatti, è stato uno fusti­ga­tore del ruolo svolto dalla tec­no­lo­gia e dalla scienza nelle società con­tem­po­ra­nee, col­lanti di una gab­bia di acciaio che defi­ni­sce il peri­me­tro delle azioni umani, sta­bi­lendo all’interno regole di com­por­ta­mento fun­zio­nali alla logica astratta e ogget­tiva impo­sta dalla scienza. Nel libro di Moro­zov tale impianto teo­rico torna con­ti­nua­mente, sia quando scrive di Inter­net che dei social net­work. Sia però chiaro: Moro­zov non è un apo­ca­lit­tico cri­tico della scienza e della tec­no­lo­gia, né pro­pone una fru­gale e austera decre­scita che ral­lenti lo svi­luppo scien­ti­fico. È un blog­ger che apprezza il potere comu­ni­ca­tivo della Rete e dei social net­work. Al pari di molti sto­rici della tec­no­lo­gia ritiene che le mac­chine siano pro­tesi mec­ca­ni­che degli essere umani. Ma è altret­tanto con­vinto che la Rete, i com­pu­ter, gli smart­phone non sono pro­tesi «stu­pide», ma hanno, in quanto «mac­chine uni­ver­sali» che ripro­du­cono atti­vità cogni­tive, un potere per­for­ma­tivo dei com­por­ta­menti, delle abi­tu­dini indi­vi­duali e col­let­tive. Sulla scia di Ellul, sostiene che siano espres­sioni di un sistema tecno-scientifico che limita le libertà dei sin­goli e ini­bi­sce le pos­si­bi­lità alle società di poter sce­gliere altre vie di svi­luppo da quelle domi­nanti. Que­sto però non fa di Moro­zov un cri­tico del capitalismo.

UN LIBE­RAL DEL WEB

Lo stu­dioso, gior­na­li­sta nato in Bie­lo­rus­sia, ma sta­tu­ni­tense per scelta può essere con­si­de­rato uno degli espo­nenti più bril­lanti di un’attitudine mode­ra­ta­mente anti­cor­po­ra­tion e con­ser­va­trice che sostiene un inter­vento attivo dello Stato nel rego­la­men­tare la vita sociale, sta­bi­lendo limiti pre­cisi all’azione delle mul­ti­na­zio­nali del digi­tale. Posi­zione che lo por­tano a scri­vere di essere più in sin­to­nia con i libe­ral che non con i repub­bli­cani sta­tu­ni­tensi. Signi­fi­ca­tive in que­sto suo nuovo sag­gio non sono però le sue posi­zioni poli­ti­che, bensì l’analisi pro­prio della vita den­tro e fuori lo schermo dove le stra­te­gie impren­di­to­riali di Apple, Goo­gle, Ama­zon, Face­book e Twit­ter più che aprire la strada a una società di liberi, stiano minando le basi della demo­cra­zia libe­rale.
Il libro di Moro­zov è certo una det­ta­gliata cri­tica della ege­mone weltha­shauung tec­no­cra­tica, anche se limita la sua ana­lisi agli Stati Uniti, con l’Europa vista come una colo­nia tec­no­lo­gia della Sili­con Val­ley. Poco infatti viene detto su quanto accade in paesi sem­pre più rile­vanti nello svi­luppo della Rete. Alla Cina, all’India dedica infatti qual­che distratta cita­zione e nulla più. Non che nei distretti tec­no­lo­gici o nelle uni­ver­sità cinesi e indiane non ci siano pro­getti di svi­luppo alieni rispetto a quanto accade negli Stati Uniti o nel vec­chio con­ti­nente, ma con una dif­fe­renza: la tec­no­lo­gia è sem­pre una varia­bile dipen­dente di altre scelte e prio­rità eco­no­mi­che e di poli­tica indu­striale. Il «tec­no­po­lio», ter­mine preso in pre­stito pro­prio da Ellul, è rela­tivo solo all’operato delle imprese nella Sili­con Val­ley, ma non dei distretti tec­no­lo­gici cinesi o indiani. L’assenza di una ana­lisi delle logi­che domi­nante nei cosid­detti paesi emer­genti non toglie forza alla requi­si­to­ria che svolge con­tro il deter­mi­ni­smo tec­no­lo­gico domi­nante. Il suo è un j’accuse con­tro quello che chiama, di volta in volta, «internet-centrismo», «solu­zio­ni­smo», «tec­noe­sca­pi­smo», tre modi per qua­li­fi­care una ideo­lo­gia ege­mone che asse­gna ai modelli eco­no­mici, pro­dut­tivi e sociali pre­senti nella Rete una natu­ra­lità indi­scu­ti­bile e una supe­rio­rità rispetto ad altre pos­si­bili vie di svi­luppo sociale e economico.

GLI IDEO­LO­GHI DEL DIGITALE

Moro­zov non esita quindi a pren­dere di mira tanto gli apo­lo­geti della Rete che i media theo­rist cri­tici del regime della pro­prietà intel­let­tuale ope­rante su Inter­net. Da Jason Lanier a Nicho­las Carr, da Law­rence Les­sig a Yoa­chai Ben­kler, nes­suno è rispar­miato nelle cri­ti­che di Moro­zov, che li con­si­de­rata tutti respon­sa­bili della «pro­du­zione» dell’ideologia tec­no­cra­tica domi­nante. Molti sono, ad esem­pio, gli esempi di come fun­zioni il «solu­zio­ni­smo». L’inquinamento a livello pla­ne­ta­rio può essere risolto usando la Rete, per­ché limita la mobi­lità (tutto può essere fatto da casa); per­ché riduce il con­sumo di carta; per­ché i com­pu­ter e le fibre otti­che pos­sono essere pro­dotti a poco prezzo e con­su­mando poco petro­lio. La realtà dimo­stra il con­tra­rio — il livello di inqui­na­mento pro­vo­cato dallo smal­ti­mento dei rifiuti «digi­tali» non ha nulla da invi­diare all’inquinamento pro­vo­cato dal petro­lio -, ma que­sto è dovuto, sosten­gono i «solu­zio­ni­sti», al fatto che l’organizzazione sociale è ancora model­lata sulla società indu­striale. Basta quindi pren­dere coscienza che siamo nella società dell’informazione e ade­guare le isti­tu­zione poli­ti­che è il pro­blema è risolto: l’inquinamento dimi­nuirà di con­se­guenza. La demo­cra­zia è in crisi? Come negarlo, ma attra­verso i social net­work e la comu­ni­ca­zione on-line la par­te­ci­pa­zione dif­fusa nel pren­dere le deci­sioni è garan­tita.
Su que­sto aspetto, Moro­zov ha molte frecce nel suo arco nel cri­ti­care il popu­li­smo digi­tale. Con feroce iro­nia, scrive che una pro­po­sta non basta che venga spon­so­riz­zata da un numero alto di «navi­ganti» per essere la migliore. Inol­tre, ma su que­sto aspetto Moro­zov è eva­sivo, Face­book, Twit­ter, Goo­gle e molte altre imprese dot​.com fanno affari d’oro nel costruire, ela­bo­rare e ven­dere i Big Data accu­mu­lati attra­verso l’uso dei social net­work o dei tanti blog ope­ranti tra le due sponde dell’Atlantico. Anzi, alcune imprese fanno affari ospi­tando e orga­niz­zando forum di discus­sione poli­tici, come testi­mo­nia l’impresa che gesti­sce il Blog di Beppe Grillo.
In fondo, pro­prio il gruppo ita­liano del «Movi­mento 5 stelle» strizza l’occhio alle dina­mi­che della Rete facendo deri­vare il pro­prio nome dal numero mas­simo di stelle che i recen­sori di libri o di siti pon­gono per segna­lare il loro gra­di­mento a un libro, un sito o una pro­po­sta. Tutto ciò nulla a che fare con una rin­no­vata demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, né con la sban­die­rata demo­cra­zia diretta dei popu­li­sti digi­tali.
I popu­li­sti digi­tali sono la bestia nera di Moro­zov, per­ché sono gli agit-prop di quel «tec­noe­sca­pi­smo» che vede nella Rete una sorte di eden dell’individuo pro­prie­ta­rio che le vec­chie oli­gar­chie vor­reb­bero vedere can­cel­lato per pre­ser­vare il loro potere. Moro­zov è invece con­vinto che l’animale umano sia un ani­male sociale e che per que­sto abbia biso­gno delle rela­zioni con l’altro per espri­mere le sue poten­zia­lità. Da qui la neces­sità della media­zione e della condivisione.

IN NOME DELLA CONDIVISIONE

Un’antropologia filo­so­fica ignota agli apo­lo­geti della Rete, inte­res­santi invece a spac­ciare come novità rivo­lu­zio­na­rie ogni minima e spesso irri­le­vante inno­va­zione tec­no­lo­gica. Uno spi­rito pole­mico, il suo, che rag­giunge l’acme acme quando affronta l’oggettività costi­tuita dai modelli pro­po­sti dalla tec­no­lo­gia digi­tale a par­tire dalla neu­tra­lità rap­pre­sen­tata dagli algo­ritmi alla base del motore di ricerca Goo­gle (Page Rank) e di quello di Face­book (Edge Rank). Al di là del ragio­ne­vole dub­bio sulla loro ogget­ti­vità, visto che entrambi gli algo­ritmi sono coperti da bre­vetto e che finora nes­suno è riu­scito a capire come fun­zio­nano, è inte­res­sante la sot­to­li­nea­tura che l’autore fa del fatto che den­tro le mul­ti­na­zio­nali high-tech lavo­rano uomini e donne che vivono in una società dove sono vigenti welt­an­shauung ege­moni che ne con­di­zio­nano l’operato.

La cri­tica alla neu­tra­lità degli algo­ritmi, banco di prova di una teo­ria cri­tica della Rete ancora da svi­lup­pare, viene sì nomi­nata dallo stu­dioso, ma non svi­lup­pata. Per fare que­sto, ser­vi­rebbe una ana­lisi dei modelli epi­ste­mo­lo­gici domi­nanti e sul regime pro­dut­tivo del soft­ware e dei con­te­nuti den­tro e fuori la Rete. In altri ter­mini, a costi­tuire pro­blema è il regime di sfrut­ta­mento pre­sente nella società en gene­ral, così come costi­tui­sce pro­blema la pre­tesa ogget­ti­vità delle pro­ce­dure e degli stan­dard, i for­mat impo­sti dalle tec­no­lo­gie, che ven­gono svi­lup­pate in base a una con­ce­zione dei rap­porti sociali dove di ogget­tivo c’è ben poco. Ma è pro­prio sulla pro­pa­gan­data ogget­ti­vità degli algo­ritmi che si mani­fe­sta il potere auto­ri­ta­rio del «tec­no­po­lio».
Il set­tore dove più evi­dente è la pre­tesa dell’internet-centrismo di fun­zio­nare come modello «uni­ver­sale» è l’«industria dei memi» — le parole chiave che scan­di­scono e orien­tano il flusso den­tro Face­book e Twit­ter — per la sua capa­cità di con­di­zio­nare l’opinione pub­blica e la for­ma­zione delle deci­sioni poli­ti­che per sal­va­guar­dare gli inte­ressi eco­no­mici e la vision sociale delle imprese digi­tali. La con­clu­sione è lapi­da­ria: l’«internet-centrismo», così come il «tec­noe­sca­pi­smo» hanno molte carat­te­ri­sti­che delle società tota­li­ta­rie del Nove­cento. Lo stesso vale per la difesa della pri­vacy: un diritto ridotto a merce da acqui­stare a caro prezzo sul mer­cato.

UNA PRI­VACY DI CLASSE

Il self trac­king, infatti, è rite­nuto il set­tore eco­no­mico in espan­sione. Il moni­to­rag­gio della infor­ma­zioni sulla pro­pria vita e la pos­si­bi­lità di eli­mi­nare i dati che non vogliono essere resi pub­blici sta diven­tando infatti una pre­ro­ga­tive delle élite glo­bali che vogliono sal­va­guar­dare la pri­vacy rispetto alle tec­no­lo­gie del con­trollo esi­stenti. Ma come sosten­gono gli atti­vi­sti e ricer­ca­tori del gruppo ita­liano Ippo­lita, il rispetto della pri­vacy sta acqui­sendo sem­pre più carat­te­ri­sti­che di classe: chi può rie­sce a garan­tirsi zone d’ombre sulla pro­pria vita; per la mag­gio­ranza dellla popo­la­zione con­nessa alla rete, la pro­pria vita diviene sem­pli­ce­mente tra­spa­rente ai colossi dei Big Data.
C’è il rischio che le tesi di Moro­zov abbiano come con­se­guenza – e in alcune parti del sag­gio è evi­dente una deriva «con­ser­va­trice» — un auspi­cato ritorno all’ordine sociale, eco­no­mico e poli­tico pre­ce­dente la cosid­detta «rivo­lu­zione digi­tale», com­presa la difesa del wel­fare state e dell’intervento dello stato in eco­no­mia in quanto sog­getto eco­no­mico, non solo come momento rego­la­tivo dell’attività eco­no­mica, momento che non è mai venuto meno, come hanno d’altronde docu­men­tato da cri­tici mar­xi­sti e da teo­rici della bio­po­li­tica. Ciò che però inte­ressa Moro­zov è intro­durre ele­menti di mode­ra­zione nell’ideologia domi­nante. È infatti assente ogni ana­lisi sui rap­porti sociali e pro­dut­tivi nella Rete. Igno­rati sono i mec­ca­ni­smi di appro­pria­zione pri­vata dei dati per­so­nali, ela­bo­rati e codi­fi­cati per defi­nire «pro­fili» da ven­dere al migliore offe­rente; nes­sun accenno a come viene pro­dotto inno­va­zione tec­no­lo­gica e sociale; riman­gono avvolti nel mistero i mec­ca­ni­smi di sfrut­ta­mento nella pro­du­zione di soft­ware e di con­te­nuti.
Sono solo alcuni degli ele­menti che potrebbe con­sen­tire lo svi­luppo di una pun­tuale teo­ria cri­tica della Rete. Obiet­tivo diverso da quello di Moro­zov. La sua cri­tica al «cybe­ru­to­pi­smo» aiuta però a una pra­tica del dub­bio che induce a resi­stere al canto delle sirene dello sta­tus quo.

9.2.14

Tra social media e democrazia non c’è nessun legame

di Andrea Matiz (limes)
Perché l'equazione "diffusione dei social media = probabilità di cambiamento sociale" non è valida. Negli Stati che più usano Internet, il vento della primavera araba ha spirato meno. Le quattro barriere dei regimi per difendersi dalla contestazione in Rete.

Media come armi (vai all'anteprima) | Social network nemici della democrazia


(Carta di Francesca La Barbera tratta da Limes Qs 1/2012 "Media come armi")
Internet, Facebook e Twitter sono considerati erroneamente gli artefici della primavera araba. In realtà sono soggetti a barriere tecnologiche, economiche e politiche che ne limitano l'influenza. Senza dimenticare che anche i regimi ne fanno uso. Il dilemma del dittatore.

Con lo sviluppo del web 2.0 e l'emergere dei social media come mezzo di comunicazione si è aperto il dibattito sull’influenza che essi possono avere sull’attività politica. Un tema che ha generato una florida letteratura è in particolare quello del rapporto tra Internet e dittature: il web è da considerarsi uno strumento capace di esportare la democrazia e produrre la fine dei regimi, oppure no?

Secondo una corrente di pensiero la risposta a questa domanda è senza dubbio sì. Mentre la popolarità dei social media aumentava a livello globale, si diffondeva la correlazione tra questi e i più importanti eventi di politica internazionale: nascevano definizioni come “il candidato di Internet” (Obama durante le primarie democratiche del 2008), “la rivoluzione di Twitter” (la rivolta iraniana del 2009), fino a giungere alla “social media revolution” con cui è stata battezzata l'intera primavera araba.

La ragione di tale parallelismo è da ricercare in due grandi doti di questi nuovi mezzi di comunicazione: quella di mobilitare, aggregare e diffondere informazioni e messaggi a una velocità superiore rispetto ai loro fratelli maggiori e quella di permetterne la rapida diffusione, grazie soprattutto alla tecnologia mobile.

Ma davvero il Web 2.0 è in grado di generare una rivoluzione? Oppure è solo un mezzo di comunicazione, capace di modificare le cose o di mantenere lo status quo a seconda di chi lo controlla? Se la prima ipotesi fosse vera, un corollario naturale sarebbe questo: maggiore è la diffusione di social media in uno Stato, più alte dovrebbero essere le probabilità di un cambiamento istituzionale.

Prendiamo in analisi proprio i cosiddetti paesi Mena (Middle East and North Africa), che nell’ultimo anno sono stati maggiormente interessati dai cambiamenti istituzionali prodotti - a detta di molti - da Internet. Nella tabella 1, accanto ad ogni paese sono riportati i dati relativi alla penetrazione di Internet broadband (a banda larga), Internet mobile, Facebook e Twitter.

Tabella 1. Penetrazione di Internet nei paesi Mena (1).

La tabella mostra chiaramente che la convinzione di partenza non è accettabile. Gli Stati in cui Internet è più diffuso, ovvero quelli del Golfo, sono quelli dove il vento del cambiamento ha soffiato di meno. Con l'unica eccezione del Bahrein, che analizzeremo in seguito. Le nazioni che invece sono state, o sono tuttora, teatro di rivolte e tensioni spesso sfociate in guerre civili (Siria, Yemen, Libia) sono quelli dove è minore la presenza della rete. Vi è poi una fascia centrale composta sia da protagonisti della primavera araba (Tunisia ed Egitto) sia da Stati in cui la situazione è mutata meno – o in maniera meno clamorosa – come Marocco e Giordania.

È quindi necessario aggiungere un’altra variabile, quella relativa alla stabilità dei regimi nei paesi oggetto dell'analisi. Bisogna che ci siano delle condizioni favorevoli affinché, teoricamente, Internet possa produrre il cambiamento. Occorre analizzare la stabilità del regime, le condizioni economiche, le divisioni sociali e tribali, la condizione giovanile, il livello di disoccupazione all'interno di ogni paese. 


Al fine di poter riassumere numericamente realtà e fattori complessi ed interconnessi, si è preso in considerazione l'Indice di rischio dei paesi del Medio Oriente e del Maghreb (2) realizzato a fine marzo 2011 da Equilibri.net. L'indice va da 1 (instabilità massima) a 10 (stabilità assoluta).

Tabella 2 Stabilità politica e penetrazione di Internet nei paesi Mena

Dalla tabella appare chiaramente che l'equazione di base “alta penetrazione di internet e alta presenza sui social media = maggiore probabilità di cambio istituzionale” è errata.
I paesi con una minore penetrazione sono quelli con un indice di stabilità minore: significa che un eventuale cambiamento istituzionale è più facilmente dovuto a fattori di instabilità interna piuttosto che alla diffusione di Internet e all’utilizzo dei social media. Nei paesi più stabili, invece, la maggiore diffusione della rete non comporta automaticamente maggiori turbamenti di carattere politico. Non è un caso poi che quest’ultimi Stati siano i più ricchi dell'area Mena e quelli dai quali provengono le principali società di telecomunicazioni.

Il rapporto tra business e politica è fondamentale per capire se la rete può essere un fattore di cambiamento istituzionale oppure no. Infatti, l’emergere dell’opportunità di fare affari in un settore emergente e in fortissima espansione come quello delle telecomunicazioni pone i governi di fronte alla necessità di dover mediare tra i propri interessi politici e quelli economici.

I paesi a minore indice di stabilità sono anche quelli in cui il rapporto tra politica e imprenditoria pende a favore della prima, mentre nei paesi più stabili il mondo del business può influenzare di più le scelte politiche. La ricerca dell'equilibrio tra istanze politiche ed economiche viene definita in letteratura “dilemma del dittatore” (3).

Questo dilemma si basa sul concetto di fondo per cui la globalizzazione e i mercati sempre più interconnessi obbligano i governi a scegliere se accettare di perdere il controllo diretto su questo tipo di telecomunicazioni oppure mantenerlo ma rischiare l’isolamento economico.

Il dilemma nasce dal fatto che anche i principali gruppi economici di quei paesi necessiteranno di essere presenti sul mercato delle telecomunicazioni, se vogliono continuare a fare affari. I governi quindi sono costretti ad accettare queste nuove forme di comunicazione; successivamente dovranno introdurre barriere di diversa natura per limitare l’attività degli utenti su tali strumenti, al fine di mantenere il più stabile possibile il proprio potere.

Se invece i regimi decidessero di non aprirsi, l’unica soluzione sarebbe quella di creare una realtà completamente chiusa e scollegata dal consesso internazionale, come accade per esempio in Corea del Nord. Inoltre non bisogna dimenticare che si tratta di opportunità economiche - sotto forma di investimenti interni e di capitali esteri - cui i governi difficilmente possono o vogliono rinunciare. Come riporta Howard, “il traffico Internet dentro e fuori uno Stato può essere bloccato disabilitando i principali nodi di connessione, ma facendolo ci sarebbero delle forti conseguenze per la stesse economie nazionali” (4).

La creazione delle suddette barriere e la loro incidenza deriva da come un regime decide di sciogliere il proprio dilemma del dittatore. Cadauna di queste barriere è correlata con le altre; nessuna di esse è un fattore a sé stante.

Le barriere possono essere di vari tipi: 1) economico: accedere a Internet è un lusso che solo una fascia molto piccola e molto ricca della società può permettersi; 2) tecnologico: la possibilità di connettersi è limitata solo ad alcune aree del territorio; 3) politico. Tra le barriere politiche possono rientrare il controllo governativo sui social media e il loro livello di credibilità agli occhi dei cittadini.

Per le barriere economiche, l'assioma di partenza è piuttosto scontato: più alto è il costo dell'accesso a Internet, minore è la popolazione che se lo può permettere, più facilmente chi possiede una connessione fa parte del blocco economico e politico che sostiene lo status quo.

Le barriere tecnologiche riguardano uno schema di diffusione della tecnologia all'interno di un paese in cui normalmente si parte dal centro - inteso come città e zone più ricche - per arrivare poi in periferia, in campagna e nelle aree più povere. Si avvantaggeranno così le élite al potere, i gruppi socio-economici più ricchi oppure le aree più favorevoli al regime, a discapito di quelle più povere oppure dove l’opposizione è maggiormente radicata.

Le barriere politiche sono declinabili in molteplici forme: dalla censura alla disinformazione, dal blocco di alcuni contenuti alla persecuzione di coloro che fanno attività di opposizione attraverso Internet. Sono barriere politiche anche il controllo governativo dei mezzi di comunicazione e la percezione di libertà e credibilità che ne ha la popolazione. Le barriere politiche sono quelle che in maniera più diretta mirano a determinare il grado di controllo governativo sulla rete. 
Come affermato da Ronfeldt e Varda, “i cittadini non sono gli unici ad essere attivi nel cyberspazio. Lo sono anche i governi, che promuovono le proprie idee e limitano l’uso delle nuove tecnologie” (5).

Le innovazioni tecnologiche permettono di accedere a nuove fonti informative e produrre controinformazione, ma allo stesso tempo permettono ai governi di monitorare e influenzare il dibattito pubblico. Evgeny Morozov nel suo L'ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet ha illustrato una serie di situazioni in cui i regimi dittatoriali operano online attivamente e non necessariamente ricorrendo alla censura o alla chiusura di siti e social media. Tale attività si collega anche al grado di fiducia che la fascia più ampia della popolazione, quella non attiva, ha di questi strumenti.

In Tunisia, per esempio, l’attività di opposizione al regime sul web risale a molti anni prima della primavera araba. Nel 2007 il regime di Ben Alì aveva bloccato l’uso di Facebook, Youtube e Dailymotion e aveva iniziato, analogamente ad altri, ad arrestare e perseguitare blogger e attivisti online; all'epoca non c'era stata una rivolta in quanto questi strumenti rimanevano sconosciuti a grande parte della popolazione.

Si è dovuto aspettare che assumessero un certo livello di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica affinché potessero diventare veicoli forti del cambiamento. Non a caso gli attivisti egiziani hanno sempre sottolineato l’importanza della qualità dei video che documentano gli scontri: la “Youtube revolution” aveva bisogno di immagini chiare e inconfutabili per non dare adito a sospetti di contraffazione. I lanci e i riferimenti che il canale televisivo Aljazeera faceva al web mentre copriva gli avvenimenti dell’inizio dell’anno scorso hanno contribuito molto all'aumento della credibilità dei social media.

Esiste infine una quarta barriera che, a differenza delle tre precedenti, non è di natura interna ma esterna: si tratta della barriera geopolitica. A differenza delle altre barriere, tale ostacolo agisce in modo svincolato dagli altri e, cronologicamente, si inserisce nella fase finale dell'Internet revolution, quando questa ha già preso forma. Anche la barriera esterna deriva dal dilemma del dittatore, in quanto la decisione di autoescludersi o meno dal mondo globale non può prescindere dalle dinamiche geopolitiche e dalle relazioni internazionali di quello Stato.

Inizialmente avevamo notato l’eccezione rappresentata dal Bahrein: il regno, pur presentando a inizio 2011 un'altissima percentuale di penetrazione tecnologica e un indice di stabilità molto alto, è stato investito subito dalla primavera araba, ma di fatto nulla è cambiato. La ragione è da ricercarsi nella decisione dell’Arabia Saudita di non tollerare cambiamenti dello status quo ai suoi confini.

Riassumendo: l’efficacia dei cambiamenti portati dai social media è legata a una combinazione positiva di fattori che renda possibile la messa in moto della loro capacità di mobilitazione, all'interno di un contesto geopolitico ed economico favorevole e in una realtà dove tali strumenti siano da tempo riconosciuti come liberi rispetto al controllo statale e/o non sottoposti a controlli di censura da parte del governo.

I social media non si possono considerare portatori di cambiamento istituzionale, ma semplicemente canali attraverso i quali far convogliare le idee di cambiamento, come la stampa, la radio e la televisione in passato. Come i tradizionali mezzi di comunicazione, sono un’opportunità di aggregazione e di condivisione di idee; così come i loro “fratelli maggiori” possono solo influenzare l'opinione pubblica, allo stesso modo internet non è portatore per definizione di finalità democratiche o di cambiamento istituzionale.

Come afferma Lerry Diamond, “chiaramente, le tecnologie sono meramente degli strumenti, aperti allo stesso modo a fini nobili e non. Come la radio e la televisione possono essere veicoli di informazioni plurali e di dibattito razionale, così possono essere guidati da regimi totalitari al fine di promuovere mobilitazioni fanatiche o garantire il controllo statale” (6).

In conclusione, i social media non sono portatori di cambiamento istituzionale per tre ragioni: la prima riferita alla loro stessa natura, ovvero al fatto che essi nascono come strumenti neutri, dove l’utente viene chiamato a svolgere come compito primario quello di inserire dei contenuti, di qualunque genere esso siano. In secondo luogo perché non sono beni accessibili a tutti, visto che sono richieste capacità e possibilità che portano ad escludere ampie fasce della popolazione. In terzo luogo perché non sono realmente parte del territorio o del vissuto quotidiano: hanno sempre bisogno di un ulteriore passaggio, di un’entità fisica (gruppi, partiti, associazioni) che tramuti in fatti le aspirazioni virtuali.

Note:
(1) Tabella realizzata utilizzando i dati del Arab Media Outlook 2009-2013 Dubai Press Club. Una percentuale di internet mobile superiore a 100% indica che ogni persona possiede più di un cellulare o smartphone.
(3) Burkhart, Grey and Older, Susan The Information Revolution in the Middle East and North Africa, Washington, DC: Rand.
(4) Howard, Philip (2010) The Digital Origins of Dictatorship and Democracy: Information Technology and Political Islam, Oxford University Press, New York.
(5) Ronfeldt, David and Varda, Danielle (2008) The Prospects for Cybocrac.
(6) Diamond, Larry (2010) Liberation Technology, Journal of Democracy, vol.21, no.3: 69-83.

16.12.13

Il Paese stanco che non crede più a tg e talk show

di ILVO DIAMANTI (repubblica.it)

Mappe. Indagine Demos-Coop: l'Italia delusa si rifugia nei social network. Nello scambio tra televisione e potere, la paura cresce sempre più, si moltiplica. Anche la satira non diverte più

Gli italiani continuano a informarsi, in larga maggioranza, seguendo la tivù. Anche se ne hanno sempre meno fiducia e usano, in misura crescente, la Rete. Perché la considerano il canale più libero e indipendente. E permette loro di informarsi navigando tra diversi media. È il ritratto che si scorge scorrendo i risultati della VII Indagine di Demos-Coop su "Gli italiani e l'informazione". Otto persone su dieci, infatti, affermano di informarsi quotidianamente in televisione, il 47% su Internet.

LE TABELLE  (Rapporto demos&pi 2013)

Sei anni fa, coloro che utilizzavano Internet erano poco più della metà (25%), mentre il seguito della tv era più elevato di 7 punti. Si tratta di una tendenza chiara, precisata dalla tenuta della radio (circa il 40%) e dalla riduzione significativa dei giornali. Oggi, sostanzialmente sullo stesso livello di un anno fa (25%), ma in calo di 5 punti rispetto al 2007. La popolazione italiana, dunque, si serve sempre più e sempre più spesso della Rete, come fonte di informazione diretta, ma anche per accedere ad altri media, in particolare i giornali. Due navigatori di Internet su tre (e quasi metà sulla popolazione intervistata) affermano, infatti, di leggere regolarmente i quotidiani online. Reciprocamente, i giornali (e i notiziari radio-tv) si connettono alla Rete, attraverso edizioni online e digitalizzate. Inoltre, utilizzano i Social Network, in particolare Twitter, come canale diretto con i leader e gli opinion maker.

Questa evoluzione è favorita dalla rapida diffusione delle tecnologie di comunicazione. Nell'ultimo anno, non a caso, la quota di coloro che si collegano a Internet mediante i cellulari oppure i tablet è cresciuta sensibilmente. Di 20 punti: dal 37% al 57%.

Tuttavia, la tv resta ancora, di gran lunga, il riferimento più frequentato. Come si è visto alle ultime elezioni politiche. Le più "televisive" della storia, nonostante la diffusione della Rete.

Eppure, come si è detto, la tv gode di un grado di fiducia limitato. Solo due persone su dieci la considerano un medium davvero indipendente e libero. Peraltro, gran parte dei programmi di informazione televisivi appare in calo di credibilità. I tg, soprattutto. Il Tg3 (56,7% di valutazioni positive) e il Tg1 (52,4%) continuano ad essere i più accreditati, fra gli italiani. Ma subiscono, entrambi, un declino. Particolarmente rilevante, nel caso del Tg1, rispetto al 2007. Come, d'altronde, il Tg2. Il calo di fiducia colpisce, a maggior ragione, le testate giornalistiche delle reti Mediaset. Il Tg di La7, invece, segna un aumento di credibilità, rispetto al 2007, ma, per la prima volta dopo tanti anni, arretra, seppur di poco, rispetto al 2012. Gli unici tg che registrano una crescita costante, anche nell'ultimo anno, sono quelli sulle reti all news. Rai News24 e Sky Tg24. Insomma, l'informazione tivù ha perduto e sta perdendo credito, in misura diversa, un po' dovunque. La stessa tendenza coinvolge i programmi di approfondimento e i talk legati all'attualità politica e sociale. Molti, fra i più conosciuti e considerati, fino ad oggi, subiscono un brusco calo di fiducia. Ballarò, Servizio Pubblico, Otto e mezzo, In mezz'ora: pérdono tutti intorno ai 4-5 punti, nella valutazione degli italiani (intervistati). Solo Report, un programma di inchiesta, e Piazza Pulita, un talk di battaglia, fanno registrare una crescita di consensi significativa. Così, Ballarò si conferma primo, nella graduatoria della fiducia. Ma, per la prima volta, da quando viene condotta l'indagine di Demos-Coop, il talk condotto da Giovanni Floris condivide il primato. Con Report, appunto. Il programma di Milena Gabanelli.

Perfino i talk satirici e l'infotainment suscitano minore confidenza. Il grado di fiducia verso Striscia la Notizia, in particolare, nell'ultimo anno, è sceso di 5 punti e di 2 quello verso Che tempo che fa, il talk condotto da Fabio Fazio. Mentre le Iene tengono. E Crozza contribuisce agli ascolti di Ballarò. Così, i programmi pop-talk e di satira politica si allineano, tutti, intorno al 50% di gradimento. Nessuno svetta sugli altri.

È come se, in tivù, l'informazione, l'approfondimento, la stessa satira, suscitassero interesse, ma anche stanchezza. E un po' di fastidio. Probabilmente perché la crisi, economica e politica, è difficile per tutti. Sentirne parlare non conforta. Produce, anzi, un senso di malessere che ha contaminato, in qualche misura, anche i media.

D'altronde, gran parte della popolazione sceglie i tg e i programmi di informazione in base alle proprie preferenze politiche. Il pubblico di centrosinistra dimostra fiducia per il Tg3 e il Tg di La7. Il quale risulta, in assoluto, il più apprezzato dagli elettori del M5S. D'altra parte, il Tg di Mentana è quello che ha riservato maggiore spazio e attenzione a Grillo e al M5S, ben prima del voto di febbraio. Gli elettori di centrodestra, invece, guardano con fiducia i tg delle reti Mediaset. E gli elettori di centro si fidano soprattutto del Tg1 e di Rai News 24. Come in passato, dunque, gli italiani, nella tv, cercano conferma alla loro identità politica.

Da ciò, la crescente sfiducia verso l'informazione televisiva. Se, infatti, il legame fra orientamento politico e consumo televisivo appare stretto, allora il clima di distacco e di ostilità verso la politica, che si respira nella società, non può non coinvolgere anche la televisione. Principale, quasi unico, "campo di combattimento" della politica italiana. Ma ciò genera un circuito vizioso. Così, paura e sfiducia, nello scambio tra pubblico e televisione, si rafforzano reciprocamente. È l'Italia del disgusto politico e dei forconi. Prima che sia troppo tardi, qualcuno dovrebbe interrompere questo inseguimento senza fine. Ma è difficile che ciò avvenga per iniziativa del pubblico. Della società. E ho il sospetto che neppure i media, in particolare la tivù, siano disposti a cambiare una programmazione. Che garantisce ancora ascolti, anche se usurata. Così è probabile che lo "spettacolo" continui. Con gli stessi format. Con gli stessi effetti sul "pubblico". Tutti insieme: sfiduciati e scontenti. Fino al collasso del clima d'opinione. Che, in effetti, sembra ormai prossimo.


30.5.13

Jaron Lanier: The Internet destroyed the middle class

Kodak employed 140,000 people. Instagram, 13. A digital visionary says the Web kills jobs, wealth - even democracy

 by Scott Timber (Salon)

Jaron Lanier is a computer science pioneer who has grown gradually disenchanted with the online world since his early days popularizing the idea of virtual reality. “Lanier is often described as ‘visionary,’ ” Jennifer Kahn wrote in a 2011 New Yorker profile, “a word that manages to convey both a capacity for mercurial insight and a lack of practical job skills.”
Raised mostly in Texas and New Mexico by bohemian parents who’d escaped anti-Semitic violence in Europe, he’s been a young disciple of Richard Feynman, an employee at Atari, a scholar at Columbia, a visiting artist at New York University, and a columnist for Discover magazine. He’s also a longtime composer and musician, and a collector of antique and archaic instruments, many of them Asian.
His book continues his war on digital utopianism and his assertion of humanist and individualistic values in a hive-mind world. But Lanier still sees potential in digital technology: He just wants it reoriented away from its main role so far, which involves “spying” on citizens, creating a winner-take-all society, eroding professions and, in exchange, throwing bonbons to the crowd.
This week sees the publication of “Who Owns the Future?,” which digs into technology, economics and culture in unconventional ways. (How is a pirated music file like a 21st century mortgage?) Lanier argues that there is little essential difference between Facebook and a digital trading company, or Amazon and an enormous bank. (“Stanford sometimes seems like one of the Silicon Valley companies.”)
Much of the book looks at the way Internet technology threatens to destroy the middle class by first eroding employment and job security, along with various “levees” that give the economic middle stability.
“Here’s a current example of the challenge we face,” he writes in the book’s prelude: “At the height of its power, the photography company Kodak employed more than 140,000 people and was worth $28 billion. They even invented the first digital camera. But today Kodak is bankrupt, and the new face of digital photography has become Instagram. When Instagram was sold to Facebook for a billion dollars in 2012, it employed only 13 people. Where did all those jobs disappear? And what happened to the wealth that all those middle-class jobs created?”
“Future” also looks at the way the creative class – especially musicians, journalists and photographers — has borne the brunt of disruptive technology.
The new book – which has drawn a rave in the New York Times — has already received a serious challenge from Evgeny Morozov in the Washington Post. The Internet-skeptic author of “To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism” challenges Lanier’s proposed solution that regular people be rewarded in micropayments when their data enriches a digital network.
But more important than Lanier’s hopes for a cure is his diagnosis of the digital disease. Eccentric as it is, “Future” is one of the best skeptical books about the online world, alongside Nicholas Carr’s “The Shallows,” Robert Levine’s “Free Ride” and Lanier’s own “You Are Not a Gadget.”
We spoke to the dreadlocked, Berkeley-based author from the road, where he’s on a massive book tour.
You talk early in “Who Owns the Future?” about Kodak — about thousand of jobs being destroyed, and Instagram picking up the slack — but with almost no jobs produced. So give us a sense of how that happens and what the result is. It seems like the seed of your book in a way.
Right. Well, I think what’s been happening is a shift from the formal to the informal economy for most people. So that’s to say if you use Instagram to show pictures to your friends and relatives, or whatever service it is, there are a couple of things that are still the same as they were in the times of Kodak. One is that the number of people who are contributing to the system to make it viable is probably the same. Instagram wouldn’t work if there weren’t many millions of people using it. And furthermore, many people kind of have to use social networks for them to be functional besides being valuable. People have to, there’s a constant tending that’s done on a volunteer basis so that people can find each other and whatnot.
So there’s still a lot of human effort, but the difference is that whereas before when people made contributions to the system that they used, they received formal benefits, which means not only salary but pensions and certain kinds of social safety nets. Now, instead, they receive benefits on an informal basis. And what an informal economy is like is the economy in a developing country slum. It’s reputation, it’s barter, it’s that kind of stuff.
So instead of somebody paying money to get their photo developed, and somebody getting a part of a job, a little fragment of a job, at least, and retirement and all the other things that we’re accustomed to, it works informally now, and intangibly.
Yeah, and I remember there was this fascination with the idea of the informal economy about 10 years ago. Stewart Brand was talking about how brilliant it is that people get by in slums on an informal economy. He’s a friend so I don’t want to rag on him too much. But he was talking about how wonderful it is to live in an informal economy and how beautiful trust is and all that.
And you know, that’s all kind of true when you’re young and if you’re not sick, but if you look at the infant mortality rate and the life expectancy and the education of the people who live in those slums, you really see what the benefit of the formal economy is if you’re a person in the West, in the developed world. And then meanwhile this loss, or this shift in the line from what’s formal to what’s informal, doesn’t mean that we’re abandoning what’s formal. I mean, if it was uniform, and we were all entering a socialist utopia or something, that would be one thing, but the formal benefits are accruing at this fantastic rate, at this global record rate to the people who own the biggest computer that’s connecting all the people.
So Kodak has 140,000 really good middle-class employees, and Instagram has 13 employees, period. You have this intense concentration of the formal benefits, and that winner-take-all feeling is not just for the people who are on the computers but also from the people who are using them. So there’s this tiny token number of people who will get by from using YouTube or Kickstarter, and everybody else lives on hope. There’s not a middle-class hump. It’s an all-or-nothing society.
Right, and also I think part of what you’re saying too is that it’s still in most ways a formal economy in that the person who lost his job at Kodak still has to pay rent with old-fashioned money he or she is no longer earning. He can’t pay his rent with cultural capital that’s replaced it.
Yeah, well, people will say you can find a place to crash. People who tour right now will find a couch to crash on. But, you know, this is the difference … I’m not saying that there aren’t ever benefits, like yeah, sometimes you can find a couch. But as I put it in the book, you have to sing for your supper for every meal. The informal way of getting by doesn’t tide you over when you’re sick and it doesn’t let you raise kids and it doesn’t let you grow old. It’s not biologically real.
Actually, can we stick with photography for a second? If we go back to the 19th century, photography was kind of born as a labor-saving device, although we don’t think of it that way. One of my favorite stories, which might be apocryphal — I can’t tell you for sure that this is so, although photographers traded this story for many years. But the way the piece of folklore goes is that during the Civil War era, and a little after, the very earliest photographers would go around with a collection of photographs of people who matched a certain archetype. So they would find the photograph that most closely matched your loved one and you’d buy that because at least there would be representation a little like the person, even if it was the wrong person. And that sounds just incredibly weird to us.
And then, you know, along a similar vein at that time early audio recordings, which today would sound horrible to us, were indistinguishable between real music to people who did double blind tests and whatnot. So the thing is, why not just paint the real person, because painting was really a lot of work. It takes a long time to paint a portrait. And you have to carry around all the paints and all that, and you could just create a stack of photos and sell them. So in the beginning photography was kind of a labor saving device. And whenever you have a technological advance that’s less hassle than the previous thing, there’s still a choice to make. And the choice is, do you still get paid for doing the thing that’s easier?
People often say, well, in Rochester, N.Y. — which is a town that kind of lived on the photography business — they had a buggy whip factory that closed down with the advent of the automobile. The thing is, it’s a lot easier to deal with a car than to deal with horses. I love horses, but you know, you have to feed them, and they poop a lot, and you have to deal with their hooves. It’s a whole thing. And so you could make the argument that a transition to cars should create a world where drivers don’t get paid, because, after all, it’s fun to drive. And it is. And they’re magical.
And so there could really easily be, somebody could easily have asserted that photography is so much easier than painting and driving cars is so much easier than horses that the people who do those things — or support it –shouldn’t be paid. Working in a nice environment — if you go to Sweden and you visit the Saab factory, it’s really nice. Why should you even be paid to do anything?
We kind of made a bargain, a social contract, in the 20th century that even if jobs were pleasant people could still get paid for them. Because otherwise we would have had a massive unemployment. And so to my mind, the right question to ask is, why are we abandoning that bargain that worked so well?
Right. Well, until about the year 2000 or so, some jobs had been destroyed by new technology. This goes back to the industrial revolution and earlier. But more jobs were created than those destroyed. So what changed?
Of course jobs become obsolete. But the only reason that new jobs were created was because there was a social contract in which a more pleasant, less boring job was still considered a job that you could be paid for. That’s the only reason it worked. If we decided that driving was such an easy thing [compared to] dealing with horses that no one should be paid for it, then there wouldn’t be all of those people being paid to be Teamsters or to drive cabs. It was a decision that it was OK to have jobs that weren’t terrible.
So it wasn’t inherent in the technology. In other words, there’s nothing inherently different about digital technology or the Internet than there is with factory technology or the assembly line or these other technological shifts that have developed?
Yeah. I mean, the whole idea of a job is entirely social construct. The United States was built on slave labor. Those people didn’t have jobs, they were just slaves. The idea of a job is that you can participate in a formal economy even if you’re not a baron. That there can be, that everybody can participate in the formal economy and the benefit of having everybody participate in the formal economy, there are annoyances with the formal economy because capitalism is really annoying sometimes.
But the benefits are really huge, which is you get a middle-class distribution of wealth and clout so the mass of people can outspend the top, and if you don’t have that you can’t really have democracy. Democracy is destabilized if there isn’t a broad distribution of wealth.
And then the other thing is that if you like market capitalism, if you’re an Ayn Rand person, you have to admit that markets can only function if there are customers and customers can only come if there’s a middle hump. So you have to have a broad distribution of wealth. So there’s no reason technically for any technology to ever create a job. In other words, we could have had motor vehicles, and we could have had film cameras, we could have had all these technologies without any formal jobs. We just had a social contract in which we decided that we’d allow formal jobs in factories and in drivers and in users of cameras and creators of cameras and film.
It was all a social construct to begin with, so what changed, to get to your question, is that at the turn of the [21st] century it was really Sergey Brin at Google who just had the thought of, well, if we give away all the information services, but we make money from advertising, we can make information free and still have capitalism. But the problem with that is it reneges on the social contract where people still participate in the formal economy. And it’s a kind of capitalism that’s totally self-defeating because it’s so narrow. It’s a winner-take-all capitalism that’s not sustaining.
Well, a lot of your book is about the survival of the middle class in the digital age, the importance of a broad middle class as we move forward. You argue that the middle class, unlike the rich and the poor, is not a natural class but was built and sustained through some kind of intervention. Has that changed in the last decade or two as the digital world has grown?
Well, there’s a lot of ways. I mean, one of the issues is that in a market society, a middle class has always required some little artificial help to keep going. There’s always academic tenure, or a taxi medallion, or a cosmetology license, or a pension. There’s often some kind of license or some kind of ratcheting scheme that allows people to keep their middle-class status.
In a raw kind of capitalism there tend to be unstable events that wipe away the middle and tend to separate people into rich and poor. So these mechanisms are undone by a particular kind of style that is called the digital open network.
Music is a great example where value is copied. And so once you have it, again it’s this winner-take-all thing where the people who really win are the people who run the biggest computers. And a few tokens, an incredibly tiny number of token people who will get very successful YouTube videos, and everybody else lives on hope or lives with their parents or something.
One of the things that really annoys me is the acceptance of lies that’s so common in the current orthodoxy. I guess all orthodoxies are built on lies. But there’s this idea that there must be tens of thousands of people who are making a great living as freelance musicians because you can market yourself on social media. And whenever I look for these people – I mean when I wrote “Gadget” I looked around and found a handful – and at this point three years later, I went around to everybody I could to get actual lists of people who are doing this and to verify them, and there are more now. But like in the hip-hop world I counted them all and I could find about 50. And I really talked to everybody I could. The reason I mention hip-hop is because that’s where it happens the most right now.
So when we’re talking about the whole of the business – and these are not 50 people who are doing great. Or here’s another example. Do you know who Jenna Marbles is? She’s a super-successful YouTube star. She’s the queen of self-help videos for young women. She’s kind of a cross between Snooki and Martha Stewart or something. And she’s cool. I mean, she kind of helps girls with how to do makeup, and she’s irreverent. She’s had a billion views.
The interesting thing about it is that people advertise, “Oh, what an incredible life. She’s this incredibly lucky person who’s worked really hard.” And that’s all true. She’s in her 20s, and it’s great that she’s found this success, but what this success is that she makes maybe $250,000 a year, and she rents a house that’s worth $1.1 million in L.A.. And this is all breathlessly reported as this great success. And that’s good for a 20-year-old, but she’s at the very top of, I mean, the people at the very top of the game now and doing as well as what used to be considered good for a middle-class life. And I don’t want to dismiss that. That’s great for a 20-year-old, although in truth, in my world of engineers that wouldn’t be much. But for someone who’s out there, a star with a billion views, that’s a crazy low expectation. She’s not even in the 1 percent. For the tiny token number of people who make it to the top of YouTube, they’re not even making it into the 1 percent.
The issue is if we’re going to have a middle class anymore, and if that’s our expectation, we won’t. And then we won’t have democracy.
You mentioned a minute ago that there’s about 50 in hip-hop. What kind of estimate did you come up with for music in general?
I think in the total of music in America, there are a low number of hundreds. It’s really small. I wish all of those people my deepest blessings, and I celebrate the success they find, but it’s just not a way you can build a society.
The other problem is they would have to self-fund. This is getting back to the informal economy where you’re living in the slum or something, so you’re desperate to get out so you impress the boss man with your music skills or your basketball skills. And the idea of doing that for the whole of society is not progress. It should be the reverse. What we should be doing is bringing all the people who are in that into the formal economy. That’s what’s called development. But this is the opposite of that. It’s taking all the people from the developed world and putting them into a cycle of the developing world of the informal economy.
You say early in the book, “As much as it pains me to say so, we can survive only if we destroy the middle classes of musicians, journalists, photographers.” I guess what you seem to be saying here is the creative class is sort of the canary in the digital coal mine.
Yes. That’s precisely my point. So when people say, “Why are musicians so special? Everybody has to struggle.” And the thing is, I do think we are looking at a [sustainable] model.
We don’t realize that our society and our democracy ultimately rest on the stability of middle-class jobs. When I talk to libertarians and socialists, they have this weird belief that everybody’s this abstract robot that won’t ever get sick or have kids or get old. It’s like everybody’s this eternal freelancer who can afford downtime and can self-fund until they find their magic moment or something.
The way society actually works is there’s some mechanism of basic stability so that the majority of people can outspend the elite so we can have a democracy. That’s the thing we’re destroying, and that’s really the thing I’m hoping to preserve. So we can look at musicians and artists and journalists as the canaries in the coal mine, and is this the precedent that we want to follow for our doctors and lawyers and nurses and everybody else? Because technology will get to everybody eventually.
It wasn’t too long ago that it was unskilled people on assembly lines who answered phones or bank tellers and it’s just crept up in the decades since. You’ve mentioned a few times this sort of digital utopianism that still emanates from Silicon Valley. Where does that kind of thinking come from and why does it exist despite all the evidence to the contrary?
Well, it’s an orthodoxy now. I have 14-year-old kids who come to my talks who say, “But isn’t open source software the best thing in life? Isn’t it the future?” It’s a perfect thought system. It reminds me of communists I knew when growing up or Ayn Rand libertarians. It’s one of these things where you have a simplistic model that suggests this perfect society so you just believe in it totally. These perfect societies don’t work. We’ve already seen hyper-communism come to tears. And hyper-capitalism come to tears. And I just don’t want to have to see that for cyber-hacker culture. We should have learned that these perfect simple systems are illusions.
Speaking of politics, your concerns are often those of the political left. You’re concerned with equality and a shrinking middle class. And yet you don’t seem to consider yourself a progressive or a man of the left — why not?
I am culturally a man on the left. I get a lot of people on the left. I live in Berkeley and everything. I want to live in a world where outcomes for people are not predetermined in advance with outcomes.
The problem I have with socialist utopias is there’s some kind of committees trying to soften outcomes for people. I think that imposes models of outcomes for other people’s lives. So in a spiritual sense there’s some bit of libertarian in me. But the critical thing for me is moderation. And if you let that go too far you do end up with a winner-take-all society that ultimately crushes everybody even worse. So it has to be moderated.
I think seeking perfection in human affairs is a perfect way to destroy them. It just doesn’t work. So my own take on it is, actually another way I’ve been thinking about it lately is a balance of magisteria. “Magisteria” was the term that Stephen Jay Gould described science and religion. And I’ve been thinking that way about money and politics, or computers and politics, or computers and ethics. All of these things are magisterial, where the people who become involved in them tend to wish they could be the only ones.
Libertarians tend to think the economy can totally close its own loops, that you can get rid of government. And I ridicule that in the book. There are other people who believe that if you could get everybody to talk over social networks, if we could just cooperate, we wouldn’t need money anymore. And I recommend they try living in a group house and then they’ll see it’s not true.
My cyber-friends think if you can just come up with a perfect scheme, that some perfect digital scheme will solve all the problems. My belief is that if we deal with all of these things, they can balance out each other to prevent the worst dysfunctions of each one from happening. And at minimum if we can just have enough distribution of clout in society so it isn’t run by a tiny minority, then at the very least it gives us some room to breathe. And that’s the minimum requirement. Maybe not the ideal.
So what we have to demand of digital technology is that it not try to be a perfect system that takes over everything. That it balances the excess of the other magisteria. And that is doesn’t concentrate power too much, and if we can just get to that point, then we’ll really be fine. I’m actually modest. People have been accusing me of being super-ambitious lately, but I feel like in a way I’m the most modest person in the conversation. I’m just trying to avoid total dysfunction.
Let’s stick with politics for one more. Is there something dissonant about the fact that the greatest fortunes in human history have been created with a system developed largely by taxpayers dollars? Military research and labs at public universities. And many of the people whom the Internet has enriched have become libertarians who earnestly tell you that they are “socially liberal and fiscally conservative,” and resist progressive taxation because of it.
Yeah, no kidding. I was there. I gotta say, every little step of this thing was really funded by either the military or public research agencies. If you look at something like Facebook, Facebook is adding the tiniest little rind of value over the basic structure that’s there anyway. In fact, it’s even worse than that. The original designs for networking, going back to Ted Nelson, kept track of everything everybody was pointing at so that you would know who was pointing at your website. In a way Facebook is just recovering information that was deliberately lost because of the fetish for being anonymous. That’s also true of Google.
Near the end of the book you talk about the changes in the book business. It doesn’t sound pretty. What’s going on there and what have you learned as someone who has now written several books?
I don’t hate anything about e-books or e-book readers or tablets. There’s a lot of discussion about that, and I think it’s misplaced. The problem I have is whether we believe in the book itself.
To me a book is not just a particular file. It’s connected with personhood. Books are really, really hard to write. They represent a kind of a summit of grappling with what one really has to say. And what I’m concerned with is when Silicon Valley looks at books, they often think of them as really differently as just data points that you can mush together. They’re divorcing books from their role in personhood.
I’m quite concerned that in the future someone might not know what author they’re reading. You see that with music. You would think in the information age it would be the easiest thing to know what you’re listening to. That you could look up instantly the music upon hearing it so you know what you’re listening to, but in truth it’s hard to get to those services.
I was in a cafe this morning where I heard some stuff I was interested in, and nobody could figure out. It was Spotify or one of these … so they knew what stream they were getting, but they didn’t know what music it was. Then it changed to other music, and they didn’t know what that was. And I tried to use one of the services that determines what music you’re listening to, but it was a noisy place and that didn’t work. So what’s supposed to be an open information system serves to obscure the source of the musician. It serves as a closed information system. It actually loses the information.
So in practice you don’t know who the musician is. And I think that’s what could happen with writers. And this is what we celebrate in Wikipedia is pretending that there’s some absolute truth that can be spoken that people can approximate and that the speaker doesn’t matter. And if we start to see that with books in general – and I say if – if you look at the approach that Google has taken to the Google library project, they do have the tendency to want to move things together. You see the thing decontextualized.
I have sort of resisted putting my music out lately because I know it just turns into these mushes. Without context, what does my music mean? I make very novel sounds, but I don’t see any value in me sharing novel sounds that are decontextualized. Why would I write if people are just going to get weird snippets that are just mushed together and they don’t know the overall position or the history of the writer or anything? What would be the point in that. The day books become mush is the day I stop writing.
Let’s close with music then. You’re a longtime musician and composer. You’re a collector of obscure and archaic instruments. How does your interest in music and especially pre-modern acoustic music shape your thinking and your life as well?
Well, the original way I got into it is very personal. It’s just that my mother died when I was young, and she was a musician. My connection to her. I got involved in more and more unusual music because I didn’t want that connection to become something that was too static. It had to be constantly changing or it would become a cliché. So that’s how I got into it.
But as far as the connection to computers, the thing to me is that I’ve always been intrigued with music interface. Musical interfaces are such profoundly better user interfaces than anything we’ve done with a digital computer. They have better acuity. They create more opportunities for virtuosity. They work with the human body more profoundly, the nervous system. I mean good musical instruments. And I’ve just been intrigued by them. It made me realize that just because something is the latest, newest thing that seems like the cleverest thing we can do at the moment doesn’t make it better.
So to realize how much better musical instruments were to use as human interfaces, it helped me to be skeptical about the whole digital enterprise. Which I think helped me be a better computer scientist, actually.
Did your life as a musician show you some of the things that you ended up excavating in “Gadget” and the new book?
Sure. If you go way back I was one of the people who started the whole music-should-be-free thing. You can find the fire-breathing essays where I was trying to articulate the thing that’s now the orthodoxy. Oh, we should free ourselves from the labels and the middleman and this will be better.
I believed it at the time because it sounds better, it really does. I know a lot of these musicians, and I could see that it wasn’t actually working. I think fundamentally you have to be an empiricist. I just saw that in the real lives I know — both older and younger people coming up — I just saw that it was not as good as what it had once been. So that there must be something wrong with our theory, as good as it sounded. It was really that simple.

Scott Timberg, a longtime arts reporter in Los Angeles who has contributed to the New York Times, is writing a book about the plight of the creative class. He runs the West Coast culture blog TheMisreadCity.com.