di Claudio Bellinzona (Non mi fermo)
Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione. Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto (…) Alcuni sono stati costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore.
Giuseppe Poggi Longostrevi
Ci sono persone che ti accompagnano per una vita, così come prima hanno accompagnato quella dei padri. Si tratta di figure contornate da uno strano alone di mito, il cui potere si estende per generazioni, confondendosi nella fluida e magmatica oscurità del tempo. Nomi grigi che a volte non hanno nemmeno un volto perché non ne hanno bisogno. Uomini (perché è difficile si tratti di donne) in grado di condizionare l’immaginario pubblico della tua città o monopolizzare per anni i discorsi nei bar.
Ecco, una di queste persone si chiama Gian Carlo Abelli, settantunenne ex-democristiano oggi deputato nelle file del PDL. La sua carriera, esclusivamente politica (perché Abelli, dagli anni ’70, non ha mai avuto una professione indipendente da nomina politica), si sviluppa lungo un percorso piuttosto lineare in termini per così dire politici, benché più volte ostacolato da alcuni spiacevoli inconvenienti.
Gli inizi
Dai primi anni ’70 la sua posizione si consolida all’interno della DC lombarda e ciò, a partire dal 1974, gli permette di diventare il più giovane presidente di uno dei più importanti ospedali della Regione (e non solo), il Policlinico San Matteo di Pavia. Abelli non è né un manager né un esperto di sanità; non è neppure laureato, ma dimostra già la scaltrezza del politico della “prima Repubblica”: consensi elettorali, amicizie, rapporti trasversali. A favorirlo in questa impresa forse anche il suo piglio ruvido, accentuato dal marcato accento oltre-padano, e un’esibita tracotanza nei modi (per questo basta vedere alcune delle sue più recenti interviste per farsi un’idea).
Nasce il mito del “Faraone”. Perché è così che incominciano a chiamarlo un po’ tutti perché è lui – solo lui – decidere tutto al Policlinico. Non c’è niente che si muova senza il permesso del Faraone.
Molto prima di Tangentopoli, però, Abelli subisce l’onta del carcere. Nel 1985, infatti, viene accusato di peculato, ma dal processo ne esce assolto (la faccenda riguardava in particolare polizze che il Policlinico aveva firmato proprio a partire dal 1974). A pagarne le conseguenze, invece, il fratello della (futura) moglie di Abelli, l’assicuratore Claudio Gariboldi: arrestato e condannato per truffa.
Il contraccolpo non produce alcun effetto, anzi. Il suo potere locale cresce e, con esso, anche il prestigio politico in Regione Lombardia tanto da essere nominato Presidente della Commissione Consiliare Sanità. Abelli e la sanità sembrano ormai essere una cosa sola, la stessa.
Sua Sanità (Lombarda)
Risalgono a quegli anni i rapporti fra Gian Carlo Abelli e Giuseppe Poggi Longostrevi. Quest’ultimo noto alle cronache per il fiorente business delle cliniche private; tanto redditizio da essere soprannominato “Re Mida”. Peccato che nel 1997 la magistratura scoprì che il medico-manager era il responsabile di una truffa miliardaria ai danni del Servizio Sanitario Nazionale basata su false prescrizioni sanitarie ed esami inutili. Oltre a decine di condanne (e centinaia prescrizioni), nei rivoli dell’inchiesta ci finisce anche Gian Carlo Abelli.
Per lui, all’epoca non più Presidente di Commissione bensì consulente di Roberto Formigoni, la magistratura accerta un “versamento” di 72 milioni di lire che il beneficiario giustifica come saldo per una consulenza (“non effettiva” dirà la sentenza). L’accusa sarà dunque di frode fiscale e l’esito un’assoluzione in quanto la nuova normativa stabilisce che le false fatture sono punibili solo in caso ci sia “il dolo specifico di far evadere le tasse”.
Nel 2000 Poggi Longostrevi si uccide con una dose letale di barbiturici. Ai posteri lascerà alcune dichiarazioni (qui in esergo) non proprio confortanti anche sull’amico Abelli. Lui, il Faraone, nel frattempo diventa assessore di Formigoni e, sebbene alla “Famiglia e Solidarietà Sociale” (dove passano comunque le decisioni su case di cura e centri anziani), mantiene salda la sua posizione di riferimento in ambito sanitario.
Roma, senza lasciare Milano
Passano gli anni e la Sanità Lombarda diventa “un modello” fondato su alcuni pilastri. In particolare, sulla distinzione fra enti acquirenti (le ASL) ed erogatori di prestazioni sanitarie (le Aziende Ospedaliere) e sulla parità di condizioni degli attori che partecipano a questo sistema attraverso il metodo del cosiddetto “accreditamento”. In parole povere: da una parte si procede con un graduale processo di “aziendalizzazione” delle strutture ospedaliere pubbliche attraverso l’ingresso di capitali privati; dall’altra si tende sempre di più alla privatizzazione dei servizi attraverso il meccanismo della compensazione dei servizi erogati. Soldi pubblici, tasche private. Un business immenso e che in Italia rappresenta la seconda industria italiana, solo dopo quella immobiliare. Un affare da 17 miliardi e 300 milioni di euro il business sanitario in Lombardia, un fatturato colossale che sfiora l’80 per cento del bilancio regionale (cfr. qui).
L’eccellenza del modello lombardo, dice Formigoni. Un sistema che dal 1997 a oggi ha fatto la fortuna di molti imprenditori. Il sistema è talmente diffuso, imponente e complesso da far tremare i polsi. Interessi incrociati, partecipazioni, soci più o meno visibili compongono la mappa della geografia sanitaria in Lombardia. Una miriade di società, direttamente coinvolte o collegate all’indotto, che trasforma ogni analisi su quest’ambito un’ardua scommessa per qualsiasi cronista o inquirente. A svettare, come punte di un iceberg, certamente sono la Holding Papiniano di Giuseppe Rotelli (anche lui pavese) e il San Raffaele di don Verzè, oggi guarda caso salvato dal fallimento proprio da Rotelli.
Naturalmente, in tutti questi anni, Abelli resta saldo in sella e nel 2008 viene eletto in Parlamento sotto le fila del PdL, di cui diventerà persino vice coordinatore nazionale. Le sue competenze in ambito sanitario, così si dice, sono essenziali per il funzionamento sistema, soprattutto se si tratta di coordinare rapporti, nominare un direttore generale, dare il proprio beneplacito su un primario. Tanto per intenderci, anche se Abelli non ha più ruoli presso il Policlinico San Matteo di Pavia, anzi ne sia stato allontanato politicamente a livello locale, ogni nomina passa dal suo tavolo o telefono. D’altra parte, Pavia e provincia sono sempre nel cuore di Abelli, che non a caso benedice e promuove la candidatura del giovane Alessandro Cattaneo, eletto Sindaco nel giugno 2009 (cfr. qui) e oggi destinato a una carriera nazionale.
Per Abelli tutto procede bene proprio fino al 2009, ovvero fino a quando le indagini sul “re delle bonifiche” Giuseppe Grossi non coinvolgono la moglie Rosanna Gariboldi, all’epoca assessore della Provincia di Pavia e già socia in diverse operazioni immobiliari di assessori delle giunte Formigoni, arrestata nell’ottobre di quell’anno con l’accusa di riciclaggio. Grossi in questi anni aveva gestito alcune fra le principali bonifiche (alcune solo parzialmente come per Montecity-Santa Giulia) creando un fitto sistema di fondi neri (si parla di almeno 22 milioni di euro) attraverso cui pagava collaboratori e soci su conti esteri. Lady Abelli riceve soldi (circa 2,4 milioni di euro) da Grossi e suoi fiduciari su un conto presso una banca di Montecarlo di cui lo stesso Abelli agisce come procuratore. Non avendo giustificazioni in merito, a gennaio 2010 Gariboldi patteggia 2 anni di reclusione attraverso il pagamento di 1,2 milioni di euro.
A marzo di quell’anno Abelli cerca di riprendere un po’ di fiato ripresentandosi alle elezioni regionali, forse per riaffermare la propria forza o forse con la speranza di ottenere un altro assessorato, ma il risultato non è più la valanga di voti raggiunta nei tempi d’oro e da 17mila le preferenze sono “solo” 8mila. Eletto in Regione, però, sceglie di proseguire l’avventura parlamentare, ma grazie a una nomina diretta dello stesso Formigoni ottiene comunque un ufficio a Milano, in qualità di Delegato del Presidente di Regione Lombardia per i Rapporti con il Parlamento e le Istituzioni del Territorio.
I voti degli amici
Questa è una vicenda se vogliamo tangenziale rispetto alla trama principale, ma vale la pena farne accenno quantomeno per capire i meccanismi del “gioco” secondo un politico come Gian Carlo Abelli.
Si tratta di uno dei tanti rivoli dell’inchiesta Infinito, in particolare quello che riguarda Pavia e i rapporti con la criminalità organizzata di Carlo Chiriaco (direttore della ASL di Pavia) e Pino Neri (avvocato), entrambi calabresi trapiantati a Pavia, accusati di essere – fra le altre cose – i tramiti fra ‘ndrangheta e politica locale (buona parte dei dettagli si possono ritrovare nelle ricostruzioni di Giovanni Giovannetti, qui e qui).
Al di là della questione giudiziaria (e di quella che sarà poi la sentenza), emergono già dalle intercettazioni e dalle carte della magistratura inquirente diversi elementi che mettono in evidenza i rapporti di queste persone – più o meno direttamente – con Gian Carlo Abelli. Lo stesso Abelli, chiamato solo pochi giorni fa a testimoniare nel processo che vede imputato Chiariaco per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ribadito la sua “vicinanza” al dirigente ASL (per altro nominato all’epoca anche grazie alla sponsorizzazione di Abelli): «Conobbi Chiriaco nel 1980, quando ero presidente del San Matteo. Negli anni Ottanta, al Comune di Pavia, feci anche votare per lui» (qui un estratto delle dichiarazioni).
Il gatto perde il pelo…
Si arriva al 2012 e si ritorna a parlare di sanità. Questa volta si tratta dei soldi (e sono tanti, tantissimi) ricevuti dal faccendiere Pierluigi Daccò, già in carcere per il crac del San Raffaele, dalla Fodazione Maugeri (altre cliniche private convenzionate con la Regione e con sede a Pavia). In particolare, a Daccò era richiesto di intervenire in qualità di consulente presso gli organi competenti della Regione per ottenere nuovi finanziamenti e, soprattutto, aumentare gli introiti da “prestazioni non tariffabili” e dunque soggette a specifiche delibere di giunta (il sistema è spiegato molto bene qui).
Daccò non è un amico del “Faraone”.
Questa volta, l’amicizia è con Roberto Formigoni; insomma, col “Celeste” in persona e che di Daccò è talmente intimo da trascorrere con lui le vacanze (ovviamente, vista l’amicizia, facendosele anche pagare) o farsi prestare lo yacht. Abelli, invece, conosce bene Costantino Passerino, ex direttore amministrativo della Maugeri, che racconta ai magistrati: «da un punto di vista tecnico non avevamo necessità di rivolgerci a Daccò per le problematiche che potevano insorgere, in quanto il nostro referente in materia era l’onorevole Giancarlo Abelli». Passerino, infatti, conosce Daccò solo una decina d’anni fa e, proprio ad Abelli, all’epoca ancora assessore in Regione chiede informazioni. Spiega sempre Passerino «Abelli disse che (Daccò) era una persona importante perché vicina al presidente Formigoni (…) intesi che era opportuno, se da lui richiesto, intraprendere operazioni economiche e imprenditoriali con le società da lui presentate». Da segnalare che lo stesso Passerino, dal 1998 a oggi, annovera fra i suoi consulenti anche la moglie di Abelli, Rosanna Gariboldi (quella del patteggiamento), ritenuta la persona giusta – viste le competenze – per risolvere questioni relative al personale del gruppo, gli impatti della legge Brunetta o le partecipazioni di un privato in un istituto scientifico. Le competenze? Lady Abelli non possiede una laurea, ma in passato è stata impiegata presso il Policlinico San Matteo di Pavia.
Il senso del ridicolo
Il racconto avrebbe bisogno di altre pagine. Tante, tantissime. Migliaia, milioni di pagine per raccontare tutte le storie di chi è coinvolto.
Quasi 10 milioni di pagine come le persone che il Servizio Sanitario Lombardo serve attraverso 2,5 milioni di ricoveri e 150 milioni di prestazioni ambulatoriali. Perché non possiamo dimenticarcelo: questa storia è soprattutto la storia di chi, ogni giorno, cerca una cura o semplicemente un po’ di speranza.
La storia di chi paga, attraverso le proprie tasse, un sistema dove il denaro pubblico finisce in tasche private e in parte – quasi a “garanzia” del sistema – nelle tasche di amministratori e legislatori locali. In sostanza, una colossale e vergognosa truffa politica della quale, purtroppo, anche l’opposizione in questi anni non ha saputo (o non ha voluto) chiederne davvero conto, dimostrando così il suo senso del ridicolo.
Perché (fuori dai tribunali) gli Abelli, così come i Formigoni (e tutta la folta schiera degli Andreotti), si possono battere solo con una politica di assoluta intransigenza etica; una salda prospettiva politica (per esempio, attraverso la sanità pubblica che non finanzi il profitto); la creazione di rigide regole di trasparenza e controllo (soprattutto sui finanziamenti non tariffabili).
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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26.6.12
8.3.12
La nuova banda dell´Ortica
di CURZIO MALTESE (La Repubblica)
L´immagine della Milano ladrona, sorridente e impunita, ha fatto il giro d´Italia. È l´istantanea dell´ufficio di presidenza della regione Lombardia, con 4 componenti su 5 indagati.
O arrestati per malaffare. Per la par condicio due del Pdl, Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni, uno del Pd, Filippo Penati, e l´ultimo della Lega, Davide Boni. Mettici pure quattro ex assessori di Formigoni al centro di altrettanti scandali, i già citati Nicoli Cristiani e Ponzoni, più Guido Bombarda e l´ineffabile Piergianni Prosperini. Infine otto consiglieri lombardi sotto inchiesta per una gamma di reati che spazia dalla corruzione alla truffa al favoreggiamento di prostituzione, nel caso di Nicole Minetti. E ti domandi: ma come può una delle regioni più ricche e civili d´Europa a sopportare questa vergogna?
Una tale montagna di scandali non s´era mai vista in Italia, se non nel consiglio regionale della Calabria, che le commissioni antimafia dipingono come il braccio politico della ‘ndrangheta. Ma qui non siamo nella terra di Cetto Laqualunque. Siamo nella capitale del laborioso Nord che sfida la recessione, nella culla del montismo come nuovo costume amministrativo, europeista, poliglotta, competente, rigoroso e un tantino moralista. E allora non ti spieghi la calma piatta, l´indolenza «terrona» con cui la grande Milano accoglie le storiacce della nuova Tangentopoli, vent´anni dopo. Queste tangentone a botte di 300 mila euro in contanti, che sarebbero finite nella tasche del ras lombardo della Lega, Davide Boni, fanno impallidire la madre di tutte le mazzette, i 37 milioncini di lire che il 17 febbraio del 1992 Mario Chiesa cercò di affogare nel cesso dell´ufficio, mentre i carabinieri bussavano alle porte del Pio Albergo Trivulzio. Sorprende la faccia di tolla dei dirigenti leghisti, da Umberto Bossi in giù, che una settimana fa chiedevano la testa di Formigoni «perché non si può andare avanti con un arresto al giorno» e oggi, pizzicato uno dei loro, urlano al complotto politico e affidano la difesa del buon nome del movimento, con un certo grado di crudeltà, al tesoriere Francesco Belsito. Figura incredibile per definizione, noto alle cronache per essersi taroccato nell´ordine la patente di guida mai ottenuta, il diploma di perito e ben due lauree fasulle (una a Londra, l´altra a Malta), non che per aver investito l´anno scorso un terzo del rimborso elettorale della Lega (22 milioni di euro) in una fantomatica banca della Tanzania. Uno insomma al cui confronto il Vincenzo Balzamo tesoriere del Psi di Craxi, e morto di crepacuore pochi mesi dopo Mani Pulite, trasfigura nel ricordo in icona risorgimentale.
Ma il mistero più fitto, o se volete la faccia di tolla più resistente, ha un solo nome: Roberto Formigoni. Il dominus assoluto del ventennio lombardo, da Tangentopoli a Tangentopoli 2, il presidentissimo al quarto mandato, è ancora lì, al centesimo scandalo, barricato nella faraonesca e inutile nuova sede, a recitare la scena del palo della banda dell´Ortica. Il campionario di alibi del presidenza allarga ogni volta i confini del ridicolo. Gli arrestano gli assessori nei settori chiave della regione, sanità, urbanistica, ambiente, e lui non sapeva. Si presenta in consiglio regionale per «mettere la mano sul fuoco per Piergianni Prosperini» il giorno stesso in cui il «Prospero» decide di patteggiare coi magistrati. La Minetti? «Chi se l´immaginava? Me l´ha presentata Don Verzè!». Il caso Boni? «Quale caso? Vedremo. La regione è una casa di vetro. Nel caso ci fosse un caso, ci costituiremo parte civile». Non esistono un «sistema Sesto» o un «sistema Lega» o un «sistema bonifiche», ma soltanto un enorme «sistema Formigoni» (o «sistema CL») che sovrasta e alimenta un arcipelago vastissimo e consociativo di interessi, dove nessuno ha interesse a far saltare il banco del Pirellone. Non la maggioranza politica, ma neppure le opposizioni, che infatti o si schierano contro le elezioni anticipate, come l´Udc, o le chiedono molto timidamente, come il Pd. Non Cl, certo, ma neppure le coop rosse. Non gli industriali o le banche, ma nemmeno i sindacati. Il fatto è che se la Tangentopoli di vent´anni fa era comunque qualcosa di razionale, una specie di escrescenza malavitosa di un´economia ancora sana, un «pizzo» carpito nel grasso della crescita produttiva, con la seconda Tangentopoli si è andati molto oltre. Qui il sistema delle tangenti ha creato ex novo un´economia virtuale che non ha alcun collegamento con il mercato e si fonda sul consumo del territorio. In altri termini, cemento, cemento e ancora cemento.
In vent´anni in Lombardia la popolazione è rimasta ferma, ma le aree urbanizzate sono cresciute del 20 per cento. I cantieri nascono come funghi. Regione e comuni concedono licenze per centinaia di milioni di metri cubi, sulla base di stime demografiche che farebbero ridere uno studente del primo anno di Sociologia. Con tutti gli scandali in corso, il comune di Sesto San Giovanni ha appena riavviato la pratica dell´ex area Falck, nell´ipotesi di una crescita della popolazione da 80 a 100 mila nei prossimi dieci anni. Ma Sesto non ha raggiunto i centomila abitanti neppure quando era la Stalingrado d´Italia, con fabbriche che occupavano decine di migliaia di operai. Perché dovrebbe crescere ora che sono tutte chiuse?
Malpensa è l´aeroporto più in crisi d´Europa, perde viaggatori, merci, scali, compagnie, è l´hub di nessuno. La risposta? Il progetto di una terza pista, distruggendo mezzo Parco del Ticino. Un altro esempio, le autostrade. Con la benzina a due euro e l´industria dell´auto al disastro, un investimento geniale. Lo stesso Expo del 2015 è diventato un enigma. Il progetto originario di Stefano Boeri e Carlo Petrini, un Expo leggero ed ecologico, un grande orto permanente dell´agroalimentare, aveva un senso. Il nuovo progetto, l´ennesima fiera tecnologica, nasce vecchio, superato e un po´ ridicolo. Qui girano le tangenti. E i soldi dei risparmiatori che le banche, grandi e piccole, continuano a pompare nei gruppi immobiliari. Basta presentare un progetto qualsiasi. Perfino Danilo Coppola, il furbetto del quartierino finito in galera e poi in coma per tentato suicidio in carcere, condannato a sei anni per bancarotta fraudolenta, ha appena ottenuto dal Banco Popolare un finanziamento di 180 milioni per il progetto di Porta Vittoria. Roma ladrona gli aveva voltato le spalle, ha ricominciato da Milano.
L´immagine della Milano ladrona, sorridente e impunita, ha fatto il giro d´Italia. È l´istantanea dell´ufficio di presidenza della regione Lombardia, con 4 componenti su 5 indagati.
O arrestati per malaffare. Per la par condicio due del Pdl, Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni, uno del Pd, Filippo Penati, e l´ultimo della Lega, Davide Boni. Mettici pure quattro ex assessori di Formigoni al centro di altrettanti scandali, i già citati Nicoli Cristiani e Ponzoni, più Guido Bombarda e l´ineffabile Piergianni Prosperini. Infine otto consiglieri lombardi sotto inchiesta per una gamma di reati che spazia dalla corruzione alla truffa al favoreggiamento di prostituzione, nel caso di Nicole Minetti. E ti domandi: ma come può una delle regioni più ricche e civili d´Europa a sopportare questa vergogna?
Una tale montagna di scandali non s´era mai vista in Italia, se non nel consiglio regionale della Calabria, che le commissioni antimafia dipingono come il braccio politico della ‘ndrangheta. Ma qui non siamo nella terra di Cetto Laqualunque. Siamo nella capitale del laborioso Nord che sfida la recessione, nella culla del montismo come nuovo costume amministrativo, europeista, poliglotta, competente, rigoroso e un tantino moralista. E allora non ti spieghi la calma piatta, l´indolenza «terrona» con cui la grande Milano accoglie le storiacce della nuova Tangentopoli, vent´anni dopo. Queste tangentone a botte di 300 mila euro in contanti, che sarebbero finite nella tasche del ras lombardo della Lega, Davide Boni, fanno impallidire la madre di tutte le mazzette, i 37 milioncini di lire che il 17 febbraio del 1992 Mario Chiesa cercò di affogare nel cesso dell´ufficio, mentre i carabinieri bussavano alle porte del Pio Albergo Trivulzio. Sorprende la faccia di tolla dei dirigenti leghisti, da Umberto Bossi in giù, che una settimana fa chiedevano la testa di Formigoni «perché non si può andare avanti con un arresto al giorno» e oggi, pizzicato uno dei loro, urlano al complotto politico e affidano la difesa del buon nome del movimento, con un certo grado di crudeltà, al tesoriere Francesco Belsito. Figura incredibile per definizione, noto alle cronache per essersi taroccato nell´ordine la patente di guida mai ottenuta, il diploma di perito e ben due lauree fasulle (una a Londra, l´altra a Malta), non che per aver investito l´anno scorso un terzo del rimborso elettorale della Lega (22 milioni di euro) in una fantomatica banca della Tanzania. Uno insomma al cui confronto il Vincenzo Balzamo tesoriere del Psi di Craxi, e morto di crepacuore pochi mesi dopo Mani Pulite, trasfigura nel ricordo in icona risorgimentale.
Ma il mistero più fitto, o se volete la faccia di tolla più resistente, ha un solo nome: Roberto Formigoni. Il dominus assoluto del ventennio lombardo, da Tangentopoli a Tangentopoli 2, il presidentissimo al quarto mandato, è ancora lì, al centesimo scandalo, barricato nella faraonesca e inutile nuova sede, a recitare la scena del palo della banda dell´Ortica. Il campionario di alibi del presidenza allarga ogni volta i confini del ridicolo. Gli arrestano gli assessori nei settori chiave della regione, sanità, urbanistica, ambiente, e lui non sapeva. Si presenta in consiglio regionale per «mettere la mano sul fuoco per Piergianni Prosperini» il giorno stesso in cui il «Prospero» decide di patteggiare coi magistrati. La Minetti? «Chi se l´immaginava? Me l´ha presentata Don Verzè!». Il caso Boni? «Quale caso? Vedremo. La regione è una casa di vetro. Nel caso ci fosse un caso, ci costituiremo parte civile». Non esistono un «sistema Sesto» o un «sistema Lega» o un «sistema bonifiche», ma soltanto un enorme «sistema Formigoni» (o «sistema CL») che sovrasta e alimenta un arcipelago vastissimo e consociativo di interessi, dove nessuno ha interesse a far saltare il banco del Pirellone. Non la maggioranza politica, ma neppure le opposizioni, che infatti o si schierano contro le elezioni anticipate, come l´Udc, o le chiedono molto timidamente, come il Pd. Non Cl, certo, ma neppure le coop rosse. Non gli industriali o le banche, ma nemmeno i sindacati. Il fatto è che se la Tangentopoli di vent´anni fa era comunque qualcosa di razionale, una specie di escrescenza malavitosa di un´economia ancora sana, un «pizzo» carpito nel grasso della crescita produttiva, con la seconda Tangentopoli si è andati molto oltre. Qui il sistema delle tangenti ha creato ex novo un´economia virtuale che non ha alcun collegamento con il mercato e si fonda sul consumo del territorio. In altri termini, cemento, cemento e ancora cemento.
In vent´anni in Lombardia la popolazione è rimasta ferma, ma le aree urbanizzate sono cresciute del 20 per cento. I cantieri nascono come funghi. Regione e comuni concedono licenze per centinaia di milioni di metri cubi, sulla base di stime demografiche che farebbero ridere uno studente del primo anno di Sociologia. Con tutti gli scandali in corso, il comune di Sesto San Giovanni ha appena riavviato la pratica dell´ex area Falck, nell´ipotesi di una crescita della popolazione da 80 a 100 mila nei prossimi dieci anni. Ma Sesto non ha raggiunto i centomila abitanti neppure quando era la Stalingrado d´Italia, con fabbriche che occupavano decine di migliaia di operai. Perché dovrebbe crescere ora che sono tutte chiuse?
Malpensa è l´aeroporto più in crisi d´Europa, perde viaggatori, merci, scali, compagnie, è l´hub di nessuno. La risposta? Il progetto di una terza pista, distruggendo mezzo Parco del Ticino. Un altro esempio, le autostrade. Con la benzina a due euro e l´industria dell´auto al disastro, un investimento geniale. Lo stesso Expo del 2015 è diventato un enigma. Il progetto originario di Stefano Boeri e Carlo Petrini, un Expo leggero ed ecologico, un grande orto permanente dell´agroalimentare, aveva un senso. Il nuovo progetto, l´ennesima fiera tecnologica, nasce vecchio, superato e un po´ ridicolo. Qui girano le tangenti. E i soldi dei risparmiatori che le banche, grandi e piccole, continuano a pompare nei gruppi immobiliari. Basta presentare un progetto qualsiasi. Perfino Danilo Coppola, il furbetto del quartierino finito in galera e poi in coma per tentato suicidio in carcere, condannato a sei anni per bancarotta fraudolenta, ha appena ottenuto dal Banco Popolare un finanziamento di 180 milioni per il progetto di Porta Vittoria. Roma ladrona gli aveva voltato le spalle, ha ricominciato da Milano.
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