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14.11.19

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto

L’acqua alta che ha colpito il capolavoro della Laguna non era impossibile da arrestare. Ma dall’«aqua granda» del 1966 in poi, la priorità di salvare Venezia è finita sempre in secondo piano. E il Mose inerte di fronte alla minaccia di ieri ne è il simbolo: tragico

di Gian Antonio Stella (Corriere)

«Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali...». A vedere l’acqua alta di ieri sera a Venezia pareva davvero di rileggere i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.

Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22:50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 KM orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23:30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno dell’«aqua granda» disastrosa del 1966.

Anche i più previdenti, come Giampietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’Aqua Alta a Venezia», un libro che traboccava di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza delle acque. Al portone di casa aveva montato una robusta paratia che arriva a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

Le foto pubblicate da Corriere.it dicono tutto. Gondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. Vaporetti sollevati da una forza possente e abbandonati di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come gli Gritti completamente allagati coi divani e i tavolini del settecento galleggianti tra le stanze mentre il ritratto di un doge guarda severo appeso alla parete. Decine di vetrine sfondate. Negozi di moda e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con le borse che affogano in un’acqua sporca. Piazza San Marco totalmente sotto, con rari turisti che si muovono prudentemente con gli stivaloni sono così scossi da essere indecisi se fare o non fare la foto ricordo, un po’ offensiva per quelli che stanno cercando di contenere i danni. Negozianti con le mani nei capelli.

Solo la piena del ‘66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene».

Ci pensarono per vent’anni: vent’anni. Il quadruplo del tempo impiegato anni dopo dai cinesi per costruire il Ponte della Baia di Hangzhou. Poi decisero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno».

Due anni dopo, a cavallo fra ottobre e novembre del 1988, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie che sarebbero state immerse nel mare alle bocche di porto per sollevarsi ogni volta che fosse stato necessario nei casi di acqua alta. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: era «il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Ma i tempi? De Michelis era ottimista: l’obiettivo «resta quella del 1995». Certo, precisava con qualche cautela: «Potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Da allora, mentre il Mosé perdeva l’accento afflosciandosi nel Mose, sono trascorsi trentuno anni. Quasi quanti quelli passati dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. Dice il Deuteronomio: «La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento…».

E qual è la situazione? Prendiamo dall’Ansa l’ultima promessa, «elargita» il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. La produzione complessiva svolta nel 2018 dal Consorzio ammonta a 74 milioni di euro. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

Rileggiamo: «fase sperimentale». Quarantadue anni di sperimentazioni. Di polemiche. Di sprechi. Di mazzette. Di inchieste giudiziarie. Di rinvii. Di manette. Di dimissioni. Di commissari. Di buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: pari allo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il Deus ex machina del consorzio che se l’era filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

Otto miliardi di euro, contando anche i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: «Il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. E come siamo messi? Notizia Ansa prima del disastro di questa notte, datata 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose di Venezia, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. Dopo l’allungamento dei tempi per la costruzione, lo scandalo legato alle tangenti, ora un nuovo stop alla fase di test delle paratoie (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco. La ragione è dovuta al riscontro, avvenuto durante i sollevamenti parziali delle dighe mobili, il 21 e 24 ottobre scorso, di alcune vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Un comportamento che ha indotto i tecnici del Consorzio allo stop, in attesa di verifiche dettagliate e di interventi di soluzione del problema». E intanto Venezia è andato di nuovo sotto. Col terrore che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»…

23.5.14

Il “Compagno F”. La mai finita Tangentopoli pavese

di Giovanni Giovannetti (direfarebaciare)

Nella classifica delle peggio città settentrionali per qualità della vita, prima di Pavia c’è solo Imperia, il feudo degli Scajola (l’ex ministro Claudio detto “Sciaboletta” e l’ex sindaco Alessandro, suo fratello).
Del resto, la città lombarda – «sindaco italiano più amato» a parte – non pare incline ai primati; sicché figura seconda dopo Padova anche nella classifica italiana delle città più inquinate. E non tragga in inganno quel quinto posto mondiale (prima città italiana) nello sniffo pro capite di coca; o quell’altro primato con cui si pavoneggia – prima assoluta per spesa pro capite nel gioco d’azzardo – poiché certe classifiche trovano il tempo che trovano.
Eterna seconda. Tuttavia, a dare buona stampa alla città delle eccellenze sanitarie concorre ormai da tempo l’ardimentoso operato di taluni pavesi: chirurghi «crudeli» come Pier Paolo Brega Massone, condannato all’ergastolo per aver volontariamente procurato la morte di 4 pazienti e lesioni gravi ad altri quaranta; oculisti come Aldo Fronterrè, agli arresti dopo aver decretato semicieco un sanguinario killer di Camorra dalla mira infallibile; odontoiatri come Carlo Chiriaco, condannato in primo grado a 13 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fuori da ospedali e cliniche, nel salotto buono di piazza Vittoria si incrociavano tributaristi come il calabrese Pino Neri, capo reggente della ‘Ndrangheta lombarda e “grande elettore” del «sindaco più amato d’Italia» (condannato in primo grado a 18 anni di reclusione) e politici tutti d’un prezzo come il dirimpettaio Ettore Filippi, l’ex vicesindaco sodale di Neri e del «sindaco più amato d’Italia», arrestato per alcuni pubblici favori a privati cementificatori di cui era a libro paga (insomma, corruzione).
Sarà per caso, ma non c’è inchiesta di un certo qual rilievo nazionale che non abbia fascicoli aperti su Pavia e dintorni, a partire dall’indagine antindrangheta Infinito (oltre a Neri e Chiriaco, manette e condanna anche per il capolocale Franco Bertucca) e a finire con la retata di Expo2015: arresto per Enrico Maltauro (proprietario dell’area Chatillon alle porte di Pavia) e indagine aperta su Daniela Troiano, direttore generale dell’azienda ospedaliera pavese.

Le trinità

Expo2015. Una “trinità” composta dal postcomunista Primo Greganti, da Sergio Cattozzo dell’Udc e dal postdemocristo Gianstefano Frigerio è sorpresa dall’antimafia nel gestire intrallazzi, spartire favoritismi e incassare tangenti. Un copione ben noto a Pavia.
Un passo indietro e siamo al 26 marzo 1992: in riva al Ticino vengono arrestati il democristiano Giuseppe Girani e il comunista Giuseppe Inzaghi, membri del Cda dell’ospedale San Matteo; il primo detiene la delega al patrimonio, il secondo all’edilizia. Sono al vertice di una «cupola» che lucra sugli appalti al San Matteo, «una congrega di politici e amministratori – come scrive il 5 luglio 2010 il direttore della “Provincia pavese” Sergio Baraldi – che avevano trasformato reparti e lavori che servivano per ampliare l’ospedale, in un losco giro di tangenti». Baraldi rincara poi la dose: «Ci accorgiamo che una vera e propria associazione a delinquere, invece di fare politica al servizio dei cittadini, si preoccupava di dirigere i propri affari, di occupare le istituzioni per spremere denaro ed accrescere il suo potere». Associazione a delinquere? Il 4 giugno vengono incarcerati altri membri del Cda: il socialista Luigi Panigazzi, il comunista Armelino Milani (morto nel 1994) e il democristiano Albini. Come spiegherà Panigazzi, «le bustarelle, erano un sistema, non si poteva fare diversamente…»
Così la Ivces costruzioni di Vigevano otterrà l’appalto del valore di 15 miliardi in lire per la nuova Ematologia, versando 350 milioni in tangenti; la Castagnetti (impianti di condizionamento) esborserà 108 milioni – il 10 per cento – «per non essere estromessa dalla gara»; la Bull Honeywell donerà alla “cupola” 50 milioni in contanti per ottenere l’appalto dell’informatizzazione del Policlinico. Cifre minori saranno versate dalla Sorin (valvole cardiache), dalla Florenzia (settore costruzioni) e dalla Siemens (multinazionale delle apparecchiature elettromedicali).
Ma la madre di tutte le tangenti (560 milioni in comode rate da 100 milioni brevimano, più o meno equamente divisi tra Dc, Psi e Pci-Pds) è quella versata per la costruzione dei Reparti speciali, il cosiddetto “palazzone”: appalto affidato alla Cogefar-Impresit (gruppo Fiat) per 2 miliardi e 842 milioni di lire. L’impresa infine verrà a costare oltre 45 miliardi.
Così la raccontano Fabrizio Guerrini e Filiberto Mayda in Mala Pavia scritto “a caldo” nel 1992: «Nel 1990, con la gestione di Trespi [Virginio Trespi, democristiano, presidente del Cda del San Matteo], viene presentata la perizia di completamento; 28 miliardi e 253 milioni ed il Consiglio di amministrazione ne approva la delibera. [...] Il progetto Cogefar-Impresit è del tipo “chiavi in mano”, un appalto-concorso, visto e rivisto da apposite commissioni tecnico-scientifiche ed elaborato secondo le norme Cee sulla trasparenza. Tant’è che, in tangenti, costerà oltre mezzo miliardo».
Un anno prima, il 3 febbraio 1991 al congresso di Rimini, il Partito comunista era confluito nel Partito democratico della sinistra (Pds). L’ex sindaco di Vigevano Luigi Bertone ne è il segretario provinciale. Due giorni dopo l’arresto di Inzaghi e Girani, al quotidiano locale Bertone dichiara che, di fronte a una storia così grave, andava fatta giustizia, invitando a «ricostruire nuove regole» perché l’accaduto non poteva essere liquidato «come un semplice incidente». Il democristiano Girani si mantiene zitto e cheto (vuoterà il sacco solo due mesi dopo) anche se lì per lì si assume ogni responsabilità contabile in quanto amministratore del partito, offrendo così più di un paracadute al segretario provinciale Luigino Maggi.
Più loquace un frastornato nonché “pentito” Inzaghi. Per le mazzette al Policlinico accusa Girani di essere stato «il referente della Democrazia cristiana e di tutti i partiti» dando addosso altresì al suo segretario politico: «Avevo ricevuto l’incarico di seguire l’attività di Girani e di informare lo stesso Bertone del progredire di tutte le pratiche che avrebbero avuto un ritorno economico per il mio partito [...] Bertone svolgeva il ruolo di collettore del denaro destinato a finanziare il Pds [...] lo stesso Bertone disse a me e a Milani che il referente per ricevere il denaro delle tangenti del Policlinico era, per il Pds come per la Dc e il Psi, Giuseppe Girani. [...] In più occasioni Girani si è recato presso la federazione Pci/Pds, rivolgendosi direttamente a Bertone, sia per consegnare denaro sia per discutere di problemi in generale».
Di fronte al pm Vincenzo Calia, Inzaghi aggiunge che la tangente pagata dalla Ivces venne subito consegnata «direttamente a Bertone». E ancora: dal segretario provinciale della Quercia «mi fu chiesto se, nell’ambito dei programmi di edilizia ospedaliera del San Matteo, era possibile affidare alcuni lavori a CoopSette, che era stata indicata a Bertone dagli organi regionali del partito». Secondo Inzaghi, «Bertone si era particolarmente impegnato nel risolvere il problema dei ritardi nel rilascio delle concessioni edilizie per la realizzazione della nuova Ematologia».
Nell’aprile 1990 Bertone era assessore comunale pavese all’Urbanistica. C’era da ristrutturare l’ex padiglione “contagiosi” – l’attuale clinica di Ematologia – da parte della Ivces per un importo indicato in tre miliardi di lire (infine se ne spenderanno tredici!) e il presidente Trespi chiede al Comune l’aumento dell’indice di utilizzazione fondiaria, in deroga al Piano regolatore. L’approvazione, nel febbraio 1991, «consentirà al San Matteo di edificare su 17.000 metri quadrati fuori dalle regole del Piano regolatore», come sottolineano gli autori di Mala Pavia.
Il 4 giugno 1992 Bertone si ritrova in carcere insieme a democristiani, socialisti e altri comunisti, accusato di corruzione, concussione e associazione a delinquere. Lo denuncia anche Girani: «Ho portato io a Bertone una quota dei 100 milioni della Ivces (20 milioni in contanti). In quell’occasione dissi a Bertone che per i successivi versamenti avrebbe dovuto pensarci direttamente Inzaghi, che nel frattempo mi era stato indicato da Bertone come colui al quale avrei dovuto consegnare i soldi per il Pci».
Nonostante le ricostruzioni circostanziate, Bertone si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda, così come Armelino Milani.
Tuttavia, nel marzo 1993 lui e Girani sono di nuovo agli arresti domiciliari. Bertone è accusato di tentata concussione: una mazzetta di 200 milioni – e altre concordate ma non consegnate – per l’affare mai realizzato del teleriscaldamento in città (dopo Tangentopoli, nel 1992 saltò tutto), metà della cifra sarà intascata dal Pci. L’indagine si concluse con l’arresto dell’assessore regionale Giancarlo Magenta (Psi), del consigliere comunale Roberto Portolan (Psi) e dell’ex assessore comunale pavese ai Lavori pubblici Giovanni Grieco (Dc).
Tutti assolti. Bertone lo troveremo nuovamente inquisito, ancora nel 1993, per un appalto truccato al Bosco Negri, e infine condannato a 1 anno e 4 mesi per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, dopo aver patteggiato per un giro di bustarelle volto a favorire l’edificazione di un parcheggio lungo il Ticino. Patteggiarono anche altri inquisiti: il consigliere comunale Renzo Cavioni (Psi, 8 mesi); e gli imprenditori Danilo Brera, Pietro Pecora, Vittorio Pacchiarotti e Augusto Graziadei, tutti e quattro condannati a 1 anno e 3 mesi.
Dall’inchiesta milanese di “Mani Pulite” il Pds emerge con meno graffi di altri: il partito – scrive l’ex cronista di giudiziaria de “l’Unità” Marco Brando – non aveva partecipato in modo diffuso e organico alla spartizione delle tangenti: «Ma uscì pure che non ne aveva bisogno, perché la Lega della cooperative otteneva una quota di appalti concordata e poi finanziava – diciamo legalmente – il Pci-Pds. Solo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta gli altri partiti, prima beneficiari di soldi attraverso l’incasso di soldi provenienti da tangenti vere e proprie versate dalle aziende vincitrici di appalti pubblici, cominciarono col chiedere» a Milano come a Pavia «che anche il Pci-Pds seguisse la stessa trafila. Così si passò dal finanziamento formalmente legale attraverso le coop all’unico calderone di mazzette in cui anche una parte dell’ex partito comunista dovette attingere».
La stagione pavese di “Mani pulite” cade grossomodo negli anni in cui in Procura operano magistrati di valore come Vincenzo Calia (dal maggio 2002 è a Genova; nel 2008 è nominato procuratore aggiunto) o come il futuro presidente della sezione penale presso il Tribunale pavese Cesare Beretta.
Beretta si spinge persino ad inquisire “intoccabili” come Gian Carlo Abelli detto “il faraone”, il ras della sanità in Lombardia. Era il 13 febbraio 1985 quando il “faraone” venne arrestato – insieme a Dino Landini e al cognato Claudio Gariboldi – con l’accusa di peculato e concorso in truffa. Gariboldi è il fratello di Rosanna, l’ex assessore provinciale pavese e moglie di Abelli balzata nel 2009 agli onori delle cronache per alcuni movimenti in denaro “sporco” dell’amico e sodale ciellino Giuseppe Grossi presso un conto cifrato (17964 A) alla banca J. Safra di Montecarlo condiviso con il marito.
1985, altri tempi? A Tangentopoli mancano sette anni e c’è ancora la Democrazia cristiana, il partito per il quale si industriava l’allora apprendista “faraone”. Tra gli arrestati figurano il “compagno G” Primo Greganti e Gianstefano Frigerio.
1985. A Expo2015 di anni ne mancano trenta: di nuovo arrestati Frigerio e il “compagno G”.
Il costruttore Grossi, ormai deceduto, lo ricordiamo in affari con Mario Resca (erano anche proprietari dell’ex zuccherificio di Casei Gerola in Oltrepo), l’imprenditore vicinissimo a Paolo e Silvio Berlusconi, nonché direttore generale del Ministero dei Beni culturali e vicepresidente della Sesto Immobiliare (la società di Davide Brizzi che nel 2008 – in cordata con il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna, Bancaintesa, Unicredit, un Fondo coreano e uno americano – ha acquistato da Luigi Zunino l’area Falk di Sesto San Giovanni), al centro dello scandalo mazzette che ha visto coinvolto anche l’ex sindaco e presidente della Provincia di Milano Filippo Penati (Pd), candidato governatore per il centrosinistra alle elezioni regionali lombarde nel 2010.

La casta ci costa

A “sinistra”, la moralità della casta ci è oggi restituita da personaggi quali Penati (Partito democratico, ex presidente della Provincia, ex responsabile della segreteria politica di Bersani, già candidato nel 2010 alla presidenza della Regione Lombardia), a giudizio per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti. La storia è nota: quando era sindaco di Sesto San Giovanni, per la modifica del Prg cittadino (l’inserimento di alcune autorizzazioni edilizie volte a favorire speculazioni sull’ex area Falk e sull’ex Magneti Marelli), Penati avrebbe preteso da Giuseppe Pasini mazzette per 20 miliardi delle vecchie lire, di cui “solo” 5 miliardi e 750 milioni sarebbero stati infine versati, tra contanti consegnati a mano e la permuta di terreni dal diverso valore.
Secondo la procura di Monza, i soldi sarebbero serviti a finanziare l’attività degli allora Democratici di sinistra.
Una brutta storia, non diversa da un’altra, meno nota: quando era presidente della Provincia di Milano, nel 2005 Penati comprò dal defunto Marcellino Gavio il 15 per cento delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle. Così la racconta Marco Travaglio: «preceduto da una serie di telefonate di Pierluigi Bersani, Penati gli ha garantito una ricca buonuscita, strapagandogli le azioni. Una plusvalenza di 175 milioni di euro, di poco successiva all’ingresso di Gavio nelle scalate di Gian Piero Fiorani [il capocordata dei "furbetti", in manette nel 2005] all’Antonveneta e di Consorte – & furbetti al seguito – alla Bnl». Delle azioni Milano-Serravalle, il compianto Gavio ne parla in alcune intercettazioni telefoniche: «sto facendo un pensierino sottovoce a vendere tutto per 4 euro». Dopo l’intervento di Bersani, Penati compra con il pubblico denaro le azioni di Gavio a 8,83 euro per azione.
Per un decennio Bruno Binasco è stato amministratore delegato del gruppo Gavio e braccio destro dell’imprenditore (fra l’altro Gavio è primo azionista di Impregilo, il principale gruppo italiano di costruzioni). A lui danno il benservito del luglio 2013.
Binasco lo ricordiamo agli arresti nel 1993 per una mazzetta di 150 milioni a Primo Greganti, il “compagno G” coinvolto in Tangentopoli, l’omertoso funzionario postcomunista infine condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere per il finanziamento illecito del suo partito. Nel 2008 Binasco si era impegnato ad acquistare un immobile da Pietro Di Caterina, titolare della Caronte srl, un imprenditore che vantava cospicui crediti nei confronti di Penati, soldi che l’ex presidente della Provincia aveva promesso di restituire. Una clausola del preliminare di compravendita tra Binasco e Di Caterina stabiliva la generosissima caparra di 2 milioni qualora l’uomo di Gavio non fosse passato all’acquisto entro il 2010. Inutile sottolineare che le cose sono andate proprio così, a conforto di chi sospetta che la somma fosse in onore del dovuto “Democratico” a Di Caterina.

Il “Compagno F”

E Pavia? In città molti ancora ricordano l’operato di Stefano Francesca, funzionario genovese in quota Bersani. Si faceva chiamare «dottore» ma non era laureato. Passava per giornalista ma non era iscritto all’Ordine. Come informava la sua nota biografica, «dal 1998 è socio fondatore della cooperativa Mandragola» di Grugliasco presso Torino, una associazione di giornalisti nata nel 1992. Diceva di essere tra i primi membri della genovese Fondazione De Andrè, insieme a Dori Ghezzi e ai figli; ma nella pagina web della Fondazione, dove sono pubblicate la storia e lo Statuto, il suo nome non compare. Pare che Battisti gli avesse dedicato una canzone. Non è Francesca ma Confusione.
Il “Compagno F” emulo del “Compagno G”? Chi può dirlo. Certo è che i pubblici fondi della prima edizione del Festival dei Saperi – congegnato dal Francesca e fiore all’occhiello dell’amministrazione di centrosinistra Capitelli (oltre un milione di euro per cinque giorni di conferenze: quattro volte più del necessario) – andarono a ingrossare le tasche di alcune aziende d’area, di amici di amici e di Francesca, rispedito a Genova e subito incarcerato nel maggio 2008, a conclusione dell’inchiesta su Mensopoli, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta: in alcune intercettazioni, il “Compagno F” parla di fatture fittizie a Gino Mamone – imprenditore in presunto odore di mafia indagato nel 2005 dalla procura di Alessandria per la bonifica illegale delle aree Ip di La Spezia e dell’ex Shell di Fegino presso Genova – da parte della Wam&co di Francesca, fatture necessarie a coprire tangenti (nell’aprile 2010 patteggerà un anno e mezzo di pena). Sono gli stessi “amici” che un anno prima avevano suggerito idee e lavorato “gratuitamente” e nell’ombra alla privatissima campagna elettorale del futuro sindaco. Una volta eletta, Capitelli ha finalmente saldato i sospesi, usando però i soldi dei contribuenti, e cioè una parte rilevante del pubblico denaro speso impunemente per la prima edizione del Festival.
Secondo recenti calcoli, ad ogni italiano la corruzione costa circa mille euro annuali: 60 miliardi tondi, neonati inclusi. Alcuni assessori di quella triste stagione sono oggi nuovamente candidati. È forse questa l’improrogabile alternativa politica e morale al centrodestra dei Cattaneo, dei Labate, dei Gimigliano, dei Greco, dei Bobbio Pallavicini e altri amici degli amici?

9.11.13

Quei devoti alla dea tangente che ogni anno rubano 60 miliardi

«Meno male che papa Francesco c’è», scrive Pino1947 guadagnandosi il primo posto tra i commenti più votati di Corriere.it. Meno male sì, perché la lotta ai «devoti della dea tangente», come li chiama il Papa, non pare in cima ai pensieri del mondo politico.

Nonostante i corrotti rubino al Paese, dice la Corte dei Conti, almeno 60 miliardi l’anno. Dodici volte l’Imu sulla prima casa.
Non è la prima volta che Jorge Mario Bergoglio va giù duro sulle bustarelle. Quand’era a Buenos Aires si scagliò contro il fenomeno con parole di fuoco, raccolte poi in un libro pubblicato dalla Emi (Editrice missionaria italiana) sotto il titolo «Guarire dalla corruzione». La sintesi è questa: «Il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata». Di più: «La corruzione puzza. Odora di putrefazione»

Lo dicessero altri, immaginiamo la replica: «Uffa, il solito moralismo!» La stessa insofferenza che da anni colpisce chi, come don Luigi Ciotti, combatte con Libera una guerra frontale al sistema delle tangenti nella convinzione che «la corruzione è più grave del semplice peccato perché è un peccato sociale. Un male che si esercita non solo contro l’altro ma attraverso gli altri. Il corruttore ha sempre bisogno di un corrotto».
Non è solo una questione etica. Come spiegava tempo fa il Procuratore generale della Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, «in tempi di crisi come quelli attuali» il peso delle tangenti è tale «da far più che ragionevolmente temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico del Paese» perfino oltre le stime «del servizio Anticorruzione e Trasparenza del ministero della Funzione pubblica, nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno costituenti una vera e propria tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini».
Una tesi ribadita dal successore Salvatore Nottola, secondo il quale le bustarelle fanno impennare del 40% il costo delle grandi opere. Un’affermazione raccolta dalla Cgia di Mestre che, partendo dai 233,9 miliardi di euro del programma delle infrastrutture strategiche 2013-2015, redatto dal governo Monti, ha calcolato che su questi lavori le tangenti peserebbero per 93 miliardi di euro in più. L’equivalente di quasi 6 punti di Pil. Gravando su ogni cittadino italiano per 1.543 euro».
Allora ti chiedi: come è possibile che i cittadini, così sensibili (giustamente) ai rincari di 50 o 100 euro sulle bollette della luce o del gas possono rassegnarsi a un prelievo medio di cinquemila euro l’anno a famiglia? Com’è possibile che non si rivoltino se lo studio «Eurobarometer 2011», presentato nell’autunno 2012, ha accertato che nell’arco dell’anno precedente 12 italiani su 100, quasi uno su otto, si erano sentiti rivolgere «almeno una richiesta, più o meno velata, di tangenti»?
Gian Antonio Stella (Corriere)

I numeri di «Transparency», l’organismo internazionale che misura la percezione della corruzione nei vari Paesi, del resto, dicono tutto. Nel 1995, mentre entravano nel vivo i processi di Tangentopoli quando l’Italia intera era impazzita per il pool di Mani Pulite e il settimanale Cuore rideva della catena di arresti giocando a tutta pagina sulla pubblicità Alpitour («No San Vitùr? Ahi ahi ahi…»), eravamo al 33º posto nella classifica dei Paesi virtuosi. Dieci anni dopo, come se l’onda moralizzatrice non fosse mai avvenuta, al 40º. Nel 2008 al 55º. Nel 2009 al 63º. E via via abbiamo continuato a scendere fino all’umiliante 72ª posizione del 2012. Quando ci siamo ritrovati un posto sotto la Bosnia Erzegovina e addirittura otto sotto il Ghana.
Uno scivolone mortificante. Sulla scia dei numeri sconcertanti forniti nel 2008 dall’Alto commissariato per la lotta alla corruzione. Dove le tabelle, su dati ufficiali del ministero della Giustizia, dimostravano dal 1996 al 2006 una catastrofica sconfitta: da 608 a 210 condanne per peculato. Da 1159 a 186 per corruzione. Da 555 a 53 per concussione. Da 1305 a 45 per abuso d’ufficio. Un tracollo. Ancora più grave in alcune situazioni locali. Da 421 a 38 condanne per corruzione in Lombardia, da 123 a 3 in Sicilia…
Non bastasse, uno studio di Pier Camillo Davigo e Grazia Mannozzi dimostra che anche i pochissimi che sono stati condannati per corruzione se la sono cavata con un buffetto: il 98% con meno di due anni di carcere. Ovviamente condonati. Una percentuale che grida vendetta e dimostra l’abisso che ci separa ad esempio dall’America. Il deputato californiano Randy «Duke» Cunningham, ha avuto per corruzione (anche se era un eroe dell’aviazione al centro del film «Top Gun») otto anni di galera. Il governatore dell’Illinois George Ryan, candidato al Nobel della pace per la sua avversione alla pena di morte, sei e mezzo. Il suo successore Rod Blagojevich, che cercò di vendersi il seggio di senatore lasciato libero a Chicago da Barack Obama, addirittura quattordici. Uscirà, se avrà tenuto una buona condotta, nel 2024.
È un peso enorme, quello delle mazzette. Perfino al di là dell’aspetto morale. Lo testimonia un dossier di Confindustria del 2012 che spiega come gli investimenti esteri in Italia siano precipitati dal 2% del totale spalmato su tutto il pianeta nel periodo 2000-2004 a un misero 1,2% negli anni 2007-2011. Quasi un dimezzamento. Una sconfitta storica. Ancora più grave nel Mezzogiorno. Spiega infatti quel dossier che di tutti i soldi stranieri arrivati nel nostro Paese quelli investiti in Campania sono stati l’1%, in Puglia lo 0,8%, in Sardegna lo 0,6%, in Sicilia lo 0,4%, in Calabria lo 0,2 e in Basilicata lo 0,1…
Risultato finale: tutto il Sud messo insieme, compreso l’Abruzzo (2,2%) e il Molise (zero!) non ha raccolto che il 5,3%. Sarà una coincidenza se, nel grafico dell’Istituto di ricerca «Quality of Government Institute» del 2010 le nostre regioni sono considerate, tra 172 regioni europee, tra le più corrotte?

8.3.12

La nuova banda dell´Ortica

di CURZIO MALTESE (La Repubblica)

L´immagine della Milano ladrona, sorridente e impunita, ha fatto il giro d´Italia. È l´istantanea dell´ufficio di presidenza della regione Lombardia, con 4 componenti su 5 indagati.

O arrestati per malaffare. Per la par condicio due del Pdl, Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni, uno del Pd, Filippo Penati, e l´ultimo della Lega, Davide Boni. Mettici pure quattro ex assessori di Formigoni al centro di altrettanti scandali, i già citati Nicoli Cristiani e Ponzoni, più Guido Bombarda e l´ineffabile Piergianni Prosperini. Infine otto consiglieri lombardi sotto inchiesta per una gamma di reati che spazia dalla corruzione alla truffa al favoreggiamento di prostituzione, nel caso di Nicole Minetti. E ti domandi: ma come può una delle regioni più ricche e civili d´Europa a sopportare questa vergogna?
Una tale montagna di scandali non s´era mai vista in Italia, se non nel consiglio regionale della Calabria, che le commissioni antimafia dipingono come il braccio politico della ‘ndrangheta. Ma qui non siamo nella terra di Cetto Laqualunque. Siamo nella capitale del laborioso Nord che sfida la recessione, nella culla del montismo come nuovo costume amministrativo, europeista, poliglotta, competente, rigoroso e un tantino moralista. E allora non ti spieghi la calma piatta, l´indolenza «terrona» con cui la grande Milano accoglie le storiacce della nuova Tangentopoli, vent´anni dopo. Queste tangentone a botte di 300 mila euro in contanti, che sarebbero finite nella tasche del ras lombardo della Lega, Davide Boni, fanno impallidire la madre di tutte le mazzette, i 37 milioncini di lire che il 17 febbraio del 1992 Mario Chiesa cercò di affogare nel cesso dell´ufficio, mentre i carabinieri bussavano alle porte del Pio Albergo Trivulzio. Sorprende la faccia di tolla dei dirigenti leghisti, da Umberto Bossi in giù, che una settimana fa chiedevano la testa di Formigoni «perché non si può andare avanti con un arresto al giorno» e oggi, pizzicato uno dei loro, urlano al complotto politico e affidano la difesa del buon nome del movimento, con un certo grado di crudeltà, al tesoriere Francesco Belsito. Figura incredibile per definizione, noto alle cronache per essersi taroccato nell´ordine la patente di guida mai ottenuta, il diploma di perito e ben due lauree fasulle (una a Londra, l´altra a Malta), non che per aver investito l´anno scorso un terzo del rimborso elettorale della Lega (22 milioni di euro) in una fantomatica banca della Tanzania. Uno insomma al cui confronto il Vincenzo Balzamo tesoriere del Psi di Craxi, e morto di crepacuore pochi mesi dopo Mani Pulite, trasfigura nel ricordo in icona risorgimentale.
Ma il mistero più fitto, o se volete la faccia di tolla più resistente, ha un solo nome: Roberto Formigoni. Il dominus assoluto del ventennio lombardo, da Tangentopoli a Tangentopoli 2, il presidentissimo al quarto mandato, è ancora lì, al centesimo scandalo, barricato nella faraonesca e inutile nuova sede, a recitare la scena del palo della banda dell´Ortica. Il campionario di alibi del presidenza allarga ogni volta i confini del ridicolo. Gli arrestano gli assessori nei settori chiave della regione, sanità, urbanistica, ambiente, e lui non sapeva. Si presenta in consiglio regionale per «mettere la mano sul fuoco per Piergianni Prosperini» il giorno stesso in cui il «Prospero» decide di patteggiare coi magistrati. La Minetti? «Chi se l´immaginava? Me l´ha presentata Don Verzè!». Il caso Boni? «Quale caso? Vedremo. La regione è una casa di vetro. Nel caso ci fosse un caso, ci costituiremo parte civile». Non esistono un «sistema Sesto» o un «sistema Lega» o un «sistema bonifiche», ma soltanto un enorme «sistema Formigoni» (o «sistema CL») che sovrasta e alimenta un arcipelago vastissimo e consociativo di interessi, dove nessuno ha interesse a far saltare il banco del Pirellone. Non la maggioranza politica, ma neppure le opposizioni, che infatti o si schierano contro le elezioni anticipate, come l´Udc, o le chiedono molto timidamente, come il Pd. Non Cl, certo, ma neppure le coop rosse. Non gli industriali o le banche, ma nemmeno i sindacati. Il fatto è che se la Tangentopoli di vent´anni fa era comunque qualcosa di razionale, una specie di escrescenza malavitosa di un´economia ancora sana, un «pizzo» carpito nel grasso della crescita produttiva, con la seconda Tangentopoli si è andati molto oltre. Qui il sistema delle tangenti ha creato ex novo un´economia virtuale che non ha alcun collegamento con il mercato e si fonda sul consumo del territorio. In altri termini, cemento, cemento e ancora cemento.
In vent´anni in Lombardia la popolazione è rimasta ferma, ma le aree urbanizzate sono cresciute del 20 per cento. I cantieri nascono come funghi. Regione e comuni concedono licenze per centinaia di milioni di metri cubi, sulla base di stime demografiche che farebbero ridere uno studente del primo anno di Sociologia. Con tutti gli scandali in corso, il comune di Sesto San Giovanni ha appena riavviato la pratica dell´ex area Falck, nell´ipotesi di una crescita della popolazione da 80 a 100 mila nei prossimi dieci anni. Ma Sesto non ha raggiunto i centomila abitanti neppure quando era la Stalingrado d´Italia, con fabbriche che occupavano decine di migliaia di operai. Perché dovrebbe crescere ora che sono tutte chiuse?
Malpensa è l´aeroporto più in crisi d´Europa, perde viaggatori, merci, scali, compagnie, è l´hub di nessuno. La risposta? Il progetto di una terza pista, distruggendo mezzo Parco del Ticino. Un altro esempio, le autostrade. Con la benzina a due euro e l´industria dell´auto al disastro, un investimento geniale. Lo stesso Expo del 2015 è diventato un enigma. Il progetto originario di Stefano Boeri e Carlo Petrini, un Expo leggero ed ecologico, un grande orto permanente dell´agroalimentare, aveva un senso. Il nuovo progetto, l´ennesima fiera tecnologica, nasce vecchio, superato e un po´ ridicolo. Qui girano le tangenti. E i soldi dei risparmiatori che le banche, grandi e piccole, continuano a pompare nei gruppi immobiliari. Basta presentare un progetto qualsiasi. Perfino Danilo Coppola, il furbetto del quartierino finito in galera e poi in coma per tentato suicidio in carcere, condannato a sei anni per bancarotta fraudolenta, ha appena ottenuto dal Banco Popolare un finanziamento di 180 milioni per il progetto di Porta Vittoria. Roma ladrona gli aveva voltato le spalle, ha ricominciato da Milano.