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6.2.15

Draghi fa ballare Grecia e Merkel

di Paul Krugman (La Repubblica)

NELLA drammatica vicenda della Grecia le cose si fanno quasi folli.
In pratica, la Bce non accetterà più in garanzia i titoli del debito pubblico di Atene. La reazione iniziale all’annuncio da parte di alcuni osservatori è che questa è la fine e che la Bce di fatto sta staccando arbitrariamente e bruscamente la spina. Ancor prima che avessi modo di approfondire i particolari, però, ho intuito che non deve essere così. Di Mario Draghi si possono dire molte cose: che forse non riuscirà a salvare l’euro, e che forse commetterà qualche errore madornale. Ma ottusità e durezza no, non rientrano nel suo stile. Certo, stiamo parlando di una decisione che implica molto più di quanto abbiano suggerito i primi titoloni. Le banche greche non fanno più molto ricorso a questo canale di finanziamento, che non necessariamente le mantiene a galla. Tramite la loro banca centrale, le banche greche potranno continuare a chiedere prestiti indirettamente. Di conseguenza, non si tratta di un evento in grado di innescare una crisi.
Qual è il punto, allora? Si tratta di un atteggiamento. Di un segnale. Ma lanciato a chi? E a quale scopo?
Forse si tratta di uno sforzo mirante a spingere i greci a raggiungere un accordo, ma secondo me — e la mia è una semplice supposizione — tutto ciò di fatto è rivolto ai tedeschi.
Da un lato, la Bce sta facendo la voce forte, così da togliere un po’ i tedeschi dal groppone dei greci. Dall’altro, si tratta di un vero e proprio segnale d’allarme: “Cara Cancelliera Merkel, ormai siamo tanto vicini a un crac delle banche e all’uscita di Atene dall’euro. Sei sicura, davvero sicura, di voler proseguire lungo questa strada? Davvero davvero?”. È un colpo d’avvertimento a tutti, affinché capiscano che cosa accadrà in seguito. Draghi sa quello che sta facendo? No, ovviamente. Nessuno, in simili circostanze sa esattamente che cosa sta facendo, perché siamo in un caos strutturale. In ogni caso, non facciamoci prendere dal panico. Non ancora.

27.8.13

I debiti della Germania e l’austerità della Merkel

di Luciano Gallino, da Repubblica

L'intervista concessa giorni fa dalla Cancelliera Merkel alla Frankfurter Allgemeine, apparsa anche su Repubblica, si presenta con due facce. La prima è quella di un manifesto elettorale, in vista della tornata di settembre. Angela Merkel è nota per saper interpretare come pochi altri politici le idee e gli umori del cittadino medio del suo paese.

Che si possono così compendiare: noi lavoriamo sodo, sappiamo fare il nostro mestiere e amministriamo con cura il denaro pubblico e privato; quasi tutti gli altri, nella Ue, lavorano poco, sono degli incapaci e vivono al di sopra dei loro mezzi. La seconda faccia dell'intervista è una calorosa difesa delle politiche di austerità e delle riforme che la Cancelliera ha imposto ai Paesi Ue affinché risanino i bilanci pubblici e riducano i debiti. Ogni personaggio politico sceglie le strategie comunicative che crede ed è probabile che quelle di Angela Merkel le assicurino il terzo mandato consecutivo. Su di esse non c'è quindi nulla da dire. Ma la difesa strenua dell'austerità e il messaggio implicito nell'intervista "i Paesi Ue sono pieni di debiti e noi no, per cui ci tocca insegnargli come si fa ad uscirne" meritano qualche osservazione.

La prima è che la Germania, se si guarda alla sua storia, non ha nessun titolo per impartire lezioni in tema di debiti. Un paio di anni fa un docente tedesco di storia economica, Albrecht Ritschl, ebbe a definire la Germania, in un'intervista a "Spiegel Online", il debitore più inadempiente del XX secolo. La Germania di Weimar aveva contratto tra il 1924 e il 1929 grossi debiti con gli Stati Uniti per pagare le riparazioni dellaI Guerra mondiale. La crisi economica del 1931 consentì al paese debitore di azzerarli, con un danno enorme per gli Usa. La Germania di Hitler smise semplicemente di pagare le riparazioni, sebbene esse fossero state drasticamente ridotte a confronto dell'entità punitiva indicata dal trattato di Versailles del 1919. Per parte sua il nuovo stato federale ha pagato somme minime per i danni provocati dalla Germania nella II Guerra mondiale, grazie anche al benvolere degli americani che gradivano si rafforzasse per fare da argine all'Urss.

Ma soprattutto non ha pagato quasi nulla per restituire ai Paesi europei occupati tra il 1940 e il 1944 le ingenti risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato a forza da essi. Lo stesso professor Ritschl ha stimato, in un articolo presentato nel 2012 alla 40a Conferenza di Scienze Economiche, che in moneta attuale codesto debito verso l'estero ammonterebbe a 2,2-2,3 trilioni di euro, equivalente all'incirca a un anno intero di Pil della Germania attuale. Avesse dovuto restituire anche soltanto un trilione ai Paesi spogliati dai nazisti, la nuova Germania avrebbe dovuto sborsare decine di miliardi l'anno per parecchi decenni.

A parte l'oblio del pessimo record della Germania come debitore, la orgogliosa difesa delle virtù dell'austerità che Angela Merkel fa nella sua intervista male si accorda con le cifre. Secondo dati Eurostat nei Paesi Ue si contano oggi oltre 25 milioni di disoccupati e 120 milioni di persone a rischio povertà per varie cause: reddito basso anche quando lavorano, gravi deprivazioni materiali, appartenenza a famiglie i cui membri riescono a lavorare soltanto poche ore la settimana. La scarsità di impieghi, i tagli alla spesa sociale e all'occupazione nel settore pubblico hanno ridotto male anche le classi medie dei Paesi Ue.

Neanche i lavoratori tedeschi se la passano bene. I "minijobbers", coloro che debbono accontentarsi dei contratti da 450 euro al mese sgravati da tasse e contributi sociali, sono in forte aumento e si aggirano oramai su 8 milioni, circa un quinto delle forze di lavoro. Tra le cause di tutto ciò va annoverata la crisi, certo. Ma la crisi è iniziata sei anni fa. La recessione che ha provocato avrebbe dovuto essere combattuta in modo rapido e deciso con un aumento mirato della spesa pubblica,ei governi europei avevano il sacrosanto dovere di farlo dopo che avevano salvato le banche private a colpi di trilioni di denaro pubblico. Tuttavia sotto la sferza del governo tedesco essi adottarono la più dissennata delle politiche concepibili dinanzi a una recessione: la contrazione della spesa. Perfino gli economisti del Fmi, per decenni fautori dei più duri aggiustamenti strutturali, sono arrivatia scrivere che l'austerità nella Ue ha prodotto risultati negativi. È rimasta la signora Merkel a vantarne i benefici.

La stessa Cancelliera e il governo tedesco dovrebbero inoltre ricordarsi più spesso che la prosperità della Germania deve molto alla sottovalutazione del "suo" euro, senza la quale i 200 miliardi di eccedenza delle esportazioni sulle importazioni - 80 dei quali sono generati entro la Ue - si ridurrebbero a poca cosa. A fine 2011 un team di economisti della Ubs aveva stimato che l'euro tedesco fosse sottovalutato del 40 per cento.

Altre fonti recenti indicano che esso vale2 dollarie non 1,40 come dice il cambio ufficiale - uno scarto appunto del 40 per cento. E pochi mesi fa Wofgang Münchau del "Financial Times", senza fare cifre, parlava di "enormi squilibri" tra il valore dei diversi euro dell'eurozona. Tali squilibri, tra cui primeggia quello tedesco, sono dovuti al fatto che essendo l'euro una moneta unica, il suo valore nominale non può variare in modo da compensare le differenti capacità di produrre ed esportare delle economie europee. Se così fosse, le esportazioni tedesche sarebbero diventate da tempo assai più care. Ora non ci permetteremo qui di definire i tedeschi "portoghesi d'Europa", come ha fatto qualche commentatore, ma un miglior apprezzamento dei vantaggi differenziali che l'euro reca alla Germania da parte del suo governo sarebbe gradito.

Ad onta dei suoi difetti di nascita, di un trattato istitutivo che assomiglia più allo statuto di una camera di commercio che a un documento politico, dei suoi squilibri interni, l'Unione europea rimane la più grande invenzione politica, civile ed economica degli ultimi due secoli. Per continuare a rafforzare tale invenzione gli stati membri hanno bisogno della Germania, così come questa ha bisogno di loro. Gioverebbe a tale processo poter discutere con governanti tedeschi che tengano più presente la storia economica e sociale del loro Paese, siano meno altezzosi nei confronti dei Paesi che giudicano colpevoli per il solo fatto di essere indebitati (non a caso Schuld in tedesco significa sia colpa che debito), e studino magari un po' di economia per capire che l'austerità in tempi di recessione è una ricetta suicida. Per chi è costretto ad applicarla, ma, alla lunga, anche per chi la predica. Inutile aggiungere che allo stesso sviluppo gioverebbe avere negli altri Paesi, compresa l'Italia, dei governanti che a Berlino o a Bruxelles non vadano soltanto per dire che il loro Parlamento approverà senza condizioni qualsiasi trattatoo dettato che le due capitali (una, in realtà) si sognino di confezionare.

3.7.13

Merkel sul lavoro: “I giovani devono essere più mobili”

Intervista alla Cancelliera tedesca:
«Non ci deve essere una generazione perduta, deplorevole il poco impegno dei ceti più ricchi»

Francesca Sforza
inviata a berlino (La Stampa)

Dal birraio greco allo studente italiano, la Conferenza sul lavoro che si apre oggi a Berlino ha due obiettivi: contrastare la disoccupazione giovanile e difendere il lavoro europeo dagli scossoni della crisi con un massiccio sistema di riforme. Ne è convinta la Cancelliera Angela Merkel, che in un’intervista alla Stampa e ad altre cinque grandi testate europee illustra il suo pensiero: c’è una grande responsabilità delle elitès economiche, adesso si tratta di riconquistare la fiducia globale e di garantire più circolazione di cervelli nel mercato del lavoro europeo.

Cancelliera Merkel, mancano meno di novanta giorni alle prossime elezioni federali, come mai soltanto ora la disoccupazione giovanile è entrata di prepotenza nella sua agenda?
La disoccupazione giovanile in Europa mi preoccupa già da molto tempo. L’anno scorso mi sono consultata a questo proposito con i sindacati e i datori di lavoro e quando all’inizio di quest’anno al Consiglio Ue abbiamo approvato il quadro di bilancio dell’Ue per i prossimi anni, siamo riusciti a dedicare 6 miliardi di euro esclusivamente alla lotta contro la disoccupazione giovanile. Il Presidente Hollande e io abbiamo inoltre discusso con rappresentanti di grandi imprese europee su quale possa essere il loro contributo. Ho anche parlato a più riprese con gli industriali tedeschi, chiedendo loro di dare una mano, ad esempio studiando eventuali misure da far poi adottare alla Camera di Commercio greco-tedesca o alle imprese tedesche in Portogallo. L’approvazione del recente bilancio Ue conferma la volontà di procedere in questa direzione.

Cosa risponde a chi vede nel vertice sul Lavoro di domani a Berlino un’operazione di vetrina finalizzata a migliorare l’immagine della Germania, più che di sostanza?
Direi che oggi la disoccupazione giovanile è forse il problema europeo più impellente. E noi tedeschi, che dalla riunificazione abbiamo maturato le nostre esperienze riuscendo a ridurre la disoccupazione con riforme strutturali, ora possiamo mettere a disposizione queste esperienze.

Tornando ai fondi stanziati dal Consiglio Europeo, si potrebbe osservare che il denaro messo a disposizione non risolve il problema. Non è d’accordo anche lei sul fatto che il problema del mercato del lavoro è più profondo?
È vero, e non è possibile risolverlo unicamente con iniezioni di denaro, ci vogliono riforme sagge. Per esempio non è saggio che la legislazione sul lavoro in alcuni Paesi venga flessibilizzata soltanto per i giovani e non per i più anziani, che lavorano già da tempo. In momenti economicamente difficili, questo fa aumentare la disoccupazione giovanile. E poi abbiamo bisogno di maggiore mobilità in Europa. Il Ministro Federale del Lavoro Ursula von der Leyen ha molto lavorato per rafforzare la rete di cooperazione Eures tra la Commissione europea e i servizi pubblici per l’impiego. Si tratta di un servizio che può aiutare molte persone a cercare un posto di formazione o di lavoro in un altro Paese.

Resta il fatto che gli aiuti europei spesso non vengono utilizzati, e che le riforme del lavoro in molti Paesi sono bloccate o in fase di stallo. Che cosa la rende ottimista sul fatto che questa volta andrà diversamente?
Con la Conferenza di Berlino iniziamo a scambiare in modo mirato esperienze concrete su misure che funzionano. In questo contesto saranno riuniti i Ministri del lavoro e i capi delle agenzie nazionali per l’impiego, ovvero proprio chi ha esperienza pratica. Non solo, in ambito ue ormai qualcosa l’abbiamo imparato, dal momento che da due anni impieghiamo le risorse dei fondi strutturali in modo più flessibile, destinandole a quei progetti che hanno veramente priorità per la crescita e l’occupazione. Come viene impiegato ora il denaro lo si può vedere dal fatto che per il 2013 nell’Ue prevediamo manovre di bilancio pari complessivamente a oltre dieci miliardi di euro. Nell’Ue dovremmo poi aspirare a procedure omogenee per la fondazione di imprese, ad esempio nel settore informatico, anziché avere 27, e ora 28, regolamentazioni nazionali. Questo sì che spingerebbe gli investitori internazionali a venire in Europa.

Oltre a Pep Guardiola vengono in Germania migliaia di giovani spagnoli, ma anche italiani o greci, che però finiscono per fare soltanto mini-lavori o instaurare rapporti di lavoro precari. E’ d’accordo sul fatto che non può essere un modello?
I giovani che vogliono lavorare in altri Paesi Ue trovano effettivamente situazioni molto diverse, alcuni un buon posto di formazione o un lavoro promettente, altri invece attività più semplici. Ma anche da queste nel corso del tempo, avendo padronanza della lingua, possono passare a lavori migliori. Ad ogni modo non abbiamo intenzione di ampliare il settore a basso salario, poiché proprio di operai specializzati da noi c’è una grande richiesta e non sempre si riesce a colmarla con i lavoratori tedeschi, che naturalmente vogliamo raggiungere per primi. Ripeto: l’Europa necessita di un mercato del lavoro più mobile. A tal fine la naturalezza con cui studenti e accademici si muovono nel mercato interno può essere ancora migliorata per gli operai specializzati, per i quali a volte le barriere linguistiche costituiscono un ostacolo. Pertanto noi vogliamo estendere il programma di scambio europeo Erasmus anche ai giovani in formazione.

Non ha paura del potenziale di contestazione politica della cosiddetta “generazione perduta”?
Se ci sono disfunzioni è compito dei politici fare qualcosa per risolverle. La disoccupazione giovanile in alcuni Paesi è troppo elevata da diversi anni, adesso è cresciuta ulteriormente con la crisi. In un continente che invecchia questa è una situazione insostenibile. Una generazione perduta semplicemente non ci deve essere.

Esiste uno speciale modello tedesco contro la disoccupazione giovanile?
Anche se dal 2005 abbiamo dimezzato la disoccupazione giovanile, i problemi non mancano, ad esempio non tutti i ragazzi che terminano la scuola sono anche effettivamente in grado di affrontare una formazione. Noi dobbiamo occuparci di loro e il modo migliore è e rimane il sistema duale, ossia il mix di formazione scolastica e aziendale. Ormai possiamo offrire un contratto di apprendistato a tutti i giovani che lo vogliano, a differenza di quanto accadeva qualche tempo fa, quando ad esempio la formazione avveniva al di fuori delle aziende, in appositi laboratori per l’apprendistato. Anche se non è possibile per ogni Paese introdurre un sistema duale tutto insieme, la formazione extra-aziendale resta una via d’uscita. E poi vorrei dire un’altra cosa: è un errore puntare esclusivamente sull’accademizzazione dei giovani. In Germania abbiamo visto che anche la valorizzazione di professioni come l’operaio specializzato o il maestro artigiano dà ottimi risultati.

I mercati del lavoro e i dati sulla disoccupazione nei Paesi dell’Europa del Sud non sono paragonabili con quelli tedeschi. Come si fa a ragionare su soluzioni comuni a fronte di situazioni tanto diverse?
In nessun posto si può pensare di eliminare la disoccupazione giovanile in un sol colpo. Le faccio un esempio: dopo l’unificazione tedesca c’è stato un periodo in cui ho sperato che un grande investitore arrivasse nella mia circoscrizione elettorale e mi risolvesse il problema della disoccupazione, che so, al 25 %. Ovviamente quell’investitore non venne mai e in quell’occasione ho capito che la questione andava costruita pezzo per pezzo: dieci posti di lavoro qui, sei lì, cinque da una parte, altri tre da un’altra. L’importante è che sul posto operino consulenti esperti, che conoscono e incontrano regolarmente i giovani. Bisogna da una parte dare loro speranza, ma dall’altro spronarli a impegnarsi personalmente. E come questo possa riuscire al meglio, lo possiamo solo imparare gli uni dagli altri confrontando esperienze pratiche. Qualsiasi struttura centralizzata, sia a Madrid o a Berlino, non potrebbe funzionare.

Lei ha mai avuto paura di rimanere senza lavoro?
Fortunatamente no. Ma nei primi anni della mia carriera politica mi sono chiesta che cosa avrei fatto se all’improvviso la mia esperienza in politica si fosse chiusa. In quel caso pensai che avrei potuto fare la direttrice di un ufficio per l’impiego; è bello poter aiutare le persone a trovare un lavoro.

Beh, adesso diventa “direttrice dell’ufficio europeo per l’impiego”…
…No, il mio compito è un altro. Consiste nel porre le giuste basi politiche in Germania e con i miei colleghi in Europa.

Le difficoltà non mancano: pensi ad esempio al birraio greco. Ha abbassato del 20% il costo del lavoro per unità di prodotto, ma il suo credito è due volte e mezzo più caro che in Germania. Come può diventare competitivo, come farà ad assumere più persone?
Il problema degli alti costi di rifinanziamento delle imprese si è effettivamente rivelato più ostinato di quanto ci aspettassimo in Europa. Per un periodo possono intervenire la Banca Europea degli Investimenti o anche l’Istituto di Credito per la Ricostruzione tedesco (KfW), sull’aiuto del quale il Ministro Federale delle Finanze Schäuble sta negoziando con la Spagna, il Portogallo e prossimamente anche con la Grecia. Io appoggio anche l’intenzione del Primo Ministro greco Samaras di istituire una banca di sostegno greca come partner del KfW. Ma per una soluzione duratura del problema abbiamo bisogno di regole migliori per il settore bancario e quindi soprattutto di una vigilanza bancaria centrale credibile, che potrà restituire la fiducia degli investitori e portare nel lungo termine a interessi più bassi.

Come mai è stato sottovalutato il problema degli interessi per il normale finanziamento del credito?
Perché fino a questo momento non avevamo mai assistito a una perdita così massiccia di fiducia nelle banche, e addirittura nella vigilanza finanziaria. Ma con una vigilanza bancaria europea e stress test più ambiziosi possiamo riconquistare la fiducia perduta.

In Spagna ad esempio la banca di sostegno statale non funziona. Non crede che si debba accelerare sul progetto di un’unione bancaria?
Stiamo facendo progressi in tutti gli aspetti dell’unione bancaria, ma la velocità senza la precisione non aiuta. La vigilanza entrerà in vigore l’anno prossimo. La Banca Centrale Europea deve prima assumere centinaia di persone altamente qualificate e assicurarsi poi la sua reputazione come autorità di vigilanza con severi stress test. Stiamo lavorando per armonizzare i sistemi nazionali di garanzia dei depositi, fermo restando che il sistema tedesco di tutela dei depositi deve rimanere e rimarrà in vigore per la Germania senza variazioni. I Ministri delle finanze inoltre hanno ora concordato una direttiva Ue per la gestione della liquidazione delle banche. Per noi tedeschi è importante il principio secondo cui il controllo e la responsabilità devono collocarsi sullo stesso piano. Determinate possibilità di intervento potranno esserci soltanto apportando modifiche ai Trattati.

Il solo pensiero di modificare i Trattati fa rizzare i capelli a molti suoi colleghi...
Nel corso degli anni non potremo sicuramente fare a meno di modificare i Trattati. Adesso tuttavia dovremmo fare tutto quanto sia possibile senza modifiche ai Trattati, altrimenti ci vorrebbe troppo tempo per ottenere qualcosa. Siamo Stati di diritto, dunque le nostre azioni devono fondarsi sul diritto e sulla legge e sui Trattati. È stato ad esempio così per l’Esm, per il quale abbiamo dovuto insistere su limitate modifiche ai Trattati, ed è così anche per tutte le questioni della vigilanza bancaria.

Oggi la Germania sembra in prima linea nel sostegno ai programmi occupazionali, persino i limiti del deficit vengono resi meno rigidi. È finita l’epoca dell’austerità?
Continuo a non vedere una reale contrapposizione tra solidità del bilancio e crescita. Del resto chiediamoci: come è nata la crisi del debito? L’indebitamento in alcuni Paesi era così elevato che gli investitori non si fidavano più di loro e quindi non acquistavano più i loro titoli. Gli interessi erano saliti alle stelle, i Paesi potevano finanziarsi solo a prezzo di interessi disastrosi. In una situazione simile un maggiore indebitamento non può essere una soluzione. No, i deficit vanno ridotti affinché gli investitori internazionali tornino ad avere fiducia e si creino di nuovo i margini finanziari per investire nel futuro. E in questo contesto abbiamo già fatto un bel po’ di strada in Europa.

Ma gli investitori non guardano soltanto all’ammontare dei debiti…
… Vero, è altrettanto decisivo quanto competitivo è un Paese, quante industrie ha e quanto è efficiente la sua amministrazione. Bisogna guardare se l’andamento dei salari e la produttività divergono troppo. Tutto questo lo abbiamo dolorosamente capito in Europa con lo choc della crisi. A quel punto era chiaro che non si poteva andare avanti così. Quindi, ribadisco, la strada imboccata è quella giusta: consolidamento del bilancio da una parte e fondamentali riforme strutturali dall’altra. Da ciò ha origine una crescita sostenibile. E poi ciascun Paese deve chiedersi concretamente con che cosa può guadagnare denaro, quali industrie vuole e quali servizi. Il settore dell’edilizia da solo non potrà farcela, in Germania lo abbiamo visto quando il boom edilizio dopo la riunificazione ha subito ad un certo momento una battuta d’arresto.

Colpisce tuttavia il fatto che ora Lei cambi tono e parli più di programmi e di investimenti che di risparmi. Non è così?
Le due cose sono legate. Io ho sempre detto che dobbiamo procedere passo dopo passo. Qualcosa lo abbiamo raggiunto: i deficit in Europa si sono all’incirca dimezzati. Adesso non dobbiamo perdere la pazienza.

L’eurozona è l’unica regione del mondo ancora in recessione. Che cosa c’è di sbagliato?
Se nei Paesi colpiti dalla crisi si sgonfia l’ipertrofica amministrazione pubblica, se si riduce un settore edilizio sovradimensionato, non c’è da meravigliarsi che poi quei Paesi non possano crescere. Prendiamo ad esempio le repubbliche baltiche, che dopo duri anni di rinunce, a seguito di riforme incisive, ora stanno di nuovo molto meglio e registrano tutte di nuovo una crescita. L’insegnamento da trarre è che chi orienta le sue strutture alla competitività, nel medio termine torna anche a crescere. Ho l’impressione che in molti Paesi la gente sappia molto bene che cosa sia andato male nel passato. Mi dispiace che oggi soffrono di più proprio coloro che non hanno assolutamente contribuito a questi sviluppi sconsiderati, cioè i giovani o i poveri. Chi aveva il capitale in molti casi ha lasciato da tempo il proprio Paese o ha altre forme di protezione. Credo che i ricchi nei Paesi più gravemente colpiti dalla crisi potrebbero, con un impegno maggiore, portare più risorse alla collettività. Trovo estremamente deplorevole che le élite economiche si assumano così poca responsabilità per questa situazione.
Perché ha voluto coinvolgere il Fmi nella lotta contro il debito? Gli europei non potevano farcela da soli?
Il Fmi ha un’esperienza nel trattamento degli Stati con un debito eccessivo come nessun’altra istituzione al mondo. Abbiamo beneficiato molto della sua reputazione e della sua cognizione di causa quando si trattava di negoziare i programmi di aiuto con i Paesi interessati.

Proprio nelle ultime settimane il Fmi sta diventando sempre più nervoso riguardo alla sostenibilità del debito greco. Gli statuti potrebbero costringerlo ad uscire. Questo significa che se ciò dovesse avverarsi l’Europa dovrebbe sostenere un programma per il debito della Grecia anche senza il Fmi?
La Grecia ha fatto tangibili passi in avanti grazie al governo Samaras indirizzato molto verso le riforme. Parto dal presupposto che la sostenibilità del debito sussisterà anche in futuro.

Non ci sarà allora un nuovo taglio del debito?
Non lo vedo.

Che messaggio può lanciare, in conclusione, a quei Paesi dell’Europa del Sud che ritengono che le loro economie siano soffocate da una linea tedesca troppo rigida, semplicemente per il fatto che hanno una storia diversa dal punto di vista dello sviluppo economico, magari più incentrata sulle piccole e medie imprese che sulla grande industria?
Se un Paese desidera strutturare la propria economia in modo completamente differente da quella tedesca ben venga. Sono contenta se vie diverse portano al successo. Naturalmente nessuno può contestare la necessità di essere competitivi e di dover lavorare per il benessere e guadagnarselo. Se però guardo all’Italia, alla Spagna o alla Grecia allora vedo settori molto diversi che hanno successo. Non credo che la dimensione sia il parametro determinante per il successo. Quello che conta è che noi tutti siamo consapevoli di quanto il mondo sia cambiato. La Cina, l’India, il Brasile, la Corea del Sud e molti altri Paesi sono da tempo nostri concorrenti nei settori in cui eravamo leader. Noi dobbiamo reagire e cambiare. L’Organizzazione Mondiale del Commercio ci dice che la maggior parte della crescita avviene oggi in parte fuori dal nostro continente. O offriamo a queste regioni del mondo prodotti attraenti ed innovativi o ci rassegniamo a perdere quote di mercato e conseguentemente prosperità ed è proprio questo che non voglio né per la Germania né per l’Europa.

Al congresso del Suo partito a Lipsia nel 2011 era più volte tornata sul tema di un’Europa maggiormente integrata. Oggi il suo programma elettorale è piuttosto diverso al proposito. Quale Europa desidera?
Nell’Ue avremo bisogno nel medio termine di altre modifiche ai Trattati. Ma ora abbiamo problemi più urgenti che dobbiamo affrontare rapidamente, e comunque più rapidamente di quanto non si possano modificare trattati. Nel nostro programma elettorale per le europee ci dedicheremo più intensamente di adesso alle grandi questioni istituzionali. Nel programma per le elezioni al Bundestag abbiamo fissato i prossimi passi necessari.

Ha già rinunciato all’idea di elezione diretta del Presidente della Commissione?
Riguardo a questo argomento sono più scettica rispetto al mio stesso partito, che nel 2011 si era pronunciato in favore dell’elezione diretta. Nel caso di un’elezione diretta del Presidente della Commissione vedo problemi nel tessuto delle istituzioni europee.

Dopo i fatti delle scorse settimane: qual è il posto della Turchia in Europa?
La Turchia è per noi in Europa un partner molto importante e stretto. Stiamo conducendo con la Turchia negoziati ad esito aperto sulla sua adesione. Dopo gli avvenimenti delle ultime settimane l’Europa non è semplicemente passata all’ordine del giorno, perché i diritti umani non sono negoziabili. Il compromesso ora raggiunto, e cioè di poter aprire il prossimo capitolo dei negoziati sull’adesione ad ottobre, dopo la presentazione da parte della Commissione del rapporto sui progressi compiuti, corrisponde ad ambedue le esigenze.

E’ davvero rimasta sorpresa per le dimensioni del Datagate in Gran Bretagna e negli Stati Uniti? E per quale motivo critica le intercettazioni se poi la Germania ne fa uso per difendere la sua sicurezza?
Come la maggior parte dei tedeschi, so molto bene che più volte servizi stranieri ci hanno aiutato a scoprire gruppi terroristici in Germania e impedire in tempo i loro attentati. Tuttavia, accanto al bisogno di sicurezza va sempre tenuto in conto il bisogno della tutela della privacy, tra ambedue deve essere stabilito un equilibrio. I nostri servizi e i nostri ministeri stanno cercando chiarimenti a tutti i livelli, e quindi anche a livello europeo, per quanto accaduto e perciò anche in merito alle nuove questioni sul tavolo dallo scorso weekend. Ritengo che sia un fatto grave spiare gli amici con cimici nelle nostre ambasciate o nelle rappresentanze dell’Ue, non va proprio. Non siamo più all’epoca della guerra fredda. Non vi è dubbio alcuno che la lotta al terrorismo anche tramite informazioni dei servizi su quanto avviene in internet sia assolutamente necessaria, ma non vi è neanche dubbio alcuno che debba essere mantenuta la proporzione. È questo pensiero che guida la Germania nei colloqui con i nostri partner.

L’intervista è stata realizzata in collaborazione con Frédéric Lemaître (Le Monde), Berna Gonzàles Harbour (El Pais), Kate Connolly (The Guardian), Tasos Telloglou (Kathimerini) e Stefan Kornelius (Süddeutsche Zeitung) 

24.4.12

La schiavitù dei mercati

Jean Paul Fitoussi (La Repubblica)

È troppo semplicistico dire che i mercati sono crollati a causa della semi-vittoria di Hollande. La settimana scorsa erano pure crollati, per qualche altra ragione. È un bel po´ di tempo, almeno da luglio dello scorso anno, che ci siamo abituati a questa volatilità mozzafiato. E ogni volta si cerca ex post di trovare qualche ragione. Ora è la paura del socialismo: chissà, forse gli operatori sui mercati lo temono veramente, magari perché vedono la giustizia sociale come abbinata a nuove tasse, ma io non l´ho mai creduto neanche un momento. I mercati crollano oggi come ieri, e crolleranno ancora chissà quante volte, perché non è stato risolto il problema di una governance europea innanzitutto che esista, nel senso che si crei una struttura centrale in grado di dettare precise linee di azione, e poi che metta al primo posto i problemi della crescita e non dell´austerità a tutti i costi.

Altrimenti viviamo nella schiavitù dei mercati: quando crollano è come se chiedessero austerità, i governi magari ubbidiscono e poi dopo un po´ di tempo i mercati si accorgono che senza crescita le imprese non possono creare ricchezza, e allora i mercati crollano di nuovo. Tutto questo peraltro va nell´interesse degli speculatori: finché ci sarà questa volatilità esisteranno sempre ampie possibilità di guadagni per chi gioca con freddezza e spregiudicatezza sui mercati.

Il problema insomma non è Hollande. Va anche detto che pure Sarkozy negli ultimi tempi ha preso le distanze dalla rigidità della Merkel, l´asse franco-tedesco dava parecchi segnali di scricchiolio. Al punto che ora non so quanto il rinnovato appoggio della Merkel all´attuale presidente possa dirsi benaugurale: ho l´impressione invece che finirà col sottrarre voti a Sarkozy, una specie di consenso avvelenato, perché la Merkel sarà anche stimata dalle classi dirigenti ma non ha più un vasto consenso popolare, tantomeno in Francia. E quello che conta in un´elezione è il voto del popolo.

In ogni caso, Hollande è stato più chiaro e deciso: ha detto senza equivoci che il fiscal compact così com´è non va, e visto che dev´essere ancora ratificato si può, anzi si deve correggere in modo da orientarlo di più verso la crescita. Altrimenti l´Europa andrà a sbattere contro un muro. È questo il vero problema. Altrimenti si andrà avanti con una debolezza strutturale dell´Europa che inquina lo stesso rapporto fra politica e mercati. Il problema va preso molto sul serio. Nel momento in cui ci renderemo conto che i mercati tutelano la politica, sarà già troppo tardi, perché non ci sarà più spazio per la democrazia. E questo la popolazione non potrà mai tollerare in nessuna parte del mondo. Dunque la normalità è che siano i governi a tutelare i mercati. E i mercati a loro volta sanno che sono sottoposti al rischio di non poter sopravvivere senza l´aiuto dei governi. Questa è stata la grande lezione della crisi finanziaria: dire che bisogna cambiare il voto perché sennò si fa dispiacere ai mercati significa aprire una ferita nella democrazia.

31.8.11

È l’ora dell’Europolitik

Ulrich Beck (31 agosto 2011 Der Spiegel)

Di fronte alla crisi e alle rivolte giovanili c’è una sola soluzione: più Europa. Angela Merkel dovrebbe avere il coraggio di intraprendere una svolta simile a quella adottata da Bonn nei confronti del blocco sovietico negli anni settanta.

La politica europea della Germania si accinge a compiere una svolta altrettanto importante dell’Ostpolitik nei primi anni settanta. La parola d’ordine allora era stata: “Cambiamento tramite riavvicinamento”. Oggi potrebbe essere: “Più giustizia tramite più Europa”.

In entrambi i casi si tratta di superare una spaccatura. Quella di un tempo era tra Est e Ovest. Quella odierna è tra Nord e Sud. La minaccia esistenziale che incombe sull’Europa – provocata dalla crisi finanziaria e dalla crisi dell’euro – ha fatto prendere coscienza agli europei di una cosa: non vivono in Germania né in Francia, bensì in Europa.

La gioventù europea per la prima volta sperimenta il proprio “destino europeo”: più istruita che mai, con grandi aspettative, si trova alle prese con il declino dei mercati provocato dalla crisi economica e con il rischio di bancarotta che incombe su alcuni stati. Sotto i 25 anni è senza lavoro un giovane europeo su cinque.

Ovunque abbiano montato i loro accampamenti di tende e fatto sentire la loro voce, questi rappresentanti diplomati del precariato hanno chiesto maggiore giustizia sociale. Le loro rivendicazioni sono state pacifiche ma ferme, in Spagna, in Portogallo, ma anche in Tunisia, in Egitto e in Israele (a differenza della Gran Bretagna). L’Europa e i suoi giovani si trovano a condividere una medesima collera, scatenata da una classe politica che salva le banche a colpi di miliardi ma dilapida l’avvenire dei suoi giovani. Se la crisi dell’euro logora le speranze della gioventù europea, quale avvenire resterà mai a un’Europa sempre più vecchia?

Se non altro, la crisi finanziaria sarà riuscita a realizzare una cosa: catapultare tutti quanti (esperti e politici compresi) in un universo che nessuno capisce più. Sul versante delle reazioni politiche entrano in concorrenza tra loro due scenari estremi. Il primo, hegeliano, che offre un’opportunità storica all’“astuzia della ragione”, ha visto profilarsi minacce causate dal “rischio-capitalismo” mondiale. L’imperativo universale è uno solo: collaborare o affondare. Vincere tutti insieme oppure perdere da soli.

Al tempo stesso, la nostra incapacità a tenere sotto controllo i rischi finanziari (oltre al riscaldamento del clima e ai flussi migratori) rende altresì possibile uno scenario che ricalca il pensiero di Carl Schmitt, un gioco di potere strategico che – con la normalizzazione dell’emergenza continua in tutto il mondo – apre le porte a politiche etniche e nazionalistiche.

Paradossalmente, l’Unione europea è vittima del suo stesso successo. Per gli europei un gran numero di conquiste è diventato così scontato che probabilmente si accorgerebbero di esse soltanto quando queste venissero meno. Per averne la riprova, è sufficiente pensare al ritorno dei controlli alle frontiere, alla cancellazione della legislazione comune sui prodotti alimentari, alla soppressione della libertà di espressione fondata su criteri comuni in tutti i paesi (che soltanto l’Ungheria oggi trasgredisce).

Oppure sarebbe sufficiente immaginare di essere nuovamente costretti a cambiare valuta e imparare a memoria il tasso di cambio quando si parte non solo per Budapest, Copenhagen e Praga, ma anche Parigi, Madrid e Roma. L’Europa è diventata una seconda pelle, ed è forse per questo che siamo pronti a mettere a repentaglio la sua esistenza senza nemmeno alzare un sopracciglio. È indispensabile invece guardare in faccia la realtà, e riconoscere che ormai la Germania condivide a tutti gli effetti le sorti dell’Europa.

A differenza del destino comune imposto a due antagonisti come Stati Uniti e Cina, il destino comune dell’Europa fa affidamento su una legislazione comune, una valuta comune, frontiere comuni, ma anche sul principio del “mai più!”. Invece di tornare a un passato prestigioso, l’Ue fa in modo che quel passato non si ripeta mai più.

Invece di trasformarsi in un super-stato oppure in un meccanismo che nel migliore dei casi rappresenterebbe interessi nazionali illuminati, l’Ue ha saputo trovare una terza via. Suo ruolo principale è quello del direttore d’orchestra. Agevola i rapporti tra gli impegni presi e le diverse istituzioni costituite da vari stati, ma anche tra organizzazione transnazionali e collettività municipali e regionali e strutture della società civile.

Il fondo di salvataggio destinato ai paesi del Sud ha dato vita a una logica conflittuale tra debitori e creditori. I paesi donatori sono obbligati a imporre a livello interno programmi di austerità che li inducono a esercitare pressioni politiche insostenibili sui paesi debitori, mentre questi ultimi hanno per di più l’impressione di essere sottomessi a un diktat da parte dell’Ue, che offende la loro autonomia nazionale e la loro dignità. Questi due fenomeni attizzano l’odio dell’Europa verso l’Europa, perché essa appare a tutti come una costrizione.
Europa tedesca o Germania europea?

In questa Europa in crisi perpetua, il conflitto esistente sui modelli futuri ci pone i seguenti interrogativi: in che misura il movimento dei giovani indignados supera le frontiere nazionali e promuove la solidarietà? In che misura la sensazione di emarginazione che ne deriva conduce a un’esperienza generazionale e a nuove iniziative politiche? Che atteggiamento adottano i dipendenti, i sindacati, il cuore della società europea? Quali grandi partiti, per esempio in Germania, troveranno il coraggio di spiegare alla cittadinanza fino a che punto l’Europa è loro necessaria?

Angela Merkel preferisce seguire Hegel e le digressioni della ragione. Se volessimo adottare la metafora della danza, potremmo dire che effettua due passi indietro e uno di lato prima di eseguire il numero ridicolo del voltafaccia, stemperato da un passettino in avanti. Il tutto seguendo una musica che né i tedeschi né gli altri europei riescono a sentire e tanto meno a capire. Laddove Helmut Kohl metteva in guardia da un’Europa tedesca, alla quale preferiva una Germania europea, Angela Merkel difende infatti l’ “euro-nazionalismo” tedesco e considera che spetti all’Europa adattarsi alla politica economica di Berlino.

In questo contesto di crisi finanziaria, la politica europea dovrebbe rivestire il medesimo ruolo che l’Ostpolitik ebbe nella Germania divisa degli anni Settanta: una politica di riavvicinamento al di là delle frontiere. Perché l’integrazione economica di paesi debitori quali la Grecia e il Portogallo crea così tante ondate di polemiche, quando i miliardi investiti per la riunificazione delle due Germanie filarono lisci come l’olio? Qui non si tratta soltanto di pagare per le stoviglie rotte, ma di ripensare al futuro dell’Europa e al suo posto nel mondo.

La creazione degli eurobond non tradirebbe gli interessi della Germania. Perché l’Europa non dovrebbe introdurre una tassa sulla transazioni finanziarie che non farebbe male a nessuno, tanto meno alle banche, e che al contrario farebbe del bene a tutti i paesi membri offrendo per di più un margine di manovra finanziaria all’Europa sociale ed ecologica, garantendo al contempo ai lavoratori la sicurezza in tutta Europa e rispondendo alle grandi aspettative dei giovani europei?

Nel frattempo, il minuetto di Merkel potrebbe gettare le premesse di un futuro progetto politico che abbini i socialdemocratici e i Verdi. Quando l’Spd e i Verdi riusciranno a trasmettere l’idea che un’Europa sociale non si riduce a un introverso spirito mercantile, ma si basa – secondo la tesi hegeliana – su una necessità storica, l’Spd tornerà ai successi elettorali. A patto, tuttavia, che abbia il coraggio di fare dell’Europa la propria priorità, come accadde con l’Ostpolitik una quarantina di anni fa.

(traduzione di Anna Bissanti).