di Giulio Tremonti - Aldo Cazzullo
Professor Tremonti, che fine ha fatto?
«Sono spesso all'estero, a cercare materiale per il libro che scriverò.
Quel che vedo mi ricorda un classico: "La Montagna magica". Il simbolo
del presente e del rischio che ci sovrasta».
Quale rischio?
«Dappertutto e tutti stiamo salendo, in un misto tra estasi, euforia e
incanto, su una montagna di carta. Un corteo guidato da guaritori,
sciamani, alchimisti, stampatori. Fatta con carta moneta di vecchio
stampo, con la plastica, con i computer, è una montagna che giorno dopo
giorno cresce esponenzialmente.
Negli anni 80 la massa
finanziaria internazionale era più o meno uguale a 500 miliardi di
dollari. A ridosso della crisi, la massa finanziaria globale era già
arrivata a 70 trilioni. Da ultimo, tra America, Inghilterra, Giappone,
Corea ed Europa si sono aggiunti altri 12 trilioni. Una grandezza
fantastica. Vengono in mente i fantastiliardi di zio Paperone».
Sta dicendo che le banche centrali immettono troppa liquidità nel sistema?
«Il mondo occidentale ha superato il concetto di limite. È uscito dai
confini dell'esistente, per entrare in una nuova dimensione che non è
materiale né reale, ma surreale, totalmente ignota, e quindi
meravigliosa.
Negli anni 60 la dottrina economica era quella
dei limiti allo sviluppo. Adesso la dottrina economica è "no limits":
non ci sono limiti allo sviluppo della moneta. Non è la prima volta.
Quando iniziano le grandi esplorazioni, si creano la bolla dei mari del
Sud e la bolla della Louisiana, terra di presunte illimitate
ricchezze. Poco dopo, con il crollo della banca di John Law, c'è il
crollo dei re di Francia».
John Law, il fondatore della Banque Royale, all'inizio del '700. Ma cosa c'entra?
«Il crollo della sua banca segnò la fine di un'epoca. Ora stiamo
replicando quella storia. Nella "Montagna magica", il gesuita padre
Naphta dice che tutto finisce quando Copernico batte Tolomeo. Il sistema
tolemaico, basato sulla centralità della Terra, era controllabile
dall'autorità.
E tuttavia nel mondo di Copernico i corpi
celesti sono comunque corpi materiali. Nel sistema celestiale della
"Nuova Finanza" i corpi non ci sono più. Tutto metafisico, surreale,
virtuale. Un tempo gli Stati avevano la moneta; ora è la moneta che ha
gli Stati. Ma la magia della moneta non è sempre positiva. È come nel
Faust: prima o poi le cambiali vengono alla scadenza».
A dire il vero, l'Europa rispetto alle grandi potenze non ha una banca centrale in grado di «battere moneta».
«È vero. Ma se guarda il bilancio della Bce, è quasi uguale a quello
della Fed. Con una grande differenza: là hanno gli Stati Uniti
d'America; noi qui abbiamo gli Stati relativamente divisi d'Europa.
Alla maniera di Bisanzio, dal novembre 2011 si è creata in Europa una
"quasi-moneta". La Bce non può finanziare gli Stati, ma finanzia le
banche che finanziano gli Stati. Siamo dunque anche noi nel corteo che
sale la montagna di carta».
Nel 2006 lei diede un'intervista che il Corriere intitolò «L'America rischia una crisi stile '29». Qual è il pericolo adesso?
«Alla massa monetaria illimitata corrisponde una quantità di rischio
illimitata o comunque indecifrabile. La crisi non è alle nostre spalle,
ma ancora davanti a noi. Dalle grandi crisi si può uscire con le
guerre, come dalla crisi del '29 uscirono Usa, Giappone e Germania.
Oppure con la "grande inflazione".
In Cina si distruggerebbe
il risparmio di decenni, destabilizzando il Paese. Potremmo avere un
altro tipo di esplosione. Non esiste una matematica della catastrofe.
Non esistono libri scritti su una cosa che non c'è ancora. Bernanke, il
presidente della Fed, non è andato al G7 in Inghilterra ma a una
conferenza a Chicago, dove ha detto: "Stiamo attenti alla prossima
bolla". Se lo dice lui!».
Ma di questa montagna di carta alle piccole imprese italiane è arrivato poco o nulla.
«È vero: soprattutto in Italia e in Spagna, il credito non arriva alle
imprese. Ma partiamo dal principio. Ricorda la metafora della crisi
come videogame? Ogni volta che abbatti un mostro, ne appare un altro
più forte. Il primo mostro è stata la megacrisi bancaria: crollano le
megabanche globali; crollano la fiducia e il commercio mondiale. L'arma
usata contro il primo mostro furono i bilanci pubblici».
Il secondo mostro è stato la crisi del debito sovrano.
«Il debito pubblico americano è esploso. A fianco, si è cominciato a
stampare moneta: dollari distribuiti dall'elicottero, o meglio dai
computer. Non più moneta fisica, ma impulsi elettronici. Il debito
pubblico europeo è salito di colpo fino al 90% del Pil.
Il
paradosso è che l'enorme massa di soldi pubblici è andata alla finanza,
non ai popoli. L'intervento pubblico non genera felicità, ma
austerità. Marx diceva: il comunismo sarà realizzato quando il denaro
sarà a tasso zero. Ora siamo vicini allo 0,5, ma allo 0,5 il denaro non è
per le famiglie con il mutuo, ma per le banche. Se vuole, è un tipo
nuovo di comunismo: il comunismo bancario».
E il terzo mostro?
«È nato dal fallimento di tutte queste politiche. È il crollo
bilaterale dei bilanci pubblici e delle economie reali. Stanno male gli
Stati e stanno male i popoli. Il terzo mostro è il collasso. Crisi
sovrana da una parte e recessione dall'altra. Per un anno abbiamo
parlato di spread finanziario. Adesso lo spread più rilevante è
economico e sociale».
Lo spread è dimezzato rispetto ai giorni della caduta del governo Berlusconi.
«Lo spread è pur sempre a 260, nonostante l'enorme massa di liquidità.
Nei primi tre anni di crisi, e senza immissione di liquidità, era a
120. Fino al novembre 2010 la politica europea era disegnata su due
livelli: sopra la responsabilità, sotto la solidarietà; sopra il
controllo europeo dei deficit, ma sotto gli eurobond.
Tutto
crolla con la passeggiata di Sarkozy e Merkel a Deauville, i quali
dicono: "Gli Stati possono fallire". Ora, che gli Stati possano fallire
è nella storia; ma che i governi ne annuncino il fallimento non è nella
ragione. I due passarono dal piano politico a quella della prassi
bancaria. Alla politica si sostituì la tecnica. E da noi la tecnica è
stata applicata dal governo Monti con tragico zelo».
Qual è la soluzione allora?
«La soluzione falsa, mascherata sotto il nome positivo di "Unione
bancaria", si chiama in realtà "Bail-in". Il "Bail-in" è stato
raccomandato dalla Bce ed è in discussione a Strasburgo. Le crisi
bancarie prossime venture non saranno più a carico dei contribuenti, ma
messe a carico dei "creditori" delle banche: i depositanti; i
risparmiatori. Naturalmente si raccomanda che siano preservati i
derivati, che sono il software della nuova moneta...».
Sta dicendo che, come a Cipro, si corre il rischio di un prelievo forzoso dai conti correnti?
«All'opposto, è quello che va evitato. Neanche con la salvaguardia dei
100 mila euro. Quando i padri costituenti discutevano sull'articolo 47
della Costituzione, Togliatti voleva scrivere che "la Repubblica tutela
il risparmio popolare".
Einaudi e Ruini dissero di no,
perché il risparmio è in sé un valore oggettivo. Per questo la
Costituzione dice: "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in
tutte le sue forme". Dobbiamo difendere la nostra Costituzione.».
Lei è stato ministro dell'Economia dal 2008 al 2011. Cos'avete fatto per evitare la crisi?
«Estero, Italia. Estero: se la crisi è epocale e globale - lo è stata, e
lo è - puoi solo avvertire; ma al G7 sei 1 a 6, al G20 sei 1 a 19. Il
governo Berlusconi si è battuto per gli eurobond e per il "Global legal
standard", le regole per limitare lo strapotere della finanza. Votate
da tutti gli Stati dell'Ocse».
In Italia il vostro ritornello era: usciremo dalla crisi prima e meglio degli altri.
«Perfino il Sole 24 Ore ha ammesso che nel 2010 "l'Italia stava come la
Svizzera". E c'era ancora la coesione sociale, non l'angoscia
collettiva che c'è adesso. Poi non c'è stata una crisi economica, ma
politica.
Habermas ha scritto che in Italia c'è stato allora
un "dolce coup d'état". Ne ha fatto parte la lettera inviata all'Italia
da Trichet e Draghi, nel 2011, imponendo l'anticipo del pareggio di
bilancio, dal 2014 concordato in Europa, al 2013. Oggi invece tutti, o
quasi tutti, chiedono politiche espansive. È un'ironia che oggi, Italia
su Italia, la lettera sia tornata per la sua esecuzione proprio a chi
l'ha scritta».
Tra gli estensori del "Global legal standard", le nuove regole per la finanza, c'era anche Enrico Letta. Cosa pensa di lui?
«Sul governo Letta mi sono astenuto politicamente. Personalmente lo
stimo molto. Spero che non si limiti ad accarezzare i problemi».
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
Visualizzazione post con etichetta Tremonti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tremonti. Mostra tutti i post
20.5.13
7.9.11
L'altrove del narcisista
di BARBARA SPINELLI
FORSE, se vogliamo capire un poco quel che accade in Italia, bisogna pensare alle guerre, ai tabù che esse infrangono. Clausewitz, ad esempio, diceva che le guerre napoleoniche avevano "abbattuto le barriere del possibile, prima giacenti solo nell'inconscio", e che risollevarle era "estremamente difficile". Non dissimile è quel che ci sta succedendo.
Un capo di governo ci s'accampa davanti, e passa il tempo a distribuire soldi perché cali il silenzio su verità che lo riguardano. Non qualche soldo, ma tanti e sfacciati. Sfacciati perché la stessa persona dice che verseremo "lacrime e sangue", per riparare una crisi che per anni ha occultato, non sentendosene responsabile. Mentre noi faticosamente contiamo quello che pagheremo, lui sta lì, in un narcisistico altrove, e dice che i soldi li elargisce a persone bisognose, disperate, a lui care: i coniugi Tarantini, Lele Mora, Marcello dell'Utri, e parecchi altri.
Abbondano i diminutivi, i vezzeggiativi, nelle intercettazioni sempre più nauseabonde che leggiamo: si parla di regalini, noccioline, problemini. I diminutivi sono spesso sospetti, nella lingua italiana: nascondono infamie. Nel caso specifico nascondono la cosa più infame, che è il ricatto: sto zitto e ti sono amico, ma a condizione che paghi. Amico? Piuttosto "complice in crudeltà", come diceva La Boétie nella Servitù Volontaria. Dice la moglie di Tarantini, sul mensile di 20.000
euro che il premier elargì per anni ai coniugi che spedivano escort a Palazzo Grazioli: "Ci servivano tutti quei soldi perché abbiamo un tenore di vita alto". Dovevano andare a Cortina, precisa. Chissà perché: dovevano. Questa è la disperazione che Berlusconi incrocia passeggiando. Uno sciopero, immagino non gli dica nulla su chi dispera.
Ricattare un uomo è peggio di sfruttarlo. È conoscerne i misfatti e racimolando prove guadagnarci. Le conversazioni fra Tarantini e il faccendiere Lavitola sono istruttive: il premier va "tenuto sulla corda"; messo "con le spalle al muro"; "in ginocchio". È insultare il bisogno chiamarli bisognosi. La giustizia accerterà, ma già sappiamo parecchio: il premier è ricattabile, non padrone di sé. È una marionetta, manovrata da burattinai nell'ombra. Si è avuta quest'impressione, netta, quando Dell'Utri commentò, il 29-6-2010, la sentenza che lo condannò in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ancora una volta glorificò Mangano, il tutore-stalliere distaccato a Arcore dalla mafia che mai nominò Berlusconi. Poi aggiunse, singolare postilla: "Io non l'avrei fatto. Forse non avrei resistito a quello cui ha resistito lui". La frase non era buttata lì; pareva un pizzino: "Stai in guardia, posso parlare, io non sono un eroe".
Uno che accetta d'esser ricattabile pensa di dominare ma è dominato; sproloquia di un Paese che ama ma lo considera "di merda". La guerra distorce gli animi a tal punto. Come può governare, se è ostaggio di uomini e donne che lo spremono? Come, se la sua vulnerabilità al ricatto diventa un male banale, un'ordinaria abitudine omertosa, e questo nell'ora in cui dagli italiani si esige una ripresa, morale oltre che economica, e una solidarietà con i poveri, i giovani derubati di pensione e futuro, i precari che la Banca d'Italia chiede di tutelare (comunicazione al Parlamento del vicedirettore Ignazio Visco, 30-8-11) e che la manovra ignora? Non è solo Berlusconi, il sequestrato. La cultura estorsiva secerne i suoi habitués, per contaminazione. Fra essi potrebbe esserci Tremonti, il così imprudente, così stupidamente spavaldo uomo-chiave della crisi.
Gli stava vicino un ometto tracotante e avido, Marco Milanese: ma proditoriamente. Accusato di associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreto, si spera che il Parlamento ne autorizzi l'arresto. Milanese aveva anche dato al ministro un appartamento al centro di Roma che Tremonti pagava in parte e senza fattura. Il perché resta oscuro. Il ministro ha detto che la Guardia di finanza lo spiava: cosa strana per chi della Gdf è capo. Più la faccenda s'annebbia, più cresce il sospetto che anch'egli sia ricattato da un "complice in crudeltà".
Ma c'è di più: la debolezza di Berlusconi accresce negli italiani il disprezzo, l'odio della politica. Proprio lui, che entrò in scena vituperando i politici di professione ed esaltando meriti e competenze, incarna ora la politica quando si fa putrescente. La sua è una profezia che si autoavvera: aveva dipinto la separatezza teatrale del politico, e l'immagine s'è fatta iper-realtà. Al posto dei partiti le cerchie, le cosche: più che mai i cittadini sono tenuti all'oscuro. Per questo è così vitale raccogliere le firme per abolire tramite referendum la legge elettorale che ha potenziato le cosche. Disse ancora Dell'Utri, nel 2010, che mai avrebbe voluto fare il ministro: "Voglio scegliere i ministri". Ecco lo scopo delle cosche: scegliere, ma dietro le quinte. Berlusconi accusa tutti, di debilitare il premier: costituzione, Parlamento, oppositori, giornali. Non accusato è solo chi amichevolmente lo irretisce in permanenti ricatti.
Non si creda che basti toglierlo di scena perché tutto torni a posto. Che basti sostituirlo con altri spregiatori della politica, magari invischiati come lui in conflitti d'interesse. Se tante barriere sono cadute, abbassando la soglia del fattibile, è perché da 17 anni la sinistra ingoia i conflitti d'interessi, e si irrita quando qualche stravagante parla di questione morale. Perché anch'essa custodisce sue cerchie. Altrimenti avrebbe capito un po' prima che a Milano e Napoli montava una rivolta della decenza che infine ha incensato, ma di cui non fu l'iniziatrice. Altrimenti si getterebbe ora nella raccolta di firme sulla legge elettorale. Altrimenti elogerebbe ogni giorno l'opera di Visco e Prodi contro l'evasione fiscale. Il male di Berlusconi contagia: è "dentro di noi", come scrisse Max Picard di Hitler nel '46. Come spiegare in altro modo l'incuria, l'impreparazione, davanti ai tanti scandali che assillano il Pd: da Tedesco a Pronzato e Penati?
Certo la sinistra non è Berlusconi: rispetta la giustizia, e non è poco. Ma una cosa rischia di accomunarli: il virus viene riconosciuto solo quando i magistrati lo scoperchiano, non è debellato in anticipo da anticorpi presenti nei partiti. Le condotte di Penati non erano ignote. Fin dal 2005 fu sospettato d'aver acquistato a caro prezzo azioni dell'autostrada Serravalle, quand'era Presidente della provincia a Milano, nonostante la società fosse già pubblica: per ottenere forse dall'imprenditore Gavio, cui comprò le azioni, contributi alla scalata di Bnl. Poi vennero le tangenti per l'ex Area Falck di Sesto San Giovanni. Nel 2007 il giornalista Gianni Barbacetto scrisse su questo un libro (I compagni che sbagliano). Prudenza avrebbe consigliato l'allontanamento da Penati. Invece niente. Passano soli due anni, e nel 2009 Bersani nomina proprio Penati capo della sua segreteria. Era "l'uomo del Nord", scrive Nando Dalla Chiesa sul Fatto, e il Nord s'espugna con i figli del berlusconismo.
Si racconta che un giorno i discepoli di Confucio gli chiesero: "Quale sarà la prima mossa, come imperatore della Cina?". Rispose: "Comincerei col fissare il senso delle parole". È quello di cui abbiamo bisogno anche noi, è la via aurea che s'imbocca quando - finite le guerre - urge rialzare le barriere del fattibile. Rimettere ordine nelle parole è anche smettere gli smorti totem che ci assillano: parole come riformismo, o centrismo. Ormai sappiamo che riformista è chi si accredita conservando lo status quo, facendo favori a gruppi d'interesse, Chiesa compresa. Liberare l'Italia da mafie e ricatti non è considerato riformista. Sbarazzarsi di Berlusconi servirà a poco, in queste condizioni. Gli elettori sono disgustati dalla politica come nel '93-'94. Cercheranno un nuovo Berlusconi.
FORSE, se vogliamo capire un poco quel che accade in Italia, bisogna pensare alle guerre, ai tabù che esse infrangono. Clausewitz, ad esempio, diceva che le guerre napoleoniche avevano "abbattuto le barriere del possibile, prima giacenti solo nell'inconscio", e che risollevarle era "estremamente difficile". Non dissimile è quel che ci sta succedendo.
Un capo di governo ci s'accampa davanti, e passa il tempo a distribuire soldi perché cali il silenzio su verità che lo riguardano. Non qualche soldo, ma tanti e sfacciati. Sfacciati perché la stessa persona dice che verseremo "lacrime e sangue", per riparare una crisi che per anni ha occultato, non sentendosene responsabile. Mentre noi faticosamente contiamo quello che pagheremo, lui sta lì, in un narcisistico altrove, e dice che i soldi li elargisce a persone bisognose, disperate, a lui care: i coniugi Tarantini, Lele Mora, Marcello dell'Utri, e parecchi altri.
Abbondano i diminutivi, i vezzeggiativi, nelle intercettazioni sempre più nauseabonde che leggiamo: si parla di regalini, noccioline, problemini. I diminutivi sono spesso sospetti, nella lingua italiana: nascondono infamie. Nel caso specifico nascondono la cosa più infame, che è il ricatto: sto zitto e ti sono amico, ma a condizione che paghi. Amico? Piuttosto "complice in crudeltà", come diceva La Boétie nella Servitù Volontaria. Dice la moglie di Tarantini, sul mensile di 20.000
euro che il premier elargì per anni ai coniugi che spedivano escort a Palazzo Grazioli: "Ci servivano tutti quei soldi perché abbiamo un tenore di vita alto". Dovevano andare a Cortina, precisa. Chissà perché: dovevano. Questa è la disperazione che Berlusconi incrocia passeggiando. Uno sciopero, immagino non gli dica nulla su chi dispera.
Ricattare un uomo è peggio di sfruttarlo. È conoscerne i misfatti e racimolando prove guadagnarci. Le conversazioni fra Tarantini e il faccendiere Lavitola sono istruttive: il premier va "tenuto sulla corda"; messo "con le spalle al muro"; "in ginocchio". È insultare il bisogno chiamarli bisognosi. La giustizia accerterà, ma già sappiamo parecchio: il premier è ricattabile, non padrone di sé. È una marionetta, manovrata da burattinai nell'ombra. Si è avuta quest'impressione, netta, quando Dell'Utri commentò, il 29-6-2010, la sentenza che lo condannò in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ancora una volta glorificò Mangano, il tutore-stalliere distaccato a Arcore dalla mafia che mai nominò Berlusconi. Poi aggiunse, singolare postilla: "Io non l'avrei fatto. Forse non avrei resistito a quello cui ha resistito lui". La frase non era buttata lì; pareva un pizzino: "Stai in guardia, posso parlare, io non sono un eroe".
Uno che accetta d'esser ricattabile pensa di dominare ma è dominato; sproloquia di un Paese che ama ma lo considera "di merda". La guerra distorce gli animi a tal punto. Come può governare, se è ostaggio di uomini e donne che lo spremono? Come, se la sua vulnerabilità al ricatto diventa un male banale, un'ordinaria abitudine omertosa, e questo nell'ora in cui dagli italiani si esige una ripresa, morale oltre che economica, e una solidarietà con i poveri, i giovani derubati di pensione e futuro, i precari che la Banca d'Italia chiede di tutelare (comunicazione al Parlamento del vicedirettore Ignazio Visco, 30-8-11) e che la manovra ignora? Non è solo Berlusconi, il sequestrato. La cultura estorsiva secerne i suoi habitués, per contaminazione. Fra essi potrebbe esserci Tremonti, il così imprudente, così stupidamente spavaldo uomo-chiave della crisi.
Gli stava vicino un ometto tracotante e avido, Marco Milanese: ma proditoriamente. Accusato di associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreto, si spera che il Parlamento ne autorizzi l'arresto. Milanese aveva anche dato al ministro un appartamento al centro di Roma che Tremonti pagava in parte e senza fattura. Il perché resta oscuro. Il ministro ha detto che la Guardia di finanza lo spiava: cosa strana per chi della Gdf è capo. Più la faccenda s'annebbia, più cresce il sospetto che anch'egli sia ricattato da un "complice in crudeltà".
Ma c'è di più: la debolezza di Berlusconi accresce negli italiani il disprezzo, l'odio della politica. Proprio lui, che entrò in scena vituperando i politici di professione ed esaltando meriti e competenze, incarna ora la politica quando si fa putrescente. La sua è una profezia che si autoavvera: aveva dipinto la separatezza teatrale del politico, e l'immagine s'è fatta iper-realtà. Al posto dei partiti le cerchie, le cosche: più che mai i cittadini sono tenuti all'oscuro. Per questo è così vitale raccogliere le firme per abolire tramite referendum la legge elettorale che ha potenziato le cosche. Disse ancora Dell'Utri, nel 2010, che mai avrebbe voluto fare il ministro: "Voglio scegliere i ministri". Ecco lo scopo delle cosche: scegliere, ma dietro le quinte. Berlusconi accusa tutti, di debilitare il premier: costituzione, Parlamento, oppositori, giornali. Non accusato è solo chi amichevolmente lo irretisce in permanenti ricatti.
Non si creda che basti toglierlo di scena perché tutto torni a posto. Che basti sostituirlo con altri spregiatori della politica, magari invischiati come lui in conflitti d'interesse. Se tante barriere sono cadute, abbassando la soglia del fattibile, è perché da 17 anni la sinistra ingoia i conflitti d'interessi, e si irrita quando qualche stravagante parla di questione morale. Perché anch'essa custodisce sue cerchie. Altrimenti avrebbe capito un po' prima che a Milano e Napoli montava una rivolta della decenza che infine ha incensato, ma di cui non fu l'iniziatrice. Altrimenti si getterebbe ora nella raccolta di firme sulla legge elettorale. Altrimenti elogerebbe ogni giorno l'opera di Visco e Prodi contro l'evasione fiscale. Il male di Berlusconi contagia: è "dentro di noi", come scrisse Max Picard di Hitler nel '46. Come spiegare in altro modo l'incuria, l'impreparazione, davanti ai tanti scandali che assillano il Pd: da Tedesco a Pronzato e Penati?
Certo la sinistra non è Berlusconi: rispetta la giustizia, e non è poco. Ma una cosa rischia di accomunarli: il virus viene riconosciuto solo quando i magistrati lo scoperchiano, non è debellato in anticipo da anticorpi presenti nei partiti. Le condotte di Penati non erano ignote. Fin dal 2005 fu sospettato d'aver acquistato a caro prezzo azioni dell'autostrada Serravalle, quand'era Presidente della provincia a Milano, nonostante la società fosse già pubblica: per ottenere forse dall'imprenditore Gavio, cui comprò le azioni, contributi alla scalata di Bnl. Poi vennero le tangenti per l'ex Area Falck di Sesto San Giovanni. Nel 2007 il giornalista Gianni Barbacetto scrisse su questo un libro (I compagni che sbagliano). Prudenza avrebbe consigliato l'allontanamento da Penati. Invece niente. Passano soli due anni, e nel 2009 Bersani nomina proprio Penati capo della sua segreteria. Era "l'uomo del Nord", scrive Nando Dalla Chiesa sul Fatto, e il Nord s'espugna con i figli del berlusconismo.
Si racconta che un giorno i discepoli di Confucio gli chiesero: "Quale sarà la prima mossa, come imperatore della Cina?". Rispose: "Comincerei col fissare il senso delle parole". È quello di cui abbiamo bisogno anche noi, è la via aurea che s'imbocca quando - finite le guerre - urge rialzare le barriere del fattibile. Rimettere ordine nelle parole è anche smettere gli smorti totem che ci assillano: parole come riformismo, o centrismo. Ormai sappiamo che riformista è chi si accredita conservando lo status quo, facendo favori a gruppi d'interesse, Chiesa compresa. Liberare l'Italia da mafie e ricatti non è considerato riformista. Sbarazzarsi di Berlusconi servirà a poco, in queste condizioni. Gli elettori sono disgustati dalla politica come nel '93-'94. Cercheranno un nuovo Berlusconi.
Etichette:
Berlusconi,
berlusconismo,
La Repubblica,
Milanese,
Penati,
Spinelli,
Tarantini,
Tremonti
2.11.08
Il conflitto di Tremonti
di Luca Piana
Gli affari segreti dello studio fondato dal ministro. Tra banche, petrolieri e aziende pubbliche. Incarichi di prestigio agli associati. E pratiche che procedono a rilento all'Agenzia delle Entrate
La pratica è arrivata sul tavolo degli ispettori anti evasione ormai da tempo. La Mondadori, casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi, è sospettata di aver evaso il fisco. Facendo i controlli sulle dichiarazioni del 2004, gli uomini dell'Agenzia delle Entrate di Milano si sono accorti che la Mondadori aveva escluso dal reddito imponibile una serie di guadagni, riducendo le tasse da pagare.
Una cifra non elevata, dicono fonti vicine al dossier, anche se superiore ai livelli che potrebbero far scattare la denuncia per falsa dichiarazione. Il caso, però, è politicamente scottante per due aspetti diversi. Il primo è che sarebbe clamoroso vedere un premier punire se stesso per aver evaso il fisco. Il secondo è che tra i consulenti fiscali abituali del gruppo Fininvest c'è, anche se in modo non esclusivo, lo studio fondato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Così all'Agenzia delle Entrate, l'ente che si occupa della lotta all'evasione guidato da un fedelissimo del ministro, Attilio Befera, la pratica Mondadori sembra non fare progressi da mesi: alla stessa casa editrice fanno sapere di non essere a conoscenza se i rilievi, dichiarati già nel bilancio 2007, abbiano avuto seguito. All'Agenzia, invece, non commentano.
In prima linea durante queste settimane di durissima crisi finanziaria, Tremonti è da sempre considerato una delle figure più in vista nell'alleanza che gravita attorno a Berlusconi. Esiste però una faccia poco nota del pianeta Tremonti, costituita dalla sua attività professionale di fiscalista. Lo studio, fondato negli anni Ottanta, ha la sede storica a Milano, dove occupa gran parte di un elegante palazzo in via Crocefisso. Dal citofono il cognome del ministro oggi è sparito. Vi rimangono quelli dei più anziani fra i partner attuali: Enrico Vitali, Dario Romagnoli e Lorenzo Piccardi. Il sito Web informa che Tremonti "ha lasciato lo studio".
Gli studi professionali non sono aziende ma associazioni fra partner che si dividono i profitti. Se uno lascia, a meno di accordi segreti, la ditta esce dal suo patrimonio. Per Tremonti, però, l'idea di un taglio netto è dura da sostenere: ogni volta che è uscito dal governo, è tornato a lavorare in studio. È accaduto nel luglio 2004 quando, in rotta con Gianfranco Fini, per 14 mesi dovette lasciare il posto a Domenico Siniscalco. Ed è successo nel 2006, dopo l'ultima vittoria di Romano Prodi.
Questo avanti-indietro dà vita a un corto circuito continuo. Il primo aspetto problematico nasce nei rapporti fra ministero e imprese a controllo statale. Tremonti partecipa alla nomina di manager di aziende che, poi, figurano fra i clienti dello studio, come accaduto con Enel e altre società. Un intreccio che si complica quando il ministro assegna incarichi a persone che incrocia nell'attività privata. Nel 2002 ha piazzato nel collegio sindacale dell'Eni Paolo Colombo, fratello di Fabrizio, un suo associato. Due anni dopo lo stesso Paolo Colombo è divenuto consulente dello studio e lo scorso giugno, nella tornata di nomine all'Eni varate da Tremonti, è stato promosso consigliere. L'unica donna fra i partner dello studio, Laura Gualtieri, è stata nominata nel collegio sindacale di due aziende della Finmeccanica, Agusta e Alenia Aermacchi, anche se solo come sindaco supplente. Curioso il caso del presidente dell'Enel, Piero Gnudi, riconfermato in giugno: è stata la figlia, Maddalena, a venire accolta, quest'anno, tra gli associati dello studio fondato da Tremonti.
Il secondo aspetto delicato riguarda la sfera politica. I proclami del ministro a volte stridono pesantemente con il business dello studio, facendo apparire Tremonti come il Don Giovanni di Mozart: cambiando identità a seconda della donna che ha davanti, il seduttore sembra perdere se stesso. Lui attacca la grande finanza, ma fra i clienti abbondano le banche, dalla Merrill Lynch al Monte dei Paschi di Siena, che in luglio si è avvalso della consulenza fiscale di Vitali & C. per vendere alla Lehman Brothers l'attività dei crediti in sofferenza. E non mancano i petrolieri, quelli che avrebbero dovuto piangere per l'introduzione della cosiddetta Robin Hood Tax. Il 17 luglio, parlando alla Camera dei deputati, Tremonti si è scagliato contro i colossi russi dell'energia, affermando che in Europa operano soggetti dalle "caratteristiche aggressive diverse da quelle di mercato". Un mese prima, quando era ministro da 40 giorni, la Erg della famiglia Garrone aveva però venduto alla russa Lukoil il 49 per cento delle raffinerie e della centrale di Priolo, in Sicilia, per 1,37 miliardi. Per minimizzare l'impatto fiscale sull'incasso, la Erg si era rivolta allo studio fondato da Tremonti, con cui vanta un lungo rapporto: uno dei partner, Marcello Valenti, è sindaco della Erg Raffinerie Mediterranee.
In maniera più rilevante, l'elastico tra politica e professione si intreccia con uno dei compiti più delicati del ministero dell'Economia: il controllo dell'onestà contributiva dei grandi gruppi, che sono pure clienti, dalla Pirelli alla Fiat. Lo studio non vuole fare commenti sull'elenco dettagliato dei clienti. Ma l'intreccio produce effetti ai limiti del comico, come accaduto il 19 giugno alla festa della Guardia di Finanza, celebrata al Foro Italico sotto gli occhi di Tremonti, appena tornato ministro. Durante la cerimonia tre finanzieri - il tenente colonnello Sergio Napoletano e i marescialli Antonio Fusco e Roberto D'Oria - sono stati premiati per aver portato a termine "una complessa attività di verifica nei confronti di una nota azienda dell'alta moda", che aveva sottratto al fisco "redditi per oltre 280 milioni". La nota azienda era degli stilisti Dolce & Gabbana, che per difendersi dall'erario, si erano affidati allo studio fondato da Tremonti. 'L'espresso' ha potuto ricostruire altri episodi - da Telecom Italia alla Techint, dalla Magiste di Stefano Ricucci all'eredità fiscale del gruppo Capitalia - nei quali Tremonti si è ritrovato coinvolto prima come ministro, poi come collaboratore dello studio, o viceversa.
EVASORI D'ACCIAIO Nei primi mesi del 2008 l'Agenzia delle Entrate si è ritrovata sul tavolo un caso delicato. A essere coinvolta era la Dalmine della famiglia Rocca. Spulciando il bilancio 2003, gli ispettori di Bergamo dell'Agenzia hanno scoperto che la Dalmine aveva escluso dall'imponibile 108 milioni di sterline (160 milioni di euro): cifra versata alla BHP Billiton Petroleum per chiudere un procedimento legale avviato dopo la rottura di un gasdotto e che aveva condotto a un pronunciamento sfavorevole della High Court of Justice inglese. La vicenda è complessa. In un primo momento sembrava che potesse essere accolta la linea difensiva del gruppo Rocca, affidata allo studio Tremonti, che sosteneva la deducibilità del prezzo pagato. In seguito, altre verifiche hanno dato ragione agli ispettori di Bergamo, aprendo la strada a una contestazione stimabile in un centinaio di milioni. Passati cinque mesi dal ricambio al vertice dell'Agenzia, la questione non risulta però ancora definita.
DIETROFRONT TELECOM Se c'è un caso che mostra l'intrecciarsi delle indagini del Fisco con l'andirivieni di Tremonti dal ministero, è quello relativo all'acquisizione di Blu, un vecchio operatore di telefonia Gsm in difficoltà, da parte di Telecom. La compagnia, guidata allora da Marco Tronchetti Provera, acquista Blu nel 2002. Nel dicembre dello stesso anno (con Tremonti ministro), chiede all'Agenzia delle Entrate, sede di Torino, di utilizzare le perdite fiscali dell'operatore in disarmo per ridurre l'imponibile, avvalendosi di un parere del tributarista Franco Gallo. Ottiene l'ok nel marzo 2003.
Due anni dopo, gli ispettori centrali dell'Agenzia, guidata all'epoca da un altro fedele tremontiano, Raffaele Ferrara, contestano alla Telecom di aver rappresentato l'operazione Blu in modo scorretto. Tremonti all'epoca è uscito temporaneamente dal governo e Telecom si affida alla consulenza del suo studio. Nella vicenda ballano cifre da capogiro. L'accertamento si conclude nel dicembre 2007 con la richiesta di 436 milioni di maggiori imposte, oltre a sanzioni e interessi per 492 milioni. Il 7 maggio scorso, casualmente il giorno del ritorno di Tremonti al ministero, viene spedita una cartella esattoriale che impone il pagamento di una prima tranche di 182 milioni. Telecom ottiene dalla Commissione tributaria di Torino la sospensione della riscossione. E ora l'Agenzia tratta con il gruppo e il suo consulente - Vitali, Romagnoli, Piccardi e Associati - la possibilità di una transazione.
CLIENTI & RAIDER Tremonti, tornato ministro e alle prese con la crisi finanziaria, attacca speculatori, paradisi fiscali e banchieri. Lo studio che lui ha fondato mostra però consuetudine con tutte queste categorie. In Lussemburgo aveva aperto nel 1992 la società Studio Tremonti International, liquidata due anni dopo. Più recentemente, ha difeso l'operato della Bell di Emilio Gnutti (vedi box a lato). E tra i clienti non sono mancati Gianpiero Fiorani e Stefano Ricucci. Il banchiere chiese un parere fiscale allo studio nel 2003, per una riorganizzazione che permise alla Popolare di Lodi di pagare meno tasse per decine di milioni. Quando invece nel luglio 2006 il gruppo Ricucci iniziò ad andare a gambe all'aria, e si ritrovò a dover sanare le imposte evase, la prima porta a cui bussò è quella di via Crocefisso. E così, a trattare con l'Agenzia un accordo per decine di milioni si è ritrovato Giuliano Foglia, un partner entrato nello studio cinque anni fa.
GERONZI D'ORO Uno dei casi più clamorosi, tuttavia, riguarda Unicredit. L'istituto guidato da Alessandro Profumo quest'anno potrebbe pagare un miliardo di tasse in meno per effetto di una norma introdotta dal Tremonti ministro. La sorpresa è contenuta in una società inattiva, Ipse 2000, il cui pacchetto di maggioranza Unicredit ha trovato in Capitalia, la banca acquistata l'anno scorso. Ecco i fatti. Otto anni fa Capitalia, guidata da Cesare Geronzi, decide di finanziare l'avventura di Ipse, una società nata dal nulla per buttarsi nei telefonini Umts. Ipse si dissangua per rilevare le frequenze necessarie e nel 2004 è sull'orlo del fallimento. Porta però in dote 3 miliardi di perdite fiscali che possono dar luogo a un beneficio in termini di minori imposte stimabile in un miliardo. Capitalia offre Ipse all'Enel, che già possiede Wind, e potrebbe essere interessata alle frequenze. Il fatto che una 'bara fiscale' possa essere sfruttata da un'azienda statale come l'Enel suscita però critiche. E l'Agenzia delle Entrate pone un vincolo: Enel può compiere il blitz solo se non rivenderà Wind a stretto giro di posta, cosa che invece intende fare.
L'affare si blocca, ma Capitalia ha un 'piano B'. Forte di un parere di Enrico Vitali, mira a utilizzare per sé le perdite fiscali. Senza fare troppo rumore, compra azioni Ipse fino al 50 per cento più una. La mossa è necessaria per usufruire del cosiddetto 'consolidato fiscale', varato dal Tremonti ministro l'anno prima. E permette a Geronzi, al momento di vendere la banca, di indorare la pillola di Ipse, un'operazione del tutto sballata. Il frutto potrebbe essere colto da Profumo quest'anno. Un miliardo di minori tasse per lo Stato non è poco: alla cosiddetta carta per i poveri, voluta dal ministro, sono stati destinati solo 200 milioni.
espresso.it
Gli affari segreti dello studio fondato dal ministro. Tra banche, petrolieri e aziende pubbliche. Incarichi di prestigio agli associati. E pratiche che procedono a rilento all'Agenzia delle Entrate
La pratica è arrivata sul tavolo degli ispettori anti evasione ormai da tempo. La Mondadori, casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi, è sospettata di aver evaso il fisco. Facendo i controlli sulle dichiarazioni del 2004, gli uomini dell'Agenzia delle Entrate di Milano si sono accorti che la Mondadori aveva escluso dal reddito imponibile una serie di guadagni, riducendo le tasse da pagare.
Una cifra non elevata, dicono fonti vicine al dossier, anche se superiore ai livelli che potrebbero far scattare la denuncia per falsa dichiarazione. Il caso, però, è politicamente scottante per due aspetti diversi. Il primo è che sarebbe clamoroso vedere un premier punire se stesso per aver evaso il fisco. Il secondo è che tra i consulenti fiscali abituali del gruppo Fininvest c'è, anche se in modo non esclusivo, lo studio fondato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Così all'Agenzia delle Entrate, l'ente che si occupa della lotta all'evasione guidato da un fedelissimo del ministro, Attilio Befera, la pratica Mondadori sembra non fare progressi da mesi: alla stessa casa editrice fanno sapere di non essere a conoscenza se i rilievi, dichiarati già nel bilancio 2007, abbiano avuto seguito. All'Agenzia, invece, non commentano.
In prima linea durante queste settimane di durissima crisi finanziaria, Tremonti è da sempre considerato una delle figure più in vista nell'alleanza che gravita attorno a Berlusconi. Esiste però una faccia poco nota del pianeta Tremonti, costituita dalla sua attività professionale di fiscalista. Lo studio, fondato negli anni Ottanta, ha la sede storica a Milano, dove occupa gran parte di un elegante palazzo in via Crocefisso. Dal citofono il cognome del ministro oggi è sparito. Vi rimangono quelli dei più anziani fra i partner attuali: Enrico Vitali, Dario Romagnoli e Lorenzo Piccardi. Il sito Web informa che Tremonti "ha lasciato lo studio".
Gli studi professionali non sono aziende ma associazioni fra partner che si dividono i profitti. Se uno lascia, a meno di accordi segreti, la ditta esce dal suo patrimonio. Per Tremonti, però, l'idea di un taglio netto è dura da sostenere: ogni volta che è uscito dal governo, è tornato a lavorare in studio. È accaduto nel luglio 2004 quando, in rotta con Gianfranco Fini, per 14 mesi dovette lasciare il posto a Domenico Siniscalco. Ed è successo nel 2006, dopo l'ultima vittoria di Romano Prodi.
Questo avanti-indietro dà vita a un corto circuito continuo. Il primo aspetto problematico nasce nei rapporti fra ministero e imprese a controllo statale. Tremonti partecipa alla nomina di manager di aziende che, poi, figurano fra i clienti dello studio, come accaduto con Enel e altre società. Un intreccio che si complica quando il ministro assegna incarichi a persone che incrocia nell'attività privata. Nel 2002 ha piazzato nel collegio sindacale dell'Eni Paolo Colombo, fratello di Fabrizio, un suo associato. Due anni dopo lo stesso Paolo Colombo è divenuto consulente dello studio e lo scorso giugno, nella tornata di nomine all'Eni varate da Tremonti, è stato promosso consigliere. L'unica donna fra i partner dello studio, Laura Gualtieri, è stata nominata nel collegio sindacale di due aziende della Finmeccanica, Agusta e Alenia Aermacchi, anche se solo come sindaco supplente. Curioso il caso del presidente dell'Enel, Piero Gnudi, riconfermato in giugno: è stata la figlia, Maddalena, a venire accolta, quest'anno, tra gli associati dello studio fondato da Tremonti.
Il secondo aspetto delicato riguarda la sfera politica. I proclami del ministro a volte stridono pesantemente con il business dello studio, facendo apparire Tremonti come il Don Giovanni di Mozart: cambiando identità a seconda della donna che ha davanti, il seduttore sembra perdere se stesso. Lui attacca la grande finanza, ma fra i clienti abbondano le banche, dalla Merrill Lynch al Monte dei Paschi di Siena, che in luglio si è avvalso della consulenza fiscale di Vitali & C. per vendere alla Lehman Brothers l'attività dei crediti in sofferenza. E non mancano i petrolieri, quelli che avrebbero dovuto piangere per l'introduzione della cosiddetta Robin Hood Tax. Il 17 luglio, parlando alla Camera dei deputati, Tremonti si è scagliato contro i colossi russi dell'energia, affermando che in Europa operano soggetti dalle "caratteristiche aggressive diverse da quelle di mercato". Un mese prima, quando era ministro da 40 giorni, la Erg della famiglia Garrone aveva però venduto alla russa Lukoil il 49 per cento delle raffinerie e della centrale di Priolo, in Sicilia, per 1,37 miliardi. Per minimizzare l'impatto fiscale sull'incasso, la Erg si era rivolta allo studio fondato da Tremonti, con cui vanta un lungo rapporto: uno dei partner, Marcello Valenti, è sindaco della Erg Raffinerie Mediterranee.
In maniera più rilevante, l'elastico tra politica e professione si intreccia con uno dei compiti più delicati del ministero dell'Economia: il controllo dell'onestà contributiva dei grandi gruppi, che sono pure clienti, dalla Pirelli alla Fiat. Lo studio non vuole fare commenti sull'elenco dettagliato dei clienti. Ma l'intreccio produce effetti ai limiti del comico, come accaduto il 19 giugno alla festa della Guardia di Finanza, celebrata al Foro Italico sotto gli occhi di Tremonti, appena tornato ministro. Durante la cerimonia tre finanzieri - il tenente colonnello Sergio Napoletano e i marescialli Antonio Fusco e Roberto D'Oria - sono stati premiati per aver portato a termine "una complessa attività di verifica nei confronti di una nota azienda dell'alta moda", che aveva sottratto al fisco "redditi per oltre 280 milioni". La nota azienda era degli stilisti Dolce & Gabbana, che per difendersi dall'erario, si erano affidati allo studio fondato da Tremonti. 'L'espresso' ha potuto ricostruire altri episodi - da Telecom Italia alla Techint, dalla Magiste di Stefano Ricucci all'eredità fiscale del gruppo Capitalia - nei quali Tremonti si è ritrovato coinvolto prima come ministro, poi come collaboratore dello studio, o viceversa.
EVASORI D'ACCIAIO Nei primi mesi del 2008 l'Agenzia delle Entrate si è ritrovata sul tavolo un caso delicato. A essere coinvolta era la Dalmine della famiglia Rocca. Spulciando il bilancio 2003, gli ispettori di Bergamo dell'Agenzia hanno scoperto che la Dalmine aveva escluso dall'imponibile 108 milioni di sterline (160 milioni di euro): cifra versata alla BHP Billiton Petroleum per chiudere un procedimento legale avviato dopo la rottura di un gasdotto e che aveva condotto a un pronunciamento sfavorevole della High Court of Justice inglese. La vicenda è complessa. In un primo momento sembrava che potesse essere accolta la linea difensiva del gruppo Rocca, affidata allo studio Tremonti, che sosteneva la deducibilità del prezzo pagato. In seguito, altre verifiche hanno dato ragione agli ispettori di Bergamo, aprendo la strada a una contestazione stimabile in un centinaio di milioni. Passati cinque mesi dal ricambio al vertice dell'Agenzia, la questione non risulta però ancora definita.
DIETROFRONT TELECOM Se c'è un caso che mostra l'intrecciarsi delle indagini del Fisco con l'andirivieni di Tremonti dal ministero, è quello relativo all'acquisizione di Blu, un vecchio operatore di telefonia Gsm in difficoltà, da parte di Telecom. La compagnia, guidata allora da Marco Tronchetti Provera, acquista Blu nel 2002. Nel dicembre dello stesso anno (con Tremonti ministro), chiede all'Agenzia delle Entrate, sede di Torino, di utilizzare le perdite fiscali dell'operatore in disarmo per ridurre l'imponibile, avvalendosi di un parere del tributarista Franco Gallo. Ottiene l'ok nel marzo 2003.
Due anni dopo, gli ispettori centrali dell'Agenzia, guidata all'epoca da un altro fedele tremontiano, Raffaele Ferrara, contestano alla Telecom di aver rappresentato l'operazione Blu in modo scorretto. Tremonti all'epoca è uscito temporaneamente dal governo e Telecom si affida alla consulenza del suo studio. Nella vicenda ballano cifre da capogiro. L'accertamento si conclude nel dicembre 2007 con la richiesta di 436 milioni di maggiori imposte, oltre a sanzioni e interessi per 492 milioni. Il 7 maggio scorso, casualmente il giorno del ritorno di Tremonti al ministero, viene spedita una cartella esattoriale che impone il pagamento di una prima tranche di 182 milioni. Telecom ottiene dalla Commissione tributaria di Torino la sospensione della riscossione. E ora l'Agenzia tratta con il gruppo e il suo consulente - Vitali, Romagnoli, Piccardi e Associati - la possibilità di una transazione.
CLIENTI & RAIDER Tremonti, tornato ministro e alle prese con la crisi finanziaria, attacca speculatori, paradisi fiscali e banchieri. Lo studio che lui ha fondato mostra però consuetudine con tutte queste categorie. In Lussemburgo aveva aperto nel 1992 la società Studio Tremonti International, liquidata due anni dopo. Più recentemente, ha difeso l'operato della Bell di Emilio Gnutti (vedi box a lato). E tra i clienti non sono mancati Gianpiero Fiorani e Stefano Ricucci. Il banchiere chiese un parere fiscale allo studio nel 2003, per una riorganizzazione che permise alla Popolare di Lodi di pagare meno tasse per decine di milioni. Quando invece nel luglio 2006 il gruppo Ricucci iniziò ad andare a gambe all'aria, e si ritrovò a dover sanare le imposte evase, la prima porta a cui bussò è quella di via Crocefisso. E così, a trattare con l'Agenzia un accordo per decine di milioni si è ritrovato Giuliano Foglia, un partner entrato nello studio cinque anni fa.
GERONZI D'ORO Uno dei casi più clamorosi, tuttavia, riguarda Unicredit. L'istituto guidato da Alessandro Profumo quest'anno potrebbe pagare un miliardo di tasse in meno per effetto di una norma introdotta dal Tremonti ministro. La sorpresa è contenuta in una società inattiva, Ipse 2000, il cui pacchetto di maggioranza Unicredit ha trovato in Capitalia, la banca acquistata l'anno scorso. Ecco i fatti. Otto anni fa Capitalia, guidata da Cesare Geronzi, decide di finanziare l'avventura di Ipse, una società nata dal nulla per buttarsi nei telefonini Umts. Ipse si dissangua per rilevare le frequenze necessarie e nel 2004 è sull'orlo del fallimento. Porta però in dote 3 miliardi di perdite fiscali che possono dar luogo a un beneficio in termini di minori imposte stimabile in un miliardo. Capitalia offre Ipse all'Enel, che già possiede Wind, e potrebbe essere interessata alle frequenze. Il fatto che una 'bara fiscale' possa essere sfruttata da un'azienda statale come l'Enel suscita però critiche. E l'Agenzia delle Entrate pone un vincolo: Enel può compiere il blitz solo se non rivenderà Wind a stretto giro di posta, cosa che invece intende fare.
L'affare si blocca, ma Capitalia ha un 'piano B'. Forte di un parere di Enrico Vitali, mira a utilizzare per sé le perdite fiscali. Senza fare troppo rumore, compra azioni Ipse fino al 50 per cento più una. La mossa è necessaria per usufruire del cosiddetto 'consolidato fiscale', varato dal Tremonti ministro l'anno prima. E permette a Geronzi, al momento di vendere la banca, di indorare la pillola di Ipse, un'operazione del tutto sballata. Il frutto potrebbe essere colto da Profumo quest'anno. Un miliardo di minori tasse per lo Stato non è poco: alla cosiddetta carta per i poveri, voluta dal ministro, sono stati destinati solo 200 milioni.
espresso.it
Etichette:
conflitto interesse,
fisco,
Tremonti
Iscriviti a:
Post (Atom)