Gad Lerner (la Repubblica)
Dopo più di quattro anni di crisi ininterrotta, ciascuno di noi ha almeno un parente o un amico in difficoltà perché ha perso il lavoro; il traguardo della pensione appare distante; i figli restano a carico. Facciamo i conti con i problemi immediati del reddito venuto a mancare e col turbamento determinato da un inatteso cambiamento di status sociale. Senza contare i giovani, che ormai ci siamo abituati a sopportare precari per definizione. Come aiutarli, come aiutarci? Impossibile voltare le spalle: anche i fortunati hanno relazioni che li coinvolgono in un dramma fino a ieri vissuto privatamente, con vergogna; ma che ora s' impone dappertutto come esperienza da condividere. Come aiutarli, come aiutarci? L' urgenza degli interrogativi pratici non trova certo risposta nelle futuribili riforme degli ammortizzatori sociali propagandate nelle agende della campagna elettorale: sussidio di disoccupazione, reddito minimo garantito (o di sopravvivenza)... per ora sono solo chiacchiere. Intanto che si fa? Si calcolano i risparmi, la possibilità di sospendere il mutuo, quanto dureranno i soldi della liquidazione, ospitalità provvisorie, lavoretti-tampone, durata ulteriore delle spese universitarie, vendita di beni superflui. La società reagisce allo smottamento attivando spontanee reti di sostegno molecolare che naturalmente funzionano meglio là dove si erano distribuite in passato quote significative della ricchezza nazionale. Percepiamo di dover fronteggiare ancora a lungo una stagione di penuria. Quali che siano le previsioni "macro" degli esperti sulla crescita del Pil, vera e propria mitologica araba fenice, è la dimensione «micro» dell' economia che s' impone nella quotidianità delle persone. Fin troppo facile sarebbe ironizzare sul distacco fra questo dato esistenziale e le diatribe interne della politica (o dell' antipolitica). Più rilevante a me pare indagare le contromisure già in atto, dettate dall' urgenza, nei reticoli di un organismo sociale disomogeneo e sofferente ma tutto sommato consapevole di dover fare da sé. È chiaro che il compito prioritario della politica nel 2013 e negli anni a venire dovrà essere l' organizzazione di una risposta collettiva all' impoverimento causato dalla perdita del lavoro e dalle sofferenze che essa comporta. Anche in termini di lacerazioni familiari, oltre che di compressione dei consumi e sconvolgimento delle abitudini di vita. Il governo e la classe politica saranno chiamati a dedicarsi alla ricostruzione di uno spirito comunitario senza cui non c' è protezione sociale che tenga. Ma su quali energie vitali, su quale sensibilità civile potrà far leva la buona politica, per assolvere a un compito che si presenta immane in un' Italia che ha già visto l' 85% delle famiglie tagliare i consumi e perderà altre centinaia di migliaia di posti di lavoro nei prossimi mesi? Fu nel 1932 che Roosevelt si presentò alla società americana sconvolta dalla Grande Depressione cominciata tre anni prima come il leader intenzionato a «preoccuparsi dell' uomo dimenticato in fondo alla piramide economica», dichiarando la volontà di trasferire nella sfera politica l' impulso religioso della carità per porre fine all' «epoca dell' egoismo», dominata dai "sultani della proprietà". Roosevelt denunciava la "mancanza di comprensione dei principi elementari della giustiziae dell' equità" di cui si erano macchiati i detentori di grandi ricchezze; da ribaltare - in un' epoca di scarsità permanente - sotto forma di nuovo spirito pubblico: l' America doveva stringersi intorno ai suoi poveri e riorganizzarsi come società solidale nel New Deal. I suoi toni e i suoi argomenti nell' Italia contemporanea sarebbero forse tacciati di estremismo anticapitalista, ma esercitarono dentro alla crisi, che pure si prolungò drammaticamente per tutto il decennio, un effetto culturale straordinario: legittimarono uno spirito di resistenza che si fondava dal basso sul senso di comunità; più precisamente su una galassia di comunità riunitesi intorno alla cura dei soggetti precipitati nell' indigenza. Avvertiamo la mancanza di un tale impeto nel nostro discorso pubblico. Ma anche queste sono solo parole, suggestioni storiche. Meglio chiederci, allora, quali insegnamenti trarre dalle pratiche già in atto di auto-aiuto tra persone e famiglie in difficoltà. Per usare una parola antica e gloriosa del lessico cooperativo: restituiamo il valore che merita all' esperienza del mutuo soccorso. È vero che, un secolo dopo, in una collettività come la nostra che ha mitizzato il lusso alla portata di tutti e trasformato i bisogni in desideri di consumo, la disperazione sociale può dare luogo a reazioni inconsulte. Ce lo confermano i pellegrinaggi nei centri commerciali divenuti luoghi di ritrovo anche per chi ha essiccato la sua carta di credito (o non l' ha mai posseduta). Giungono come avvertimenti sinistri i saccheggi perpetrati da bande di giovani dropouts nei negozi di elettronica per impossessarsi dei tablets e degli altri status symbol, a Londra come in Argentina. E domani, chissà, forse anche nella nostra penisola: non c' è solo l' Italia degli operai licenziati e dei precari del pubblico impiego; siamo anche il paese dei forconi, dei clan, delle corporazioni, degli allevatori e dei camionisti affiliati a un sindacalismo intrecciato con poteri opachi. La sistematica delegittimazione dei corpi intermedi della nostra società - dalle strutture democratiche dei partiti all' associazionismo solidale fino alle organizzazioni di base del lavoro dipendente - ha lasciato un vuoto di cui oggi avvertiamo i danni. A chi rivolgersi, nel momento della necessità? Eppure l' aspirazione a una nuova socialità diffusa sta già esprimendosi, lontano dalla ribalta mediatica in cui predominano la politica e l' antipolitica. Intorno ai nostri amici e ai nostri parenti che hanno perso il lavoro si manifesta, con il bisogno, la pulsione spontanea a rigenerare comunità fra simili. Una nuova società più conviviale nella quale ritrovare il modo di aiutarci, la trasformazione delle sedi pubbliche mortificate dalla burocrazia in luoghi comunitari, non sono un' utopia ma una necessità vitale. Qui e ora, coinvolgendo le troppe energie rimaste a spasso. La politica potrà trarne insegnamento, ritrovare il senso della comune cittadinanza che nasce - nella penuria - dall' obbligo del mutuo soccorso.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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7.1.13
Come aiutarci
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12.9.11
Le nostre metamorfosi
Barbara Spinelli (La Repubblica 12.09.2011)
Giovedì, in una discussione su La7 che ha fatto seguito al film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, “Silvio Forever”, il direttore del Foglio ha detto una cosa importante. Ha detto che, grazie agli anni che portano l’impronta di Berlusconi, l’Italia avrebbe vissuto una “liberazione psicologica”. Si è sbarazzata di vecchie incrostazioni moraliste, di una democrazia con troppe regole, di tendenze micragnose, formalistiche. L’ora dei consuntivi sta arrivando, e nella valutazione dei diciassette anni passati c’è anche questo giudizio sull’avventura berlusconiana, imperturbabilmente positivo: quali che siano i loro esiti, vi sono fenomeni grandiosamente anomali che fanno magnifica la storia, in Italia e altrove.
È significativo che negli stessi giorni si celebri il decimo anniversario dell’11 settembre, perché anche qui fu un fenomeno prodigiosamente anomalo a trasfigurare la storia. I rivoluzionari amano questi prodigi, sia quando li incensano sia quando li demonizzano, perché il Grande Fenomeno fa tabula rasa, crea nuove classi dirigenti, interrompe quel che nella democrazia è lento e monotono, formalistico e incastonato in regole. Il tempo d’un tratto s’arresta, il rivoluzionario prova l’estasi dell’istante liberatorio. Il musicista Karlheinz Stockhausen s’estasiò, il 16 settembre 2001, davanti alla “più grandiosa opera d’arte nella storia cosmica”.
Nella discussione diretta da Enrico Mentana, spiccava la figura di Eugenio Scalfari. L’anomalia berlusconiana non gli appariva affatto grandiosa. Il giudizio era gelido, non magato neppure nelle pieghe, allergico all’inconcreto. Faceva impressione la sua presenza perché lo sguardo sul presente era ben più lungo dello sguardo dei colleghi. Il fenomeno Berlusconi (ma avrebbe potuto parlare anche dell’11 settembre, o della crisi economica) non era descritto come un botto improvviso, che fa piazza pulita e crea nuovi mondi. S’iscriveva in una storia lunga, che ancora ci tocca esplorare e che lui scruta dai tempi della prima repubblica con penna precisa. Mi sono chiesta come mai un giornalista con tanti anni di vita e d’esperienza sembrasse non solo il più acuto osservatore del presente, ma il più giovane.
La chiave penso sia la sua curiosità. Il curioso, lo dice l’etimologia, ha cura di quel che a prima vista pare enigmatico. Non gli basta vedere la pelle delle cose, ha brama di investigare, di tuffarsi molto a fondo, immergendosi con la testa come la balena narrata da Melville. Non si accontenta, e in genere usa poco questo tiepido aggettivo: contento. Il suo modo d’essere gli consente di intuire, nelle parole e negli eventi, quel che è altro dalla parola o dall’evento subito percepibili. Heidegger scrive cose simili, sulla tecnica: “L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico. Non apprenderemo mai la nostra relazione con la sua essenza, fino a quando rappresenteremo e praticheremo solo la tecnica. Sempre rimarremo, non liberi, incatenati alla tecnica: sia che l’approviamo con entusiasmo, sia che la neghiamo”.
Nel raccontare l’epoca che abbiamo alle spalle, Scalfari ragionava allo stesso modo: “La questione davvero importante non è Berlusconi. È come l’Italia abbia potuto sopportare un personaggio così per 17 anni. Chi siamo noi è la questione”. L’essenza di Berlusconi non è Berlusconi, così come l’essenza dell’11 settembre non è l’11 settembre ma la risposta che all’attentato venne data e la torpida genealogia dell’accadimento. In Italia l’essenza è la misteriosa, sempre ambigua metamorfosi dell’uomo e del suo mondo: il mondo che egli crea e quello che da fuori lo pigia e lo mette alla prova. Che lo spaventa anche, inducendolo a bendarsi gli occhi e seguire chimere per non vedere i precipizi verso cui sta correndo.
Se cito Scalfari a proposito dei bilanci che si stanno facendo (del berlusconismo, dell’11 settembre) è perché la metamorfosi è parte centrale del suo ultimo libro (Scuote l’anima mia Eros, Einaudi 2011) e perché i concetti di cui il testo è disseminato aiutano a capire la crisi che viviamo: la metamorfosi in primis ma anche la guerra fra gli istinti, l’amore di sé e dell’altro, la morte che impronta la vita e dunque viene prima della vita. E l’avarizia infine, una parola che mi ha colpito perché stranamente si è diradata nel dialogo fra le persone. Nel libro è evocata almeno tre volte. Una prima volta quando l’autore s’interroga sul segno (“più lieve della traccia che una lepre fuggitiva lascia sulla neve”) che resta delle singole vicende umane. Proprio perché la nostra è una “piccola vita circondata dal sonno”, scrive citando Shakespeare: “Non dilapidatela, non difendetela con avarizia (…) Vivetela con intensa passione, con speranza ed allegria”. Queste cose si imparano nell’adolescenza, quando sei in trasformazione e provi a cambiare in meglio il tuo Io. S’imparano anche in vecchiaia: se vissuta bene, è anch’essa metamorfosi. Ricordo il bellissimo disegno di Goya, al Prado. Un vecchio cammina appoggiato a due faticosi bastoni e sotto è scritto: Aùn aprendo, Ancora sto imparando.
Il secondo accenno all’avarizia è quando i mortali sono descritti come centauri, metà bestie metà uomini, sempre esposti al sopravvento del cavallo. L’avarizia di sé è figlia di questo rachitismo spirituale: dimentichi quel che fa dell’uomo un uomo, sei sopraffatto, rattrappisci. C’è infine un terzo passaggio, in cui ingeneroso è chi crede in una sola verità, e diviene avaro di sé.
L’avaro somiglia molto all’incurioso, che si fascia gli occhi per paura di disperdere quel che ammonticchia per sé. Anch’egli non ha cura dell’altro. Quando gli va incontro, è uno specchio che cerca: dunque vede solo se stesso. Giustamente è stato evocato, nella discussione, il narcisismo che affligge Berlusconi e l’Italia che l’ha scelto come modello. L’avaro incurioso vede l’Uno (la propria verità); al Due non arriva. Quando erano più sferzanti, i critici americani di G. W. Bush lo chiamavano incurious.
Non che sia mancata, subito dopo l’11 settembre, la sete di sapere. “Perché ci odiano?”, ripetevano sgomenti i politici Usa. Ma la domanda non era mai rivolta a se stessi, il male assurdo era sempre fuori. Anche Berlusconi chiede, di continuo: “Perché mi odiano?”, come se la sua persona fosse satanicamente osteggiata per motivi estranei a quel che lui è e fa. Anche qui è elusa la vera domanda: come avviene la seduzione? Cosa ha prodotto? E in America: come è potuto accadere che la guerra totale al terrore, lanciata caoticamente nel 2001, stia accelerando il crollo della potenza americana?
Dice Scalfari che gli italiani hanno un terzo istinto, oltre a quello buono e cattivo: un istinto anarcoide, antipolitico. Credo non sia un vizio solo italiano: penso alle civiltà suicide descritte da Jared Diamond nel libro Collasso, agli abitanti dell’isola di Pasqua, allo spirito anarcoide con cui distrussero tutti gli alberi fino a non poter costruire una sola barca per andare a pescare e nutrirsi.
In Italia come in America, l’evento cui abbiamo assistito è la morte della politica, il trionfo di poteri paralleli e sommersi che nemmeno Obama riesce a frenare. E la storia di questo trionfo è molto più lunga dei dieci anni che ci separano dall’11 settembre, o dei diciassette che ci separano dal Berlusconi politico. Negli Stati Uniti la dismisura, la hybris, culminò nel Progetto per il nuovo secolo americano, che i neoconservatori scrissero nel ’97, in collaborazione con l’industria militare: finita la guerra fredda l’America doveva trasformarsi in unica superpotenza, senza più rivali. L’orrore omicida dell’11 settembre permise al progetto di affermarsi. In Italia la hybris è radicata nella storia della P2, che ebbe il Premier tra i suoi affiliati. I fenomeni grandiosamente anomali hanno tutto un pedigree, e non solo: hanno effetti – sulla vita dei cittadini e sul futuro – che il giudizio finale deve incorporare. L’effetto in America è stato il collasso del potere mondiale. Quanto all’Italia, cosa ha prodotto la talentuosa conquista berlusconiana dei consensi? È ancora Scalfari che parla: “Il risultato lo si vede: siamo ridotti in mutande”.
Ascoltiamo quel che disse della P2 Tina Anselmi, il 9 gennaio ’86 in una Camera semivuota: “Ciò che dobbiamo chiederci è se accanto alla politica ufficiale, gestita nei modi e nelle forme che l’ordinamento consente, possa esistere una politica sommersa. Se (…) possa esistere un versante occulto, nel quale programmi e azioni destinate a incidere nella vita della collettività vengono elaborati al di fuori, non dico di ogni controllo ma della stessa conoscenza dell’opinione pubblica (…) Se sia possibile coltivare l’illusione di una correzione del sistema democratico attraverso meccanismi compensativi che, operando in maniera occulta o riservata, sarebbero in grado di assicurargli la necessaria stabilità” (Anna Vinci, La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, Chiarelettere 2011). Sotto forme diverse (P2, P3, P4) la politica sommersa continua.
Chi siamo noi è la questione. È la sola che conti. Non si tratta di dividersi tra benpensanti e malpensanti. Qui c’è bisogno di pensanti, tout court. Di trasformatori, consapevoli con Nietzsche che “Noi, cercatori della conoscenza, siamo a noi stessi degli sconosciuti, per il semplice motivo che non ci siamo mai cercati”.
Giovedì, in una discussione su La7 che ha fatto seguito al film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, “Silvio Forever”, il direttore del Foglio ha detto una cosa importante. Ha detto che, grazie agli anni che portano l’impronta di Berlusconi, l’Italia avrebbe vissuto una “liberazione psicologica”. Si è sbarazzata di vecchie incrostazioni moraliste, di una democrazia con troppe regole, di tendenze micragnose, formalistiche. L’ora dei consuntivi sta arrivando, e nella valutazione dei diciassette anni passati c’è anche questo giudizio sull’avventura berlusconiana, imperturbabilmente positivo: quali che siano i loro esiti, vi sono fenomeni grandiosamente anomali che fanno magnifica la storia, in Italia e altrove.
È significativo che negli stessi giorni si celebri il decimo anniversario dell’11 settembre, perché anche qui fu un fenomeno prodigiosamente anomalo a trasfigurare la storia. I rivoluzionari amano questi prodigi, sia quando li incensano sia quando li demonizzano, perché il Grande Fenomeno fa tabula rasa, crea nuove classi dirigenti, interrompe quel che nella democrazia è lento e monotono, formalistico e incastonato in regole. Il tempo d’un tratto s’arresta, il rivoluzionario prova l’estasi dell’istante liberatorio. Il musicista Karlheinz Stockhausen s’estasiò, il 16 settembre 2001, davanti alla “più grandiosa opera d’arte nella storia cosmica”.
Nella discussione diretta da Enrico Mentana, spiccava la figura di Eugenio Scalfari. L’anomalia berlusconiana non gli appariva affatto grandiosa. Il giudizio era gelido, non magato neppure nelle pieghe, allergico all’inconcreto. Faceva impressione la sua presenza perché lo sguardo sul presente era ben più lungo dello sguardo dei colleghi. Il fenomeno Berlusconi (ma avrebbe potuto parlare anche dell’11 settembre, o della crisi economica) non era descritto come un botto improvviso, che fa piazza pulita e crea nuovi mondi. S’iscriveva in una storia lunga, che ancora ci tocca esplorare e che lui scruta dai tempi della prima repubblica con penna precisa. Mi sono chiesta come mai un giornalista con tanti anni di vita e d’esperienza sembrasse non solo il più acuto osservatore del presente, ma il più giovane.
La chiave penso sia la sua curiosità. Il curioso, lo dice l’etimologia, ha cura di quel che a prima vista pare enigmatico. Non gli basta vedere la pelle delle cose, ha brama di investigare, di tuffarsi molto a fondo, immergendosi con la testa come la balena narrata da Melville. Non si accontenta, e in genere usa poco questo tiepido aggettivo: contento. Il suo modo d’essere gli consente di intuire, nelle parole e negli eventi, quel che è altro dalla parola o dall’evento subito percepibili. Heidegger scrive cose simili, sulla tecnica: “L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico. Non apprenderemo mai la nostra relazione con la sua essenza, fino a quando rappresenteremo e praticheremo solo la tecnica. Sempre rimarremo, non liberi, incatenati alla tecnica: sia che l’approviamo con entusiasmo, sia che la neghiamo”.
Nel raccontare l’epoca che abbiamo alle spalle, Scalfari ragionava allo stesso modo: “La questione davvero importante non è Berlusconi. È come l’Italia abbia potuto sopportare un personaggio così per 17 anni. Chi siamo noi è la questione”. L’essenza di Berlusconi non è Berlusconi, così come l’essenza dell’11 settembre non è l’11 settembre ma la risposta che all’attentato venne data e la torpida genealogia dell’accadimento. In Italia l’essenza è la misteriosa, sempre ambigua metamorfosi dell’uomo e del suo mondo: il mondo che egli crea e quello che da fuori lo pigia e lo mette alla prova. Che lo spaventa anche, inducendolo a bendarsi gli occhi e seguire chimere per non vedere i precipizi verso cui sta correndo.
Se cito Scalfari a proposito dei bilanci che si stanno facendo (del berlusconismo, dell’11 settembre) è perché la metamorfosi è parte centrale del suo ultimo libro (Scuote l’anima mia Eros, Einaudi 2011) e perché i concetti di cui il testo è disseminato aiutano a capire la crisi che viviamo: la metamorfosi in primis ma anche la guerra fra gli istinti, l’amore di sé e dell’altro, la morte che impronta la vita e dunque viene prima della vita. E l’avarizia infine, una parola che mi ha colpito perché stranamente si è diradata nel dialogo fra le persone. Nel libro è evocata almeno tre volte. Una prima volta quando l’autore s’interroga sul segno (“più lieve della traccia che una lepre fuggitiva lascia sulla neve”) che resta delle singole vicende umane. Proprio perché la nostra è una “piccola vita circondata dal sonno”, scrive citando Shakespeare: “Non dilapidatela, non difendetela con avarizia (…) Vivetela con intensa passione, con speranza ed allegria”. Queste cose si imparano nell’adolescenza, quando sei in trasformazione e provi a cambiare in meglio il tuo Io. S’imparano anche in vecchiaia: se vissuta bene, è anch’essa metamorfosi. Ricordo il bellissimo disegno di Goya, al Prado. Un vecchio cammina appoggiato a due faticosi bastoni e sotto è scritto: Aùn aprendo, Ancora sto imparando.
Il secondo accenno all’avarizia è quando i mortali sono descritti come centauri, metà bestie metà uomini, sempre esposti al sopravvento del cavallo. L’avarizia di sé è figlia di questo rachitismo spirituale: dimentichi quel che fa dell’uomo un uomo, sei sopraffatto, rattrappisci. C’è infine un terzo passaggio, in cui ingeneroso è chi crede in una sola verità, e diviene avaro di sé.
L’avaro somiglia molto all’incurioso, che si fascia gli occhi per paura di disperdere quel che ammonticchia per sé. Anch’egli non ha cura dell’altro. Quando gli va incontro, è uno specchio che cerca: dunque vede solo se stesso. Giustamente è stato evocato, nella discussione, il narcisismo che affligge Berlusconi e l’Italia che l’ha scelto come modello. L’avaro incurioso vede l’Uno (la propria verità); al Due non arriva. Quando erano più sferzanti, i critici americani di G. W. Bush lo chiamavano incurious.
Non che sia mancata, subito dopo l’11 settembre, la sete di sapere. “Perché ci odiano?”, ripetevano sgomenti i politici Usa. Ma la domanda non era mai rivolta a se stessi, il male assurdo era sempre fuori. Anche Berlusconi chiede, di continuo: “Perché mi odiano?”, come se la sua persona fosse satanicamente osteggiata per motivi estranei a quel che lui è e fa. Anche qui è elusa la vera domanda: come avviene la seduzione? Cosa ha prodotto? E in America: come è potuto accadere che la guerra totale al terrore, lanciata caoticamente nel 2001, stia accelerando il crollo della potenza americana?
Dice Scalfari che gli italiani hanno un terzo istinto, oltre a quello buono e cattivo: un istinto anarcoide, antipolitico. Credo non sia un vizio solo italiano: penso alle civiltà suicide descritte da Jared Diamond nel libro Collasso, agli abitanti dell’isola di Pasqua, allo spirito anarcoide con cui distrussero tutti gli alberi fino a non poter costruire una sola barca per andare a pescare e nutrirsi.
In Italia come in America, l’evento cui abbiamo assistito è la morte della politica, il trionfo di poteri paralleli e sommersi che nemmeno Obama riesce a frenare. E la storia di questo trionfo è molto più lunga dei dieci anni che ci separano dall’11 settembre, o dei diciassette che ci separano dal Berlusconi politico. Negli Stati Uniti la dismisura, la hybris, culminò nel Progetto per il nuovo secolo americano, che i neoconservatori scrissero nel ’97, in collaborazione con l’industria militare: finita la guerra fredda l’America doveva trasformarsi in unica superpotenza, senza più rivali. L’orrore omicida dell’11 settembre permise al progetto di affermarsi. In Italia la hybris è radicata nella storia della P2, che ebbe il Premier tra i suoi affiliati. I fenomeni grandiosamente anomali hanno tutto un pedigree, e non solo: hanno effetti – sulla vita dei cittadini e sul futuro – che il giudizio finale deve incorporare. L’effetto in America è stato il collasso del potere mondiale. Quanto all’Italia, cosa ha prodotto la talentuosa conquista berlusconiana dei consensi? È ancora Scalfari che parla: “Il risultato lo si vede: siamo ridotti in mutande”.
Ascoltiamo quel che disse della P2 Tina Anselmi, il 9 gennaio ’86 in una Camera semivuota: “Ciò che dobbiamo chiederci è se accanto alla politica ufficiale, gestita nei modi e nelle forme che l’ordinamento consente, possa esistere una politica sommersa. Se (…) possa esistere un versante occulto, nel quale programmi e azioni destinate a incidere nella vita della collettività vengono elaborati al di fuori, non dico di ogni controllo ma della stessa conoscenza dell’opinione pubblica (…) Se sia possibile coltivare l’illusione di una correzione del sistema democratico attraverso meccanismi compensativi che, operando in maniera occulta o riservata, sarebbero in grado di assicurargli la necessaria stabilità” (Anna Vinci, La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, Chiarelettere 2011). Sotto forme diverse (P2, P3, P4) la politica sommersa continua.
Chi siamo noi è la questione. È la sola che conti. Non si tratta di dividersi tra benpensanti e malpensanti. Qui c’è bisogno di pensanti, tout court. Di trasformatori, consapevoli con Nietzsche che “Noi, cercatori della conoscenza, siamo a noi stessi degli sconosciuti, per il semplice motivo che non ci siamo mai cercati”.
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7.9.11
L'altrove del narcisista
di BARBARA SPINELLI
FORSE, se vogliamo capire un poco quel che accade in Italia, bisogna pensare alle guerre, ai tabù che esse infrangono. Clausewitz, ad esempio, diceva che le guerre napoleoniche avevano "abbattuto le barriere del possibile, prima giacenti solo nell'inconscio", e che risollevarle era "estremamente difficile". Non dissimile è quel che ci sta succedendo.
Un capo di governo ci s'accampa davanti, e passa il tempo a distribuire soldi perché cali il silenzio su verità che lo riguardano. Non qualche soldo, ma tanti e sfacciati. Sfacciati perché la stessa persona dice che verseremo "lacrime e sangue", per riparare una crisi che per anni ha occultato, non sentendosene responsabile. Mentre noi faticosamente contiamo quello che pagheremo, lui sta lì, in un narcisistico altrove, e dice che i soldi li elargisce a persone bisognose, disperate, a lui care: i coniugi Tarantini, Lele Mora, Marcello dell'Utri, e parecchi altri.
Abbondano i diminutivi, i vezzeggiativi, nelle intercettazioni sempre più nauseabonde che leggiamo: si parla di regalini, noccioline, problemini. I diminutivi sono spesso sospetti, nella lingua italiana: nascondono infamie. Nel caso specifico nascondono la cosa più infame, che è il ricatto: sto zitto e ti sono amico, ma a condizione che paghi. Amico? Piuttosto "complice in crudeltà", come diceva La Boétie nella Servitù Volontaria. Dice la moglie di Tarantini, sul mensile di 20.000
euro che il premier elargì per anni ai coniugi che spedivano escort a Palazzo Grazioli: "Ci servivano tutti quei soldi perché abbiamo un tenore di vita alto". Dovevano andare a Cortina, precisa. Chissà perché: dovevano. Questa è la disperazione che Berlusconi incrocia passeggiando. Uno sciopero, immagino non gli dica nulla su chi dispera.
Ricattare un uomo è peggio di sfruttarlo. È conoscerne i misfatti e racimolando prove guadagnarci. Le conversazioni fra Tarantini e il faccendiere Lavitola sono istruttive: il premier va "tenuto sulla corda"; messo "con le spalle al muro"; "in ginocchio". È insultare il bisogno chiamarli bisognosi. La giustizia accerterà, ma già sappiamo parecchio: il premier è ricattabile, non padrone di sé. È una marionetta, manovrata da burattinai nell'ombra. Si è avuta quest'impressione, netta, quando Dell'Utri commentò, il 29-6-2010, la sentenza che lo condannò in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ancora una volta glorificò Mangano, il tutore-stalliere distaccato a Arcore dalla mafia che mai nominò Berlusconi. Poi aggiunse, singolare postilla: "Io non l'avrei fatto. Forse non avrei resistito a quello cui ha resistito lui". La frase non era buttata lì; pareva un pizzino: "Stai in guardia, posso parlare, io non sono un eroe".
Uno che accetta d'esser ricattabile pensa di dominare ma è dominato; sproloquia di un Paese che ama ma lo considera "di merda". La guerra distorce gli animi a tal punto. Come può governare, se è ostaggio di uomini e donne che lo spremono? Come, se la sua vulnerabilità al ricatto diventa un male banale, un'ordinaria abitudine omertosa, e questo nell'ora in cui dagli italiani si esige una ripresa, morale oltre che economica, e una solidarietà con i poveri, i giovani derubati di pensione e futuro, i precari che la Banca d'Italia chiede di tutelare (comunicazione al Parlamento del vicedirettore Ignazio Visco, 30-8-11) e che la manovra ignora? Non è solo Berlusconi, il sequestrato. La cultura estorsiva secerne i suoi habitués, per contaminazione. Fra essi potrebbe esserci Tremonti, il così imprudente, così stupidamente spavaldo uomo-chiave della crisi.
Gli stava vicino un ometto tracotante e avido, Marco Milanese: ma proditoriamente. Accusato di associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreto, si spera che il Parlamento ne autorizzi l'arresto. Milanese aveva anche dato al ministro un appartamento al centro di Roma che Tremonti pagava in parte e senza fattura. Il perché resta oscuro. Il ministro ha detto che la Guardia di finanza lo spiava: cosa strana per chi della Gdf è capo. Più la faccenda s'annebbia, più cresce il sospetto che anch'egli sia ricattato da un "complice in crudeltà".
Ma c'è di più: la debolezza di Berlusconi accresce negli italiani il disprezzo, l'odio della politica. Proprio lui, che entrò in scena vituperando i politici di professione ed esaltando meriti e competenze, incarna ora la politica quando si fa putrescente. La sua è una profezia che si autoavvera: aveva dipinto la separatezza teatrale del politico, e l'immagine s'è fatta iper-realtà. Al posto dei partiti le cerchie, le cosche: più che mai i cittadini sono tenuti all'oscuro. Per questo è così vitale raccogliere le firme per abolire tramite referendum la legge elettorale che ha potenziato le cosche. Disse ancora Dell'Utri, nel 2010, che mai avrebbe voluto fare il ministro: "Voglio scegliere i ministri". Ecco lo scopo delle cosche: scegliere, ma dietro le quinte. Berlusconi accusa tutti, di debilitare il premier: costituzione, Parlamento, oppositori, giornali. Non accusato è solo chi amichevolmente lo irretisce in permanenti ricatti.
Non si creda che basti toglierlo di scena perché tutto torni a posto. Che basti sostituirlo con altri spregiatori della politica, magari invischiati come lui in conflitti d'interesse. Se tante barriere sono cadute, abbassando la soglia del fattibile, è perché da 17 anni la sinistra ingoia i conflitti d'interessi, e si irrita quando qualche stravagante parla di questione morale. Perché anch'essa custodisce sue cerchie. Altrimenti avrebbe capito un po' prima che a Milano e Napoli montava una rivolta della decenza che infine ha incensato, ma di cui non fu l'iniziatrice. Altrimenti si getterebbe ora nella raccolta di firme sulla legge elettorale. Altrimenti elogerebbe ogni giorno l'opera di Visco e Prodi contro l'evasione fiscale. Il male di Berlusconi contagia: è "dentro di noi", come scrisse Max Picard di Hitler nel '46. Come spiegare in altro modo l'incuria, l'impreparazione, davanti ai tanti scandali che assillano il Pd: da Tedesco a Pronzato e Penati?
Certo la sinistra non è Berlusconi: rispetta la giustizia, e non è poco. Ma una cosa rischia di accomunarli: il virus viene riconosciuto solo quando i magistrati lo scoperchiano, non è debellato in anticipo da anticorpi presenti nei partiti. Le condotte di Penati non erano ignote. Fin dal 2005 fu sospettato d'aver acquistato a caro prezzo azioni dell'autostrada Serravalle, quand'era Presidente della provincia a Milano, nonostante la società fosse già pubblica: per ottenere forse dall'imprenditore Gavio, cui comprò le azioni, contributi alla scalata di Bnl. Poi vennero le tangenti per l'ex Area Falck di Sesto San Giovanni. Nel 2007 il giornalista Gianni Barbacetto scrisse su questo un libro (I compagni che sbagliano). Prudenza avrebbe consigliato l'allontanamento da Penati. Invece niente. Passano soli due anni, e nel 2009 Bersani nomina proprio Penati capo della sua segreteria. Era "l'uomo del Nord", scrive Nando Dalla Chiesa sul Fatto, e il Nord s'espugna con i figli del berlusconismo.
Si racconta che un giorno i discepoli di Confucio gli chiesero: "Quale sarà la prima mossa, come imperatore della Cina?". Rispose: "Comincerei col fissare il senso delle parole". È quello di cui abbiamo bisogno anche noi, è la via aurea che s'imbocca quando - finite le guerre - urge rialzare le barriere del fattibile. Rimettere ordine nelle parole è anche smettere gli smorti totem che ci assillano: parole come riformismo, o centrismo. Ormai sappiamo che riformista è chi si accredita conservando lo status quo, facendo favori a gruppi d'interesse, Chiesa compresa. Liberare l'Italia da mafie e ricatti non è considerato riformista. Sbarazzarsi di Berlusconi servirà a poco, in queste condizioni. Gli elettori sono disgustati dalla politica come nel '93-'94. Cercheranno un nuovo Berlusconi.
FORSE, se vogliamo capire un poco quel che accade in Italia, bisogna pensare alle guerre, ai tabù che esse infrangono. Clausewitz, ad esempio, diceva che le guerre napoleoniche avevano "abbattuto le barriere del possibile, prima giacenti solo nell'inconscio", e che risollevarle era "estremamente difficile". Non dissimile è quel che ci sta succedendo.
Un capo di governo ci s'accampa davanti, e passa il tempo a distribuire soldi perché cali il silenzio su verità che lo riguardano. Non qualche soldo, ma tanti e sfacciati. Sfacciati perché la stessa persona dice che verseremo "lacrime e sangue", per riparare una crisi che per anni ha occultato, non sentendosene responsabile. Mentre noi faticosamente contiamo quello che pagheremo, lui sta lì, in un narcisistico altrove, e dice che i soldi li elargisce a persone bisognose, disperate, a lui care: i coniugi Tarantini, Lele Mora, Marcello dell'Utri, e parecchi altri.
Abbondano i diminutivi, i vezzeggiativi, nelle intercettazioni sempre più nauseabonde che leggiamo: si parla di regalini, noccioline, problemini. I diminutivi sono spesso sospetti, nella lingua italiana: nascondono infamie. Nel caso specifico nascondono la cosa più infame, che è il ricatto: sto zitto e ti sono amico, ma a condizione che paghi. Amico? Piuttosto "complice in crudeltà", come diceva La Boétie nella Servitù Volontaria. Dice la moglie di Tarantini, sul mensile di 20.000
euro che il premier elargì per anni ai coniugi che spedivano escort a Palazzo Grazioli: "Ci servivano tutti quei soldi perché abbiamo un tenore di vita alto". Dovevano andare a Cortina, precisa. Chissà perché: dovevano. Questa è la disperazione che Berlusconi incrocia passeggiando. Uno sciopero, immagino non gli dica nulla su chi dispera.
Ricattare un uomo è peggio di sfruttarlo. È conoscerne i misfatti e racimolando prove guadagnarci. Le conversazioni fra Tarantini e il faccendiere Lavitola sono istruttive: il premier va "tenuto sulla corda"; messo "con le spalle al muro"; "in ginocchio". È insultare il bisogno chiamarli bisognosi. La giustizia accerterà, ma già sappiamo parecchio: il premier è ricattabile, non padrone di sé. È una marionetta, manovrata da burattinai nell'ombra. Si è avuta quest'impressione, netta, quando Dell'Utri commentò, il 29-6-2010, la sentenza che lo condannò in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ancora una volta glorificò Mangano, il tutore-stalliere distaccato a Arcore dalla mafia che mai nominò Berlusconi. Poi aggiunse, singolare postilla: "Io non l'avrei fatto. Forse non avrei resistito a quello cui ha resistito lui". La frase non era buttata lì; pareva un pizzino: "Stai in guardia, posso parlare, io non sono un eroe".
Uno che accetta d'esser ricattabile pensa di dominare ma è dominato; sproloquia di un Paese che ama ma lo considera "di merda". La guerra distorce gli animi a tal punto. Come può governare, se è ostaggio di uomini e donne che lo spremono? Come, se la sua vulnerabilità al ricatto diventa un male banale, un'ordinaria abitudine omertosa, e questo nell'ora in cui dagli italiani si esige una ripresa, morale oltre che economica, e una solidarietà con i poveri, i giovani derubati di pensione e futuro, i precari che la Banca d'Italia chiede di tutelare (comunicazione al Parlamento del vicedirettore Ignazio Visco, 30-8-11) e che la manovra ignora? Non è solo Berlusconi, il sequestrato. La cultura estorsiva secerne i suoi habitués, per contaminazione. Fra essi potrebbe esserci Tremonti, il così imprudente, così stupidamente spavaldo uomo-chiave della crisi.
Gli stava vicino un ometto tracotante e avido, Marco Milanese: ma proditoriamente. Accusato di associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreto, si spera che il Parlamento ne autorizzi l'arresto. Milanese aveva anche dato al ministro un appartamento al centro di Roma che Tremonti pagava in parte e senza fattura. Il perché resta oscuro. Il ministro ha detto che la Guardia di finanza lo spiava: cosa strana per chi della Gdf è capo. Più la faccenda s'annebbia, più cresce il sospetto che anch'egli sia ricattato da un "complice in crudeltà".
Ma c'è di più: la debolezza di Berlusconi accresce negli italiani il disprezzo, l'odio della politica. Proprio lui, che entrò in scena vituperando i politici di professione ed esaltando meriti e competenze, incarna ora la politica quando si fa putrescente. La sua è una profezia che si autoavvera: aveva dipinto la separatezza teatrale del politico, e l'immagine s'è fatta iper-realtà. Al posto dei partiti le cerchie, le cosche: più che mai i cittadini sono tenuti all'oscuro. Per questo è così vitale raccogliere le firme per abolire tramite referendum la legge elettorale che ha potenziato le cosche. Disse ancora Dell'Utri, nel 2010, che mai avrebbe voluto fare il ministro: "Voglio scegliere i ministri". Ecco lo scopo delle cosche: scegliere, ma dietro le quinte. Berlusconi accusa tutti, di debilitare il premier: costituzione, Parlamento, oppositori, giornali. Non accusato è solo chi amichevolmente lo irretisce in permanenti ricatti.
Non si creda che basti toglierlo di scena perché tutto torni a posto. Che basti sostituirlo con altri spregiatori della politica, magari invischiati come lui in conflitti d'interesse. Se tante barriere sono cadute, abbassando la soglia del fattibile, è perché da 17 anni la sinistra ingoia i conflitti d'interessi, e si irrita quando qualche stravagante parla di questione morale. Perché anch'essa custodisce sue cerchie. Altrimenti avrebbe capito un po' prima che a Milano e Napoli montava una rivolta della decenza che infine ha incensato, ma di cui non fu l'iniziatrice. Altrimenti si getterebbe ora nella raccolta di firme sulla legge elettorale. Altrimenti elogerebbe ogni giorno l'opera di Visco e Prodi contro l'evasione fiscale. Il male di Berlusconi contagia: è "dentro di noi", come scrisse Max Picard di Hitler nel '46. Come spiegare in altro modo l'incuria, l'impreparazione, davanti ai tanti scandali che assillano il Pd: da Tedesco a Pronzato e Penati?
Certo la sinistra non è Berlusconi: rispetta la giustizia, e non è poco. Ma una cosa rischia di accomunarli: il virus viene riconosciuto solo quando i magistrati lo scoperchiano, non è debellato in anticipo da anticorpi presenti nei partiti. Le condotte di Penati non erano ignote. Fin dal 2005 fu sospettato d'aver acquistato a caro prezzo azioni dell'autostrada Serravalle, quand'era Presidente della provincia a Milano, nonostante la società fosse già pubblica: per ottenere forse dall'imprenditore Gavio, cui comprò le azioni, contributi alla scalata di Bnl. Poi vennero le tangenti per l'ex Area Falck di Sesto San Giovanni. Nel 2007 il giornalista Gianni Barbacetto scrisse su questo un libro (I compagni che sbagliano). Prudenza avrebbe consigliato l'allontanamento da Penati. Invece niente. Passano soli due anni, e nel 2009 Bersani nomina proprio Penati capo della sua segreteria. Era "l'uomo del Nord", scrive Nando Dalla Chiesa sul Fatto, e il Nord s'espugna con i figli del berlusconismo.
Si racconta che un giorno i discepoli di Confucio gli chiesero: "Quale sarà la prima mossa, come imperatore della Cina?". Rispose: "Comincerei col fissare il senso delle parole". È quello di cui abbiamo bisogno anche noi, è la via aurea che s'imbocca quando - finite le guerre - urge rialzare le barriere del fattibile. Rimettere ordine nelle parole è anche smettere gli smorti totem che ci assillano: parole come riformismo, o centrismo. Ormai sappiamo che riformista è chi si accredita conservando lo status quo, facendo favori a gruppi d'interesse, Chiesa compresa. Liberare l'Italia da mafie e ricatti non è considerato riformista. Sbarazzarsi di Berlusconi servirà a poco, in queste condizioni. Gli elettori sono disgustati dalla politica come nel '93-'94. Cercheranno un nuovo Berlusconi.
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20.1.11
Dov´è finita la vergogna
Guido Crainz (La Repubblica)
Ogni fase della vita di una nazione contiene in sé una rivelazione, nel bene come nel male, e i giorni che stiamo vivendo sembrano farci cogliere la progressiva "scomparsa della vergogna".
Dopo aver progressivamente smarrito la capacità di indignarci – che implica codici di riferimento e vincoli collettivi – stiamo forse per compiere un altro passo. "Stiamo sprofondando in una nuova era", diceva negli anni Ottanta un personaggio di Altan, ed è forte la sensazione che stia accadendo anche oggi: ce lo suggeriscono non solo le intercettazioni pubblicate ma anche alcuni commenti ad esse. Quasi a giustificazione del premier e delle sue amiche, è stato scritto ad esempio (e non su un blog del Partito della Libertà) che in fondo "il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l´indulgenza all´esame o al capo ufficio per fare carriera". è lecito chiedersi, mi sembra, che Paese siamo diventati. Si pensi poi alla privacy che viene strenuamente invocata a difesa del Cavaliere: dimenticando costantemente che essa è stata messa immediatamente fuori causa dalla telefonata del Premier alla questura di Milano, dal suo contenuto e dalle sue modalità (oltre che dalla immediata comparsa sulla scena di una eletta alla Regione Lombardia, che era stata inserita d´autorità nella lista blindata del cattolicissimo governatore Formigoni).
Si avverte davvero l´urgenza che la classe dirigente nel suo insieme pronunci quel "sermone della decenza", quel pronunciamento solenne sui limiti invalicabili che Barbara Spinelli ha invocato ieri benissimo su queste pagine. Purtroppo quel pronunciamento non sembra imminente e in questi giorni hanno tenuto campo invece non pochi "sermoni dell´indecenza".
è inevitabile ripensare ai primi anni Novanta e al crollo della "prima repubblica". Quel crollo fu accelerato e non frenato dal tentativo parlamentare di salvare Bettino Craxi e dal vasto sussulto di indignazione collettiva che esso suscitò: in caso di "assoluzione parlamentare" del Cavaliere – con una ulteriore dichiarazione di guerra alla giustizia e alla magistratura – sembra difficile prevedere oggi qualcosa di simile a quella mobilitazione. Anche su essa però occorre riflettere molto criticamente, perché anche gli abbagli e le semplificazioni di allora possono aiutarci a capire. Fu un grave errore considerare quel sussulto nel suo insieme solo un segno di diffusa sensibilità civile e non cogliervi anche alcuni degli umori peggiori dell´antipolitica: senza l´agire di essi non comprenderemmo perché quella fase si sia conclusa con il trionfo di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi. Fu un devastante autoinganno attribuire ogni colpa al ceto politico, contrapponendogli una virtuosa società civile: come se non fosse stata attraversata anch´essa da quella profonda mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva colto. E non è possibile rimuovere che corpose espressioni della "società civile" che si era modellata negli anni Ottanta furono immesse realmente nelle istituzioni dalla Lega e da Forza Italia, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi. C´è naturalmente da chiedersi perché altre, ben diverse e positive parti di "società civile" siano state largamente ignorate dalle forze politiche che si contrapponevano a Berlusconi e a Bossi, ma giova restare al cuore del problema.
Si ripetè in realtà vent´anni fa l´errore che Massimo D´Azeglio coglieva alle origini del nostro Stato: "Hanno voluto fare un´Italia nuova e loro rimanere gli italiani vecchi di prima (…) pensano a poter riformare l´Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna che gli italiani riformino se stessi" (la frase, come si vede, è molto più illuminante di quella che gli viene abitualmente attribuita). Non va dunque mitizzata la reazione della società italiana dei primi anni Novanta alla crisi della politica, ma all´interno di essa vi fu anche sussulto civico, vi fu anche l´idea di una diversa etica pubblica, vi furono anche umori e passioni civili. Essi riemersero poi ancora negli anni successivi, diedero spesso vigore e anima a un centrosinistra che dimostrò presto la propria inadeguatezza sia al governo che all´opposizione. Indubbiamente l´assenza di una reale prospettiva di cambiamento ha contribuito poi potentemente al diffondersi di disincanto e di rassegnazione, di sensi diffusi di impotenza, di ripiegamenti nel silenzio (e talora di nuovi, sconsolati conformismi). Ha reso progressivamente più deboli quelle diverse e disperse parti della società che non volevano rinunciare a un futuro differente. Più ancora, non volevano rinunciare al futuro. Sarebbe però di nuovo un errore cercare le colpe solo nella politica senza interrogarsi più a fondo sui processi profondi che hanno attraversato in questi anni la società italiana. Nel vivo delle più ampie mobilitazioni civili vi erano stati spesso, ad esempio, quei "ceti medi riflessivi" su cui ha richiamato l´attenzione Paul Ginsborg: la storia di questi anni è però anche la storia del loro progressivo isolamento culturale e sociale, non solo politico. è anche la storia dell´affermarsi di forme moderne di incultura se non di "plebeismo" – per dirla con Carlo Donolo – nello stesso "cuore ansioso dei ceti medi", sempre più incapaci di svolgere ruoli di "incivilimento". Ma ancor più a fondo dovremmo spingere lo sguardo per cogliere lo spessore del baratro che abbiamo scavato, a partire dalla dissipazione quasi irreversibile dei beni pubblici o dalla distruzione delle risorse e – più ancora – delle speranze delle generazioni più giovani.
A sconsolanti riflessioni rimanda del resto anche il clima in cui sono stentatamente iniziate le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell´Unità, ed è impietoso il raffronto con l´Italia del primo centenario. In quel 1961 non vi era solo l´entusiasmo per il "miracolo economico": assieme alle condizioni materiali quell´Italia stava migliorando sensibilmente anche il proprio orizzonte di libertà. Stava mettendo mano all´attuazione reale di una Costituzione che era stata "congelata" negli anni della guerra fredda, stava rimuovendo pesanti residui del fascismo e dando voce a sensibilità sin lì inedite. Più in generale, si stava presentando anche sullo scenario internazionale come una realtà nuova, e si leggono oggi con emozione le parole che John Fitzgerald Kennedy pronunciò al Dipartimento di Stato proprio in occasione del nostro centenario. In quel discorso il Presidente degli Stati Uniti giudicava l´Italia "l´esperienza più incoraggiante del dopoguerra" e vedeva al tempo stesso "nella tradizione di Mazzini, Cavour e Garibaldi, come di Lincoln e di Washington" il riferimento possibile per un "nuovo Risorgimento" internazionale (le parole sono sempre di Kennedy). Non saranno molti i capi di Stato che si rivolgeranno a noi con accenti simili nelle celebrazioni in corso, ma quelle lontane parole di Kennedy smentiscono drasticamente chi ci dice con desolante rassegnazione che "siamo sempre stati così". E ci dicono che potremmo ricostruire anche oggi un futuro diverso: difficilissimo, quasi impensabile, ma disperatamente necessario.
Ogni fase della vita di una nazione contiene in sé una rivelazione, nel bene come nel male, e i giorni che stiamo vivendo sembrano farci cogliere la progressiva "scomparsa della vergogna".
Dopo aver progressivamente smarrito la capacità di indignarci – che implica codici di riferimento e vincoli collettivi – stiamo forse per compiere un altro passo. "Stiamo sprofondando in una nuova era", diceva negli anni Ottanta un personaggio di Altan, ed è forte la sensazione che stia accadendo anche oggi: ce lo suggeriscono non solo le intercettazioni pubblicate ma anche alcuni commenti ad esse. Quasi a giustificazione del premier e delle sue amiche, è stato scritto ad esempio (e non su un blog del Partito della Libertà) che in fondo "il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l´indulgenza all´esame o al capo ufficio per fare carriera". è lecito chiedersi, mi sembra, che Paese siamo diventati. Si pensi poi alla privacy che viene strenuamente invocata a difesa del Cavaliere: dimenticando costantemente che essa è stata messa immediatamente fuori causa dalla telefonata del Premier alla questura di Milano, dal suo contenuto e dalle sue modalità (oltre che dalla immediata comparsa sulla scena di una eletta alla Regione Lombardia, che era stata inserita d´autorità nella lista blindata del cattolicissimo governatore Formigoni).
Si avverte davvero l´urgenza che la classe dirigente nel suo insieme pronunci quel "sermone della decenza", quel pronunciamento solenne sui limiti invalicabili che Barbara Spinelli ha invocato ieri benissimo su queste pagine. Purtroppo quel pronunciamento non sembra imminente e in questi giorni hanno tenuto campo invece non pochi "sermoni dell´indecenza".
è inevitabile ripensare ai primi anni Novanta e al crollo della "prima repubblica". Quel crollo fu accelerato e non frenato dal tentativo parlamentare di salvare Bettino Craxi e dal vasto sussulto di indignazione collettiva che esso suscitò: in caso di "assoluzione parlamentare" del Cavaliere – con una ulteriore dichiarazione di guerra alla giustizia e alla magistratura – sembra difficile prevedere oggi qualcosa di simile a quella mobilitazione. Anche su essa però occorre riflettere molto criticamente, perché anche gli abbagli e le semplificazioni di allora possono aiutarci a capire. Fu un grave errore considerare quel sussulto nel suo insieme solo un segno di diffusa sensibilità civile e non cogliervi anche alcuni degli umori peggiori dell´antipolitica: senza l´agire di essi non comprenderemmo perché quella fase si sia conclusa con il trionfo di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi. Fu un devastante autoinganno attribuire ogni colpa al ceto politico, contrapponendogli una virtuosa società civile: come se non fosse stata attraversata anch´essa da quella profonda mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva colto. E non è possibile rimuovere che corpose espressioni della "società civile" che si era modellata negli anni Ottanta furono immesse realmente nelle istituzioni dalla Lega e da Forza Italia, con gli effetti che abbiamo sotto gli occhi. C´è naturalmente da chiedersi perché altre, ben diverse e positive parti di "società civile" siano state largamente ignorate dalle forze politiche che si contrapponevano a Berlusconi e a Bossi, ma giova restare al cuore del problema.
Si ripetè in realtà vent´anni fa l´errore che Massimo D´Azeglio coglieva alle origini del nostro Stato: "Hanno voluto fare un´Italia nuova e loro rimanere gli italiani vecchi di prima (…) pensano a poter riformare l´Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna che gli italiani riformino se stessi" (la frase, come si vede, è molto più illuminante di quella che gli viene abitualmente attribuita). Non va dunque mitizzata la reazione della società italiana dei primi anni Novanta alla crisi della politica, ma all´interno di essa vi fu anche sussulto civico, vi fu anche l´idea di una diversa etica pubblica, vi furono anche umori e passioni civili. Essi riemersero poi ancora negli anni successivi, diedero spesso vigore e anima a un centrosinistra che dimostrò presto la propria inadeguatezza sia al governo che all´opposizione. Indubbiamente l´assenza di una reale prospettiva di cambiamento ha contribuito poi potentemente al diffondersi di disincanto e di rassegnazione, di sensi diffusi di impotenza, di ripiegamenti nel silenzio (e talora di nuovi, sconsolati conformismi). Ha reso progressivamente più deboli quelle diverse e disperse parti della società che non volevano rinunciare a un futuro differente. Più ancora, non volevano rinunciare al futuro. Sarebbe però di nuovo un errore cercare le colpe solo nella politica senza interrogarsi più a fondo sui processi profondi che hanno attraversato in questi anni la società italiana. Nel vivo delle più ampie mobilitazioni civili vi erano stati spesso, ad esempio, quei "ceti medi riflessivi" su cui ha richiamato l´attenzione Paul Ginsborg: la storia di questi anni è però anche la storia del loro progressivo isolamento culturale e sociale, non solo politico. è anche la storia dell´affermarsi di forme moderne di incultura se non di "plebeismo" – per dirla con Carlo Donolo – nello stesso "cuore ansioso dei ceti medi", sempre più incapaci di svolgere ruoli di "incivilimento". Ma ancor più a fondo dovremmo spingere lo sguardo per cogliere lo spessore del baratro che abbiamo scavato, a partire dalla dissipazione quasi irreversibile dei beni pubblici o dalla distruzione delle risorse e – più ancora – delle speranze delle generazioni più giovani.
A sconsolanti riflessioni rimanda del resto anche il clima in cui sono stentatamente iniziate le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell´Unità, ed è impietoso il raffronto con l´Italia del primo centenario. In quel 1961 non vi era solo l´entusiasmo per il "miracolo economico": assieme alle condizioni materiali quell´Italia stava migliorando sensibilmente anche il proprio orizzonte di libertà. Stava mettendo mano all´attuazione reale di una Costituzione che era stata "congelata" negli anni della guerra fredda, stava rimuovendo pesanti residui del fascismo e dando voce a sensibilità sin lì inedite. Più in generale, si stava presentando anche sullo scenario internazionale come una realtà nuova, e si leggono oggi con emozione le parole che John Fitzgerald Kennedy pronunciò al Dipartimento di Stato proprio in occasione del nostro centenario. In quel discorso il Presidente degli Stati Uniti giudicava l´Italia "l´esperienza più incoraggiante del dopoguerra" e vedeva al tempo stesso "nella tradizione di Mazzini, Cavour e Garibaldi, come di Lincoln e di Washington" il riferimento possibile per un "nuovo Risorgimento" internazionale (le parole sono sempre di Kennedy). Non saranno molti i capi di Stato che si rivolgeranno a noi con accenti simili nelle celebrazioni in corso, ma quelle lontane parole di Kennedy smentiscono drasticamente chi ci dice con desolante rassegnazione che "siamo sempre stati così". E ci dicono che potremmo ricostruire anche oggi un futuro diverso: difficilissimo, quasi impensabile, ma disperatamente necessario.
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24.11.10
L'osceno normalizzato
di BARBARA SPINELLI
Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l'ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell'Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s'è fatto banale e scuote poco gli animi.
Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi - futuro Premier - aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent'anni, almeno fino al '92. Dell'Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell'incontro a Milano della primavera '74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest'ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d'un "uomo di garanzia".
La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell'87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s'aggiunga il "regalo" a Riina (5 milioni) per "aggiustare la situazione delle antenne televisive" in Sicilia. Fu Dell'Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l'allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe "finito sotto i ponti o in galera per mafia" (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell'Utri, in un'intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: "A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera".
C'è dell'osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell'Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: "Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale".
Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l'influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L'1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell'economia: "Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d'indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un'afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni".
In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell'illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l'atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: "Se non vi adeguate ve li scateno contro". Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l'ordigno infine non funzionerà: l'atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il "ciarpame senza pudore" del Cavaliere, e le "guerre per bande" orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all'astio che suscita per il solo fatto che impersona un'Italia che ama molto le persone oneste, l'antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.
Questa normalizzazione dell'osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l'apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C'è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l'assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre '92 - condividendo le opinioni del ministro dell'Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all'ombra di un patto.
Il patto non è obbligatoriamente formale. L'universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch'essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell'osceno. Osceno è l'accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa". Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.
Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s'intesero con la Mafia per liberare l'Italia. L'accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l'effetto di rendere "antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d'influenza". Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa "di sinistra", ma di ben più essenziale: l'era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con "vocazione maggioritaria", ma l'essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l'anima, ma l'Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il '45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre '44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: "È un mostro col capo d'idra. Non crediate d'averlo ucciso".
Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l'ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell'Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s'è fatto banale e scuote poco gli animi.
Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi - futuro Premier - aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent'anni, almeno fino al '92. Dell'Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell'incontro a Milano della primavera '74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest'ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d'un "uomo di garanzia".
La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell'87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s'aggiunga il "regalo" a Riina (5 milioni) per "aggiustare la situazione delle antenne televisive" in Sicilia. Fu Dell'Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l'allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe "finito sotto i ponti o in galera per mafia" (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell'Utri, in un'intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: "A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera".
C'è dell'osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell'Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: "Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale".
Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l'influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L'1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell'economia: "Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d'indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un'afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni".
In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell'illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l'atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: "Se non vi adeguate ve li scateno contro". Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l'ordigno infine non funzionerà: l'atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il "ciarpame senza pudore" del Cavaliere, e le "guerre per bande" orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all'astio che suscita per il solo fatto che impersona un'Italia che ama molto le persone oneste, l'antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.
Questa normalizzazione dell'osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l'apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C'è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l'assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre '92 - condividendo le opinioni del ministro dell'Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all'ombra di un patto.
Il patto non è obbligatoriamente formale. L'universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch'essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell'osceno. Osceno è l'accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa". Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.
Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s'intesero con la Mafia per liberare l'Italia. L'accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l'effetto di rendere "antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d'influenza". Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa "di sinistra", ma di ben più essenziale: l'era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con "vocazione maggioritaria", ma l'essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l'anima, ma l'Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il '45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre '44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: "È un mostro col capo d'idra. Non crediate d'averlo ucciso".
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7.3.10
Il governo, la forma e la sostanza
BARBARA SPINELLI
Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.
Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.
Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità.
E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.
Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia.
Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.
Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.
Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.
Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».
La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).
Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.
Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».
Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.
Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.
Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.
Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.
Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.
Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità.
E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.
Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia.
Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.
Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.
Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.
Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».
La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).
Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.
Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».
Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.
Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.
Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.
15.9.09
Italia anche questa è democrazia
GIAN ENRICO RUSCONI
Fine della democrazia? Postdemocrazia? No: più banalmente, la democrazia che c’è. O che ci meritiamo. I milioni di italiani che accettano questa situazione sono degli sprovveduti o dei turlupinati? Stento a crederlo. O se sono complici, di che cosa sono complici esattamente?
L’uso e l’abuso della particella post applicata alla democrazia e a quasi tutti i fenomeni attuali segnala l’incapacità di definire la nostra condizione specifica. Rischiamo di essere epigoni che si definiscono per differenza da ciò che c’era prima - un prima spesso idealizzato.
Nel nostro Paese - dove quasi tutti gli studiosi offrono diagnosi sulla soglia del catastrofismo - c’è mai stato un momento storico in cui funzionava una buona democrazia o quanto meno una democrazia accettabile? La risposta è affermativa a patto che si cancellino o si sdrammatizzino le critiche dure che gli stessi analisti di oggi (o i loro maestri) avevano fatto a suo tempo. Abbiamo dimenticato la «democrazia bloccata», la «democrazia di massa», «la democrazia senza alternanza», «l’ingovernabilità» e poi «il decisionismo» (craxiano) e «la democrazia dell’applauso» (Bobbio 1984)?
Alla fine non era unanime la denuncia che «i partiti» avevano espropriato «i cittadini» di ogni autentica possibilità di partecipazione democratica?
Si dirà che adesso siamo arrivati ad un punto rispetto al quale i difetti denunciati ieri appaiono persino veniali. Ma allora dobbiamo chiederci se si è trattato di un accumularsi irreversibile di vizi di struttura che non sono stati corretti quando si potevano correggere. Oppure di un «salto di qualità» imputabile a nuovi fattori strutturali generali che elenchiamo come una giaculatoria (globalizzazione, de-industrializzazione, precarizzazione del lavoro, tracollo dei movimenti operai tradizionali, elefantiasi dei sistemi mediatici, e quindi populismi di varia natura). Ma perché soltanto nel nostro Paese questi fattori hanno prodotto l’ascesa irresistibile di un personaggio come Silvio Berlusconi? Il monopolio mediatico-comunicativo e la sovrapposizione degli interessi privati e pubblici (con l’irrisolto conflitto di interessi) sono stati la causa o non piuttosto il sintomo di una insensibilità democratica diffusa e pregressa che aveva cause e motivazioni precedenti? Nel frattempo il berlusconismo ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dall’immediato dopoguerra. E sembra godere di un consenso che resiste ad ogni bufera.
I beneficiari e i protagonisti di questa mutazione, politici e intellettuali, si tengono ben stretto il successo di cui godono oggi, ma non fanno nessun serio tentativo di dare una forma concettuale o ideologica coerente alla situazione che si è creata. Uno solo continua a parlare e a dettare l’agenda politica e ciò che resta della cultura politica: Silvio Berlusconi. Gli altri reagiscono, compresa l’opposizione. L’indifferenza intellettuale personale del Cavaliere verso la qualità culturale del consenso/dissenso di cui può godere/soffrire si è trasmessa anche ai suoi sostenitori, compresi gli intellettuali di professione. Non è fuori luogo il sospetto che la campagna contro il giornalismo nasconda l’ostilità al ceto intellettuale come tale. Se è così, siamo davanti ad un fenomeno interessante in un Paese tradizionalmente caratterizzato dall’enfasi e dalla retorica dei «letterati» e degli ideologi. Ma a ben vedere l’impoverimento della riflessione politica e ideologica è l’altra faccia della logica del sistema comunicativo mediatico-televisivo rispetto alle forme tradizionali di trasmissione sia dell’informazione che della cultura. La politica come intrattenimento. Come intermezzo e sintesi del flusso mediatico continuo.
Che razza di democrazia è questa? In proposito da tempo è stato coniato il concetto di «populismo mediatico» che presuppone quello di «democrazia populista». Fermiamoci un istante a riflettere. Per decenni a sinistra la critica alla democrazia si è basata sulla distinzione tra «democrazia formale» (legata alle elezioni e a procedure di funzionamento riconosciute anche al sistema italiano) e «democrazia sostanziale» sempre carente, sempre attesa, sempre invocata.
Oggi questa distinzione sembra aver perso ogni efficacia esplicativa per due ragioni: per la rivoluzione mediatica, nel senso detto sopra e, più sottilmente, per la centralità assegnata nel gergo politico al concetto di «popolo» - il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Pensiamo alla denominazione del «Popolo della libertà» e alla retorica della Lega. In entrambi i casi il concetto di popolo è usato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza.
Berlusconi ha retoricamente introdotto la novità del «popolo-degli-elettori». Il «popolo» è chi lo vota. Non è la nazione o l’etnia (vera o inventata) ma un evento politico. La democrazia del voto diventa la democrazia tout court. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali, complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell’autopercezione personale e sociale - più si crea la finzione del «popolo» che persegue i suoi interessi sostanziali seguendo il leader. Di più: nelle intenzioni del leader se questo «popolo» vince le elezioni può pretendere di modificare a suo piacimento la Costituzione. Prende il posto del demos sovrano che è il fondamento stesso della democrazia. Se questa nostra osservazione è giusta, più che ad un dopo-democrazia siamo davanti a una mutazione genetica del concetto di demos. Il problema è antico: il demos nato come alta finzione di cittadini liberi, maturi, responsabili è entrato a partire dal XIX secolo in collisione, poi in competizione con la classe sociale, trovando quindi faticosi equilibri nelle varie forme di democrazia sociale. Oggi si annuncia una nuova fase innescata dalla destrutturazione delle classi e dal ruolo decisivo assunto dalla comunicazione di massa. Il demos è socialmente destrutturato e frammentato, ma una parte consistente di esso si polarizza politicamente verso il leader.
Facciamo un altro passo in avanti nella nostra analisi. Spesso per spiegare l’anomalia italiana molti analisti (a sinistra) hanno parlano di un’estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato o appunto di semplice «democrazia formale») e «la società civile» (vitale e ricca di risorse e di energie, portatrice di «democrazia sostanziale»). E oggi quindi molti fanno appello ad una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi.
E’ un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, della sua disgregazione e del suo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non si tratta di negare l’esistenza di gruppi, settori, pezzi di «società civile» attivi, generosi, preziosi per la realtà concreta della democrazia. Ma è inaccettabile la contrapposizione di principio tra «la società civile» e il «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.
Il quadro della democrazia italiana è davvero complicato e difficile da decifrare. Le pulsioni autoritarie che provengono dall’alto e da altri settori non sono sufficienti per tracciare una diagnosi di una possibile, sia pure soffice, fascistizzazione. Ci sono solidi anticorpi democratici nel Paese, dentro e fuori le istituzioni. Non siamo nel 1923 o nel 1924. Assistiamo tuttavia ad una mutazione profonda della democrazia che, misurata ai suoi criteri ideali, ci sconcerta. Ma può e deve essere guidata. Chi ne ha la capacità?
Fine della democrazia? Postdemocrazia? No: più banalmente, la democrazia che c’è. O che ci meritiamo. I milioni di italiani che accettano questa situazione sono degli sprovveduti o dei turlupinati? Stento a crederlo. O se sono complici, di che cosa sono complici esattamente?
L’uso e l’abuso della particella post applicata alla democrazia e a quasi tutti i fenomeni attuali segnala l’incapacità di definire la nostra condizione specifica. Rischiamo di essere epigoni che si definiscono per differenza da ciò che c’era prima - un prima spesso idealizzato.
Nel nostro Paese - dove quasi tutti gli studiosi offrono diagnosi sulla soglia del catastrofismo - c’è mai stato un momento storico in cui funzionava una buona democrazia o quanto meno una democrazia accettabile? La risposta è affermativa a patto che si cancellino o si sdrammatizzino le critiche dure che gli stessi analisti di oggi (o i loro maestri) avevano fatto a suo tempo. Abbiamo dimenticato la «democrazia bloccata», la «democrazia di massa», «la democrazia senza alternanza», «l’ingovernabilità» e poi «il decisionismo» (craxiano) e «la democrazia dell’applauso» (Bobbio 1984)?
Alla fine non era unanime la denuncia che «i partiti» avevano espropriato «i cittadini» di ogni autentica possibilità di partecipazione democratica?
Si dirà che adesso siamo arrivati ad un punto rispetto al quale i difetti denunciati ieri appaiono persino veniali. Ma allora dobbiamo chiederci se si è trattato di un accumularsi irreversibile di vizi di struttura che non sono stati corretti quando si potevano correggere. Oppure di un «salto di qualità» imputabile a nuovi fattori strutturali generali che elenchiamo come una giaculatoria (globalizzazione, de-industrializzazione, precarizzazione del lavoro, tracollo dei movimenti operai tradizionali, elefantiasi dei sistemi mediatici, e quindi populismi di varia natura). Ma perché soltanto nel nostro Paese questi fattori hanno prodotto l’ascesa irresistibile di un personaggio come Silvio Berlusconi? Il monopolio mediatico-comunicativo e la sovrapposizione degli interessi privati e pubblici (con l’irrisolto conflitto di interessi) sono stati la causa o non piuttosto il sintomo di una insensibilità democratica diffusa e pregressa che aveva cause e motivazioni precedenti? Nel frattempo il berlusconismo ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dall’immediato dopoguerra. E sembra godere di un consenso che resiste ad ogni bufera.
I beneficiari e i protagonisti di questa mutazione, politici e intellettuali, si tengono ben stretto il successo di cui godono oggi, ma non fanno nessun serio tentativo di dare una forma concettuale o ideologica coerente alla situazione che si è creata. Uno solo continua a parlare e a dettare l’agenda politica e ciò che resta della cultura politica: Silvio Berlusconi. Gli altri reagiscono, compresa l’opposizione. L’indifferenza intellettuale personale del Cavaliere verso la qualità culturale del consenso/dissenso di cui può godere/soffrire si è trasmessa anche ai suoi sostenitori, compresi gli intellettuali di professione. Non è fuori luogo il sospetto che la campagna contro il giornalismo nasconda l’ostilità al ceto intellettuale come tale. Se è così, siamo davanti ad un fenomeno interessante in un Paese tradizionalmente caratterizzato dall’enfasi e dalla retorica dei «letterati» e degli ideologi. Ma a ben vedere l’impoverimento della riflessione politica e ideologica è l’altra faccia della logica del sistema comunicativo mediatico-televisivo rispetto alle forme tradizionali di trasmissione sia dell’informazione che della cultura. La politica come intrattenimento. Come intermezzo e sintesi del flusso mediatico continuo.
Che razza di democrazia è questa? In proposito da tempo è stato coniato il concetto di «populismo mediatico» che presuppone quello di «democrazia populista». Fermiamoci un istante a riflettere. Per decenni a sinistra la critica alla democrazia si è basata sulla distinzione tra «democrazia formale» (legata alle elezioni e a procedure di funzionamento riconosciute anche al sistema italiano) e «democrazia sostanziale» sempre carente, sempre attesa, sempre invocata.
Oggi questa distinzione sembra aver perso ogni efficacia esplicativa per due ragioni: per la rivoluzione mediatica, nel senso detto sopra e, più sottilmente, per la centralità assegnata nel gergo politico al concetto di «popolo» - il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Pensiamo alla denominazione del «Popolo della libertà» e alla retorica della Lega. In entrambi i casi il concetto di popolo è usato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza.
Berlusconi ha retoricamente introdotto la novità del «popolo-degli-elettori». Il «popolo» è chi lo vota. Non è la nazione o l’etnia (vera o inventata) ma un evento politico. La democrazia del voto diventa la democrazia tout court. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali, complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell’autopercezione personale e sociale - più si crea la finzione del «popolo» che persegue i suoi interessi sostanziali seguendo il leader. Di più: nelle intenzioni del leader se questo «popolo» vince le elezioni può pretendere di modificare a suo piacimento la Costituzione. Prende il posto del demos sovrano che è il fondamento stesso della democrazia. Se questa nostra osservazione è giusta, più che ad un dopo-democrazia siamo davanti a una mutazione genetica del concetto di demos. Il problema è antico: il demos nato come alta finzione di cittadini liberi, maturi, responsabili è entrato a partire dal XIX secolo in collisione, poi in competizione con la classe sociale, trovando quindi faticosi equilibri nelle varie forme di democrazia sociale. Oggi si annuncia una nuova fase innescata dalla destrutturazione delle classi e dal ruolo decisivo assunto dalla comunicazione di massa. Il demos è socialmente destrutturato e frammentato, ma una parte consistente di esso si polarizza politicamente verso il leader.
Facciamo un altro passo in avanti nella nostra analisi. Spesso per spiegare l’anomalia italiana molti analisti (a sinistra) hanno parlano di un’estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato o appunto di semplice «democrazia formale») e «la società civile» (vitale e ricca di risorse e di energie, portatrice di «democrazia sostanziale»). E oggi quindi molti fanno appello ad una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi.
E’ un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, della sua disgregazione e del suo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non si tratta di negare l’esistenza di gruppi, settori, pezzi di «società civile» attivi, generosi, preziosi per la realtà concreta della democrazia. Ma è inaccettabile la contrapposizione di principio tra «la società civile» e il «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.
Il quadro della democrazia italiana è davvero complicato e difficile da decifrare. Le pulsioni autoritarie che provengono dall’alto e da altri settori non sono sufficienti per tracciare una diagnosi di una possibile, sia pure soffice, fascistizzazione. Ci sono solidi anticorpi democratici nel Paese, dentro e fuori le istituzioni. Non siamo nel 1923 o nel 1924. Assistiamo tuttavia ad una mutazione profonda della democrazia che, misurata ai suoi criteri ideali, ci sconcerta. Ma può e deve essere guidata. Chi ne ha la capacità?
6.7.09
Voltategli le spalle
di Alberto Asor Rosa
Non si può non essere d'accordo - come sempre del resto - con il Presidente Giorgio Napolitano quando invita a sospendere per un po' le «polemiche politiche» in vista della partecipazione italiana al G8. Il resto, però, - e cioè lo sterminio «non politico», l'enorme zavorra che deborda, nonostante gli sforzi, da tutti i peggiori contenitori, - ci sovrasta, e temo non ci si possa far niente. La vergogna italiana è ormai consumata al cospetto del mondo, parlarne o non parlarne è più o meno la stessa cosa. Le incerte origini di una fortuna economica colossale, la disinvolta (!) gestione dei propri affari, gli avvocati internazionali comprati, lo stalliere mafioso, il rifiuto sistematico di sottoporsi alla giustizia del proprio paese (da cui, conseguentemente, il benemerito «lodo Alfano»), l'interesse pubblico interamente giocato a favore di quello privato, lo spropositato dominio sui media e, da ultimo, il prossenetismo di massa e un'esibizione senza precedenti di abitudini personali scandalose e di vizi privati che of course non sono riusciti a diventare pubbliche virtù, costituiscono oggi, ahimé, un patrimonio nazionale peculiarmente italiano, di cui è difficile, anzi impossibile liberarsi, anche tacendone. Da questo punto di vista, ci si può affidare solo alla fortuna, ovvero allo «stellone italiano», la categoria concettuale e pratica esattamente speculare, per superficie e approssimazione, dei guai inverosimili in cui gli italiani sono capaci da sé di cacciarsi.
Se però, nonostante fortuna e buona volontà e riservatezza e discrezione, del «resto» di dovesse continuare a parlare anche in prossimità di un evento internazionale tanto importante come il G8, e magari al suo interno e durante il suo svolgimento, si tenga presente quanto segue. Noi italiani dobbiamo rassegnarci all'idea che da soli non ce l'abbiamo mai fatta: che abbiamo avuto sempre bisogno di una mano amica per tirarci fuori dai gorghi dove eravamo precipitati. Dall'interno, beninteso, affinché il meccanismo si rimettesse in moto, c'è stato bisogno che piccoli gruppi destinati solo dopo a diventare grandi, esibissero la loro propria, personale e nazionale, volontà di riscatto e di liberazione. Ma perché questi piccoli diventassero efficaci al fine coraggiosamente prescelto, fu necessario che dall'esterno altre mani si protendessero a incontrare le nostre. Questo è stato vero anche nei momenti più esaltanti e fondativi della nostra storia: il Risorgimento (Francia e Inghilterra); l'antifascismo e la Resistenza (gli Alleati, ovviamente).
Potrebbe darsi che questo sia vero anche oggi. Sarebbe bello perciò che il G8 fosse occasione per qualche manifestazione di tal natura. Sarebbe sufficiente lanciare qualche modesto messaggio da parte degli ospiti stranieri: basterebbe voltare le spalle nel corso di una pubblica esibizione: declinare dignitosamente ma fermamente qualche invito; rifiutarsi di stringere qualche mano servilmente protesa; esibire una grave serietà quando ci si trovi di fronte ad una risata troppo ghignante ed esibita.
Al resto penserebbero la stampa, i fotografi, le televisioni. Fra i Grandi del G8 qualche personalità capace di questo dovrebbe pur esserci: dal sobrio laico laburista inglese Brown al multietnico e «libero pensatore» Obama all'onesta luterana tedesca Merkel. Se no, in che cosa consisterebbe la loro conclamata superiorità di comportamenti rispetto ai nostri, insomma, la «differenza» su cui anche noi italiani siamo costretti, e ridotti, a contare?
Mi rendo conto che questo discorso potrebbe esser considerato disfattista. Sono grande abbastanza tuttavia per ricordarmi che negli anni prima e durante la seconda Guerra mondiale gli italiani che parlavano da Radio Londra o militavano nelle diverse Resistenze europee prima che la nostra avesse inizio, venivano tacciati dai fascisti di alto tradimento, lesa maestà e, appunto, di disfattismo (anche questo, del resto, fa parte del doloroso "destino italiano": gli italiani buoni, per esser buoni, sono costretti a farsi accusare dai loro connazionali d'esser traditori). Da che parte stava allora l'onore d'Italia? Dove sta ora? L'onore non sta sempre dalla parte di chi più o meno legittimamente ci rappresenta. Oggi in Italia di sicuro sta altrove.
Non si può non essere d'accordo - come sempre del resto - con il Presidente Giorgio Napolitano quando invita a sospendere per un po' le «polemiche politiche» in vista della partecipazione italiana al G8. Il resto, però, - e cioè lo sterminio «non politico», l'enorme zavorra che deborda, nonostante gli sforzi, da tutti i peggiori contenitori, - ci sovrasta, e temo non ci si possa far niente. La vergogna italiana è ormai consumata al cospetto del mondo, parlarne o non parlarne è più o meno la stessa cosa. Le incerte origini di una fortuna economica colossale, la disinvolta (!) gestione dei propri affari, gli avvocati internazionali comprati, lo stalliere mafioso, il rifiuto sistematico di sottoporsi alla giustizia del proprio paese (da cui, conseguentemente, il benemerito «lodo Alfano»), l'interesse pubblico interamente giocato a favore di quello privato, lo spropositato dominio sui media e, da ultimo, il prossenetismo di massa e un'esibizione senza precedenti di abitudini personali scandalose e di vizi privati che of course non sono riusciti a diventare pubbliche virtù, costituiscono oggi, ahimé, un patrimonio nazionale peculiarmente italiano, di cui è difficile, anzi impossibile liberarsi, anche tacendone. Da questo punto di vista, ci si può affidare solo alla fortuna, ovvero allo «stellone italiano», la categoria concettuale e pratica esattamente speculare, per superficie e approssimazione, dei guai inverosimili in cui gli italiani sono capaci da sé di cacciarsi.
Se però, nonostante fortuna e buona volontà e riservatezza e discrezione, del «resto» di dovesse continuare a parlare anche in prossimità di un evento internazionale tanto importante come il G8, e magari al suo interno e durante il suo svolgimento, si tenga presente quanto segue. Noi italiani dobbiamo rassegnarci all'idea che da soli non ce l'abbiamo mai fatta: che abbiamo avuto sempre bisogno di una mano amica per tirarci fuori dai gorghi dove eravamo precipitati. Dall'interno, beninteso, affinché il meccanismo si rimettesse in moto, c'è stato bisogno che piccoli gruppi destinati solo dopo a diventare grandi, esibissero la loro propria, personale e nazionale, volontà di riscatto e di liberazione. Ma perché questi piccoli diventassero efficaci al fine coraggiosamente prescelto, fu necessario che dall'esterno altre mani si protendessero a incontrare le nostre. Questo è stato vero anche nei momenti più esaltanti e fondativi della nostra storia: il Risorgimento (Francia e Inghilterra); l'antifascismo e la Resistenza (gli Alleati, ovviamente).
Potrebbe darsi che questo sia vero anche oggi. Sarebbe bello perciò che il G8 fosse occasione per qualche manifestazione di tal natura. Sarebbe sufficiente lanciare qualche modesto messaggio da parte degli ospiti stranieri: basterebbe voltare le spalle nel corso di una pubblica esibizione: declinare dignitosamente ma fermamente qualche invito; rifiutarsi di stringere qualche mano servilmente protesa; esibire una grave serietà quando ci si trovi di fronte ad una risata troppo ghignante ed esibita.
Al resto penserebbero la stampa, i fotografi, le televisioni. Fra i Grandi del G8 qualche personalità capace di questo dovrebbe pur esserci: dal sobrio laico laburista inglese Brown al multietnico e «libero pensatore» Obama all'onesta luterana tedesca Merkel. Se no, in che cosa consisterebbe la loro conclamata superiorità di comportamenti rispetto ai nostri, insomma, la «differenza» su cui anche noi italiani siamo costretti, e ridotti, a contare?
Mi rendo conto che questo discorso potrebbe esser considerato disfattista. Sono grande abbastanza tuttavia per ricordarmi che negli anni prima e durante la seconda Guerra mondiale gli italiani che parlavano da Radio Londra o militavano nelle diverse Resistenze europee prima che la nostra avesse inizio, venivano tacciati dai fascisti di alto tradimento, lesa maestà e, appunto, di disfattismo (anche questo, del resto, fa parte del doloroso "destino italiano": gli italiani buoni, per esser buoni, sono costretti a farsi accusare dai loro connazionali d'esser traditori). Da che parte stava allora l'onore d'Italia? Dove sta ora? L'onore non sta sempre dalla parte di chi più o meno legittimamente ci rappresenta. Oggi in Italia di sicuro sta altrove.
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9.10.08
Barbarie universale - Oltre l'ossessione del berlusconismo
L'uomo di Arcore è «solo» l'italica personificazione di un degrado mondiale. La versione specifica di una caduta umana, da cui bisogna tentare d'uscire con un «movimento dal basso» che diventi «fatto politico»
Guido Viale
A cavallo tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso, in Francia, il pensiero radicale di sinistra aveva dato vita a una rivista dal titolo profetico Socialisme ou barbarie. Mai analisi storica è stata più pregnante: il socialismo non si è realizzato - e forse non avrebbe potuto realizzarsi mai - ed è sopravvenuta la barbarie. Quella in cui tuttI noi, insieme all'intero pianeta, siamo ormai immersi.
Come La lettera rubata di Poe, la barbarie è lì davanti ai nostri occhi; ma proprio per questo non la vediamo; e quando qualcosa colpisce la nostra attenzione, come i conflitti di interesse del presidente del Consiglio, la pornografia eletta a sistema di selezione della classe di governo, la truffa mondiale della Parmalat, l'invasione dell'immondizia, le tifoserie scatenate o il razzismo della Lega, tendiamo ad attribuirla a una specificità nostrana, come se il resto del pianeta fosse immune da cose simili o anche peggiori. Invece, fatte le debite proporzioni, i conflitti di interesse che hanno portato in Iraq e in Afghanistan Bush e i suoi accoliti fanno impallidire quelli di Berlusconi (con l'aggravante che negli Stati uniti non c'è nemmeno una magistratura che, nel bene o nel male, li abbia messi sotto accusa); l'improvvisa ascesa di alcune soubrette al governo del nostro paese non sono che una versione sporcacciona dell'ascesa che potrebbe portare un «pitbull con il rossetto» a rovesciare un pronostico elettorale dato ormai per scontato; le truffe perpetrate dal sistema finanziario degli Stati uniti giganteggiano di fronte a quelle di Parmalat, Cirio, Banca di Lodi o Alitalia; la spettacolarizzazione che trasforma in successi gaffe e flop interni e internazionali di Berlusconi fanno scuola nel mondo. Infine violenza da stadio e intolleranza antislamica («vadano a pregare e pisciare nel deserto» per riprendere l'invito dell'ex-sindaco di Treviso) avevano già trovato una felice sintesi nella trasformazione di una tifoseria nelle milizie che hanno poi massacrato migliaia di cittadini islamici nella Bosnia di Arkan, Karadzic e Mladic. Ceramente in Italia alcuni di questi fenomeni presentano caratteri estremi e anticipatori; ma molti altri, ascrivibili alla medesima «temperie», cioè alla barbarie, registrano altrettanto considerevoli ritardi. Il fatto è che con la globalizzazione «la Storia» ha ormai preso a procedere in ordine sparso.
L'alibi italiano
L'antiberlusconismo, visto sotto questa luce, è stato e resta un alibi per evitare di fare i conti con la realtà: continuiamo ad accreditare a uno degli uomini più ridicoli della terra le doti di demiurgo che lui si attribuisce: quasi fosse lui, insieme alla sua corte di azzeccagarbugli, «veline» e trafficanti, e non viceversa, ad aver forgiato il carattere di quella maggioranza che regolarmente lo vota, rivota e osanna; nonostante tutti i fiaschi a cui è andato incontro e di cui ha già fornito ampie prove. E' lui, invece, a essere lo specchio e il punto di convergenza non solo delle aspirazioni, ma anche e soprattutto del modo di ragionare, di una moltitudine che va ben al di là del recinto dei suoi fan, o degli elettori del centrodestra; per abbracciare anche la parte preponderante di quel che sta alla sua sinistra e, soprattutto, del ceto politico da cui essa dovrebbe essere rappresentata.
Basta uscire dalla pista del circo a cui i media inchiodano giorno dopo giorno il discorso politico (le diatribe tra maggioranza e «opposizione») per imbattersi in una sostanziale identità di vedute: se non generale, sufficientemente diffusa da rendere impraticabile l'enucleazione di una qualsiasi alternativa. Si guardi, per esempio, al modo in cui l'universo mondo politico ha acclamato Berlusconi per aver «risolto» il problema dei rifiuti in Campania: in sostanza, facendo suoi i pochi risultati raggiunti dal governo precedente (lo sgombero delle strade) e prescrivendo di ricoprire di discariche l'intera regione, come se la Campania non ne avesse già ospitate abbastanza: di lecite e non; portando peraltro al governo del paese e del suo partito uomini oggi indicati come i referenti diretti della camorra casalese, regina incontrastata della gestione criminale dei rifiuti; il tutto in attesa dei mitici inceneritori, pagati «mettendo le mani nelle tasche» degli italiani con la bolletta elettrica e su alcuni dei quali la camorra ha già messo le mani prima ancora che vengano costruiti. E che comunque, come è successo a quello di Acerra sotto il suo precedente governo, arriveranno tra molti anni, o forse mai.
Questa incontestabile aura di successo, che non solo sfida, ma persino si alimenta dei continui fiaschi totalizzati dai suoi governi - l'attuale e i precedenti - sembra aver trovato una spiegazione, proposta e accolta da due editorialisti di Repubblica, in una sorta di format in cui Berlusconi, anche grazie al controllo dei media, è riuscito a imbrigliare il discorso politico: le cose presentate come positive sono merito suo; i suoi fallimenti sono colpa dell'opposizione o del precedente governo (cioè dei «comunisti»). Ma questa, come molte altre spiegazioni simili, elude il problema centrale, che è quello della barbarie: un problema che è sociale e culturale assai più che politico.
La grande resa pubblica
E' indubbio che i media, e soprattutto le sue cinque televisioni, che Prodi non aveva nemmeno cercato di scalfire, hanno e hanno avuto un peso fondamentale nel forgiare, ormai da un quarto di secolo, il carattere degli italiani. Berlusconi ha insediato al potere una nomenclatura e imposto un controllo dell'informazione da fare invidia al defunto potere sovietico. Vista sotto questa luce, la riforma dell'istruzione è stata realizzata da tempo, ben prima di quella, mai avviata, dell'ex ministro Moratti (Inglese, informatica e impresa: nessuno ne parla più) o di quella dal ministro Gelmini (grembiulini, cinque in condotta e 50 allievi per classe). Oggi la cultura degli italiani è quella prodotta dalla Tv: che i giornali del giorno dopo non fanno che ricalcare, e la scuola a subire, facendo come se la televisione non esistesse. Perché nessun preside, nessun insegnante, nessuna sperimentazione ha gli strumenti per confrontarsi con essa. E il ministero dell'istruzione non sarà mai tale fino a quando non avrà accordato ai programmi scolastici - rivisti - l'intero palinsesto, per lo meno della televisione pubblica.
Forse la barbarie sta proprio qui: nella resa della scuola, ma anche della politica e del mondo della cultura, di fronte a questa trasmissione unidirezionale di contenuti (o di non contenuti) culturali, perché sono venuti meno strumenti e condizioni per costruire, prima ancora che per trasmettere, una visione del mondo diversa, che si sottragga alla barbarie del presente: anche solo qualche brandello di una o più concezioni alternative al «pensiero unico» di cui è ormai impregnata la nostra vita quotidiana.
Come uscirne? Nessuno lo sa e se qualcuno crede di saperlo probabilmente è già fuori strada. Molti si aspettano la salvezza da dio. Se a suggerire che «ormai solo un dio può salvarci» era stato il più ateo dei filosofi del secolo scorso, milioni di suoi inconsapevoli seguaci corrono oggi a frotte a ripararsi sotto lo scudo della religione: di una delle tante religioni, non più percepite come veicoli di un rapporto con il trascendente, quanto come legittimazione identitaria della propria collocazione all'interno della barbarie generale. La vicenda degli «atei devoti» è, da questo punto di vista, estremamente esemplare. Quella dei «kamikaze» islamici, all'estremo opposto, anche.
Il fatto è che in un mondo di macerie, come quello prodotto dalle devastazioni della barbarie imperante, le condizioni per costruire una nuova dimora, cioè una diversa vivibilità, o una vivibilità tout court, debbono essere realizzate a partire dalle fondamenta, con i materiali che quelle macerie ci mettono a disposizione, e nei luoghi in cui già siamo o ci ritroviamo gettati. Ma che cosa può essere mai questa nuova dimora? Può essere la rete di relazioni in cui ciascuno di noi è inserito, adattata e trasformata per farne uno strumento di verifica, di trasmissione, e poi di controllo delle proprie condizioni di esistenza; in forme e modalità condivise. Troppo astratto? Certamente sì. Ma se ne possono ricavarne alcune regole per orientarsi nel mare della barbarie contemporanea.
«Piccole» vie d'uscita
Verifica, che vuol dire innanzitutto trasparenza. Ovunque il segreto, che sia politico, militare, industriale o amministrativo, è il nemico principale della verità; più di quanto lo sia la menzogna. Il solo limite legittimo che può - ma non necessariamente deve - incontrare è dato dalla riservatezza sulla propria vita personale.
Trasmissione, per dotarsi di mezzi propri con cui metterci in comunicazione con gli altri. La tecnologia della rete ha creato l'illusione che questi mezzi siano già a disposizione di tutti, o quasi. Ma non è così: c'è una dimensione della vita associata che non passa e non passerà mai attraverso la «Rete». E' la dimensione del contatto fisico, della verifica dello sguardo, del rapporto con ciò che resta della natura, dell'organizzazione materiale dei nostri spostamenti e dei nostri incontri, della necessità di non sottrarsi alle difficoltà, alla fatica, all'imbarazzo, al lutto, al dolore che il mondo reale impone e continuamente ripropone e che il mondo virtuale permette invece di eludere con la semplice pressione di un tasto: ciò che continua a distinguere irrevocabilmente, a dispetto di tante teorizzazioni, questi due universi. Prima di crollare - per poi ricostituirsi sotto l'egida di una versione particolarmente autoritaria del pensiero unico - l'universo sovietico era stato minato dall'interno dal samizdat: una rete di elaborazione e di trasmissione dell'informazione e del pensiero indipendente, veicolati attraverso contatti personali e testi dattiloscritti progressivamente estesa a tutti gli angoli e a tutti gli ambiti dell'impero. Oggi, di fronte alla «temperie culturale» imposta dalla barbarie imperante, a tutti noi si ripropone la stessa sfida, anche se gli strumenti di questa trasmissione non saranno più la macchina da scrivere e la carta copiativa, ma il web o la fotocopiatrice.
Controllo, che vuol dire condivisione. Dall'alto si controlla per linee gerarchiche; dal basso solo trovando un punto di incontro tra soggetti, interessi, visioni e condizioni di partenza differenti. Per questo la trasparenza è così importante: su questioni di comune interesse si possono anche fare patti con il diavolo; a condizione di sapere chi è; e che tutti sappiano quali patti e tra chi sono intercorsi. Più si amplia la gamma delle differenze che concorrono al perseguimento di uno stesso obiettivo, più diventa difficile per chiunque se ne mantenga estraneo sottrarsi a una verifica pubblica delle proprie scelte. E' questa la molla che alimenta la voglia di partecipazione: di costruire e far vivere sedi di consultazione e confronto tra le parti in causa - i cosiddetti stakeholder - quali ambiti di elaborazione e trasmissione di una cultura autonoma. Certo, prima che un processo del genere arrivi a influenzare i centri di comando delle strutture, delle istituzioni e dei meccanismi che governano il mondo la strada da percorrere è molto lunga. Ma quella indicata non è una astratta procedura formale, ma un processo in cui forma e contenuti procedono di pari passo: proprio quello che manca da tempo, e sempre più, alle strutture della democrazia rappresentativa.
ilmanifesto.it
Guido Viale
A cavallo tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso, in Francia, il pensiero radicale di sinistra aveva dato vita a una rivista dal titolo profetico Socialisme ou barbarie. Mai analisi storica è stata più pregnante: il socialismo non si è realizzato - e forse non avrebbe potuto realizzarsi mai - ed è sopravvenuta la barbarie. Quella in cui tuttI noi, insieme all'intero pianeta, siamo ormai immersi.
Come La lettera rubata di Poe, la barbarie è lì davanti ai nostri occhi; ma proprio per questo non la vediamo; e quando qualcosa colpisce la nostra attenzione, come i conflitti di interesse del presidente del Consiglio, la pornografia eletta a sistema di selezione della classe di governo, la truffa mondiale della Parmalat, l'invasione dell'immondizia, le tifoserie scatenate o il razzismo della Lega, tendiamo ad attribuirla a una specificità nostrana, come se il resto del pianeta fosse immune da cose simili o anche peggiori. Invece, fatte le debite proporzioni, i conflitti di interesse che hanno portato in Iraq e in Afghanistan Bush e i suoi accoliti fanno impallidire quelli di Berlusconi (con l'aggravante che negli Stati uniti non c'è nemmeno una magistratura che, nel bene o nel male, li abbia messi sotto accusa); l'improvvisa ascesa di alcune soubrette al governo del nostro paese non sono che una versione sporcacciona dell'ascesa che potrebbe portare un «pitbull con il rossetto» a rovesciare un pronostico elettorale dato ormai per scontato; le truffe perpetrate dal sistema finanziario degli Stati uniti giganteggiano di fronte a quelle di Parmalat, Cirio, Banca di Lodi o Alitalia; la spettacolarizzazione che trasforma in successi gaffe e flop interni e internazionali di Berlusconi fanno scuola nel mondo. Infine violenza da stadio e intolleranza antislamica («vadano a pregare e pisciare nel deserto» per riprendere l'invito dell'ex-sindaco di Treviso) avevano già trovato una felice sintesi nella trasformazione di una tifoseria nelle milizie che hanno poi massacrato migliaia di cittadini islamici nella Bosnia di Arkan, Karadzic e Mladic. Ceramente in Italia alcuni di questi fenomeni presentano caratteri estremi e anticipatori; ma molti altri, ascrivibili alla medesima «temperie», cioè alla barbarie, registrano altrettanto considerevoli ritardi. Il fatto è che con la globalizzazione «la Storia» ha ormai preso a procedere in ordine sparso.
L'alibi italiano
L'antiberlusconismo, visto sotto questa luce, è stato e resta un alibi per evitare di fare i conti con la realtà: continuiamo ad accreditare a uno degli uomini più ridicoli della terra le doti di demiurgo che lui si attribuisce: quasi fosse lui, insieme alla sua corte di azzeccagarbugli, «veline» e trafficanti, e non viceversa, ad aver forgiato il carattere di quella maggioranza che regolarmente lo vota, rivota e osanna; nonostante tutti i fiaschi a cui è andato incontro e di cui ha già fornito ampie prove. E' lui, invece, a essere lo specchio e il punto di convergenza non solo delle aspirazioni, ma anche e soprattutto del modo di ragionare, di una moltitudine che va ben al di là del recinto dei suoi fan, o degli elettori del centrodestra; per abbracciare anche la parte preponderante di quel che sta alla sua sinistra e, soprattutto, del ceto politico da cui essa dovrebbe essere rappresentata.
Basta uscire dalla pista del circo a cui i media inchiodano giorno dopo giorno il discorso politico (le diatribe tra maggioranza e «opposizione») per imbattersi in una sostanziale identità di vedute: se non generale, sufficientemente diffusa da rendere impraticabile l'enucleazione di una qualsiasi alternativa. Si guardi, per esempio, al modo in cui l'universo mondo politico ha acclamato Berlusconi per aver «risolto» il problema dei rifiuti in Campania: in sostanza, facendo suoi i pochi risultati raggiunti dal governo precedente (lo sgombero delle strade) e prescrivendo di ricoprire di discariche l'intera regione, come se la Campania non ne avesse già ospitate abbastanza: di lecite e non; portando peraltro al governo del paese e del suo partito uomini oggi indicati come i referenti diretti della camorra casalese, regina incontrastata della gestione criminale dei rifiuti; il tutto in attesa dei mitici inceneritori, pagati «mettendo le mani nelle tasche» degli italiani con la bolletta elettrica e su alcuni dei quali la camorra ha già messo le mani prima ancora che vengano costruiti. E che comunque, come è successo a quello di Acerra sotto il suo precedente governo, arriveranno tra molti anni, o forse mai.
Questa incontestabile aura di successo, che non solo sfida, ma persino si alimenta dei continui fiaschi totalizzati dai suoi governi - l'attuale e i precedenti - sembra aver trovato una spiegazione, proposta e accolta da due editorialisti di Repubblica, in una sorta di format in cui Berlusconi, anche grazie al controllo dei media, è riuscito a imbrigliare il discorso politico: le cose presentate come positive sono merito suo; i suoi fallimenti sono colpa dell'opposizione o del precedente governo (cioè dei «comunisti»). Ma questa, come molte altre spiegazioni simili, elude il problema centrale, che è quello della barbarie: un problema che è sociale e culturale assai più che politico.
La grande resa pubblica
E' indubbio che i media, e soprattutto le sue cinque televisioni, che Prodi non aveva nemmeno cercato di scalfire, hanno e hanno avuto un peso fondamentale nel forgiare, ormai da un quarto di secolo, il carattere degli italiani. Berlusconi ha insediato al potere una nomenclatura e imposto un controllo dell'informazione da fare invidia al defunto potere sovietico. Vista sotto questa luce, la riforma dell'istruzione è stata realizzata da tempo, ben prima di quella, mai avviata, dell'ex ministro Moratti (Inglese, informatica e impresa: nessuno ne parla più) o di quella dal ministro Gelmini (grembiulini, cinque in condotta e 50 allievi per classe). Oggi la cultura degli italiani è quella prodotta dalla Tv: che i giornali del giorno dopo non fanno che ricalcare, e la scuola a subire, facendo come se la televisione non esistesse. Perché nessun preside, nessun insegnante, nessuna sperimentazione ha gli strumenti per confrontarsi con essa. E il ministero dell'istruzione non sarà mai tale fino a quando non avrà accordato ai programmi scolastici - rivisti - l'intero palinsesto, per lo meno della televisione pubblica.
Forse la barbarie sta proprio qui: nella resa della scuola, ma anche della politica e del mondo della cultura, di fronte a questa trasmissione unidirezionale di contenuti (o di non contenuti) culturali, perché sono venuti meno strumenti e condizioni per costruire, prima ancora che per trasmettere, una visione del mondo diversa, che si sottragga alla barbarie del presente: anche solo qualche brandello di una o più concezioni alternative al «pensiero unico» di cui è ormai impregnata la nostra vita quotidiana.
Come uscirne? Nessuno lo sa e se qualcuno crede di saperlo probabilmente è già fuori strada. Molti si aspettano la salvezza da dio. Se a suggerire che «ormai solo un dio può salvarci» era stato il più ateo dei filosofi del secolo scorso, milioni di suoi inconsapevoli seguaci corrono oggi a frotte a ripararsi sotto lo scudo della religione: di una delle tante religioni, non più percepite come veicoli di un rapporto con il trascendente, quanto come legittimazione identitaria della propria collocazione all'interno della barbarie generale. La vicenda degli «atei devoti» è, da questo punto di vista, estremamente esemplare. Quella dei «kamikaze» islamici, all'estremo opposto, anche.
Il fatto è che in un mondo di macerie, come quello prodotto dalle devastazioni della barbarie imperante, le condizioni per costruire una nuova dimora, cioè una diversa vivibilità, o una vivibilità tout court, debbono essere realizzate a partire dalle fondamenta, con i materiali che quelle macerie ci mettono a disposizione, e nei luoghi in cui già siamo o ci ritroviamo gettati. Ma che cosa può essere mai questa nuova dimora? Può essere la rete di relazioni in cui ciascuno di noi è inserito, adattata e trasformata per farne uno strumento di verifica, di trasmissione, e poi di controllo delle proprie condizioni di esistenza; in forme e modalità condivise. Troppo astratto? Certamente sì. Ma se ne possono ricavarne alcune regole per orientarsi nel mare della barbarie contemporanea.
«Piccole» vie d'uscita
Verifica, che vuol dire innanzitutto trasparenza. Ovunque il segreto, che sia politico, militare, industriale o amministrativo, è il nemico principale della verità; più di quanto lo sia la menzogna. Il solo limite legittimo che può - ma non necessariamente deve - incontrare è dato dalla riservatezza sulla propria vita personale.
Trasmissione, per dotarsi di mezzi propri con cui metterci in comunicazione con gli altri. La tecnologia della rete ha creato l'illusione che questi mezzi siano già a disposizione di tutti, o quasi. Ma non è così: c'è una dimensione della vita associata che non passa e non passerà mai attraverso la «Rete». E' la dimensione del contatto fisico, della verifica dello sguardo, del rapporto con ciò che resta della natura, dell'organizzazione materiale dei nostri spostamenti e dei nostri incontri, della necessità di non sottrarsi alle difficoltà, alla fatica, all'imbarazzo, al lutto, al dolore che il mondo reale impone e continuamente ripropone e che il mondo virtuale permette invece di eludere con la semplice pressione di un tasto: ciò che continua a distinguere irrevocabilmente, a dispetto di tante teorizzazioni, questi due universi. Prima di crollare - per poi ricostituirsi sotto l'egida di una versione particolarmente autoritaria del pensiero unico - l'universo sovietico era stato minato dall'interno dal samizdat: una rete di elaborazione e di trasmissione dell'informazione e del pensiero indipendente, veicolati attraverso contatti personali e testi dattiloscritti progressivamente estesa a tutti gli angoli e a tutti gli ambiti dell'impero. Oggi, di fronte alla «temperie culturale» imposta dalla barbarie imperante, a tutti noi si ripropone la stessa sfida, anche se gli strumenti di questa trasmissione non saranno più la macchina da scrivere e la carta copiativa, ma il web o la fotocopiatrice.
Controllo, che vuol dire condivisione. Dall'alto si controlla per linee gerarchiche; dal basso solo trovando un punto di incontro tra soggetti, interessi, visioni e condizioni di partenza differenti. Per questo la trasparenza è così importante: su questioni di comune interesse si possono anche fare patti con il diavolo; a condizione di sapere chi è; e che tutti sappiano quali patti e tra chi sono intercorsi. Più si amplia la gamma delle differenze che concorrono al perseguimento di uno stesso obiettivo, più diventa difficile per chiunque se ne mantenga estraneo sottrarsi a una verifica pubblica delle proprie scelte. E' questa la molla che alimenta la voglia di partecipazione: di costruire e far vivere sedi di consultazione e confronto tra le parti in causa - i cosiddetti stakeholder - quali ambiti di elaborazione e trasmissione di una cultura autonoma. Certo, prima che un processo del genere arrivi a influenzare i centri di comando delle strutture, delle istituzioni e dei meccanismi che governano il mondo la strada da percorrere è molto lunga. Ma quella indicata non è una astratta procedura formale, ma un processo in cui forma e contenuti procedono di pari passo: proprio quello che manca da tempo, e sempre più, alle strutture della democrazia rappresentativa.
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