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24.8.11

Il libro sta bene, grazie

GIUSEPPE GRANIERI

«La fine dei libri è vicina?», si chiede il romanziere Ewan Morrison. E si risponde da solo: «Si, assolutamente. La rivoluzione digitale, nel giro di 25 anni, ci porterà la fine dei libri stampati. Ma, ed è ancora più importante, gli ebook e la facilità di pubblicazione elettronica segneranno la fine dello scrittore di professione».
Poi rincara la dose: «La rivoluzione digitale non emanciperà gli scrittori nè aprirà una nuova era di creatività: piuttosto significherà che gli scrittori dovranno offrire il loro lavoro per pochi spiccioli o addirittura gratis». E ribadisce: «Scrivere, e vivere di questo lavoro, non sarà più possibile».

L'analisi di Morrison, stimolata dalla tavola rotonda intitolata "La Fine dei Libri" che ha infiammato il Festival di Edimburgo, è molto meditata ed è complessa. Un ragionamento ricco di stimoli interessanti e costruito su una premessa che l'autore ci tiene a condividere con i lettori: «cerchiamo di non guardare a quello che vediamo ora, ma saltiamo una generazione e proviamo ad immaginare come sarà la realtà». Merita una lettura: Are books dead, and can authors survive?.

A margine vanno però aggiunte alcune considerazioni. La prima è che la «Rivoluzione Digitale», come la chiama Morrison, è una grande discontinuità nel modo in cui funzionano le nostre culture. Non è la prima (pensiamo all'introduzione della scrittura o a quella della stampa) e non sarà l'ultima. Ma sicuramente è la prima che accade e porta effetti immediati nell'arco di una sola generazione. Questa velocità di cambiamento (e di accettazione delle innovazioni) è un fenomeno cui non abbiamo ancora del tutto preso le misure. Nel digitale cambia l'unità di misura del tempo: cinque anni sono come venticinque con il metro del ventesimo secolo.
Quindi, è intuitivo, le previsioni a lungo termine semplicemente non sono possibili. Funziona un po' come con altre previsioni, quelle del tempo: fino ad una settimana hanno qualche probabilità di essere previsioni, oltre la settimana diventano descrizioni di scenario. E gli scenari futuri si costruiscono su due aspetti fondamentali: la lettura dei segnali deboli e quello che potremmo chiamare le «aspirazioni».
I segnali che possiamo leggere oggi non ci dicono nulla su come sarà il mondo tra 25 anni, al massimo ci aiutano a capire cosa succederà nel domani digitale. L'accelerazione del cambiamento è talmente rapida da consentirci di prevederla fino a un certo punto, e da obbligarci ad una lettura continua del contesto per mantenere la rotta.
Le aspirazioni invece sono la base di desideri, convinzioni e valori su cui innestiamo la lettura dei segnali deboli. Se abbiamo paura delle cose che cambiano, il nostro scenario sarà tendente al pessimismo. O, al contrario, vedremo un futuro luminoso e pieno di potenzialità.

Quindi cosa possiamo aspettarci? Quello che effettivamente sappiamo è che, al di là dei titoli ad effetto ricchi di morte e allarmismo, nulla muore e molto si trasforma. Va probabilmente separato il destino della carta da quello del libro: la carta non è il libro, è un supporto. E probabilmente è passibile di un destino simile a quello delle pellicole fotografiche o delle videocassette.
Il libro invece, da quello che vediamo accadere, godrà di ottima salute. Sarà persino troppo in salute, dal punto di vista del ventesimo secolo. Affrancandosi dalla carta, il libro abbasserà le sue barriere di ingresso, come già vediamo accadere con il self-publishing, e molte più persone (e idee) avranno accesso alla pubblicazione. Ma affrancandosi dalla carta, il libro sarà anche più facilmente reperibile (saranno tutti allo stesso click di distanza), più economico, più accessibile, più comodo da portare in giro, da conservare, da consultare (la ricerca e l'indice delle annotazioni sono una grande conquista).

Poi, è vero: ogni nuova soluzione porta con sè nuovi problemi. Il digitale, ogni volta che ha toccato l'industria culturale, ha ridisegnato il modo in cui funziona tutto, dall'accesso al sistema dei ricavi. Ci sono una serie di questi nuovi problemi che rimangono aperti: primo fra tutti -il che giustifica le preoccupazioni di Morrison- il problema della remunerazione. Che non riguarda solo l'autore, anzi: riguarda chiunque lavori nella filiera produttiva, dagli editor ai traduttori, dagli uffici stampa ai dirigenti dei gruppi editoriali.

Il sistema sta cambiando, adeguandosi al modo in cui funziona oggi la nostra cultura. C'è un aspetto di questo cambiamento che io trovo rassicurante: l'accelerazione che stiamo vivendo non è imposta da qualcuno e subita dagli altri. Fa parte di un meccanismo generale in cui si introduce un'innovazione e se quella innovazione ha abbastanza consenso, viene accettata dalla società. La chiave del futuro del libro, oggi, sono i lettori: saranno le loro preferenze a determinare la configurazione del mondo editoriale nei prossimi anni.
Su questo fronte, sebbene sembri controintuitivo, abbiamo molto da imparare. Ma soprattutto, se teniamo al futuro del libro, non possiamo restar fuori dal grande gioco dell'innovazione.

Poi come disse una volta Beppe Caravita, grande commentatore della transizione tecnologica, il digitale è ancora un adolescente con un brutto carattere. Siamo appena agli albori del cambiamento, che è molto profondo e che -al momento- ci fa vedere ancora molti problemi irrisolti.
Uno su tutti, la prima ingenua reazione all'amento di scala dei contenuti: come facciamo a trovare il libro buono tra tantissimi libri che strillano per ottenere la nostra attenzione? Anche qui, l'evoluzione del digitale è sempre andata per problemi e soluzioni. Algoritmi e innovazioni in grado di farci districare tra tanti dati in maniera efficace sono la nuova frontiera. Migliaia di menti stanno lavorando su questo fronte. Là dove si percepisce una problema, la soluzione significa mercato: ci sarà sempre qualcuno a cercarla. Poi si troverà, e porterà nuovi problemi. Il digitale non si fermerà mai, si ricomplicherà ogni giorno.

La parte più difficile sarà ridisegnare le regole in base al nuovo modo in cui funzionano le cose. Tutte le regole: dalla logica attuale del diritto d'autore ai sistemi di remunerazione. Ci vorranno anni e molto probabilmente dovremo sempre inseguire la realtà, più veloce ad evolversi dei sistemi normativi e delle organizzazioni.
Ma anche qui i segnali non sono tutti così tremendi. Un buon esempio è quello del giornalismo, che nella transizione ha qualche anno di vantaggio rispetto al mondo del libro. Se è vero che la crisi del modello di ricavi costruito sulla carta ha molti effetti preoccupanti, è anche vero che ha ricadute enormi sulla nostra società. Da un lato ci stiamo chiedendo chi (e come) sosterrà i costi del giornalismo, dall'altro la domanda di informazione è aumentata in modo esponenziale. Il sistema troverà un equilibrio. E lo stesso varrà per i libri.

Si sarà capito, a questo punto, che le «aspirazioni» nello scenario che immagino io tendono a non essere catastrofiche. Credo dipenda dal mio rapporto con l'idea di «diverso», che non è costruita sul timore ma, piuttosto, sulla curiosità di comprendere. Però forse dipende anche da quello che questi primi anni di digitale ci hanno insegnato: di fronte ad un cambiamento che opera a livello così profondo (e su una scala così ampia) la resistenza è futile. Aiuta molto di più accettare che la nostra cultura sta cambiando e cercare una posizione nel nuovo mondo. Quando i punti di riferimento si trasformano, in fondo, può capitare di dover rinunciare a qualcosa che si aveva prima. Ma si aprono tanti nuovi spazi per far cose che fino ad oggi non si potevano fare o che si potevano fare solo in modo diverso.

Sono certamente tempi difficili, questi. Ma non sono difficili perchè siamo condannati ad accettarli passivamente. Sono difficili perchè ci richiedono studio, comprensione, impegno e creatività. L'editoria oggi è un settore ad alta innovazione. E questa -forse- è la prima regola del gioco che cambia.

18.7.11

E-Book Revolution Upends a Publishing Course

By JULIE BOSMAN

For decades, even after it was renamed and relocated from its original home at Radcliffe, the Columbia Publishing Course seemed unchanging, a genteel summer tradition in the book business, a white-glove six-week course in which ambitious college graduates were educated in the time-honored basics of book editing, sales, cover design and publicity. Not this summer.

With the e-book revolution upending the publishing business, Madeline McIntosh, the president of sales, operations and digital for Random House, stood at the lectern on the opening day in June, projecting a slide depicting the industry as a roller coaster, its occupants frozen in motion at the top of a steep loop.

“You might be wondering if this is the moment where we’re at,” Ms. McIntosh, a tall figure in a slim navy dress, said with a smile, as dozens of students with plastic name tags hanging around their necks watched raptly.

So the summer session began with a focus on “The Digital Future.” Students were schooled in “Reinventing the Reading Experience: From Print to Digital” by Nicholas Callaway, the chairman of a company that produces book apps for children. Managers from Penguin Group USA explained how to master “e-marketing,” and a panel of digital experts talked about short-form electronic publishing — not quite a magazine article, not quite a book — which is so new, the genre doesn’t really have a name.

“You never know what’s going to happen,” Carolyn Pittis, the senior vice president of global author services at HarperCollins, told a packed room of students several days into the course. “So it’s very exciting for those of us who spent many years when a lot of things didn’t happen.”

As the students scribbled in notebooks and clicked on laptops, Ms. Pittis recounted some of the biggest developments in the industry so far in 2011. The proliferation of e-readers and the growing digital market share of Barnes & Noble. Amanda Hocking, a formerly self-published author, making a book deal with a traditional publisher. J. K. Rowling’s selling her own “Harry Potter” e-books online. Even the surprise success of “Go the — to Sleep,” a hilariously vulgar children’s book parody that rose to the top of best-seller lists after being widely pirated via e-mail for months.

In the past year, e-books have skyrocketed in popularity, especially in genre fiction like romance and thrillers. For some new releases, the first week has brought more sales of electronic copies than of print copies.

All of which were ripe topics for discussion for students in the course this year, even as they deciphered messages that could be simultaneously weary and optimistic.

“A lot of what we hear is, ‘Is the Internet going to eat book publishing?’ ” said Selby McRae, a petite 22-year-old from Jackson, Miss., who entered the course after graduating from Hamilton College and completing an internship at the University Press of Mississippi. “And then they say, ‘But everything’s better than ever!’ ”

After appearing on a panel with other literary agents, Douglas Stewart of Sterling Lord Literistic said he had simply tried to explain the unfamiliar aspects of his job. “It is a really scary time to go into the business, and I’m sure they’re hearing that,” he said. “We’re all thinking that as we look out at the sea of eager faces — I wonder if they should be doing this right now?”

The course, which begins every year in June, bills itself as the “shortest graduate school in the country,” where students can learn in six weeks what it would take them a year to learn in the real world. (The second half of the course is devoted to magazine publishing.)

Legions of high-placed publishing executives have been through the course, like Morgan Entrekin (Radcliffe Publishing Course ’77), the publisher and president of Grove/Atlantic; Arthur Levine (R.P.C. ’84), who has his own children’s imprint at Scholastic; and Molly Stern (R.P.C. ’94), the senior vice president and publisher of Crown Publishers and Broadway Books.

This year’s 101 students were chosen from more than 475 applicants, the highest number in years, showing that they were not deterred by the $6,990 fee for tuition and room and board on the Columbia campus — or by the limitations of entry-level positions that pay around $30,000 a year .

The chosen candidates tend to emerge from college with impressive résumés: some have journalism degrees, successful climbs of Mount Kilimanjaro or stints working in independent bookstores or for literary magazines.

“It was pretty magical for me,” said Scott Moyers, the publisher of the Penguin Press, who attended in the summer of 1991. “I went to a small public liberal arts school in Virginia; I didn’t know anybody in New York. I didn’t know anybody in publishing. I’d actually never been north of the Mason-Dixon line. For me, it was quite heady. It was a very cosmopolitan mix of kids.”

The course was established in 1947 at Radcliffe College and was held for more than 50 years in Cambridge, Mass. In 2001, after Radcliffe and Harvard University merged, there wasn’t much room for a publishing course at the newly renamed Radcliffe Institute for Advanced Study, so with the blessing of Drew G. Faust, the president of Harvard, the course was moved to Columbia, where it was housed in the School of Journalism building.

Since it moved to Manhattan, students have been able to plug directly into the industry and mingle with editors at book parties in the evening, a far cry from the cozy isolation of Cambridge. It is not unheard of for a student to get a job in publishing and drop out of the course before it is over.

Lindy Hess, the director of the course for 24 years, said she designed it to evolve with the business. “The industry has changed,” Ms. Hess said. “My philosophy is for the course to reflect the industry as it is, so students graduate and they know exactly what’s happening. Students have to learn all the old stuff and get a grasp on the digital world.”

After two weeks of lectures and panels explaining the basics of book publishing, students are divided into groups to form their own fictional publishing houses, designing covers, developing marketing plans and selling the finished products only days later to industry professionals like Sessalee Hensley, the fiction buyer for Barnes & Noble.

First they must appraise their own work. During one staff meeting, the group that called itself Wensel & Roe fine-tuned its catalog offerings, which included a cookbook with recipes inspired by romance novels, a nonfiction book examining how parenthood changes the brain and a biography of the fashion designer Alexander McQueen.

Last Wednesday, the real-life publishing executives took their turn. Sarah Crichton, the publisher of her own imprint at Farrar, Straus & Giroux, sat at the head of a conference table with a copy of the group’s professionally bound booklet of catalog copy, publicity materials and sales projections as the students nervously awaited her comments.

“This is extremely impressive,” Ms. Crichton said, peering around the table. “You’re grappling with a lot of the same things we’re grappling with, which is the impact of e-books. You’re taking it into account and thinking about it, and that’s very impressive and difficult. It’s something that we wrestle with on an hourly basis.”

19.9.09

Google diventa editore con due milioni di titoli

La biblioteca virtuale di Google diventa improvvisamente reale con titoli quasi dimenticati, ma che hanno fatto la storia della letteratura da Mark Twain a Carlo Collodi, passando anche per Alice nel paese delle meraviglie e Jane Eyre. Così dopo aver passato 5 anni a scannerizzare libri, Google si prepara a riportali in formato cartaceo grazie ad un accordo stretto con On Demand Books, la società che ha inventato Espresso Book, la macchina capace di stampare volumi da 300 pagine con copertina rigida in meno di cinque minuti.
La decisione di un colosso dell'online come Google di puntare sull'editoria tradizionale sembra però stonare con il recente successo dei libri elettronici. Basti pensare a The Lost Symbol, l'ultimo libro di Dan Brown (l'autore del Codice da Vinci) che ha venduto più copie nella versione e-Book scaricabile su Kindle che in cartaceo. La mossa di Google però riporterà in vita oltre 2 milioni di libri spariti anche dalle biblioteche.
Di fatto saranno edizioni economiche con un costo di circa 8 dollari (5,45 euro) di cui 3 serviranno a coprire i costi di produzione sostenuti da On Demand Books. Nelle casse del colosso di Mountain View entrerà un dollaro e il resto sarà donato in beneficienza. «La missione di Google è di rendere più accessibili i libri del mondo», ha detto Jennie Johnson, portavoce della società, ammettendo che il volume di carta resta un oggetto desiderabile per buona parte del pubblico nonostante il successo dell'editoria online. «Il cerchio si sta per chiudere. Gli utenti potranno ottenere la copia fisica di un libro del quale esistono magari due sole copie in alcune biblioteche del paese, o del quale magari non esistono più copie», ha detto la Johnson.
La novità – almeno per il momento – non riguarderà l'Italia perché le macchine Espresso per l'instant publishing, che nel 2007 hanno ricevuto da Time un premio per l'invenzione dell'anno, sono disponibili solo nel mondo anglosassone nei campus universitari e nelle biblioteche. Costano circa 100 mila dollari l'una, ma On Demand, che già offre ai suoi clienti oltre un milione di titoli punta a concederle in affitto ai rivenditori. Google consentirà la pubblicazione di titoli quindi non più protetti da copyright. «La riscoperta di questi titoli non è un problema» dice Marco Polillo, presidente degli editori italiani «piuttosto – continua – mi incuriosisce che Google, dopo aver iniziato a pubblicare notizie online ogni secondo, torni al buon vecchio libro». A preoccupare il numero uno dell'Aie è invece il confine tra titoli protetti e non protetti: «Ho sentito parlare del 1923 come data limite, in realtà in Europa si considerano i 70 anni dalla morte dell'autore».
Alla libreria istantanea potrebbero aggiungersi milioni di altri testi se a Google verrà dato il diritto di scannerizzare e vendere libri protetti da copyright ma non più in commercio: ottenendo tale diritto, il catalogo del colosso di Mountain View potrebbe rapidamente raggiungere i sei milioni di volumi. Se ne sta occupando un tribunale di New York dopo che Microsoft, Sony, Amazon, e le autorità antitrust, si sono opposti sostenendo che in tal modo Google avrebbe il monopolio sui libri fuori stampa. Evidentemente la carta stampata è ancora molto più sexy di quanto si creda. «I libri sono bellissimi – prosegue Polillo –, ma non sono come le tv che parla. Bisogna essere attenti e voler dedicare tempo alla lettura. Il problema non è certo nell'offerta, già vastissima, quanto nella mentalità dei lettori».
G. Bal.

17.9.09

Reuters Blogs - Google turns scanned books back into paper

Google turns scanned books back into paper

Posted by: Alexei Oreskovic
Tags: Mediafile, , ,

Google’s plan to digitize copyrighted books is under legal attack.

But the Internet giant is stepping up its PR offensive to convince consumers of the benefits wrought by its broader book scanning project.

Exhibit A: the Espresso Book Machine.

The contraption pictured here can produce bound paperback books, from hard-to-find works of literature to little-known cookbooks, in a matter of minutes.

The machine itself is not Google’s; it’s the creation of On Demand Books. On Wednesday, the companies announced a deal giving On Demand and its Espresso Machine access to Google’s digital library of 2 million public domain titles.

Until now, the works digitized by Google were available only as digital files for reading on computer screens or electronic readers. With the Espresso machine, the companies say, consumers will be able to bury their noses in old-fashioned, hardcopy versions of their desired books – many of which have been have been out of print for years.

On Demand Books says it currently has 16 of its book-making machines at bookstores, libraries and other locations and plans to have 34 of the machines (which are priced starting at $75,000) next year.

The machine will only crank out books from Google’s archive with expired copyrights, which in the United States means they were published before 1923. Google is currently seeking court approval of a settlement with groups representing publishers and authors regarding its use of scanned copyrighted books.

26.8.09

E il bibliotecario si affida a Facebook

Quattromila delegati al congresso mondiale in corso a Milano: il futuro è digitale

MARIA GIULIA MINETTI

Il tassinaro che porta il cronista al congresso dell'Ifla - International Federation of Library Association and Institutions - gira la testa e chiede: «Scusi, ma non è un convegno sulle biblioteche?». Sì, lo è. E il conducente: «Ma allora, come mai ci sono tanti giovani?». Ecco, l'idea del tassista che le biblioteche siano spelonche riservate a vecchi studiosi di vecchi libri in Italia è diffusissima. Anche ad alto livello. «Da noi il ministro, quando parla di biblioteche, pensa a Brera e simili», constata Stefano Parise della fondazione «Per leggere», un network di biblioteche sul territorio della provincia di Milano. «Tutt'altro discorso in Inghilterra. Là, per esempio, davanti a un calo degli utenti, comunque numerosissimi, delle biblioteche pubbliche, il premier Gordon Brown proclamò il 2008 "Anno delle biblioteche", esortando le mamme aleggere libri ai loro bambini, per "assuefarli" fin da piccoli».
Dei tantissimi convegni, workshop, tavole rotonde, incontri che ritmano i cinque giorni di questo 75° Congresso mondiale Ifla - un organismo «monstre» che comprende più di 500.000 biblioteche sparse in tutto il mondo, a Milano sono arrivati circa 4000 delegati da 180 Paesi -, sembra allora cruciale quello che si è tenuto ieri nell'Aula Magna della Statale, dedicato alle biblioteche digitali: a chi le usa, a come le usa, al ruolo delle istituzioni pubbliche nel loro sviluppo. Cruciale perché è attraverso la digitalizzazione dei servizi e dei testi che passa l'allargamento del pubblico, l'aumento dell'offerta, la «democratizzazione» sempre maggiore del sapere, insomma, per dirla all'antica. La via digitale è la via che permette approfondimenti, «immersioni» negli archivi di istituzioni culturali altrimenti raggiungibili con fatica, con impiego di molto tempo anche soltanto per scoprirne l'esistenza (perché la biblioteca digitale di una istituzione è un luogo in sé e, insieme, uno svincolo con tutte le indicazioni stradali ben evidenziate...).
Susan Hazan, curatrice del dipartimento Nuovi Media del Museo di Israele a Gerusalemme, ha spinto la soglia digitale anche più in là: «Per biblioteche e musei è importante essere presenti, come istituzioni, su Facebook, Twitter - abbiamo 205.000 amici su Twitter. Abbiamo sperimentato l'uso istituzionale di Second Life con risultati molto interessanti. Quanti di voi l'hanno fatto?», chiede rivolta alla platea. Si alzano molte mani, lei è soddisfatta. Molte mani alzate anche alla domanda: avete aperto dei blog? Il problema per tutti è però come «maneggiare», sui blog, il dibattito. Rinunciare a mantenere un livello «alto» o usare la censura? E come? «Per ora si naviga a vista», constatano in molti.
Delle infinite questioni aperte dalle «digital libraries», una sembra dominare più di altre le fantasie: perderemo l'«oggetto» libro? Rossella Caffo, direttore dell'Iccu, Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, vede quella perdita molto lontana. «Lottiamo da anni per riuscire ad avere un equilibrio tra l'interesse dei cittadini e l'interesse degli editori», sospira. «Il governo ha dovuto di recente pagare una multa di 3 milioni di euro alla Siae per i "danni" arrecati agli editori dai prestiti di volumi e si è assunto l'obbligo di un forfait annuale che consenta di continuare i prestiti». Figurarsi se una biblioteca provasse a digitalizzare testi sotto copyright! Il futuro, almeno in questo caso, può attendere.

21.8.09

Rivals band to fight Google books - Rivali uniti per combattere Google libri

By Maggie Shiels, Technology reporter, BBC News, Silicon Valley

Three technology heavyweights are joining a coalition to fight Google's attempt to create what could be the world's largest virtual library.

Amazon, Microsoft and Yahoo will sign up to the Open Book Alliance being spearheaded by the Internet Archive.

They oppose a legal settlement that could make Google the main source for many online works.

"Google is trying to monopolise the library system," the Internet Archive's founder Brewster Kahle told BBC News.

"If this deal goes ahead, they're making a real shot at being 'the' library and the only library."

Back in 2008, the search giant reached an agreement with publishers and authors to settle two lawsuits that charged the company with copyright infringement for the unauthorised scanning of books.

In that settlement, Google agreed to pay $125m (£76m) to create a Book Rights Registry, where authors and publishers can register works and receive compensation. Authors and publishers would get 70% from the sale of these books with Google keeping the remaining 30%.

Google would also be given the right to digitise orphan works. These are works whose rights-holders are unknown, and are believed to make up an estimated 50-70% of books published after 1923.

Comments on the deal have to be lodged by September 4th. In early October, a judge in the Southern district of New York will consider whether or not to approve the class-action suit.

In a separate development, the US Department of Justice is conducting an anti-trust investigation into the impact of the agreement.

'Open access'

Critics have claimed the settlement will transform the future of the book industry and of public access to the cultural heritage of mankind embodied in books.
Brewster Kahle Internet Archive
The Internet Archive scans around 1000 books a day at 30 cents a page

"The techniques we have built up since the enlightenment of having open access, public support for libraries, lots of different organisational structures, lots of distributed ownership of books that can be exchanged, resold and repackaged in different ways - all of that is being thrown out in this particular approach," warned Mr Kahle.

The non-profit Internet Archive has long been a vocal opponent of this agreement. It is also in the business of scanning books and has digitised over 1.5 million to date. All are available for free.

As the September 4th deadline approaches, the number of groups and organisations voicing their opposition is growing. But with three of the world's best-known technology companies joining the chorus, the Open Book Alliance can expect to make headlines the world over.

Microsoft and Yahoo have confirmed their participation. However, Amazon has so far declined to comment because the alliance has not yet been formally launched.

"All of us in the coalition are oriented to foster a vision for a more competitive marketplace for books," said Peter Brantley, the Internet Archive's director of access.

"We feel that if approved, Google would earn a court-sanctioned monopoly and the exploitation of a comprehensive collection of books from the 20th century."

'Trust'

Much of the focus of the proposed settlement has been on anti-trust and anti-competitive concerns, but just as many are worried about privacy.
Woman in bookshop
Privacy is a big concern for critics

The Electronic Frontier Foundation, the ACLU of Northern California and the Consumer Watchdog advocacy group wrote to Google to ask the company to "assure Americans that Google will maintain the security and freedom that library patrons have long had: to read and learn about anything...without worrying that someone is looking over their shoulder or could retrace their steps".

"We simply don't like the settlement in its current form," said Consumer Watchdog advocate John Simpson.

"There are serious questions about privacy and Google seems to be taking the view 'let us put this in place and we will do the right thing down the road'. That is simply not good enough."

The American Libraries Association (ALA) agrees.

"We do think the product in essence is good but the proposed settlement asks us to trust Google and the other parties a little too much," the ALA's associate director Corey Williams told BBC News.

"When it comes to privacy, the agreement is silent on the issue and with regard to what Google intends to do with the data it collects. It's a great idea but it requires more trust that I think we feel comfortable being able to extend at this point," said Ms Williams.

'Brave new world'

In its defence, Google has argued that the deal brings great benefits to authors and will make millions of out-of-print books widely available online and in libraries.

In a statement, the company said: "The Google Books settlement is injecting more competition into the digital books space, so it's understandable why our competitors might fight hard to prevent more competition."
Michelle Richmond author
The author said she is not surprised by the reaction to the settlment

Despite the increasing tide of criticism over the settlement, there are some who believe there is not that much to fear.

Michelle Richmond is the author of New York Times best seller "The Year of Fog", which is also being turned into a movie starring Rachel Weiss.

"The thing I keep hearing from authors is 'I don't know what this settlement really means'. But this is the brave new world and we don't really know where it is going," Ms Richmond told BBC News

"Most authors work for so little and start from the point of we are doing this for the love it. But when there is this company that has nothing to do with the creation of the book or its publication, I think a lot of authors are concerned about this being a portal to greater access to their work without compensation for writers."

23.5.09

Marketing lessicale sui libri di scuola

di Marina Boscaino, Marco Gastavigna

Anche la Fiera di Torino è stata un'occasione per parlare, da un punto di vista generale, del rapporto tra libro cartaceo e ebook: integrazione o conflitto? Il Tar del Lazio ha recentemente sospeso la circolare ministeriale sull'adozione dei testi: è stata violata l'autonomia delle scuole e la libertà di insegnamento attraverso l'imposizione di limiti e restrizioni non coerenti. L'auspicio è che la sospensione - considerata l'imminenza della scadenza - rilanci nelle scuole una specifica discussione sui libri digitali, finora quasi del tutto assente. L'impressione per ora è quella di trovarsi davanti ad un'occasione perduta, sacrificata a facili logiche interventiste, a una «modernità» che rischia sempre più di non coincidere con «qualità».
Il consueto decreto che regola l'adozione dei libri di testo definisce le caratteristiche tecnologiche di riferimento per selezionare quello che rimane lo strumento didattico e formativo fondamentale. Il silenzio più o meno indifferente (o ignorante?) di media e mondo della scuola rischia di accreditare come rivoluzione una potenziale, probabile involuzione, se non si rifletterà adeguatamente, senza timori reverenziali, sulle implicazioni culturali del provvedimento. Impresa tanto più ardua, quanto più si configura l'inaugurazione di un mercato alternativo: quando ci sono interessi economici da tutelare l'incentivo al dialogo si stempera fatalmente. Il mondo della scuola, poi, abituato a circolari che inverano realtà inesistenti e incapace di fronteggiarne (se non di notarne) improvvisazione e approssimazione, consegna tutto ciò che è «digitale» a presunti specialisti. A fronte di qualche voce critica, ben più numerosi sono gli entusiasti di una sedicente innovazione metodologica - erronea equazione tra modernità e positività: gli strumenti digitali supererebbero tout court il supporto cartaceo, obsoleto sul piano non solo tecnologico, ma anche comunicativo.
«A sinistra» vi sarebbe poi un'aprioristica denigrazione, da qualcuno già attribuita ai promotori del ricorso al Tar e alle organizzazioni sindacali e alle associazioni che li hanno sostenuti: l'ostilità preconcetta al ministro Gelmini spingerebbe ad opporsi ad un circolo certamente virtuoso, negandone gli aspetti positivi. Non è affatto così. Siamo di fronte ad un'operazione politicamente demagogica, pertanto pericolosa; e culturalmente superficiale, quindi pericolosissima. Riduzione del peso degli zainetti e del costo dei libri: queste le premesse dell'introduzione obbligatoria di libri digitali a partire dal 2012 (da confermare obbligatoriamente per 6 anni). Inoltre: «il passaggio al testo digitale consente di accrescere la funzionalità dei libri di testo in forma tradizionale e di arricchire di nuove funzionalità (...) gli ambienti di apprendimento. A sua volta il testo in forma mista favorisce la possibilità di accedere a schede o testi di approfondimento, tramite appositi link». Peso e costi interesserebbero soprattutto l'opinione pubblica. Il dogma del miglioramento di didattica e apprendimenti spingerebbe i docenti a valorizzare l'impiego di strumenti elettronici. Il mercato, infine, solleciterebbe miracolosamente gli editori a un'aperta concorrenza, che li vedrebbe aggiornare con lieta solerzia i testi - peraltro già adottati e in uso presso le scuole - con nuovi materiali da Internet.
Il decreto esige la massima compatibilità dei prodotti digitali con dispositivi e programmi già presumibilmente in possesso degli studenti: disposizione in sé incontestabile. Non è chiaro però - o forse viene volutamente taciuto - a carico di chi saranno le spese necessarie per permettere a tutti gli allievi di tutte le classi di tutte le scuole della Repubblica di fruire appieno dei nuovi, palingenetici prodotti culturali. Ogni studente dovrà entrare in possesso esclusivo di un pc (se non di un più costoso ebook reader, al momento gadget per lettori appassionati), salvo sdoganare gli appena vietati cellulari e lettori di musica e video, alcuni dei quali in grado di leggere testi, seppure su schermi di dimensioni così piccole da risultare probabilmente un deterrente.
L'impresa non sembra insomma alla portata della scuola pubblica, vittima peraltro di uno spregiudicato disinvestimento, di presunti risparmi che dall'anno prossimo falcidieranno le risorse formative - nonostante la recentissima promessa da parte di Brunetta di «un milione di minipc». Non resterebbe allora che rivolgersi direttamente alle famiglie, per poi cozzare con un altro gigantesco problema infrastrutturale: le aule della stragrande maggioranza delle scuole non permetterebbero di alimentare un dispositivo elettronico per ogni studente in condizioni di sicurezza. È rocambolesco immaginare - considerando i colpevoli ritardi sull'edilizia scolastica - che vi siano da qualche parte i fondi per far fronte a questa necessità. Così come quelli che servirebbero per consentire a tutti e dovunque un ingresso diretto e filtrato a Internet, onde utilizzarne le «potenzialità per l'aggiornamento delle informazioni, accesso a dati remoti e altri servizi integrativi», considerate caratteristiche imprescindibili dei libri scolastici innovati.
L'operazione rischia di ridursi nella maggioranza dei casi al download dei libri, da stampare poi completamente o in parte. Dubitiamo che questa soluzione, che si prospetta quanto mai confusa e disordinata, possa far risparmire davvero le famiglie, che alla fine di una filiera tecnologica così articolata potrebbero vedere zainetti zeppi di brutti libri di carta, avvilenti e avviliti. Inoltre, il fatto che molti editori abbiano riverniciato per l'occasione i loro siti con materiali di repertorio, in modo da soddifare formalmente i requisiti, dimostra solo che nell'immaginario tutto può cambiare a patto nella sostanza nulla cambi.
L'impraticabilità della proposta è evidente. Ma non è l'elemento più grave di questa suprema prova di marketing lessicale. Digitalzzare strumenti didattici non è in sé - se non in letture inconsapevoli o capziose - scelta positiva o negativa. Le motivazioni taumaturgiche, che inverano realtà irreali, sono molto meno negative dell'assenza di riflessione sulla validità culturale dei prodotti, sostituita da profluvi di indicazioni tecnico-giuridiche.
La scuola deve interrogarsi sulla propria latitanza critica. Si rischia che l'impresa si trasformi in una legittimazione istituzionale di operazioni riprovevoli da parte di soggetti spregiudicati. Che a motivare le opzioni e a determinare le scelte, sia l'arrembaggio al mercato, e non autorevolezza, affidabilità di contenuti e di dimensione dinamica, potenzialità inclusive. Un ulteriore inedebolimento degli apprendimenti, ma anche e soprattutto della funzione politica e di cittadinanza civile e democratica della scuola, sarebbe una ricaduta esiziale.
ilmanifesto.it

9.5.09

Arriva il maxi-Kindle per i quotidiani

Il futuro dell'editoria, secondo il fondatore di Amazon Jeff Bezos, si chiama Kindle DX. La versione "deluxe" del lettore digitale per libri prodotto dall'azienda statunitense è stata presentata ieri a New York e la stampa di tutto il mondo si sta chiedendo se non potrà essere una risposta almeno parziale alla crisi del settore. [ndr: Amazon Kindle 2: ma in Italia si sa cosa sia un E-book? | myTechnology]

Kindle DX è dotato di uno schermo da 9,7 pollici (il Kindle per "tascabili" ha uno schermo più piccolo, da 6 pollici) e memoria interna per 3,2 Gigabyte. Soprattutto, Kindle ha batterie che durano più di una settimana, la capacità di scaricare libri e giornali direttamente dalla rete di telefonia mobile (in standard Evdo-Cdma, che non è presente in Europa) e utilizza un display con tecnologia E-Ink.

La caratteristica dell'E-Ink o inchiostro digitale è quella di avere consumi bassissimi e una nitidezza d'immagine paragonabile a quella della carta stampata A differenza del monitor di un computer, l'E-Ink non ha una fonte di illuminazione e il forte contrasto permette di leggerlo all'aperto in pieno sole. Tuttavia, lo schermo ha una risoluzione limitata, in bianco e nero (con 16 toni di grigio) e con un ciclo di refresh molto lento che non consente di mostrare video o animazioni.

La versione DX di Kindle, dopo che a novembre 2007 era stata presentata la prima generazione di Kindle "normale" e a febbraio di quest'anno la seconda, arriva con una serie di alleanze ed accordi commerciali stipulati da Amazon. Infatti, oltre al mercato dei libri in formato digitale, Kindle è pensato anche per visualizzare documenti realizzati dal suo utilizzatore (con lo standard Pdf), giornali e riviste a cui abbonarsi e che si possono scaricare automaticamente ogni mattina, libri di testo scolastici e manuali tecnici per impieghi universitari o in stabilimenti di produzione e fabbriche in cui sia necessario avere la documentazione dei prodotti a portata di mano.

Fra gli accordi più significativi stipulati da Amazon per il nuovo Kindle DX, ci sono quelli con gli editori del Washington Post, il Boston Globe e il New York Times. L'obiettivo delle sperimentazioni che inizieranno questa estate è di commercializzare in formato digitale i quotidiani in aeree del Paese in cui non c'è una distribuzione fisica. È una mossa inedita e segna un vecchio sogni dei grandi editori di qualità degli Stati Uniti, paese in cui la stampa locale ha un ruolo preponderante rispetto a quella nazionale e in cui domina il modello delle grandi catene di piccoli giornali.

Il nuovo Kindle non si presenta però privo di difetti. Elevato il costo (489 dollari, rispetto al già costoso Kindle2 da 359 dollari), estremamente chiusa la piattaforma (i documenti dell'utente si possono caricare su Kindle solo inviandoli per email ad Amazon, che può anche far pagare un piccolo costo per la conversione) e molto limitata l'interattività con Internet. Si può accedere a un dizionario online e al popolare sito enciclopedico Wikipedia, ma non è prevista la possibilità di navigare il web o di utilizzare un software per la posta elettronica. La piccola tastiera alla base dell'apparecchio ha poi una funzionalità molto limitata, soprattutto serve per impostare le ricerche più che non per scrivere testi più lunghi.

Secondo gli analisti statunitensi del mercato editoriale, il vero punto di forza del Kindle DX sarebbe nella sua "chiusura" ad Internet. La piattaforma proprietaria realizzata da Amazon e simile concettualmente alla coppia iPod-iTunes di Apple, infatti, propone agli editori un modello di affari molto tradizionale. In pratica, vendere le singole copie o gli abbonamenti per giornali e libri direttamente in formato digitale, con un pagamento diretto dell'utente. Un sistema molto più lineare rispetto a quello del web, dove ancora non è stato trovato un modello di business universale per il settore dell'editoria.

Amazon non ha mai fornito i dati di vendita delle prime generazioni dell'apparecchio con schermo più piccolo, il Kindle originale per il quale sono peraltro già disponibili giornali e riviste in formato elettronico. Le stime esterne parlano però di circa 500mila Kindle venduti con una percentuale significativa delle vendite tramite il sito americano di Amazon dei libri disponibili.

sole24ore

7.5.09

Arriva il maxi-Kindle per i quotidiani

di Antonio Dini

Il futuro dell'editoria, secondo il fondatore di Amazon Jeff Bezos, si chiama Kindle DX. La versione "deluxe" del lettore digitale per libri prodotto dall'azienda statunitense è stata presentata ieri a New York e la stampa di tutto il mondo si sta chiedendo se non potrà essere una risposta almeno parziale alla crisi del settore.

Kindle DX è dotato di uno schermo da 9,7 pollici (il Kindle per "tascabili" ha uno schermo più piccolo, da 6 pollici) e memoria interna per 3,2 Gigabyte. Soprattutto, Kindle ha batterie che durano più di una settimana, la capacità di scaricare libri e giornali direttamente dalla rete di telefonia mobile (in standard Evdo-Cdma, che non è presente in Europa) e utilizza un display con tecnologia E-Ink.

La caratteristica dell'E-Ink o inchiostro digitale è quella di avere consumi bassissimi e una nitidezza d'immagine paragonabile a quella della carta stampata A differenza del monitor di un computer, l'E-Ink non ha una fonte di illuminazione e il forte contrasto permette di leggerlo all'aperto in pieno sole. Tuttavia, lo schermo ha una risoluzione limitata, in bianco e nero (con 16 toni di grigio) e con un ciclo di refresh molto lento che non consente di mostrare video o animazioni.

La versione DX di Kindle, dopo che a novembre 2007 era stata presentata la prima generazione di Kindle "normale" e a febbraio di quest'anno la seconda, arriva con una serie di alleanze ed accordi commerciali stipulati da Amazon. Infatti, oltre al mercato dei libri in formato digitale, Kindle è pensato anche per visualizzare documenti realizzati dal suo utilizzatore (con lo standard Pdf), giornali e riviste a cui abbonarsi e che si possono scaricare automaticamente ogni mattina, libri di testo scolastici e manuali tecnici per impieghi universitari o in stabilimenti di produzione e fabbriche in cui sia necessario avere la documentazione dei prodotti a portata di mano.

Fra gli accordi più significativi stipulati da Amazon per il nuovo Kindle DX, ci sono quelli con gli editori del Washington Post, il Boston Globe e il New York Times. L'obiettivo delle sperimentazioni che inizieranno questa estate è di commercializzare in formato digitale i quotidiani in aeree del Paese in cui non c'è una distribuzione fisica. È una mossa inedita e segna un vecchio sogni dei grandi editori di qualità degli Stati Uniti, paese in cui la stampa locale ha un ruolo preponderante rispetto a quella nazionale e in cui domina il modello delle grandi catene di piccoli giornali.

Il nuovo Kindle non si presenta però privo di difetti. Elevato il costo (489 dollari, rispetto al già costoso Kindle2 da 359 dollari), estremamente chiusa la piattaforma (i documenti dell'utente si possono caricare su Kindle solo inviandoli per email ad Amazon, che può anche far pagare un piccolo costo per la conversione) e molto limitata l'interattività con Internet. Si può accedere a un dizionario online e al popolare sito enciclopedico Wikipedia, ma non è prevista la possibilità di navigare il web o di utilizzare un software per la posta elettronica. La piccola tastiera alla base dell'apparecchio ha poi una funzionalità molto limitata, soprattutto serve per impostare le ricerche più che non per scrivere testi più lunghi.

Secondo gli analisti statunitensi del mercato editoriale, il vero punto di forza del Kindle DX sarebbe nella sua "chiusura" ad Internet. La piattaforma proprietaria realizzata da Amazon e simile concettualmente alla coppia iPod-iTunes di Apple, infatti, propone agli editori un modello di affari molto tradizionale. In pratica, vendere le singole copie o gli abbonamenti per giornali e libri direttamente in formato digitale, con un pagamento diretto dell'utente. Un sistema molto più lineare rispetto a quello del web, dove ancora non è stato trovato un modello di business universale per il settore dell'editoria.

Amazon non ha mai fornito i dati di vendita delle prime generazioni dell'apparecchio con schermo più piccolo, il Kindle originale per il quale sono peraltro già disponibili giornali e riviste in formato elettronico. Le stime esterne parlano però di circa 500mila Kindle venduti con una percentuale significativa delle vendite tramite il sito americano di Amazon dei libri disponibili.

27.10.08

Provaci ancora e-book

di Federico Ferrazza
Dopo una falsa partenza, ora il libro elettronico torna in versione 2.0: molto più pratico, radevole, facile da usare. E con investimenti enormi alle spalle

David Farrow ha passato l'ultimo mese sulla Quinta Strada di Manhattan. Non è un clochard né un fanatico di shopping: è stato lì per lavorare e rilanciare una delle tecnologie più suggestive (ma che finora non ha riscontrato un grosso successo di pubblico) degli ultimi anni: l'e-book, il libro in formato digitale. David, infatti, ha vissuto dentro la vetrina di uno dei negozi di elettronica più importanti della Quinta leggendo 24 ore al giorno sull'ultimo lettore di e-book della Sony: un'iniziativa promossa dal colosso giapponese in occasione del mese nazionale del libro. Il nuovo lettore di Sony si chiama PRS-700, è un dispositivo dotato di tecnologia touch screen e ha un'autonomia di 7.500 pagine di lettura continua. Ma non è l'unico uscito negli ultimi mesi sul mercato. La prima a inaugurare la nuova ondata di lettori di e-book è stata, qualche mese fa, Amazon. Che con il suo lettore Kindle ha pianificato una strategia che coinvolge anche il negozio on line di libri: i testi in formato digitale costano la metà di quelli cartacei e si possono scaricare per essere letti su Kindle stesso. Anche Philips, tramite il suo partner iRex, ha lanciato un nuovo lettore: il Digital Reader 1000, un dispositivo con un Giga di spazio capace di contenere circa 20mila pagine. C'è poi la Plastic Logic, azienda specializzata in schermi flessibili (e in alcuni casi addirittura arrotolabili), che ha annunciato la prossima commercializzazione di un suo lettore, con uno schermo da 13 pollici.Un fermento, quello intorno all'e-book, che sta anche nelle previsioni di mercato di diversi analisti. Secondo iSuppli, per esempio, le vendite di e-book avranno un giro d'affari di 291 milioni di dollari nel 2012, tanti soldi se si considerano i 3,5 milioni del 2007. Anche nel mondo dell'editoria classica, per la prima volta, ci sono opinioni che fanno ben sperare sul futuro del libro elettronico. Durante l'ultima fiera del libro di Francoforte, infatti, l'e-book è stato al centro dell'attenzione e - secondo un recente sondaggio - il 70 per cento degli editori si dice pronto a passare al digitale e il 40 crede che entro dieci anni le vendite dei libri elettronici supereranno quelle dei testi tradizionali. Il direttore della fiera tedesca, Joergen Boos, si è sbilanciato dicendo che "i nuovi lettori hanno creato le condizioni per fare del lettore di e-book un prodotto di massa". E perfino diversi gruppi ambientalisti sposano la causa dei libri elettronici che potrebbero salvare la vita di moltissimi alberi.Ma perché l'e-book è tornato di moda e si ripresenta alla sfida con il mercato? "Effettivamente gli e-book hanno avuto una falsa partenza agli inizi degli anni 2000. Ma ora c'è l'inchiostro elettronico, l'e-Ink, una rivoluzione tecnologica che sta rilanciando questo mercato", spiega Antonio Tombolini, fondatore e amministratore di Simplicissimus Book Farm, società che si occupa di e-book in Italia. L'e-Ink 'vive' all'interno di quasi tutti gli e-book di ultima generazione. Si tratta di una tecnologia che manda in pensione - per i libri elettronici - gli schermi a cristalli liquidi (Lcd). Un cambiamento di non poco conto visto che i monitor Lcd, emettendo luce, affaticano la vista mentre l'inchiostro elettronico sfrutta la luce ambientale, riflettendola. Ciò fa sì che i nuovi e-book si comportino come i libri tradizionali: non abbagliano i lettori e possono essere letti in qualsiasi condizione a patto che ci sia una fonte luminosa. I loro monitor, inoltre, non vengono 'oscurati' dalla luce del Sole come avviene con gli schermi Lcd.La tecnologia dell'e-Ink nasce al Mit di Boston (da cui è nato lo spin-off E-Ink Corporation) e la prima azienda a investirci è stata Philips che poi ha rilasciato il brevetto alla P.V.I. di Taiwan, ora produttrice di quasi tutti gli schermi per e-Ink (tranne che di quelli di Philips che si è riservata il diritto di produrli in proprio).Un altro fattore determinante per la diffusione degli e-book è ovviamente rappresentato dai contenuti. E anche qui, le cose stanno cambiando in meglio. L'editore britannico Random House, per esempio, pubblicherà entro dicembre 1.000 nuovi titoli sia per Sony (che ha un suo negozio all'indirizzo ebookstore.sony.com) sia per la libreria on line Waterstone's: di questi il 50 per cento saranno novità e il 50 per cento da catalogo. I negozi on line iniziano dunque ad avere un magazzino di discrete dimensioni: Amazon ha 185 mila titoli e Waterstone's 150 mila.Nonostante questo periodo di rinascita degli e-book, ci sono ancora alcuni aspetti da chiarire che ancora possono frenare il boom. Il primo riguarda la ritrosia di molti editori a mettere a disposizione in formato digitale i propri libri: la paura è che i titoli vengano copiati e distribuiti gratuitamente su Internet. "Ma gli editori si devono rendere conto che i titoli vengono comunque scaricati illegalmente", dice Tombolini: "Qualche tempo fa ho fatto un piccolo esperimento: sette dei dieci titoli della top ten italiana delle vendite erano scaricabili dalla Rete. Significa che c'è una domanda non intercettata da chi potrebbe rispondere in modo legale. Negli Usa gli editori hanno cominciato a comprendere il fenomeno, imitando l'industria musicale: quando iTunes ha cominciato a vendere brani tutti si sono chiesti perché, visto che erano già scaricabili gratis. Eppure la mossa si è rivelata vincente. Bisogna che gli editori si convincano a rilasciare i diritti. Tra tutti gli editori il mondo della scolastica è il più ostile: il formato elettronico deve essere venduto a un prezzo inferiore rispetto al cartaceo".Il secondo aspetto da affrontare è quello degli standard. Ci sono infatti diversi formati di e-book (tra i più importanti l'e-pub dell'Idpf e il Pdf): "Esiste un problema di compatibilità tra i formati disponibili (che sono di proprietà) e i diversi lettori. Non è pensabile per un editore gestire 7-8 formati diversi, perché questo richiede di fare lo stesso lavoro 7-8 volte", dice Cristina Mussinelli, consulente dell'area editoria digitale dell'Associazione editori italiani.In molti, poi, credono che alla consacrazione dell'e-book manchi ancora un dispositivo che faccia da traino per il mercato (un po' com'è stato l'iPod per i lettori di musica). Anche se c'è chi, come Mussinelli, ritiene che in ogni caso i lettori puri e semplici potrebbero non sfondare mai: "Penso che gli e-book potranno avere più successo su dispositivi integrati sempre più portatili, piccoli, leggeri e multifunzionali e che non sia solo un lettore di libri elettronici. Non credo possa avere successo un dispositivo che si limita a immagazzinare libri e documenti, per quanto utile possa essere". Insomma, quando ci sarà un telefonino o un lettore videomusicale che leggerà anche i libri, il fenomeno potrebbe esplodere veramente. Anche per la possibilità di cambiare modalità di lettura a seconda della situazione: si legge normalmente il libro, magari in treno, poi lo si prosegue come ascoltandolo con le cuffiette come audiolibro quando si sta guidando. Insomma, quando troverà la 'scatola' giusta, il libro in formato elettronico sembra destinato ad avere successo. Uno dei target possibili esce da una recente indagine dell'Osservatorio permanente sui contenuti digitali italiano: i lettori 'forti' (che leggono una decina di libri al mese) sono anche quelli che accedono più frequentemente alle nuove tecnologie. Loro potrebbero rappresentare quella fetta di mercato interessata a scaricare i titoli che si trovano meno facilmente in libreria. è la famosa 'coda lunga' dell'editoria, la possibilità di comprare in digitale titoli usciti dal giro delle librerie cartacee. Un affare anche per gli editori di libri, se solo se ne rendessero conto.
ha collaborato Tiziana Moriconi
espresso.it