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5.12.14

Stephen Hawking si aggiorna

Alfonso Maruccia  (Punto Informatico)

O, per meglio dire, aggiorna l'apparato informatico che gli permette di comunicare con il mondo e lavorare alle sue ricerche. Il pluri-premiato fisico teorico teme l'intelligenza artificiale, e vorrebbe rendersi temibile in un film di 007

Intel ha aggiornato l'apparato di comunicazione a disposizione del dottor Stephen Hawking, ricercatore, divulgatore e autore di best seller che potrà ora lavorare con maggior lena, esprimere più velocemente i propri pensieri con il pubblico e comunicare meglio con la famiglia.


Il sistema che Intel ha personalizzato sulle esigenze del dottor Hawking - come d'altronde la corporation fa da 14 anni a questa parte - si chiama ACAT (Assistive Context Aware Toolkit), ed è stato messo a punto in collaborazione con lo stesso ricercatore nel corso degli ultimi 3 anni.

ACAT prevede la presenza di un sensore a infrarossi montato sugli occhiali dello scienziato, deputato alla lettura del movimento dei muscoli delle guance cioè dell'unico mezzo di comunicazione a disposizione di Hawking, per il resto completamente paralizzato dalla sclerosi laterale amiotrofica (SLA) che l'ha colpito in giovane età.
Con ACAT la velocità di comunicazione - cioè di traduzione dei movimenti dei muscoli in lettere e parole - raddoppia, mentre i compiti informatici più comuni come la ricerca di un file su computer sono 10 volte più veloci che in passato.

La tecnologia di ACAT fa in tal senso uso della tecnologia predittiva sviluppata da SwiftKey, un sistema non dissimile dall'omonima app per gadget mobile e presto disponibile sotto licenza open source così da aiutare anche gli altri malati di SLA in giro per il mondo.

Hawking definisce ACAT come un sistema in grado di cambiargli la vita, e spera di potersene servire per fare quello che gli piace fare per almeno i prossimi 20 anni.
Magari anche recitare la parte del cattivo in un film di James Bond, un ruolo che a suo dire potrebbe vestire alla perfezione per via del suo aspetto "semi-robotico" e la oramai ben nota voce sintetica.

Quello che non piace al professore, invece, è l'intelligenza artificiale, a suo dire un rischio concreto per la sopravvivenza del genere umano. Una visione condivisa con Elon Musk ma non con Demis Hassabis, creatore della start-up DeepMind acquisita da Google per 400 milioni di dollari.

3.12.12

L’età dell’abbondanza (di informazioni)

Prosegue il viaggio de «La Stampa»
nel nuovo mondo digitale per scoprire come la tecnologia sta trasformando le nostre vite e quali sono e saranno le sfide e le opportunità che offre a ciascuno di noi. Questa quarta puntata dell’inchiesta è dedicata
alla cultura e all’informazione.

Giuseppe Granieri (La Stampa)

Noi siamo i nuovi consumatori - ha scritto recentemente Craig Mod - siamo i nuovi lettori, i nuovi scrittori, i nuovi editori. Con questa affermazione, Craig, uno dei più affermati book designer e una delle voci più attente all’innovazione nel mondo dell’editoria, non dice una cosa nuova. Già nel 2005 Kevin Kelly, un altro gigante dell’analisi del mondo contemporaneo, aveva scritto su «Wired» che entro una decina di anni tutti scriveremo il nostro libro, comporremo la nostra canzone e produrremo il nostro film.

Se vogliamo provare a ricostruire il senso di una cultura che sta iniziando a funzionare in un modo nuovo, questa è una delle possibili narrazioni. La tecnologia, che per anni abbiamo trattato come una sottocultura per «appassionati di computer» - magari anche un po’ sociopatici - sta abilitando milioni di persone a produrre contenuti. Detto in un altro modo, i costi di pubblicazione e di distribuzione tendono a zero. E l’accesso ai prodotti culturali sta diventando più semplice ed economico.

Veniamo da secoli in cui l’informazione (in tutte le sue forme, anche più universali, dal libro alla notizia) era un bene scarso. Era costosissimo produrla e distribuirla, farla circolare fisicamente, dare ai cittadini la possibilità di incontrarla. Tutta l’industria culturale si era disegnata intorno a questo limite funzionale. Un canale televisivo costa, un giornale è una grande avventura imprenditoriale, il vantaggio competitivo di un grande editore era la capacità di distribuire fisicamente un libro in tutte le librerie.

Poi nel giro di pochi anni, straordinariamente pochi, questo modello è andato in crisi. È cambiato il nostro modo di informarci e di leggere, abbiamo fatto amicizia con YouTube, il giornalismo sta imparando dai blogger la grammatica della Rete. E si stima che l’anno prossimo, con la facilità di produrre e distribuire ebook, si pubblicheranno tra i 10 e i 15 milioni di libri.

La previsione di Kelly non era un gesto visionario. Già oggi, semplicemente inclusi nel sistema operativo dei computer, anche quelli più a buon mercato, abbiamo software che ci consentono di fare produzione video. E solo pochi anni fa uno studio di montaggio richiedeva investimenti per decine di milioni di vecchie lire. Oggi possiamo scrivere un romanzo, dargli la forma dell’ebook e distribuirlo in tutto il mondo in pochi minuti. «La pubblicazione - scriveva Clay Shirky qualche mese fa - è diventata un pulsante». Il tastino Publish che trovi su Amazon, il tastino Post che trovi sui blog. O il tastino Upload che ci propone Youtube.

Tecnicamente, dunque, possiamo farlo tutti. Quello che ci manca è il dominio dei linguaggi espressivi. Posso produrre facilmente un video, ma non è detto che io sappia farlo. Posso mettere in vendita il mio libro, ma non è detto che io sappia scrivere. Qui subentra un altro fattore critico: la maggior lentezza della cultura rispetto alla tecnologia. Ma - lo abbiamo visto accadere con i blog e con il self-publishing negli Stati Uniti - la Rete diventa una formidabile comunità di pratiche. Si osservano i casi di successo, si condividono dati e consigli, si guarda a ciò che fanno i migliori. E si cresce.

Così l’idea stessa di alfabetizzazione tende a diventare più complessa. In un mondo come quello contemporaneo, essere alfabetizzati non significa più solo saper leggere e scrivere. Significa, piuttosto, essere in grado di navigare tra le informazioni, di usare nuovi strumenti, di saper riportare su se stessi il ruolo di «mediazione culturale» che prima delegavamo ai pochi che erano abilitati a diffondere cultura.

In tempi veloci come i nostri, il purista è per definizione un conservatore. Siamo nel mezzo di una grande «volgarizzazione» della cultura. Ma non è una volgarizzazione che possiamo raccontarci con una trama simile a quella dell’invasione dei barbari. È un processo che non accade per la prima volta: la stampa, per esempio, deve essere sembrata una specie di macchina infernale agli amanuensi. Il problema, se vogliamo, è che la «ferraglia per stampare libri» ci ha messo secoli per cambiare la grammatica culturale e portare, per esempio, al pensiero scientifico moderno e all’illuminismo. E all’idea di enciclopedia, che è un grande tentativo di mettere ordine nella conoscenza.

Internet e le tecnologie digitali sono molto più veloci. In un battito d’ali hanno costretto l’intera industria culturale a inseguire nuove regole del gioco. E noi stessi, da almeno 15 anni, stiamo raccontando il cambiamento dopo averlo visto accadere. La Rete fa un lavoro semplice da descrivere, ma bellissimo e potente. Consente a chiunque di immettere innovazione da ogni punto. E ogni innovazione apre nuove idee, ci fa pensare che possiamo fare le cose in modo diverso o che possiamo fare cose nuove. E, per quanto abbiamo visto finora, se dai a milioni di persone la possibilità di far cose che prima non potevano fare, le persone le fanno.

La nostra cultura ha sempre lavorato verso le volgarizzazioni. Ha sempre cercato di essere più efficiente nella circolazione e nell’accesso alla conoscenza. Ciò che alla gente del tempo sembrava volgare (i romanzi a puntate sui giornali) per noi oggi è diventato un classico: vedi alla voce Balzac o Hugo. Poi, certo, nuove soluzioni portano sempre nuovi problemi, un po’ come la ricerca scientifica - alla fine - produce solo nuove domande. Così ci troviamo di fronte a un modello - quello dell’abbondanza - che mette in crisi diversi punti di riferimento con cui siamo cresciuti. L’abbondanza di prodotto culturale ci obbliga a cambiare il nostro approccio (siamo noi a scegliere cosa ci interessa quando ci interessa) e ci richiede capacità nuove, tutte da imparare.

Ma, soprattutto, ridefinisce l’idea del valore del prodotto culturale. Prima era scarso, e pagavamo il supporto. Oggi è abbondante e tendiamo ad aspettarci che costi sempre meno. Ma qui, a cascata, arrivano i problemi: come si pagherà il lavoro di chi produce cultura? Alcuni mesi fa, in un’intervista a La Stampa, l’editore americano Richard Nash spiegava che difficilmente nei prossimi anni si faranno soldi vendendo i contenuti. Non sappiamo se è vero. Ma la cultura sta cambiando e tutti noi dobbiamo essere capaci di pensarla in modo diverso, di produrla invece di inseguirla.

30.3.12

L'innovazione sale in cattedra così la creatività batte la crisi

Dalle elementari alle medie, l'istruzione pubblica prova a reinventarsi. Con progetti che puntano sull'innovazione: c'è chi si autoproduce i libri, chi offre coach ai professori e chi alfabetizza anche i genitori. Ecco gli istituti divenuti d'eccellenza grazie alle idee
di MARIA NOVELLA DE LUCA

Il movimento è sotterraneo, carsico, indipendente, refrattario alla burocrazia e spesso anche alle luci troppo forti. È fatto di professori, maestri, ragazzi, presidi, genitori. Batte nel cuore profondo della scuola, quella che resiste, quella che prova a ritrovarsi, come se arrivati all'anno zero (zero fondi, zero prospettive, zero motivazione), da una rete diffusa di realtà piccole e grandi, primarie, secondarie, licei, istituti tecnici, stesse emergendo una reazione dinamica, vitale, magari imperfetta ma autentica.

Scuola-villaggio, scuola-agorà, scuola-comunità, 2.0, senza zaino, web-school, "book in progress": bisogna andare dalla Puglia alla Toscana, dalla Lombardia al Lazio, spesso in provincia, tra paesi e borghi che si consorziano in comunità di saperi, per capire e scoprire germogli e fermenti del nuovo.

Come in questo Liceo Scientifico Tecnologico alla periferia Brindisi, brutta edilizia in una regione al terzo posto in Italia per dispersione scolastica, 23,4% i giovani che ogni anno disertano gli studi, un tasso di abbandoni altissimo in un'area flagellata dalla crisi, e dove il Petrolchimico fino a pochi anni fa dava lavoro a 12mila famiglie oggi invece ridotte a 700. Eppure qui, all'Itis "Ettore Majorana" è nato tre anni fa il progetto "Book in progress" una scommessa vinta ed esportata in tutto il Paese e già adottata in 70 scuole.

Perché c'è chi si autoproduce i libri di testo (book in progress) e chi rivoluziona la didattica dei bambini, ritrovando Maria Montessori e magari Rudolf Steiner. Chi punta sulla tecnologia, chi sullo studio senza libri, chi si propone come diga al disagio delle famiglie, chi alfabetizza, insieme agli studenti, anche i loro genitori. Ci sono scuole che offrono ai prof dei coach che li ri-motivano al piacere dell'insegnare, e docenti che, gratuitamente, si mettono a scrivere libri di testo.

"Parliamo mentre stampo un libro", chiede il preside del Liceo Scientifico Tecnologico Ettore Majorana, Salvatore Giuliano, 45 anni, da tre alla guida di questo istituto che oggi fa parte della rete delle 15 scuole italiane certificate 2.0, ossia con alta dotazione tecnologica. Risultati ai test Invalsi di 10 punti superiori alla media, e una visita del ministro dell'Istruzione Profumo nel dicembre del 2011.

"Ricordo che era il 2007, eravamo alle prese con la scelta dei libri di testo, ogni anno più cari e spesso fatti male, poco comprensibili... L'idea fu immediata, semplice: perché non proviamo a scrivere e stampare da soli i nostri manuali, con la competenza di tanti anni di insegnamento, in modo da far risparmiare drasticamente le famiglie e aiutare i ragazzi? ".

Il progetto passa, i libri vengono elaborati dai docenti, stampati e venduti a pochi euro, il semplice recupero delle spese di tipografia. Genitori entusiasti, ragazzi anche. Ma a quel punto il (vulcanico) preside Salvatore Giuliano rilancia: "Ho convocato le famiglie, e ho chiesto loro di comprare un Pc ai propri figli con i soldi risparmiati dai libri di testo... Del resto per i manuali avevano speso soltanto 35 euro contro i 350 che ci vogliono di solito all'inizio di un ciclo secondario. L'adesione è stata totale, ed è iniziata la rivoluzione tecnologica della scuola".

Dal risparmio all'investimento, economia di base. Arrivano le Lim, le lavagne interattive, si crea la rete, si possono seguire da casa le lezioni, le aule diventano connesse tra di loro, lo spazio da fisico si trasforma in virtuale. Il progetto "Book in progress" valica i confini del Majorana e comincia ad interessare sempre più scuole, che via via adottano il sistema. "È tutto lavoro gratuito. Scrivere, stampare, impaginare, spesso di domenica, d'estate, ad agosto - raccontano Maria Rosaria Serio e Gioacchino Margarito, docenti di Chimica - ma mettere a disposizione degli studenti il proprio sapere affinato in tanti anni, invece di far comprare loro un qualunque libro di testo, magari approssimativo e superficiale, è davvero una bella soddisfazione. È stato come ritrovare passione nel lavoro".

E se "Book in progress" sta diventando una realtà così capillare che costringerà gli editori di libri scolastici a rivedere, probabilmente, prezzi e qualità dei testi, è risalendo verso il Lazio e la Toscana che si incontra l'esperienza di "Senza zaino", definizione riduttiva per una nuova didattica che sta cambiando il volto della scuola primaria, già sperimentata dal 2002 in 35 realtà. Perché al di là delle classifiche, che vedono Biella al top delle scuole migliori d'Italia (all'avanguardia per alcuni istituti tecnici specializzati nel tessile, ponte verso le aziende), e il Sud (Reggio Calabria) agli ultimi posti, innovazioni e cambiamento si trovano a macchia di leopardo, nascosti magari in territori meno noti, più depressi, in affanno.

Da tre anni all'istituto comprensivo "eSpazia", a Monterotondo, venticinque chilometri da Roma, paese meta di migrazioni della middle class dalla Capitale ma anche di molta immigrazione, si sperimenta una didattica particolare basata sul concetto di comunità. Un polo d'istruzione dove le parole d'ordine sono accoglienza e integrazione, i percorsi sono differenziati per ogni allievo e le lezioni frontali, cioè una per tutti, un ricordo del passato. E i prof sembrano entusiasti del loro lavoro.

"Le nostre classi vanno dalle sezioni Primavera alla terza media, dai 2 ai 14 anni, con una idea di approccio globale all'insegnamento, e di cooperative learning, chi è più veloce aiuta gli altri, pur nel rispetto e nell'incentivo delle eccellenze", spiega Caterina Manco, dirigente scolastica dell'"eSpazia" dal 1993, anima e motore di questa scuola dove sempre più docenti chiedono di poter lavorare. L'architettura dei corridoi è scarna ma ingentilita da disegni e murales, l'odore della mensa è buono, e basta entrare nelle classi che adottano il metodo "Senza zaino" per trovarsi in aule luminose, senza cattedre, ricche di materiali di ogni tipo, perché nulla si porta a casa ma tutto resta a scuola, in comune.

C'è l'angolo dell'agorà (di discussione), l'angolo dell'autocorrezione dei compiti... E poi laboratori, classi aperte, lezioni "lunghe" per i ragazzi delle medie, 90 minuti invece dei soliti 60 per non frammentare il tempo dell'apprendimento, che però avviene in modo creativo, attraverso, anche, teatro, fotografia, grafica, musica, e naturalmente classi 2.0, classi Mac. "Per arrivare al contenuto ogni ragazzo sceglie il medium cioè lo strumento che preferisce, ma attraverso questa flessibilità impara ad imparare".

Ma la caratteristica di questo istituto comprensivo, in prima linea nell'accoglienza agli immigrati, ai bambini e ragazzi con handicap, nel riconoscimento dei disturbi dell'apprendimento, è il "tutoraggio" dei professori. Aggiunge con orgoglio Caterina Manco: "Chi arriva in questa scuola viene preso in carico da docenti già esperti nel metodo, e seguito giorno dopo giorno. Questo si traduce spesso in una sorta di ri-motivazione verso l'insegnamento, anche se qui si fanno più ore, viene richiesto più impegno, si passano a scuola intere giornate. E infatti c'è chi dopo qualche settimana chiede il trasferimento, e chi invece fa di tutto per lavorare con noi".

Ricorda Marco Barozzi, educatore e fotografo: "Appena arrivato qui mi hanno chiesto di occuparmi di tre ragazzi difficili, anzi difficilissimi... Del mio laboratorio di fotografia non gli importava davvero nulla, erano arrabbiati con il mondo e con la vita, violenti, ma attraverso quel laboratorio si è creato un contatto, una confidenza, che a poco a poco ha vinto le loro diffidenze e sgretolato quel muro. Oggi siamo amici e loro sono ragazzi sereni".

6.4.11

Nous ne vivons pas dans le meilleur des mondes (technologiques)

Marco Morosini, chercheur en développement durable à l'Ecole polytechnique fédérale de Zuric (Le Monde)

Le Japon est peut-être le seul pays capable de transformer – bien malgré lui – une catastrophe industrielle en un boomerang revenant dans le figure des prophètes des mégatechnologies. Il n'est donc pas improbable que le tragique tremblement de terre japonais – comme celui de Lisbonne en 1755 – ébranle la foi de ceux qui pensent vivre dans le meilleur des mondes (technologiques) possibles.

Celui qui se retrouve au bord de la catastrophe nucléaire, ce n'est pas un pays dysfonctionnel et approximatif mais un pays qui a envahi le monde avec des produits technologiques parfaits (les inventeurs du "zero défaut") et des voitures qui ont la plus faible proportion de pannes, le pays avec la plus grande connaissance des tremblements de terre et de tsunamis et avec la plus haute compétence antisismique, le pays avec le nombre le plus élevé de réacteurs nucléaires par habitant (après la France) et la plus ample expérience dans les dommages nucléaires. Donc, beaucoup de gens se demandent : si les meilleurs techniciens du monde ne savent pas contrôler leurs réacteurs, pourquoi devrions-nous croire à ceux qui nous promettent que d'autres seraient capable de le faire ?
Avec le bon sens dont certains experts semblent pouvoir se passer, certaines catastrophes technologiques et économiques semblent faciles à comprendre par la suite. Prenons par exemple le Concorde, l'avion passager supersonique qui est maintenant dans un musée. Dans l'an 2000 il aurait dû être l'avion le plus vendu au monde, disaient les fabricants. Aujourd'hui, il semble bizarre que tant de techniciens aient cru que dans un monde où les coûts et les effets climatiques du pétrole sont de plus en plus grands, on aurait pu vendre des centaines d'avions supersoniques qui consomment et polluent le triple des autres. Ou prenons les "tours jumelles". Selon leur concepteur elles auraient dû résister à l'impact mécanique d'un jumbo-jet ; en fait, le 11-Septembre ce n'est pas l'impact qui les a fait effondrer mais plutôt le stress thermique du kérosène incendié – que le concepteur n'avait pas calculé.
A Fukushima peut-être que cela a été pareil : les ingénieurs avaient pensé à de nombreuses hypothèses – mais pas à toutes. Les experts du risque le confirmeraient : avec les mégatechnologies la possibilité de l'événement le plus adverse est bien réelle, mais sa probabilité est si faible que certains d'entre eux disent au grand public qu'elle est "pratiquement" nulle, que les centrales atomiques "sont sûres". Or si c'était vraiment le cas, les compagnies d'assurance se battraient pour pouvoir assurer un risque, où il y aurait seulement à gagner et "certainement" rien à perdre. La réalité est bien différente.
En Suisse par exemple chaque centrale est assurée pour un maximum de 1 milliard de francs, contre une perte possible de 100 milliards, estimés par l'Office fédéral de la protection civile. Un projet de loi du "vert libéral" Martin Baeumle vise à introduire une assurance obligatoire pour dégâts de 500 milliards, ce qui conduirait à des augmentations de 5 à 50 centimes par kWh (ce denier coûte maintenant 20 centimes). En Allemagne, le maximum de dommages couvert est de 2,5 milliards d'euros par centrale, par rapport à un maximum de dégâts de 5 500 milliards estimé par des études fédérales. D'autres estimations parviennent à 11 000 milliards d'euros. C'est pourquoi un groupe d'organisations collecte des signatures en Allemagne pour introduire une vraie assurance obligatoire.

UN SIGNAL FORT DU MARCHÉ DE L'ASSURANCE
Selon ces chiffres, les centrales nucléaires, contrairement à la moindre mobylette, fonctionnent presque sans assurance. Il est intéressant de noter que si pour certaines élites, "le marché doit tout diriger", lorsqu'il s'agit des risques atomiques les mêmes ignorent le signal fort et clair du marché de l'assurance – qui généralement est en mesure de mettre un prix sur tout.
Constatons aussi que dans le cas des risques atomiques, les réponses des assureurs et du philosophe sont similaires. Le fait n'est pas que les assureurs calculent une prime trop élevée pour les centrales atomiques. Le fait est tout simplement qu'ils n'assument pas ce risque. Et ce à aucun prix. Normalement le prix pour couvrir un risque est basé sur la multiplication du montant maximum de dégâts par la probabilité qu'il se produise. Mais là où le dommage est irréparable et incalculable, le fait que sa probabilité supposée soit d'un millionième ou bien d'un milliardième, cela ne change en rien.
Lorsque le risque est la perte totale, il ne peut tout simplement pas être pris en charge. Dans l'âge des mégarisques il est donc sage de s'orienter vers la "heuristique de la peur", qui donne la préférence à considérer l'hypothèse la plus défavorables, quelle que soit sa probabilité, quand elle se réfère à une perte inacceptable. C'est bien là le message central du philosophe Hans Jonas, dans son ouvrage classique Le principe responsabilité. Une éthique pour la civilisation technologique (Flammarion, 1979), trop souvent caricaturé en France en mettant à toutes les sauces le principe de précaution, depuis son entrée dans la Constitution.
"To-cheap-to-meter" (trop-bon-marché-pour-être-mesurée) disaient il y a quarante ans les prophètes de l'électricité atomique, en promettant la disparition des compteurs électriques de nos maisons. "Trop chère payée" semble être le message qui vient du Japon.

21.8.09

Rivals band to fight Google books - Rivali uniti per combattere Google libri

By Maggie Shiels, Technology reporter, BBC News, Silicon Valley

Three technology heavyweights are joining a coalition to fight Google's attempt to create what could be the world's largest virtual library.

Amazon, Microsoft and Yahoo will sign up to the Open Book Alliance being spearheaded by the Internet Archive.

They oppose a legal settlement that could make Google the main source for many online works.

"Google is trying to monopolise the library system," the Internet Archive's founder Brewster Kahle told BBC News.

"If this deal goes ahead, they're making a real shot at being 'the' library and the only library."

Back in 2008, the search giant reached an agreement with publishers and authors to settle two lawsuits that charged the company with copyright infringement for the unauthorised scanning of books.

In that settlement, Google agreed to pay $125m (£76m) to create a Book Rights Registry, where authors and publishers can register works and receive compensation. Authors and publishers would get 70% from the sale of these books with Google keeping the remaining 30%.

Google would also be given the right to digitise orphan works. These are works whose rights-holders are unknown, and are believed to make up an estimated 50-70% of books published after 1923.

Comments on the deal have to be lodged by September 4th. In early October, a judge in the Southern district of New York will consider whether or not to approve the class-action suit.

In a separate development, the US Department of Justice is conducting an anti-trust investigation into the impact of the agreement.

'Open access'

Critics have claimed the settlement will transform the future of the book industry and of public access to the cultural heritage of mankind embodied in books.
Brewster Kahle Internet Archive
The Internet Archive scans around 1000 books a day at 30 cents a page

"The techniques we have built up since the enlightenment of having open access, public support for libraries, lots of different organisational structures, lots of distributed ownership of books that can be exchanged, resold and repackaged in different ways - all of that is being thrown out in this particular approach," warned Mr Kahle.

The non-profit Internet Archive has long been a vocal opponent of this agreement. It is also in the business of scanning books and has digitised over 1.5 million to date. All are available for free.

As the September 4th deadline approaches, the number of groups and organisations voicing their opposition is growing. But with three of the world's best-known technology companies joining the chorus, the Open Book Alliance can expect to make headlines the world over.

Microsoft and Yahoo have confirmed their participation. However, Amazon has so far declined to comment because the alliance has not yet been formally launched.

"All of us in the coalition are oriented to foster a vision for a more competitive marketplace for books," said Peter Brantley, the Internet Archive's director of access.

"We feel that if approved, Google would earn a court-sanctioned monopoly and the exploitation of a comprehensive collection of books from the 20th century."

'Trust'

Much of the focus of the proposed settlement has been on anti-trust and anti-competitive concerns, but just as many are worried about privacy.
Woman in bookshop
Privacy is a big concern for critics

The Electronic Frontier Foundation, the ACLU of Northern California and the Consumer Watchdog advocacy group wrote to Google to ask the company to "assure Americans that Google will maintain the security and freedom that library patrons have long had: to read and learn about anything...without worrying that someone is looking over their shoulder or could retrace their steps".

"We simply don't like the settlement in its current form," said Consumer Watchdog advocate John Simpson.

"There are serious questions about privacy and Google seems to be taking the view 'let us put this in place and we will do the right thing down the road'. That is simply not good enough."

The American Libraries Association (ALA) agrees.

"We do think the product in essence is good but the proposed settlement asks us to trust Google and the other parties a little too much," the ALA's associate director Corey Williams told BBC News.

"When it comes to privacy, the agreement is silent on the issue and with regard to what Google intends to do with the data it collects. It's a great idea but it requires more trust that I think we feel comfortable being able to extend at this point," said Ms Williams.

'Brave new world'

In its defence, Google has argued that the deal brings great benefits to authors and will make millions of out-of-print books widely available online and in libraries.

In a statement, the company said: "The Google Books settlement is injecting more competition into the digital books space, so it's understandable why our competitors might fight hard to prevent more competition."
Michelle Richmond author
The author said she is not surprised by the reaction to the settlment

Despite the increasing tide of criticism over the settlement, there are some who believe there is not that much to fear.

Michelle Richmond is the author of New York Times best seller "The Year of Fog", which is also being turned into a movie starring Rachel Weiss.

"The thing I keep hearing from authors is 'I don't know what this settlement really means'. But this is the brave new world and we don't really know where it is going," Ms Richmond told BBC News

"Most authors work for so little and start from the point of we are doing this for the love it. But when there is this company that has nothing to do with the creation of the book or its publication, I think a lot of authors are concerned about this being a portal to greater access to their work without compensation for writers."

9.5.09

Da Pdf ad Air, caccia allo standard

di Marco Magrini

All'inizio fu il Pdf. Il portable document format nasce nel '93, partorito dalla Adobe di San Josè, nella solita Silicon Valley, nel tentativo di creare uno standard universale per leggere documenti elettronici - giornali inclusi - mantenendo l'impaginazione e indipendentemente dal computer usato. C'è voluto del tempo, ci sono stati errori da correggere, ma alla fine è riuscito nell'impresa. Il Pdf è il formato usato dalle case editrici per distribuire i giornali elettronicamente agli abbonati. Anche di più: il quotidiano che avete in mano, quando nottetempo spedisce le pagine ai centri stampa in Italia e all'estero, non fa altro che inviare un Pdf ad alta risoluzione.
Lo standard di casa Adobe però, non ha salvato i giornali dall'erosione di lettori innescata dell'oceano di notizie gratuite sul web. Nella Silicon Valley, c'è un detto: «Per sostituire una tecnologia, quella nuova dev'essere dieci volte meglio». Al momento, nonostante Rupert Murdoch annunci di voler far pagare le notizie in formato elettronico, non esiste una tecnologia che - nel rappresentare un giornale, con la sua grafica e la sua gerarchia delle notizie - sia dieci volte meglio della carta.
È solo questione di tempo. Laboratori di ricerca e imprese di tutto il mondo stanno lavorando all'anello mancante della rivoluzione editoriale: il software e l'hardware che, messi insieme, migliorino di dieci volte la carta. Allora sì, che il giornale digitale a pagamento potrebbe finalmente funzionare.
La solita Adobe, ci sta provando. Il domani del Pdf si chiama Air. In poche parole, è un ambiente operativo multipiattaforma (Pc, Mac, smartphone) che consente di far girare applicazioni prodotte dalle case editrici - già battezzate appzines, da application e magazines - dentro alle quali si replica, enormemente arricchita, l'esperienza di sfogliare un quotidiano o una rivista.
Immaginate di avere davanti la prima pagina di un quotidiano, più o meno con l'attuale impianto grafico. Però la foto è in realtà una galleria fotografica che si muove con un click (o strusciando il dito sul touchscreen). Oppure può essere un filmato, eseguibile a piacere. Il testo si legge meglio che sulla carta e, con un'altra ditata, scorre in giù o in su. Certo, sono le notizie di ieri, eppure costantemente aggiornate. In alto, scorrono le breaking news. Nella pagina sportiva, i gol si vedono. Nella sezione spettacoli, la lettura della recensione è accompagnata da un brano audio del concerto. Nella rubrica dei giochi, si può ancora fare il cruciverba. Non sarebbe dieci volte meglio della carta?
Al New York Times, scommettono di sì. Il laboratorio di ricerca e sviluppo del giornale, che a Manhattan chiamano forse ingiustamente Gray Lady, la signora in grigio, ha deciso di scommettere su Air. La data di debutto è ignota, ma sia il Times che il fratello International Herald Tribune saranno disponibili come appzine, vere e proprie applicazioni Air che si possono scaricare e poi leggere comodamente, anche senza connessione in rete.
Visto che Air è già scaricabile gratuitamente, qualche sorta di giornale in formato appzine c'è già. (Red)wire è un settimanale di musica che costa 5 dollari al mese e ne dirotta la metà a sostegno dell'Africa. Nel numero gratuito di prova (una prova difficile: per scaricarlo, dovete far credere al server di essere in America) c'è Noel Gallagher degli Oasis che canta una canzone in esclusiva per (Red)wire, seduto in un gabinetto chitarra in mano.
Il bello di Adobe Air è che il giornale si impagina automaticamente a seconda dello strumento usato per leggerlo. Peccato che non ce ne sia ancora uno che non faccia rimpiangere la carta. Il Kindle di Amazon, lanciato anche in una versione più grande e più adatta ai giornali, è fantastico per i libri, ma funziona solo in America (il download avviene tramite una rete cellulare di proprietà Amazon) e le sue ridotte potenzialità (serve solo per leggere) sembrano limitarne l'adozione.
Ma, anche qui, è questione di poco tempo. La Plastic Logic di Cambridge, ad esempio, sta per uscire con il primo schermo a polimeri plastici, pieghevole. Si dice che la Apple presenterà in estate un nuovo tablet, una specie di grande iPhone che potrebbe spiazzare il Kindle. L'ultimo gradino per qualcosa che sia dieci volte meglio della carta, è ormai prossimo ad essere scalato. Forse forse, Rupert Murdoch ha un po' troppa fretta.

ilsole24ore

Arriva il maxi-Kindle per i quotidiani

Il futuro dell'editoria, secondo il fondatore di Amazon Jeff Bezos, si chiama Kindle DX. La versione "deluxe" del lettore digitale per libri prodotto dall'azienda statunitense è stata presentata ieri a New York e la stampa di tutto il mondo si sta chiedendo se non potrà essere una risposta almeno parziale alla crisi del settore. [ndr: Amazon Kindle 2: ma in Italia si sa cosa sia un E-book? | myTechnology]

Kindle DX è dotato di uno schermo da 9,7 pollici (il Kindle per "tascabili" ha uno schermo più piccolo, da 6 pollici) e memoria interna per 3,2 Gigabyte. Soprattutto, Kindle ha batterie che durano più di una settimana, la capacità di scaricare libri e giornali direttamente dalla rete di telefonia mobile (in standard Evdo-Cdma, che non è presente in Europa) e utilizza un display con tecnologia E-Ink.

La caratteristica dell'E-Ink o inchiostro digitale è quella di avere consumi bassissimi e una nitidezza d'immagine paragonabile a quella della carta stampata A differenza del monitor di un computer, l'E-Ink non ha una fonte di illuminazione e il forte contrasto permette di leggerlo all'aperto in pieno sole. Tuttavia, lo schermo ha una risoluzione limitata, in bianco e nero (con 16 toni di grigio) e con un ciclo di refresh molto lento che non consente di mostrare video o animazioni.

La versione DX di Kindle, dopo che a novembre 2007 era stata presentata la prima generazione di Kindle "normale" e a febbraio di quest'anno la seconda, arriva con una serie di alleanze ed accordi commerciali stipulati da Amazon. Infatti, oltre al mercato dei libri in formato digitale, Kindle è pensato anche per visualizzare documenti realizzati dal suo utilizzatore (con lo standard Pdf), giornali e riviste a cui abbonarsi e che si possono scaricare automaticamente ogni mattina, libri di testo scolastici e manuali tecnici per impieghi universitari o in stabilimenti di produzione e fabbriche in cui sia necessario avere la documentazione dei prodotti a portata di mano.

Fra gli accordi più significativi stipulati da Amazon per il nuovo Kindle DX, ci sono quelli con gli editori del Washington Post, il Boston Globe e il New York Times. L'obiettivo delle sperimentazioni che inizieranno questa estate è di commercializzare in formato digitale i quotidiani in aeree del Paese in cui non c'è una distribuzione fisica. È una mossa inedita e segna un vecchio sogni dei grandi editori di qualità degli Stati Uniti, paese in cui la stampa locale ha un ruolo preponderante rispetto a quella nazionale e in cui domina il modello delle grandi catene di piccoli giornali.

Il nuovo Kindle non si presenta però privo di difetti. Elevato il costo (489 dollari, rispetto al già costoso Kindle2 da 359 dollari), estremamente chiusa la piattaforma (i documenti dell'utente si possono caricare su Kindle solo inviandoli per email ad Amazon, che può anche far pagare un piccolo costo per la conversione) e molto limitata l'interattività con Internet. Si può accedere a un dizionario online e al popolare sito enciclopedico Wikipedia, ma non è prevista la possibilità di navigare il web o di utilizzare un software per la posta elettronica. La piccola tastiera alla base dell'apparecchio ha poi una funzionalità molto limitata, soprattutto serve per impostare le ricerche più che non per scrivere testi più lunghi.

Secondo gli analisti statunitensi del mercato editoriale, il vero punto di forza del Kindle DX sarebbe nella sua "chiusura" ad Internet. La piattaforma proprietaria realizzata da Amazon e simile concettualmente alla coppia iPod-iTunes di Apple, infatti, propone agli editori un modello di affari molto tradizionale. In pratica, vendere le singole copie o gli abbonamenti per giornali e libri direttamente in formato digitale, con un pagamento diretto dell'utente. Un sistema molto più lineare rispetto a quello del web, dove ancora non è stato trovato un modello di business universale per il settore dell'editoria.

Amazon non ha mai fornito i dati di vendita delle prime generazioni dell'apparecchio con schermo più piccolo, il Kindle originale per il quale sono peraltro già disponibili giornali e riviste in formato elettronico. Le stime esterne parlano però di circa 500mila Kindle venduti con una percentuale significativa delle vendite tramite il sito americano di Amazon dei libri disponibili.

sole24ore

27.10.08

Provaci ancora e-book

di Federico Ferrazza
Dopo una falsa partenza, ora il libro elettronico torna in versione 2.0: molto più pratico, radevole, facile da usare. E con investimenti enormi alle spalle

David Farrow ha passato l'ultimo mese sulla Quinta Strada di Manhattan. Non è un clochard né un fanatico di shopping: è stato lì per lavorare e rilanciare una delle tecnologie più suggestive (ma che finora non ha riscontrato un grosso successo di pubblico) degli ultimi anni: l'e-book, il libro in formato digitale. David, infatti, ha vissuto dentro la vetrina di uno dei negozi di elettronica più importanti della Quinta leggendo 24 ore al giorno sull'ultimo lettore di e-book della Sony: un'iniziativa promossa dal colosso giapponese in occasione del mese nazionale del libro. Il nuovo lettore di Sony si chiama PRS-700, è un dispositivo dotato di tecnologia touch screen e ha un'autonomia di 7.500 pagine di lettura continua. Ma non è l'unico uscito negli ultimi mesi sul mercato. La prima a inaugurare la nuova ondata di lettori di e-book è stata, qualche mese fa, Amazon. Che con il suo lettore Kindle ha pianificato una strategia che coinvolge anche il negozio on line di libri: i testi in formato digitale costano la metà di quelli cartacei e si possono scaricare per essere letti su Kindle stesso. Anche Philips, tramite il suo partner iRex, ha lanciato un nuovo lettore: il Digital Reader 1000, un dispositivo con un Giga di spazio capace di contenere circa 20mila pagine. C'è poi la Plastic Logic, azienda specializzata in schermi flessibili (e in alcuni casi addirittura arrotolabili), che ha annunciato la prossima commercializzazione di un suo lettore, con uno schermo da 13 pollici.Un fermento, quello intorno all'e-book, che sta anche nelle previsioni di mercato di diversi analisti. Secondo iSuppli, per esempio, le vendite di e-book avranno un giro d'affari di 291 milioni di dollari nel 2012, tanti soldi se si considerano i 3,5 milioni del 2007. Anche nel mondo dell'editoria classica, per la prima volta, ci sono opinioni che fanno ben sperare sul futuro del libro elettronico. Durante l'ultima fiera del libro di Francoforte, infatti, l'e-book è stato al centro dell'attenzione e - secondo un recente sondaggio - il 70 per cento degli editori si dice pronto a passare al digitale e il 40 crede che entro dieci anni le vendite dei libri elettronici supereranno quelle dei testi tradizionali. Il direttore della fiera tedesca, Joergen Boos, si è sbilanciato dicendo che "i nuovi lettori hanno creato le condizioni per fare del lettore di e-book un prodotto di massa". E perfino diversi gruppi ambientalisti sposano la causa dei libri elettronici che potrebbero salvare la vita di moltissimi alberi.Ma perché l'e-book è tornato di moda e si ripresenta alla sfida con il mercato? "Effettivamente gli e-book hanno avuto una falsa partenza agli inizi degli anni 2000. Ma ora c'è l'inchiostro elettronico, l'e-Ink, una rivoluzione tecnologica che sta rilanciando questo mercato", spiega Antonio Tombolini, fondatore e amministratore di Simplicissimus Book Farm, società che si occupa di e-book in Italia. L'e-Ink 'vive' all'interno di quasi tutti gli e-book di ultima generazione. Si tratta di una tecnologia che manda in pensione - per i libri elettronici - gli schermi a cristalli liquidi (Lcd). Un cambiamento di non poco conto visto che i monitor Lcd, emettendo luce, affaticano la vista mentre l'inchiostro elettronico sfrutta la luce ambientale, riflettendola. Ciò fa sì che i nuovi e-book si comportino come i libri tradizionali: non abbagliano i lettori e possono essere letti in qualsiasi condizione a patto che ci sia una fonte luminosa. I loro monitor, inoltre, non vengono 'oscurati' dalla luce del Sole come avviene con gli schermi Lcd.La tecnologia dell'e-Ink nasce al Mit di Boston (da cui è nato lo spin-off E-Ink Corporation) e la prima azienda a investirci è stata Philips che poi ha rilasciato il brevetto alla P.V.I. di Taiwan, ora produttrice di quasi tutti gli schermi per e-Ink (tranne che di quelli di Philips che si è riservata il diritto di produrli in proprio).Un altro fattore determinante per la diffusione degli e-book è ovviamente rappresentato dai contenuti. E anche qui, le cose stanno cambiando in meglio. L'editore britannico Random House, per esempio, pubblicherà entro dicembre 1.000 nuovi titoli sia per Sony (che ha un suo negozio all'indirizzo ebookstore.sony.com) sia per la libreria on line Waterstone's: di questi il 50 per cento saranno novità e il 50 per cento da catalogo. I negozi on line iniziano dunque ad avere un magazzino di discrete dimensioni: Amazon ha 185 mila titoli e Waterstone's 150 mila.Nonostante questo periodo di rinascita degli e-book, ci sono ancora alcuni aspetti da chiarire che ancora possono frenare il boom. Il primo riguarda la ritrosia di molti editori a mettere a disposizione in formato digitale i propri libri: la paura è che i titoli vengano copiati e distribuiti gratuitamente su Internet. "Ma gli editori si devono rendere conto che i titoli vengono comunque scaricati illegalmente", dice Tombolini: "Qualche tempo fa ho fatto un piccolo esperimento: sette dei dieci titoli della top ten italiana delle vendite erano scaricabili dalla Rete. Significa che c'è una domanda non intercettata da chi potrebbe rispondere in modo legale. Negli Usa gli editori hanno cominciato a comprendere il fenomeno, imitando l'industria musicale: quando iTunes ha cominciato a vendere brani tutti si sono chiesti perché, visto che erano già scaricabili gratis. Eppure la mossa si è rivelata vincente. Bisogna che gli editori si convincano a rilasciare i diritti. Tra tutti gli editori il mondo della scolastica è il più ostile: il formato elettronico deve essere venduto a un prezzo inferiore rispetto al cartaceo".Il secondo aspetto da affrontare è quello degli standard. Ci sono infatti diversi formati di e-book (tra i più importanti l'e-pub dell'Idpf e il Pdf): "Esiste un problema di compatibilità tra i formati disponibili (che sono di proprietà) e i diversi lettori. Non è pensabile per un editore gestire 7-8 formati diversi, perché questo richiede di fare lo stesso lavoro 7-8 volte", dice Cristina Mussinelli, consulente dell'area editoria digitale dell'Associazione editori italiani.In molti, poi, credono che alla consacrazione dell'e-book manchi ancora un dispositivo che faccia da traino per il mercato (un po' com'è stato l'iPod per i lettori di musica). Anche se c'è chi, come Mussinelli, ritiene che in ogni caso i lettori puri e semplici potrebbero non sfondare mai: "Penso che gli e-book potranno avere più successo su dispositivi integrati sempre più portatili, piccoli, leggeri e multifunzionali e che non sia solo un lettore di libri elettronici. Non credo possa avere successo un dispositivo che si limita a immagazzinare libri e documenti, per quanto utile possa essere". Insomma, quando ci sarà un telefonino o un lettore videomusicale che leggerà anche i libri, il fenomeno potrebbe esplodere veramente. Anche per la possibilità di cambiare modalità di lettura a seconda della situazione: si legge normalmente il libro, magari in treno, poi lo si prosegue come ascoltandolo con le cuffiette come audiolibro quando si sta guidando. Insomma, quando troverà la 'scatola' giusta, il libro in formato elettronico sembra destinato ad avere successo. Uno dei target possibili esce da una recente indagine dell'Osservatorio permanente sui contenuti digitali italiano: i lettori 'forti' (che leggono una decina di libri al mese) sono anche quelli che accedono più frequentemente alle nuove tecnologie. Loro potrebbero rappresentare quella fetta di mercato interessata a scaricare i titoli che si trovano meno facilmente in libreria. è la famosa 'coda lunga' dell'editoria, la possibilità di comprare in digitale titoli usciti dal giro delle librerie cartacee. Un affare anche per gli editori di libri, se solo se ne rendessero conto.
ha collaborato Tiziana Moriconi
espresso.it