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2.8.11

Come testimoniare al processo lungo

Stefano Benni (La Repubblica)

Scena: aula di tribunale. Giudice: Dichiaro aperta la duemilacentesima udienza del processo. Ci sono testimoni della difesa ? Testimone: Ci sono io.
Giudice: Bene. Mi dica allora cosa ha da testimoniare. Testimone: Ero alle sette di sera in agosto con milleseicento amici in un bar nei pressi di Segrate quando vidi l´avvocato Mills col cappotto passeggiare su marciapiede. E nel contempo il cavalier Berlusconi camminare con la scorta. Giuro che si incrociarono, nemmeno si salutarono e sparirono alla mia vista. Giudice: La sua testimonianza collima con altre milleseicento testimonianze, con la variante che lei dice “col cappotto”.
Testimone: Esattamente.
Giudice: Rivolgo a lei una domanda che faccio agli altri testimoni. Non le sembra improbabile che milleseicento persone stiano tutte insieme al tavolino di un bar?
Testimone: Eravamo un gruppo molto unito e a quell´ora giocavamo a carte, Quattro giocavano e gli altri millecinquecento guardavano. Inoltre sfruttavamo bene lo spazio. Io ad esempio ero dentro la tazza di un cappuccino.
Giudice: Caldo o freddo?
-Obiezione – dice l´avvocato Ghedini dalla sedia a rotelle – anche a nome degli altri settanta avvocati della difesa, dico che la domanda è inutile e pretestuosa.
- Obiezione accolta. Avanti un altro testimone.
Testimone: Sono il testimone duemilacentouno. (leggendo da un foglio) Mi trovavo con alcuni amici muratori nel solito bar di porto Cervo quando vidi il signor Dell´Utri tornare dalla spiaggia in accappatoio e incrociare Totò Riina in bicicletta. Mi ricordo come fosse oggi che Totò Riina frenò, i due si guardarono e non si salutarono né parlarono tra loro.
Giudice: Signor testimone, lei ha sbagliato processo lungo. Accompagnatelo nell´aula di fronte. Avanti un altro .
Testimone: Sono il duemilacentodue. Ero in un bar di Segrate con un migliaio di amici, quando vidi l´avvocato Mills camminare lentamente di buon passo sul marciapiede. Un´auto blu si fermò e ne scese l´onorevole BerlusconiI
Giudice: (con aria annoiata) Lo so, e nemmeno si salutarono.
Testimone: no no ,si salutarono. Il presidente Berlusconi diede a Mills una busta. L´avvocato Mills la aprì e conteneva un biglietto di auguri di Natale con la polverina d´oro, e neanche un euro. L´avvocato Mills sembrò contrariato…
Giudice: Interessante. La sua testimonianza è diversa dalle altre.
Testimone: Mi hanno pagato di meno.
-Obiezione!- grida l‘avvocato Ghedini- il testimone è evidentemente confuso.
Giudice: Va bene. Avanti un altro.
Testimone: Sono il testimone duemilacentotre e… non m i ricordo cosa dovevo dire…
Momento di tensione. L´avvocato Ghedini cerca di suggerire, il giudice lo zittisce.
Testimone: Ecco adesso mi ricordo cosa. Mi trovavo in una bocciofila a Segrate. E giocavamo a bocce seicento contro seicento. In una pausa andai al bar e vidi Berlusconi camminare lentamente di buon passo. Da un´auto blu scese l´avvocato Mills con due ragazze dalle forme prosperose evidentemente egiziane. Passò davanti a Berlusconi che li guardò con aria indifferente, anzi si fece il segno della croce.
Giudice: La sua testimonianza collima con altre seicentosei. Ci sono altri testimoni della difesa ?
Ghedini: Per oggi no, eccellenza, il pullman del Milan che doveva portarli è fermo in un ingorgo sulla tangenziale.
Giudice(sbadigliando): Succede. La seduta è chiusa.

9.3.11

Le procure sotto tutela

di BARBARA SPINELLI

QUANDO giudichiamo il conflitto fra potere politico e giustizia, conviene sempre alzare gli occhi, guardare oltre i nostri confini, usare la memoria, per capire se davvero chi governa ha in mente una soluzione che migliora le cose o una regressione formidabile, dissimulata dietro finte promesse. La riforma della giustizia che Berlusconi proporrà giovedì è un caso esemplare, e se suscita tante apprensioni è perché non scioglie ma accentua i conflitti tra poteri pubblici, e anzi vuol devitalizzare parte di questi poteri. È una riforma che non perfeziona ma disprezza il nostro patrimonio giuridico, e l'idea che i poteri debbano esser molti perché non predomini uno solo. È una regressione che non solo mortifica la Carta costituzionale ma è in aperta contraddizione con princìpi giuridici che l'Unione europea chiede agli Stati di rispettare. Spesso la regressione avanza in tal modo: presentandosi come rivoluzionaria. È osservando quel che accade in Francia che l'impressione di un indietreggiamento italiano si conferma vistosamente. Negli ultimi due mesi il malcontento dei magistrati francesi si è inasprito, e il loro obiettivo, non nuovo, si è fatto più che mai nitido: liberare infine pm e procure dal potere politico.

Succede così che il patrimonio italiano divenga un traguardo, nel preciso momento in cui Berlusconi vorrebbe ridurre l'indipendenza dei magistrati dalla politica. Se prima in Europa eravamo considerati all'avanguardia, nella separazione dei poteri, oggi rischiamo di trovarci in coda. Una miopia radicale verso il mondo, e l'indifferenza al peso che l'Europa ha nelle nostre vite (con le sue leggi vincolanti) sono alla radice di quello che può divenire un grave impoverimento: giuridico, democratico, della memoria. Alla base di questa miope indifferenza c'è una doppia fallacia. Prima fallacia: l'idea che in democrazia la sovranità si concentri tutta sul popolo, che elegge governi e parlamenti non sottoposti al vaglio di poteri terzi. Seconda fallacia: la finzione di una sorta di autarchia giuridica e politica dello Stato-nazione, e l'ignoranza di un'Europa già in parte federale, che esercita sovranità parallele a quelle degli Stati grazie a leggi, politiche comuni, costumi democratici concernenti anche la separazione dei poteri. L'idea che solo uno sia il potere decisivo - il popolo - è spesso scambiata con la democrazia ma non lo è, e l'Europa s'è unita con questa consapevolezza. L'illusione monolitica è un'eredità del 1789 - meglio: della sua estremizzazione giacobina, nazionalista - e spiega lo speciale malessere francese. Nella tradizione giacobina la giustizia non è un istituto indipendente, nonostante l'articolo XVI della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789: è l'arma del popolo sovrano, dell'esecutivo che esso elegge. Qui è il suo vizio d'origine, e ancor oggi il pubblico ministero francese non è al servizio di tutti ma mantiene un rapporto di dipendenza dal governo.

I magistrati riformatori in Francia non si limitano a invocare autonomia completa, ma si battono perché il paese interiorizzi la democrazia costituzionale di cui l'Europa è levatrice. È in questo quadro che reclamano un'autentica Corte costituzionale, e soprattutto l'indipendenza del pubblico ministero. Spetta a quest'ultimo l'obbligo di esercitare l'azione penale, come imposto dall'articolo 112 della nostra Costituzione: non alla politica, come accade a Parigi e come Berlusconi vorrebbe in Italia. Il 15 dicembre scorso la Corte di cassazione francese, interpellata sulla custodia cautelare, ha giudicato che "il pubblico ministero non è un'autorità giudiziaria indipendente", visto che "non garantisce l'indipendenza e l'imparzialità prescritte dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo", e dalla Convenzione Ocse sulla corruzione. Non a caso chi auspica l'autonomia dei pm comincia, in Francia, col cambiare le parole costituzionali. Nel titolo VIII appare l'"autorità giudiziaria". Molti (tra loro l'associazione Terra Nova, in un recente rapporto) esigono che il termine autorità sia sostituito da "potere giudiziario".
Con secoli di ritardo Parigi riscopre dunque la separazione dei poteri di Montesquieu, si libera del giacobinismo, è stanca di ridurre la democrazia al suffragio universale: "In Francia - dice il rapporto di Terra Nova - la giustizia non è più il potere indipendente, guardiano della libertà individuale, descritto da Montesquieu. È sotto tutela dell'esecutivo". Tanto più è soggetta "all'influenza di interessi privati e partigiani. È una giustizia parziale, a due velocità: clemente verso chi è protetto dall'esecutivo, sempre più speditiva verso chi non è protetto". È pensando con severa memoria la propria storia che i magistrati francesi si ribellano. Solo una Corte costituzionale e un pubblico ministero indipendenti possono divenire punti fermi, più durevoli delle mutevoli maggioranze. I governi sono mortali, in democrazia. Non la Costituzione e la giustizia.

Non è solo la storia nazionale a entrare in gioco, abbiamo visto, ma l'Europa che delle varie memorie ha fatto tesoro, trascendendole. È quest'ultima a preconizzare una giustizia più indipendente, prescrizioni non di comodo, infine la riforma più desiderata dagli italiani: processi più brevi per tutti, non per uno o per pochi. In particolare - lo ricordano da anni il giurista Bruno Tinti e Marco Travaglio - l'Europa chiede che le carriere del giudice e del pm non siano separate: che "gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa", per "la similarità e complementarietà delle due funzioni" (raccomandazione della Commissione anticrimine del Consiglio d'Europa, 30-6-00).
Nella riforma Berlusconi sono assenti queste norme costituzionaliste, ed è il motivo per cui di regressione si tratta. L'obiettivo è mettere le procure sotto tutela politica, duplicare il Consiglio superiore della magistratura neutralizzandolo, staccare la polizia giudiziaria dai pm assoggettandola al solo potere politico (forse la misura più pericolosa, perché in tal modo il governo ha in mano le chiavi per chiudere e aprire un processo penale). Ed è separare le carriere del pm e del giudice per degradare il pm a "avvocato dell'accusa", più vicino per cultura all'avvocato della difesa che al giudice: mentre con l'ordinamento attuale il pubblico ministero è tenuto a considerare anche gli elementi a discarico, non solo quelli a carico dell'imputato. Qui è la ragione prima per cui separare le carriere è un rischio. È un vero insulto ai Pm, spiega Tinti: "Il Pm tutela gli interessi della collettività, l'avvocato quelli del suo cliente. Per il Pm non è importante che l'imputato venga condannato; è importante che il colpevole venga condannato. L'avvocato difensore, lui sì, è uomo di parte", avendo per obbligo quello di " far assolvere il cliente oppure fargli avere la pena più ridotta".

Quel che ci si domanda è come mai l'Europa, pur avendo leggi e princìpi, conti così poco. In realtà essa difende i princìpi con estrema forza prima dell'adesione: i candidati devono avere giudici indipendenti e separazione dei poteri (se l'Italia fosse oggi candidata, certo non entrerebbe). Questo dicevano i criteri di Copenhagen fissati nel '93 per l'ammissione dei paesi dell'Est: i criteri non erano solo economici (esistenza di un'affidabile economia di mercato) ma anche politici e giuridici (presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, stato di diritto, diritti dell'uomo, rispetto-tutela delle minoranze). Ancor più stringenti sono i criteri nel caso della Turchia.
Con i paesi che sono già nell'Unione, invece, l'Europa è intimidita, inerte. Varcata la porta d'ingresso solo i parametri economici pesano, diventando addirittura un ombrello che ripara gli autoritarismi. Quanto più sei dentro, e rispetti i parametri finanziari, tanto più sei libero di fare quel che ti pare con la democrazia. Se solo volesse, l'Europa potrebbe agire, arginare. Il Trattato di Lisbona agli articoli 6 e 7 prevede interventi e sanzioni dell'Unione per quei Paesi dell'Unione in cui si verifichino gravi rischi per la democrazia e per la libertà. Ma sinora gli articoli non sono stati invocati né tantomeno applicati all'Italia. Eppure i rischi ci sono ormai davvero e sono seri. Si parla molto dell'assenza di anticorpi, in Italia. Ma l'Europa ha gli stessi difetti, pur possedendo strumenti e leggi per salvaguardare le proprie democrazie.

4.1.11

Povera giustizia

di Guido Scorza

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano ed il suo collega Renato Brunetta continuano, ormai da mesi, a raccontare dei mirabolanti passi in avanti compiuti nell’informatizzazione della giustizia ed a prometterne di ancora più lunghi nei mesi a venire.

L’ultima favola i due l’hanno raccontata il 6 dicembre scorso, presentando a Palazzo Vidoni, il progetto “Vivifacile Giustizia” per avvocati e cittadini, un servizio, attraverso il quale, già nei prossimi giorni gli avvocati dovrebbero ricevere gratuitamente sul loro terminale o sul telefono cellulare gli avvisi relativi alla decisione del giudice di loro interesse, decisione che, in ogni caso, dovranno poi provvedere a ritirare in Tribunale o che dovrà loro essere notificata a mezzo di ufficiale giudiziario.
Aspettare per credere.

Il ministro della Giustizia, d’altra parte, è, da tempo un convinto sostenitore dell’esigenza di informatizzare la Giustizia.
A maggio dello scorso anno, infatti, Angelino Alfano, aveva voluto presentare personalmente, attraverso un bel video pubblicato su YouTube e sul sito del suo ministero, il servizio “Giudice di pace online”, un servizio attraverso il quale, a sentir lui, cittadini ed avvocati avrebbero, finalmente, potuto ottenere – almeno dinanzi ai giudici di pace – giustizia, via internet, senza più bisogno di file, attese e confusioni.
Una bella idea: peccato solo che il funzionamento del servizio preveda che cittadini ed avvocati dopo aver compilato online un modulo per il ricorso al Giudice di Pace debbano stamparlo, firmarlo e spedirlo all’ufficio giudiziario competente a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, come puntualmente spiegato sullo stesso sito del ministero della Giustizia.

A Roma, nel 2010, per introdurre un giudizio civile l’avvocato scrive sul suo PC l’atto introduttivo, lo stampa, lo firma e lo fotocopia in tante copie quanti sono i soggetti che intende coinvolgere nel procedimento, si reca quindi presso l’ufficio notifiche e, alla fine di una mattinata di fila, consegna l’atto ad un ufficiale giudiziario che, a sua volta, lo firma e lo timbra dopo di che, a seconda dei casi, lo consegna a mani al destinatario o lo chiude in una busta verde ed affida al servizio postale perché lo consegni a mezzo raccomandata.
A distanza di giorni, quindi, l’avvocato torna presso l’ufficio notifiche dove ritira l’originale – rigorosamente cartaceo – dell’atto notificato con l’attestazione, firmata dall’ufficiale giudiziario, attestante l’avvenuta notifica o, invece, l’affidamento alle poste dell’atto medesimo.

Tocca quindi all’avvocato, scaricare da internet il modulo per l’iscrizione della causa a ruolo, compilarlo, stamparlo e firmarlo e tocca, egualmente, all’avvocato predisporre il proprio fascicolo – rigorosamente cartaceo – e, quindi, recarsi presso la cancelleria del Tribunale per provvedere all’iscrizione a ruolo della causa, affrontando ulteriori interminabili file e confrontandosi con pile voluminose di atti e scartoffie.
Naturalmente è solo l’inizio perché, da questo momento e sino ad arrivare alla fine del giudizio, sono numerosissimi gli atti che un avvocato deve scrivere sul suo pc, stampare, firmare e depositare in Tribunale.

Tra eterne sperimentazioni [n.d.r. quella del processo civile telematico è iniziata da oltre un decennio], favole raccontate con grande sagacia e proclami solenni la macchina della Giustizia, oggi – tranne rare eccezioni – funziona ancora così.
Ci vuole coraggio, in tale contesto, a parlare di informatizzazione della giustizia.
A tutto questo, tuttavia, siamo ormai da tempo abituati se non, addirittura rassegnati e, occorre dirlo con grande chiarezza, quello dell’informatizzazione della giustizia è un obiettivo nel quale hanno fallito – ammesso che abbiano mai davvero provato a raggiungerlo – tutti i governi degli ultimi anni, quale che fosse il colore politico del gagliardetto di Palazzo Chigi.
Sembra, tuttavia, che questo Governo dei miracoli abbia deciso di superare sé stesso ed ogni altro precedente Governo facendo ancora di più: l’intenzione, parrebbe, infatti, quella di informatizzare la Giustizia senza software, PC e denaro.

E’ questa la conclusione che si trae nel registrare l’allarme lanciato la scorsa settimana dall’Associazione Nazionale Magistrati e dal procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara e rilanciato, nelle ultime ore, da Giuseppe Corasaniti, Magistrato in forza alla Procura della Repubblica di Roma che, da anni, si occupa di informatica e giustizia.

Il Governo ha, infatti, tagliato del 50% le risorse necessarie a garantire la manutenzione ai sistemi informatici degli uffici giudiziari, ponendo così a rischio il funzionamento di servizi telematici essenziali all’amministrazione della giustizia.

D’accordo continuare a promettere di informatizzare la giustizia senza avere le idee chiare su cosa serva per farlo ma, pretendere addirittura di riuscire nell’impresa senza soldi, PC e software sembra davvero un’impresa degna di cantastorie di altri tempi.

Non è, d’altra parte, un mistero che questo Governo non ami i giudici e, dunque, non ci si può sorprendere del fatto che, in un’epoca, peraltro, di tagli diffusi, la Giustizia digitale, venga lasciata senza PC.
Povera Giustizia destinata a restare lenta ed analogica in un universo digitale.

11.11.09

«Estinti» Mediaset e Mills

Al Csm sono già pronti per misurare l'impatto sui processi di quella che, tra le toghe, viene considerata «peggio di un'amnistia». «Per fare una stima corretta, bisognerà prima leggere i dettagli del disegno di legge», dicono a palazzo dei Marescialli dove, però, valutano nell'ordine di centinaia di migliaia i processi destinati all'«estinzione» con il Ddl battezzato da Governo e maggioranza «processo veloce» o «breve», che sarà presentato nei prossimi giorni al Senato. Silvio Berlusconi non ha spuntato da Gianfranco Fini l'ombrello più ampio della «prescrizione breve» (taglio di 1/4 dei tempi, per i reati puniti fino a 10 anni), ma si è assicurato «l'estinzione» dei due processi milanesi Mediaset diritti Tv e Mills, in cui è imputato, rispettivamente, di frode fiscale e di corruzione giudiziaria. E ciò grazie alla norma transitoria che Niccolò Ghedini, suo consigliere giuridico nonché avvocato difensore, ha inserito nel testo.
I due processi al premier sono ancora in primo grado e quindi, in base alla norma transitoria, sottoposti alla nuova regola dei 2 anni di tempo massimo per arrivare alla sentenza, se l'imputato è incensurato e il reato per cui si procede è punito fino a 10 anni (ad eccezione dei reati di mafia, terrorismo o grave allarme sociale come rapina, omicidio, estorsione e con l'esclusione di chi è recidivo o delinquente abituale; la corruzione non è stata esclusa). In questi casi, dunque, se dal decreto di rinvio a giudizio sono trascorsi già 2 anni, il giudice sarà costretto a prosciogliere l'imputato perché «il reato è estinto». Ed è quel che dovrà fare il Tribunale di Milano nel processo Mediaset diritti Tv: il decreto che dispone il giudizio è del 7 luglio 2006 e quindi - pur recuperando l'anno di sospensione dovuto al ricorso alla Consulta sul Lodo Alfano - il processo è morto a luglio del 2009. Sarebbe già cadavere anche il processo Mills: il decreto che dispone il giudizio è del 30 ottobre 2006 e quindi si è «estinto» a ottobre 2009 (tenuto sempre conto della sospensione dovuta al Lodo Alfano). Peraltro, anche se l'inizio della «fase» dibattimentale venisse spostata in avanti, e cioè alla prima udienza di apertura del dibattimento (come stabiliva il Ddl Fassone, a cui si ispira il Ddl Ghedini), il risultato non cambierebbe di molto, perché soltanto il processo Mills avrebbe ancora qualche mese di vita, fino a marzo 2010.

Il «processo veloce» o «breve» non toccherà invece l'inchiesta Mediatrade-Rti perché è in fase di indagine e il Ddl si applica solo ai processi di primo grado (anche pendenti), appello e Cassazione (per una durata complessiva di 6 anni). Nonostante questa limitazione, e sebbene Fini abbia preteso dal premier che la nuova normativa sia accompagnata da risorse umane e finanziarie a supporto dei tribunali, il provvedimento sta già suscitando allarme per le ricadute che produrrà sul dissestato sistema giudiziario. Oggi si riunisce l'esecutivo dell'Anm per una prima valutazione della situazione; nel pomeriggio, i vertici del sindacato delle toghe incontreranno la Consulta Pdl sulla giustizia e solo dopo diranno ufficialmente che ne pensano del Ddl. Ma tra i magistrati c'è grande preoccupazione per un intervento che viene, di fatto, assimilato a una «drastica riduzione della prescrizione» e che, in mancanza di riforma strutturali e processuali, «comporterà il rischio di una diffusa impunità». «Molto peggio di un'amnistia», dicono, perché le nuove norme «andranno a regime», mentre l'amnistia è una tantum. E se oggi si contano circa 200mila prescrizioni», con il Ddl saranno «molte, ma molte di più». Fortissimi, poi, tra i magistrati, i dubbi di costituzionalità sul provvedimento «che crea addirittura un triplo binario»: tre processi di diversa velocità (e con esiti diversi) per gli incensurati imputati di reati fino a 10 anni, esclusi quelli di mafia e terrorismo nonché quelli di grave allarme sociale come omicidi e rapine; per i recidivi o i delinquenti abituali; per chi ha oggi un processo in corso in primo grado rispetto a chi è in appello o Cassazione. Il Presidente della Repubblica lo firmerà?

8.1.09

La virtù della giustizia

Nel centenario della nascita, un testo inedito del filosofo, maestro di politica e diritto
NORBERTO BOBBIO


Il 2009 è l’anno di Norberto Bobbio. Del filosofo torinese, tra le maggiori autorità intellettuali e morali del Novecento, ricorre il centenario della nascita (18 ottobre 1909), oltreché il quinto anniversario della morte (9 gennaio 2004). Per celebrare la ricorrenza il ministero dei Beni culturali ha istituito un Comitato Nazionale, composto da oltre cento istituzioni e personalità della cultura italiane e straniere, che ha elaborato un fitto programma di iniziative (vedi scheda in basso) per promuovere il dialogo e la riflessione intorno al pensiero di Bobbio e sul futuro della nostra democrazia. La Stampa, che ha avuto il filosofo tra i suoi collaboratori di punta per quasi trent’anni, propone qui un testo inedito, trovato tra le carte dell’Archivio Norberto Bobbio presso il Centro studi Gobetti di Torino: si tratta di un dattiloscritto, presumibilmente della fine degli Anni 50, sul tema «giustizia», voce preparata per un progetto di dizionario enciclopedico mai realizzato, di cui pubblichiamo uno stralcio.

Nella filosofia politica antica la giustizia era una virtù, una delle virtù etiche fondamentali, cioè un abito o un’abitudine di compiere certe azioni giudicate aventi un valore positivo e di evitare certe altre azioni giudicate aventi un valore negativo. La valutazione di un’azione come virtuosa, in particolare come giusta, rinviava necessariamente al criterio in base al quale le azioni potevano essere distinte come giuste o ingiuste. Nel pensiero moderno e soprattutto contemporaneo si intende per giustizia questo criterio di valutazione, o valore ideale, o principio direttivo dell’azione che permette di giudicare le azioni umane, onde chiamiamo giuste quelle che vi corrispondono, ingiuste quelle che non vi corrispondono.

Per quanto siano quasi infinite le definizioni che sono state date della giustizia nel corso dei secoli, l’ambito di riferimento di queste definizioni è pur sempre l’azione sociale dell’uomo, ovvero l’azione che l’uomo compie nelle sue relazioni con altri uomini.

Il problema della giustizia è strettamente connesso al problema della costituzione e della conservazione della società umana: onde azione giusta è quella che contribuisce in qualche modo a rendere possibile la coesistenza degli uomini, ingiusta quella che la ostacola. S’intende che i diversi modi di definire la giustizia dipendono dai diversi modi di concepire la società, dai diversi fini che le si attribuiscono, dai diversi ideali sociali che si vogliono raggiungere.

Due sono soprattutto gli ideali che entrano a formare, separatamente o congiuntamente, la nozione giustizia: l’ideale dell’ordine e quello dell’eguaglianza. L’idea dell’ordine sociale è sorta, sin dai primordi della riflessione sulla giustizia, in corrispondenza all’idea dell’ordine dell’universo; e di volta in volta l’ordine dell’universo è stato concepito a immagine dell’ordine sociale (la natura come insieme di enti che ubbidiscono alla volontà sovrana di Dio o degli Dei), e l’ordine sociale è stato considerato come il riflesso dell’ordine cosmico (le leggi che regolano la società umana sono una parte delle leggi giuridiche naturali che regolano l’universo), dando luogo ora a una concezione etica e giuridica dell’ordine naturale, ora a una concezione naturalistica dell’ordine giuridico.

Ogni totalità ordinata ha bisogno di norme o leggi, cioè di canoni che prescrivano o determinino la regolarità dei comportamenti. Ordine e legge sono due nozioni strettamente connesse: l’ordine è garantito dal fatto che la legge, cioè la regolarità dei comportamenti, sia rispettata. Questo rispetto della legge, che assicura l’ordine, è ciò che si chiama, in una delle accezioni tradizionali, giustizia. In questa accezione la giustizia consiste nella conservazione dell’ordine costituito: conservazione, appunto, che viene ottenuta attraverso il rispetto delle leggi costitutive dell’ordine. Ingiustizia è la rottura dell’ordine, perpetrata attraverso la violazione della legge: è disordine o caos, contrapposto a ordine o cosmo; in termini più drammatici, è guerra contrapposta a pace. E in quanto violazione della legge, in quanto disordine, caos o guerra, è la dissoluzione di ogni possibile convivenza, è la rovina della società.

In questa connessione con l’ideale dell’ordine, la nozione di giustizia si risolve in quella di legalità: la concezione della giustizia come legalità è una delle concezioni ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. È quella concezione per cui si dice giusta l’azione conforme alla legge, ingiusta quella difforme; e uomo giusto è colui che ha l’abito di rispettare le leggi, ingiusto colui che ha l’abito di trasgredirle. Partendo da questo modo di intendere la giustizia, il fine e il contenuto delle leggi non entrano in questione: la garanzia dell’ordine è data dal rispetto delle leggi, quali che esse siano. Ciò che garantisce l’ordine è infatti la corrispondenza dell’azione alla legge, non il tipo di azione che la legge prescrive o determina. Si tratta di una concezione meramente formale della giustizia.

L’idea dell’eguaglianza integra quella dell’ordine in quanto esprime l’esigenza che per attuare la giustizia occorra non un ordine qualunque esso sia, ma un ordine fondato su un certo principio che è, appunto, quello dell’eguale distribuzione di onori e di oneri. Anche la società tenuta insieme da leggi tiranniche, e quindi esclusivamente con la spada, è a rigore una società ordinata; ma è sufficiente quest’ordine a garantire la conservazione della società? L’ideale dell’eguaglianza è quello che fa porre nelle mani della giustizia, accanto alla spada, anche la bilancia. Non basta allora che vi siano leggi rispettate, come chiede la concezione formale della giustizia (perché le leggi vengano rispettate può bastare anche soltanto la forza), ma occorre inoltre che le leggi stesse rispettino alcuni criteri fondamentali nella distribuzione degli onori e degli oneri, in primis il criterio dell’eguaglianza.

Sennonché la nozione di eguaglianza è anch’essa generica, in quanto indica soltanto un rapporto tra termini, ma non dà altre indicazioni sui termini da mettere in rapporto. Già Aristotele aveva distinto la giustizia commutativa, che ha luogo principalmente negli scambi economici e che è fondata sul criterio dell’eguaglianza aritmetica, e la giustizia distributiva, che ha luogo principalmente nei rapporti fra lo Stato e cittadini, fondata sul criterio dell’eguaglianza geometrica o proporzionale. La giustizia distributiva ha avuto nell’antichità due celebri formulazioni, che sono state poi tramandate, per lo più, come le definizioni della giustizia senz’altro, e si distinguono unicamente perché l’una riguarda l’azione doverosa dell’individuo nei confronti della comunità, l’altra l’azione doverosa della comunità nei confronti dell’individuo: la formulazione platonica, secondo cui la giustizia consiste nell’eseguire il proprio compito, ciò che a ciascuno compete nell’ordine della società (è il celebre suum agere); la formulazione che si suol chiamare romana (si trova in Cicerone e in Ulpiano), secondo cui la giustizia consiste nel dare a ciascuno ciò che gli spetta (è il non meno celebre suum cuique tribuere).

Ma questo suum, che si trova in entrambe le formulazioni, come viene determinato? Il criterio del suum, come è ovvio, non è più definibile in termini di eguaglianza, di proporzione, e quindi nascono tante definizioni di giustizia distributiva quanti sono i criteri adoperati, di volta in volta, nelle varie società, in modo esclusivo oppure, più spesso, in modo complementare, per determinare per ciascun membro della società l’ambito di ciò che è il suo dovere o il suo diritto.

I criteri storicamente rilevanti sono soprattutto i quattro seguenti: il criterio del rango, del merito, del lavoro, del bisogno, per cui si ritiene giusto, rispettivamente, dare a ciascuno secondo la propria posizione nella gerarchia sociale, secondo le proprie capacità, secondo l’attività svolta nella produzione di beni e servizi, secondo le proprie necessità spirituali e materiali. Per quanto tutti e quattro i criteri si trovino di solito applicati in corrispondenza di diverse situazioni, ciascuno di essi presiede all’orientamento di un tipo determinato di società.

Le celebrazioni

Le celebrazioni per il centenario di Bobbio avranno un’anteprima domani a Rivalta Bormida, dove il filosofo è sepolto, con una cerimonia nel quinto anniversario della morte (ore 15, Palazzo Bruni, con l’intervento, tra gli altri, del figlio Andrea). Sabato a Torino (9,30-12,30, Aula magna del Rettorato) presentazione del programma del centenario. Momento culminante dell’anno bobbiano il convegno internazionale «Dal Novecento al Duemila» in programma a Torino dal 15 al 17 ottobre, che sarà aperto dal presidente Giorgio Napolitano. A seguire, sempre a Torino, un ciclo di cinque incontri intorno a diversi aspetti del pensiero di Bobbio, con un’anticipazione il 25 aprile al Teatro Gobetti, e una mostra su «Bobbio e il Novecento» (da ottobre a gennaio 2010 presso l’Archivio di Stato). Entro il 2010 saranno inoltre messi in rete (
www.erasmo.it/bobbio) tutti i testi del filosofo. Per il programma completo delle celebrazioni http://www.centenariobobbio.it/

lastampa.it