Il silenzio del movimento pacifista e l'ipocrisia dei media embedded
Luciana Castellina (il manifesto)
Non voglio parlare nel merito di quanto sta accadendo a Gaza. Non ne voglio scrivere perché provo troppo dolore a dover per l’ennesima volta emettere grida di indignazione, né ho voglia di ridurmi ad auspicare da anima buona il dialogo fra le due parti, esercizio cui si dedicano le belle penne del nostro paese. Come si trattasse di due monelli litigiosi cui noi civilizzati dobbiamo insegnare le buone maniere. Per non dire di chi addirittura invoca le ragioni di Israele, così vilmente attaccata — poveretta — dai terroristi. ( I palestinesi non sono mai «militari» come gli israeliani, loro sono sempre e comunque terroristi, gli altri mai).
Ieri ho sentito a radio Tre, che ricordavo meglio delle altre emittenti, una trasmissione cui partecipavano commentatori davvero indecenti, un giornalista (Meucci o Meotti, non ricordo) che conteggiava le vittime palestinesi: che mascalzonata le menzogne degli antistraeliani, tutti dimentichi dell’Olocausto – protestava. Perchè non è vero che i civili morti ammazzati siano due terzi, tutt’al più un terzo.
E poi il «Foglio» che promuove una manifestazione di solidarietà con le vere vittime: gli israeliani, per l’appunto.
Si può non essere d’accordo con la linea politica di Hamas – e io lo sono — ma chi la critica dovrebbe poi spiegare perché allora né Netanyahu, né alcuno dei suoi predecessori, si sia accordato con l’Olp ( e anzi abbia sempre insidiato ogni tentativo di intesa fra Hamas e Abu Mazen, per mandarla per aria). E però io mi domando: se fossi nata in un campo profughi della Palestina, dopo quasi settant’anni di soprusi, di mortificazioni, di violazione di diritti umani e delle decisioni dell’Onu, dopo decine di accordi regolarmente infranti dall’avanzare dei coloni, a fronte della pretesa di rendere la Palestina tutt’al più un bantustan a macchia di leopardo dove milioni di coloro che vi sono nati non possono tornare, i tanti cui sono state rubate le case dove avevano per secoli vissuto le loro famiglie, dopo tutto questo: che cosa penserei e farei? Io temo che avrei finito per diventare terrorista.
Non perché questa sia una strada giusta e vincente ma perché è così insopportabile ormai la condizione dei palestinesi; così macroscopicamente inaccettabile l’ingiustizia storica di cui sono vittime; così filistea la giustificazione di Israele che si lamenta di essere colpita quando ha fatto di tutto per suscitare odio; così palesemente ipocrita un Occidente (ma ormai anche l’oriente) pronto a mandare ovunque bombardieri e droni e reggimenti con la pretesa di sostenere le decisioni delle Nazioni Unite, e che però mai, dico mai, dal 1948 ad oggi, ha pensato di inviare sia pure una bicicletta per imporre ad Israele di ubbidire alle tante risoluzioni votate nel Palazzo di Vetro che i suoi governi, di destra o di sinistra, hanno regolarmente irriso.
Ma non è di questo che voglio scrivere, so che i lettori di questo giornale non devono essere convinti. Ho preso la penna solo per il bisogno di una riflessione collettiva sul perché, in protesta con quanto accade a Gaza, sono scesi in piazza a Parigi e a Londra, cosa fra l’altro relativamente nuova nelle dimensioni in cui è accaduto, e nel nostro paese non si è andati oltre qualche presidio e volenterose piccole manifestazioni locali, per fortuna Milano, un impegno più rilevante degli altri.
Cosa è accaduto in Italia che su questo problema è stata sempre in prima linea, riuscendo a mobilitare centinaia di migliaia di persone? È forse proprio per questo, perché siamo costretti verificare che quei cortei, arrivati persino attorno alle mura di Gerusalemme (ricordate le «donne in nero»?) non sono serviti a far avanzare un processo di pace, a rendere giustizia? Per sfiducia, rinuncia? Perché noi — il più forte movimento pacifista d’Europa – non siamo riusciti ad evitare le guerre ormai diventate perenni, a far prevalere l’idea che i patti si fanno con l’avversario e non con l’alleato perché l’obiettivo non è prevalere ma intendersi? O perché – piuttosto — non c’è più nel nostro paese uno schieramento politico sufficientemente ampio dotato dell’autorevolezza necessaria ad una mobilitazione adeguata? O perché c’è un governo che è stato votato da tanti che nelle manifestazioni del passato erano al nostro fianco e che però non è stato capace di dire una parola, una sola parola di denuncia in questa tragica circostanza? Un silenzio agghiacciante da parte del ragazzo Renzi che pure ci tiene a far vedere che lui, a differenza dei vecchi politici, è umano e naturale? Privo di emozioni, di capacità di indignazione, almeno quel tanto per farsi sfuggire una frase, un moto di commozione per quei bambini di Gaza massacrati, nei suoi tanti accattivanti virtuali colloqui con il pubblico? È perché non prova niente, o perché pensa che le sorti dell’Italia e del mondo dipendano dal fatto che la muta Mogherini assurga al posto di ministro degli esteri dell’Unione Europea? E se sì, per far che?
Di questo vorrei parlassimo. Io non ho risposte. E non perché pensi che in Italia non c’è più niente da fare. Io non sono, come invece molti altri, così pessimista sul nostro paese. E anzi mi arrabbio quando, dall’estero, sento dire: «O diomio l’Italia come è finita», e poi si parla solo di quello che fa il governo e non ci si accorge che c’è ancora nel nostro paese una politicizzazione diffusa, un grande dinamismo nell’iniziativa locale, nell’associazionismo, nel volontariato.
Negli ultimi giorni sono stata a Otranto, al campeggio della «Rete della conoscenza» (gli studenti medi e universitari di sinistra). Tanti bravi ragazzi, nemmeno abbronzati sebbene ai bordi di una spiaggia, perché impegnati tutto il giorno in gruppi di lavoro, alle prese con i problemi della scuola, ma per nulla corporativi, aperti alle cose dell’umanità, ma certo privi di punti di riferimento politici generali, senza avere alle spalle analisi e progetti sul e per il mondo, come era per la mia generazione, e perciò vittime inevitabili della frammentazione. Poi ho partecipato a Villa Literno alla bellissima celebrazione del venticinquesimo anniversario della morte di Jerry Maslo, organizzata dall’Arci, che da quando, nel 1989, il giovane sudafricano, anche lui schiavo nei campi del pomodoro, fu assassinato ha via via sviluppato un’iniziativa costante, di supplenza si potrebbe dire, rispetto a quanto avrebbero dovuto fare le istituzioni: villaggi di solidarietà nei luoghi di maggior sfruttamento, volontariato faticoso per dare ai giovani neri magrebini e subsahariani, poi provenienti dall’est, l’appoggio umano sociale e politico necessario.
Parlo di queste due cose perchè sono quelle che ho visto negli ultimi giorni coi miei occhi, ma potrei aggiungere tante altre esperienze, fra queste certamente quanto ha costruito la lista Tsipras, che ha reso stabile, attraverso i comitati elettorali che non si sono sciolti dopo il voto, una inedita militanza politica diffusa sul territorio.
E allora perché non riusciamo a dare a tutto quello che pure c’è capacità di incidere, di contare?
Certo, molte delle risposte le conosciamo: la crescente irrilevanza della politica, il declino dei partiti, eccetera eccetera. Non ho scritto perché ho ricette, e nemmeno perché non conosca già tante delle risposte. Ho scritto solo per condividere la frustrazione dell’impotenza, per non abituarsi alla rassegnazione, per aiutarci l’un l’altro «a cercare ancora».
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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30.7.14
Perché Gaza è sola?
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9.2.14
Tra social media e democrazia non c’è nessun legame
di Andrea Matiz (limes)
Perché l'equazione "diffusione dei social media = probabilità di cambiamento sociale" non è valida. Negli Stati che più usano Internet, il vento della primavera araba ha spirato meno. Le quattro barriere dei regimi per difendersi dalla contestazione in Rete.
Media come armi (vai all'anteprima) | Social network nemici della democrazia

(Carta di Francesca La Barbera tratta da Limes Qs 1/2012 "Media come armi")
Media come armi (vai all'anteprima) | Social network nemici della democrazia
(Carta di Francesca La Barbera tratta da Limes Qs 1/2012 "Media come armi")
Internet, Facebook e Twitter sono considerati erroneamente gli artefici della primavera araba. In realtà sono soggetti a barriere tecnologiche, economiche e politiche che ne limitano l'influenza. Senza dimenticare che anche i regimi ne fanno uso. Il dilemma del dittatore.
Con lo sviluppo del web 2.0 e l'emergere dei social media come mezzo di comunicazione si è aperto il dibattito sull’influenza che essi possono avere sull’attività politica. Un tema che ha generato una florida letteratura è in particolare quello del rapporto tra Internet e dittature: il web è da considerarsi uno strumento capace di esportare la democrazia e produrre la fine dei regimi, oppure no?
Secondo una corrente di pensiero la risposta a questa domanda è senza dubbio sì. Mentre la popolarità dei social media aumentava a livello globale, si diffondeva la correlazione tra questi e i più importanti eventi di politica internazionale: nascevano definizioni come “il candidato di Internet” (Obama durante le primarie democratiche del 2008), “la rivoluzione di Twitter” (la rivolta iraniana del 2009), fino a giungere alla “social media revolution” con cui è stata battezzata l'intera primavera araba.
La ragione di tale parallelismo è da ricercare in due grandi doti di questi nuovi mezzi di comunicazione: quella di mobilitare, aggregare e diffondere informazioni e messaggi a una velocità superiore rispetto ai loro fratelli maggiori e quella di permetterne la rapida diffusione, grazie soprattutto alla tecnologia mobile.
Ma davvero il Web 2.0 è in grado di generare una rivoluzione? Oppure è solo un mezzo di comunicazione, capace di modificare le cose o di mantenere lo status quo a seconda di chi lo controlla? Se la prima ipotesi fosse vera, un corollario naturale sarebbe questo: maggiore è la diffusione di social media in uno Stato, più alte dovrebbero essere le probabilità di un cambiamento istituzionale.
Prendiamo in analisi proprio i cosiddetti paesi Mena (Middle East and North Africa), che nell’ultimo anno sono stati maggiormente interessati dai cambiamenti istituzionali prodotti - a detta di molti - da Internet. Nella tabella 1, accanto ad ogni paese sono riportati i dati relativi alla penetrazione di Internet broadband (a banda larga), Internet mobile, Facebook e Twitter.
Tabella 1. Penetrazione di Internet nei paesi Mena (1).
La tabella mostra chiaramente che la convinzione di partenza non è accettabile. Gli Stati in cui Internet è più diffuso, ovvero quelli del Golfo, sono quelli dove il vento del cambiamento ha soffiato di meno. Con l'unica eccezione del Bahrein, che analizzeremo in seguito. Le nazioni che invece sono state, o sono tuttora, teatro di rivolte e tensioni spesso sfociate in guerre civili (Siria, Yemen, Libia) sono quelli dove è minore la presenza della rete. Vi è poi una fascia centrale composta sia da protagonisti della primavera araba (Tunisia ed Egitto) sia da Stati in cui la situazione è mutata meno – o in maniera meno clamorosa – come Marocco e Giordania.
È quindi necessario aggiungere un’altra variabile, quella relativa alla stabilità dei regimi nei paesi oggetto dell'analisi. Bisogna che ci siano delle condizioni favorevoli affinché, teoricamente, Internet possa produrre il cambiamento. Occorre analizzare la stabilità del regime, le condizioni economiche, le divisioni sociali e tribali, la condizione giovanile, il livello di disoccupazione all'interno di ogni paese.
Al fine di poter riassumere numericamente realtà e fattori complessi ed interconnessi, si è preso in considerazione l'Indice di rischio dei paesi del Medio Oriente e del Maghreb (2) realizzato a fine marzo 2011 da Equilibri.net. L'indice va da 1 (instabilità massima) a 10 (stabilità assoluta).
Tabella 2 Stabilità politica e penetrazione di Internet nei paesi Mena
Dalla tabella appare chiaramente che l'equazione di base “alta penetrazione di internet e alta presenza sui social media = maggiore probabilità di cambio istituzionale” è errata.
I paesi con una minore penetrazione sono quelli con un indice di stabilità minore: significa che un eventuale cambiamento istituzionale è più facilmente dovuto a fattori di instabilità interna piuttosto che alla diffusione di Internet e all’utilizzo dei social media. Nei paesi più stabili, invece, la maggiore diffusione della rete non comporta automaticamente maggiori turbamenti di carattere politico. Non è un caso poi che quest’ultimi Stati siano i più ricchi dell'area Mena e quelli dai quali provengono le principali società di telecomunicazioni.
I paesi con una minore penetrazione sono quelli con un indice di stabilità minore: significa che un eventuale cambiamento istituzionale è più facilmente dovuto a fattori di instabilità interna piuttosto che alla diffusione di Internet e all’utilizzo dei social media. Nei paesi più stabili, invece, la maggiore diffusione della rete non comporta automaticamente maggiori turbamenti di carattere politico. Non è un caso poi che quest’ultimi Stati siano i più ricchi dell'area Mena e quelli dai quali provengono le principali società di telecomunicazioni.
Il rapporto tra business e politica è fondamentale per capire se la rete può essere un fattore di cambiamento istituzionale oppure no. Infatti, l’emergere dell’opportunità di fare affari in un settore emergente e in fortissima espansione come quello delle telecomunicazioni pone i governi di fronte alla necessità di dover mediare tra i propri interessi politici e quelli economici.
I paesi a minore indice di stabilità sono anche quelli in cui il rapporto tra politica e imprenditoria pende a favore della prima, mentre nei paesi più stabili il mondo del business può influenzare di più le scelte politiche. La ricerca dell'equilibrio tra istanze politiche ed economiche viene definita in letteratura “dilemma del dittatore” (3).
Questo dilemma si basa sul concetto di fondo per cui la globalizzazione e i mercati sempre più interconnessi obbligano i governi a scegliere se accettare di perdere il controllo diretto su questo tipo di telecomunicazioni oppure mantenerlo ma rischiare l’isolamento economico.
Il dilemma nasce dal fatto che anche i principali gruppi economici di quei paesi necessiteranno di essere presenti sul mercato delle telecomunicazioni, se vogliono continuare a fare affari. I governi quindi sono costretti ad accettare queste nuove forme di comunicazione; successivamente dovranno introdurre barriere di diversa natura per limitare l’attività degli utenti su tali strumenti, al fine di mantenere il più stabile possibile il proprio potere.
Se invece i regimi decidessero di non aprirsi, l’unica soluzione sarebbe quella di creare una realtà completamente chiusa e scollegata dal consesso internazionale, come accade per esempio in Corea del Nord. Inoltre non bisogna dimenticare che si tratta di opportunità economiche - sotto forma di investimenti interni e di capitali esteri - cui i governi difficilmente possono o vogliono rinunciare. Come riporta Howard, “il traffico Internet dentro e fuori uno Stato può essere bloccato disabilitando i principali nodi di connessione, ma facendolo ci sarebbero delle forti conseguenze per la stesse economie nazionali” (4).
La creazione delle suddette barriere e la loro incidenza deriva da come un regime decide di sciogliere il proprio dilemma del dittatore. Cadauna di queste barriere è correlata con le altre; nessuna di esse è un fattore a sé stante.
Le barriere possono essere di vari tipi: 1) economico: accedere a Internet è un lusso che solo una fascia molto piccola e molto ricca della società può permettersi; 2) tecnologico: la possibilità di connettersi è limitata solo ad alcune aree del territorio; 3) politico. Tra le barriere politiche possono rientrare il controllo governativo sui social media e il loro livello di credibilità agli occhi dei cittadini.
Per le barriere economiche, l'assioma di partenza è piuttosto scontato: più alto è il costo dell'accesso a Internet, minore è la popolazione che se lo può permettere, più facilmente chi possiede una connessione fa parte del blocco economico e politico che sostiene lo status quo.
Le barriere tecnologiche riguardano uno schema di diffusione della tecnologia all'interno di un paese in cui normalmente si parte dal centro - inteso come città e zone più ricche - per arrivare poi in periferia, in campagna e nelle aree più povere. Si avvantaggeranno così le élite al potere, i gruppi socio-economici più ricchi oppure le aree più favorevoli al regime, a discapito di quelle più povere oppure dove l’opposizione è maggiormente radicata.
Le barriere politiche sono declinabili in molteplici forme: dalla censura alla disinformazione, dal blocco di alcuni contenuti alla persecuzione di coloro che fanno attività di opposizione attraverso Internet. Sono barriere politiche anche il controllo governativo dei mezzi di comunicazione e la percezione di libertà e credibilità che ne ha la popolazione. Le barriere politiche sono quelle che in maniera più diretta mirano a determinare il grado di controllo governativo sulla rete.
Come affermato da Ronfeldt e Varda, “i cittadini non sono gli unici ad essere attivi nel cyberspazio. Lo sono anche i governi, che promuovono le proprie idee e limitano l’uso delle nuove tecnologie” (5).
Le innovazioni tecnologiche permettono di accedere a nuove fonti informative e produrre controinformazione, ma allo stesso tempo permettono ai governi di monitorare e influenzare il dibattito pubblico. Evgeny Morozov nel suo L'ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet ha illustrato una serie di situazioni in cui i regimi dittatoriali operano online attivamente e non necessariamente ricorrendo alla censura o alla chiusura di siti e social media. Tale attività si collega anche al grado di fiducia che la fascia più ampia della popolazione, quella non attiva, ha di questi strumenti.
In Tunisia, per esempio, l’attività di opposizione al regime sul web risale a molti anni prima della primavera araba. Nel 2007 il regime di Ben Alì aveva bloccato l’uso di Facebook, Youtube e Dailymotion e aveva iniziato, analogamente ad altri, ad arrestare e perseguitare blogger e attivisti online; all'epoca non c'era stata una rivolta in quanto questi strumenti rimanevano sconosciuti a grande parte della popolazione.
Si è dovuto aspettare che assumessero un certo livello di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica affinché potessero diventare veicoli forti del cambiamento. Non a caso gli attivisti egiziani hanno sempre sottolineato l’importanza della qualità dei video che documentano gli scontri: la “Youtube revolution” aveva bisogno di immagini chiare e inconfutabili per non dare adito a sospetti di contraffazione. I lanci e i riferimenti che il canale televisivo Aljazeera faceva al web mentre copriva gli avvenimenti dell’inizio dell’anno scorso hanno contribuito molto all'aumento della credibilità dei social media.
Esiste infine una quarta barriera che, a differenza delle tre precedenti, non è di natura interna ma esterna: si tratta della barriera geopolitica. A differenza delle altre barriere, tale ostacolo agisce in modo svincolato dagli altri e, cronologicamente, si inserisce nella fase finale dell'Internet revolution, quando questa ha già preso forma. Anche la barriera esterna deriva dal dilemma del dittatore, in quanto la decisione di autoescludersi o meno dal mondo globale non può prescindere dalle dinamiche geopolitiche e dalle relazioni internazionali di quello Stato.
Inizialmente avevamo notato l’eccezione rappresentata dal Bahrein: il regno, pur presentando a inizio 2011 un'altissima percentuale di penetrazione tecnologica e un indice di stabilità molto alto, è stato investito subito dalla primavera araba, ma di fatto nulla è cambiato. La ragione è da ricercarsi nella decisione dell’Arabia Saudita di non tollerare cambiamenti dello status quo ai suoi confini.
Riassumendo: l’efficacia dei cambiamenti portati dai social media è legata a una combinazione positiva di fattori che renda possibile la messa in moto della loro capacità di mobilitazione, all'interno di un contesto geopolitico ed economico favorevole e in una realtà dove tali strumenti siano da tempo riconosciuti come liberi rispetto al controllo statale e/o non sottoposti a controlli di censura da parte del governo.
I social media non si possono considerare portatori di cambiamento istituzionale, ma semplicemente canali attraverso i quali far convogliare le idee di cambiamento, come la stampa, la radio e la televisione in passato. Come i tradizionali mezzi di comunicazione, sono un’opportunità di aggregazione e di condivisione di idee; così come i loro “fratelli maggiori” possono solo influenzare l'opinione pubblica, allo stesso modo internet non è portatore per definizione di finalità democratiche o di cambiamento istituzionale.
Come afferma Lerry Diamond, “chiaramente, le tecnologie sono meramente degli strumenti, aperti allo stesso modo a fini nobili e non. Come la radio e la televisione possono essere veicoli di informazioni plurali e di dibattito razionale, così possono essere guidati da regimi totalitari al fine di promuovere mobilitazioni fanatiche o garantire il controllo statale” (6).
In conclusione, i social media non sono portatori di cambiamento istituzionale per tre ragioni: la prima riferita alla loro stessa natura, ovvero al fatto che essi nascono come strumenti neutri, dove l’utente viene chiamato a svolgere come compito primario quello di inserire dei contenuti, di qualunque genere esso siano. In secondo luogo perché non sono beni accessibili a tutti, visto che sono richieste capacità e possibilità che portano ad escludere ampie fasce della popolazione. In terzo luogo perché non sono realmente parte del territorio o del vissuto quotidiano: hanno sempre bisogno di un ulteriore passaggio, di un’entità fisica (gruppi, partiti, associazioni) che tramuti in fatti le aspirazioni virtuali.
Note:
(1) Tabella realizzata utilizzando i dati del Arab Media Outlook 2009-2013 Dubai Press Club. Una percentuale di internet mobile superiore a 100% indica che ogni persona possiede più di un cellulare o smartphone.
(3) Burkhart, Grey and Older, Susan The Information Revolution in the Middle East and North Africa, Washington, DC: Rand.
(4) Howard, Philip (2010) The Digital Origins of Dictatorship and Democracy: Information Technology and Political Islam, Oxford University Press, New York.
(5) Ronfeldt, David and Varda, Danielle (2008) The Prospects for Cybocrac.
(6) Diamond, Larry (2010) Liberation Technology, Journal of Democracy, vol.21, no.3: 69-83.
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