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2.4.16

Come ti promuovo il libro su Facebook

Roberto Cotroneo

C’è gente che continua a pensare a Twitter come a un social efficace, perfetto per rimandare con dei link a quello che si fa altrove. Altri che invece non hanno ancora capito come funziona Pinterest o – peggio – cosa fare con Google Plus. Ma sono social più difficili da gestire. Quello che non si riesce davvero a capire è perché solo pochissimi hanno compreso come funziona davvero Facebook. Il punto è questo. È del tutto evidente che Facebook non serve più a contattare i vecchi amici del College o del liceo. Chi lo fa è un vecchio nostalgico, di quelli che rimpiangono ancora il cruscotto in radica delle vecchie automobili. Ma se Facebook non serve a rientrare in contatto con vecchi amici o compagni di scuola a cosa serve?

Escludiamo seduttori o seduttrici seriali, ovvero quelli che aggiungono amici e amiche su Facebook per motivi nobilissimi ma che hanno a che fare più con la comunicazione corporea piuttosto che con quella verbale. Un desiderio rispettabile che però sta prendendo nuove direzioni e nuovi social dove tutto è più esplicito e non si deve fingere di parlare dell’ultimo libro di Paul Beatty per poi chiedere le misure e lumi circostanziati sul colore della biancheria intima. Per cui, esclusi i seduttori e lasciata agli intenditori di nicchia la ricerca di vecchie amicizie (ci sarebbero anche i seduttori di vecchie amicizie ma entreremmo nelle vere eccentricità) resta solo una cosa: Twitter e Facebook come mostruose macchine di marketing. Ovvero: come mi promuovo.

Ma come mi promuovo? Di solito lo si fa in maniera istintiva e intima, perché il marketing, strategia fredda e impersonale atta a convincerti che ti serve proprio quello che ti stanno pubblicizzando, sui social si fa epidermico, amichevole. Si comincia dalla fotina di presentazione. A un certo punto scompare la faccia di una vecchia conoscenza e appare la copertina di un libro. Naturalmente nelle informazioni immediatamente visibili si aggiungono il numero di pagine, il prezzo, l’editore, e qualche ardito mette anche una frasetta che rende l’idea, tipo: in tutte le librerie. La foto del profilo fa il paio con una immagine di copertina che spesso è una sala, un teatro dove si presenta il libro. Così si capisce subito di cosa si parla. Quelli più sofisticati mettono loro stessi nell’atto di scrivere, nel proprio studio, davanti al computer, oppure nel gesto sempre molto apprezzato del correggere le ultime bozze. Altri, immaginando ci sia una connessione stretta tra lo scrivere e il pensare (sempre meno dimostrabile, va detto) aggiungono magari un ritratto dove il pollice e l’indice della mano vanno a sorreggere il mento con lo sguardo identico, si suppone, di Newton nell’atto del contemplare la celebre mela caduta dall’albero.

Dopo aver espletato queste formalità. Si pubblica tutto quanto riguarda il libro appena edito. Si comincia con l’aletta di copertina, per poi condividere la propria agenda personale con tutti quelli che ti sono amici o ti seguono. Genere: mercoledì alle 18.00 a Polizzi Generosa, nella sala consiliare del Comune, presentazione del libro: In cerca di te, sarà presente l’autore. Con preghiera inevitabile: venite tutti, se siete da quelle parti.

Oltre all’agenda si comincia un doppia attività per certi versi suggestiva. Postare citazioni dal libro, scelte per intervallare la spenta giornata dei frequentatori di social, ma alternandole a elogi che sono sempre commoventi, belli, intensi, inaspettati, anche se li posta tua sorella sotto falso nome.

Purtroppo non c’è niente di peggio del marketing intimistico. Finge di raccontare a un amico un libro per venderglielo. Quando, si sa, agli amici i libri si dovrebbero regalare. Ma sta diventando un’epidemia, e non solo tra gli scrittori meno noti. Anche quelli che dovrebbero cavarsela senza social e che hanno una visibilità discreta, fanno le stesse cose. In questa ossessione per il successo Facebook e Twitter sembrano la strada più breve. Eppure, nonostante tutto questo gigantesco marketing intimistico non si sono mai venduti così pochi libri come in questo periodo. Forse sarebbe il caso di cambiare metodo.

11.12.13

Il comune senso del censore

di Pierluigi Battista (Corriere.it)

Tagli e denunce per Moravia, Malaparte, Bianciardi e Testori 
Quando in Italia sembrava osceno anche l’«Ulisse» di Joyce

In una scena memorabile del film Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, il Totò oramai adulto guarda commosso tutte le scene di baci tagliate dal prete del paese e rimesse insieme per lui, come in un ardente collage, dal vecchio Philippe Noiret: è un nuovo film, tutto fatto di baci censurati. Un massiccio libro appena uscito da Aragno, Maledizioni di Antonio Armano, rivela i tratti di un’altra storia, parallela, della cultura dell’Italia democratica: quella tagliata dalla censura, sforbiciata, mutilata, sottoposta a sequestro, messa sul banco degli imputati. Un Indice dei libri (almeno provvisoriamente) proibiti e sequestrati che descrive le zone d’ombra di un modello culturale, di una mentalità conformista, di una mai domata volontà censoria. Che prosegue fino ad oggi, anche se si ammanta di nobili intenzioni, in nome del politicamente corretto, anzi immacolato.

Spesso le motivazioni censorie mescolano invocazione del «senso del pudore» offeso e imbarazzo politico. Gli editori spagnoli di obbedienza franchista aizzarono la magistratura italiana per perseguitare e cancellare l’edizione Einaudi dei Canti della nuova resistenza spagnola, raccolti e antologizzati da Sergio Liberovici e Michele Straniero nel 1963. Ma invece di rendere palese il motivo politico dei tentativi di sequestro del libro, l’indignazione si concentrò su una strofetta considerata indecente e blasfema: «Al Cristo de Limpias dicen que crece al pelo/ la qua crece es la polla/ de darla en culo al clero», così tradotta: «Al Cristo di Limpias dicono che gli crescono i capelli/ ma quel che gli cresce è il cazzo/ per darlo in culo al clero». Versi forti, non c’è che dire. E la mannaia si abbatté sul libro einaudiano. Difeso anche dall’etnologo Ernesto De Martino, che denunciava analoghe commistioni tra «blasfemia» e politica: «Quando ho fatto le mie raccolte di folklore religioso nel Sud d’Italia, le mie difficoltà le ho avute da parte della reazione. E tutto per strofette innocue come: “Santo Paolo mio delle Tarante/ che pizzichi le ragazze tutte quante”». Forbici vereconde, anche qui.

Moltissimi scrittori, racconta dettagliatamente Armano, entrarono nel mirino censorio degli inflessibili e austeri sacerdoti del pudore offeso che, come Alberto Sordi nel Moralista del 1959, magari finivano per gestire un giro di locali notturni. Ovviamente si accanirono contro Garzanti e Pier Paolo Pasolini per Ragazzi di vita nel 1955. «Io ho dei figli e non vorrei certo che il suo libro andasse per le loro mani», disse il presidente della IV sezione penale del Tribunale di Milano quando il romanzo venne denunciato e sequestrato. Erano i tempi in cui, come ricorda Armano, «in Rai la parola “rinculo” si sostituiva con “contraccolpo”». Pasolini tentò strenuamente di difendersi e, quando l’accusa mostrò il passo che aveva destato più scandalo, quello che descriveva il rapporto tra un ragazzo e una capra («Mo er pastore m’ha visto che me la inc…, li mortacci sua, e m’ha denunciato»), lo scrittore, a sua discolpa, contrattaccò: «Quanto alle parolacce, come vede, ho fatto molto uso di puntini». Alberto Moravia, poi, è come se avesse avuto appuntamento fisso con censori e denunciatori a ogni uscita di romanzo. Non venne risparmiata La ciociara nel 1956, ma non per la scena celeberrima e terribile dello stupro della figlia da parte delle truppe marocchine, bensì per certi passaggi sulla sessualità della madre, la vedova ciociara Cesira: «Così lui mi spinse sopra certi sacchi di carbon dolce, e io mi diedi a lui e sentii mentre mi davo a lui che era la prima volta che mi davo veramente a un uomo». Noie, è il caso di dire, Moravia le ebbe anche per La noia e per La vita interiore, a causa di certi passaggi irriferibili. Ma d’altronde tutta l’opera di Moravia sfiorava le fiamme dell’inferno, non foss’altro perché nel provvedimento in latino con cui il Vaticano metteva all’indice i suoi libri, si leggeva: «Opera omnia Alberti Pincherli».

Giovanni Testori ebbe molti guai con la censura. Non solo, come è ampiamente noto, per la trasposizione teatrale dell’Arialda, con la regia di Visconti, che scatenò proteste in sala, all’Eliseo, per talune «espressioni scatologiche» o «da lupanare», come scrisse un giornale di allora. Ma anche per Il ponte della Ghisolfa, grazie ad alcuni passaggi che suonavano come autentiche bestemmie. Non sfuggì alla tenaglia censoria Luciano Bianciardi, autore nel 1965 del racconto «La solita zuppa», all’interno di una raccolta di autori vari pubblicata dall’editore Sugar con il titolo L’arte di amare. Anche qui: immediata accusa per Bianciardi e l’editore Massimo Pini per «oltraggio al pudore» e «vilipendio della religione di Stato». A differenza di Riccardo Bacchelli, che in sostanza condivideva l’offensiva censoria, Oreste del Buono difese Bianciardi («Il racconto è uno scherzo, uno scherzo non per minorenni, ma uno scherzo che mira a colpire una stortura»). Ma per l’autore della Vita agra, i guai giudiziari furono pesantissimi. E non fu certo l’ultima volta che il «comune senso del pudore» si sentì oltraggiato, secondo quanto denunciato da chi se ne è sempre considerato, abusivamente, l’unico interprete autorizzato.

È curioso ricordare che a far le spese dello zelo dei «moralisti» alla Alberto Sordi fu anche negli anni Sessanta una Guida ai piaceri di Londra, perché venivano indicati gli hotel che rappresentavano, ad avviso dei curatori un po’ scombinati, «i posti migliori per uccidersi». Se Jacovitti, racconta Armano, avesse voluto continuare con la sua fortunatissima serie del «Diario-Vitt», il prezzo, imposto dall’editore, doveva essere l’immediata cessazione dei disegni per un Kamasutra i cui testi erano il parto del talento di Marcello Marchesi («Ammucchiata. Congresso carnale multiplo di almeno dieci persone. Fino a sei è un rapporto sentimentale»). Viene anche ampiamente ricostruito l’interdetto, con relativo e canonico sequestro, di Porci con le ali di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, e la lettera aperta al magistrato che sul «Corriere della Sera» vergò Giuliano Zincone, per denunciare il doppio standard morale che sfavoriva in modo iniquo il libro censurato: «I ragazzini leggono giornaletti chiamati “Sorchella”, “Spermula” e favolette porno dove i sette nani hanno nomi che è bello tacere», eppure in questo caso nessuno si muoveva. E la ghigliottina censoria colpì anche negli anni Ottanta Pier Vittorio Tondelli per il suo romanzo Altri libertini e Aldo Busi per Sodomie in corpo 11. Alla fine della sua vita Tondelli deciderà di rimettere mano al romanzo, purgandolo delle bestemmie. Fu ostinata la battaglia di Busi contro l’accusa di «oscenità»: «Che cos’è “sessualismo fine a se stesso”? Cosa vuol dire “rappresentazioni crudamente veristiche di amplessi”?». Ostinata come la decisione, molti anni prima, di Curzio Malaparte, di non chiedere scusa alla città di Napoli dopo la messa al bando «morale» che esponenti illustri di questa città avevano decretato contro l’autore di La pelle, considerata un atto di oltraggio nei confronti di Napoli, uno sfregio tremendo alla sua immagine.

Ovviamente la mannaia censoria non poteva non abbattersi anche su quegli autori stranieri che già in giro per il mondo avevano subito tagli e mutilazioni sotto l’accusa di «oscenità». A cominciare dall’Ulisse di James Joyce, uscito a Parigi per la Shakespeare & Co di Sylvia Beach, che vide la luce in Italia solo nel 1961, scatenando subito le velleità censorie di agguerriti delatori: «In data 23 gennaio 1961 alla Questura di Genova perveniva una segnalazione con la quale si faceva notare che nella parte terminale del romanzo Ulisse di Joyce vi erano pagine a sfondo erotico con descrizioni che potrebbero rivestire carattere pornografico». Erano le pagine del monologo di Molly Bloom, il monumento del «flusso di coscienza» che i censori italiani non potevano tollerare, anche se a Verona un giudice dichiarò «improponibile l’azione penale» contro il capolavoro di Joyce. Stessa sorte, denunce, accuse e sequestri, ovviamente per L’amante di Lady Chatterley di D.H. Lawrence, la vicenda di una donna sposata a un marito paralizzato e reso impotente, a causa delle ferite di guerra, che troverà un rovente approdo erotico con un robusto guardiacaccia: un libro peraltro messo al bando in Inghilterra fino all’inizio degli anni Sessanta.

Sorte non dissimile per il Tropico del Capricorno di Henry Miller, tradotto in italiano dallo stesso Luciano Bianciardi. Ma sfiora il ridicolo la storia ricostruita da Armano delle vicissitudini subite in Italia dalla traduzione di Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg, pubblicata nel 1965 grazie all’ostinazione di Fernanda Pivano. Per evitare guai con la censura si provvide a una «snervante contrattazione», condotta eroicamente dalla stessa Pivano, allo scopo di edulcorare con eufemismi e attenuazioni le espressioni più crude, che avrebbero esposto il libro alle rappresaglie censorie. Ma tutti gli sforzi non impedirono che Ginsberg venisse addirittura arrestato a Spoleto, ospite del Festival dei Due Mondi allora diretto dal suo creatore Giancarlo Menotti. Secondo la Pivano, Ginsberg aveva affrontato l’arresto con molto nervosismo. Perché? «Perché stava perdendo un incontro con Ezra Pound». Un grande contro la censura, ottusa e piccina.

10.5.13

Gli scrittori contro Facebook: il caso Aldo Nove

  Giuseppe Genna

E' dunque venuto il momento, per la cecità e sordità dei bot di Zuckerberg, che si giunga a uno scontro tra il paradigma umanistico e quello digitale "vuoto". Affrontiamo la questione dei diritti digitali e delle visioni del mondo che sottendono comunità differenti: quella di automi bluette e insenzienti tra cui non vige legame di amore, e quella umana che professa l'amore come legge concreta e universale.
Il fatto parrebbe di poco conto ed è qui brevemente riassunto. Da mesi accade che il profilo Facebook dello scrittore Aldo Nove venga disabilitato per decisioni incomprensibili da parte del centro esoterico del social network, che Mark Zuckerberg nemmeno ha inventato. Per lo scontento delle migliaia di utenti che seguono quotidianamente ciò che scrive un umanista e intellettuale molto amato, quale è Aldo Nove, i suoi status gli sono disappropriati, resi irraggiungibili, azzerati in un silenzio gelido da refrigerazione dei server. Il fatto non è affatto di poco conto, se si comprende che ciò che su tale Social Network impulsa l'autore de La vita oscena: è la letteratura. L'evidente movimento della lingua e dell'immaginario che Aldo Nove scandisce con ritmo altalenante e ipnotico è praticamente identico al susseguirsi di ritmi e immagini che impulsa la stessa poesia e, con essa, ogni genere letterario. Chi non lo capisce è scemo.
Sono scemi infatti i bot di Facebook. Probabilmente in base a segnalazioni scorrette di utenti e di fake, preda delle neurosi da flame e da trolling che, ab initio, contraddistingono le bacheche delle BBS, i forum digitali e i commenti dei blog, gli algoritmi automatizzati e semiviventi di Zuckerberg, con un pizzico di provincialismo tutto italiano, intervengono a censurare automaticamente luoghi in cui la lingua si fa e l'umanista non può non militare. Si scontrano in questo modo due sentimenti e visioni del mondo opposti: da un lato l'algebra impazzita e dissociata (si legga anche: dissociativa) dell'automatismo digitale; dall'altro l'algebra per nulla impazzita, consapevole e autodiretta del poeta, che propone il nome e la forma alla comunità umana in cui opera.
Si tratta di un emblema di questi decenni stracciati, tempo di killeraggi silenziosi che faranno fruttare killeraggi per nulla silenziosi. Si tratta di un processo alienativo che porta l'umano a fare scorrere compulsivamente l'indice sul touchscreen del device prediletto, lo sguardo stolido e incantato che si svuota di presenza, una semitrance che uccide il potere della noia e del "noi": uno scrolling potenzialmente infinito, in cui incantarsi, per sostituire un'alienazione reale a un'alienazione altrettanto reale - quella della routine con quella di un fantasma di scelta.
Scegliere all'interno del recinto, costrutto con regole contraddittorie tra loro, è il fantasma del momento. Si tratta di un momento geometrico, non temporale: è l'ampiezza di mondo in cui operano gli artisti, hanno sempre operato, opereranno sempre. Si tratta dello spazio immaginario che fa maturare il memorabile e lo stupore. La seminagione linguistica e di immaginario che prosegue a realizzare uno scrittore quale Aldo Nove è esattamente praticata in tale spazio. A questa seminagione si oppone un agente antifecondativo e antiumano: è ciò che l'emblema Zuckerberg rappresenta, per esempio, nelle scene iniziali di The Social Network, capolavoro cinematografico di David Fincher.
Se si tenta il dialogo, si crolla in quel silenzio raggelato di cui sopra: il Social Network non risponde. Esso, che impone leggi dissociate, è fuori della legge. Principio di sovranità filosoficamente banale, che sperava sin dagli esordi di essere praticato da ciò che è banale e dorme insepolto nell'umano: la macchina.
A questo silenzio gelido, emblematizzato da Facebook, gli scrittori hanno da rispondere con le parole, i ritmi e le immagini che significano l'amore tra umani e senso.
Ora, ci offriamo ai media che, terra di conquista per il robotico morituro digitale, resta ancora parte di un comparto umanistico. Che si tratti del Corriere della Sera o di Repubblica o de La Stampa o de l'Unità, emblemi dei media, noi scrittori, emblemi dell'umanismo, ci rivolgiamo al giornalismo per esplicare la battaglia per i diritti digitali. Se l'appello non viene raccolto (ma dubito, poiché ancora costituiamo una notizia e un diversivo: siamo divertenti), ci sposteremo in un altro Social Network, magari Google+, che abbisogna di quota umanistica, perché non funziona ancora in forza del fatto che è "freddo", come testimoniano le ricerche di cui Big G è in possesso.
Come disse Franco Fortini nella sua Verifica dei poteri (1963, con evidenza anno fatale per la letteratura italiana): "Abbiamo ancora la testa fuori dell'acqua e siamo capaci di pensare". O, per dirla con William S. Burroughs, a proposito di Jack Kerouac: "State attenti agli scrittori, calcolate quanti jeans Levi's ha fatto vendere Jack".

31.10.08

Se l'editore DICE NO
Da Tomasi di Lampedusa a Goliarda Sapienza, lunga è la lista degli autori le cui opere sono state respinte dalle case editrici. Ma leggendo le lettere di Cesare Pavese raccolte in «Officina Einaudi» o la ricostruzione dell'«affaire Gattopardo» di Gian Carlo Ferretti, appare evidente come dietro certi rifiuti non ci sia miopia, ma valutazioni rigorose fondate su precise ragioni editoriali
Mariarosa Bricchi
Nell'autunno del 1979 il direttore letterario della Rizzoli, Sergio Pautasso, riceve una lettera di Goliarda Sapienza, cui ha rifiutato un romanzo qualche mese prima. Se Pautasso leggerà davvero il suo libro, scrive l'aspirante autrice, «forse prenderà la forza di non essere più il forzato del suo lavoro, o del suo talento o del suo dovere». Se leggere i libri dà forza ma il lavoro editoriale rende forzati, ci sono poche speranze per gli scrittori nuovi che cercano di farsi pubblicare. Il libro di Goliarda sembra documentarlo: L'arte della gioia avrebbe aspettato la stampa per altri vent'anni. Qualcuno, fin da allora, lo aveva paragonato al Gattopardo: nessuna parentela effettiva, ma un destino editoriale in due tempi (difficoltà di approdare alla pubblicazione e più o meno clamoroso successo postumo) che, col senno di poi, si riconosce in parte sovrapponibile. Il «distratto» VittoriniProprio sulle faccende (pre) editoriali del romanzo di Tomasi di Lampedusa è appena uscito La lunga corsa del Gattopardo di Gian Carlo Ferretti. Un libro piccolo piccolo che ha diversi meriti: racconta, a chi non le conosce, due storie interessanti; e soprattutto, attraverso quelle storie, fa chiarezza su un paio di temi cruciali legati alle vicende dell'editoria. Una storia è appunto quella del Gattopardo prima della sua pubblicazione. Esaminato da Mondadori nel 1956, e da Einaudi l'anno successivo, il romanzo esce alla fine, nel dicembre 1958, da Feltrinelli, per volontà di Giorgio Bassani, e diventa un successo mondiale, doppiando il trionfo feltrinelliano di un anno prima, Il dottor Zivago di Pasternak.La seconda storia è quella di come la prima storia è stata raccontata, interpretata e travisata. Un percorso di fraintendimenti che si è perpetuato negli anni, nonostante lo stesso Ferretti avesse già in passato reso pubblici i documenti della vicenda, gli stessi che questo libro, utilmente, ripropone. L'affaire coinvolge infatti un protagonista della cultura italiana, Elio Vittorini, nel ruolo, rispettivamente, di consulente per Mondadori, e di direttore di collana presso Einaudi. Facile dunque etichettare il tutto come un duplice rifiuto del romanzo da parte di Vittorini, distratto, o imprevidente, di fronte a un successo di cui non avrebbe saputo intuire il potenziale. Ma scorretto. Il che appare chiaro quando vengono messi a fuoco, attraverso l'esempio del Gattopardo, ragioni e chiaroscuri delle decisioni editoriali, specialmente di quelle negative; e quando si chiariscono i ruoli dei giocatori in campo (direttori, editor, consulenti), il peso e i limiti del loro potere e delle loro responsabilità. Esercizio tanto più utile se si pensa che quello del rifiuto è un tema tra i più risonanti dell'editoria, e si presta a facili derive larmoyantes. La storia letteraria, come tutti ricordano benissimo, ha i suoi grandi rifiutati. Accanto a Lampedusa campeggia, nell'Italia del secondo Novecento, Guido Morselli, morto suicida lasciando le lettere negative degli editori in una cartellina azzurra decorata col disegno di un fiasco. Ma non dimentichiamo che anche Se questo è un uomo di Primo Levi, in prima edizione nel 1947 presso la De Silva di Franco Antonicelli, era stato respinto da Einaudi, che lo riprese quindi a distanza di un decennio. Rifiuto inspiegabile dall'esterno - anche vista la successiva ammenda dell'editore. Ma maturato a seguito di varie letture e dettato da ragioni, se non altro, chiare: la sovrabbondanza, nell'immediato dopoguerra, di scritti su temi concentrazionari, e la convinzione che l'interesse del pubblico fosse ormai esaurito. L'alone che il rifiuto porta con sé (il grande tema è quello dell'innocenza perseguitata) può rideclinarsi, per contrasto, in un nuovo motivo di interesse, e l'avventura del libro in cerca di editore si trasforma ormai facilmente, in un mercato editoriale a sua volta in cerca di emozioni sempre più forti, in motivo di attrazione supplementare: al pubblico piace sapere che i libri che apprezza sono stati riconosciuti solo al termine di tortuose complicazioni. Nulla del genere trapela dal sobrio ricordo di Primo Levi, consegnato, anni dopo, a un'intervista giornalistica: «Se questo è un uomo - disse Levi - ebbe varie letture, toccò all'amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava». Per contro le passate disavventure editoriali della tardivamente fortunata Goliarda Sapienza sono oggi parte della sua canonizzazione mediatica. Niente di diverso oltre confine. Jean Echenoz, alla fine pubblicato da un editore leggendario come Jérôme Lindon di Minuit, inizia il suo piccolo memoir Il mio editore presentandosi come un collezionista: «dispongo di una collezione pressoché esaustiva di lettere di rifiuto». Per non parlare di Harry Potter che, all'inizio, nessuno voleva.Incompatibilità di collanaMa perché gli editori respingono i libri? Vuoti d'attenzione, certo, e fretta, e miopia. Ma, non solo. Ci sono documenti di rifiuto dove nulla si concede alla superficialità: la lunga lettera dell'ottobre 1965 dove Italo Calvino spiega a Morselli le sue perplessità sul romanzo Il comunista testimonia forse di un errore, certo di una civiltà intellettuale, fatta di severa passione per i libri, di nettezza di giudizio, di rispetto per il lavoro dello scrivere, che scoraggia qualunque interpretazione scandalistica del rifiuto.In realtà il mancato riconoscimento della qualità letteraria è una leva ovvia ma non decisiva, ed entrano in gioco, almeno idealmente, altri fattori: valutazioni generali sull'interesse e sull'attualità del tema (vedi la rinuncia einaudiana a Se questo è un uomo); propensione o meno a dedicare tempo ed energie alla rielaborazione di un manoscritto magari promettente ma ancora acerbo; analisi della compatibilità di testo e autore con l'immagine del marchio o della collezione. L'ultimo tema è anche quello di massimo peso editoriale: ricorrono, nelle cronache, i libri rifiutati «perché non si sa in che collana metterli». O perché si adattano meglio al profilo di un altro editore. Pavese, per esempio, in una lettera ad Antonio Giolitti del febbraio 1947 scrive che la proposta di una certa antologia «sarebbe un'ottima trovata bompianesca». Per Einaudi, invece, proprio non va.Tutti questi motivi agiscono, come ricostruisce Ferretti, nella storia di Lampedusa. Cominciamo da Mondadori: alcuni capitoli del romanzo raggiungono la casa editrice e vengono valutati non positivamente da tre diversi lettori. Vittorini sintetizza i pareri altrui e annota: «Restituirei avendo cura di assicurarci che autore rispedisca a noi dopo fatta revisione». Questo non è un rifiuto. È il suggerimento, di un consulente al suo editore, di lavorare su un testo che può diventare interessante. La situazione è ben diversa quando, un anno dopo, Vittorini si trova a valutare una seconda volta il libro per la collana dei Gettoni, che lui stesso dirige presso Einaudi. I Gettoni sono votati alla scoperta del nuovo, sono il manifesto di un'interpretazione forte e personale dello scrivere, sono pensati per indicare «quel che intendiamo quando diciamo letteratura». In questo caso, il giudizio non può che essere netto, e ha a che vedere proprio con la compatibilità tra autore e collana, meglio con l'incompatibilità che il direttore avverte tra il romanzo di Tomasi e le sue proprie attese di romanzo. Questa volta Vittorini respinge il Gattopardo. Lo fa senza mezzi termini, e ne spiega le ragioni in una lettera all'autore. Per chiudere la storia: il romanzo non sarebbe mai stato ripreso in esame da Mondadori, perché la richiesta di revisione fu ignorata nella lettera ufficiale spedita dall'editore all'autore. Ecco un altro piccolo giallo che Ferretti dipana. E un'altra fonte di informazione sulle procedure editoriali: come direttore dei Gettoni Vittorini accetta o rifiuta un titolo in autonomia, secondo parametri interni alle logiche di collana; come consulente, si limita a sottoporre il suo parere, non vincolante, all'editore. Che agisce però in autonomia. Per esempio, trascurando un testo che sembra richiedere pratiche di editing molto lunghe e incerte.
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