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2.4.16

Come ti promuovo il libro su Facebook

Roberto Cotroneo

C’è gente che continua a pensare a Twitter come a un social efficace, perfetto per rimandare con dei link a quello che si fa altrove. Altri che invece non hanno ancora capito come funziona Pinterest o – peggio – cosa fare con Google Plus. Ma sono social più difficili da gestire. Quello che non si riesce davvero a capire è perché solo pochissimi hanno compreso come funziona davvero Facebook. Il punto è questo. È del tutto evidente che Facebook non serve più a contattare i vecchi amici del College o del liceo. Chi lo fa è un vecchio nostalgico, di quelli che rimpiangono ancora il cruscotto in radica delle vecchie automobili. Ma se Facebook non serve a rientrare in contatto con vecchi amici o compagni di scuola a cosa serve?

Escludiamo seduttori o seduttrici seriali, ovvero quelli che aggiungono amici e amiche su Facebook per motivi nobilissimi ma che hanno a che fare più con la comunicazione corporea piuttosto che con quella verbale. Un desiderio rispettabile che però sta prendendo nuove direzioni e nuovi social dove tutto è più esplicito e non si deve fingere di parlare dell’ultimo libro di Paul Beatty per poi chiedere le misure e lumi circostanziati sul colore della biancheria intima. Per cui, esclusi i seduttori e lasciata agli intenditori di nicchia la ricerca di vecchie amicizie (ci sarebbero anche i seduttori di vecchie amicizie ma entreremmo nelle vere eccentricità) resta solo una cosa: Twitter e Facebook come mostruose macchine di marketing. Ovvero: come mi promuovo.

Ma come mi promuovo? Di solito lo si fa in maniera istintiva e intima, perché il marketing, strategia fredda e impersonale atta a convincerti che ti serve proprio quello che ti stanno pubblicizzando, sui social si fa epidermico, amichevole. Si comincia dalla fotina di presentazione. A un certo punto scompare la faccia di una vecchia conoscenza e appare la copertina di un libro. Naturalmente nelle informazioni immediatamente visibili si aggiungono il numero di pagine, il prezzo, l’editore, e qualche ardito mette anche una frasetta che rende l’idea, tipo: in tutte le librerie. La foto del profilo fa il paio con una immagine di copertina che spesso è una sala, un teatro dove si presenta il libro. Così si capisce subito di cosa si parla. Quelli più sofisticati mettono loro stessi nell’atto di scrivere, nel proprio studio, davanti al computer, oppure nel gesto sempre molto apprezzato del correggere le ultime bozze. Altri, immaginando ci sia una connessione stretta tra lo scrivere e il pensare (sempre meno dimostrabile, va detto) aggiungono magari un ritratto dove il pollice e l’indice della mano vanno a sorreggere il mento con lo sguardo identico, si suppone, di Newton nell’atto del contemplare la celebre mela caduta dall’albero.

Dopo aver espletato queste formalità. Si pubblica tutto quanto riguarda il libro appena edito. Si comincia con l’aletta di copertina, per poi condividere la propria agenda personale con tutti quelli che ti sono amici o ti seguono. Genere: mercoledì alle 18.00 a Polizzi Generosa, nella sala consiliare del Comune, presentazione del libro: In cerca di te, sarà presente l’autore. Con preghiera inevitabile: venite tutti, se siete da quelle parti.

Oltre all’agenda si comincia un doppia attività per certi versi suggestiva. Postare citazioni dal libro, scelte per intervallare la spenta giornata dei frequentatori di social, ma alternandole a elogi che sono sempre commoventi, belli, intensi, inaspettati, anche se li posta tua sorella sotto falso nome.

Purtroppo non c’è niente di peggio del marketing intimistico. Finge di raccontare a un amico un libro per venderglielo. Quando, si sa, agli amici i libri si dovrebbero regalare. Ma sta diventando un’epidemia, e non solo tra gli scrittori meno noti. Anche quelli che dovrebbero cavarsela senza social e che hanno una visibilità discreta, fanno le stesse cose. In questa ossessione per il successo Facebook e Twitter sembrano la strada più breve. Eppure, nonostante tutto questo gigantesco marketing intimistico non si sono mai venduti così pochi libri come in questo periodo. Forse sarebbe il caso di cambiare metodo.

10.5.13

Gli scrittori contro Facebook: il caso Aldo Nove

  Giuseppe Genna

E' dunque venuto il momento, per la cecità e sordità dei bot di Zuckerberg, che si giunga a uno scontro tra il paradigma umanistico e quello digitale "vuoto". Affrontiamo la questione dei diritti digitali e delle visioni del mondo che sottendono comunità differenti: quella di automi bluette e insenzienti tra cui non vige legame di amore, e quella umana che professa l'amore come legge concreta e universale.
Il fatto parrebbe di poco conto ed è qui brevemente riassunto. Da mesi accade che il profilo Facebook dello scrittore Aldo Nove venga disabilitato per decisioni incomprensibili da parte del centro esoterico del social network, che Mark Zuckerberg nemmeno ha inventato. Per lo scontento delle migliaia di utenti che seguono quotidianamente ciò che scrive un umanista e intellettuale molto amato, quale è Aldo Nove, i suoi status gli sono disappropriati, resi irraggiungibili, azzerati in un silenzio gelido da refrigerazione dei server. Il fatto non è affatto di poco conto, se si comprende che ciò che su tale Social Network impulsa l'autore de La vita oscena: è la letteratura. L'evidente movimento della lingua e dell'immaginario che Aldo Nove scandisce con ritmo altalenante e ipnotico è praticamente identico al susseguirsi di ritmi e immagini che impulsa la stessa poesia e, con essa, ogni genere letterario. Chi non lo capisce è scemo.
Sono scemi infatti i bot di Facebook. Probabilmente in base a segnalazioni scorrette di utenti e di fake, preda delle neurosi da flame e da trolling che, ab initio, contraddistingono le bacheche delle BBS, i forum digitali e i commenti dei blog, gli algoritmi automatizzati e semiviventi di Zuckerberg, con un pizzico di provincialismo tutto italiano, intervengono a censurare automaticamente luoghi in cui la lingua si fa e l'umanista non può non militare. Si scontrano in questo modo due sentimenti e visioni del mondo opposti: da un lato l'algebra impazzita e dissociata (si legga anche: dissociativa) dell'automatismo digitale; dall'altro l'algebra per nulla impazzita, consapevole e autodiretta del poeta, che propone il nome e la forma alla comunità umana in cui opera.
Si tratta di un emblema di questi decenni stracciati, tempo di killeraggi silenziosi che faranno fruttare killeraggi per nulla silenziosi. Si tratta di un processo alienativo che porta l'umano a fare scorrere compulsivamente l'indice sul touchscreen del device prediletto, lo sguardo stolido e incantato che si svuota di presenza, una semitrance che uccide il potere della noia e del "noi": uno scrolling potenzialmente infinito, in cui incantarsi, per sostituire un'alienazione reale a un'alienazione altrettanto reale - quella della routine con quella di un fantasma di scelta.
Scegliere all'interno del recinto, costrutto con regole contraddittorie tra loro, è il fantasma del momento. Si tratta di un momento geometrico, non temporale: è l'ampiezza di mondo in cui operano gli artisti, hanno sempre operato, opereranno sempre. Si tratta dello spazio immaginario che fa maturare il memorabile e lo stupore. La seminagione linguistica e di immaginario che prosegue a realizzare uno scrittore quale Aldo Nove è esattamente praticata in tale spazio. A questa seminagione si oppone un agente antifecondativo e antiumano: è ciò che l'emblema Zuckerberg rappresenta, per esempio, nelle scene iniziali di The Social Network, capolavoro cinematografico di David Fincher.
Se si tenta il dialogo, si crolla in quel silenzio raggelato di cui sopra: il Social Network non risponde. Esso, che impone leggi dissociate, è fuori della legge. Principio di sovranità filosoficamente banale, che sperava sin dagli esordi di essere praticato da ciò che è banale e dorme insepolto nell'umano: la macchina.
A questo silenzio gelido, emblematizzato da Facebook, gli scrittori hanno da rispondere con le parole, i ritmi e le immagini che significano l'amore tra umani e senso.
Ora, ci offriamo ai media che, terra di conquista per il robotico morituro digitale, resta ancora parte di un comparto umanistico. Che si tratti del Corriere della Sera o di Repubblica o de La Stampa o de l'Unità, emblemi dei media, noi scrittori, emblemi dell'umanismo, ci rivolgiamo al giornalismo per esplicare la battaglia per i diritti digitali. Se l'appello non viene raccolto (ma dubito, poiché ancora costituiamo una notizia e un diversivo: siamo divertenti), ci sposteremo in un altro Social Network, magari Google+, che abbisogna di quota umanistica, perché non funziona ancora in forza del fatto che è "freddo", come testimoniano le ricerche di cui Big G è in possesso.
Come disse Franco Fortini nella sua Verifica dei poteri (1963, con evidenza anno fatale per la letteratura italiana): "Abbiamo ancora la testa fuori dell'acqua e siamo capaci di pensare". O, per dirla con William S. Burroughs, a proposito di Jack Kerouac: "State attenti agli scrittori, calcolate quanti jeans Levi's ha fatto vendere Jack".

19.12.10

Libri sempre più social

La scorsa settimana, parlando dell'ingresso di Google nel mercato degli ebook, chiudevamo la discussione segnalando un articolo interessante, intitolato Social media invades book world. E accennavamo al fatto che una parte delle nostre abitudini relative al libro, «l'esperienza culturale di lettura», diventa sempre più sociale.

É abbastanza evidente che la lettura è un processo individuale e solitario. Fa parte del gioco di immersione che il nostro rapporto con il testo ci regala: mentre leggiamo entriamo compleamente nel mondo che ci sta raccontando l'autore e la nostra immaginazione lo ricrea quasi con pari merito. É questa una delle ragioni per cui molti di noi soffrono passando dal libro al film: per dirla con l'efficace boutade di Gaspar Torriero, «Quando esci dal cinema e dici"era meglio il libro", in realtà intendi "era meglio il film che mi sono fatto io"».
Questo rapporto intimo con la storia che leggiamo difficilmente verrà messo in discussione dalla lettura digitale, anche se qualche piccola intrusione della «lettura degli altri» nel nostro spazio già c'è. I possessori di Kindle, infatti, possono vedere nel libro appena comprato quali sono i passaggi che gli altri lettori hanno trovato significativi e sottolineato. Si tratta di una funzione chiamata social highlights, che può essere disattivata. Ma che molte persone amano e che rappresenta una frattura interessante con le nostre abitudini passate: come notava tempo fa il New York Times, praticamente si tratta di un intervento dei lettori nell post-produzione del libro. L'articolo non è recentissimo ma merita ancora attenzione: E-Readers' Collective.

Poi però, intorno al gesto totalmente personale della lettura, molti di noi costruiscono un livello complementare di esperienza: è quello che accade quando dopo aver letto un libro ne parliamo con gli amici o lo consigliamo a qualcuno. In questo caso dopo averla vissuta, condividiamo con altri l'esperienza di lettura. É questo layer che sta diventando sempre più centrale con i libri digitali. Da un lato perchè le tecnologie oggi ci consentono di condividere le nostre impressioni in modo molto potente e su una scala molto ampia. Dall'altro perchè con l'aumento della complessità che questa transizione sta portando, le esperienze degli altri lettori diventano una necessità di sistema.

Questo è il punto probabilmente più complicato da comprendere, perchè tocca diversi aspetti e raccorda diverse linee su cui il cambiamento sta agendo. Con l'aumento delle vendite in digitale dei libri fisici, e con la crescita degli ebook, lo «spazio sugli scaffali» tenderà a diminuire. La passeggiata tra i libri fisici, in libreria, era uno dei metodi strategici per farc conoscere i libri. Li vedevamo, leggevamo la quarta di copertina, le prime pagine, ci facevamo un'idea. Con il numero sempre crescente di titoli disponibili negli store digitali, invece, il nostro modo più efficace per muoverci nella complessità e per accedere ai titoli è farlo attraverso le esperienze degli altri. Vedere cosa hanno comprato, che impressione ne hanno avuto, eccetera.

Questo livello di informazione, racconta Mike Shatzkin in un lungo post, è il punto su cui tutti si stanno impegnando per costruire l'esperienza di acquisto degli ebook, con strategie differenti. Nessuno ha ancora una soluzione definitiva, e probabilmente ne emergeranno diverse per diverse esigenze, ma di sicuro è su questa linea che si combatte una delle battaglie più importanti per costruire l'accesso ai libri. L'analisi di Shatzkin, che parte dalle sue preferenze personali, si intitola: How will you win at ebook retailing?.

Ma sempre in tema di abitudini che cambiano (come è stato per la musica, anche il passaggio del libro al digitale potrebbe modificare radicalmente le nostre abitudini di consumo) ci sono altri fronti che potrebbero aprirsi e continuare a stupirci. Uno di questi è raccontato in un lungo articolo di Terry Jones che parte da un titolo dirompente: «il futuro dei libri è scrivibile».
Jones analizza alcune tendenze cui internet ci ha abituato, portandoci a pubblicare pezzi di informazione sempre più piccoli, in modo sempre più facile e con contenuti sempre più personali. E poi si chiede come queste tre tendenze potrebbero influire sul futuro del libro. «I libri hanno tipicamente una loro coerenza interna», scrive Jones, «ma se le difficoltà per gli editori continuano ad aumentare e i sistemi per vendere i libri evolvono, potremmo assistere al frazionamento del pacchetto libro per ragioni economiche. In fondo nella storia abbiamo avuto i romanzi pubblicati a puntate. Perchè non potrebbe essere così nel digitale?» E questo porta a spingere il ragionamento anche oltre. Leggi tu stesso: The future of publishing is writable.

É chiaro che siamo su un orizzonte di congetture e di scenario. Stiamo appena vivendo i primi anni di una fase completamente nuova e possiamo solo intuire dove ci porterà. Tuttavia, se per editori e autori c'è da fare molta attenzione e cercare di essere sempre pronti a sperimentare, per i lettori si profila una bella avventura. Saranno le loro scelte a determinare cosa funziona e cosa invece non va bene. Quale cambiamento è lì per restare e quale invece è destinato ad essere abrogato perchè non piace ad un numero sufficiente di persone.
E sarà interessante stare a vedere cosa succede.

16.12.09

Internet e quella Stella che brilla lassù

di Leonardo Tondelli

Ho una teoria. Quando a un giornalista capita di scrivere il solito pezzo demonizza-internet (un genere relativamente giovane, ma già irrigidito nella statuaria dei luoghi comuni senza età, come gli elzeviri sulle mezze stagioni o sugli esodi d'agosto) la prima reazione di chi su internet ci scrive davvero, e magari da anni si sbatte per difendere e diffondere contenuti di qualità, è più o meno: Nonno Non Hai Capito Niente. Probabilmente parli per sentito dire e non sai distinguere un profilo facebook da un blog, avrai una connessione modem a 56k con il fischiettino (vi ricordate il fischiettino?) oppure la stagista schiavetta che ti scansiona i comunicati battuti in Olivetti Lettera22.

Tante volte devo aver reagito così anch'io, qualche anno fa, ma appunto: era qualche anno fa. Adesso siamo nel 2009 e davvero anche il nonno ha capito come si accende il computer. Parlare di Internet per sentito dire non solo non è più ammissibile, ma è davvero impossibile. Eppure le cose che ha scritto Gian Antonio Stella sono un po' le solite: “zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta” (Montecitorio? No, Internet) “individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti [...] il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento” (Curva di stadio? Set del Grande Fratello? Nooo, Internet). A gente come me, come probabilmente anche voi, che frequenta internet ogni giorno e ci trova lampi d'intelligenza, di fantasia e di creatività che nessun altro media gli offre, può sembrare strano e triste che Gian Antonio Stella si trovi in casa la stessa finestra sul mondo e non ci trovi nient'altro che volgarità, violenza, odio, anzi, “libertà di odio”. Eppure è così: come si spiega?

Io una teoria ce l'ho, dicevo: dipende tutto da dove è piazzata la finestra. Gian Antonio Stella guarda internet come tutti noi, ma da una posizione infelice: quella di giornalista. Rifletteteci bene. Voi praticoni di internet avete i vostri riferimenti, i vostri feed, le persone simpatiche ed esperte di questo o quel settore che avete selezionato in anni di frequentazioni, ed è questo a rendere la vostra finestra così colorata e interessante. Stella ha avuto meno tempo di voi, e i frequentatori di internet forse li conosce soprattutto sotto forma di commentatori medi del sito del Corriere. Ma i commentatori medi al Corriere (o alla Repubblica), beh... è il caso di dire no comment. Davvero, cosa pensereste di Internet e di chi lo frequenta, se le uniche prove della loro esistenza fossero le tracce di bava che lasciano sui siti dei grandi quotidiani, e su qualche gruppo di facebook?

Internet è piena di melma, inutile negarlo (nessuno infatti ci ha provato). Però in mezzo alla melma ci sono cose straordinarie che valgono tutta la bolletta, e persone che sostengono, come me, che è inutile criticare la melma: l'unico sistema per migliorare la qualità è creare piccole oasi di cose intelligenti e interessanti, in zone non troppo remote da quelle dove passa il grande traffico. I blog che leggo quotidianamente sono una realizzazione imperfetta di questa idea di oasi: mi riassumo i fatti importanti del giorno in modo esauriente e divertente, mi raccontano notizie singolari e importanti che da solo non avrei trovato mai, a volte mi fanno arrabbiare, ma sempre per un'idea diversa dalla mia, non per uno schizzo d'odio. Però ci ho messo anni a selezionarli, e ho dovuto vincere il fascino per la melma, per i deliri dei dementi, che soprattutto all'inizio mi soggiogavano e mi facevano perdere tempo prezioso (tuttora, a portata di clic, c'è la perdizione). Insomma, ci ho messo anni per rendere davvero efficiente e interessante quella che una volta si chiamava “navigazione” su Internet. E questo smentisce il luogo comune che Internet sia facile come schiacciare un bottone: no, se schiacci un bottone per prima cosa escono quintali di melma che ti schizza dappertutto. Il setaccio di contenuti interessanti è una pratica difficile che si acquisisce con gli anni, è più complesso che imparare a guidare. Basta vedere cosa combinano gli adolescenti in rete: in teoria dovrebbero capire tutto alla svelta, in pratica finiscono subito impantanati in luoghi assurdi, e ci impiegano anni a trovarsi una posizione rispettabile, a costruirsi un profilo decente.

Con gli anni s'impara a tenersi lontani da certi luoghi come i commenti su youtube, i gruppi su Facebook... o i commenti di Repubblica.it, o del Corriere. Ma non è paradossale che la melma su Internet tenda ad addensarsi proprio intorno a siti informativi professionali? Immaginatevi il Corriere on line come un grattacielo in mezzo a una discarica: ecco, Gian Antonio Stella vede gli internauti da una finestra di quel grattacielo, e cosa volete che veda? Mostri subumani che inneggiano al ferimento di premier mediante souvenir, negatori di olocausti, odiatori di “negri”, insomma, brutta gente. Come spiegargli che quelli non sono tutti gli internauti... ma solo quelli che più spesso circolano intorno al Corriere? E perché proprio intorno al tuo giornale, è colpa della linea editoriale? No, assolutamente. È solo una questione di dimensioni: il grattacielo è un punto di riferimento nazionale, attira la massa, e in mezzo alla massa la suburra, i cospiratori, i mitomani.

Per contro in un piccolo sito come il mio, mantenere un discreto livello di discussione è relativamente semplice. Molto di rado negli ultimi anni mi è capitato di dover mettere i mattoidi alla porta. Merito mio? No, assolutamente, anche in questo caso è una questione di dimensioni. I mattoidi accorrono naturalmente verso i centri di traffico, sono attirati dalle celebrità. Non sono massa, ma si disseminano sempre nella massa. Nei piccoli blog che negli anni abbiamo selezionato con cura, i mattoidi non vengono: al limite passano di sbaglio se gli capita di scambiarci per qualcuno più importante di noi. Ma appena hanno capito che noi siamo pesci piccoli, ci lasciano nella nostra nicchia e se ne tornano in piazza a vandalizzare gli editoriali delle Grandi Firme coi loro commenti.

Così senza volere siamo riusciti a parlare del povero Tartaglia, che nemmeno aveva un profilo Facebook. Peccato, ci si sarebbe trovato bene. E forse iscrivendosi a qualche gruppo idiota gli sarebbe passata la voglia di realizzare le sue idiozie nel mondo vero. Perché Internet è anche questo: una valvola di sfogo per colletti bianchi che giocano a fare gli odiatori di negri, i negatori di olocausti, gli inneggiatori a Tartaglia. Sì, non è molto coraggioso da parte loro. Ma ognuno dovrebbe essere libero di gestirsi la sua melma come vuole, finché non schizza gli altri.

13.11.09

Generazione social network "Macché isolati, più curiosi"

L'istituto di ricerca Pew smonta un pregiudizio: chi utilizza le community sul web ha maggiori possibilità di intrecciare relazioni sociali di altri. E continua a preferire il faccia a faccia
di BENEDETTA PERILLI

Hanno più amici, sono più tolleranti e aperti alle diversità, continuano a preferire i rapporti faccia a faccia con familiari e persone care ma scrivono pochissime lettere. Ecco il quadro della generazione che utilizza telefoni cellulari e social network.

Pensavate che dietro allo schermo del computer si nascondessero persone asociali e timorate dal mondo? Vi stavate sbagliando. A dirlo è una ricerca americana condotta dalla Pew Internet & American Life Project, una società non profit e apartitica che fornisce informazioni sulle attitudini e i trend negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Questa volta ad essere analizzato è il rapporto tra isolamento e tecnologia, con particolare interesse a quei mezzi che negli ultimi venti anni hanno sostituito le vecchie modalità di interazione. E il risultato è sorprendente. Tra gli oltre 3mila cittadini americani adulti intervistati telefonicamente, chi frequenta social network, blog o usa il cellulare ha più opportunità di stringere relazioni. Il volume dei rapporti sociali è in media più alto del 12 % tra chi usa il cellulare e del 9 tra chi frequenta siti di condivisione o invia email. Rispetto all'ultimo rapporto sull'argomento, risalente al 1985, il numero di persone alle quali confidare i propri segreti però è sceso da tre a due. Ma l'uso della tecnologia non è legato a questa decrescita.

Anzi, per chi usa le nuove reti sociali i contatti risultano più numerosi e diversificati rispetto agli altri: solo il 45% degli intervistati afferma di parlare di questioni importanti con persone fuori dalla propria famiglia mentre lo fa il 55% degli utenti internet. Quelli che scambiano foto online hanno il 61% di chance in più rispetto alla media d'avere discussioni con interlocutori con interessi politici differenti. I blogger hanno il 95 % di opportunità d'avere relazioni con gente di etnia diversa dalla propria. In altre parole, le tecnologie di comunicazione sono un fattore d'integrazione sociale.

Secondo la ricerca Pew i nuovi network aiutano ad ampliare i propri orizzonti e ad abbattere barriere geografiche e razziali. Si scopre per esempio che chi usa il telefono cellulare ha un bacino di contatti più vasto del 25%, chi è un internauta base del 15% e la percentuale sale ancora di più per chi è un navigatore abituale o un utilizzatore di servizi di chat o di condivisione di immagini. Inoltre le persone con le quali discutere di argomenti importanti sono per chi usa il cellulare numericamente maggiori del 12%, per chi condivide immagini o usa chat del 9%. Gli internauti sono più inclini del 45% a frequentare bar, del 69% a mangiare in un ristorante e del 42% a fare una passeggiata in un parco pubblico. Chi usa le nuove tecnologie è anche chi pratica maggiormente il volontariato su base locale, così come i gruppi giovanili e le organizzazioni benefiche.

Un dato che consolerà i tanti detrattori della nuove forme di socialità è sicuramente quello relativo all'isolamento. Oggi, come nel 1985, la percentuale di cittadini americani che possono considerarsi socialmente isolati continua ad essere pari al 6%. Non aumentano dunque le persone sole, ovvero che non hanno conoscenti con i quali discutere o che considerano persone significative nella loro vita, ma si diversifica, a favore di chi utilizza tecnologie digitali, la qualità delle relazioni. Un dato rimane inalterato: quello relativo al rapporto con le persone care. Gli intervistati continuano a preferire la comunicazione faccia a faccia per quanto riguarda familiari e amici, persone che amano frequentare con una media di 210 giorni all'anno, contattare con telefoni cellulari circa 195 giorni all'anno, con telefoni fissi 125 giorni, tramite e-mail quasi 72 giorni, in chat 55 giorni e via social network 39 giorni. E la lettera? Se vogliamo la vera sconfitta dalle nuove tecnologie è proprio lei che gli intervistati dichiarano di utilizzare con una media di solo 8 giorni all'anno.

Altro dato inatteso è quello relativo ai rapporti con le realtà locali: secondo la ricerca Pew infatti chi si serve di internet lo fa indifferentemente sia per incoraggiare relazioni con persone che vivono a grande distanza che per mantenere i contatti locali. Fanno eccezione però gli iscritti a Facebook: sono loro quelli ad essere meno interessati a conoscere i propri vicini. Quando hanno bisogno di supporto, compagnia o aiuto per vicende familiari preferiscono parlarne con i loro contatti Facebook piuttosto che con le persone vicine, ma quando sono i vicini ad avere bisogno d'aiuto non esitano ad intervenire.

"Il dato fa parte di un tendenza tipica nella storia dell'umanità %u2013 spiega Keith Hampton, principale autore del rapporto e docente della Annenberg School for Communication dell'università della Pennsylvania %u2013 accadde lo stesso quando fu introdotto il telefono fisso e si percepì per la prima volta che era possibile ottenere un sostegno sociale anche fuori dalla cerchia del vicinato. I social network sono solo l'ennesimo esempio di come l'uomo utilizzi le tecnologie di comunicazione per ottenere vari tipi di interazioni da persone a distanze che prima non avremmo mai raggiunto".

3.1.09

Ma la community non dà soldi. Anno duro per i social network

Da Facebook a MySpace, stanno tutti attraversando difficoltà. Far pagare gli utenti? O vendersi ai grandi operatori?
di ALESSANDRO LONGO

Social network come Facebook e MySpace sono giganti dai piedi d'argilla e molti di loro nel 2009 sbatteranno il muso contro la crisi. Alcuni falliranno e chiuderanno bottega. Oppure si faranno acquistare da giganti del web. Altri dovranno ridurre le pretese e mettere in campo rimedi sgradevoli quanto necessari, come cominciare a far pagare gli utenti per alcuni servizi ora dati gratis. Il problema è che la pubblicità già ora non riesce a coprire le spese, per molti social network, e nel 2009 andrà peggio. Sono stime che vengono dai vari ricercatori esperti di questo mercato.

In particolare a parlare di rischio fallimento sono stati gli analisti di Deloitte Research: fanno notare che i social network si sono fatti prendere da manie di grandezza e ora si trovano stretti in una tenaglia, tra i costi che crescono e i ricavi pubblicitari che non aumentano a sufficienza. Ormai i principali siti pagano 100 milioni di dollari l'anno, ciascuno, per archiviare i dati degli utenti. Hanno permesso loro di pubblicare foto e video in grandi quantità. File pesanti, che occupano spazio su hard disk e server, e che consumano banda. Di contro, secondo Deloitte un social network tipico ricava per ogni utente iscritto solo qualche centesimi di euro.

Gli analisti di Ovum, un altro osservatorio di ricerca, commentano quindi che molti social network non riescono a fare ancora soldi in modo adeguato in rapporto al numero di utenti che hanno. Vale soprattutto per Facebook, che ha un modello di business ancora da sistemare, e per Twitter, che invece non ne ha affatto uno. Già, Twitter ha zero entrate: deve ancora decidere come trasformare in soldi la propria popolarità. Pessimista è anche eMarketer, uno dei più autorevoli osservatori specializzati. Nei giorni scorsi ha rivisto
le previsioni sui ricavi pubblicitari di Facebook, di MySpace e del mercato in generale, per il 2008 e il 2009. Le ha ridotte del 20 per cento circa, rispetto alle stime fatte prima della crisi.

Facebook conferma il ribasso: il ceo Mark Zuckerberg ha appena dichiarato al BusinessWeek che prevede di ricavare 250-300 milioni nel 2008, contro i 300-350 milioni stimati in precedenza.

Dai calcoli di eMarketer si apprende anche un'altra cosa: MySpace fa da solo circa metà dei ricavi del mercato totale dei social network. Facebook ricava molto di meno (meno della metà di MySpace), anche se ormai è il social network con il maggior numero di utenti al mondo (130 milioni). È come gridare che il re è nudo: Facebook è un fenomeno sociale, richiama analisi di scrittori, guru, sta esplodendo in Italia con un successo di pubblico insolito da queste parti, attirando nella rete anche utenti alle prime armi con l'informatica. Eppure non riesce a fare profitti, a differenza di MySpace, che è in positivo di poche decine di milioni di dollari l'anno.

Nel novero dei social network che bruciano soldi, tanto popolari quanto non profittevoli, c'è anche Youtube, posseduto da Google: anche questo sito come Facebook è ancora alla ricerca di un modello di business efficace. Il punto è che non è facile trasformare in denaro, con gli sponsor pubblicitari, i dati e i contenuti forniti dagli utenti. È un business molto nuovo, pochi grandi sponsor sono disposti a sperimentarlo e in tempi di crisi sono ancora più prudenti del solito. Preferiscono affidarsi a strumenti pubblicitari più consolidati, che garantiscano meglio il ritorno dell'investimento: per esempio, link sponsorizzati sui motori di ricerca.

Di contro, i social network devono stare attenti a non tirare troppo la corda con i propri utenti: li farebbero fuggire, se li bombardano di pubblicità o se sono troppo aggressivi nello sfruttare, per il marketing, i loro dati personali.

Finora il gioco comunque si è retto in piedi, perché anche se social network come Facebook e Twitter non fanno profitti possono contare sui finanziamenti dei capitalisti di ventura. Sono investitori che scommettono soldi in piccole aziende innovative e di solito hanno pazienza anche per 5-10 anni prima di vedere un ritorno. La crisi toglie però anche questo terreno dai piedi dei social network: i capitalisti di ventura stanno stringendo i cordoni della borsa.

Accedere al credito diventa più difficile, i soldi disponibili diminuiscono e vengono distribuiti con più prudenza e parsimonia. La soluzione? Secondo gli analisti i network cercheranno di differenziare le fonti di ricavo, affiancando l'e-commerce alla pubblicità. Alcuni venderanno indirettamente la musica, facendo accordi con fornitori come Amazon e Apple (iTunes). Youtube ha già fatto questo passo, MySpace lo farà l'anno prossimo (ha annunciato). Facebook punterà di più sulla vendita di servizi ai clienti (come i regali virtuali, che nel 2008 porteranno 50-60 milioni di dollari, secondo le stime di Silicon Alley Insider).

È probabile quindi che diventeranno a pagamento alcuni servizi adesso gratuiti, come la pubblicazione di video. I rimedi non basteranno a tutti per salvare il business: gli analisti stimano quindi che alcuni saranno costretti a chiudere o a farsi comprare da giganti come Google o Microsoft. I quali potrebbero usare i social network per potenziare le proprie piattaforme pubblicitarie, ora centrate sui motori di ricerca.

repubblica.it

20.9.08

La selezione ora si fa su Facebook. I social network "contro" l'utente

Ammissioni ai college e ricerca di personale si adeguano ai tempi
Un cacciatore di teste su 5 guarda i profili online dei candidati Gli strumenti nati per condividere vengono usati per reperire informazioni imbarazzanti
di MAURO MUNAFO'
Se avete un profilo su Facebook o su MySpace state allerta: la pagina che avete aperto per rimanere in contatto con i vostri amici o per conoscere nuove persone potrebbe rivoltarsi contro di voi. Le ricerche pubblicate in questi giorni negli Stati Uniti e in Inghilterra parlano chiaro: i social network sono una delle fonti di informazioni preferite dai responsabili delle assunzioni nelle aziende e dai selezionatori nei college.
Ad evidenziare il nuovo trend ci ha pensato per prima una ricerca di CareerBuilder.com, agenzia specializzata nel reclutamento. Secondo lo studio, condotto su 31 mila "cacciatori di teste", il 22% degli intervistati ha ammesso di controllare il profilo online dei candidati, mentre un altro 9% intende farlo in futuro. Un dato confermato anche dalla ricerca inglese di Personnel Today, condotta su 220 responsabili delle risorse umane, in cui un intervistato su 4 ha dichiarato di dare una "sbirciata" alle pagine personali prima di assumere una persona, alla ricerca di quei particolari che nessuno si sognerebbe di confessare in un colloquio.
Dal vigile occhio della rete (sociale) insomma non si scappa. Se fino a qualche anno fa i selezionatori si limitavano a digitare il nome del candidato sui motori di ricerca, sperando che dal mare magnum di internet spuntasse fuori qualcosa di rilevante, adesso hanno un'arma molto più potente e invasiva. Difficile credere che nel 2008 una persona in cerca di lavoro, e quindi presumibilmente tra i 20 e i 30 anni, non abbia un blog (3 milioni di italiani ne hanno uno) o un account su Facebook o MySpace (4 milioni di italiani sono iscritti ai social network). Di più, se dalle ricerche non risulta nulla, è possibile che sorgano dubbi sulla capacità del candidato di socializzare e, di certo, nessuna azienda vuole misantropi tra le sue fila.
Gli stessi rischi di chi cerca lavoro devono essere affrontati anche dai neo-diplomati di oltre oceano. Una ricerca citata dal Wall Street Journal mostra che nei 500 più prestigiosi college americani, il 10% degli addetti alle ammissioni usa i social network per reperire informazioni aggiuntive sulle aspiranti matricole, una ricerca che si fa ancora più approfondita in caso di assegnazione di borse di studio.
Ma cosa cercano esattamente questi "curiosi autorizzati"? Secondo CareerBuilder le informazioni più desiderate sono quelle sull'abuso di alcol e droga, magari corredate da foto o video compromettenti. Seguono la capacità di comunicazione e l'adeguatezza al ruolo, ma anche i collegamenti ad attività criminali e le rivelazioni sui passati impieghi stuzzicano la curiosità dei cacciatori di teste.
La consapevolezza di queste meccaniche genera però una serie di controffensive sempre più originali. Il candidato ad un posto in azienda provvederà ad eliminare dal suo profilo ogni commento sconveniente, evitando di partecipare a gruppi che possono spaventare i datori di lavoro e magari si iscriverà a LinkedIn, il social network pensato per gestire con professionalità i contatti di lavoro.
Si va ancora oltre nelle scuole superiori a stelle e strisce, dove i tutor arrivano a consigliare agli studenti di non mettere online nulla che non vorrebbero "venisse visto dalla nonna", finendo così per alimentare una vera e propria ondata di conformismo multimediale: l'aspirante matricola starà bene attenta a scegliere le sue letture preferite (meglio Kant dei fumetti Marvel), arrivando persino a rinnegare amicizie storiche con persone un po' troppo alternative per i severi giudici di Yale e Princeton. Una fine paradossale per quegli strumenti come Facebook, nati tra le mura di un college per essere usati dagli studenti e non contro di loro.
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