16.5.16

L’antropologo Marc Augé discute di terrorismo, periferie e pallone «Il multiculturalismo è un inganno: lascia spazio a ideologie totalitarie»

intervista di Luca Mastrantonio

Il multiculturalismo è una pericolosa sirena. L’Europa deve tenere saldo il valore della laicità e puntare sull’assimilazione, altrimenti a breve dovrà fronteggiare una vasta rivolta. Lo sostiene il sociologo e antropologo francese Marc Augé, in Italia per presentare il libro «Football. Il calcio come fenomeno religioso», uscito per EDB. La cui tesi, oltre a offrire una chiave di lettura dei prossimi Europei francesi, può essere rovesciata senza perdere aderenza sulla realtà: la religione come fenomeno calcistico, la politica come tifo, tra fanatismo e ritualità.
In cosa è diversa la Francia oggi rispetto a quella campione del mondo del 1998?
«Ero a vedere la finale contro il Brasile, un ricordo bellissimo, ho riprovato le emozioni di quando ero bambino e tifavo per la nazionale di Raymond Kopa e Léon Glovacki, davanti, e dietro Roger Marche, soprannominato il “cinghiale delle Ardenne”. Ma oggi lo spettacolo è cambiato, troppi soldi in gioco. La fase in cui si cantava “nero, bianco e arabo” (Black, Blanc, Beurs, in francese) è sparita, con il sogno multietnico».
Effetto anche degli attentati di Parigi?
«I terroristi hanno voluto colpire lo stile di vita dei parigini, luoghi di divertimento, di incontro, di scambio. C’è stata una reazione collerica. Ma se penso alle recenti proteste sulla riforma del lavoro, si può dire che stiamo tornando alla normalità».
Che idea si è fatto dei terroristi?
«Come ha notato Gilles Kepel, ci sono strateghi e ideologi, dietro; ma per l’azione usano teppisti appartenenti alla mala, ragazzi poveri che hanno fallito nella vita. Nulla a che vedere con i piloti che si sono schiantati contro le Torri Gemelle».
Da Parigi a Bruxelles, passando per Molenbeek. Ci sono quartieri periferici più a rischio di altri?
«Sono molte le aree permeabili da infiltrazioni terroristiche, e molte le aree da colpire. Ma non è una questione geografica, poiché il concetto di periferie presuppone un centro che in realtà esiste soprattutto per i turisti. Periferie e centro sono concetti mobili. Il problema è sociale e politico e di polizia, che deve coordinarsi meglio a livello europeo».
La questione è solo di polizia?
«Sul piano tecnico, il terrorismo si combatte con forza militare e polizia. Poi bisogna continuare la politica dell’accoglienza, governarla al fine di integrare e assimilare i rifugiati. Se l’Europa non si muove chiaramente e generosamente, rischia di fronteggiare in una quindicina di anni l’ira della generazione di chi è nato e cresciuto nell’esclusione. Non bisogna però cullarsi nell’inganno delle sirene del multiculturalismo. Il termine “cultura” è pericoloso, a questo termine è possibile far dire tutto quello che si vuole. E in nome del pluralismo è facile lasciare che si imponga una ideologia totalizzante e totalitaria».
L’Islam è un problema per l’Europa?
«Il problema non è l’Islam, ma la sua vocazione universale a imporre una morale individuale. Per integrarsi in Europa, chi crede in Maometto deve rinunciare a questo universalismo, come hanno fatto i cristiani in passato, sotto la pressione di processi politici democratici, il secolarismo contro il proselitismo. Ma purtroppo il discorso mediatico e politico di oggi va in un’altra direzione. In Francia molte persone si dichiarano religiosamente indifferenti, anche se magari sul piano statistico appartengono a una religione, compreso l’Islam. È aumentata però la tendenza a dare risalto all’identità religiosa, descrivendo ad esempio il sindaco di Londra, Khan come “musulmano” più che come “laburista”. Tra l’altro ha ricevuto una fatwa dai musulmani radicali, il che la dice lunga sulla pericolosità dell’Islam moderato per gli estremisti. Finiremo come l’Indonesia, che si presenta tollerante, perché tutte le religioni sono autorizzate, ma ognuno è obbligato a sceglierne una. Non è laicità, che è un valore non negoziabile».
Ci sono altri valori non negoziabili?
«Non ci si può fare giustizia da soli».
Crede che la Francia si sottometterà all’Islam, come ha scritto Michel Houellebecq nel suo ultimo romanzo?
«Quello di “Sottomissione” è un incubo plausibile, ma voglio credere nella forza del pensiero laico e democratico in Francia e in Europa».

Intervista al filosofo Slavoj Žižek “Meglio separati in casa che la falsa integrazione”

La necessità di una nuova e diversa lotta di classe, le critiche a certo “buonismo” della sinistra sulla questione migranti
intervista di Giulio Azzolini

Dopo la caduta del muro di Berlino, gli intellettuali di sinistra si possono dividere in tre tipologie: i perseveranti, i pessimisti e gli innovatori. Secondo Razmig Keucheyan, autore di un preziosissimo saggio sull’Hémisphère gauche (“La Découverte”), Slavoj Žižek appartiene all’ultima categoria. «Ma io preferisco considerarmi un pessimista», dice il filosofo sloveno. «Perché i pessimisti sono le uniche persone felici. Se sei pessimista, ogni tanto ti rendi conto che non è tutto così male come credevi, quindi ti predisponi alle buone sorprese. Gli ottimisti sono sempre amareggiati. Io sono un pessimista che crede nei miracoli».
Professor Žižek, ne “La nuova lotta di classe” (ora in libreria) critica i populisti anti-immigrazione, ma ancora di più la sinistra liberal, favorevole all’apertura delle frontiere. Perché?
«Perché sono due facce della stessa medaglia, ma la seconda è più ipocrita della prima. Il problema non è dire sì o no all’accoglienza, ma capire come mai in tanti fuggono dai propri paesi e trovare il modo di aiutare davvero la povera gente. Pensi ai film di Hitchcock: spesso si aprono con un dettaglio, tipo una chiave o un bicchiere di latte, poi l’inquadratura piano piano si allarga e lo spettatore può vedere la situazione per intero. Ecco, secondo me le immagini dei barconi a largo di Lampedusa rappresentano quella chiave, quel bicchiere di latte: non crede che sia venuto il momento di girare la telecamera e guardare tutta la scena? Sono anni che nell’indifferenza generale tutti, Cina inclusa, si appropriano delle terre africane in nome di uno sfrenato neocolonialismo economico».
E l’idea di lotta di classe è ancora utile?
«Oggi la lotta di classe non è più quella tipicamente marxista: proletariato contro borghesia, periferia contro centro. Come ha spiegato Peter Sloterdijk (lo so, è triste, ma per capire il nostro tempo dobbiamo rivolgerci ai conservatori), il nuovo scontro è tra chi sta dentro e chi è rimasto fuori. Perché è vero che tutti sono dentro il mercato, ma tanti, troppi sono fuori dalla storia. Parlo dei giovani senza prospettive, dei precari, dei profughi, delle tantissime donne che continuano a subire violenze. L’idea di lotta di classe serve a dare una base comune ai mille conflitti dispersi nel capitalismo globale».
Come si combatte la nuova lotta?
«Il modello non è più la presa della Bastiglia o insurrezioni del genere, la rivoluzione non può essere ancora l’assalto al Palazzo del potere. Io ho letto Marx e so bene che il capitalismo è il sistema sociale di produzione più potente e flessibile della storia. Ma non mi rassegno ai palliativi proposti dalla sinistra liberal e sono convinto che ogni sistema custodisca delle leve nascoste, che possono innescare delle reazioni a catena. È come nei film di fantascienza, quando a un certo punto il protagonista tocca il tasto sbagliato e scoppia una bomba: per me la sfida è trovare i tasti esplosivi. E attenzione: non si tratta di teorie astratte, ma di questioni concrete e in apparenza poco rilevanti. Pensi alla battaglia di Obama per garantire l’assistenza sanitaria pubblica: è bastato quel tasto, che a noi europei sembra scontato e sacrosanto, a mandare su tutte le furie le più potenti lobby degli Stati Uniti. Ma anche l’Europa ha i suoi tasti dolenti».
Come l’immigrazione...
«Quello che non è successo di fronte al pericolo Grexit, ossia la disgregazione dell’Europa, rischia di verificarsi oggi sui migranti. Bisogna afferrare il toro per le corna. I paesi fondatori dell’Unione devono essere più aggressivi nei confronti degli Stati che hanno scelto di fregarsene della solidarietà. Italia, Francia, Germania chiamino a rapporto Polonia, Slovacchia, Ungheria e parlino chiaro: non volete partecipare al nostro gioco sull’emergenza rifugiati? Benissimo, allora non meritate di far parte del cuore stretto dell’Unione europea. Sarete Stati di seconda classe e piantatela di chiedere aiuto quando non sapete come finanziare la vostra crescita ».
Che effetto le ha fatto il recente, fortissimo appello di papa Francesco all’Europa, sempre sul tema migranti?
«Ovviamente ho accolto con favore la sua critica alla xenofobia. Ma il punto non è, come ha fatto Francesco, invocare “diritti umani, democrazia e libertà”, ma discutere dell’ordine economico globale che provoca queste migrazioni di massa. L’Europa non è in crisi morale, è il capitalismo che è entrato in una nuova fase».
Al di là dell’accoglienza, perché lei non sopporta il concetto di integrazione?
«I terroristi di Bruxelles erano perfettamente integrati. Bisogna abbandonare questa retorica dell’integrazione, che uniforma tutto e tutti, e riflettere di nuovo sui concetti di vicino, di straniero, di prossimo. La sinistra ha sempre sottovalutato i sentimenti etnici, ha creduto che il nazionalismo fosse una teoria cui bastava contrapporne un’altra. È inutile fare le anime belle. Sa qual è il mio ideale di convivenza? Un grande palazzo in cui gente di ogni razza e religione si ignora, ma lo fa gentilmente, in modo molto tollerante. Poi magari nasceranno delle amicizie, degli amori, ma non può accadere in maniera forzata».
Ma la politica non ha il compito di sublimare, per quanto possibile, gli impulsi delle masse?
«Sì, ed è quello che sta facendo benissimo Bernie Sanders. Non vincerà le primarie del partito democratico, ma il suo ruolo pedagogico è importantissimo e va valutato sul lungo periodo».
Intanto Donald Trump potrebbe diventare l’uomo più potente del pianeta. La spaventa?
«Sarebbe stato peggio Ted Cruz. Trump è un politico di bassissimo livello, ok, è un personaggio di pessimo gusto. Però il suo programma economico è assai più moderato rispetto a quelli che piacciono alla destra americana. E poi sua moglie è slovena: come faccio a spaventarmi da connazionale dell’ipotetica first lady?».
IL LIBRO La nuova lotta di classe di Slavoj Žižek (Ponte alle Grazie, trad. di Vincenzo Ostuni, pagg. 144, euro 13)

22.4.16

Odio online. La nuova barbarie sulla Rete

 Antonio Armano (Treccani)

Buio in sala. Cinema Arlecchino. Profonda provincia italiana. Tra il pubblico c'è il signor Bonza. Il titolare di una ditta di spurghi. In un momento di silenzio una voce: “Bonza. Hai fatto i soldi con la merda”. Silenzio, risate. Risposta in dialetto: “E ti caga no”.
Scena numero due. Un film del 1980. The Blues Brothers. John Belushi e Dan Aycroyd stanno guidando. Vestito nero, Ray-Ban da sole. Si trovano nel sobborgo di una grande città. Strada quasi di campagna, prima di un ponte. Inspiegabilmente c'è coda. Una manifestazione. Chiedono alla polizia che cosa sta succedendo. Il poliziotto risponde: sono i nazisti dell'Illinois. Dopo la mitica frase “Io odio i nazisti dell'Illinois” la macchina dei Blues Brothers riparte fregandosene della folla. Per evitare di essere travolti, gli americani in camicia bruna si buttano in massa dal ponte in un fiume giallastro.
Le scene si svolgono una sullo schermo e l'altra davanti allo schermo. La prima, quella degli spurghi, a Voghera. Vicino a Chicago l'altra. Situazioni e contesti molto diversi. In comune hanno una cosa. Ci raccontano aspetti dell'odio che sono oggi cruciali. Ai tempi di Internet e del “mercato dell'odio”. Per usare le parole di Giovanni Ziccardi, autore di un interessantissimo saggio, L'odio online, edito da Raffaello Cortina.
Quali sono questi aspetti? Alla domanda se le nuove tecnologie abbiano aumentato la diffusione dell'odio, Ziccardi, attivissimo docente di informatica giuridica alla Statale di Milano, risponde sì. Questo sì viene da uno studioso che ha una grandissima passione per la materia che studia e per le nuove tecnologie in genere, che si esalta a varcare e farci varcare le nuove frontiere. Uno dei motivi della sua risposta affermativa ha a che fare con la sala del cinema Arlecchino di Voghera: il buio, l'anonimato. Il filtro virtuale deresponsabilizza, tira fuori istinti tremendi. Trasforma i dottor Jeckyll offiline in Mr Hyde online.
Per quanto riguarda l'altro aspetto, il film si riferisce alla realtà, anche se sembra appartenere alla sfera del comico. I nazisti dell'Illinois non sono un'invenzione di John Landis e hanno davvero ottenuto il permesso di manifestare ricorrendo alla Corte Suprema di quello Stato. La quale ha stabilito che non si può negare la libertà di espressione. Anche quando riguarda l'espressione di idee aberranti. Di più: la manifestazione si svolgeva a Skokie, un sobborgo di Chicago, dove vivevano diversi ebrei scampati allo sterminio o discendenti di superstiti dai lager. Un avvocato ebreo aveva difeso i nazisti, sostenendo che la Shoah era frutto di una situazione di mancanza di libertà e non era certo con i divieti che si immunizzava una società dal ripetersi di un tale evento.
Ziccardi nota un altro fattore importante. La maggior parte dei server, delle architetture tecnologiche dove avviene fisicamente la navigazione, si trova negli Stati Uniti o comunque nell'America del Nord. Dunque dobbiamo tenere conto del contesto culturale dove ci muoviamo per capire come comportarci nella prevenzione e repressione dell'odio online. Un contesto la cui localizzazione territoriale non è così scontata e immediata. Vale per Facebook, Twitter e altri mezzi di comunicazione, ormai diffusissimi.
Nello specifico Ziccardi non si occupa di banale odio interpersonale e privato, ma di quello che si definisce “hate speech” in senso tecnico, anche se i due sistemi sono connessi. Hate speech cioè la manifestazione verbale aggressiva che usa la religione, la razza, la politica per colpire il bersaglio... Omofobia, antisemitismo, razzismo, sessismo... Di fronte all'intensificarsi del fenomeno, all'accrescersi dell'odio tra una maglia e l'altra della Rete, quali atteggiamenti si possono adottare? Ziccardi distingue due approcci, anche legislativi, opposti. Negli Stati Uniti ci si continua a comportare come con i nazisti dell'Illinois. A non intervenire se non c'è un “clear and present danger”, una minaccia immediata e concreta (l'incitamento all'odio di stampo islamista sicuramente rientra nella fattispecie). In Europa si cerca di correre ai ripari normando. Del resto il danno può essere solo morale ma non per questo meno pericoloso. Ammesso che da un livello non si passi all'altro.
Il dibattito - questo è un punto importante e spiazzante del libro - risale agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Dopo la distruzione, si raccolgono i cocci, anche dei sistemi giuridici. La propaganda hitleriana è la madre di tutti gli hate speech. E Goebbels il padre. A prevalere, anche a livello di organismi sovranazionali, è stato l'approccio europeo, non quello americano. La libertà di espressione è importante ma bisogna pensare alle vittime, alla sofferenza dei soggetti dell'odio. Gli stati membri dell'Onu possono adottare norme che puniscono e limitano.
Questo approccio storicamente prevale, come rivela Ziccardi, grazie alla pressione dei paesi totalitari, del blocco comunista dell'Est. I paesi dell'Est, sovietici e non sovietici, sono quelli che hanno più sofferto le persecuzioni contro gli ebrei. Auschwitz era in Polonia, e in Ucraina, anche con metodi meno sofisticati, si sono sterminati oltre un milione di ebrei. Naturale che dai quei paesi vengano istanze di controllo e autocontrollo. Fa parte della storia oltre che dell'ideologia giuridica totalitaria, interventista per definizione. Non dimentichiamo che la parola “pogrom” viene dalla Russia. Bisognerebbe poi notare che l'antisemitismo ha continuato a proliferare oltre Cortina, nonostante, anzi durante questa fase legislativa. Una contraddizione forse solo apparente. Subito dopo i vari colpi di stato comunisti, i dirigenti ebrei dei partiti comunisti sono stati epurati. Processati e spesso uccisi. Si pensi al caso Rudolf Slanský in Cecoslovacchia. E al periodo finale della vita di Stalin. Il dittatore georgiano, appena prima di morire nel 1953, pensa bene di denunciare l'ennesimo complotto. La congiura dei medici ebrei. Inoltre solo la fine fisica ha impedito che realizzasse il progetto di trasferire gli ebrei dell'Unione sovietica in una repubblica creata ad hoc in Siberia, il Birobidž, nell'estremo oriente dell'Imperium.
Se Internet - come apprendiamo da fonte non certo tacciabile di neofobia -, pur essendo teoricamente uno strumento neutro, può diventare un brodo di coltura dell'odio, come comportarci? Ziccardi non ha soluzioni, ma per non intristirci con derive neoluddiste, propone un cocktkail di tre ingredienti. Legge, tecnologia e formazione. Non è per un approccio legislativo troppo libertario, all'americana. E neanche invasivo, vista anche la matrice totalitaria individuata dietro una certa scuola di pensiero giuridica. Come lamentava Eleanore Roosevelt, la moglie del presidente, al tempo della Ricostruzione posbellica, legislazioni repressive della libertà di espressione possono essere usate, a discrezione del potere, per perseguitare dissidenti, incarcerare, zittire. Si veda la Turchia. Ziccardi è comunque per intervenire, normare. Sia pure in modo leggero.
Secondo ingrediente del cocktail: la tecnologia... La tecnologia, oltre a creare problemi, può offrire soluzioni. Così come per la pornografia, si mettono a punto software che individuano contenuti da filtrare in Rete. Non osceni ma “hateful”. Per ora funzionano fino a un certo punto questi programmi. Diciamo al 70 per cento. Il loro grado di fallibilità non concerne solo la mancata individuazione di contenuti aggressivi. Ma anche la censura di contenuti che non lo sono. Un bel rischio, ma gli spazi di miglioramento sono pressoché infiniti. Nel caso della pornografia è tutto più semplice perché in generale i contenuti veicolati sono video e provengono da siti che dichiarano di essere riservati a un pubblico adulto. Qui Ziccardi cita Sweetie, un bambina virtuale con lineamenti orientali che adesca pedofili in rete e li porta nella bocca della polizia postale. Potrà nascer qualcosa del genere anche per l'odio?
C'è poi la questione formativa, il terzo ingrediente del cocktail Ziccardi. La soglia d'età per il possesso di uno smartphone è sempre più bassa. In Italia ormai i bambini di sette anni e mezzo hanno uno smartphone. Bisogna educare, essere vigili e non troppo tolleranti. Bambini e ancora di più adolescenti non si rendono conto di essere crudeli, di fare del male. Persino il bullismo femminile, dice Ziccardi, in passato praticamente inesistente, è fiorito grazie alla Rete. Per non parlare di territori nuovi come il revenge porn, la pubblicazione di video spinti fatti con la ex fidanzatina se lei ti lascia, o la partner occasionale, sempre per metterla in difficoltà, vendicandosi di qualcosa.
Va tenuto presente un altro aspetto. Quello che nel libro viene indicato come “mercato dell'odio”. L'odio, l'insulto, la rissa in Rete, attira click e quindi soldi. I politici sanzionati dalla legge per espressioni d'odio online poi vengono premiati nelle urne. Dalla Francia alla Germania all'Olanda. Anche i comuni cittadini non scherzano. Basta vedere come alcuni utenti si sono scatenati sul mancato raggiungimento del quorum al referendum sulle piattaforme. Con espressioni anche violente, non solo piene dei consueti insulti. Tale Marie_Bloo su Twitter scrive: “Io trivellerei la testa a tutti quelli che oggi non sono andati a votare”. Le nuove tecnologie aprono continuamente nuove frontiere, che la legge non sempre può o deve inseguire. Si parla della necessità, molto onerosa, non di prevedere il futuro, ma di “prevedere il presente”. Di capire e valutare quello che sta già accadendo, e porterà a breve un cambiamento dei comportamenti.
Il dilemma tra censura e tolleranza non è di facile scelta. Dosare il cocktail facendolo virare verso un retrogusto repressivo o anarchico è un rischio onnipresente. Ziccardi, durante la presentazione del libro al festival del giornalismo di Perugia, ha raccontato un episodio esilarante ma significativo e inquietante. Da persone mite qual è, sebbene vulcanica e desiderosa del confronto, ha tentennato un po' quando gli hanno proposto di aprire un blog sul sito del Fatto Quotidiano. Il sito è lettissimo, una delle testate online più lette in Italia, e ha commentatori molto vivaci e polemici. La forza del giornale è la mancanza di padroni e censure. Al suo primo post, Ziccardi ha scelto di fare un esperimento. Ha pubblicato la recensione di romanzo storico, Nel ventre, di Sergio Claudio Perroni. L'obiettivo era raggiungere zero commenti. Il romanzo gli era piaciuto moltissimo, ne parlava bene ma in modo neutro ed era sicuro che nessun lettore del Fatto avrebbe polemizzato su un'opera di ambientazione tanto lontana. Pirro Neottolemo e dintorni... La notte prima di entrare a Troia i soldati achei nascosti nel ventre del cavallo parlano, hanno bisogni fisiologici (uscire a fare la pipì?), paure. Possono essere scoperti. Morale: primo giorno zero commenti. Secondo, terzo ecc. niente. Dopo una settimana una lettrice (l'utente luisaloffredo) fa un commento di questo tenore: “E forse è proprio da lì che son cominciati i nostri guai: l'inganno osannato perché indice di ingegno! Se ci scrollassimo di dosso quest'idea ci sarebbero forse meno 'furbi' e più onesti! In un paese come l'Italia di certo non abbiamo bisogno di un'altra legittimazione dell'inganno! Se per una volta qualcuno avesse detto: che schifo battere il nemico con l'inganno, allora si che sarebbe stato un'altro punto di vista! Ma si sa, qui si preferisce: il fine giustifica i mezzi!”. Amen.

16.4.16

Stop a trivelle e idee fossili ma non basta proteggere le coste

 Marco Morosini (Avvenire)

Sul petrolio italiano c’è una buona e una cattiva notizia. La buona è che questo sta diventando un Paese normale. Appena sospettata (neanche accusata) di aver usato male del suo ruolo, una signora ministro si è dimessa. La cattiva notizia è che la volontà di incrementare in Italia il business dei combustibili fossili, è il frutto non di un peccato, ma di un tenace errore. In duecento anni i combustibili fossili hanno messo il turbo al pellegrinaggio dell’umanità verso la prosperità e, per alcuni, la felicità. I pellegrini si sono messi a correre. In un solo secolo la durata media della vita è raddoppiata, il numero degli umani è raddoppiato due volte. L’uso di energia si è moltiplicato per tredici. E per questo l’emissione di CO2, il gas che maggiormente altera il clima, si è moltiplicata per diciassette.

Questo cambia tutto. I pellegrini vedono ora che non possono più correre alla velocità del centometrista una maratona dal traguardo ignoto. La fede nelle energie fossili è diventata insostenibile sul piano (in ordine alfabetico) diplomatico, ecologico, economico, etico, finanziario, geopolitico e tecnologico. Scegliete l’ordine di importanza dei fattori, il prodotto non cambia. «Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas – deve essere sostituita progressivamente e senza indugio». «Abbiamo deciso di disinvestire al più presto il nostro capitale dal carbone, e gradualmente anche dagli altri combustibili fossili». La prima frase è di papa Francesco ( Laudato si’, 165), la seconda è della Fondazione Rockefeller, gli ex-baroni del petrolio. Se completassimo questo collage con le frasi di altri specialisti di clima, ecologia, economia e giustizia sociale, otterremmo un testo come scritto dalla stessa mano.

In dicembre i grandi e i piccoli della Terra hanno deciso a Parigi (Cop21) di impegnarsi per ridurre drasticamente l’uso dei combustibili fossili. Per pungolare i governi, migliaia di scarpe depositate sul selciato di Place de la Repubblique hanno sostituito la 'marcia dei popoli per il clima', organizzata da mesi, ma poi vietata a causa degli attentati. C’erano anche le scarpe di due pellegrini venuti da lontano: le scarpe di papa Francesco e del cardinale Paul Turkson, presidente di Giustizia e Pace. Secondo le grandi organizzazioni mondiali per il clima e per l’energia, per cercare di evitare un riscaldamento globale di più di 2 gradi centigradi, l’80% dei combustibili fossili va lasciato sottoterra. Questi due gradi sono un compromesso politico tra i pochi vincenti e i tanti perdenti dei cambiamenti climatici. Non sono una 'soglia di sicurezza'. Già l’aumento di 0,8° dell’ultimo secolo ha fatto gravi danni.

Eppure le grandi compagnie continuano a sviluppare l’estrazione degli idrocarburi, con investimenti di centinaia di miliardi, che l’Economist definisce «un non-senso». Il maggior danno di trivelle e infrastrutture petrolifere non è locale, ma planetario: l’accelerazione del riscaldamento globale, con drammatiche conseguenze per miliardi di persone. Ben prima però può accadere altro. Sempre secondo l’Economist «O i governi non sono credibili nell’impegno contro i cambiamenti climatici, oppure le compagnie dei combustibili fossili sono sopravvalutate». Per gli analisti di Carbon Tracker( un centro di studi finanziari londinese), una 'bolla del carbonio' minaccia la finanza mondiale. Se bruciassimo tutti i combustibili fossili delle compagnie minerarie, emetteremmo circa 2.800 Gt (gigatonnellate, o miliardi di tonnellate) di CO2, e il pianeta si riscalderebbe molto probabilmente tra i quattro e i sei gradi. Per restare sotto i due gradi, il massimo carbon budget che potremmo 'spendere' sarebbe di circa 600 Gt di CO2 , quindi – riecco la percentualeobiettivo – l’80% dei combustibili fossili rimarrà nel sottosuolo. Buona parte della ricchezza delle grandi compagnie sarebbe, insomma, un patrimonio incagliato ( stranded asset), con conseguenze drammatiche su finanza ed economia mondiali.

Chi voglia abbreviare la vita delle trivelle costiere italiane farà perciò bene a votare sì al referendum del 17 aprile. Ma si deve anche essere consapevoli che rinunciare al nostro poco 'petrolio (o gas) a chilometro zero' vuol dire bruciare più petrolio nei motori e nelle petroliere che vengono da altri continenti. E spesso è petrolio doppiamente sporco. È quello che scatena guerre e colpi di Stato (come in Medio-Oriente e altrove) e che causa ecocidi e devastazioni umane (come in Nigeria, Ecuador e altrove). L’unico modo per prevenire i disastri del clima e dei popoli è ridurre drasticamente e 'senza indugio' il nostro consumo di combustibili fossili e accelerare il passo verso le energie rinnovabili. Come? Sia aumentando fortemente l’efficienza energetica, sia riducendo (chi può e chi deve) il livello materiale dei nostri stili di vita. Il 90% dell’energia commerciale usata nel mondo viene dai combustibili fossili. Ogni prodotto e servizio dipende – anche indirettamente – da essi. Difendere le nostre coste dalle trivelle è utile localmente. Ma sicuramente non basta.

14.4.16

Lercio, il sito che inventa le notizie

di Antonio Armano

 
“Umberto Eco scopre il sinonimo di sinonimo e precipita in un universo parallelo”.
Chi non hai mai letto sui social-network una delle geniali notizie inventate da Lercio?
Ormai il sito di mocking journalism - tiriamocela un po' con l'inglese - ha superato i 600mila seguaci ed è la star del momento sul web italiano. Di fronte a una realtà che supera la fantasia più perversa, alla bufale spacciate per vere, ai commenti idioti e offensivi, insomma a tutto il trash che tracima in Rete e inquina le nostre giornate, le notizie satiriche di Lercio sono una boccata di aria fresca e buon umore. Una nemesi comica impagabile. Un rimedio omeopatico indispensabile. E poi dobbiamo ammetterlo: siamo tutti orfani di Cuore e “Scatta l'ora legale, panico tra i socialisti”.
Ai tempi di Tangentopoli Internet era agli albori e il giornalismo satirico un genere di nicchia, ma alcuni semi sono germogliati dopo decenni in Rete. Potevo quindi perdermi l'incontro con Lercio al festival internazionale del giornalismo di Perugia?. Partecipava ancheVera Gheno, twitter manager dell'Accademia della Crusca, esperta di coprolalia 2.0, e Rubio, lo chef che sfotte i “sassariani”.
Ho rischiato di restare fuori. C'era la coda per entrare, poi gente in piedi o seduta per terra. Come per l'ineffabile Franca Leosini, 82enne dai modi distaccati, celebre per le interviste ai più efferati assassini. Chi non la ricorda, con la messa in piega imperturbabile e un filo di trucco, mentre porge domande al “killer delle anoressiche”? Il quale per l'occasione si era rasato solo metà faccia, a significare l'inquietante doppiezza dell'animo umano, il Mr Hyde che si nasconde in ciascuno di noi. Una combinazione tricologica terrificante.
Aldilà delle porte chiuse e dei limiti di capienza, la bellezza del festival internazionale del giornalismo, giunto alla decima edizione, sta nell'atmosfera aperta e amichevole. Tutti si mischiano con tutti, italiani e non, addetti ai lavori e curiosi, giovani volontari e anziani anchorman. Vuol dire che una manifestazione è riuscita. Soprattutto perché non si respira il clima asfittico e autoreferenziale del giornalismo italiano, ma si parla di futuro e ci sono molti giovani e molti stranieri. La Leosini si poteva abbordare tranquillamente sui divani del bar del Bruffani, l'hotel dove si tenevano molti incontri, mentre il trio di Lercio l'ho ritrovato al ristorante, la sera dopo l'evento, poco distante, con lo chef Rubio che inforchettava perplesso una matassa di “spaghetti alla sabbia”. Si è formato un gruppo e si è deciso di andare alla festa del Post, il quotidiano online diretto da Luca Sofri. Peccato che Perugia sia l'unica città del pianeta non mappata da Google e la festa si tenesse, ironia della sorte, in un posto chiamato Post. Nessuno aveva capito né poteva capire che la festa del Post si trovasse al Post, troppo assurdo e ironico per essere vero, come le notizie di Lercio.
Post sta per Perugia Officina per la Scienza e la Tecnologia (http://www.perugiapost.it/). E tra parentesi Umberto Eco se ne è andato davvero un mese dopo la scoperta del sinonimo di sinonimo. “Se non sono vere si avverano”, come dice lo slogan Lercio, per avvertire il lettore che si tratta di satira ma la realtà può essere ancora più assurda e se non lo è può diventarlo. Basta pensare agli insulti di Salvini al capo dello Stato per l'invito ad aprire le frontiere. Ritirati quando ha capito che Mattarella si riferiva alle bottiglie di vino.
Una cosa che volevo sapere da quelli di Lercio è se abbiano paura a fare satira sull'islam, se si autocensurino. Vittorio Lattanzi ha risposto che in un paese cattolico è più naturale fare satira sul Vaticano, non bisogna farsi prendere dall'ansia comparatistica. In ogni caso non si pongono problemi a fare satira sull'islam, anche perché sono sparsi per tutt'Italia – lui vive nella Marche, Alfonso Biondi a Roma ecc. -, e non hanno una redazione da bruciare come Charlie Hebdo. La satira di Lercio sull'islam è sporadica e non troppo virulenta. Per esempio un mussulmano si fa il classico selfie a tavola. Durante il Ramadan: il piatto è vuoto.
Lattanzi, il più scatenato dei tre di Lercio presenti a Perugia, nella vita fa l'agente immobiliare. Il mocking journalism è un secondo lavoro per lui come per Biondi e Andrea Michielotto. Per Lercio scrivono trenta persone e non possono mantenersi in così tanti. La Rete è interattività e i fondatori di Lercio hanno iniziato come semplici lettori del blog di Daniele Luttazzi, che invitava a commentare con una battuta una notizia vera. Si chiamava “Palestra” e si sono messi a inviare battute facendosi le ossa. Quando Luttazzi ha chiuso la Palestra, alcuni affezionati, che ormai si conoscevano, hanno aperto il sito Acidolattico. Esiste ancora e oggi leggo questa battuta, stile Palestra: “Grillo mette dei grilli in bocca ai politici del M5S.
Sto pensando di candidarmi con Passera”. Nel 2012 è partita l'esperienza di Lercio, parodia satirica di Leggo e del nuovo giornalismo online che punta più ad attirare l'attenzione con titoli sensazionalisti e notizie demenziali che ad approfondire.
Anche Lercio ha una spazio dove chiunque può inviare una fake news. Alfonso Biondi mi racconta che arrivano centinaia di email. Vengono valutate e se c'è qualcosa di buono lo pubblicano con nome cognome: “Molti scrivono perché vogliono fare uno scherzo a qualcuno e ci chiedono di pubblicare fake news con nomi di amici o colleghi o fidanzate”.
Nel gruppo di Lercio a Perugia, dicevo, c'era spesso anche Vera Gheno, che gestisce i canali social della Crusca. Memorabile la notizia di Lercio che sfotte la sciatteria ortografica degli italiani: “L'Accademia della Crusca si arrende. Scrivete qual è con l'apostrofo e andatavene affanculo”. Nonostante la chiara natura ironica di Lercio, a partire dalla testata, molti si sono indignati per la bandiera ammainata sull'apostrofo o la volgarità dell'invito. Peraltro Vera, traduttrice di narrativa ungherese ma anche e soprattutto italianista, ha fatto uno studio sulle parolacce in Rete. Bellissimi i modi per aggirare algoritmi e sensibilità censorie anche nella bestemmia. Per esempio usando il nome di un comune friulano, anagramma blasfemo: Codroipo.
A proposito di notizie vere che sembrano false, o false che si possono avverare perché niente è più inverosimile del vero, c'è la vicenda toccata al Lercio inglese. The Onion, La Cipolla, ha pubblicato una fake news sulla Corea del Nord: il dittatore Kim Jong-Un eletto “Sexiest man alive”, uomo vivente più sexy. La notizia, benché evidentemente falsa, è stata ripresa dai media nordocoreani.
Mentre ci troviamo a Perugia è uscita una fake news di Lercio molto divertente che ben rappresenta il confine mobile tra invenzione satirica e realtà: la mafia concede uno sconto sul pizzo alle librerie che vendono i libri di Vespa. Qui si ironizza sugli avvisi di alcune librerie che, dopo l'intervista di Vespa al figlio di Totò Riina, si rifiutano di vendere il libro di quest'ultimo. La differenza tra notizie assurde vere e notizie assurde inventate è così sottile da passare per i dotti lacrimali: quelle vere fanno piangere, quelle inventate fanno ridere. Non ci resta che ridere.
Come l'ebreo della barzelletta yiddish che legge i giornali antisemiti. Gli chiedono conto del comportamento e lui risponde che prima leggeva i giornali ebraici e ci perdeva il sonno: minacce, pericoli, attacchi continui... Poi si è messo a leggere i giornali antisemiti, dove gli ebrei sono sempre i più ricchi di tutti, stanno dietro a tutto, comandano tutti. In fondo non ci crede ma è meno deprimente.

2.4.16

Come ti promuovo il libro su Facebook

Roberto Cotroneo

C’è gente che continua a pensare a Twitter come a un social efficace, perfetto per rimandare con dei link a quello che si fa altrove. Altri che invece non hanno ancora capito come funziona Pinterest o – peggio – cosa fare con Google Plus. Ma sono social più difficili da gestire. Quello che non si riesce davvero a capire è perché solo pochissimi hanno compreso come funziona davvero Facebook. Il punto è questo. È del tutto evidente che Facebook non serve più a contattare i vecchi amici del College o del liceo. Chi lo fa è un vecchio nostalgico, di quelli che rimpiangono ancora il cruscotto in radica delle vecchie automobili. Ma se Facebook non serve a rientrare in contatto con vecchi amici o compagni di scuola a cosa serve?

Escludiamo seduttori o seduttrici seriali, ovvero quelli che aggiungono amici e amiche su Facebook per motivi nobilissimi ma che hanno a che fare più con la comunicazione corporea piuttosto che con quella verbale. Un desiderio rispettabile che però sta prendendo nuove direzioni e nuovi social dove tutto è più esplicito e non si deve fingere di parlare dell’ultimo libro di Paul Beatty per poi chiedere le misure e lumi circostanziati sul colore della biancheria intima. Per cui, esclusi i seduttori e lasciata agli intenditori di nicchia la ricerca di vecchie amicizie (ci sarebbero anche i seduttori di vecchie amicizie ma entreremmo nelle vere eccentricità) resta solo una cosa: Twitter e Facebook come mostruose macchine di marketing. Ovvero: come mi promuovo.

Ma come mi promuovo? Di solito lo si fa in maniera istintiva e intima, perché il marketing, strategia fredda e impersonale atta a convincerti che ti serve proprio quello che ti stanno pubblicizzando, sui social si fa epidermico, amichevole. Si comincia dalla fotina di presentazione. A un certo punto scompare la faccia di una vecchia conoscenza e appare la copertina di un libro. Naturalmente nelle informazioni immediatamente visibili si aggiungono il numero di pagine, il prezzo, l’editore, e qualche ardito mette anche una frasetta che rende l’idea, tipo: in tutte le librerie. La foto del profilo fa il paio con una immagine di copertina che spesso è una sala, un teatro dove si presenta il libro. Così si capisce subito di cosa si parla. Quelli più sofisticati mettono loro stessi nell’atto di scrivere, nel proprio studio, davanti al computer, oppure nel gesto sempre molto apprezzato del correggere le ultime bozze. Altri, immaginando ci sia una connessione stretta tra lo scrivere e il pensare (sempre meno dimostrabile, va detto) aggiungono magari un ritratto dove il pollice e l’indice della mano vanno a sorreggere il mento con lo sguardo identico, si suppone, di Newton nell’atto del contemplare la celebre mela caduta dall’albero.

Dopo aver espletato queste formalità. Si pubblica tutto quanto riguarda il libro appena edito. Si comincia con l’aletta di copertina, per poi condividere la propria agenda personale con tutti quelli che ti sono amici o ti seguono. Genere: mercoledì alle 18.00 a Polizzi Generosa, nella sala consiliare del Comune, presentazione del libro: In cerca di te, sarà presente l’autore. Con preghiera inevitabile: venite tutti, se siete da quelle parti.

Oltre all’agenda si comincia un doppia attività per certi versi suggestiva. Postare citazioni dal libro, scelte per intervallare la spenta giornata dei frequentatori di social, ma alternandole a elogi che sono sempre commoventi, belli, intensi, inaspettati, anche se li posta tua sorella sotto falso nome.

Purtroppo non c’è niente di peggio del marketing intimistico. Finge di raccontare a un amico un libro per venderglielo. Quando, si sa, agli amici i libri si dovrebbero regalare. Ma sta diventando un’epidemia, e non solo tra gli scrittori meno noti. Anche quelli che dovrebbero cavarsela senza social e che hanno una visibilità discreta, fanno le stesse cose. In questa ossessione per il successo Facebook e Twitter sembrano la strada più breve. Eppure, nonostante tutto questo gigantesco marketing intimistico non si sono mai venduti così pochi libri come in questo periodo. Forse sarebbe il caso di cambiare metodo.

12.3.16

Il costo del paese illegale

Se nei 13 anni compresi fra il 2002 e il 2014 si fossero combattute seriamente corruzione ed evasione fiscale il Pil reale italiano sarebbe oggi superiore del 17 per cento a quello attuale] Se nei 13 anni compresi fra il 2002 e il 2014 si fossero combattute seriamente corruzione ed evasione fiscale il Pil reale italiano sarebbe oggi superiore del 17 per cento a quello attuale

Sergio Rizzo (Corriere)

Secondo i dati del Fondo monetario internazionale non c’è in Eurolandia economia che dall’inizio del nuovo secolo sia andata peggio di quella italiana. Fra il 2001 e il 2015 il Prodotto interno lordo pro capite a prezzi costanti, cioè la ricchezza reale prodotta da ciascuno di noi, è diminuito dell’8,5 per cento. Anche la Grecia ha fatto meglio: meno 7,3 per cento.

Per non parlare del confronto con i Paesi più ricchi dell’Unione. Quindici anni fa il Pil pro capite di ogni tedesco era superiore di appena 1.700 euro a quello di ciascun italiano. Nel 2015 la differenza è salita a 8.500 euro. Crisi o non crisi. Vi chiederete: che cosa c’entra tutto questo con le tangenti dell’Anas che ieri hanno portato in carcere 19 persone? L’economista Mario Baldassarri ha calcolato che se nei 13 anni compresi fra il 2002 e il 2014 si fossero combattute seriamente corruzione ed evasione fiscale il Pil reale italiano sarebbe oggi superiore del 17 per cento a quello attuale.

E la classifica dell’autorevole Transparency international parla se possibile ancora più chiaro. Fra il 2001 e il 2015 la Germania, che ha registrato in quel periodo la migliore performance economica dell’area euro, con le sole eccezioni del Lussemburgo e dei Paesi dell’ex blocco sovietico, ha migliorato la propria posizione nella graduatoria internazionale della corruzione percepita di ben dieci posizioni, salendo dal ventesimo al decimo posto. Mentre l’Italia, invece, precipitava in basso di ben 32 caselle: dalla numero 29 alla 61. Nel 2001 ci separavano dalla Germania nove posizioni. Oggi, ben cinquantuno.

Il fatto è che nelle economie avanzate la corruzione non rappresenta soltanto un danno economico diretto per lo Stato, ma in combutta con la cattiva burocrazia si trasforma in un formidabile freno allo sviluppo.

La Corte dei conti non ha mai confermato la valutazione di un costo di 60 miliardi l’anno. Ma di sicuro, se sono vere le stime del governo Monti secondo cui la corruzione farebbe salire di almeno il 40 per cento il prezzo delle opere pubbliche, non ci andiamo troppo lontani. Questo però è ancora niente rispetto agli effetti nefasti sull’intera economia. La corruzione mortifica la concorrenza e blocca l’innovazione: perché spendere per migliorare i prodotti e rendere più efficiente la propria azienda quando si può vincere un appalto pagando una mazzetta? La corruzione colpisce dunque alle fondamenta la competitività del sistema Paese, in un rapporto simbiotico con la burocrazia parassitaria.

Più cresce la burocrazia, più aumentano le occasioni per corrotti e corruttori. È quasi una legge fisica che, si badi bene, non vale soltanto per le imprese e gli appalti pubblici. Ed è questo forse l’aspetto più grave e allarmante. Grazie a una burocrazia sempre più pervasiva e autoreferenziale la corruzione è diventata molecolare, penetrando così in profondità da impregnare interi pezzi della società italiana. A cominciare dalla stessa Capitale. Nel libro scritto dall’ex assessore alla Legalità del Comune di Roma Alfonso Sabella con Giampiero Calapà («Capitale infetta») si racconta di una metropoli nella quale le metastasi non hanno risparmiato alcun settore dell’amministrazione.

Il germe che ha fatto dilagare la corruzione a tutti i livelli, sostiene il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, è nel fatto che per esercitare diritti elementari riconosciuti dalla Costituzione (come la salute…) siamo invece spesso costretti a chiedere favori. Tanto i labirinti burocratici sono impenetrabili che la ricerca delle scorciatoie è inevitabile. Se questo è vero basterebbe ricondurre la burocrazia alla sua funzione di semplificare, anziché complicare, la nostra vita. C’è solo il piccolo problema che dovrebbe occuparsene la politica. E purtroppo, in tutti questi anni, abbiamo visto i risultati.

27.2.16

Sorpresa: L'asilo batte Oxford - Una buona scuola materna rende studenti migliori

I pedagogisti: è il luogo dove si abbatte la differenza tra famiglie con mezzi diversi

Valentina Santarpia (Corriere)

A 11 anni sono migliori dei propri coetanei in matematica e inglese, hanno un comportamento scolastico più controllato e socievole. E nell’arco della vita guadagnano in media il 4,3% in più. Ecco come una buona educazione nei primi anni di vita, nella cosiddetta pre-school, fa progredire i ragazzini inglesi, secondo una ricerca presentata dalla professoressa Kathy Sylva, di Oxford, all’università Bicocca. Lei è una delle decine di esperti chiamati ad approfondire, nel corso di una tre giorni internazionale a Milano, lo 0-6: il cruciale periodo dalla nascita alla primaria.
«L’educazione dei primi anni dà le migliori chance per la vita — spiega Sylva —. Questo vale soprattutto per i bambini poveri o immigrati». Dal Nobel per l’economia James Heckman fino alle ultime ricerche del Tfiey (il forum transatlantico dedicato alle politiche per lo sviluppo dei servizi per la prima infanzia) le conclusioni sono sempre le stesse: soprattutto per le fasce sociali svantaggiate, la frequenza di scuole con caratteristiche «dignitose» porta a maggiore inclusione sociale e migliori successi negli studi.
I dati Ocse-Pisa, sull’apprendimento dei ragazzi, confermano che tra il 2003 e il 2012, in Italia la differenza nei risultati ottenuti in matematica tra 15enni che avevano frequentato la scuola dell’infanzia e studenti che non l’avevano frequentata, era cresciuta di 25 punti. E gli alunni in difficoltà sono sovrarappresentati tra quelli che non hanno frequentato la scuola dell’infanzia per più di un anno.
Il nostro gap è evidente: il 5% dei bambini dai 3 ai 6 anni non frequenta una scuola materna, e l’82% di quelli tra 0 e 3 non ha posto in un asilo nido.
Come recuperare?
Il governo dovrà varare entro l’anno, come prescrive la riforma Renzi, una legge per ridefinire le regole per lo 0-6. I pedagogisti suggeriscono insegnanti con formazione accademica, coordinatori pedagogici per controllarli, spazi e tempi adattati ai ritmi lenti dei bambini, progetti pilota per costruire un sistema educativo di qualità. Improntato più alla sperimentazione invece che al nozionismo, come nelle «Cabane» di tre asili milanesi: strutture in legno dove toccare, immaginare, fantasticare.
«Dal progetto Care — spiega Susanna Mantovani, rettrice della Bicocca — emerge che genitori ed educatori concordano sul fatto che i bambini nella fascia tra zero e 6 anni devono imparare a sviluppare capacità e risolvere problemi, più che imparare nozioni. I bambini che hanno frequentato buoni asili sono quelli che riescono meglio nelle prove Invalsi». Test che invece vanno esclusi dalle scuole dell’infanzia: «Ci sono rischi di stigmatizzazione precoce», anticipa la professoressa Anna Bondioli , del gruppo di lavoro ministeriale.
Meno valutazione, più problem solving , laboratori dove provare. «I bambini piccoli — spiega Nice Terzi, presidente del gruppo Nidi-infanzia — non devono apprendere, ma capire come si apprende». Il resto verrà dopo.


0-6 anni, il successo parte da piccoli
Ecco come saranno i nuovi asili

Un convegno nel weekend porta alla Bicocca migliaia di esperti nazionali e internazionali, chiamati a disegnare le linee guida delle nuove scuole per i piccoli: laboratori e problem solving più importanti di nozioni e apprendimenti


 
A 11 anni sono migliori dei propri coetanei in matematica e inglese, riescono ad avere un comportamento scolastico più controllato, meno iperattivo e più socievole. E nell’arco della vita guadagnano in media il 4,3% in più. Ecco come una buona educazione nei primi anni di vita, nella cosiddetta pre-school, fa progredire i ragazzini inglesi, secondo una ricerca che verrà presentata dalla professoressa Kathy Sylva, dell’università di Oxford, venerdì all’università di Milano Bicocca. Lei è solo una dei tanti esperti chiamati ad approfondire, nel corso di una tre giorni internazionale, il tema delicatissimo e affascinante dello 0-6: capire cioè in che direzione stanno andando i nostri bambini da 0 a sei anni e come ridefinire le nuove regole per l’educazione e la cura dei bambini più piccoli.


Asili, gli effetti dell’educazione prescolare in Inghilterra

Anche i neonati apprendono
Proprio nei giorni in cui, come prescritto dalla legge 107, il governo sta mettendo a punto la legge delega per ridisegnare il panorama degli asili italiani, questo diventa un appuntamento prezioso per docenti, pedagogisti, funzionari ministeriali, educatori, economisti. Previsti i contributi dei massimi conoscitori del sistema, da Michel Vandenbroeck, dell’Università di Gent, a Sylva, di Oxford, da Christa Preissing, dell’Ista di Berlino, a Claudia Giudici, presidente Scuole e Nidi d’infanzia di Reggio Emilia. Con un punto fermo da cui partire: in quegli anni il piccolo essere umano introietta tutti gli stimoli possibili per realizzarsi nella vita. «Crediamo che l’educazione precoce dia le migliori chance ai bambini per iniziare nella vita - spiega Sylva- Questo vale soprattutto per i bambini che vengono da famiglie povere o di immigrati. Ed è fondamentale che la fascia 0-3 sia gestita dallo stessa fascia 3-6: anche i neonati imparano!». Gli studi in materia sono unanimi: da James Heckman, premio Nobel per l’economia nel 2000, alle ultime ricerche del Tfiey, il forum transatlantico dedicato alle politiche per lo sviluppo dei servizi per la prima infanzia, le conclusioni sono identiche: soprattutto per le fasce sociali svantaggiate, la frequenza di scuole con caratteristiche «dignitose» porta a maggiore inclusione sociale e a migliori successi scolastici. Da dove cominciare allora per disegnare gli asili del futuro? Dal «curricolo, che è responsabilità», come recita il titolo del convegno.
Più competenze che nozioni
«Attenzione, non stiamo parlando di curricolo perché vogliamo mettere la pagella anche ai bambini piccolissimi», ride la rettrice della Bicocca, Susanna Mantovani. «Anzi, presenteremo gli esiti di 2471 questionari completati da maestri e genitori di bambini da 0 a sei anni, che ci rivela proprio quanto le competenze scolastiche siano considerate irrilevanti rispetto ad altri aspetti». L’indagine, realizzata nell’ambito del progetto Care (Curriculum and quality Analysis and impact review of European Early Childhood education and care), ha avuto un discreto riscontro in Italia, dove sono stati restituiti quasi 2500 questionari completi rispetto ai 200 olandesi e ai 700 tedeschi. E fornisce delle indicazioni molto precise sulle esigenze che gravitano intorni ai bambini più piccoli: le conoscenze non sono mai ai primi posti. Da 0 a 3 anni, genitori e insegnanti convergono nel ritenere l’atteggiamento nei confronti dell’apprendimento la cosa più importante, e da 3 a 6 la competenza interpersonale ed emotiva, mentre le abilità e conoscenze pre-scolastiche finiscono agli ultimi posti. «È interessante: significa che concordano nel ritenere che i bambini non debbano imparare a contare precocemente o a scrivere, ma ad affrontare i problemi, a sviluppare competenze. È un approccio molto diffuso in Norvegia, Finlandia, Svezia, e sempre più anche in Italia: valutiamo meno i risultati, misuriamo meno, ma sviluppiamo più capacità. E infatti i bambini che hanno frequentato asili dignitosi nella fascia 0-6 sono anche quelli che vanno meglio nelle prove Invalsi». Un esempio su tutti? Lasciar discutere i bambini di 4 o 5 anni di come si può pedalare senza rotelle, come sia possibile evitare di cadere - esperimento veramente realizzato, filmando i bambini per mezz’ora - può dare dei risultati sorprendenti, con risposte e idee che si avvicinano alla fisica pur senza averne alcuna cognizione. Un progetto educativo sperimentale da poco avviato dal Comune di Milano presso tre scuole dell’infanzia segue proprio questi principi: la Cabana, una struttura ludico-didattica alta, aperta, luminosa, sonora, magica, tattile. Una struttura polifunzionale in legno che nelle sue varie forme basiche lascia spazio a educatori e bambini per trasformarle nei modi più diversi.
No alla valutazione delle scuole dell’infanzia
D’altra parte, che la strada giusta sia questa - meno valutazione, più problem solving- lo dimostra anche il fatto che il gruppo di lavoro chiamato da ministero dell’Istruzione e Invalsi a definire il nuovo strumento di autovalutazione delle scuole dell’infanzia abbia stabilito nelle sue conclusioni che i bambini da tre a sei anni non debbano essere sottoposti a prove standardizzate, sul modello dei test Invalsi per capirci. «Abbiamo escluso questa possibilità- anticipa la dottoressa Anna Bondioli al Corriere- per evitare rischi di stigmatizzazione precoce, e che il passaggio di queste informazioni dalla materna alla primaria possa incentivare pregiudizi». Evitato questo rischio, l’autovalutazione verterà piuttosto su domande che riguardano il processo, sul curricolo specifico per l’infanzia, sull’iter complessivo del bambino. Proprio nell’ottica di considerare la fascia di età 0 - 6 un tutt’uno, una sorta di arco temporale unico, proprio come disegna la legge 107, che dovrà essere declinata dai decreti attuativi entro la fine dell’anno.
Poli educativi ed educatori laureati
Un tutt’uno non significa che esiterà una sola scuola dalla nascita fino alla soglia delle elementari, spiega Bondioli, che quando per la prima volta la senatrice Francesca Puglisi ha presentato il progetto di legge 1260 ha scritto, insieme a più di 100 docenti di pedagogia, una serie di linee guida sull’ipotesi di legge. I servizi rimarranno così come sono, divisi in asili nido e scuole dell’infanzia, che avranno gestione regionale/comunale/statale, ma quello che cambierà sarà il coordinamento. «La gestione delle liste di attesa, l’organizzazione degli aspetti pratici come i passaggi di informazioni da un grado all’altro, la formazione continua in servizio degli educatori e degli insegnanti-che la legge prescrive- dovrebbero essere affidate a dei poli educativi», spiega Bondioli. Il personale dovrebbe avere come riferimento dei facilitatori educativi, che non dovrebbero seguire delle linee guida uguali per tutti, ma calarsi nella realtà territoriale e declinare le indicazioni per i gruppi di lavoro in base ai contesti. Al di là delle specificità della cura riservata ai più piccoli, il comun denominatore dei bambini da 0 a sei anni dovrebbe essere «l’apprendere l’apprendere», ovvero «più che i contenuti, imparare l’approccio per relazionarsi ai problemi», ribadisce anche Bondioli: più laboratori ed esperimenti che canzoncine da imparare a memoria. E poi, un aspetto fondamentale è puntare sulla uniformità degli standard: spazi, orari, numero di insegnanti per bambini, oggi sono diversi in base alle scelte regionali o comunali, mentre i decreti punteranno a specificare con chiarezza i parametri validi per tutti. «Da 0 a sei anni, vanno bene 7 bambini ad educatore, tra i 2 e i 3 1 ogni 8, ma tra i 3 e i 6 bisogna scendere assolutamente: inaccettabile che un solo insegnante tenga 25 bambini e per di più senza compresenza». Il personale dovrebbe diventare tutto con carriera universitaria, ma «un compromesso potrebbe essere permettere alle educatrici del nido di avere la laurea triennale, quelle dell’infanzia la specialistica».
Un posto per tutti
Al di là delle questione tecniche, resta comunque uno l’obiettivo di fondo: «Dobbiamo generalizzare l’offerta, non possiamo permettere che continui ad esistere un Paese a macchia di leopardo», sottolinea Nice Terzi, presidente del gruppo nidi-infanzia italiani. «Fino ad ora gli investimenti sono stati utilizzati in maniera molto diversa da Nord e Sud, così negli anni abbiamo sviluppato delle realtà efficienti, che ci studiano anche all’estero, come a Reggio Emilia, e delle zone assolutamente prive di servizi per l’infanzia. Basta: ora è il momento di mettere i fondi e di stabilire il principio che tutti i bambini hanno diritto ad avere un posto all’asilo nido. Cominciamo col raggiungere l’obiettivo del 33% stabilito dall’Europa, e poi andiamo avanti. Anche la scuola dell’infanzia, deve passare dal 95% al 100%. E per cominciare a sperimentare, bisogna lanciare progetti pilota su tutto il territorio: poi, entro qualche anno, finalmente vedremo i frutti».
26 febbraio 2016

18.2.16

“La mia dolce morte in Svizzera, diecimila euro per non soffrire più”

Torino, la scelta di una donna immobilizzata dalla sclerosi: aspetto la chiamata

La diagnosi di sclerosi è stata fatta alla torinese Paola Cirio nel 2002: «E’ una discesa senza freni, ma la vita è mia e voglio il lieto fine Non so quando partirò per la Svizzera, ma so che è giusto farlo»


Andrea Malaguti

«Mi hanno detto che per morire ci vogliono cinque minuti e diecimila euro. Ti danno un gastroprotettore. E subito dopo un bicchiere di veleno, una sostanza di cui non ricordo il nome. A quel punto te ne vai. Senza sentire dolore. Mi hanno anche raccontato di un uomo che prima di spegnersi ha cominciato a russare.
Come se, finalmente, stesse dormendo sereno. E’ questo il suicidio assistito. E’ così che conto di finire la mia vita. In Svizzera. E’ già tutto predisposto, ho avuto la luce verde».

La torinese Paola Cirio cerca la buona morte, una pratica che in Italia è vietata e su cui il Parlamento comincerà una storica discussione a marzo. Prima il testamento biologico, poi l’eutanasia, ennesima parola tabù che inquieta il mondo cattolico. Un dibattito imposto dalla caparbietà dei radicali, dalle azioni di disobbedienza civile di Marco Cappato, da Mina Welby e da Sos Eutanasia. Davvero si può dire a qualcuno quando spegnere l’interruttore? «In questo Paese sui diritti civili siamo alla preistoria. La politica è patetica. Io ho deciso di raccontare il mio percorso perché penso non sia giusto che solo chi ha un po’ di soldi da parte possa decidere di crepare con dignità». In attesa dei Palazzi il mondo, come sempre, procede per conto suo.

L’ULTIMO ISTANTE

Seduta sul divano del piccolo salotto di casa, le gambe immobilizzate dalla sclerosi multipla, la signora Cirio, 53 anni, racconta come ha intenzione di fregare la morte battendola sul tempo. «Devo essere io a scegliere, non la malattia». Non c’è rabbia nelle sue parole. E lei trasmette un invidiabile senso di libertà. Quella che lo Stato non le concede. E che Paola si è presa comunque. «Non ho paura. E so che, anche se non mi ridaranno i soldi, posso tornare indietro fino all’ultimo istante. Ho un’opportunità in più».

E’ una donna minuta, con i capelli corti. Una collana di perle è l’unico vezzo che si concede. Da ragazza ha studiato all’istituto d’arte, forse più per ribellarsi alla madre che per vocazione. Ha finito per fare l’impiegata al Politecnico, ma se la fotografia della sua esistenza si limitasse a questo non racconterebbe nulla di lei. «Se dovessi definire la mia vita direi “spericolata”, alla Vasco. Ho molto viaggiato e ho molto visto, dal Laos al Mar Rosso e se ho scelto di andarmene stabilendo io come non è perché ho smesso di amare la terra, è perché voglio impedirmi di odiarla». Considera il dolore destinato a sopraffarla una punizione ingiusta. «Perché la dovrei accettare?».

LA MALATTIA

La sclerosi gliel’hanno diagnosticata nel 2002. «Ma già nel 1999 avevo capito di stare male. Diplopia. Ci vedevo doppio. All’ospedale mi dissero: potrebbe essere sclerosi. Lo era». Nessuno le ha spiegato come sarà il decorso della malattia, ma lei ha studiato per conto suo. Solo l’esito è certo. «A un certo punto i muscoli si paralizzano. Ma la testa rimane lucida. E allora sei in trappola e sai che non ti resta molto. In genere si muore per un attacco cardiaco. Un medico non te lo spiegherebbe mai in questo modo, ma io lo so». Arriva un momento in cui il corpo che ti è così familiare diventa non solo estraneo ma radicalmente ostile. «E’ una discesa senza freni». Così, proprio per non sentire addosso l’indicibile panico dei sepolti vivi, Paola ha cominciato il suo percorso. Si è rivolta all’associazione Exit, che a Torino ha una sede a pochi metri da casa sua. Poi Sos Eutanasia, che oggi la porta a Roma, in Senato, per raccontare la sua scelta, si è schierata al suo fianco.

LA CLINICA

«Mi hanno fatto capire che andando in Svizzera potevo decidere da sola. Ho detto: bene, lo faccio, perché ho pensato che quando la malattia mi paralizzerà non avrò neanche la forza di buttarmi dalla finestra. Ci ho pensato al suicidio, sa? Due volte. Un giorno avevo deciso di lanciarmi dal terrazzo di un mio amico che abita al nono piano. Non ho avuto il coraggio. E ho anche pensato che gli avrei creato un sacco di problemi. Un’altra volta ho immaginato di lasciarmi cadere sotto un treno. Ma anche in quel caso ha vinto la paura». Le è venuta in mente la storia di un’ amica che si è tolta la vita per amore. «Il treno l’ha tagliata in due. Mi sono detta che doveva esistere un sistema meno violento. L’ho trovato». Ha versato diecimila euro a un centro di Ginevra e inviato le sue cartelle cliniche. Dopo due mesi è arrivata la risposta. «Se vuole noi siamo qui per lei, luce verde». Si è sentita sollevata, perché è certa che arriverà un momento in cui si sentirà da qualche parte al di fuori dalla vita e dalla morte, sospesa tra il cielo e la terra in un luogo in cui non ha intenzione di stare. «Mandano un’ambulanza a prelevarti e quando arrivi in Svizzera ti fanno parlare con degli psicologi. Cercano di convincerti a non farlo. Se tu insisti loro ti assecondano. Ma io conosco un solo caso in cui qualcuno si è tirato indietro». Guarda fuori dalla finestra. Si vedono le montagne. Poche centinaia di metri più in là c’è lo stadio del Toro. «Ora ho una casa di 70 metri. Ma la preferisco a quella da 700 di uno come Bertone che si permette di dire agli altri che cosa è giusto».

LA FAMIGLIA

Paola Cirio non ha figli. Aveva un marito, ma lo ha messo alla porta anni fa. «Mi tradiva. E quando la malattia si è presentata si è comportato al contrario di come mi sarei aspettata». La sua famiglia è un nucleo ristretto. Una sorella più giovane, un padre malato e una madre con cui non è mai andata d’accordo. «Una cattolica praticante che non mi ha mai capita. Ma anch’io non capisco la Chiesa. Quando ho divorziato mi hanno esclusa. Come se in quella vicenda non fossi già la vittima. Oggi non credo più a nulla. Nè a Dio né all’eternità. Ho deciso di farmi cremare. E poi di far spargere le mie ceneri in un bosco svizzero. Va bene lì ma sarebbe lo stesso se fosse l’Alaska. Quando mia sorella ha scoperto che avevo deciso di chiedere il suicidio assistito ha pianto. Perché non mi hai detto nulla?, mi ha chiesto. Le ho detto che questa è la mia vita e che voglio il lieto fine. Non so quando arriverà il momento. Non so quando partirò per la Svizzera, ma so che è giusto. Credo abbia compreso. Mia madre no. Ma a questo punto che importa?».

L’intervista, parla Cirinnà: «Sto pagando le ripicche fatte da certi renziani che volevano un premietto»

La senatrice: si aspettavano un posto, magari da sottosegretario

di Fabrizio Roncone

Come sta, come si sente, senatrice Cirinnà?
«Come mi sento? Sono amareggiata, delusa… e anche un po’ stanca».
Tra l’altro, nel suo partito, il Pd, soffiano contro di lei, tira una brutta aria.
«Mhmm… Cioè?».
Dicono che ha sbagliato a fidarsi così tanto del Movimento 5 Stelle.
«No no, aspetti… Sa, in tutta questa brutta storia, cosa pago davvero io? Pago la lotta, la guerra profonda che c’è tra i renziani… Una cosa tremenda… No, dico: ma ha visto come s’è comportata con me la Di Giorgi? Guardi che lei è una renzianissima della prim’ora, stava a Firenze con Renzi… Eppure…».
Continui.
«Beh, sì, insomma: così accanita, così spietata contro il mio Ddl…».
E cosa avrebbe scatenato tante tensioni tra i renziani?
«La verità è che io pago le delusioni di molti… Ecco, sì».
Non capisco: le delusioni rispetto a cosa?
«Ma come rispetto a cosa? Pago le delusioni di chi, e sono tanti, nutriva forti aspettative nell’ultimo rimpasto di governo… Stavano tutti lì ad aspettare il premietto, una promozione… Chi voleva guidare una commissione, chi avrebbe voluto diventare sottosegretario… E allora sono scattate volgari ripicche, atteggiamenti assolutamente disgustosi sia in Aula che fuori».
Però anche alcuni suoi compagni di partito che provengono dal vecchio Pci, le hanno dimostrato una certa ostilità.
«Ma no, lasci stare. Uno come Migliavacca, ne sono sicura, mi avrebbe votato completamente tutto il “canguro”. E anche Sposetti… Uno molto rigido come lui, alla fine, davanti ad una legge così importante per il Paese, sono certa che non si sarebbe tirato indietro. Mi creda: pago le porcate che mi hanno fatto i renziani in guerra… contro i quali, come s’è visto, ho potuto purtroppo fare poco».
(Stiamo parlando nel salone Garibaldi, il transatlantico di Palazzo Madama. È in corso la riunione dei capigruppo che deciderà di far slittare di una settimana la discussione sul ddl per le unioni civili: e la senatrice Monica Cirinnà è qui, circondata dai rappresentanti della galassia LGBT-Lesbiche Gay Bisessuali Transgender, che sono venuti a chiederle cosa sia realmente accaduto in aula poche ora fa e che tra un po’, davanti alla buvette, ingaggeranno un coraggioso confronto con la grillina Paola Taverna. «A bbbello! Io le cosette che nun so’ democratiche… nun le votoooo! Io nell’incostituzionale nun ce scivolo».)
Senatrice Cirinnà, gira voce che lei abbia ricevuto sul telefonino addirittura degli sms da parte di esponenti del M5S, i quali le confermavano il totale appoggio in aula…
«Sì. Purtroppo, è così. Si sono rimangiati tutto: non hanno avuto un filo di vergogna, di imbarazzo... Ma che modo di fare politica è?».
Le ha scritto anche il grillino Alberto Airola, quello che poi ha preso la parola in aula, definendo inaccettabile l’idea di votare il cosiddetto canguro-Marcucci?
«Sì: pure Airola mi aveva spedito un sms, assicurandomi il suo sostegno. Che roba… Che roba… Comunque, sia chiaro: io mi prendo tutta la responsabilità di essermi fidata del M5S! Tutta ma proprio tutta… Chiudo la mia carriera politica con questo scivolone…». (poi, nel pomeriggio, preciserà: «Ma no, certo che non l’abbandono il campo di battaglia»)
Dicono che lei…
«No, aspetti: io mi prendo tutte le responsabilità, ma se qualcuno ha qualcosa da dire sul testo del Ddl 20/81, si deve sapere da chi e come è stato scritto. Eravamo in tre: io e i senatori Giuseppe Lumia e Giorgio Tonini, nell’ufficio di Giorgio. E lì abbiamo finito di limare il testo, sui cui contenuti tutto il gruppo del Pd s’era impegnato. E s’era impegnato, diciamolo, perché le unioni civili e le adozioni sono nel programma elettorale del partito».
Ora cosa può accadere?
«Mi pare evidente che il testo non sia più centrale, è chiaro che ci sono pesantissime questioni politiche da risolvere e comunque io non lascio il mio nome su una legge schifezza».
Il Pd potrebbe tentare di ricucire con il Movimento 5 Stelle?
«Ricucire? No, mi ascolti bene: io ho un brutto carattere. E se qualcuno mi fa una storta, non gli parlo proprio più».
(I romani usano la parola “storta” in modo abbastanza intraducibile: è qualcosa che sta a metà tra la scorrettezza e la mascalzonata. Alla senatrice la parola scappa perché è nata a Roma 53 anni fa: e perché ci mette passione. Da sempre. Vent’anni in consiglio comunale, al Campidoglio: prima con i Verdi, poi con il Pd; battaglie politiche su temi forti: la tutela delle donne, il rispetto dell’ambiente, la difesa degli animali. Sposata con Esterino Montino, potente esponente del Pd romano ed ora sindaco di Fiumicino, vivono in una specie di fattoria con quattro cani, quattro gatti, due cavalle e una famigliola di asini. «Pensi il destino: io, una che ha passato una vita a difendere gli animali, mi ritrovo a dipendere da un canguro…»).

16.2.16

Cinque chiarimenti doverosi

il manifesto. La nostra risposta alle critiche strumentali circolate in Rete in questi giorni. Abbiamo accertato che Giulio Regeni aveva proposto un solo articolo, con lo pseudonimo. Avevamo il dovere di pubblicarlo, dopo l’omicidio, per «smontare» verità di comodo

Tommaso Di Francesco (il manifesto)

È venuto il momento che il manifesto, dopo avere indagato anch’esso sulla tragica morte di Giulio Regeni e di fronte a tante, troppe illazioni, per rispetto di Giulio e della sua famiglia e per rispetto anche dei nostri lettori provi a chiarire equivoci, sbagli, ma anche a confermare convinzioni profonde su questo atroce delitto che non esitiamo a definire di Stato.

Perché intorno alle circostanze della morte dolorosa di Giulio Regeni, mentre emergono notizie e verità sconcertanti sulla sua uccisione, rischiano di piovere prese di posizione in aperta contraddizione.

Qualcuno ci accusa di non aver pubblicato subito l’articolo inviatoci co-firmato con uno pseudonimo; altri di essere stati «sciacalli» per averlo pubblicato dopo; qualcun altro di non avere chiarito se era o no un collaboratore; infine di non pagare i collaboratori.

1) Per prima cosa vogliamo subito dire che, dopo attenta valutazione, abbiamo finalmente accertato che Giulio Regeni aveva proposto al manifesto un solo articolo insieme a un altro collaboratore e con lo pseudonimo. Abbiamo equivocato che fossero suoi anche due contributi precedenti perché di eguale contenuto (i sindacati) e con pseudonimo. Cosa che sottolineava ai nostri occhi la cautela se non proprio la preoccupazione di Giulio Regeni.

Di questo equivoco ci scusiamo sia con i lettori che con la famiglia e con l’avvocata Alessandra Ballerini.

2) L’articolo al quale Regeni aveva collaborato era in attesa di pubblicazione, non era stato ancora pubblicato perché accade così nelle redazioni. Un contributo sul sindacato egiziano andava contestualizzato, soprattutto in vista dell’anniversario del 25 gennaio di Piazza Tahrir. Non riuscivamo a metterlo nel modo adeguato e allora Giulio e l’altro collaboratore lo proposero a Nena News dove è stato pubblicato.

Ma, ecco il punto, l’atteggiamento di Giulio che insieme a un altro collaboratore aveva proposto l’articolo non è di chi si mostra irritato per la non pubblicazione, ma positivo, anzi ancora motivato e propositivo. Ci scrivono infatti il 12 gennaio: «Un po’ a malincuore abbiamo deciso di proporre il pezzo ad altre testate online altrimenti invecchierebbe troppo. Restiamo comunque molto volentieri a disposizione per future collaborazioni dall’Egitto. Per noi è un piacere poter pubblicare sul manifesto. Grazie della vostra disponibilità, a presto».

3) Da questo punto di vista, chiariamo la questione del «collaboratore». Giulio Regeni era entrato in contatto con il manifesto, non era un collaboratore come tradizionalmente s’intende. Diverso è il caso di sfruttare il lavoro gratuito, come recita una delle accuse circolate in Rete. Su questo il manifesto può ricordare le tante pagine dedicate all’analisi di come il lavoro gratuito è usato contro gli altri lavoratori (ad esempio qui).

Ma ci sono tanti freelance che scrivono per il manifesto. Per noi sono compagni di viaggio. Li paghiamo poco e spesso in ritardo. Ma li paghiamo. Collaborare con noi vuol dire sensibilità comune sui contenuti, approfondimento di temi condivisi, e poi anche un articolo.

Non a caso Giulio Regeni era entrato in rapporti con noi — a questo teniamo in modo particolare -, visto il nostro lavoro d’indagine e denuncia sulle crisi del Medio Oriente e in particolare sull’Egitto.

Si dimentica infatti con grande facilità che siamo stati quasi l’unico giornale a denunciare da subito i crimini del golpe militare dell’estate 2013 del generale Al-Sisi raccontando quel massacro e tutte le malefatte sanguinose che ne sono seguite, da allora fino ad oggi. E la solitudine era terribile l’anno seguente quando denunciammo il presidente del consiglio Matteo Renzi che per primo sdoganava con una visita al Cairo il golpista proclamando che era «l’uomo nuovo emergente in Medio Oriente» e poi ricevendolo e incontrandolo anche a Roma.

4) Perché nelle ore difficili e concitate il giorno dopo l’annuncio del ritrovamento del suo corpo martoriato abbiamo allora deciso di pubblicare l’articolo che Giulio Regeni ci aveva proposto e che non eravamo riusciti a pubblicare?

Dovrebbe essere evidente, l’abbiamo già scritto ma vale la pena ripetere: esattamente perché la tragedia che si era appalesata diceva che quel testo non rappresentava più un semplice buon articolo ma era diventato un documento fondamentale, «il» documento, per capire perché davvero fosse stato sequestrato, torturato e ucciso così barbaramente.

Non ne avevamo diritto? No, avevamo il dovere di farlo.

Abbiamo rifiutato di stare zitti, un giornale non può farlo, tantomeno poteva farlo il manifesto. Solo a dieci giorni dalla scomparsa di Giulio Regeni e a due dalla sua morte comprovata, abbiamo deciso di pubblicare l’articolo-documento.

È elemento di verità inoltre ricordare che i timori e i guai che hanno riguardato l’ambiente degli amici di Giulio sono cominciati non con la pubblicazione dell’articolo, ma per l’assassinio di Giulio Regeni.

5) Un’ultima doverosa considerazione. Crediamo di non avere sbagliato a pubblicarlo perché così facendo difendevamo le ragioni di Giulio Regeni.

E poi, se non avessimo deciso di pubblicarlo non saremmo forse ancora alle prese con una verità comodissima, quella del crimine malavitoso o a sfondo sessuale?

E’ così evidente che le autorità del regime egiziano continuano a far finta di nulla, a trincerarsi dietro «le indagini» e intanto probabilmente preparano proprio quella verità di comodo che il nostro governo a parole dichiara di volere evitare.

Abbiamo pubblicato l’articolo di Giulio (tacendo naturalmente il nome dell’altro collaboratore) perché fossero chiari i motivi politici che avevano indotto a ucciderlo e confutare così il tentativo di attribuire la sua morte a un volgare crimine malavitoso o a sfondo sessuale, tutte piste vergognose su cui le autorità insistono, dando spazio all’oggettività di una indagine che ha invece profondi contenuti politici.

L’ambiente «innesca» i geni. Così possono esplodere comportamenti antisociali

Le violenze sui bambini e le violenze da grandi
di Giuseppe Remuzzi (Corriere)

Geni o ambiente? Il solito problema mai risolto che questa volta si applica a chi ha subito violenza da piccolo. Questi bambini, dall’adolescenza in poi possono avere comportamenti antisociali e qualcuno diventa persino aggressivo o commette dei crimini. Non tutti però, molti di loro avranno una vita normale, socievoli o meno si capisce, ma come tutti gli altri.
Perché qualcuno di loro sì e qualcuno no? Non lo sa nessuno. Potrebbe dipendere dai geni di cui si sa qualcosa ma non tutto, oppure dall’ambiente, dai genitori per esempio o dalle persone che frequentano o dalla scuola e dalle possibilità economiche. Come orientarsi?
Provate a chiedere a un genetista, vi dirà quasi sicuramente che tutto dipende dal Dna; poi fate la stessa domanda a uno psicologo, vi risponderà che è tutta questione di ambiente, quello in cui questi ragazzi sono cresciuti. Insomma siete al punto di prima, chi ha ragione? Tutti e due almeno un po’. Il fatto è che per rispondere a domande così bisognerebbe aver studiato il problema in modo molto più approfondito di come è stato fatto finora. Ci vorrebbero dati su varie popolazioni di ragazzi e si dovrebbero poter confrontare quelli che hanno avuto un’infanzia felice con chi invece ha subito violenza e il comportamento di questi ragazzi poi andrebbe seguito nel tempo e lo si dovrebbe poter fare per un periodo abbastanza lungo. Difficile, ma non impossibile, tanto che ricercatori del Canada — il lavoro è pubblicato su «The British Journal of Psychiatry» di questi giorni — ci sono riusciti. Hanno preso in esame più di tremila ragazzi, la maggior parte di loro con una vita del tutto normale fin da piccoli, ma c’era anche chi aveva avuto un’infanzia difficile. L’obiettivo di tutto questo poi era di studiare l’influenza dei geni sul comportamento che i ragazzi avrebbero avuto negli anni successivi. I ricercatori non potevano certo studiare l’intero genoma — almeno 30 mila geni con interazioni estremamente articolate tra loro e sistemi di regolazione che rendono tutto ancora più complicato — perché mettere in rapporto una o più alterazioni genetiche con diversi comportamenti è più difficile che cercare l’ago nel pagliaio. Così hanno fatto riferimento a un lavoro precedente pubblicato su «Science» da un gruppo di psichiatri inglesi, americani e neozelandesi che aveva già dimostrato come i comportamenti antisociali di chi aveva subito violenza da piccolo dipendevano soprattutto da un gene che presiede alla sintesi di una proteina: monoaminossidasi A (MAOA) — si tratta di un enzima che degrada noradrenalina, serotonina e dopamina, ormoni che funzionano come «neurotrasmettitori», aiutano cioè i neuroni a dialogare fra loro e in questo modo governano emozioni, tono dell’umore ma anche depressione, rabbia e tanto d’altro.
Una volta deciso di concentrarsi su quel gene, il resto diventava più facile. Si trattava di mettere in rapporto certe variazioni (i medici dicono polimorfismi) del gene MAOA con il comportamento dei ragazzi nel tempo confrontando chi aveva subito violenza da piccolo con gli altri.
La prima informazione che viene fuori da questo studio — e non è di poco conto — è che essere esposti a violenza da piccoli aumenta davvero la probabilità di sviluppare con il tempo una personalità antisociale fino ad arrivare, per qualcuno di questi, a comportamenti aggressivi, in famiglia per esempio o con il partner. Fin qui non c’è niente di nuovo e ci si poteva arrivare con il buon senso, ma il rigore con cui è stato condotto questo studio e il tempo di osservazione così prolungato ci consentono oggi di avere qualche certezza in più.
Un’altra informazione importante che emerge dallo studio canadese è che la variazione del gene MAOA, proprio quello identificato più di dieci anni fa su «Science», influenza in modo importante l’eventuale comportamento antisociale di chi ha subito violenza da piccolo. Questo polimorfismo ce l’ha il 30 per cento della popolazione e sono proprio i portatori di questa variazione ad avere alla lunga le maggiori difficoltà di rapporto con gli altri.
Ma l’informazione forse più importante che emerge da questo studio è che la variazione genetica da sola non basta a scatenare comportamenti antisociali. L’effetto negativo dell’alterazione genetica sul comportamento si esprime solo in contesti molto particolari che configurano di fatto circostanze ambientali sfavorevoli. Così la domanda che c’eravamo posti all’inizio (vale per questo ma per tantissime altre condizioni in cui ci si interroga sull’influenza dei geni rispetto all’ambiente) andrebbe posta in un altro modo: «Com’è che l’ambiente può modificare l’espressione o la funzione di certi geni?». Più si studia e più ci si rende conto che non ci sono comportamenti che dipendono dai geni e comportamenti che dipendono dall’ambiente. Ci sono piuttosto predisposizioni genetiche che consentono in circostanze ambientali particolari di sviluppare certi comportamenti piuttosto che altri. Ed è vero anche il contrario. Capita che l’ambiente possa influenzare attraverso modifiche che i medici chiamano epigenetiche, l’espressione di certi geni e questo si traduce in comportamenti diversi a seconda delle circostanze.
Insomma, nel caso dei bambini che hanno subito violenza da piccoli non bastano i geni per sviluppare comportamenti antisociali e altre forme di labilità psichica: ci vogliono circostanze ambientali sfavorevoli. Il termine «ambiente» però è un po’ vago. Il passo successivo rispetto allo studio del «British Journal of Psychiatry» sarà quello di capire quali sono queste circostanze ambientali sfavorevoli e come si possono prevenire i comportamenti antisociali ed eventualmente aggressivi. E non è solo una curiosità; il giorno che riusciremo a capirlo la vita di questi ragazzi potrebbe cambiare.

All’origine dell’ira

Che cosa sono gli scoppi di collera? Si tratta di qualcosa anticamente finalizzato alla nostra sicurezza che oggi può addirittura metterla a repentaglio. Perché? Perché il cervello si è formato per dare risposte rapide a situazioni pericolose, non per essere logico. Perciò non sempre distinguiamo bene e male

di Leonardo Boncinelli (Corriere)

Quando ero piccolo mio padre inveiva spesso contro i mercanti di armi — «di cannoni», diceva lui — che riteneva essere all’origine di tutte le guerre. A quell’epoca io non avevo la più pallida idea di che cosa fosse la biologia — l’ho scoperta solo a 25 anni! — e ancora meno la biologia del comportamento, ma la faccenda non mi quadrava affatto. Mi pareva semplicistica, antistorica e poco aderente all’osservazione della ordinaria microconflittualità quotidiana di tutti contro tutti, suscettibile di alcuni improvvisi incredibili inasprimenti. A parte il fatto che non esiste alcun fenomeno che abbia un’unica causa, sarebbe stato opportuno, pensavo, chiedersi se la conflittualità tra individui non avesse anche una qualche base biologica, oltre che storica.
A metà gennaio la rivista «Science» ha pubblicato una recensione del libro Why we snap , cioè «Perché scattiamo. Comprendere il circuito della collera nel nostro cervello» di R. Douglas Fields (Dutton, 2015). In questa lunga recensione, Pascal Wallisch, psicologo dell’Università di New York, tocca molti dei temi connessi all’argomento, a partire dalla nostra cosiddetta razionalità e dalla nostra scarsa linearità di comportamento. Lo studio delle dinamiche economiche assume che queste vedano come attore principale un essere umano dotato di specifiche qualità, che è stato convenzionalmente definito homo oeconomicus . La caratteristica fondamentale di costui o di costei è quella di agire sempre razionalmente e lucidamente, in modo da massimizzare il proprio guadagno, tenendo conto delle condizioni in cui si trova a operare. Si tratta ovviamente di una idealizzazione — come quelle di un moto in assenza di attrito, di gas ideale e di corpo solido — utile per impostare un’analisi dei processi economici che si osservano nelle varie situazioni.
Le neuroscienze ci hanno insegnato però negli ultimi trent’anni che nessuno di noi si può comportare così in ogni situazione, non solo in pratica, ma nemmeno in teoria. Perché? Perché ciascuno di noi possiede una sorta di «razionalità limitata», limitata per almeno due ragioni. Perché, anche se fosse perfetta, la nostra razionalità dovrebbe sempre fare i conti con l’interferenza del nostro onnipresente universo emotivo, e soprattutto perché la razionalità di ciascuno di noi è gravemente imperfetta e mostra specifiche «falle», vere e proprie «illusioni cognitive», che ci inducono spesso a fare scelte sbagliate, soprattutto, va detto, se si deve decidere in fretta e in condizioni di stress.
Tanto per giocare, sottoponetevi a questo semplice problemino, abbastanza noto e di cui s’è già scritto su «la Lettura». Un tifoso compra insieme una felpa e un distintivo della propria squadra preferita. Per comprare le due cose, spende 110 euro. Se la felpa è costata 100 euro più del distintivo, quanto è costato il distintivo? Provate a rispondere e vedrete che molti di voi daranno una risposta sbagliata, non perché siate stupidi, ma perché il nostro cervello funziona bene soltanto fino a un certo punto, a meno che non lo si metta alla frusta. Cosa che spesso non si fa e che è, per esempio, all’origine del fatto che le cose costino 4,99 euro invece che 5. E questi non sono che alcuni esempi elementari.
Colui che ha il merito principale di avere scoperto queste sorprendenti proprietà del nostro cervello, Daniel Kahneman, ha ottenuto un premio Nobel per la sua scoperta. L’andamento dell’economia mondiale degli ultimi anni, d’altra parte, ha messo drammaticamente a nudo quanto difettosi, oltre che improvvidamente emotivi, siano i ragionamenti di cui sono capaci anche i migliori operatori di mercato. Considerazioni del genere sono ormai all’ordine del giorno e ne è anche nata una nuova scienza, la neuroeconomia.
Ma qual è il motivo per cui il ragionamento degli individui ha tutte queste defaillance ? La risposta è semplice. Quando il nostro cervello si è formato e perfezionato non esistevano partite di scacchi, indovinelli logici o agenti delle assicurazioni, mentre esisteva un enorme numero di situazioni pericolose dove era richiesta una pronta valutazione delle condizioni ambientali e una decisione molto spedita. La nostra mente doveva essere veloce a valutare, e capace di decisioni tempestive, piuttosto che logicamente ineccepibili. Noi abbiamo ereditato un cervello di questo tipo e quello usiamo anche oggi che le condizioni esterne sono tanto diverse. Ci vorranno millenni, se ci saranno, perché quello cambi e ci dobbiamo arrangiare con ciò che abbiamo, ovvero un buon compromesso fra prontezza e rigore. Il fatto poi che possediamo una matematica e perfino una logica, una disciplina nata anzi praticamente adulta già venticinque secoli fa, deriva dal fatto che non esiste al mondo un unico individuo, ma una moltitudine di persone che, agendo collettivamente, riescono a sopperire ai difetti logici di ciascuno di noi.
Se si vogliono veramente comprendere molte delle nostre caratteristiche occorre spesso mettere la questione in prospettiva e considerarla da un punto di vista evoluzionistico, anche se con le dovute cautele.
Lo stesso vale per i nostri inopinati scatti di collera, per le nostre ostilità, sorde o conclamate, e la nostra perdurante e logorante conflittualità sociale. Negarlo serve solamente a impedirci di comprendere e magari porre rimedio, perché comprendere è sempre necessario anche per poter cambiare le cose e renderle più in linea con i nostri desideri. Non basta desiderarlo, sperarlo o prometterlo, come fanno molto spesso i promettitori di professione, iperbolici reclamizzatori del nulla.
Anche per quanto riguarda gli scoppi d’ira, rari fortunatamente, ma talvolta disastrosi e spesso memorabili anche per chi vi è stato coinvolto, è possibile individuare un’origine evolutiva, che può anche rivelare il suo volto paradossale: qualcosa originariamente finalizzato a proteggere la nostra sicurezza, la può mettere gravemente a rischio nel mondo di oggi, e comunque spingerci a comportamenti inappropriati alla situazione. Nove sembrano essere le situazioni più indicate per scatenare la nostra collera: una minaccia per la nostra vita oppure per parti del nostro corpo; una minaccia per il partner o altri membri della famiglia oppure anche per il gruppo di appartenenza; insulti a noi oppure all’ordinamento sociale; un tentativo di invadere il nostro territorio oppure di appropriarsi di roba nostra; e infine una qualche forma di costrizione che ci impedisca libertà d’azione. Sopravvivenza, quindi, e integrità per noi e le persone a noi più vicine, territorialità in senso proprio o esteso, e libertà di manovra materiale e virtuale, sono, non sorprendentemente, le questioni sul tavolo, alle quali teniamo sopra a tutto il resto. A queste aggiungerei almeno l’intransigenza per una mancanza di rispetto e di considerazione, istanza molto sentita oggi in un mondo dominato dalla conoscenza e dalla comunicazione.
Che cosa mette in moto tutto questo? Mette in moto una serie di aree cerebrali connesse con l’emotività, dopo una valutazione prettamente emotiva mediata dall’amigdala e una più meditata operata dell’ippocampo. A seguito di tutto ciò si passa o non si passa all’azione, in dipendenza della gravità degli stimoli, della situazione complessiva e dell’indole del soggetto implicato, il cui comportamento può anche variare da momento a momento.
Questo è quello che accade dentro di noi. Su questo va poi esercitata un’eventuale azione inibitoria da parte della corteccia cerebrale e della nostra cosiddetta razionalità, sulla base della nostra indole e dell’educazione che abbiamo ricevuto. La cosa può magari essere egregiamente arginata centinaia di volte e manifestarsi più o meno clamorosamente soltanto una o due volte. Spesso senza una concreta possibilità di prevedere. Oppure restare a «bollire in pentola» per anni senza manifestazione alcuna e magari «esplodere» all’improvviso, con atti concreti di ostilità o con decisioni altrettanto inconfondibili verso questo o quello oppure questi o quelli, anche mai incontrati di persona.
Il quadro è essenzialmente questo, e non c’è dubbio che contrasti un po’ con la concezione tipica della nostra cultura, figlia della filosofia occidentale e riflessa nelle norme del diritto, che considerano l’uomo come capace di distinguere chiaramente il bene dal male e quindi pienamente responsabile delle proprie azioni e dei propri errori.
L’autore fa notare però che molte di queste idee sono state elaborate per via speculativa secoli e secoli prima dello sviluppo delle moderne neuroscienze. Viene quasi da pensare che per molta filosofia valga quanto abbiamo detto di certe istanze biologiche: erano fondamentali e di grande utilità una volta; possono essere di dubbia utilità o anche d’intralcio oggi. Un po’ di quello che ci hanno insegnato le neuroscienze potrebbe essere perciò proficuamente incorporato nelle nostre concezioni correnti.