Intervista. «Renzi vuole una tv pubblica come la Treccani. Viale Mazzini come la Bbc? Non basta fare un corso di inglese ai giornalisti assunti con le clientele». «Il Biscione punta lontano. Berlusconi abbandona la politica e torna protagonista della televisione, con le torri si guadagnano molti soldi»
Daniela Preziosi (Il Manifesto)
Mai come adesso Mediaset stava vivendo come un pachiderma, come una televisione che riprende programmi da un catalogo della tv commerciale ormai vecchio, antico, per nostalgici degli anni 80: l’Isola dei famosi, il Karaoke che andrà in onda più in là. Invece, con questa Opa, diventa un nuovo competitore del mercato». Carlo Freccero, uomo di tv e di comunicazione, nella sua lunga carriera è stato dirigente Rai e Fininvest. Ragiona sull’opa di Mediaset su Rai way, l’infrastruttura delle torri Rai. Qualcosa non gli torna. «Così Mediaset si scrolla di dosso l’immobilità per muoversi con sicurezza sul mercato. Perché?».
Perché, Freccero?
Mediaset da tempo ha perso la battaglia dei contenuti perché i nostri prodotti non possono competere con i colossi americani. Oggi il prodotto vince sulla tv generalista. Ora quindi si muove su altri fronti. Se davvero il patto del Nazareno è rotto, Berlusconi lascia la politica e torna il protagonista della tv. L’Opa sulla struttura, quelle che io chiamo ’le autostrade della comunicazione’, è un modo per dire: almeno controllerò il pedaggio ai nuovi che arrivano. Di più: io, cioè Mediaset, mi aggiorno su un fatto cruciale, la convergenza. La nuova tv lavora sulla convergenza fra tv telefonia e internet.
La tv generalista però da noi va ancora forte.
Perché viviamo in un paese dominato dall’Auditel, che è fatto in quota proprio come le torri. Ma ormai, nel nuovo scenario, il prodotto vince sulla linea editoria. E quindi chi non ha la possibilità di aggiornarsi cerca una presenza massiccia sulle ’autostrade’. E guadagna un sacco di soldi. E poi c’è anche un piano B.
Qual è il piano B?
Credo che Mediaset abbia in testa un patto con Telecom. Anche Telecom ha messo in vendita i suoi siti e le sue torri. E in Telecom c’è il gruppo Bolloré che a sua volta è azionista di Havas, colosso della comunicazione. Che a sua volta è azionista di Canal Plus, che si occupa di contenuti. Ecco la furbizia: farà concorrenza a Murdoch, il vero nemico di Pier Silvio Berlusconi. Anche perché Murdoch sta per scendere dal satellite sul free, perché l’Italia ha un tetto di abbonati oltre in quale non si può andare. Lo ha già fatto con l’informazione. E la Rai per Berlusconi non è un avversario, neanche un alleato: ha un’audience vecchia. Berlusconi deve trovarsi un alleato. E Canal Plus è il nemico acerrimo di Murdoch.
Mediaset punta dunque a fare concorrenza a Murdoch. E la Rai?
Da tutto questo il servizio esce completamente ridimensionato. Vede, nel capitalismo le crisi periodiche hanno la funzione specifica di ripulire il mercato dei rentier dalla rendita parassitaria e riportare tutte le risorse sul mercato degli investimenti. Oggi la crisi ha un compito diverso: privatizzare, tagliare ogni risorsa al pubblico per riversare tutte le risorse sul mercato. Non a caso ai paesi in crisi si offrono finanziamenti in cambio di privatizzazioni, vedi la Grecia. Il modello europeo del secolo scorso aveva come valori lo stato sociale, il servizio pubblico anche radiotv, la scuola pubblica. Oggi invece il ’pubblico’ è diventato sinonimo di spreco, casta, di abuso della politica. Quindi anche i governi che si proclamano di sinistra vogliono privatizzare, tagliare. Il piano per la Rai è tagliare i tg e cioè il pluralismo. Ma il pluralismo è un elemento creativo, era l’unica cosa che rimaneva alla Rai. La verità è che la Rai viene dimensionata, e la politica di Renzi è la privatizzazione.
Ma modello Bbc, di cui si parla oggi, è pluralista ma anche senza sprechi.
Ho letto che Milena Gabanelli propone difare come la Bbc. Ma tu ce li vedi i giornalisti entrati per clientela che si trasformano in giornalisti inglesi? Non è che con un corso di inglese fanno la Bbc. Mi sembra utopia.
Come si dovrebbero nominare i vertici Rai?
È inutile che io dia suggerimenti a Renzi, so che manda sms ai suoi amici e solo quelli legge. Vedo che vuole trasformare la Rai nell’istituto Treccani. Una Rai che già non conta niente verrà ancora ridotta.
Scusi, ma proprio lei che è stato allontanato dalle reti Rai sostiene che l’attuale Rai è pluralista?
Se dovessero dare a me la riforma della Rai, inizierei potenziando il pluralismo. La tv ci condiziona, ci plasma. Molte ricerche dicono che chi è esposto di più a certi programmi tv — cronaca, nera — è più esposto alla paura e all’insicurezza. Questa tv spinge a destra: il successo di Salvini è il tipico prodotto della nostra tv localistica e generalista. Invece oggi più che mai serve un una tv critica, che difenda lo spettatore dalla manipolazione, che è il vero tema della comunicazione. In internet il vero e il falso sono lo stesso. E la manipolazione passa per gli algoritmi di internet. Serve una tv che crei spettatori avvertiti, quindi intelligenti. E infatti la fiction dei grandi colossi americani è fiction di critica,che ti fa vedere per esempio che la giustizia è uno strumento in mano ai più forti. Cosa vuol fare Renzi della Rai? Dice parole vaghe: la bellezza, l’arte. Puttanate. Vuole solo privatizzare.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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27.2.15
16.12.13
Il Paese stanco che non crede più a tg e talk show
di ILVO DIAMANTI (repubblica.it)
Mappe. Indagine Demos-Coop: l'Italia delusa si rifugia nei social network. Nello scambio tra televisione e potere, la paura cresce sempre più, si moltiplica. Anche la satira non diverte più
Gli italiani continuano a informarsi, in larga maggioranza, seguendo la tivù. Anche se ne hanno sempre meno fiducia e usano, in misura crescente, la Rete. Perché la considerano il canale più libero e indipendente. E permette loro di informarsi navigando tra diversi media. È il ritratto che si scorge scorrendo i risultati della VII Indagine di Demos-Coop su "Gli italiani e l'informazione". Otto persone su dieci, infatti, affermano di informarsi quotidianamente in televisione, il 47% su Internet.
LE TABELLE (Rapporto demos&pi 2013)
Sei anni fa, coloro che utilizzavano Internet erano poco più della metà (25%), mentre il seguito della tv era più elevato di 7 punti. Si tratta di una tendenza chiara, precisata dalla tenuta della radio (circa il 40%) e dalla riduzione significativa dei giornali. Oggi, sostanzialmente sullo stesso livello di un anno fa (25%), ma in calo di 5 punti rispetto al 2007. La popolazione italiana, dunque, si serve sempre più e sempre più spesso della Rete, come fonte di informazione diretta, ma anche per accedere ad altri media, in particolare i giornali. Due navigatori di Internet su tre (e quasi metà sulla popolazione intervistata) affermano, infatti, di leggere regolarmente i quotidiani online. Reciprocamente, i giornali (e i notiziari radio-tv) si connettono alla Rete, attraverso edizioni online e digitalizzate. Inoltre, utilizzano i Social Network, in particolare Twitter, come canale diretto con i leader e gli opinion maker.
Questa evoluzione è favorita dalla rapida diffusione delle tecnologie di comunicazione. Nell'ultimo anno, non a caso, la quota di coloro che si collegano a Internet mediante i cellulari oppure i tablet è cresciuta sensibilmente. Di 20 punti: dal 37% al 57%.
Tuttavia, la tv resta ancora, di gran lunga, il riferimento più frequentato. Come si è visto alle ultime elezioni politiche. Le più "televisive" della storia, nonostante la diffusione della Rete.
Eppure, come si è detto, la tv gode di un grado di fiducia limitato. Solo due persone su dieci la considerano un medium davvero indipendente e libero. Peraltro, gran parte dei programmi di informazione televisivi appare in calo di credibilità. I tg, soprattutto. Il Tg3 (56,7% di valutazioni positive) e il Tg1 (52,4%) continuano ad essere i più accreditati, fra gli italiani. Ma subiscono, entrambi, un declino. Particolarmente rilevante, nel caso del Tg1, rispetto al 2007. Come, d'altronde, il Tg2. Il calo di fiducia colpisce, a maggior ragione, le testate giornalistiche delle reti Mediaset. Il Tg di La7, invece, segna un aumento di credibilità, rispetto al 2007, ma, per la prima volta dopo tanti anni, arretra, seppur di poco, rispetto al 2012. Gli unici tg che registrano una crescita costante, anche nell'ultimo anno, sono quelli sulle reti all news. Rai News24 e Sky Tg24. Insomma, l'informazione tivù ha perduto e sta perdendo credito, in misura diversa, un po' dovunque. La stessa tendenza coinvolge i programmi di approfondimento e i talk legati all'attualità politica e sociale. Molti, fra i più conosciuti e considerati, fino ad oggi, subiscono un brusco calo di fiducia. Ballarò, Servizio Pubblico, Otto e mezzo, In mezz'ora: pérdono tutti intorno ai 4-5 punti, nella valutazione degli italiani (intervistati). Solo Report, un programma di inchiesta, e Piazza Pulita, un talk di battaglia, fanno registrare una crescita di consensi significativa. Così, Ballarò si conferma primo, nella graduatoria della fiducia. Ma, per la prima volta, da quando viene condotta l'indagine di Demos-Coop, il talk condotto da Giovanni Floris condivide il primato. Con Report, appunto. Il programma di Milena Gabanelli.
Perfino i talk satirici e l'infotainment suscitano minore confidenza. Il grado di fiducia verso Striscia la Notizia, in particolare, nell'ultimo anno, è sceso di 5 punti e di 2 quello verso Che tempo che fa, il talk condotto da Fabio Fazio. Mentre le Iene tengono. E Crozza contribuisce agli ascolti di Ballarò. Così, i programmi pop-talk e di satira politica si allineano, tutti, intorno al 50% di gradimento. Nessuno svetta sugli altri.
È come se, in tivù, l'informazione, l'approfondimento, la stessa satira, suscitassero interesse, ma anche stanchezza. E un po' di fastidio. Probabilmente perché la crisi, economica e politica, è difficile per tutti. Sentirne parlare non conforta. Produce, anzi, un senso di malessere che ha contaminato, in qualche misura, anche i media.
D'altronde, gran parte della popolazione sceglie i tg e i programmi di informazione in base alle proprie preferenze politiche. Il pubblico di centrosinistra dimostra fiducia per il Tg3 e il Tg di La7. Il quale risulta, in assoluto, il più apprezzato dagli elettori del M5S. D'altra parte, il Tg di Mentana è quello che ha riservato maggiore spazio e attenzione a Grillo e al M5S, ben prima del voto di febbraio. Gli elettori di centrodestra, invece, guardano con fiducia i tg delle reti Mediaset. E gli elettori di centro si fidano soprattutto del Tg1 e di Rai News 24. Come in passato, dunque, gli italiani, nella tv, cercano conferma alla loro identità politica.
Da ciò, la crescente sfiducia verso l'informazione televisiva. Se, infatti, il legame fra orientamento politico e consumo televisivo appare stretto, allora il clima di distacco e di ostilità verso la politica, che si respira nella società, non può non coinvolgere anche la televisione. Principale, quasi unico, "campo di combattimento" della politica italiana. Ma ciò genera un circuito vizioso. Così, paura e sfiducia, nello scambio tra pubblico e televisione, si rafforzano reciprocamente. È l'Italia del disgusto politico e dei forconi. Prima che sia troppo tardi, qualcuno dovrebbe interrompere questo inseguimento senza fine. Ma è difficile che ciò avvenga per iniziativa del pubblico. Della società. E ho il sospetto che neppure i media, in particolare la tivù, siano disposti a cambiare una programmazione. Che garantisce ancora ascolti, anche se usurata. Così è probabile che lo "spettacolo" continui. Con gli stessi format. Con gli stessi effetti sul "pubblico". Tutti insieme: sfiduciati e scontenti. Fino al collasso del clima d'opinione. Che, in effetti, sembra ormai prossimo.
Mappe. Indagine Demos-Coop: l'Italia delusa si rifugia nei social network. Nello scambio tra televisione e potere, la paura cresce sempre più, si moltiplica. Anche la satira non diverte più
Gli italiani continuano a informarsi, in larga maggioranza, seguendo la tivù. Anche se ne hanno sempre meno fiducia e usano, in misura crescente, la Rete. Perché la considerano il canale più libero e indipendente. E permette loro di informarsi navigando tra diversi media. È il ritratto che si scorge scorrendo i risultati della VII Indagine di Demos-Coop su "Gli italiani e l'informazione". Otto persone su dieci, infatti, affermano di informarsi quotidianamente in televisione, il 47% su Internet.
LE TABELLE (Rapporto demos&pi 2013)
Sei anni fa, coloro che utilizzavano Internet erano poco più della metà (25%), mentre il seguito della tv era più elevato di 7 punti. Si tratta di una tendenza chiara, precisata dalla tenuta della radio (circa il 40%) e dalla riduzione significativa dei giornali. Oggi, sostanzialmente sullo stesso livello di un anno fa (25%), ma in calo di 5 punti rispetto al 2007. La popolazione italiana, dunque, si serve sempre più e sempre più spesso della Rete, come fonte di informazione diretta, ma anche per accedere ad altri media, in particolare i giornali. Due navigatori di Internet su tre (e quasi metà sulla popolazione intervistata) affermano, infatti, di leggere regolarmente i quotidiani online. Reciprocamente, i giornali (e i notiziari radio-tv) si connettono alla Rete, attraverso edizioni online e digitalizzate. Inoltre, utilizzano i Social Network, in particolare Twitter, come canale diretto con i leader e gli opinion maker.
Questa evoluzione è favorita dalla rapida diffusione delle tecnologie di comunicazione. Nell'ultimo anno, non a caso, la quota di coloro che si collegano a Internet mediante i cellulari oppure i tablet è cresciuta sensibilmente. Di 20 punti: dal 37% al 57%.
Tuttavia, la tv resta ancora, di gran lunga, il riferimento più frequentato. Come si è visto alle ultime elezioni politiche. Le più "televisive" della storia, nonostante la diffusione della Rete.
Eppure, come si è detto, la tv gode di un grado di fiducia limitato. Solo due persone su dieci la considerano un medium davvero indipendente e libero. Peraltro, gran parte dei programmi di informazione televisivi appare in calo di credibilità. I tg, soprattutto. Il Tg3 (56,7% di valutazioni positive) e il Tg1 (52,4%) continuano ad essere i più accreditati, fra gli italiani. Ma subiscono, entrambi, un declino. Particolarmente rilevante, nel caso del Tg1, rispetto al 2007. Come, d'altronde, il Tg2. Il calo di fiducia colpisce, a maggior ragione, le testate giornalistiche delle reti Mediaset. Il Tg di La7, invece, segna un aumento di credibilità, rispetto al 2007, ma, per la prima volta dopo tanti anni, arretra, seppur di poco, rispetto al 2012. Gli unici tg che registrano una crescita costante, anche nell'ultimo anno, sono quelli sulle reti all news. Rai News24 e Sky Tg24. Insomma, l'informazione tivù ha perduto e sta perdendo credito, in misura diversa, un po' dovunque. La stessa tendenza coinvolge i programmi di approfondimento e i talk legati all'attualità politica e sociale. Molti, fra i più conosciuti e considerati, fino ad oggi, subiscono un brusco calo di fiducia. Ballarò, Servizio Pubblico, Otto e mezzo, In mezz'ora: pérdono tutti intorno ai 4-5 punti, nella valutazione degli italiani (intervistati). Solo Report, un programma di inchiesta, e Piazza Pulita, un talk di battaglia, fanno registrare una crescita di consensi significativa. Così, Ballarò si conferma primo, nella graduatoria della fiducia. Ma, per la prima volta, da quando viene condotta l'indagine di Demos-Coop, il talk condotto da Giovanni Floris condivide il primato. Con Report, appunto. Il programma di Milena Gabanelli.
Perfino i talk satirici e l'infotainment suscitano minore confidenza. Il grado di fiducia verso Striscia la Notizia, in particolare, nell'ultimo anno, è sceso di 5 punti e di 2 quello verso Che tempo che fa, il talk condotto da Fabio Fazio. Mentre le Iene tengono. E Crozza contribuisce agli ascolti di Ballarò. Così, i programmi pop-talk e di satira politica si allineano, tutti, intorno al 50% di gradimento. Nessuno svetta sugli altri.
È come se, in tivù, l'informazione, l'approfondimento, la stessa satira, suscitassero interesse, ma anche stanchezza. E un po' di fastidio. Probabilmente perché la crisi, economica e politica, è difficile per tutti. Sentirne parlare non conforta. Produce, anzi, un senso di malessere che ha contaminato, in qualche misura, anche i media.
D'altronde, gran parte della popolazione sceglie i tg e i programmi di informazione in base alle proprie preferenze politiche. Il pubblico di centrosinistra dimostra fiducia per il Tg3 e il Tg di La7. Il quale risulta, in assoluto, il più apprezzato dagli elettori del M5S. D'altra parte, il Tg di Mentana è quello che ha riservato maggiore spazio e attenzione a Grillo e al M5S, ben prima del voto di febbraio. Gli elettori di centrodestra, invece, guardano con fiducia i tg delle reti Mediaset. E gli elettori di centro si fidano soprattutto del Tg1 e di Rai News 24. Come in passato, dunque, gli italiani, nella tv, cercano conferma alla loro identità politica.
Da ciò, la crescente sfiducia verso l'informazione televisiva. Se, infatti, il legame fra orientamento politico e consumo televisivo appare stretto, allora il clima di distacco e di ostilità verso la politica, che si respira nella società, non può non coinvolgere anche la televisione. Principale, quasi unico, "campo di combattimento" della politica italiana. Ma ciò genera un circuito vizioso. Così, paura e sfiducia, nello scambio tra pubblico e televisione, si rafforzano reciprocamente. È l'Italia del disgusto politico e dei forconi. Prima che sia troppo tardi, qualcuno dovrebbe interrompere questo inseguimento senza fine. Ma è difficile che ciò avvenga per iniziativa del pubblico. Della società. E ho il sospetto che neppure i media, in particolare la tivù, siano disposti a cambiare una programmazione. Che garantisce ancora ascolti, anche se usurata. Così è probabile che lo "spettacolo" continui. Con gli stessi format. Con gli stessi effetti sul "pubblico". Tutti insieme: sfiduciati e scontenti. Fino al collasso del clima d'opinione. Che, in effetti, sembra ormai prossimo.
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9.7.11
Rai, lo scandalo della Struttura Delta così Berlusconi ha ingannato gli italiani
L'attività di un sodalizio nel sistema pubblico televisivo per condizionare l'opinione pubblica e controllare tutta l'informazione. Al servizio di un solo uomo. Il presidente della Vigilanza Zavoli: fare chiarezza sulle telefonate inquietanti. Lei: nessun giudizio sommario
di GIUSEPPE D'AVANZO
I DOCUMENTI sonori che le inchieste di Repubblica/l'Espresso vanno pubblicando nella sezione dedicata del sito dimostrano qualche fatto ostinatissimo.
In Rai, nel sistema pubblico televisivo, è stata all'opera - e nessuno può escludere che ancora lo sia, se solo si guarda a quel che combina ogni sera il direttore del Tg1 - un sodalizio che, al servizio di un solo uomo, proprietario di Mediaset e capo del governo, ha manipolato l'informazione. Ha corrotto il linguaggio. Ha falsificato la realtà. Ha concordato l'agenda dell'attenzione pubblica con il network concorrente. Ha schedato, discriminato e danneggiato i discordi, ovunque fossero in quell'azienda: nelle redazioni, sul palcoscenico, tra i funzionari e dirigenti della Rai.
Il manipolo di infedeli (li si può definire così? O come altro li si può definire?) ha tradito i più elementari principi di correttezza aziendale e, quel che più conta, ha ingannato i telespettatori, i cittadini, l'opinione pubblica.
È questo inganno lo scandalo perché - con un'informazione che nasconde i fatti, li manipola e li confonde, li omette o addirittura li sopprime - la libertà d'opinione viene umiliata, la possibilità del cittadino di formarsi in autonomia una convinzione sullo "stato delle cose" diventa una burla.
A fronte di questo scandalo, è uno scandalo doppio l'indifferenza che vuole nascondere quel che è avvenuto e ancora avviene. Sono di palese evidenza le trascuratezze complici della politica, i silenzi colpevoli degli attori istituzionali. A cominciare dalla magistratura. Per dire meglio, dalla procura di Roma sempre all'altezza dell'antica definizione di "porto delle nebbie".
L'inchiesta che consente di raccogliere le conversazioni del drappello di uomini di Berlusconi al lavoro, nel suo interesse, nel corpaccione della Rai nasce a Milano. S'indaga per una bancarotta fraudolenta. Quando i pubblici ministeri ascoltano quelle conversazioni saltano sulla sedia. La notizia di reato è limpida. Ipotizzano l'abuso d'ufficio, per cominciare. Impacchettano ogni cosa - intercettazioni e brogliacci - e spediscono i documenti a Roma, competente per territorio.
Nella Capitale, l'affare è assegnato al dipartimento della pubblica amministrazione della Procura, diretto dall'"aggiunto" Achille Toro. La toga, oggi nei guai per aver violato il segreto istruttorio a vantaggio dei corrotti e corruttori del "sistema Protezione Civile", è sempre prudente quando in ballo ci sono interessi e destini politici. Lo sarà anche in questo caso. Prima di mettersi in movimento - e nonostante le intercettazioni confermino in modo nitido gli abusi - l'inchiesta s'affloscia in una frettolosa archiviazione. È soltanto la prima omissione, il primo nascondimento.
Oggi con sotto gli occhi le interferenze dirette e indirette di Berlusconi e dei suoi uomini sulla programmazione e l'informazione della Rai qualcosa Viale Mazzini doveva muovere. Anche soltanto per dimostrare di essere ancora in vita. È un paradosso fragoroso: se oggi il direttore generale Lorenza Lei e il consiglio d'amministrazione, presieduto da Paolo Garimberti, possono presentarsi davanti alla commissione parlamentare di vigilanza con in mano una mossa, una replica, una qualche reazione allo scandalo, lo devono non alla loro personale volontà di fare chiarezza, ma alla determinazione di un alto dirigente (Gianfranco Comanducci), oggi vicedirettore generale, di uscire pulito dall'"affaire".
È per sua iniziativa che la Rai ha messo in movimento la struttura aziendale dell'internal auditing che condurrà un'indagine interna. "Sia ben chiaro - dice però la Lei - che non mi presterò e non consentirò che l'azienda possa vedere pregiudicata la propria immagine sulla base di processi sommari, prima ancora che siano accertate eventuali responsabilità sulla base di fatti puntualmente dimostrati".
Non si capisce quale dimostrazione puntuale attenda ancora Lorenza Lei. I documenti sonori resi pubblici da Repubblica danno ragionevolmente prova di tre circostanze.
1. I dirigenti piovuti in Rai da Mediaset o addirittura dalla segreteria di Berlusconi (come Deborah Bergamini) concordano con i dirigenti Mediaset (come Mauro Crippa) il palinsesto in modo da non danneggiare gli ascolti del network privato del Cavaliere.
2. I dirigenti della Rai di provenienza Mediaset definiscono con il capo azienda (Flavio Cattaneo) e alcune direzioni giornalistiche la manipolazione dell'informazione come accade con l'occultamento della sconfitta di Berlusconi alle Regionali del 2005.
3. Quel sodalizio politico-professionale, che chiamiamo per semplificazione giornalistica "Struttura Delta", è organizzato e guidato direttamente da Silvio Berlusconi (è con "il Dottore" che definisce le linee strategiche del lavoro) e ha, tra l'altro, la missione di fare della Rai un'articolazione del partito di Forza Italia.
Ora non interessano i "processi sommari". Né importa il destino personale della squadriglia di infedeli, sempre che facciano un passo indietro e non coltivino l'ambizione di restare ai vertici dell'azienda pubblica. Quel che conta è comprendere e neutralizzare il sistema di comando che il tycoon di Mediaset e capo del governo ha imposto al servizio pubblico radiotelevisivo e chiedersi se le tossine di quegli anni avvelenano ancora la governance della Rai.
Per venirne a capo è necessario sapere che cos'è la "Struttura Delta". Prima che un sodalizio, la "Struttura Delta" è un dispositivo, un metodo di lavoro che consente di disegnare la trama stessa della realtà, di eliminare ogni differenza tra ciò che accade e ciò che la politica vuole raccontare. E' questo il lavoro della "Struttura Delta". Per dirla con uno slogan, la sua missione è rendere impossibile separare i fatti dalle costruzioni ideologiche o dalla pubblicità politica. Chi ricorda, per fare solo un esempio, il 2001 elettorale quando i telegiornali raccontavano le città italiane attraversate da bande assassine di malavitosi mentre Berlusconi, con il sostegno della Lega, incardinava la sua offerta politica nella sicurezza in pericolo?
Il lavoro della "Struttura Delta" non è altro che l'estensione all'informazione Rai e quindi al discorso pubblico dei vecchi comitati editoriali della Fininvest. E' noto. Una volta al mese, "i principali responsabili e attori della comunicazione del gruppo" si incontravano ad Arcore con il Cavaliere per "un franco e approfondito scambio di informazioni e di idee e tra gli opinion makers".
Vediamo quali sono i presenti in una riunione per molti versi storica (le notizie sono tratte da Passionaccia di Enrico Mentana). È il 20 marzo del 1993 e per la prima volta Berlusconi sostiene che "l'attuale situazione è favorevole come non mai per chi provenendo da successi imprenditoriali voglia dedicare i propri talenti al governo della cosa pubblica". È l'annuncio che il Cavaliere vuole farsi leader politico. Quel giorno lo ascoltano, nella rituale riunione mensile, il fratello Paolo, Letta, Confalonieri, Dell'Utri e Del Debbio (allora in Publitalia), i mondadoriani (Tatò, amministratore delegato; Mauri, direttore dei periodici; Monti, Panorama; Briglia e Donelli, Epoca; Bernasconi e Vanni dei femminili; Orlando, il Giornale; Vesigna, Sorrisi e Canzoni), i televisivi (il capo delle produzioni di Roma Vasile, Costanzo, Ferrara, Fede, Gori, Mentana). Con il tempo si aggiungeranno Paolo Liguori, direttore di Studio Aperto, Paolo Guzzanti che avrebbe condotto un talk show televisivo, Vittorio Sgarbi e Giuseppe Dotter, il direttore de La Notte.
Nel tempo sono cambiati i nomi e gli incarichi, non il metodo. Ora immaginiamo la squadra di Berlusconi, che già controlla buona parte dell'informazione e dell'intrattenimento, allargata al direttore generale della Rai, ai direttori di Rai 1 e Rai 2, ai direttori del Tg1 e del Tg2, come a dire quasi del tutto all'altra metà dell'informazione e dell'intrattenimento. Questa "squadra", questa "Struttura" consente a Berlusconi, presidente del Consiglio, di decidere buona parte dell'attenzione pubblica perché il 40 per cento non legge un giornale mentre tutti gli italiani (98.5 per cento) guardano la televisione e per il 70 per cento il telegiornale è la sola e unica finestra sul mondo.
Il Cavaliere si ritrova così tra le mani il controllo pieno dell'agenda dell'informazione. Decide quel che avrà la posizione principale nelle news televisive e sulle prime pagine dei giornali e, quel che più conta, stabilisce ciò che il Paese saprà di se stesso e che cosa gli sta accadendo. Ordina quel di cui discuterà o di che cosa non si discuterà.
È di questo dominio incondizionato sull'attenzione pubblica e sulla realtà che parlano i documenti sonori resi pubblici da Repubblica. Sollevano una questione politica decisiva perché, come scrisse Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio alle Camere del 23 luglio 2002, "la garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta".
Quel che il dispositivo della "Struttura Delta" mette in gioco è quella garanzia e dunque la qualità della nostra democrazia, la sua compiutezza, il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione. E' un diritto che può dirsi soddisfatto, si legge in una sentenza della Corte Costituzionale (155/2002), "dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie - così da porre il cittadino in condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presente punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti - e dall'obiettività e dall'imparzialità delle dati forniti, e infine dalla completezza e dalla correttezza dell'informazione".
È impossibile anche per un mago conciliare queste parole con l'inganno imposto ai cittadini dalla posizione dominante della "Struttura Delta". Lo scandalo è qui. Interpella la Rai, certo, ma anche la politica e chi ha a cuore le parole della Costituzione.
di GIUSEPPE D'AVANZO
I DOCUMENTI sonori che le inchieste di Repubblica/l'Espresso vanno pubblicando nella sezione dedicata del sito dimostrano qualche fatto ostinatissimo.
In Rai, nel sistema pubblico televisivo, è stata all'opera - e nessuno può escludere che ancora lo sia, se solo si guarda a quel che combina ogni sera il direttore del Tg1 - un sodalizio che, al servizio di un solo uomo, proprietario di Mediaset e capo del governo, ha manipolato l'informazione. Ha corrotto il linguaggio. Ha falsificato la realtà. Ha concordato l'agenda dell'attenzione pubblica con il network concorrente. Ha schedato, discriminato e danneggiato i discordi, ovunque fossero in quell'azienda: nelle redazioni, sul palcoscenico, tra i funzionari e dirigenti della Rai.
Il manipolo di infedeli (li si può definire così? O come altro li si può definire?) ha tradito i più elementari principi di correttezza aziendale e, quel che più conta, ha ingannato i telespettatori, i cittadini, l'opinione pubblica.
È questo inganno lo scandalo perché - con un'informazione che nasconde i fatti, li manipola e li confonde, li omette o addirittura li sopprime - la libertà d'opinione viene umiliata, la possibilità del cittadino di formarsi in autonomia una convinzione sullo "stato delle cose" diventa una burla.
A fronte di questo scandalo, è uno scandalo doppio l'indifferenza che vuole nascondere quel che è avvenuto e ancora avviene. Sono di palese evidenza le trascuratezze complici della politica, i silenzi colpevoli degli attori istituzionali. A cominciare dalla magistratura. Per dire meglio, dalla procura di Roma sempre all'altezza dell'antica definizione di "porto delle nebbie".
L'inchiesta che consente di raccogliere le conversazioni del drappello di uomini di Berlusconi al lavoro, nel suo interesse, nel corpaccione della Rai nasce a Milano. S'indaga per una bancarotta fraudolenta. Quando i pubblici ministeri ascoltano quelle conversazioni saltano sulla sedia. La notizia di reato è limpida. Ipotizzano l'abuso d'ufficio, per cominciare. Impacchettano ogni cosa - intercettazioni e brogliacci - e spediscono i documenti a Roma, competente per territorio.
Nella Capitale, l'affare è assegnato al dipartimento della pubblica amministrazione della Procura, diretto dall'"aggiunto" Achille Toro. La toga, oggi nei guai per aver violato il segreto istruttorio a vantaggio dei corrotti e corruttori del "sistema Protezione Civile", è sempre prudente quando in ballo ci sono interessi e destini politici. Lo sarà anche in questo caso. Prima di mettersi in movimento - e nonostante le intercettazioni confermino in modo nitido gli abusi - l'inchiesta s'affloscia in una frettolosa archiviazione. È soltanto la prima omissione, il primo nascondimento.
Oggi con sotto gli occhi le interferenze dirette e indirette di Berlusconi e dei suoi uomini sulla programmazione e l'informazione della Rai qualcosa Viale Mazzini doveva muovere. Anche soltanto per dimostrare di essere ancora in vita. È un paradosso fragoroso: se oggi il direttore generale Lorenza Lei e il consiglio d'amministrazione, presieduto da Paolo Garimberti, possono presentarsi davanti alla commissione parlamentare di vigilanza con in mano una mossa, una replica, una qualche reazione allo scandalo, lo devono non alla loro personale volontà di fare chiarezza, ma alla determinazione di un alto dirigente (Gianfranco Comanducci), oggi vicedirettore generale, di uscire pulito dall'"affaire".
È per sua iniziativa che la Rai ha messo in movimento la struttura aziendale dell'internal auditing che condurrà un'indagine interna. "Sia ben chiaro - dice però la Lei - che non mi presterò e non consentirò che l'azienda possa vedere pregiudicata la propria immagine sulla base di processi sommari, prima ancora che siano accertate eventuali responsabilità sulla base di fatti puntualmente dimostrati".
Non si capisce quale dimostrazione puntuale attenda ancora Lorenza Lei. I documenti sonori resi pubblici da Repubblica danno ragionevolmente prova di tre circostanze.
1. I dirigenti piovuti in Rai da Mediaset o addirittura dalla segreteria di Berlusconi (come Deborah Bergamini) concordano con i dirigenti Mediaset (come Mauro Crippa) il palinsesto in modo da non danneggiare gli ascolti del network privato del Cavaliere.
2. I dirigenti della Rai di provenienza Mediaset definiscono con il capo azienda (Flavio Cattaneo) e alcune direzioni giornalistiche la manipolazione dell'informazione come accade con l'occultamento della sconfitta di Berlusconi alle Regionali del 2005.
3. Quel sodalizio politico-professionale, che chiamiamo per semplificazione giornalistica "Struttura Delta", è organizzato e guidato direttamente da Silvio Berlusconi (è con "il Dottore" che definisce le linee strategiche del lavoro) e ha, tra l'altro, la missione di fare della Rai un'articolazione del partito di Forza Italia.
Ora non interessano i "processi sommari". Né importa il destino personale della squadriglia di infedeli, sempre che facciano un passo indietro e non coltivino l'ambizione di restare ai vertici dell'azienda pubblica. Quel che conta è comprendere e neutralizzare il sistema di comando che il tycoon di Mediaset e capo del governo ha imposto al servizio pubblico radiotelevisivo e chiedersi se le tossine di quegli anni avvelenano ancora la governance della Rai.
Per venirne a capo è necessario sapere che cos'è la "Struttura Delta". Prima che un sodalizio, la "Struttura Delta" è un dispositivo, un metodo di lavoro che consente di disegnare la trama stessa della realtà, di eliminare ogni differenza tra ciò che accade e ciò che la politica vuole raccontare. E' questo il lavoro della "Struttura Delta". Per dirla con uno slogan, la sua missione è rendere impossibile separare i fatti dalle costruzioni ideologiche o dalla pubblicità politica. Chi ricorda, per fare solo un esempio, il 2001 elettorale quando i telegiornali raccontavano le città italiane attraversate da bande assassine di malavitosi mentre Berlusconi, con il sostegno della Lega, incardinava la sua offerta politica nella sicurezza in pericolo?
Il lavoro della "Struttura Delta" non è altro che l'estensione all'informazione Rai e quindi al discorso pubblico dei vecchi comitati editoriali della Fininvest. E' noto. Una volta al mese, "i principali responsabili e attori della comunicazione del gruppo" si incontravano ad Arcore con il Cavaliere per "un franco e approfondito scambio di informazioni e di idee e tra gli opinion makers".
Vediamo quali sono i presenti in una riunione per molti versi storica (le notizie sono tratte da Passionaccia di Enrico Mentana). È il 20 marzo del 1993 e per la prima volta Berlusconi sostiene che "l'attuale situazione è favorevole come non mai per chi provenendo da successi imprenditoriali voglia dedicare i propri talenti al governo della cosa pubblica". È l'annuncio che il Cavaliere vuole farsi leader politico. Quel giorno lo ascoltano, nella rituale riunione mensile, il fratello Paolo, Letta, Confalonieri, Dell'Utri e Del Debbio (allora in Publitalia), i mondadoriani (Tatò, amministratore delegato; Mauri, direttore dei periodici; Monti, Panorama; Briglia e Donelli, Epoca; Bernasconi e Vanni dei femminili; Orlando, il Giornale; Vesigna, Sorrisi e Canzoni), i televisivi (il capo delle produzioni di Roma Vasile, Costanzo, Ferrara, Fede, Gori, Mentana). Con il tempo si aggiungeranno Paolo Liguori, direttore di Studio Aperto, Paolo Guzzanti che avrebbe condotto un talk show televisivo, Vittorio Sgarbi e Giuseppe Dotter, il direttore de La Notte.
Nel tempo sono cambiati i nomi e gli incarichi, non il metodo. Ora immaginiamo la squadra di Berlusconi, che già controlla buona parte dell'informazione e dell'intrattenimento, allargata al direttore generale della Rai, ai direttori di Rai 1 e Rai 2, ai direttori del Tg1 e del Tg2, come a dire quasi del tutto all'altra metà dell'informazione e dell'intrattenimento. Questa "squadra", questa "Struttura" consente a Berlusconi, presidente del Consiglio, di decidere buona parte dell'attenzione pubblica perché il 40 per cento non legge un giornale mentre tutti gli italiani (98.5 per cento) guardano la televisione e per il 70 per cento il telegiornale è la sola e unica finestra sul mondo.
Il Cavaliere si ritrova così tra le mani il controllo pieno dell'agenda dell'informazione. Decide quel che avrà la posizione principale nelle news televisive e sulle prime pagine dei giornali e, quel che più conta, stabilisce ciò che il Paese saprà di se stesso e che cosa gli sta accadendo. Ordina quel di cui discuterà o di che cosa non si discuterà.
È di questo dominio incondizionato sull'attenzione pubblica e sulla realtà che parlano i documenti sonori resi pubblici da Repubblica. Sollevano una questione politica decisiva perché, come scrisse Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio alle Camere del 23 luglio 2002, "la garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta".
Quel che il dispositivo della "Struttura Delta" mette in gioco è quella garanzia e dunque la qualità della nostra democrazia, la sua compiutezza, il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione. E' un diritto che può dirsi soddisfatto, si legge in una sentenza della Corte Costituzionale (155/2002), "dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie - così da porre il cittadino in condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presente punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti - e dall'obiettività e dall'imparzialità delle dati forniti, e infine dalla completezza e dalla correttezza dell'informazione".
È impossibile anche per un mago conciliare queste parole con l'inganno imposto ai cittadini dalla posizione dominante della "Struttura Delta". Lo scandalo è qui. Interpella la Rai, certo, ma anche la politica e chi ha a cuore le parole della Costituzione.
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31.7.09
The Text Revolution - Why Text Is More Efficient Than TV
In the TV Age the tube has dominated breaking news. Watching crucial moments of a big dramatic story on TV can be compelling, and the TV news audience has dwarfed newspaper readership. It is accepted wisdom that TV owns the dramatic breaking story; newspapers bat cleanup.
But maybe not. Watch a big story on cable news and you're in for acres of boring vamping and conjecture wrapped around the couple of minutes here and there that you really do want to see. And those dramatic couple of minutes are endlessly repeated until you're tired of seeing them. Fact is, video is a linear medium that sometimes isn't very efficient at advancing coverage of a story.
On the other hand, text - lowly text - may turn out to be more efficient. Text isn't real-time. Its order can be rearranged on the fly by the reader. It can point to other things - video, photos, charts, diagrams, reference information. More important, it can be skimmed to quickly find only the pieces you're looking for. With mobile devices, text can be transmitted by anyone, quickly and easily.
In the past week, the most compelling coverage of the protests in Iran hasn't been on television, it's been on the internet via Twitter. Thousands of people have been tweeting, reporting what they have seen and pointing readers to photos and video clips posted on YouTube.
Why more compelling? First, it has democratized the reporting, giving access to thousands of eye-witness reports from all over the country, rather than the accounts of a few correspondents who may not have the breadth of access that the thousands of volunteer eye-witnesses do. Perhaps just as important, the short texts are skimmable, and a number of websites have endeavored to collect and sort through the raw reports. Twitter and YouTube have made coverage that is customizeable by readers. No more Wolf Blitzer endlessly filling time while awaiting new developments.
A funny thing has happened on the way to the YouTube revolution: video everywhere has elevated the role of text. People want to watch video, but on their own terms and not in a linear stream decided by someone else. The easiest way to sort information isn't by video, it's by text. Why do people text one another rather than dial their phones and talk? Texts, in an odd way, seem easier.
In the next week or so, Google will release its Google Voice service, which will take your voice mails and convert them to text transcriptions which can be emailed to you. Why? Because voicemail can be clumsy; text takes the interaction online, where it can be controlled by the recipient. It might be easier to record a voice message, but reading that message is more efficient than dialing in to listen to a recording.
That is not to say that listening to someone's voice - the tone, the inflection, the nuance - doesn't provide more information than text. And text doesn't convey the visual experience of video. But in the future, video and audio might be considered the drill-down rather than the headline, a curious flip of the media world we have recently known where TV has offered the raw immediacy and newspapers weigh in later to add the depth.
But maybe not. Watch a big story on cable news and you're in for acres of boring vamping and conjecture wrapped around the couple of minutes here and there that you really do want to see. And those dramatic couple of minutes are endlessly repeated until you're tired of seeing them. Fact is, video is a linear medium that sometimes isn't very efficient at advancing coverage of a story.
On the other hand, text - lowly text - may turn out to be more efficient. Text isn't real-time. Its order can be rearranged on the fly by the reader. It can point to other things - video, photos, charts, diagrams, reference information. More important, it can be skimmed to quickly find only the pieces you're looking for. With mobile devices, text can be transmitted by anyone, quickly and easily.
In the past week, the most compelling coverage of the protests in Iran hasn't been on television, it's been on the internet via Twitter. Thousands of people have been tweeting, reporting what they have seen and pointing readers to photos and video clips posted on YouTube.
Why more compelling? First, it has democratized the reporting, giving access to thousands of eye-witness reports from all over the country, rather than the accounts of a few correspondents who may not have the breadth of access that the thousands of volunteer eye-witnesses do. Perhaps just as important, the short texts are skimmable, and a number of websites have endeavored to collect and sort through the raw reports. Twitter and YouTube have made coverage that is customizeable by readers. No more Wolf Blitzer endlessly filling time while awaiting new developments.
A funny thing has happened on the way to the YouTube revolution: video everywhere has elevated the role of text. People want to watch video, but on their own terms and not in a linear stream decided by someone else. The easiest way to sort information isn't by video, it's by text. Why do people text one another rather than dial their phones and talk? Texts, in an odd way, seem easier.
In the next week or so, Google will release its Google Voice service, which will take your voice mails and convert them to text transcriptions which can be emailed to you. Why? Because voicemail can be clumsy; text takes the interaction online, where it can be controlled by the recipient. It might be easier to record a voice message, but reading that message is more efficient than dialing in to listen to a recording.
That is not to say that listening to someone's voice - the tone, the inflection, the nuance - doesn't provide more information than text. And text doesn't convey the visual experience of video. But in the future, video and audio might be considered the drill-down rather than the headline, a curious flip of the media world we have recently known where TV has offered the raw immediacy and newspapers weigh in later to add the depth.
27.3.09
"Cara sinistra Berlusconi non ha vinto con la tv"
intervista a Mentana: dalla direzione del Tg5 all'addio
"Mai votato per lui, ma dietro c’è un blocco elettorale vero"
FABIO MARTINI
Sostiene Enrico Mentana: «Credo che una persona con la mia storia possa dirlo: la sinistra non ha mai capito il fenomeno Berlusconi. Soprattutto si è dimostrata sbagliatissima l’immagine per cui in questi 15 anni in Italia c’è stato un Grande Fratello tv che ha condizionato le coscienze. Se così fosse stato, non sarebbe accaduto quel che è storia: Berlusconi ha vinto, poi è andato all’opposizione, ha vinto, poi è andato all’opposizione e alla fine ha rivinto». Pochi come Mentana, per molti anni quadro di punta di Mediaset, può raccontare quanto la tv abbia condizionato la politica italiana e quanto la sinistra abbia capito, o frainteso, il fenomeno-Berlusconi. Licenziato dalla sera alla mattina dal Biscione, Mentana dice di sé: «Non ho mai votato per Berlusconi, so che nella fase nascente l’uomo non ha avuto scrupoli nella costruzione di Forza Italia, ma posso testimoniare quanto sbagliata sia l’idea della sinistra di essere sempre stata dalla parte della Storia, mentre gli altri erano i corsari, come se avessero avuto un Moggi. Per la sinistra Berlusconi ha sempre “rubato” la vittoria, ma in realtà loro non hanno mai fatto i conti col blocco elettorale che sostiene il centrodestra».
Partiamo dalla scesa in campo del Cavaliere: nell’entourage stretto chi era favorevole?
«Ricordo la riunione con tutti i direttori: io, Monti di “Panorama”, Briglia di “Epoca”, Gori di Canale 5, Costanzo. E ricordo Letta e Confalonieri che dicevano: Silvio, siamo tutti contrari».
Finché un giorno arriva nelle redazioni di tutti i Tg la famosa cassetta con Berlusconi che annuncia l’ingresso in politica: il Tg5 la trasmise integralmente?
«Ne mandammo in onda meno della metà».
Berlusconi si arrabbiò?
«Pensi che per dimostrare la nostra autonomia, quando Berlusconi presentò il suo primo governo, noi aprimmo il Tg5 delle 20 con un’altra notizia. Allora sbagliai, però questo dimostra che il fenomeno berlusconiano non si capisce con i soliti stereotipi. A proposito, la sera della famosa cassetta, vidi Raiuno...».
Cosa trasmetteva?
«Un grande giornalista come Demetrio Volcic moderò un dibattito nel corso del quale il verde Mauro Paissan disse che Berlusconi era un pallone gonfio di nulla. Era la teoria del partito di plastica, andata avanti per anni. Salvo poi rivalutare la plastica!».
La sinistra e i grandi giornali, dopo la prima Convention di Berlusconi storcevano il naso: in quello snobismo c’è un equivoco durato anni?
«L’illusione della sinistra era che Tangentopoli avesse cancellato l’elettorato moderato: si confondeva il crollo del Palazzo con la scomparsa di un elettorato consolidato che invece era pronto a votare chiunque tranne loro. L’abbaglio contaminò il sistema dei mass media: nessuno vedeva che c’era un’adesione forte e non plastificata. Nel 2001, ben 7 anni dopo la scesa in campo, ricordo un articolo-appello di Umberto Eco, il cui senso era questo: se una persona è perbene, vota a sinistra, se è egoista o fascista, vota a destra. Ma così non si andava lontano».
Nei primi anni la Tv aiutò molto Berlusconi...
«Allora - molto più che in seguito - la tv non ebbe alcun ruolo. Se non quello proprio del mezzo. Allora, da parte del centrodestra, non ci fu la possibilità di strafare».
Per anni la sinistra si è dichiarata per una legge sul conflitto di interessi, ma non è riuscita mai a farla: perché?
«Vogliamo dirla tutta? La sinistra non ha mai fatto la legge perché a loro Berlusconi faceva comodo così! Se ne avessero limitato lo strapotere, non avrebbero potuto più fare campagne sull’antiberlusconismo. Se Berlusconi, scherziamoci, fosse diventato povero, poi come lo attaccavi?».
Difficile negare che i programmi di Mediaset abbiano condizionato il modo di pensare degli italiani...
«La Ruota della fortuna di 15 anni fa e oggi il Grande Fratello non c’entrano niente: ci sono in tutto il mondo. Chiediamocelo: ci sono trasmissioni che hanno cambiato la percezione degli italiani, che hanno fatto decidere che era meglio Berlusconi di Veltroni? Certo, Berlusconi in tv è potentissimo, a Mediaset negli ultimi tempi si stanno chiudendo gli spazi di autonomia, con un’informazione ossequiente o marginalizzata. Ma il vero nemico della sinistra è stato un altro: abbracciare il libero mercato, la globalizzazione e non avere più risposte per l’Italia che cambiava».
lastampa.it
"Mai votato per lui, ma dietro c’è un blocco elettorale vero"
FABIO MARTINI
Sostiene Enrico Mentana: «Credo che una persona con la mia storia possa dirlo: la sinistra non ha mai capito il fenomeno Berlusconi. Soprattutto si è dimostrata sbagliatissima l’immagine per cui in questi 15 anni in Italia c’è stato un Grande Fratello tv che ha condizionato le coscienze. Se così fosse stato, non sarebbe accaduto quel che è storia: Berlusconi ha vinto, poi è andato all’opposizione, ha vinto, poi è andato all’opposizione e alla fine ha rivinto». Pochi come Mentana, per molti anni quadro di punta di Mediaset, può raccontare quanto la tv abbia condizionato la politica italiana e quanto la sinistra abbia capito, o frainteso, il fenomeno-Berlusconi. Licenziato dalla sera alla mattina dal Biscione, Mentana dice di sé: «Non ho mai votato per Berlusconi, so che nella fase nascente l’uomo non ha avuto scrupoli nella costruzione di Forza Italia, ma posso testimoniare quanto sbagliata sia l’idea della sinistra di essere sempre stata dalla parte della Storia, mentre gli altri erano i corsari, come se avessero avuto un Moggi. Per la sinistra Berlusconi ha sempre “rubato” la vittoria, ma in realtà loro non hanno mai fatto i conti col blocco elettorale che sostiene il centrodestra».
Partiamo dalla scesa in campo del Cavaliere: nell’entourage stretto chi era favorevole?
«Ricordo la riunione con tutti i direttori: io, Monti di “Panorama”, Briglia di “Epoca”, Gori di Canale 5, Costanzo. E ricordo Letta e Confalonieri che dicevano: Silvio, siamo tutti contrari».
Finché un giorno arriva nelle redazioni di tutti i Tg la famosa cassetta con Berlusconi che annuncia l’ingresso in politica: il Tg5 la trasmise integralmente?
«Ne mandammo in onda meno della metà».
Berlusconi si arrabbiò?
«Pensi che per dimostrare la nostra autonomia, quando Berlusconi presentò il suo primo governo, noi aprimmo il Tg5 delle 20 con un’altra notizia. Allora sbagliai, però questo dimostra che il fenomeno berlusconiano non si capisce con i soliti stereotipi. A proposito, la sera della famosa cassetta, vidi Raiuno...».
Cosa trasmetteva?
«Un grande giornalista come Demetrio Volcic moderò un dibattito nel corso del quale il verde Mauro Paissan disse che Berlusconi era un pallone gonfio di nulla. Era la teoria del partito di plastica, andata avanti per anni. Salvo poi rivalutare la plastica!».
La sinistra e i grandi giornali, dopo la prima Convention di Berlusconi storcevano il naso: in quello snobismo c’è un equivoco durato anni?
«L’illusione della sinistra era che Tangentopoli avesse cancellato l’elettorato moderato: si confondeva il crollo del Palazzo con la scomparsa di un elettorato consolidato che invece era pronto a votare chiunque tranne loro. L’abbaglio contaminò il sistema dei mass media: nessuno vedeva che c’era un’adesione forte e non plastificata. Nel 2001, ben 7 anni dopo la scesa in campo, ricordo un articolo-appello di Umberto Eco, il cui senso era questo: se una persona è perbene, vota a sinistra, se è egoista o fascista, vota a destra. Ma così non si andava lontano».
Nei primi anni la Tv aiutò molto Berlusconi...
«Allora - molto più che in seguito - la tv non ebbe alcun ruolo. Se non quello proprio del mezzo. Allora, da parte del centrodestra, non ci fu la possibilità di strafare».
Per anni la sinistra si è dichiarata per una legge sul conflitto di interessi, ma non è riuscita mai a farla: perché?
«Vogliamo dirla tutta? La sinistra non ha mai fatto la legge perché a loro Berlusconi faceva comodo così! Se ne avessero limitato lo strapotere, non avrebbero potuto più fare campagne sull’antiberlusconismo. Se Berlusconi, scherziamoci, fosse diventato povero, poi come lo attaccavi?».
Difficile negare che i programmi di Mediaset abbiano condizionato il modo di pensare degli italiani...
«La Ruota della fortuna di 15 anni fa e oggi il Grande Fratello non c’entrano niente: ci sono in tutto il mondo. Chiediamocelo: ci sono trasmissioni che hanno cambiato la percezione degli italiani, che hanno fatto decidere che era meglio Berlusconi di Veltroni? Certo, Berlusconi in tv è potentissimo, a Mediaset negli ultimi tempi si stanno chiudendo gli spazi di autonomia, con un’informazione ossequiente o marginalizzata. Ma il vero nemico della sinistra è stato un altro: abbracciare il libero mercato, la globalizzazione e non avere più risposte per l’Italia che cambiava».
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