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4.4.15

Chomsky: «Accordo farsa»

Giuseppe Acconcia

Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»

Abbiamo rag­giunto al tele­fono negli Stati uniti Noam Chom­sky. Lin­gui­sta, anar­chico e filo­sofo del Mas­sa­chu­set­tes Insti­tute of Tech­no­logy, Chom­sky è autore di pie­tre miliari del pen­siero moderno e teo­rico per una pro­fonda cri­tica del sistema media­tico. Memo­ra­bile è il suo dibat­tito sulla natura umana con Michel Fou­cault (1971). Abbiamo discusso con Chom­sky dell’intesa pre­li­mi­nare sul pro­gramma nucleare ira­niano, rag­giunta gio­vedì a Losanna e della situa­zione del Medio Oriente.

Che ne pensa di que­sta danza sul nucleare ira­niano, andata avanti per dodici anni?

L’Iran sospetta che nono­stante l’accordo, i Repub­bli­cani si rifiu­te­ranno di can­cel­lare le san­zioni. E così l’obiettivo prin­ci­pale delle auto­rità ira­niane è che le san­zioni non siano sotto il con­trollo del Con­gresso: que­sta sarebbe una tra­ge­dia. Vedremo se que­sto punto ci sarà nel testo defi­ni­tivo. La mia sen­sa­zione è che tutto il nego­ziato sul nucleare sia una farsa. Non c’è nes­sun motivo per cui l’Iran non possa avere un pro­gramma nucleare secondo il Trat­tato di non pro­li­fe­ra­zione (Tnp) che ha sottoscritto.

Per­ché parla di farsa in rife­ri­mento ai col­lo­qui sul nucleare?

Gli Stati uniti e i suoi alleati affer­mano che la comu­nità inter­na­zio­nale ha chie­sto all’Iran di fare delle con­ces­sioni per arri­vare a un’intesa. Ma i Paesi non alli­neati, che rap­pre­sen­tano il 70% della popo­la­zione mon­diale, hanno sem­pre soste­nuto gli sforzi nucleari ira­niani. Eppure la pro­pa­ganda occi­den­tale è uno stru­mento potente, per que­sto è andata avanti per tanto tempo que­sta farsa.

La solu­zione della con­tro­ver­sia potrebbe disin­ne­scare il set­ta­ri­smo che infiamma il Medio Oriente?

La que­stione cen­trale è che gli stati sun­niti sono i prin­ci­pali alleati degli Stati uniti. Gli amici degli Usa sono i fon­da­men­ta­li­sti più estre­mi­sti e vogliono domi­nare la regione. L’Iran è un grande paese, e come la Cina, aspetta per avere un’influenza nella regione. Ma l’Arabia Sau­dita non vuole mai e poi mai un anta­go­ni­sta, un deter­rente. Anche se l’Iran avesse l’atomica, quale sarebbe la pre­oc­cu­pa­zione per gli Stati uniti? Si trat­te­rebbe sola­mente di un deter­rente. Nes­suno pensa che mai e poi mai l’Iran potrà fare uso dell’arma nucleare, per­ché il paese sarebbe vapo­riz­zato all’istante e gli aya­tol­lah di certo non vogliono sui­ci­darsi. Un Iran con il nucleare sarebbe solo un deter­rente con­tro l’aggressività di Israele nella regione. È que­sto che gli Stati uniti non vogliono.

Ma Neta­nyahu non passa giorno che non gridi con­tro l’intesa con l’Iran e ora la respinge?

Israele per­se­gue una poli­tica siste­ma­tica di con­qui­sta di tutto quello che vuole per inte­grarlo nella Grande Israele in vio­la­zione dei trat­tati di Oslo. Gaza è deva­stata. Que­ste poli­ti­che sono appog­giate dagli Stati uniti e, se con­ti­nue­ranno a soste­nere Israele, non cam­bie­ranno mai. In que­ste set­ti­mane, tutta la stampa main­stream Usa ha pub­bli­cato arti­coli in cui si chie­deva agli Stati uniti di attac­care l’Iran. Per­ché la stampa ira­niana non fa lo stesso? Il pre­sup­po­sto occi­den­tale è l’imperialismo. In nome di que­sto prin­ci­pio all’Occidente tutto è permesso.

Esi­stono due posi­zioni oppo­ste tra Repub­bli­cani e l’amministrazione Obama nei con­flitti in Medio oriente?

I Repub­bli­cani sono un par­tito fasci­sta. Lo stesso Barack Obama è ter­ri­bile ma meno dei Repub­bli­cani. Il prin­ci­pale errore di Obama però è la sua cam­pa­gna con i droni. Se l’Iran facesse lo stesso con­tro gli uffi­ciali citati negli arti­coli della stampa Usa, come rea­gi­reb­bero gli Stati uniti? La guerra dei droni è la più grande ope­ra­zione ter­ro­ri­stica mai esi­stita: pro­gram­mata per ucci­dere chiun­que sia sospet­tato di poterci dan­neg­giare. Le ope­ra­zioni con droni in Paki­stan faranno cre­scere il numero dei jiha­di­sti. Quando hanno ini­ziato, al-Qaeda era solo nelle zone tri­bali di Afgha­ni­stan e Paki­stan ora è in tutto il mondo. Ma di que­sto non si può par­lare nei media occidentali.

Crede che biso­gna temere l’avanzata degli Hou­thi in Yemen?

In Yemen è vero che l’Iran dà soste­gno agli Hou­thi, lo stesso fa l’Arabia Sau­dita con i suoi, seb­bene alla fine si tratti di un con­flitto interno. Nella pro­pa­ganda occi­den­tale però se gli Stati uniti sosten­gono una forza quella è legit­tima. In Iraq, l’Iran sostiene il governo eletto. I con­si­glieri ira­niani for­mano la classe diri­gente ira­chena e sono pro­ta­go­ni­sti delle prin­ci­pali bat­ta­glie nel paese. Il governo ira­cheno ha chie­sto l’aiuto ira­niano e rin­gra­zia le sue auto­rità. Ma gli Stati uniti con­dan­nano l’influenza ira­niana in Iraq: è dav­vero comico.

Crede che que­sto atteg­gia­mento occi­den­tale ali­menti il ter­ro­ri­smo dello Stato islamico?

Lo Stato isla­mico è una mostruo­sità, ma non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Sau­dita che pro­paga una ver­sione estre­mi­sta, waha­bita, dell’Islam. Da Riad arri­vano ton­nel­late di soldi e l’ideologia per dif­fon­dere il fon­da­men­ta­li­smo nel mondo arabo. Certo a que­sto punto nep­pure ai sau­diti piace quello che hanno creato. Que­sta è la con­se­guenza diretta dei deva­stanti attac­chi degli Stati uniti in Iraq del 2003 e degli attac­chi della Nato in Libia del 2011 che hanno esa­spe­rato il con­flitto sunniti-sciiti dif­fon­den­dolo in tutta la regione. In Libia que­sto ha com­por­tato l’incremento del numero di mili­zie e una quan­tità di armi senza pre­ce­denti che pro­ven­gono da Africa e Medio oriente. I bom­bar­da­menti della Nato hanno fatto aumen­tare il numero delle vit­time di dieci volte, hanno distrutto la Libia. In Yemen ora Ara­bia Sau­dita ed Emi­rati stanno ucci­dendo una grande quan­tità di per­sone nei campi pro­fu­ghi. Ma anche que­sta guerra è desti­nata a fal­lire e non può com­por­tare altro che la dif­fu­sione del jihadismo.

Pochi mesi fa non par­la­vamo di ter­ro­ri­smo ma di «pri­ma­vere». Esi­ste un rap­porto tra i movi­menti sociali euro­pei e le rivolte in Medio Oriente?

Ci sono delle simi­li­tu­dini. Il mag­gior esem­pio del pas­sato è l’America latina: com­ple­ta­mente sotto il con­trollo degli Stati uniti che impo­ne­vano dit­ta­tori dap­per­tutto. Ora il Sud Ame­rica è abba­stanza libero dal con­trollo stra­niero. Que­sto è uno svi­luppo di grande impor­tanza. Molti poli­tici latino-americani sono legati ai par­titi Pode­mos in Spa­gna e Syriza in Gre­cia. Com­bat­tono tutti la stessa bat­ta­glia con­tro il neo-liberismo. Ma la rea­zione tede­sca alla vit­to­ria di Tsi­pras in Gre­cia è sel­vag­gia, ipo­crita. Nel 1953 l’Europa con­cesse alla Ger­ma­nia di tagliare gli inte­ressi sul debito. Ma ora impone misure repres­sive alla Gre­cia dopo che Ber­lino l’ha deva­stata nella seconda guerra mondiale.

Men­tre i movi­menti in Medio Oriente sono finiti con il ritorno dei dit­ta­tori, come il pre­si­dente egi­ziano al-Sisi?

Stati uniti ed Europa hanno soste­nuto i più bru­tali dit­ta­tori in tutto il mondo. In que­sto momento in Egitto si vivono i giorni più bui della sua sto­ria moderna. Que­sto è l’imperialismo tra­di­zio­nale, il potere della pro­pa­ganda non è cam­biato. I gior­nali in Europa lo descri­vono come un modello nono­stante sia un assas­sino bru­tale, un dit­ta­tore duro che ha represso la popo­lare orga­niz­za­zione dei Fra­telli musul­mani men­tre nel Sinai si con­ti­nua a con­su­mare una guerra.

26.7.11

Nucleare, sfida alla ragione


L'ACCUSA
Desidero esprimere un parere francamente critico riguardo alle affermazioni riportate nell’intervista al filosofo e teologo Robert Spaemann pubblicata da Avvenire, tenendo presente che il dissenso più autorevole alle posizioni in essa sostenute di può desumere indirettamente dalle parole pronunciate da Benedetto XVI, durante l’Angelus del 27 luglio 2007, in occasione del 50° anniversario dello statuto dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica): «I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l’umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l’impegno di incoraggiare la non proliferazione di armi nucleari, promuovere un progressivo e concordato disarmo nucleare e favorire l’uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell’ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate. (...)».

Non mi sembra che il Santo Padre individui nella fissione nucleare, volta naturalmente a scopi pacifici, quella empia violazione dei principi costitutivi della creazione insinuata da Spaemann, né tantomeno che consideri l’integrità dell’atomo equiparabile a quella del genoma. Non si può mettere sullo stesso piano l’Albero della vita e la materia inanimata. Non sono teologo nè filosofo ma un semplice medico, cristiano e medico nucleare che da anni utilizza radionuclidi non sigillati per esami diagnostici (scintigrafie, PET) o trattamenti terapeutici (con radioiodio) senza sentirsi per questo motivo arrogante nei confronti del creato: sento di poter dire che altro è il timore di Dio, per cui siamo chiamati a rispettare la sua opera creatrice, altro è il senso di “hybris” che traspare dalle parole di Spaemann. Mi sono trovato spesso, da medico nucleare, a dover difendere l’uso delle radiazioni ionizzanti (in ambito medico) dalle accuse di teratogenicità e cancerogenicità e ho percepito chiaramente nei miei interlocutori la presenza del “senso del magico” o religioso-naturale.

Le perplessità espresse sulla capacità dell’uomo di governare il nucleare sono certamente fondate e condivisibili, ma al di là dei discorsi tecnici per cui ognuno può essere pro o contro, quello che preoccupa nelle tesi di Spaemann sono proprio le affermazioni filosofiche, per cui si attribuisce al nucleo degli atomi e ai legami delle loro particelle un valore immanente, più che simbolico: l’idea che sia arrogante chi rompe i nuclei di atomi pesanti per mettere energia a disposizione degli uomini e non lo sia chi riempie l’aria che respiriamo con i prodotti di combustione dei materiali fossili ci rimanda a Prometeo e non certo all’antropologia cristiana.

E in effetti le radiazioni hanno in sé qualcosa di intrinsecamente metafisico, anzi francamente animistico, perché non si vedono, non si toccano, non puzzano, ma fanno molto male… Questo lo abbiamo visto con chiarezza nella propaganda antinucleare prima del referendum, per cui le parole di un cantante valevano più di quelle di tanti professori universitari. E d’altra parte, come spiegare l’attenzione rivolta dai media alla catastrofe nucleare ambientale di Fukushima (tutta ancora da valutare, misurare, anche nei suoi effetti biologici sulle persone contaminate) e la relativa disattenzione agli uomini e alle donne morte e disperse per l’abbinamento terremoto-tsunami (15-20.000 persone almeno)? È eccessivo leggere in quest’atteggiamento uno spirito squisitamente religioso (pagano). Perdonatemi, ma sembra proprio questa la chiave di lettura di tanti pronunciamenti antinucleari; gli dèi, offesi dalla presenza delle centrali nucleari, hanno punito gli uomini con lo tsunami. Riccardo Schiavo

LA DIFESA
«L'Europa vive da secoli della menzogna del progresso al singolare. (…) A chi nomina il progresso dico: progresso di cosa e in quale direzione?» ha scritto Spaemann in questa pagina. Anche a me ogni discorso che nomini ancora la «tecnica» e il «progresso» al singolare sembra purtroppo inservibile. Questo errore - che pur alcune menti fini non avrebbero fatto un millennio anni fa - penso a un Guglielmo di Ockham, era forse scusabile nella Belle époque, quando i parigini facevano «Oh, il progresso!» davanti alla torre Eiffel illuminata. Ma è imperdonabile oggi, 40 anni dopo le riflessioni di Günter Anders e di Hans Jonas sulla intrinseca diversità delle tecniche, alcune delle quali hanno ora assunto una portata nello spazio e nel tempo e una irreversibilità mai esistite.

Ma perché restringere la riflessione all’incontrollabilità dell’attuale tecnologia atomica? La riflessione etica sulla pluralità delle tecniche sarebbe indispensabile anche se non avessimo mai imparato a “rompere gli atomi”. Forse l’umanità sa prevedere e controllare le conseguenze dei 50 miliardi di tonnellate di gas di serra che emette ogni anno, mentre la biosfera può assorbirne 10 senza alterare il clima? No - dicono migliaia di climatologi - non sappiamo prevedere le conseguenze di queste emissioni. Più umilmente, essi sanno solo disegnare scenari grossolani più probabili e altri meno probabili. Il primo problema quindi è cognitivo. Ma quando si guida a 100 all’ora con gli occhi bendati, il secondo problema è etico. Sappiamo che non siamo capaci di tornare indietro da certe strade intraprese: i nostri gas di serra, che in parte causeranno conseguenze per un millennio, non sappiamo come ritirarli fuori dall’atmosfera e dagli oceani.

Con 100 miliardi di dollari è tecnicamente possibile rifare entro il 2030 l’infrastruttura energetica mondiale, rifondandola al 100% sulle energie rinnovabili e a costi inferiori di quelli dell’energia fossile e atomica. Lo affermano gli ingegneri statunitensi Mark Jacobson e Mark Delucchi nel più completo studio mai realizzato sul futuro delle energie rinnovabili (“Energy policy”, marzo 2011). Ma sapremo controllare le conseguenze di queste nuove tecnologie se si moltiplicheranno senza freno? L’euforia per le fonti rinnovabili comporta il rischio di concentrarsi solo sulla qualità delle fonti, continuando a lasciar crescere la quantità dell’energia usata e sprecata, «tanto, è rinnovabile….». Per questo, partendo dal presupposto che ogni trasformazione energetica antropica ha un potenziale di disturbo della biosfera, alcuni scienziati propongono da decenni un limite volontario a 1500-2000 watt pro capite. Nel 2002 il governo elvetico, di cui fanno parte tutti i partiti tranne i Verdi, adottò lo scenario di una “società a 2000 watt” (novatlantis.ch). Il livello a cui porre questo limite è una scelta di prudenza etico-politica, eventualmente rivedibile in futuro. Per esempio, la potenza usata in Islanda è di 16 000 watt pro capite (in Usa 12 000, in Europa 6 000, in Bangladesh 500), in gran parte di fonte geotermica. In teoria, se l’umanità riuscisse a usare tecnologie con impatto altrettanto basso che in Islanda, forse 10 miliardi di persone potrebbero usare 160 TW (migliaia di miliardi di watt) senza aumentare il pregiudizio ambientale, invece dei 14 TW che usano ora 7 miliardi di persone. Si stima che l’insieme degli organismi viventi sui continenti assorbano 50-60 TW di energia solare. Volere usare altrettanta potenza solo per la nostra specie, cioè 5-6000 watt pro capite in 10 miliardi, o addirittura il triplo, presuppone un’intelligenza ecologica che la comunità vivente esercita da miliardi di anni ma che la specie umana non ha ancora dimostrato di avere. A buon conto, migliaia di scienziati e ingegneri stanno lavorando d’ingegno, per esempio in Svizzera, per riportare il consumo d’energia elvetico a 2000 watt pro capite, come negli anni ’60, senza atomo e quasi senza energie fossili. Anche loro lavorano per un progresso. Un altro. Marco Morosini

2.6.11

Margherita Hack: “No a centrali nucleari in Italia (ma sì alla ricerca). Puntare su rinnovabili e solare”

"Non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari in Italia, ma la ricerca in questo campo va continuata. E' preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili e migliorare l’attenzione al risparmio energetico".
Con un articolo scritto per MicroMega Margherita Hack puntualizza il suo pensiero in merito alle scelte energetiche del nostro paese.


di Margherita Hack

Sono molti coloro che mi conoscono per persona di sinistra e ambientalista che si meravigliano che mi sia dichiarata a favore dell’energia nucleare. Occorre quindi qualche chiarimento, in base ad argomenti razionali e non emotivi.

Prima di tutto l’energia non è né di destra né di sinistra. La richiesta di energia va continuamente crescendo, soprattutto da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. Un intero continente come l’Africa sta ancora dormendo, ma anch’essa si sveglierà, grazie anche a quel potente fattore di globalizzazione che è Internet. Petrolio e metano vanno esaurendosi, il carbone, molto più abbondante, è anche fortemente inquinante. Bisogna evitare scelte emotive, in conseguenza di disastri come quello di Chernobil e ora del Giappone.

L’Italia è quasi completamente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento energetico; compriamo petrolio e metano dalla Libia, dall’Ucraina, energia nucleare dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Slovenia; siamo circondati da centrali nucleari dei paesi confinanti (59 in Francia, 5 in Svizzera, 1 in Slovenia) e se un disastro succedesse a loro, noi ne avremmo gli stessi danni senza averne avuto i vantaggi.

Io credo che dovremmo comunque non interrompere la ricerca sul nucleare. Se tutte le volte che l’uomo ha scoperto una nuova applicazione della scienza, si fosse fermato al primo inci-dente, saremmo ancora all’età della pietra e non avremmo mai messo piede sulla Luna. Se dopo la scoperta del fuoco, lo si fosse abbandonato dopo il primo incendio della nostra foresta, saremmo ancora nel freddo e buio delle caverne, se dopo la caduta del primo aereo avessimo bloccato la ricerca, l’aviazione non sarebbe mai decollata.
D’altra parte da tutti i fallimenti si impara e si progredisce.

La rinuncia al nucleare, decisa in seguito al referendum del 1987 secondo varie stime di e-sperti dell’Enel sarebbe costata all’Italia 120000 miliardi di lire. Inoltre il costo dell’energia elettrica, superiore del 40% a quello della media europea è una delle cause della perdita di competitività che ha colpito l’Italia dal 1990.

Certo che i disastri nucleari possono colpire gran parte del pianeta. Perciò, dato che si parla tanto del villaggio globale, il problema della sicurezza e in particolare quello delle scorie, andrebbe risolto in modo globale, con la collaborazione di tutti, anche se mi rendo conto che è un’utopia. Questo è stato tentato a livello europeo per quanto riguarda il grave problema dello smaltimento delle scorie. Così le centrali nucleari dovrebbero essere situate solo in regioni sicure dal punto di vista sismico e degli tsunami e disposte a vendere energia a basso costo ai paesi che per ragioni geofisiche non possono metterle sul loro suolo. E anche, aggiungerei, in paesi più seri del nostro, in cui anche smaltire la spazzatura di Napoli diventa un problema, e in cui sembra impossibile evitare infiltrazioni della criminalità organizzata.

Perciò ritengo che la ricerca deve continuare, anche sperimentando l‘impiego di combustibili nucleari che abbiano una vita media più corta dell’uranio, un campo in cui mi sembra sta lavorando uno dei maggiori esperti in campo mondiale, il premo nobel Carlo Rubbia; che la tecnologia nucleare sarà in futuro necessaria, ma prima è auspicabile che si faccia ricorso in modo molto più massiccio alle energie rinnovabili e si attui in modo molto più efficace il risparmio energetico.

Le fonti rinnovabili sono: 1) la solare, nelle applicazioni termiche (pannelli solari) e fotovol-taiche, già in uso ma ancora troppo poco diffuse, e termodinamica, ancora in fase sperimentale. Tutte andrebbero incentivate e soprattutto la ricerca sulla forma più efficiente, la termodinamica, che si sta sperimentando dal 2007 nella centrale di Priolo Gargallo (Siracusa) col progetto Archimede; 2) l’eolica, con il primo impianto del 1984. Si prevedeva di produrre per il 2000 una potenza eolica di 600 megawatt, mentre nel 2004 si era arrivati a produrre 5 megawatt, per le varie discussioni e tentennamenti di origine sia politica che tecnica. Con la politica degli incentivi si è ora arrivati con 10 anni di ritardo a produrre più di 500 megawatt, mentre l’eolico in Germania produce più di 16000 megawatt, 8000 la Spagna e 3000 la Danimarca. In Italia si assiste a continui frenamenti sia da parte dei difensori del paesaggio, sia per le lungaggini burocratiche; 3) la classica idroelettrica; 4) la geotermica; 5) quella da biomasse, biogas, rifiuti.

Tutte insieme le rinnovabili hanno fornito circa il 17% dell’energia prodotta in Italia nel 2008, ma il contributo del solare (nel paese del sole) è stato solo dello 0,06% e quello eolico dell’1,4 %, mentre la classica idroelettrica ha dato più del 12%. Gran parte di questi dati sono stati raccolti e pubblicati da Marzio Bellacci nel suo libro “Italia a lume di candela” (Edizioni L’asino d’oro, 2010).

Da tutti questi dati si può concludere che è necessario incrementare la ricerca e gli incentivi per il solare. Un dato positivo è rappresentato dal decreto interministeriale del 5 maggio scorso che prevede incentivi per gli impianti fotovoltaici che entrino in funzione dopo il 31 maggio 2011 e fino al 31 dicembre 2016.
Un altro dato interessante è fornito da un articolo di Edo Ronchi, ex-ministro dell’ambiente, pubblicato il 24 giugno 2010 su Milano Finanza in cui mostra che in realtà il fabbisogno italiano di energia, grazie al risparmio energetico e ai miglioramenti dell’efficienza degli impianti, è diminuito nel 2009 rispetto al 2008 di 22 miliardi di chilowattore pari al 6,4%.

Tenuto conto dei prevedibili crescenti sviluppi delle centrali di energia rinnovabile, si può concludere che non è necessario né economico puntare sulla costruzione di centrali nucleari, e pur raccomandando di non abbandonare la ricerca in questo campo, sbaglio che fu fatto dopo il referendum e l’emotività dovuta all’incidente di Chernobil, è preferibile sviluppare al massimo la ricerca sulle rinnovabili, seguendo l’esempio della Germania, o addirittura della Svezia, che pur avendo tanto meno sole di noi, utilizzano molto di più l’energia solare ed eolica.

In conclusione: no alla costruzione di centrali nucleari oggi in Italia, ma sì alla ricerca sull’energia nucleare, senza demonizzarla, in previsione di un futuro, forse ancora lontano, in cui anche questa sarà necessaria, e dovremo imparare a dominarne i rischi; incentivare la ricerca e la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici, migliorare l’attenzione al risparmio energetico, sia con costruzioni ecologiche che riducano al minimo la necessità di riscaldamento d’inverno e condizionatori d’estate (proprio il contrario di quei grandi palazzoni tanto di moda, con le pareti di vetro, serre d’estate e frigoriferi d’inverno), sia con l’attuazione al 100% della raccolta differenziata dei rifiuti, un fine facilmente raggiungibile ma da cui siamo ancora molto lontani.

20.4.11

Un Paese senza politica energetica

di Federico Rendina

Politica energetica cercasi disperatamente, e molto disordinatamente. Fino a ieri il nucleare era una meta sicura, in nome di un mea culpa politico ma anche tecnologico da tributare ad un referendum (quello del 1987) sciagurato.

Oggi è una meta da abbandonare o quantomeno sospendere per scelta di Governo, in nome di un sentimento popolare nato con Fukushima esattamente com'era nato allora, con Chernobyl. Opportunismi forse comprensibili, prudenze politiche che ben si spiegano con una nuova consultazione elettorale alle porte, e non solo con i più che doverosi interrogativi su un disastro nato in un Paese citato dai nostri paladini del nucleare come un esempio quasi universale di sicurezza nell'uso dell'atomo.

Dibattito scientifico? Rigore programmatico? Siamo in Italia signori. Il Paese della politica energetica che, semplicemente, non c'è. Lo dimostrano, un po' paradossalmente, proprio i due accadimenti maturati insieme, forse casualmente, proprio ieri: la cancellazione delle (peraltro zoppicanti) norme che dovevano spianare la strada al nuovo nucleare italiano, la bozza (pare definitiva) del decreto che ridisegna i nostri super-sussidi alle energie rinnovabili cercando di calibrarne la spesa a carico di tutti gli italiani con l'indubbia esigenza di dare ossigeno ad un settore che rappresenterà gran parte del nostro futuro energetico, industriale, tecnologico.
Lo stop al nucleare arriva sull'onda delle emozioni, del sentimento popolare di cittadini che aggiungono comprensibili timori allo sconcerto di una politica energetica che, semplicemente, non c'è. Un fantasma che ha attraversato le ultime legislature (di destra, ma anche di sinistra) senza saper trasmettere né una rotta precisa né un obiettivo realmente comprensibile, né un quadro di regole coerenti né opzioni chiare.

Sì ai nuovi gasdotti e ai rigassificatori, ma no a vere corsie preferenziali per le autorizzazioni. Senza il coraggio (è solo un esempio) di cogliere la formidabile opportunità di regalare al nostro magnifico stivale un profittevole hub metanifero per l'intero continente. Sì alle rinnovabili, ma con elargizioni a pioggia senza alcun discrimine né tecnologico né legato a una corretta pianificazione territoriale che potesse evitare il fiorire, questo sì, della speculazione finanziaria piuttosto che dell'investimento sulla creazione di una vera filiera industrale nazionale (la Germania insegna, da tempo). Solo ora si tenta (qualche segnale c'è) di correre ai ripari.

Sì al "rinascimento" nucleare, ma con il sistematico mancato rispetto sia della tempistica che delle priorità promesse. Due anni di ritardo per la nascita dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, che ad oggi è ancora senza una sede. Neanche l'ombra di una soluzione (e neanche un orientamento) per risolvere il problema delle scorie atomiche, non solo quelle che vorremmo produrre dal "rinascimento", ma perfino quelle vecchie che vagano nei siti delle nostre centrali chiuse 25 anni fa (lì ben piazzate e non ancora smantellate).

E che dire dei due mega-piani che da anni vagano nelle intenzioni senza prendere alcuna forma. Ecco, evanescente, il piano nucleare nazionale che doveva tracciare un percorso operativo coerente per la costruzione delle nostre nuove centrali. Ed ecco la "madre" della riscossa: il nuovo Piano energetico nazionale, che indicasse una strategia coerente nel mix tra atomo, energie verdi, efficienza energetica, ammodernamento delle reti e relative misure di politica economica e industriale. «Arriverà con una conferenza nazionale entro fine anno» promettono quest'anno (come l'anno scorso, quello prima, quello prima ancora) i nostri governanti. Che con un pizzico di doveroso realismo ammettono, loro per primi, la grande falla. Non basta.

10.4.11

"Ora il mondo ha capito si rischia la catastrofe"

Günter Grass: una svolta dopo Fukushima

di ARMGARD SEEGERS, KAI-HINRICH, KLAUS STRUNZ

BERLINO - Günter Grass, crede che Fukushima abbia cambiato il modo di pensare della gente?
«Fukushima ha cambiato il mondo, perché è successo qualcosa di diverso da quanto finora avevamo vissuto, saputo e presunto. Molti sono diventati solo ora consapevoli dei pericoli dell'energia atomica. E' tema di conversazioni in ogni famiglia. Per i più anziani come me un'occasione di riflettere».

Ripensando alla sua vita, sul tema atomo cosa ricorda?
«Io divenni adulto dopo la fine della guerra. Il Reich aveva appena capitolato, ero ancora prigioniero degli americani, e caddero le prime bombe atomiche, e così finì la guerra col Giappone. Fu il mio primo "incontro" con la bomba atomica. Ero contro la bomba, ma a favore dell'uso pacifico dell'energia nucleare. Mi ci vollero anni per capire che uso militare e uso pacifico hanno qualcosa che li collega, e capire quale strappo della civiltà sia l'energia atomica».

Anche il suo uso pacifico?
«Sì. A molti il pericolo fu chiaro già allora. Ma durante la guerra fredda la corsa agli armamenti, contro cui io mi espressi sempre, catturò più attenzione. Allora la Repubblica federale cominciò a costruire centrali atomiche, una vicino casa mia».

Perché il movimento anti-nucleare conseguì così pochi risultati?

«La crescente dipendenza della politica dalle lobby è
il marcio di tutta la storia. Anch'io ho protestato contro la crescente dipendenza del Parlamento dalle lobby».

Fukushima insegna cioè che la politica deve riconquistare il suo primato?

«Sì.
La crescente dipendenza della politica dalle lobby è il marcio di tutta la storia. Andrebbe creata un'area a loro vietata attorno ai parlamenti
Deve porre limite al potere delle lobby. Si dovrebbe creare un'area vietata per i lobbysti attorno al parlamento, come per le dimostrazioni di protesta».

La Germania ha spento molti reattori e importa energia dalla Francia. Che senso ha dire addio da soli al nucleare?

«Il problema è che rinviando l'addio al nucleare, come il governo Merkel decise, molto prima di Fukushima, sono stati bloccati molti investimenti già avviati nelle energie rinnovabili. Senza quella decisione di prolungamento d'uso delle centrali ora rinnegata, potremmo essere molto più avanti. Il freno va smantellato. A causa di quella scelta adesso dobbiamo importare energia atomica dall'estero. Ma è insensato dire che se la Germania spegne tutti i reattori adesso va al blackout».

Come devono reagire i cittadini con la loro coscienza critica?

«Il cittadino deve impegnarsi. Pesa sulla mia generazione il pensiero della Repubblica di Weimar, che fallì tra l'altro perché non furono abbastanza i cittadini che s'impegnarono per difenderla. La democrazia va difesa ogni giorno».

L'atomo è oggi il tema più importante?

«Non c'è un solo tema prioritario. La fine delle risorse, la fine della crescita economica, la globalizzazione, la scarsità di acqua, tutto è ugualmente importante. Il pericolo è che nel prossimo futuro tutto ci esploda in mano insieme. Il caro-alimentari, che qui da noi colpisce poco, nel terzo mondo è tragedia esistenziale».

Che cosa teme, se ogni problema esploderà insieme?

«Il mio timore peggiore è arrivare in futuro a una dittatura ambientale. Cioè dover vivere con decreti d'emergenza continui per salvare quel che resterà dell'ambiente. La catastrofe atomica in Giappone non può essere affrontata come fu con Cernobyl in Urss. E' un assaggio del futuro che ci aspetta»

Cosa si aspetta dal movimento antinucleare?

«Vorrei fare il mio possibile per rafforzarlo. Ha bisogno di un respiro lungo. Quanto accade oggi in Giappone sparirà magari dalle prime pagine quando il pericolo immediato sembrerà venir meno. Ci sono politici che hanno fatto questo calcolo e puntano a successi promettendo moratorie».

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Hamburger Abendblatt
e La Repubblica per l'Italia

6.4.11

Nous ne vivons pas dans le meilleur des mondes (technologiques)

Marco Morosini, chercheur en développement durable à l'Ecole polytechnique fédérale de Zuric (Le Monde)

Le Japon est peut-être le seul pays capable de transformer – bien malgré lui – une catastrophe industrielle en un boomerang revenant dans le figure des prophètes des mégatechnologies. Il n'est donc pas improbable que le tragique tremblement de terre japonais – comme celui de Lisbonne en 1755 – ébranle la foi de ceux qui pensent vivre dans le meilleur des mondes (technologiques) possibles.

Celui qui se retrouve au bord de la catastrophe nucléaire, ce n'est pas un pays dysfonctionnel et approximatif mais un pays qui a envahi le monde avec des produits technologiques parfaits (les inventeurs du "zero défaut") et des voitures qui ont la plus faible proportion de pannes, le pays avec la plus grande connaissance des tremblements de terre et de tsunamis et avec la plus haute compétence antisismique, le pays avec le nombre le plus élevé de réacteurs nucléaires par habitant (après la France) et la plus ample expérience dans les dommages nucléaires. Donc, beaucoup de gens se demandent : si les meilleurs techniciens du monde ne savent pas contrôler leurs réacteurs, pourquoi devrions-nous croire à ceux qui nous promettent que d'autres seraient capable de le faire ?
Avec le bon sens dont certains experts semblent pouvoir se passer, certaines catastrophes technologiques et économiques semblent faciles à comprendre par la suite. Prenons par exemple le Concorde, l'avion passager supersonique qui est maintenant dans un musée. Dans l'an 2000 il aurait dû être l'avion le plus vendu au monde, disaient les fabricants. Aujourd'hui, il semble bizarre que tant de techniciens aient cru que dans un monde où les coûts et les effets climatiques du pétrole sont de plus en plus grands, on aurait pu vendre des centaines d'avions supersoniques qui consomment et polluent le triple des autres. Ou prenons les "tours jumelles". Selon leur concepteur elles auraient dû résister à l'impact mécanique d'un jumbo-jet ; en fait, le 11-Septembre ce n'est pas l'impact qui les a fait effondrer mais plutôt le stress thermique du kérosène incendié – que le concepteur n'avait pas calculé.
A Fukushima peut-être que cela a été pareil : les ingénieurs avaient pensé à de nombreuses hypothèses – mais pas à toutes. Les experts du risque le confirmeraient : avec les mégatechnologies la possibilité de l'événement le plus adverse est bien réelle, mais sa probabilité est si faible que certains d'entre eux disent au grand public qu'elle est "pratiquement" nulle, que les centrales atomiques "sont sûres". Or si c'était vraiment le cas, les compagnies d'assurance se battraient pour pouvoir assurer un risque, où il y aurait seulement à gagner et "certainement" rien à perdre. La réalité est bien différente.
En Suisse par exemple chaque centrale est assurée pour un maximum de 1 milliard de francs, contre une perte possible de 100 milliards, estimés par l'Office fédéral de la protection civile. Un projet de loi du "vert libéral" Martin Baeumle vise à introduire une assurance obligatoire pour dégâts de 500 milliards, ce qui conduirait à des augmentations de 5 à 50 centimes par kWh (ce denier coûte maintenant 20 centimes). En Allemagne, le maximum de dommages couvert est de 2,5 milliards d'euros par centrale, par rapport à un maximum de dégâts de 5 500 milliards estimé par des études fédérales. D'autres estimations parviennent à 11 000 milliards d'euros. C'est pourquoi un groupe d'organisations collecte des signatures en Allemagne pour introduire une vraie assurance obligatoire.

UN SIGNAL FORT DU MARCHÉ DE L'ASSURANCE
Selon ces chiffres, les centrales nucléaires, contrairement à la moindre mobylette, fonctionnent presque sans assurance. Il est intéressant de noter que si pour certaines élites, "le marché doit tout diriger", lorsqu'il s'agit des risques atomiques les mêmes ignorent le signal fort et clair du marché de l'assurance – qui généralement est en mesure de mettre un prix sur tout.
Constatons aussi que dans le cas des risques atomiques, les réponses des assureurs et du philosophe sont similaires. Le fait n'est pas que les assureurs calculent une prime trop élevée pour les centrales atomiques. Le fait est tout simplement qu'ils n'assument pas ce risque. Et ce à aucun prix. Normalement le prix pour couvrir un risque est basé sur la multiplication du montant maximum de dégâts par la probabilité qu'il se produise. Mais là où le dommage est irréparable et incalculable, le fait que sa probabilité supposée soit d'un millionième ou bien d'un milliardième, cela ne change en rien.
Lorsque le risque est la perte totale, il ne peut tout simplement pas être pris en charge. Dans l'âge des mégarisques il est donc sage de s'orienter vers la "heuristique de la peur", qui donne la préférence à considérer l'hypothèse la plus défavorables, quelle que soit sa probabilité, quand elle se réfère à une perte inacceptable. C'est bien là le message central du philosophe Hans Jonas, dans son ouvrage classique Le principe responsabilité. Une éthique pour la civilisation technologique (Flammarion, 1979), trop souvent caricaturé en France en mettant à toutes les sauces le principe de précaution, depuis son entrée dans la Constitution.
"To-cheap-to-meter" (trop-bon-marché-pour-être-mesurée) disaient il y a quarante ans les prophètes de l'électricité atomique, en promettant la disparition des compteurs électriques de nos maisons. "Trop chère payée" semble être le message qui vient du Japon.

4.4.11

Hermann Scheer, l’energia come questione etica

di Marco Morosini (Planext)

Il recente incidente nucleare di Fukushima e le sue ripercussioni in tutto il mondo circa il ruolo del nucleare nell’approvigionamento energetico riportano prepotentemente alla ribalta le teorie di Hermann Scheer, il politico tedesco che piu’ di ogni altro propugnava un’economia solare mondiale. Scheer, che e’ venuto a mancare nell’ottobre 2010, usava asserire che “chi non ha visioni, non dovrebbe fare politica”. In effetti, il suo maestro fu il visionario Willy Brandt e non il pragmatico Helmut Schmidt (“Chi ha visioni deve andare dal medico”).

Etica e sussidiarietà: questi furono i pilastri dell’approccio di Scheer alla questione energetica, un ambito in cui il perdurante dominio di economisti e tecnologi forse pare legittimo a più di un lettore. Eppure troppo alta è la posta energetica per lasciarla in mano ai tecnici. Le diverse opzioni energetiche hanno infatti tali conseguenze sulle generazioni presenti e future e sulla natura da farne una questione morale e politica, prima che tecnologica. Infatti, mentre i benefici delle energie fossili e dell’energia atomica si concentrano maggiormente nella parte più benestante della popolazione mondiale, i loro costi umani – per esempio il cambiamento climatico – ricadono sproporzionatamente su coloro che meno o punto profittano dei benefici, cioè sulla parte meno abbiente e più debole dell’umanità e specialmente sulle generazioni future.

La sussidiarietà (se un ente “più in basso” è capace di fare qualcosa, l’ente “più in alto” deve lasciargli tale compito e sostenerne l’azione) era la seconda idea guida che Scheer applicò alla questione energetica: mentre le fonti fossili (carbone, petrolio e gas) e atomiche implicano la concentrazione in grandi impianti centralizzati e in potenti oligopoli privati o statali, una buona parte delle energie rinnovabili (solari, eoliche, da biomassa, geotermiche) sono per loro natura decentrali, locali e polverizzate in milioni di piccoli produttori. Questa differenza ha profonde conseguenze politiche perchè nel primo caso è favorita la concentrazione di potere e ricchezza, mentre nel secondo caso è favorita la loro distribuzione diffusa tra i cittadini, sia in una nazione sia sul globo. Per questo l’opzione solare sarebbe importante anche per prevenire i conflitti, non solo per ridurre i danni ambientali. Secondo Scheer la politica ha un compito limitato ma fondamentale: quello di accelerare un cambiamento che è già in atto nella società ma che è troppo lento, creando sistemi di incentivazione individuale verso le opzioni che danno benefici collettivi o che riducono i danni e i rischi collettivi (per esempio l’alterazione del clima).

Proprio sulla velocità di questo cambiamento riemerge l’etica: ormai da molti anni la questione non è sul “se” ma sul “quando” la società umana passerà completamente alle energie rinnovabili. “L’imperativo energEtico” – questo il titolo del suo ultimo libro – sarebbe quello di attuare questo cambiamento in pochi decenni invece che in secoli, cioè prima che i rischi e i costi umani delle attuali tecnologie fossili e atomiche crescano in modo esponenziale. Già nel 1885 Rudolph Clausius, uno dei padri della termodinamica, scrisse che “l’umanità stava dilapidando il patrimonio naturale” e che nei prossimi secoli sarebbe stata costretta ad arrangiarsi con l’energia del sole. Anche tuttora molti di coloro che propugnano l’espasione delle tecnologie fossili e atomiche dicono che si tratta di “tecnologie ponte” verso una futura economia solare, in attesa che le tecnologie per questa diventino “mature”. Per Scheer invece il momento di questa trasformazione è adesso, cioè nei prossimi due o tre decenni. Non conosco un altro politico che ha svolto questa azione di catalizzatore più intensamente di Hermann Scheer. 1988: fonda Eurosolar, l’Associazione europea per le energie rinnovabili, che ha ora sedi in tredici Paesi europei e di cui era presidente. 2000: il Parlamento tedesco vara la storica legge per le energie rinnovabili (EEG) concepita da Scheer, a cui poi si ispirò la legislazione in cinquanta Paesi. Questa legge sancisce l’obbligo per i grandi produttori e distributori di acquistare con tariffa garantita per 15-20 anni dai piccoli produttori l’elettricità prodotta con energie rinnovabili. La tariffa si abbassa ogni anno per i nuovi impianti (degressione) in modo da generare una pressione verso tecnologie sempre più efficienti e da rendere un giorno superflua la sovvenzione; i sovracosti vengono distribuiti a tutti gli acquirenti di elettricità. 2001: fonda e presiede il World Council for Renewable Energy (WCRE), con l’obiettivo di favorire la creazione di un’agezia mondiale per le energie rinnovabili, con rango simile a quello della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA, fondata nel 1957); l’obiettivo è raggiunto nel 2009 con la fondazione dell’agenzia IRENA (International Renewable Energy Agency) a cui aderiscono i governi di 130 nazioni. Scheer scrisse quattro libri, tradotti in molte lingue, tra le quali l’Italiano: Strategia solare (1996), Il solare e l’economia globale (2004), Autonomia energetica (2006), L’imperativo energEtico (2010). Ricevette numerosi premi internazionali tra i quali il World Solar Prize (1998) e il premio Nobel Alternativo “Right Livelihood Award” (1998). Nel 2002 “Time Magazine” lo nominò tra gli “Hero for the Green Century”.

La peculiarità di Scheer fu quella di trattare la questione energetica come una questione eminentemente politica. A proposito dell’Agenda 21 – il programma d’azione per lo sviluppo sostenibile adottato da 180 nazioni a Rio de Janeiro nel 1992 – Scheer scrisse che “se si vogliono davvero affrontare tutti i temi dell’Agenda 21, dobbiamo arrivare a una sorta di Agenda 1, con un unico punto all’ordine del giorno: un’economia energetica solare globale”. Infatti quasi tutti i principali problemi ambientali sono collegati con il problema energetico: usiamo e sprechiamo troppa energia e la otteniamo in prevalenza dalle fonti meno benigne. Scheer non era un tecnologo nè un ecologo. Aveva la formazione e l’esperienza del politico purosangue e fu per 30 anni deputato della SPD. Si diplomò in scienze economiche, giuridiche e politiche e la sua tesi di dottorato si intitolava “Partiti contro cittadini? Il futuro della democrazia partitica”. Prima degli studi universitari fu soldato volontario per due anni con il grado di luogotenente e dopo gli studi lavorò per due anni al Centro di ricerca nucleare di Karlsruhe. Forse questa esperienza diretta dell’ambiente militare e di quello dell’energia atomica contribuì a orientarlo verso la politica estera e del disarmo, facendone uno dei giovani talenti intorno a Willy Brandt ed Egon Bahr ed un possibile futuro ministro degli esteri. La sua decisione di dedicarsi alla questione energetica non fu un cambiamento di terreno ma fu la continuazione della sua vocazione di politico del disarmo. A metà degli anni 80 si convinse che il controllo delle risorse energetiche era uno dei principali campi di conflitto tra i popoli. La svolta verso un’economia energetica solare, decentrata e locale gli sembrò uno dei compiti principali della politica per la pace.

25.3.11

Ora è certo, il nucleare è un rischio. Ma quanto siamo disposti a rischiare?

Marco Morosini (da Avvenire)

Forse il Giappone è il solo paese capace di trasformare, suo malgrado, una catastrofe industriale in un boomerang per la fede nelle megatecnologie. Così non è improbabile che – come già quello di Lisbona del 1755 – questo tragico terremoto giapponese mini la fede di molti che pensavano di vivere nel migliore dei mondi (tecnologici) possibili. Sull’orlo della catastrofe atomica si è messo un paese che ha invaso il mondo con prodotti tecnologici perfetti e con automobili che hanno la più bassa quota d’avarie, il paese con la massima conoscenza di terremoti e tsunami e con la massima competenza antisismica, il paese con la più alta quota di centrali atomiche pro capite dopo la Francia e con la più vasta esperienza di danni atomici. Così molti si chiedono: se i tecnici più esperti del mondo non riescono a controllare i loro reattori atomici, perché dovremmo credere a chi promette che altri, meno esperti, siano invece capaci di farlo?

Con quel buon senso di cui molti esperti sembrano fare a meno, certe catastrofi tecnologiche ed economiche sembrano facili da capire a posteriori. Prendete per esempio il Concorde, l’aereo passeggeri supersonico oggi custodito in un museo: nel 2000 avrebbe dovuto essere l’aereo più venduto al mondo, dicevano i costruttori. Oggi pare strano che tanti tecnici pensassero davvero che, in un mondo dove il petrolio costa e inquina sempre di più, si potessero vendere centinaia di supersonici dal consumo triplo di quello degli altri aerei. O prendete le "Torri gemelle". Secondo il loro progettista dovevano resistere anche all’impatto meccanico di un Jumbo; in effetti l’11 settembre non crollarono per gli schianti, ma per lo stress termico del cherosene incendiato, che il progettista non aveva calcolato. Anche a Fukushima forse è andata così: sì, i tecnici avevano pensato a tante ipotesi, ma non a tutte. Gli esperti del rischio lo confermerebbero: con le megatecnologie la possibilità del massimo evento avverso è reale, ma la sua probabilità è così piccola che alcuni di essi raccontano alla popolazione che è "praticamente" nulla; che le centrali atomiche "sono sicure". Ma se così fosse, le compagnie d’assicurazione farebbero a gara per poter assicurare un rischio in cui c’è solo da guadagnare e "sicuramente" niente da perdere. Invece in Svizzera ogni centrale è assicurata per un massimale di 1 miliardo di franchi, a fronte di un danno possibile di 100 miliardi stimato dall’Ufficio federale della protezione civile; una proposta di legge chiede di introdurre un’assicurazione obbligatoria per 500 miliardi, il che porterebbe ad aumenti del kWh tra 5 e 50 centesimi (ora ne costa 20). In Germania il massimo danno coperto è di 2,5 miliardi di euro per centrale, contro un massimo danno stimato dallo Stato di 5.500 miliardi. Altre stime arrivano a 11 mila miliardi. Per questo numerose organizzazioni tedesche stanno raccogliendo firme per introdurre una vera assicurazione obbligatoria delle centrali (www.atomhaftpflicht.de). Secondo queste cifre le centrali atomiche, a differenza di un’automobile, viaggiano quasi senza assicurazione. È curioso che mentre secondo certe élites «il mercato deve dirigere tutto», per i rischi atomici proprio costoro ignorino il segnale forte e chiaro del mercato delle assicurazioni, capace altrimenti di dare un prezzo a qualunque rischio.

È interessante osservare che in questo caso la risposta del mercato del rischio e quella del filosofo sono simili. Di fatto, non è che le assicurazioni calcolino un premio troppo alto per le centrali atomiche. Semplicemente non assumono quel rischio. Per qualunque prezzo. Il prezzo di un rischio si basa sulla moltiplicazione dell’ammontare del massimo danno per la probabilità che esso si verifichi. Quando però il danno diventa incalcolabile e irreparabile, se la sua probabilità è di un milionesimo o un miliardesimo non cambia nulla. Quando il rischio è la perdita totale, semplicemente non può essere assunto. Nell’era dei megarischi è necessario quindi orientarsi all’"euristica della paura", che dà la preferenza a considerare l’ipotesi più avversa concepibile, a prescindere dal calcolo delle probabilità, quando essa contempla una perdita inammissibile. È questo il messaggio centrale del filosofo Hans Jonas, nel suo classico Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979).
"Too-cheap-to-meter" (troppo-a-buon-mercato-per-misurarla) promettevano i profeti dell’elettricità atomica quando 30 anni fa pronosticavano la scomparsa dei contatori elettrici dalle nostre case. "Troppo costosa per poterla pagare" sembra invece il messaggio che ci viene dal Giappone.

16.3.11

Il dovere della paura

di BARBARA SPINELLI

Ci sono momenti così, nella storia degli uomini: dove si reagisce con l'emozione oltre che con la razionalità, perché l'emozione sveglia, incita a stare all'erta. Già in Eschilo, la passione e il patire sono fonti d'apprendimento. È il caso del Giappone da quando, venerdì, lo tsunami s'è aggiunto al terremoto e non solo ha spazzato case, vite, villaggi, ma ha causato l'esplosione di quattro reattori nucleari a Fukushima.

All'orrore spuntato dal sottosuolo e dal mare s'aggiunge ora una pioggia radioattiva che spinge chi abita presso le centrali a fuggire o barricarsi in casa. Ci sono momenti in cui si apre una fessura nel mondo, e non solo in quello fisico ma in quello mentale, sicché occorre ricorrere ai più diversi espedienti: all'intelligenza razionale, alla discussione pubblica, ma anche alla paura, questa passione giudicata troppo triste per servire da rimedio.
Non a caso, quando sollecita la responsabilità per il futuro della terra, il filosofo Hans Jonas parla di paura euristica: non la paura che paralizza l'azione o è usata dai dittatori, ma quella che cerca di capire, di scoprire (questo significa euristica). Che è generatrice di curiosità, prevede il male con apprensione, fa domande, sprona a rettificare quanto pensato e fatto sinora. Jonas evoca addirittura il dovere della paura: "Diventa necessario il "fiuto" di un'euristica della paura che non si limiti a scoprire e raffigurare il nuovo oggetto, ma renda noto il particolare interesse etico che
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ne risulta" (Il principio di responsabilità, Einaudi '90).

Alla luce del principio di responsabilità appaiono completamente inani i governi - come l'italiano, il francese - che screditano questa paura, e in tal modo negano la gravità del momento e l'urgenza di correggere i piani nucleari. Obama e Angela Merkel dicono ben altro: "Non si può fare come se nulla fosse". Non così il ministro dell'energia Eric Besson, o il ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani. Per Besson nulla cambia, neanche le centrali invecchiate come quelle giapponesi: nella conferenza stampa di sabato ha evitato il termine "catastrofe", preferendo il meno allarmante "incidente grave". Stesso atteggiamento in Romani, che ha invitato l'altro ieri a "non farsi prendere dalla paura", senza sapere di che parlava. Non sono i soli: anche i governanti giapponesi hanno a lungo minimizzato, prendendo per buone le assicurazioni dei gestori delle centrali (Tepco, Tokyo Electric Power Corporation). La stessa Tepco che più volte è stata indagata (specie nel 2002-3) per il non rispetto delle norme anti-sismiche.

Apocalisse è vocabolo che s'espande come un virus, dall'inizio del cataclisma. Ma apocalisse è altra cosa, ha legami con la religione: è rivelazione di un piano divino, è l'omega che si ricongiunge all'alfa, è il cerchio terrestre che chiudendosi si schiude all'oltrevita. I colpiti sono innocenti, ma per qualche motivo Dio vuole che la storia terrestre s'esaurisca così, stroncando il libero arbitrio d'ognuno. Per questo conviene dismettere questa parola molto scabrosa, che sigilla gli occhi a quel che accade qui, ora; in terra, in mare. Eventi simili non sono la fine del mondo, pur preludendo forse a essa. Sono piuttosto la fine di un mondo: di certezze, di assiomi cocciutamente coltivati.

In Giappone, per vie misteriose, suscitano ricordi funesti, che hanno radici profondissime nella sua cultura recente. Il collasso delle centrali nucleari rimanda al trauma mai sopito di Hiroshima e Nagasaki, quando Washington diede a Tokyo questa lezione di inaudita violenza. La terra che ti squassa, la solitudine dell'uomo in tanto scompiglio, la natura maligna, la morte nucleare che incombe: nelle teste nipponiche è incubo magari dissimulato ma è sempre lì, in agguato. Lo dicono i volti che ci fissano in queste ore: impietriti, più che impassibili. Lo vediamo nei corpi che d'un tratto s'immobilizzano, come morissero in piedi.
Non è vero che i giapponesi hanno paure più calme, controllate delle nostre. Il loro urlo non è quello di Munch ma è pur sempre urlo. Sappiamo dalla Bibbia quanto possa esser afono l'agnello, e il grido del Giappone è colmo di interrogativi atterriti: perché le autorità hanno permesso che centrali vecchie quarant'anni sopravvivessero? Perché non hanno previsto che anche dal mare poteva venire il mostro? Perché sono così evasive? Perché proprio Tokyo, che ha già vissuto la sventura e se la porta dentro come assillo, s'è fidata della tecnologia, non è corsa in tempo ai ripari?

Ci sono grandi disastri che hanno quest'effetto: di sconvolgere non solo le vite ma vasti castelli di teorie filosofiche ritenute sicure. L'Europa ha conosciuto ore analoghe: accadde nel terremoto di Lisbona, l'1 novembre 1755, e tutte le teorie si scardinarono. Anche quella fu fenditura d'un mondo: fondato sull'euforia tecnologica, sull'ottimismo, religioso o no. La modernità iniziava, e già inciampava. Ventidue anni prima, Alexander Pope aveva scritto un poema intitolato Saggio sull'Uomo. Il verso ricorrente era: "What ever is, is right": tutto quel che esiste è bene. Ma ecco che si apre la crepa di Lisbona, sulla liscia pelle del pensare positivo. Voltaire, Kleist, Kant sono turbati e scoprono che non è più possibile consolarsi con Pope e le teodicee di Leibniz. Non è più possibile dire a se stessi, come Pangloss nel Candide di Voltaire: avanziamo "nel migliore dei mondi possibili".
Cadde anche l'illusione, cara alle chiese, sul dolore salvifico: non esiste una felix culpa, ma un male che ti prende di sorpresa, ingiusto. In presenza del disastro o del crimine sono più opportuni la sapienza di Kleist, le ricerche di Kant sulle origini dei terremoti (Kant è il primo a scoprire la "rabbia del mare"), lo sguardo di Voltaire: "Elementi, animali, umani, tutto è in guerra. Occorre confessarlo: il male è sulla terra". Ansioso di conforto, Rousseau scrisse incongruenze, in una lettera a Voltaire del 1756: "Non sempre una morte prematura è un male reale (...). Di tanti uomini schiacciati sotto le rovine di Lisbona, parecchi senza dubbio hanno evitato disgrazie più grandi, e (...) non è detto che uno solo di quegli sventurati abbia sofferto più che se, seguendo il corso naturale delle cose, avesse dovuto attendere in lunghe angosce la morte che lo ha colto invece di sorpresa". Ma anch'egli pone domande che solo l'emozione accende: non è stata edificata male Lisbona, con le sue case alte 6-7 piani? Non è l'uomo il colpevole, più della natura? Candide soffre il terremoto e conclude: "Bisogna coltivare (meglio) il proprio giardino", dunque la terra, perché questo tocca all'uomo. All'uomo descritto da Kant dopo il 1755: "legno storto", "mai più grande dell'uomo".

Il Giappone non ha alle spalle i settecenteschi ottimismi europei. Dopo Hiroshima si è risollevato con non poche rimozioni, ma con traumi indelebili. Cinema e letteratura narrano questi traumi, e una paura niente affatto calma. Su queste ramificazioni del pessimismo s'è rovesciato lo tsunami, e Jonas aiuta più di Voltaire. I giapponesi sapevano già che "il male è sulla terra", e quel che può soccorrerli è la paura che scoperchia, che scopre. La stessa paura che affiora da decenni, sotto forma di fantasmi, nel suo cinema, nella sua letteratura. In questi giorni guardi la tv, e sembra di vedere la città su cui s'abbatte l'indicibile cataclisma raccontato nel film Kairo, di Kiyoshi Kurosawa: strade e autobus vuoti, fughe verso il nulla, e in cielo, a distanza ravvicinata, un immenso aereo-avvoltoio (nell'Apocalisse griderebbe: "guai! guai!") che vola verso lo schianto.
Rivedere Kairo fa capire lo squasso mentale nipponico e anche il nostro. Il Giappone ha dietro di sé un'epoca che è stata chiamata Decennio perduto, fra il 1991 e il 2000, e s'è poi prolungata in Decenni perduti. Il film di Kurosawa risale a quegli anni (2001) e non è cinema dell'orrore ma - all'ombra dello tsunami - visione iperrealistica. Kairo vuol dire circuito: ma è un cerchio senza alfa e omega. Il fenomeno narrato da Kurosawa è quello di intere generazioni che si barricano in casa fino a divenire ombre davanti ai computer (le statistiche parlano di almeno un milione di drop-out). Il fenomeno si chiama Hikikomori: è un ritrarsi, confinarsi nella solitudine. Nasce da insicurezze esasperate dalla crisi, dal futuro amputato. Sulle pareti delle case, nel film, si stagliano informi ombre color carbone. Gridano "Aiutami!", nel momento in cui i giovani morenti lasciano in eredità quest'effigie di sé.

È la silhouette annerita dell'uomo accanto alla scala che apparve impressa su un muro di Hiroshima nel '45. L'incubo si stende sull'uomo, spaventandolo incessantemente. Viene da lontano, va lontano. Solo spaventandoci unisce il passato al presente; e ci tiene svegli, forse.

15.3.11

Parliamo di nucleare. Seriamente

di Ferruccio Sansa

L’energia nucleare ha un pregio: svela le ipocrisie. Parlo di me stesso prima di tutto. Nei miei interventi sul blog cerco sempre di esprimere una posizione precisa. Ma sul nucleare, di fronte alle immagini di quanto sta avvenendo in Giappone, mi accorgo di avere moltissimi dubbi.

L’Italia tra poche settimane dovrà votare per un referendum molto importante. Credo, e non è una previsione difficile, che il disastro giapponese sia stato una mazzata tremenda per i sostenitori del nucleare. Le esplosioni nella centrale di Fukushima hanno dimostrato che l’energia nucleare non è così sicura come qualcuno vorrebbe far credere. E però, nonostante questa tragedia, credo che dobbiamo mantenere lucidità. Parlo per me stesso, cerco di ragionare insieme con voi.

Io sono contrario al ritorno dell’energia nucleare in Italia. La questione, però, non è così semplice. L’Italia dipende per il 67 per cento da energia prodotta da centrali termoelettriche che bruciano soprattutto combustibili fossili. Quindi carbone. E gli effetti del carbone non sono meno dannosi di quelli del nucleare, basta ascoltare le proteste di chi abita vicino alla centrale di Vado. Si dice di puntare sulle energie pulite. Giusto. E però bisogna essere realistici. Prendiamo le centrali idroelettriche, le uniche energie pulite che in Italia finora hanno un peso rilevante. Bene, andiamo a vedere i danni devastanti che le dighe hanno prodotto per esempio sul Piave che ormai è privato del 90 per cento delle proprie acque. Ricordiamoci di tragedie provocate dalle dighe, come il Vajont. E l’eolico? È un tecnologia residuale e soprattutto con un impatto devastante sul paesaggio. Andate a vedere le pale alte più di cento metri che in Molise stanno crescendo ovunque, perfino sulle antiche città dei Sanniti. Resta il solare, ma è difficile pensare che possa essere la principale fonte di energia in un paese come l’Italia.

Arrivato a questo punto del ragionamento io mi trovo con le spalle al muro. Sono contrario al nucleare, ma mi rendo conto che non si può salvare la propria coscienza dicendo “no” se poi non si indicano alternative credibili. Sarebbe, appunto, ipocrisia.

Allora? In Italia noi vogliamo tutto: vogliamo consumare quantità immense di energia, ma non accettiamo il nucleare. Questo è il vero nodo da sciogliere: siamo disposti, come io credo sia possibile, a cercare di ridurre drasticamente i nostri consumi oppure accettiamo fonti di produzione di energia che comportano rischi? Questa è la vera domanda. Se consumiamo energia nucleare, è giusto ospitare le centrali e accettare che siano costruite anche davanti a casa nostra. Non possiamo pensare di tenerci i benefici lasciando alle solite regioni del Sud le centrali (volete scommettere che nelle regioni amministrate dalla Lega non ne costruiranno nemmeno una?).

Purtroppo, però, le premesse per un ragionamento serio sul nucleare non ci sono. Basta guardare gli spot sul nucleare che si definiscono “obiettivi” e invece sono prodotti da un forum finanziato da imprese interessate al nucleare. No, bisogna prima chiarire chi c’è dietro la febbre da nucleare che ha contagiato l’Italia, se ci sono imprenditori amici degli amici. Bisogna capire perché noi costruiamo impianti di terza generazione quando in Francia già si parla della quarta. Bisogna prima fare chiarezza sullo smaltimento delle scorie che non possiamo rifilare all’Africa. Soprattutto: occorrono Autorità davvero indipendenti che, in caso di costruzione delle centrali, vigilino sull’assoluta trasparenza degli appalti e dell’informazione.

Ecco, vi offro tanti dubbi. Ma una sola certezza, almeno per me: lasciare agli altri i rischi e a noi i benefici è ipocrisia.

13.5.10

Lobby e vecchi merletti

di Gianni Mattioli, Massimo Scalia

Ma Veronesi sottoporrebbe una chirurgia oncologica a una valutazione di Rubbia? E la Hack, che più passa il tempo più la troviamo sulle barricate che noi, imborghesiti, abbiamo abbandonato, non si interroga sul carattere intrinsecamente paleocapitalistico dell'industria nucleare? Eccoli lì invece, arzilli e indomabili, a perorare la causa del progresso, di quel fuoco rubato da Prometeo e che politici incompetenti e ambientalisti incoerenti vorrebbero sostituire con la candela, che poi anche lei produce CO2. L'appello rivolto al segretario del Pd, perché il partito ripensi a quel No al nucleare, compendia tutte le figure dell'eterna commedia all'italiana. Innanzi tutto gli esperti in quanto illustri, come ci insegnò il professor Bernardini. Magari bravi nel loro settore di competenza,ma per i quali fissione, fusione - mi raccomando «calda», quella fredda è notoriamente roba esoterica - configurano un orizzonte generico, ma saldamente presidiato dall'ideologia, di sfide da cogliere e di ricerca da fare. Sempre e in ogni caso. Poi c'è il corteo dei giornalisti, degli intellettuali, per definizione «umanisti», esponenti di punta del brivido d'orrore per le quattro operazioni: «Ma quella è matematica!» Ed eccoli tutti lì a chiedere un confronto su dati, scienza e non approssimazione, ragionamenti di merito e non ideologia. Poverini, non si sono accorti di aver aperto quella campagna di «informazione», per di più gratuitamente, che il nostro premier aveva promesso a margine della visita di Putin il mese scorso, impegnandosi a «convincere» gli italiani sulla bontà della scelta nucleare. È noto che per Berlusconi convincere è sinonimo di informare, spiace che lo diventi di fatto anche per persone che non avevano ancora varcato questa soglia. E diventa fondato il sospetto che parecchi di loro abbiano ingenuamente aderito ad un'iniziativa di chiara marca lobbistica - Enel, Ansaldo, Edison, vogliamo azzardare? - tesa a creare fratture nel maggior partito d'opposizione. Perché ci si rende conto che, anche se le nuove norme lo prevedono, non sarà facile imporre il nucleare manu militari. E ai governatori del centro destra già dediti al nimby bisogna pure far vedere che invece c'è gente ragionevole anche dall'altra parte. A proposito di informare, è da quando Scajola - ops, chi era costui? - squillò proprio due anni or sono la diana del nucleare che la grande stampa, indistintamente, ha dato ampio spazio al «rilancio», senza neppur andare a vedere i dati che parlano, al contrario, di una strategia industriale in declino. E, all'insegna del realismo di Vespasiano, si è anche prodotta in vere e proprie «marchette». I grandi canali televisivi si sa, poi, come ammonisce il premier, sono covi di comunisti, non alla Hack beninteso, pronti a difendere il sovversivismo antinucleare. L'appello, insomma, ricorda un po' i poveri untorelli, e vien da dire: che volete di più, il pensiero unico di governo, Enel, Edf e Areva? Ma volesse Prometeo che ci fosse un po' di informazione non di regime nelle grandi sedi che si rivolgono all'opinione pubblica! L'appello è una riprova scoraggiante dell'essere sempre più l'Italia una provincia della cultura europea. Mentre grandi paesi nostri competitori guardano al futuro e si sono lanciati sull'obiettivo dei tre «venti per cento» della Ue, diventato punto di riferimento comune del dibattito mondiale sulle azioni per far fronte ai cambiamenti climatici, qui da noi si guarda al passato. C'è di buono stavolta che, all'appello, Bersani ha risposto picche con robuste motivazioni di merito quali «la sicurezza» e, come ha dichiarato, «davvero non per ideologia».