di Alessandro Mulieri (Micromega)
Riprendendo alcuni spunti dal suo recente “Democrazia sfigurata. Il popolo fra opinione e volontà” (UBE), Nadia Urbinati spiega, in questa intervista concessa al “Rasoio di Occam”, perché la democrazia non è tale se non riposa su una duplice sorgente d’autorità, quella della volontà (l’autorità formale della legge) e quella dell’opinione (il giudizio dei cittadini). È questo delicato equilibrio fra volontà e opinione che è messo in pericolo da populismo e plebiscitarismo.
Cominciamo dall’inizio. Il suo pensiero combina in maniera originale la storia delle idee politiche e un’attenzione particolare allo studio teorico delle realtà politiche contemporanee. Secondo lei, qual è l’importanza di una prospettiva storica nel fare teoria della politica e della democrazia?
La politica è un’arte del discorso e della decisione. Si nutre della conoscenza umana, individuale e collettiva, psicologica e storica; questa conoscenza è la condizione che orienta il giudizio verso l’azione. Muovere la volontà comporta usare l’arma della parola per far valere un ragionamento e guidare le emozioni. Per questo Artistotle aveva incluso la politica nel genere del sillogismo retorico, non di quello scientifico. Questo vale soprattutto per la democrazia, un sistema di governo e una forma politica che riposa essenzialmente sul discorso, l’arte della persuasione che muove in concerto persone tra loro diverse ed estranee. Incanalare le azioni verso la decisione (ovvero verso un esito univoco) è opera delle procedure democratiche, convenzioni che sono coerenti ai principi di questa forma di governo: contare voti di egual peso secondo la regola di maggioranza e lasciare che ciascuno contribuisca con la parola alla costruzione della decisione. Il legame con il mondo sociale e storico è inevitabile in quanto queste procedure agiscono su una materia che à fatta di interessi e opinioni di individui concreti, i protagonisti del governo democratico. John Dewey scriveva che in quanto progetto in permanente formazione, la democrazia ha necessariamente una storia e si tinge della specificità della società nella quale si fa strada. Le democrazie rappresentative contemporanee sono l’esito e l’espressione permanente di una lunga serie di lotte volte a contenere poteri gerarchici fondati su ragioni non estendibili a tutti, e in questo senso arbitrarie, come l’età, una competenza specifica, la proprietà, la sacralità, la forza militare. La secolarizzazione, l’evoluzione di un sistema di scambio fondato sul mercato, l’invenzione della stampa, hanno contribuito in vario modo alla crescita di relazioni sociali rette su una qualche eguaglianza e infine alla costruzione di uno spazio pubblico separato nel quale un’eguaglianza più ampia potesse consentire al maggior numero di competere per incarichi pubblici. In questo senso possiamo dire che lo studio della democrazia non può essere concepito in una prospettiva antistorica o puramente astratta, anche se i suoi principi hanno una validità che trascende il tempo nel quale sono stati ideati e sperimentati. Il processo storico di sviluppo della democrazia è una sintesi composita di principi ed esperienze che si sono consolidati nel corso di un tempo lungo. Comincia nell’antica Grecia e arriva fino a noi, alle nostre democrazie rappresentative. Diverse condizioni storiche, diverse istituzioni e diverse forme di governo democratico, ma un simile principio di libertà politica come sfera separata dalla dimensione sociale.
Ci può spiegare più nel dettaglio quali sono questi principi?
Innanzitutto l’eguale libertà politica di darsi leggi, ovvero l’autonomia, un principio che attraversa l’intera storia occidentale. Quella democratica è un’eguaglianza artificiale per cui persone di diversa condizione sociale, economica, e oggi dobbiamo aggiungere culturale, religiosa e di genere, hanno un potere eguale di prendere parte al processo politico, sia approvando direttamente le leggi che votando per chi dovrà coprire questa funzione. E’ questa la condizione per vivere liberi: non sottostare al potere di chi lo reclama dichiarandosi superiore in una qualche cosa che non può essere acquisita anche dagli altri e idealmente da tutti. Gli antichi ateniesi chiamavo questa eguaglianza isonomia o per legge ovvero per una ragione che nulla aveva a che fare con qualità naturali o situazioni sociali. Quando Solone dichiarò che i poveri erano uguali ai ricchi, intese dire che come cittadini di Atene essi erano uguali e la legge li doveva proteggere dal rischio derivante dalla traduzione delle diseguaglianze sociali in diseguaglianze di potere politico. La democrazia fece dunque una promessa di ugual potere in qualcosa, non in tutto. Due sono i principi correlati a questo: isegoria o il potere eguale che ogni cittadino ha di partencipare con la parola alla formazione della decisione, e parrhesia o il sapere di poter con sicurezza parlare francamente in pubblico. La condizione democratica è di tranquillità e di sicurezza non solo di libertà. Essa non promette se non questo e per tanto il suo valore come ordine politico sta nell’essere un metodo, una procedura.
Parlando di quest’aspetto, mi viene in mente che nel suo libro lei insiste molto sul rapporto stretto che lega la democrazia al liberalismo politico. Come lei scrive, “la democrazia prima di tutto promette la libertà e usa l’eguaglianza politica e legale per proteggere ed esaudire questa promessa”. In altre parole, sulla scia di Bobbio e Habermas, lei insiste sul ruolo dell’eguaglianza come necessario complemento della libertà. Come risponde a quei teorici, come Chantal Mouffe, che guardano al rapporto tra liberalismo e democrazia in termini di opposizione?
Credo che sia davvero difficile concepire la democrazia senza il principio della libertà di scelta da parte dei cittadini. Sia Hans Kelsen che Norberto Bobbio (che si ispirava a Kelsen) hanno ben spiegato la relazione tra democrazia e libertà. La mia visione del rapporto tra democrazia e liberalismo è simile a quella di questi autori e riposa su un’idea semplice: il liberalismo politico (governo moderato e fondato sui diritti individuali) e la democrazia sono intrecciati perché senza le libertà di parola e associazione i cittadini non possono contribuire a costruire opzioni politiche e a scegliere di schierarsi, pro o contro, ovvero a formare una maggioranza o a finire all’opposizione. Si ritorna insomma al ruolo fondamentale che la libertà politica assume nel garantire l’isegoria. Autori come Chantal Mouffe che insistono sulla centralità del conflitto in democrazia hanno però difficoltà a contemplare il momento della decisione. Quando si decide, si verifica un’interruzione momentanea del processo conflittuale o di antagonismo – o meglio quel processo si sposta fuori dalle istituzioni, le quali procedono secondo quella specifica visione selezionata dalla maggioranza. Quindi non è sufficiente dire che la democrazia è basata sul conflitto (o il suo opposto, il consenso); bisogna specificare che la democrazia è prima di tutto metodo di decisione basato sulla regola di maggioranza. Questa specificazione è fondamentale perché elimina alla radice il consenso unanimistico, che non fa parte della democrazia anche perchè esso può conferire il potere di veto anche a uno solo, ovvero assegnare potere alla minoranza invece che alla maggioranza. La democrazia comincia quando non si è d’accordo e si deve poter decidere e quando di decide di decidere contando i singoli voti secondo il principio di maggioranza, che, come si intuisce, presuppone l’esistenza di una minoranza (cosa che, invece, il principio unanimista non presuppone: qui, infatti, l’esistenza dell’opposizione è vista come una sconfitta). La regola di maggioranza e il voto individuale sono le condizioni fondamentali che caratterizzano la democrazia rispetto a sistemi non-democratici. E’ per questo che liberalismo (quello politico) e democrazia si implicano a vicenda, hanno bisogno l’uno dell’altro.
‘Democrazia sfigurata’. Questo il titolo del suo ultimo libro in uscita con università Bocconi editore in cui racconta la crisi delle democrazie contemporanee (edizione in Inglese Democracy Disfigured. Opinion, Truth and the People per Harvard University Press). Lei descrive la democrazia come un sistema diarchico basato sui concetti di volontà e opinione. Allo stesso tempo, la sua intenzione dichiarata è quella di difendere una concezione procedurale della democrazia. Può spiegarci cosa intende?
L’espressione ‘diarchia” vuol significare che in democrazia ci sono due poteri o due sorgenti di autorità e poi che essi non sono in opposizione ma che, pur restando diversi e distinti, sono in permanente relazione. Una, la volontà, è l’autorità formale della legge e di chi la fa e l’applica (il voto dei cittadini, quello dei corpi elettivi, le regole e le istituzioni dello Stato) e il cui procedere è secondo norme stabilite in una costituzione scritta; uso il termine volontà riferendomi alla tradizione delle teorie della sovranità che identificavano la legge con la volontà (Rousseau in particolare, dove la volontà è la legge del sovrano). L’altro potere, quella che chiamo opinione, sta e vive fuori delle istituzioni, nel mondo regolato dai diritti individuali politici che servono ad articolare il giudizio dei cittadini e a esprimere il dissenso nella società, a raccogliere informazioni. Questa seconda forma di autorità include forme diverse di partecipazione. Per opinione (che dovrebbe essere pensata al plurale), intendo il mondo vario di formazione delle idee che coinvolge settori diversi della società civile. L’opinione ha tre funzioni: la prima è conoscitiva-cognitiva e cioè raccoglie e diffonde informazioni grazie alle quali noi formuliano i nostri giudizi politici; la seconda è politica e consiste nello schierarsi al momento di costruire o scegliere agende politiche; la terza è estetica nel senso che si basa sull’idea dell’esposizione pubblica da parte di chi gestisce il potere e le istituzioni (noi cittadini vogliamo vedere quello che avviene dentro il palazzo per poter giudicare). Queste tre funzioni costituiscono insieme l’idea di autorità dell’opinione.
Una concezione, questa della diarchia democratica, che sembra molto simile a quella di Habermas per cui la democrazia deliberativa si basa su una struttura doppia della deliberazione formale e informale. Quali le differenze con la teoria habermasiana?
Sicuramente queste due forme di autorità politica, volontà e opinione, sono presenti in diversi autori, soprattutto nel lavoro di Jürgen Habermas. Tuttavia, in Fatti e Norme di Habermas le due forme di autorità, le procedure che corrispondono alla volontà e l’opinione, rimangono indipendenti l’una dall’altra. Inoltre, la democrazia come deliberazione sulla quale Habermas ha focalizzato la sua teoria politica dà molto rilievo alla funzione integrativa dell’interazione etica tra cittadini che argomentano delle questioni pubbliche e meno alla funzione decisionale che nasce dal suffragio e si manifesta con le opzioni partigiani ovvero in partiti politici. Infine, l’opinione ragionata di cui parla Habermas intende in qualche modo emendare gli interessi e le opinioni non riflessive, modi se così si può dire inferiori di partecipazione perchè esposti alla ragione strumentale. Secondo me le due dimensioni devono essere pensate insieme benchè ciascuna abbia una funzione sua propria e il loro potere sia diverso; e infine, la dimensione dell’opinione deve contemplare le ragioni partigiane e interessi e non escluderle come forme contaminate di deliberazione.
E qual è la posizione di Bobbio su quest’aspetto?
A differenza di Habermas, Bobbio sembra suggerire l’idea della democrazia come diarchia. Quando in Il futuro della democrazia Bobbio definisce la democrazia un metodo, egli aggiunge che questo metodo presuppone che la società sia luogo di espressione e contestazioni delle opinioni, un esercizio di dissenso che necessita di un metodo per convergere verso decisioni. In Bobbio la democrazia promette l’elezione dei rappresentanti, e si basa anche su un processo di partecipazione regolata diretta e indiretta alla formazione del consenso, di condivisione del potere da parte di tutti. La forma razionale della deliberazione è una componente, non però ciò che vale a nobilitare la democrazia: sono invece le procedure a nobilitarla perchè consentono il libero gioco delle idee e degli interessi, il rispetto dell’esito della gara a patto che le regole consentano sempre di provare a vincere domani. E’ la temporaneità di ogni decisione che ci rende liberi, il fatto che nessuna vittoria è ultima. Quello che faccio rispetto a Bobbio è di schematizzare la distinzione servendono dell’idea diarchica di volontà e opinione. La mia idea è che i due poteri debbano rimanere separati e distinti e interagire senza mai confondersi o sovrapporsi. Questo equilibrio o meglio la tendenza a mantenere questo equilibrio è il lavoro in cui consiste la democrazia, un ordine politico e insieme un modo di agire nello spazio pubblico (definito sia dal voto che dalla sfera dell’opinione).
Il libro arriva a conclusione di un periodo decennale in cui il suo pensiero si è contraddistinto per un’attenzione particolare, storica e teorica, al concetto di democrazia rappresentativa. L’idea alla base del suo libro del 2006 Representative Democracy: Principles and Genealogy è che la democrazia rappresentativa sia “una forma unica di governo democratico peculiare delle società moderne” che non costituisca un’alternativa alla partecipazione. In contrasto rispetto al democratismo radicale alla Rousseau e l’elitismo schumpeteriano (che convergono nel definire rappresentanza e partecipazione come opposti concettuali) lei sostiene che la partecipazione ha bisogno della rappresentanza per dispiegarsi e dipinge la rappresentanza come una forma complessa di partecipazione, un processo politico che genera e si sostiene su un continuo flusso di influenza, controllo e comunicazione tra cittadini e rappresentanti. In che modo quest’idea della rappresentanza come partecipazione si rapporta (o si evolve) nel concetto diarchico di democrazia come volontà e opinione?
La diarchia di cui parlo in questo libro è lo svolgimento di quello che già avevo messo in luce nel libro del 2006. Comune a entrambi è l’idea che la democrazia sia fatta delle regole che conosciamo proprio perchè retta sull’opinione e quindi il dissenso (in quanto contrariamento alla verità l’opinione non ha altra autorità che il numero dei consensi che riesce a ottenere). Tuttavia, in quest ultimo lavoro faccio un passo ulteriore approfondendo il concetto di potere dell’opinione e individuando le possibili deformazioni cui la diarchia può andare incontro. Mi sembra che le maggiori metamorfosi avvengano proprio sul versante dell’opinione, nel modo in cui le tre funzioni dell’opinione sono espresse. Presumendo la democrazia procedurale come la figura essenziale, parlo di variazioni della sua figura e anche di sfiguramenti.
Si può pensare che le deformazioni della democrazia convivano con la concezione diarchica?
Le deformazioni non devono essere viste come alternative rispetto alla democrazia, ovvero come forme non-democratiche; nella maggior parte dei casi, esse convivono e nascono dall’interno della democrazia, come forme estreme di stiracchiamento di una funzione dell’opinione rispetto alle altre. Proprio in virtù di questa coabitazione della democrazia con le sue sfigurazioni, è importante interrogarci su quali sono le condizioni che portano allo sviluppo di quest’ultime. Ce ne sono molte e tutte attuali. Penso ad esempio all’invenzione di Internet, la cui importanza è sicuramente paragonabile a quella che l’invenzione della stampa ebbe per la nascita della democrazia moderna. Ma penso anche al problema della regolamentazione dei finanziamenti economici e agli squilibri legati alla globalizzazione che mettono in crisi la forma statale della democrazia. Credo che la particolare pericolosità delle deformazioni della democrazia cominci a essere evidente quando queste cominciano a diventare narrative dominanti.
Come spiega lei stessa, il concetto di democrazia epistemica è particolarmente attuale perché guarda in modo falsato al tema del rapporto tra democrazia e verità. In che modo le concezioni epistemiche della democrazia si rapportano o modificano la democrazia come diarchia?
Nel rapporto tra le due autorità è possibile che questa seconda, l’autorità dell’opinione, si trasformi così da voler svolgere la funzione della volontà. Questo avviene nella prima sfigurazione della democrazia che analizzo, quella sostenuta dalle teorie epistemiche della democrazia. La mia critica a questa sfigurazione parte dal fatto che la democrazia ha e ha sempre avuto un rapporto molto complicato con la verità e la teoria politica con la filosofia. Questo perché il suo metodo di decisione non ammette che ci sia una verità assoluta. Sulla verità non si ha senso votare. Quando Rousseau dice che in assemblea chi si trova in opposizione sbaglia, egli non presuppone una concezione di verità assoluta, ma un’idea di verità legata alla nozione di cittadinanza (la volontà generale). Secondo il filosofo ginevrino, per il cittadino la giustizia e l’utilità devono andare insieme: questo è il senso del patto sociale. La volontà generale non ha contenuto ma è un medoto grazie al quale i cittadini si fanno la domanda alla quale devono rispondere quando sono chiamati a votare, a operare cioè come attori pubblici, come cittadini. Quando un cittadino deve giudicare una proposta da votare non si deve chiedere: “mi piace questa proposta?”. Si deve invece chiedere: “è questa proposta in accordo col patto fondativo del contratto sociale per il quale l’utilità individuale deve andare insieme alla giustizia?” Rousseau non dice quindi che chi è all’opposzione sbaglia nel senso che si oppone a u certo contenuto o a una verità assoluta; lo dice invece presumendo che come cittadini dobbiamo farci la domanda giusta, alla quale, secondo lui, non ci possono essere due risposte diverse ma una sola. Il punto di riferimento – i principi fondamentali – è il termine centrale sul quale il goudizio politico si forma, rispetto al quale chi ha ottenuto meno voti è prevedibilmente nel torto (presupponendo che tutti ragionino senza malevolenza o che nessuno usi l’arte della retorica per persuadere). La lezione di Rousseau è importante per questa ragione: ci ricorda che la democrazia presume la diversità di opinione e l’argomentazione, anche se non possiamo seguire Rousseau nella regola del silenzio per tenere lotanto il discorso e l’arte della persuasione (sulle quali del resto riposa la rappresentanza, che Rousseau come sappiamo esclude). Retorica e ideologia sono le armi che i cittadini usano quendo partecipano alla formazione delle opinioni, le quali sono plurali. I filosofi alla ricerca della verità non sono contenti di questa soluzione e credono che la democrazia non debba soltanto concederci di vivere nell’eguale opportunità di participare alla formazione della volontà politica; vorrebbero inoltre che le sue procedure ci diano la possibilità di ottenere decisioni buone o migliori di quelle che otterremmo se seguissimo procedure non-democratiche. Tuttavia, le procedure democratiche non sono costruite perché noi otteniamo risultati di un certo tipo. Noi abbiamo quelle procedure perché prendiamo decisioni all’interno di situazioni per nulla omogenee o organiche e questo ci può portare anche a decisioni non soddisfacenti. Lo scopo delle procedure non è di darci buoni risultati ma risultati che siano sempre modificabili – direi quindi che la democrazia è il regno delle decisioni penultime.
In altre parole, le teorie epistemiche della democrazia rigettano una visione procedurale della democrazia e preferiscono considerarla un mezzo per ottenere certi risultati. Ma quale può essere una risposta democratica a queste teorie?
Un esponente di punta delle teorie epistemiche della democrazia, David Estlund, critica Habermas per diferere il proceduralismo senza dargli nessun valore oltre la procedura stessa; in questo senso il proceduralismo habermasiano sarebbe indicativo di un atteggiamento nichilista. Questa è la visione propria delle teorie epistemiche della democrazia che vedono nella procedura una struttura in sè priva di valore se non finalizzata a un esito buono. La mia risposta a questa visione consequenzialista è che nella procedura c’è un valore perché le regole dicono chi siamo, cioè uguali cittadini che liberamente partecipano alla costruzione delle decisioni. Le procedure della democrazia sono piene di contenuto in questo senso. Tra l’altro, l’idea epistemica della democrazia è storicamente infondata. La democrazia non ci promette dove andare ma soltanto come dobbiamo camminare, non è uno strumento quindi ma un fine in se stesso. Questo si porta alla mente Machiavelli, secondo il quale la politica assomiglia all’acqua che gli argini incanalano per approfittare al massimo della sua forza e tener sotto controllo le sue potenzialità disastrose. La democrazia procedurale fa le veci degli argini. La visione epistemica ci porta invece a vedere la procedura politica come un mezzo per raggiungere certi risultati ovvero per correggere le nostre opinioni nella ricerca di ottenere risposte vere o corrette ai problemi. Gli epistemici vogliono una democrazia la cui bontà sta nelle buone leggi che produce. E invece, la democrazia produce anche decisioni pessime, eppure noi continuiamo a preferirla a sistemi dispotici che promettono e forse anche producono bone decisioni. Perchè scegliamo la democrazia invece del dispotismo illuminato? Se noi ci basiamo su quello che produce, rischiamo davvero di svalutare la democrazia, la quale come regime politico produce molto spesso mediocri o pessime decisioni.
Tra l’altro, è difficile non riscontrare delle somiglianze tra le teorie epistemiche della democrazia e la crescente importanza della tecnocrazia o dei tecnici nei governi democratici contemporanei. Ad esempio, al livello europeo adesso si parla spesso di ‘output democracy’ intendendo con quest’espressione il fatto che la democrazia debba essere un regime in grado di raggiungere risultati tanto legittimi quanto efficienti. Che rapporto c’è tra le teorie epistemiche e questa visione efficientista della democrazia?
Credo che gli epistemici, a differenza degli efficientisti, partano dal concetto di eguaglianza. La democrazia dà la stessa voce a tutti perché c’è una base di uguaglianza di potenzialità intellettuali in tutti. Secondo la visione epistemica, la procedura è già contenuta nel principio di eguaglianza della capacità intellettiva. Per gli efficientisti, invece, la situazione è più estrema e, credo, pericolosa perché trasformano la democrazia in una questione di problem-solving, proprio come accade nella governance. Il ragionamento sembra sia il seguente: dato che le democrazie sono incapaci di prendere con certezza decisioni efficaci o efficienti, occorre restringere il raggio d’azione della scelta politica. Questo è il discorso che emerge per esempio dal libro Republicanism di Philip Pettit, che discuto nel secondo capitolo del mio libro. Secondo Pettit, i parlamenti devono diventare silenti mentre tutto il lavoro deve essere fatto da commissioni di esperti che sanno meglio ragionare imparzialmente perchè non soggetti al verdetto popolare; ai parlamenti si lascia il voto finale si/no. In quest’ottica, l’opinione deve essere superata, non può entrare nel gioco deliberativo se la democrazia deve raggiungere ‘buone’ decisioni. Ma se le decisioni nei luoghi deliberativi elettivi non sono più rilevanti, allora ci dirigiamo verso una forma di deliberazione spoliticizzata. Come si vede, il rischio è l’esautoramento dei corpi elettivi. Ma al di là di ciò, la procedura non ha bisogno di una giustificazione basata sull’eguaglianza delle capacità intellettive per essere legittima: del resto l’idea di universalità del suffragio è una risposta radicale contro il principio della capacità intellettiva. Bobbio ha ben chiarito questo: la democrazia non ha un fine specifico da raggiungere. Se riempi il fine della democrazia con qualcosa, da quel momento tu limiti le possibilità dei cittadini, la loro libertà. La democrazia ci lascia quindi la capacità di sbagliare e rifare decisioni. E’ un sistema aperto di decisione: il regno, appunto, delle decisioni penultime. Tra l’altro, se la ragione dovesse essere il fondamento della sovranità allora dovrebbero votare solo i più sapienti (un’idea permanente nella storia, da Platone fino a Guizot). Invece, è la nostra libertà la ragione della nostra partecipazione. E’ per questo che credo che, sia la democrazia epistemica che quella efficientista siano un ossimoro. Nel dialogo platonico del Protagora c’è un esempio interessante per capire il rapporto tra la democrazia e la competenza tecnica. In questo dialogo, Platone ci spiega che se il popolo vuole costruire una nave si rivolge ovviamente ai tecnici competenti e ai costruttori di navi, non le costruisce da solo. Però è il popolo che decide se quelle navi servono e se devono essere costruite: questo è il loro potere politico, che risiede appunto nel potere eguale di decidere non nel potere di decidere bene o correttamente (per cui si possono delegare competenti o tecnici).
Passiamo a quella che lei considera nel libro la seconda disfigurazione della politica, e cioè il populismo. In che modo esso si appropria del concetto di volontà in una democrazia e lo riformula in senso anti-democratico?
Delle tre disfigurazioni, il populismo è l’unico che agisce in maniera radicale anche sulla trasformazione del concetto di volontà. Per i populisti, l’ideologia del popolo unisce volontà e opinione: l’opinione più omogenea o quella che ha più largo sostegno dovrebbe essere eo ipso la volontà o la legge. Mentre la democrazia epistemica si concentra sull’opinione (per negarla) qua abbiamo a che fare con una critica serrata al concetto di rappresentanza che svuota la volontà di qualsiasi aspetto formale e procedurale per essere espressione dell’opinione popolare. Il populismo usa le procedure solo nella fase della propria affermazione, allo scopo di vincere. In un secondo momento, il leader populista tenta in tutti i modi di realizzare la propria idea facendo ad essa coincidere il potere dello stato. Se nella visione epistemica la democrazia è giudicata dal punto di vista della verità esterna alla procedura, qui è giudicata dal punto di vista dell’aderenza della procedura a quel che il popolo (ovvero il leader) vuole che la verità sia. Un esempio di questa visione viene o è spesso venuto dall’America latina, dove i leader populisti o i caudilli hanno utilizzato il potere dello stato per favorire la propria costituency e quindi togliere le armi all’opposizione. Questo modo di concepire il potere, tuttavia, toglie valore alle procedure democratiche concepire come mezzi al servizio di un’idea di popolo. In questa visione della democrazia, il liberalismo è espunto. Il vero obiettivo polemico del populismo è la democrazia rappresentativa, la competizione e il pluralismo partitico, espressioni del fatto che nella società ci sono interessi diversi e non tutti unificabili sotto un’idea egemonica di popolo.
La sua critica alla deformazione populista della democrazia ha come obiettivo principale il libro di Ernesto Laclau, la ragione populista. Qual è la sua critica principale al libro del filosofo argentino scomparso recentemente?
Laclau è stato forse l’unico pensatore contemporaneo che ha cercato di dare al populismo una statura teorica autonoma; per fare questo ha sostenuto un’identità di populismo, democrazia e politica. Quest’ultima avrebbe a che fare con la costruzione collettiva del sovrano (Laclau non lo chiama sovrano ma popolo). Il popolo di Laclau è tale nel senso romano di plebe, cittadini meno abbienti, coloro che cercano nell’unità sotto un tribuno la loro protezione dai potenti. La politica è costruzione ideologica dell’unità del popolo. Laclau è giungo a questo esito con due mosse teoriche notevoli: ha prima emancipato il popolo dall’identificazione con la massa ignorante e la democrazia oclocratica (nella tradizione di Gustave le Bon o Ortega-i-Gasset); poi, ha emancipato l’azione politica della massa dall’accusa di irrazionalità che è servita a giusitificare la teoria della scelta razionale, cioè la dissoluzione del soggetto collettivo immettendo nella politica il ragionamento strumentale economico individuale. Laclau emancipa la politica dalla razionalità economica ed emancipa la massa dall’irrazionalità rivendicando l’unicità della ragione politica, che è fatta di miti e di retorica ed in questo profondamente razionale allo scopo: uniformare una massa di individui portatori di varie rivendicazioni in un popolo attore collettivo è agire politico. Laclau rivendica l’originalità dell’azione politica e popolare collettiva attraverso un processo egemonico. Questo è indubbiamente un importante contributo. Se non che la politica non è soltanto costruzione dell’egemonia. Oltretutto, come spiego nel libro, il modo in cui Laclau usa l’idea gramsciana di egemonia è discutibile. La teoria di Laclau è inquietante perché l’identificazione tra populismo e politica ci dice che tutto è populismo. Se è così, allora perché parlare di democrazia e di populismo? Secondo me le cose stanno in un modo diverso. Il populismo per essere definito ha bisogno della democrazia, esso non è la democrazia. E’ una radicalizzazione del principio maggioritario che non è abolito ma realizzato e poi usato in maniera così intensa da rendere l’opposizione nana o inutile. Questo utilizzo strumentale del principio maggioritario fa del populismo una creatura parassita della democrazia, che sugge dalla democrazia la linfa e che per questo può corromperla. Il populismo sta al confine estremo della democrazia, oltre il quale ci può essere dittatura.
Tuttavia lei distingue il populismo da certi movimenti popolari come gli Indignados o OccupyWallStreet…
E’ impossibile dare una definizione categorica del populismo. Quel che faccio è identificare alcune categorie che lo contraddistinguono. Lo distinguo prima di tutto dal movimento popolare. Un movimento popolare è democratico e non è la stessa cosa del populismo. Indignados e OccupyWallStreet sono stati movimenti popolari che non hanno voluto e avuto un capo unico e hanno invece contribuito alla dialettica democratica dei regimi rappresentativi, anche se li hanno radicalmente contestati. Al contrario, il populismo è un progetto di governo e di trasformazione della democrazia da parlamentare e partitica a consensuale e mono-archica. In quest’ultimo caso, il rischio è di andar fuori dalla democrazia e avere un altro regime.
Qualcuno potrebbe leggere la sua critica al populismo come un tentativo di mettere sullo stesso piano fenomeni molto diversi come quello quelli del populismi europei di Le Pen o della Lega Nord e i populismi sud-Americani di Chavez e Correa. E’ possibile distinguere politiche populiste ‘buone’ e populismi ‘cattivi’?
Non credo. Il populismo è l’affermazione di un maggioritarismo estremo e in questo senso la distinzione tra populismo di destra e di sinistra non è rilevante; essa è contingente. La forma populista ha delle caratteristiche costanti. Se dovessero prendere in mano il potere, i due populismi farebbero le stesse cose. Il populismo è antiliberale e non sopporta le minoranze politiche. Unisce il popolo contro l’élite e per raggiungere quest’obiettivo la distinzione tra destra e sinistra non ha grande importanza.
Nell’ultima parte del libro, lei discute una terza disfigurazione della democrazia che lei definisce plebiscitarismo. Quali sono le differenze col populismo?
Il plebiscitarismo è imparentato al populismo ma mantiene la distinzione tra procedure e opinione e le distribuisce tra due gruppi diversi: chi opera nelle istituzioni (l’elite) e il pubblico che sta fuori. Nel plebiscitarismo i pochi sono eletti e i molti fanno un’altra cosa, assistono all’esercizio del potere da parte dei primi. C’è una divisione del corpo sovrano in due gruppi, e quindi la funzione del popolo viene ad essere passiva in rapporto a quella svolta dai pochi. Il popolo diventa spettatore o occhio (come lo chiama Jeffrey Edward Green) ma è privato dell’elemento della cittadinanza attiva. Dato che il popolo è svilito a plebiscito, la figura della leadership fa tutto il lavoro e le procedure si risolvono nell’andare a votare, nel sancire il leader, secondo una logica Schumpeteriana, che ben si lega a questa visione della democrazia. E’ chiaro che nel caso del populismo c’è una presenza dirigistica assai forte, come nel caso del plebiscitarismo; ma la differenza è che nel primo l’elemento popolare è più attivo che nel secondo. Nel populismo c’è la massa mobilitata mentre nel plebiscitariamo ci sono soprattutto gli spettatori che guardano la televisione o usano Twitter o seguono il leader nelle sue permanenti esternazioni pubbliche. Nel populismo la voce è centrale mentre nel plebiscitarismo è la vista a farla da padrone. Nel plebiscitarismo non c’è bisogno che il tema del popolo sia centrale perchè ci sia un leader. Come dice Bernard Manin, nella democrazia dell’audience i veri attori sono gli esperti di comunicazione dei partiti che diventano mezzi di costruzione dell’audience e non sono più strumenti di elaborazione politica.
Nel suo libro, lei spiega che il concetto di Cesarismo (cioè il rapporto diretto tra un leader carismatico e il suo popolo) ha varie declinazioni e può essere interpretato sia come una conseguenza del populismo che come una componente del plebiscitarismo. Quali sono gli elementi di specificità del cesarismo populista in rapporto a quello plebiscitario?
In effetti, il concetto di Cesarismo assume un aspetto diverso nel populismo e nel plebiscitarismo. Il leader plebiscitario è un leader carismatico come di insegna Max Weber, e ha bisogno di essere amato dalle masse e di dare loro quella forma che esse non sanno darsi da sole. Il leader del nostro tempo tuttavia non cresce nel parlamenro e nemmeno nel partito, ma nella sfera dell’opinione. Ecco perchè uso l’espressione plebiscitarismo dell’audience. Questo leader non ha più vita privata e paga questo prezzo in cambio del potere. Questo nuovo plebiscitarismo pensa che finalmente il pubblico riesca a controllare il leader senza più doversi affidare a istituzioni non democratiche, come le corti costituzionali o la dovisione dei poteri o il bicamenralismo. Si tratta di visione idealistica del ruolo dei mezzi di comunicazione, che si scontra con l’esperienza recente e recentissima: noi non abbiamo in effetti alcun controllo o potere sul leader, è la sua immagine che controlla noi; egli vuole il nostro consenso e di serve di strategie commerciali o mediatiche per ottenerlo. Quel che noi facciamo è vedere quel che qualcuno ha deciso che dobbiamo vedere. Al contrario, nel populismo il leader cesarista è un attore politico: c’è unione mistica tra popolo e leader in tutti e due i casi, ma viene raggiunta in maniera diversa in ciascun caso. Nel populismo, il leader va in piazza, interagisce col popolo, talvolta si confonde con esso e in mezzo a questo. Nel caso del plebiscitarismo, invece, la costruzione del leader carismatico dei media è un’immagine, una costruzione mediatica dai contorni mitici e sfumati. Il leader rappresenta se stesso: è un esemplare di uno di noi. L’aspetto estetico è essenziale mentre nel populismo c’è un aspetto politico preminente. Credo tuttavia che la deformazione totalitaria sia molto più pericolosa nel caso del plebiscitarismo perché qui il popolo scompare per diventare pubblico. In entrambi, i corpi intermedi sono comuque esautorati. Esempi di leader plebiscitari sono stati Bettino Craxi, Tony Blair e, più recentemente Matteo Renzi. Silvio Berlusconi combinava fattori populisti e plebiscitari, se non altro perchè aveva un apparato ideologico (liberali contro comunisti) del quale si serviva per gestire la dialettica “amici”/”nemici”. Ma queste semplificazioni sono semopre stiracchiate; in realtà tra populismo e plebiscitarianismo c’è osmosi, soprattutto nella società dell’opinione mediatica.
Il dibattito recente sulla rappresentanza, soprattutto nel mondo anglofono, tende a valorizzare sempre di più il ruolo costitutivo ed estetico della rappresentanza come creazione del politico o come interazione dinamica tra pretese rappresentative e un concetto molto ampio di pubblico (penso ad autori come Frank Ankersmit e Michael Saward). Questa tendenza, che ha delle similitudini nel concetto estetico di doxa che lei critica nella deformazione plebiscitaria della democrazia, radicalizza l’idea che la rappresentanza sia una sorta di sovranità riflessiva (quello che lei definisce opinione) e, in certi casi, tende a isolarla dal concetto di volontà da lei descritto, promuovendo forme post-rappresentative e post-sovrane di democrazia. Qual è il suo giudizio sulla qualità democratica di queste forme di rappresentanza estetica?
Le forme di rappresentanza estetica esprimono solo una parte del discorso sulla rappresentanza. La rappresentanza politica è una categoria complessa che ha bisogno di un’autorizzazione formale, della volontà. Di conseguenza, mi sembra che queste forme estetiche di rappresentanza siano imparentate alla sfigurazione plebiscitaria della democrazia la quale, da sola, non qualifica la rappresentanza democratica. Inoltre, mi sembra che esse non abbiano un’accredito normativo democratico perché presumono che la rappresentanza sia un’azione autoreferenziale che si impone acquistando visibilità senza sottostare al controllo dei rappresentati visto che c’è rifiuto dell’indicazione del rappresentante per via di elezioni. Che dunque il loro programma le qualifichi come rappresentative ovvero che la rappresentanza avvenga per auto-legittimazione mi sembra problematico. L’uso della rappresentanza estetica è un modo per legittimare la rappresentanza degli interessi o dei valori e ci ricorda Schmitt, quando nei suoi scritti parlava di rappresentanza dell’autorità ecclesiatica come simbolo di una forma di rappresentanza superiore al consenso dei rappresentati. Giova ricordare che questo tipo di rappresentanza serve a giustificare l’autorità dei rappresentanti più che a dare potere ai rappresentati.
L’impatto della globalizzazione sulle democrazie contemporanee è alla base di una buona parte dei fenomeni di spoliticizzazione e anti-politica descritti nel suo libro. Crede che la crescita dell’interdipendenza globale e della complessità sociale e politica della governance transnazionale stiano avendo un impatto negativo sulle democrazie contemporanee? E come guarda alle diverse teorie che cercano di dare una risposta democratica ‘cosmopolitica’ al deficit democratico globale?
Indubbiamente i processi di globalizzazione stanno avendo un impatto fondamentale sulle trasformazioni della democrazia rappresentativa. Il problema non è la democrazia ma la condizione statale dell’autorità politica. Tuttavia sono molto scettica sulla possibilità di uno stato globale come soluzione a questo problema. Chi è il cittadino di una democrazia globale? Thomas Piketty nel suo ultimo libro parla molto della necessità di una tassazione globale. Il problema è chi decide che ci debba essere una tassazione al livello globale? Chi sono gli attori politici e come li si seglie e controlla?
Un’ultima domanda è sul futuro della democrazia. Dall’ascesa dei populismi (soprattutto alle ultime lezioni europee) al peso crescente della globalizzazione, sembra che le democrazie contemporanee siano sempre più incapaci di dare risposte adeguate alla realtà politica in cui operano. Ci sono secondo lei degli aspetti prioritari su cui dovremmo concentrarci per cercare di rimediare alla crisi delle democrazie?
Credo che la cosa più importante da evitare di fronte allo stato di crisi delle democrazie sia una forma di rassegnazione che può rivelarsi fatale. Certo, è innegabile che gli strumenti che abbiamo al momento sono insufficienti. Ci sono due aspetti che ritengo assolutamente prioritari per cercare di arginare la crisi che contraddistingue le democrazie contemporanee. Bisogna essere più radicali nel creare le condizioni economiche della democrazia: la cittadinanza deve avere delle proprie risorse, delle basi economiche auonome dal mercato privato, per finanziare il potere della volontà e quello dell’opinione (ovvero partiti, campagne elettorali e mezzi di informazione). Devolvere al privato questi mezzi di formazione della scelta politica non è la strada migliore per irrobustire la democrazia. La democrazia ha un costo e costa, e questo non è uno scandalo (è fatta da cittadini ordinari, non da plutocratici o da nobili!). Questa attenzione alle procedure e ai costi per ben attuarle riporta in primo piano il valore delle elezioni e mette in guardia dalla trendenza in atto a restringere il numero e le funzioni degli organi elettivi per designare a comitati di nominati compiti politici.
Alessandro Mulieri è dottorando in filosofia politica presso il Centre for Global Governance Studies e l’Istituto di filosofia politica dell’Università di Lovanio in Belgio. In passato ha studiato filosofia all’Università “La Sapienza” e Relazioni internazionali presso la London School of Economics.
(3 settembre 2014)
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
3.9.14
La religione incompresa
Nadia Urbinati (La Repubblica)
La cultura moderna, la nostra cultura illuministica, è nata e si è radicata per domare il potere del fenomeno religioso. Ma la convinzione di averne ridotto la forza le si è ritorta contro
A commento dell'attacco criminale degli estremisti islamici ai vignettisti e ai giornalisti di Charlie Hebdo, l'intellettuale francese Abdennour Bidar nella sua "Lettera aperta al mondo islamico" ha scritto che gli intellettuali occidentali sembrano aver smarrito la capacità di comprendere il fenomeno religioso. Per molti di loro la religione è un segno che sta per qualcos'altro: la narrativa che sostituisce le ideologie politiche decadute; il mezzo per mostrare contrarietà a leggi e sistemi politici; l'arma per denunciare la discriminazione, la marginalità, l'esclusione. Certamente, la religione gioca e ha giocato tutte queste funzioni. Del resto, proprio per la sua capacità di muover e la paura e comandare l'obbedienza, ad essa si sono rivolti fondatori di Stati e loro consiglieri per indurre uomini e donne a fare cose che mai avrebbero altrimenti avuto il coraggio di fare. Spiega Machiavelli che solo quando i romani furono portati a sentire la paura della punizione divina i loro capi militari riuscirono a imporre il comando supremo nei campi di battaglia, perché la paura di dio superava quella della morte. Del resto, l'uso politico della religione ha un senso solo perché chi la usa e la mobilita ne conosce il potere tremendo e tragico, che sta oltre la vita e la morte. La cultura moderna, la nostra cultura illuministica, è nata e si è radicata per domare e depotenziare questo potere tremendo. Ci è riuscita permeando la vita civile della cultura dei diritti. Ma la convinzione di averne domato la forza le si è come ritorta contro, rendendola incapace di comprendere appieno le risorse di cui la, religione dispone, di leggerla come nient'altro che un segno che sta per qualcos'altro, un fenomeno arcaico e un rifugio per chi non ha, per esempio, risorse culturali ed economiche sufficienti. Opium populi. La religione è un fenomeno radicale che la cultura dei diritti ha modificato ma non cambiato nella natura. Ecco perché essa ha difficoltà ad accomodarsi con la tolleranza, un termine che designa ancora una virtù fredda o una non virtù proprio perché richiede di accettare resistenza di quel che da dentro la propria fede si considera un errore. Come ci ha ricordato Norberto Bobbio in un articolo magistrale, i credenti accettano la tolleranza come una regola di prudenza ma noni' abbracciano come un imperativo o un principio in sé. Ci è voluta la retorica semplice di Papa Francesco per ricordarcelo: «se offendi mia mamma ti mostro il pugno». Certo, mostrare il pugno non è la stessa cosa di usarlo. Ma è bene ricordare che è alla cultura dei diritti che dobbiamo riconoscenza per farci capire appieno quella differenza. Criticare l'autore di una satira invece di sopprimerlo: qui sta tutta la differenza del mondo. Ma questa differenza è segno che la tolleranza funziona come regola di prudenza, ovvero che sa suggerire comportamenti strategici senza bisogno di cambiare l'attitudine spirituale del credente. Ora, è evidente che se nei Paesi occidentali questa regola di prudenza non costa tanto e funziona abbastanza bene è perché chi la pratica opera all'interno di una cultura etica che è imbevuta di un seme religioso preponderante. La cultura europea ha una sua omogeneità, sia quando parla la lingua della religione che quando parla la lingua dei diritti. E usare la regola della tolleranza mostrando il pugno è tutto sommato un fatto eccezionale. Essere tolleranti tra eguali costa meno, rende l'autocontrollo meno difficile. E soprattutto, ci fa dimenticare la radicalità del fenomeno religioso. Fa dimenticare che la cultura dei diritti è un bene delicato; che l'abitudine che abbiamo acquisito in questi due secoli di dissentire con ragioni invece che coni pugni non ci ha al fondo cambiati, che la religione non è diventata una filosofia o una visione del mondo come le altre; che, infine, anche il pluralismo, quando riesce a stabilizzarsi, non è proprio lo stesso di quello che si trova nel libero mercato delle idee dove si sceglie tra varie opzioni ( diceva Antonio Labriola agli ottimisti positivisti del suo tempo che i valori non sono come "caciovalli appisi" che troviamo già fatti al mercato). Questo per dire che l'argomento che ci invita a considerare le condizioni del dialogo e dei suoi limiti, che ci ricorda la natura irriducibile e radicale della religione, che ci mette in guardia dal pensare che le condizioni materiali di vita siano, al fondo, la sola e vera posta in gioco di chi crede in un dio, è sensato e saggio. Nessuna giustificazione e nessuna tolleranza verso coloro che usano il pugno. Ma sarebbe riduttivo pensare che se la religione è permeabile all'intolleranza ciò è perché le persone non sono abbastanza benestanti, colte, integrate, riconosciute; che il fenomeno religioso sia segno di qualcosa d'altro.
La cultura moderna, la nostra cultura illuministica, è nata e si è radicata per domare il potere del fenomeno religioso. Ma la convinzione di averne ridotto la forza le si è ritorta contro
A commento dell'attacco criminale degli estremisti islamici ai vignettisti e ai giornalisti di Charlie Hebdo, l'intellettuale francese Abdennour Bidar nella sua "Lettera aperta al mondo islamico" ha scritto che gli intellettuali occidentali sembrano aver smarrito la capacità di comprendere il fenomeno religioso. Per molti di loro la religione è un segno che sta per qualcos'altro: la narrativa che sostituisce le ideologie politiche decadute; il mezzo per mostrare contrarietà a leggi e sistemi politici; l'arma per denunciare la discriminazione, la marginalità, l'esclusione. Certamente, la religione gioca e ha giocato tutte queste funzioni. Del resto, proprio per la sua capacità di muover e la paura e comandare l'obbedienza, ad essa si sono rivolti fondatori di Stati e loro consiglieri per indurre uomini e donne a fare cose che mai avrebbero altrimenti avuto il coraggio di fare. Spiega Machiavelli che solo quando i romani furono portati a sentire la paura della punizione divina i loro capi militari riuscirono a imporre il comando supremo nei campi di battaglia, perché la paura di dio superava quella della morte. Del resto, l'uso politico della religione ha un senso solo perché chi la usa e la mobilita ne conosce il potere tremendo e tragico, che sta oltre la vita e la morte. La cultura moderna, la nostra cultura illuministica, è nata e si è radicata per domare e depotenziare questo potere tremendo. Ci è riuscita permeando la vita civile della cultura dei diritti. Ma la convinzione di averne domato la forza le si è come ritorta contro, rendendola incapace di comprendere appieno le risorse di cui la, religione dispone, di leggerla come nient'altro che un segno che sta per qualcos'altro, un fenomeno arcaico e un rifugio per chi non ha, per esempio, risorse culturali ed economiche sufficienti. Opium populi. La religione è un fenomeno radicale che la cultura dei diritti ha modificato ma non cambiato nella natura. Ecco perché essa ha difficoltà ad accomodarsi con la tolleranza, un termine che designa ancora una virtù fredda o una non virtù proprio perché richiede di accettare resistenza di quel che da dentro la propria fede si considera un errore. Come ci ha ricordato Norberto Bobbio in un articolo magistrale, i credenti accettano la tolleranza come una regola di prudenza ma noni' abbracciano come un imperativo o un principio in sé. Ci è voluta la retorica semplice di Papa Francesco per ricordarcelo: «se offendi mia mamma ti mostro il pugno». Certo, mostrare il pugno non è la stessa cosa di usarlo. Ma è bene ricordare che è alla cultura dei diritti che dobbiamo riconoscenza per farci capire appieno quella differenza. Criticare l'autore di una satira invece di sopprimerlo: qui sta tutta la differenza del mondo. Ma questa differenza è segno che la tolleranza funziona come regola di prudenza, ovvero che sa suggerire comportamenti strategici senza bisogno di cambiare l'attitudine spirituale del credente. Ora, è evidente che se nei Paesi occidentali questa regola di prudenza non costa tanto e funziona abbastanza bene è perché chi la pratica opera all'interno di una cultura etica che è imbevuta di un seme religioso preponderante. La cultura europea ha una sua omogeneità, sia quando parla la lingua della religione che quando parla la lingua dei diritti. E usare la regola della tolleranza mostrando il pugno è tutto sommato un fatto eccezionale. Essere tolleranti tra eguali costa meno, rende l'autocontrollo meno difficile. E soprattutto, ci fa dimenticare la radicalità del fenomeno religioso. Fa dimenticare che la cultura dei diritti è un bene delicato; che l'abitudine che abbiamo acquisito in questi due secoli di dissentire con ragioni invece che coni pugni non ci ha al fondo cambiati, che la religione non è diventata una filosofia o una visione del mondo come le altre; che, infine, anche il pluralismo, quando riesce a stabilizzarsi, non è proprio lo stesso di quello che si trova nel libero mercato delle idee dove si sceglie tra varie opzioni ( diceva Antonio Labriola agli ottimisti positivisti del suo tempo che i valori non sono come "caciovalli appisi" che troviamo già fatti al mercato). Questo per dire che l'argomento che ci invita a considerare le condizioni del dialogo e dei suoi limiti, che ci ricorda la natura irriducibile e radicale della religione, che ci mette in guardia dal pensare che le condizioni materiali di vita siano, al fondo, la sola e vera posta in gioco di chi crede in un dio, è sensato e saggio. Nessuna giustificazione e nessuna tolleranza verso coloro che usano il pugno. Ma sarebbe riduttivo pensare che se la religione è permeabile all'intolleranza ciò è perché le persone non sono abbastanza benestanti, colte, integrate, riconosciute; che il fenomeno religioso sia segno di qualcosa d'altro.
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O l’Europa o la Nato
Tommaso Di Francesco (il Manifesto)
La maggioranza dei membri della Commissione Ue non capisce nulla di questioni mondiali. Vedi il tentativo di far entrare nella Ue l’Ucraina. È megalomania… hanno posto a Kiev la scelta o Ue o Est…ci vuole una rivolta del Parlamento europeo contro gli eurocrati di Bruxelles, così si rischia la terza guerra mondiale»: (prima di quelle di Bergoglio) sono le parole allarmate dell’ex cancelliere tedesco Schmidt in un’intervista alla Bild di tre mesi fa che non parla ancora di ingresso esplosivo di Kiev. Pericolo sul quale, con tentativo non riuscito di influenzare le scelte di Obama che invece rilancia il riarmo atlantico sulla base del presunto sconfinamento-invasione russa dell’Ucraina, si sono pronunciati gli ex segretari di Stato Usa Kissinger e Brzezinski e perfino l’ex capo del Pentagono dell’amministrazione Obama, Robert Gates che nel suo libro di memorie ha scritto: «L’allargamento così rapido della Nato a est è un errore e serve solo ad umiliare la Russia, fino a provocare una guerra». Non è servito a nulla a quanto pare.
Lamentano i governi europei che è in gioco l’unità territoriale dell’Ucraina e Federica Mogherini, Mrs Pesc in pectore davanti al Parlamento europeo, per farsi perdonare di essere considerata filorussa dati gli interessi dell’Eni, ha la faccia tosta di accusare: «È colpa di Putin». Se gli stava veramente a cuore l’unità territoriale dell’Ucraina, perché i governi europei insieme alla Nato e agli Usa con tanto di capo della Cia John Brennan, senatori repubblicani guidati da McCain e segretario di stato Kerry tutti su quella piazza, hanno alimentato e sostenuto dalla fine del 2013 fino al maggio 2014 la rivolta, spesso violenta e di estrema destra, di Piazza Majdan che ha rimesso di fatto in discussione l’unità territoriale del Paese. Mentre l’ambasciatrice Usa mandava affan… l’Europa. Era colpa di Putin anche la rivolta di piazza Majdan? Magari perché aveva soccorso, pronta cassa, le richieste di Kiev quando l’Ue se ne lavava le mani in preda alla sua crisi?
E come dimenticare che quella rivolta è stata nazionalista ucraina e antirussa, non solo anti-Putin, ma contraria ai diritti delle popolazioni dell’est che avevano sostenuto ed eletto Yanukovitch — certo corrotto, ma non meno dell’attuale Poroshenko e del premier dimissionario Yatsenyuk. La rivolta di Majdan è stata nazionalista antirussa, contro gli interessi politici e sociali delle popolazioni dell’est, di lingua russa all’80%, quando non proprio russe e comunque filorusse, legate alla Russia per appartenenze storiche, religiose e culturali e per legame economico imprescindibile e complementare alla propria sopravvivenza, tutt’altro che garantita dall’associazione delle regioni dell’ovest all’Ue.
È lì, in quel sostegno strumentale e ideologico, come se fosse un nuovo ’89, dato dall’Occidente europeo ed americano che si è consumata l’unità dell’Ucraina che a quel punto si è associata all’Ue solo a metà.
Ora accade che il governo di Kiev dimissionato pochi giorni fa dal presidente Poroshenko annunci, di fronte alla presunta invasione — è il quarto allarme in due mesi — la richiesta di adesione all’Alleanza atlantica. «Il governo ha sottoposto al parlamento un progetto di legge per annullare lo status fuori dei blocchi dell’Ucraina e tornare sulla via dell’adesione alla Nato» ha dichiarato quasi in fuga il premier uscente, già leader di Majdan, Yatseniuk. E subito il segretario della Nato Ander Fogh Rasmussen, ha ammiccato: «Ogni paese ha diritto di scegliere da sé le proprie alleanze». Tanto più che la decisione sembra andare incontro alle ultime parole di Obama che, ormai incapace di uscire dal «militarismo umanitario» degli Stati uniti, sciorina per fermare l’orso russo (quel Putin che gli ha impedito di impelagarsi ancora di più nella guerra in Siria) la «nuova» agenda del riarmo americano e Nato nell’Europa dell’est, dalla Polonia, ai Paesi baltici — andrà in Estonia per questo domani — e alle finora neutrali Finlandia e Svezia.
Altro che nuova agenda: è la scellerata strategia della Nato in atto da più di venti anni a partire dalle guerre nei Balcani, con relativa redistribuzione di costi per la difesa sullo scacchiere europeo, tra gli stessi paesi ora alle prese con la lacerante crisi economica. Una strategia che in questi venti anni ha visto l’ingresso di tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia nella Nato, con missioni in guerre alleate, a partire dall’ex Jugoslavia (dove, a specchio capovolto della storia, i raid Nato hanno aiutato i ribelli dell’Uck — criminali, dice ora l’indagine della stessa commissione Ue Eulex — ad ottenere l’indipendenza) e ancora tante basi, strutture d’intelligence, siti missilistici, ogive nucleari, scudi spaziali tutti quanti ai confini russi.
Senza l’allargamento a est della Nato non ci troveremmo sull’orlo di un conflitto spaventoso in Ucraina, né ci sarebbe stata la sceneggiata arrogante di una leadership di oligarchi voltagabbana che ha destabilizzato l’Ucraina con la violenza della piazza «buona» perché sedicente filoeuropea, e che ora cavalca la repressione sanguinosa della piazza «cattiva» perché filorussa. Senza la Nato esisterebbero una politica estera e di difesa dell’Ue. Intanto in queste ore nell’est ucraino si combatte, Kiev è all’offensiva. Secondo l’Onu i morti, tanti i civili, in quattro mesi sono più di 2.600.
Se dal vertice Nato che si apre domani a Cardiff, in Galles, arrivasse un sì alla richiesta incendiaria di Kiev e se si avvia, come accade, lo schieramento di forze militari Nato in dichiarate esercitazioni anti-Russia o ai confini russi, come ha chiesto l’irresponsabile Cameron, è l’inizio della fine. Cioè la separazione delle regioni dell’est con l’intervento, stavolta vero, della Russia nella guerra, a quel punto motivata a difendere dalle truppe occidentali le popolazioni russo-ucraine, lo status proclamato dagli insorti filo-russi ma anche lo stesso territorio russo. Quando invece è chiaro che l’Ucraina resterà unita finché non apparterrà ad alcun blocco militare e se ci sarà un tavolo negoziale per una federalizzazione del paese capace di garantire l’autonomia sostanziale dell’est. È quello che chiede anche Putin quando dichiara: «Devono essere immediatamente avviati negoziati sostanziali non su questioni tecniche, ma sull’organizzazione politica della società e sul sistema statale nel sud-est dell’Ucraina allo scopo di garantire incondizionatamente gli interessi delle persone che vivono lì», ma le sue parole sono tradotte in modo propagandistico dai media velinari: «Voglio uno Stato nell’est».
È la stessa richiesta che formula, inascoltato, sul Corriere della Sera, Sergio Romano, tra i pochi ad intendersi di Russia. Federale e neutrale sono le due parole chiave garanzia di pace anche per l’Ue, e certo non aiuta l’elezione a presidente dell’Unione del polacco Tusk, leader della Polonia che vanta un contenzioso storico su una parte della terra ucraina considerata ancora «polacca».
Altrimenti sarà, e non a pezzetti, la terza guerra mondiale in piena Europa. E siamo a cento anni fa. È il nuovo che avanza, la «nuova generazione» alla guida europea tanto cara a Renzi. Ora la Mrs Pesc Mogherini, anche se è stata commissariata da un vice-Pesc tedesco, ha l’occasione di dimostrarsi per una volta europea e non schiacciata sull’Alleanza atlantica e sugli Stati uniti. Qualcosa ci dice che non saremo ascoltati.
La maggioranza dei membri della Commissione Ue non capisce nulla di questioni mondiali. Vedi il tentativo di far entrare nella Ue l’Ucraina. È megalomania… hanno posto a Kiev la scelta o Ue o Est…ci vuole una rivolta del Parlamento europeo contro gli eurocrati di Bruxelles, così si rischia la terza guerra mondiale»: (prima di quelle di Bergoglio) sono le parole allarmate dell’ex cancelliere tedesco Schmidt in un’intervista alla Bild di tre mesi fa che non parla ancora di ingresso esplosivo di Kiev. Pericolo sul quale, con tentativo non riuscito di influenzare le scelte di Obama che invece rilancia il riarmo atlantico sulla base del presunto sconfinamento-invasione russa dell’Ucraina, si sono pronunciati gli ex segretari di Stato Usa Kissinger e Brzezinski e perfino l’ex capo del Pentagono dell’amministrazione Obama, Robert Gates che nel suo libro di memorie ha scritto: «L’allargamento così rapido della Nato a est è un errore e serve solo ad umiliare la Russia, fino a provocare una guerra». Non è servito a nulla a quanto pare.
Lamentano i governi europei che è in gioco l’unità territoriale dell’Ucraina e Federica Mogherini, Mrs Pesc in pectore davanti al Parlamento europeo, per farsi perdonare di essere considerata filorussa dati gli interessi dell’Eni, ha la faccia tosta di accusare: «È colpa di Putin». Se gli stava veramente a cuore l’unità territoriale dell’Ucraina, perché i governi europei insieme alla Nato e agli Usa con tanto di capo della Cia John Brennan, senatori repubblicani guidati da McCain e segretario di stato Kerry tutti su quella piazza, hanno alimentato e sostenuto dalla fine del 2013 fino al maggio 2014 la rivolta, spesso violenta e di estrema destra, di Piazza Majdan che ha rimesso di fatto in discussione l’unità territoriale del Paese. Mentre l’ambasciatrice Usa mandava affan… l’Europa. Era colpa di Putin anche la rivolta di piazza Majdan? Magari perché aveva soccorso, pronta cassa, le richieste di Kiev quando l’Ue se ne lavava le mani in preda alla sua crisi?
E come dimenticare che quella rivolta è stata nazionalista ucraina e antirussa, non solo anti-Putin, ma contraria ai diritti delle popolazioni dell’est che avevano sostenuto ed eletto Yanukovitch — certo corrotto, ma non meno dell’attuale Poroshenko e del premier dimissionario Yatsenyuk. La rivolta di Majdan è stata nazionalista antirussa, contro gli interessi politici e sociali delle popolazioni dell’est, di lingua russa all’80%, quando non proprio russe e comunque filorusse, legate alla Russia per appartenenze storiche, religiose e culturali e per legame economico imprescindibile e complementare alla propria sopravvivenza, tutt’altro che garantita dall’associazione delle regioni dell’ovest all’Ue.
È lì, in quel sostegno strumentale e ideologico, come se fosse un nuovo ’89, dato dall’Occidente europeo ed americano che si è consumata l’unità dell’Ucraina che a quel punto si è associata all’Ue solo a metà.
Ora accade che il governo di Kiev dimissionato pochi giorni fa dal presidente Poroshenko annunci, di fronte alla presunta invasione — è il quarto allarme in due mesi — la richiesta di adesione all’Alleanza atlantica. «Il governo ha sottoposto al parlamento un progetto di legge per annullare lo status fuori dei blocchi dell’Ucraina e tornare sulla via dell’adesione alla Nato» ha dichiarato quasi in fuga il premier uscente, già leader di Majdan, Yatseniuk. E subito il segretario della Nato Ander Fogh Rasmussen, ha ammiccato: «Ogni paese ha diritto di scegliere da sé le proprie alleanze». Tanto più che la decisione sembra andare incontro alle ultime parole di Obama che, ormai incapace di uscire dal «militarismo umanitario» degli Stati uniti, sciorina per fermare l’orso russo (quel Putin che gli ha impedito di impelagarsi ancora di più nella guerra in Siria) la «nuova» agenda del riarmo americano e Nato nell’Europa dell’est, dalla Polonia, ai Paesi baltici — andrà in Estonia per questo domani — e alle finora neutrali Finlandia e Svezia.
Altro che nuova agenda: è la scellerata strategia della Nato in atto da più di venti anni a partire dalle guerre nei Balcani, con relativa redistribuzione di costi per la difesa sullo scacchiere europeo, tra gli stessi paesi ora alle prese con la lacerante crisi economica. Una strategia che in questi venti anni ha visto l’ingresso di tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia nella Nato, con missioni in guerre alleate, a partire dall’ex Jugoslavia (dove, a specchio capovolto della storia, i raid Nato hanno aiutato i ribelli dell’Uck — criminali, dice ora l’indagine della stessa commissione Ue Eulex — ad ottenere l’indipendenza) e ancora tante basi, strutture d’intelligence, siti missilistici, ogive nucleari, scudi spaziali tutti quanti ai confini russi.
Senza l’allargamento a est della Nato non ci troveremmo sull’orlo di un conflitto spaventoso in Ucraina, né ci sarebbe stata la sceneggiata arrogante di una leadership di oligarchi voltagabbana che ha destabilizzato l’Ucraina con la violenza della piazza «buona» perché sedicente filoeuropea, e che ora cavalca la repressione sanguinosa della piazza «cattiva» perché filorussa. Senza la Nato esisterebbero una politica estera e di difesa dell’Ue. Intanto in queste ore nell’est ucraino si combatte, Kiev è all’offensiva. Secondo l’Onu i morti, tanti i civili, in quattro mesi sono più di 2.600.
Se dal vertice Nato che si apre domani a Cardiff, in Galles, arrivasse un sì alla richiesta incendiaria di Kiev e se si avvia, come accade, lo schieramento di forze militari Nato in dichiarate esercitazioni anti-Russia o ai confini russi, come ha chiesto l’irresponsabile Cameron, è l’inizio della fine. Cioè la separazione delle regioni dell’est con l’intervento, stavolta vero, della Russia nella guerra, a quel punto motivata a difendere dalle truppe occidentali le popolazioni russo-ucraine, lo status proclamato dagli insorti filo-russi ma anche lo stesso territorio russo. Quando invece è chiaro che l’Ucraina resterà unita finché non apparterrà ad alcun blocco militare e se ci sarà un tavolo negoziale per una federalizzazione del paese capace di garantire l’autonomia sostanziale dell’est. È quello che chiede anche Putin quando dichiara: «Devono essere immediatamente avviati negoziati sostanziali non su questioni tecniche, ma sull’organizzazione politica della società e sul sistema statale nel sud-est dell’Ucraina allo scopo di garantire incondizionatamente gli interessi delle persone che vivono lì», ma le sue parole sono tradotte in modo propagandistico dai media velinari: «Voglio uno Stato nell’est».
È la stessa richiesta che formula, inascoltato, sul Corriere della Sera, Sergio Romano, tra i pochi ad intendersi di Russia. Federale e neutrale sono le due parole chiave garanzia di pace anche per l’Ue, e certo non aiuta l’elezione a presidente dell’Unione del polacco Tusk, leader della Polonia che vanta un contenzioso storico su una parte della terra ucraina considerata ancora «polacca».
Altrimenti sarà, e non a pezzetti, la terza guerra mondiale in piena Europa. E siamo a cento anni fa. È il nuovo che avanza, la «nuova generazione» alla guida europea tanto cara a Renzi. Ora la Mrs Pesc Mogherini, anche se è stata commissariata da un vice-Pesc tedesco, ha l’occasione di dimostrarsi per una volta europea e non schiacciata sull’Alleanza atlantica e sugli Stati uniti. Qualcosa ci dice che non saremo ascoltati.
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2.9.14
Ecco i dieci motivi che danno ragione allo "zar" Putin
Il Cremlino è stato costretto a reagire all'intesa tra Ucraina e Unione europea: rischiava di perdere corridoi energetici e approdi nel Mar Nero. La minaccia Usa
Gian Micalessin (il Giornale)
Uno scacco matto al più abile giocatore di scacchi della scena internazionale. Dietro il tentativo di Stati Uniti ed Unione Europea di scippare a Vladimir Putin il controllo sull'Ucraina si celava quest'azzardo. L'azzardo prende il via lo scorso autunno quando l'Unione Europea cerca di far firmare all'allora presidente ucraino Viktor Yanukovich un accordo di libero scambio.
Dietro quell'accordo si celano intese economiche, politiche e strategiche che puntano, di fatto, a ridimensionare l'influenza internazionale della Russia e spostare verso oriente il raggio d'influenza dell'Alleanza Atlantica. Un tentativo davanti al quale un giocatore di scacchi come Putin non può far a meno di reagire. Per almeno 10 ottimi motivi.
A Il capitolo politico dell'«Accordo di Associazione tra Kiev e Unione Europea» proposto da Bruxelles e firmato il 27 giugno dal presidente ucraino Petro Poroshenko, nascondeva il tentativo di far entrare l'Ucraina nella Nato. A Putin non erano sfuggiti i punti in cui si accennava alla necessità di «approfondire la cooperazione tra le parti nei campi della sicurezza e della difesa» e «promuovere una graduale convergenza in materia di politica estera e sicurezza, con lo scopo di un coinvolgimento sempre più profondo dell'Ucraina nell'area di sicurezza europea». Come dire strappare Kiev a Mosca e regalarla all'Alleanza Atlantica.
B Accogliendo l'Ucraina la Nato avrebbero potuto chiedere a Kiev di partecipare al progetto dello Scudo Spaziale Europeo e di accettare, come ha già fatto la Polonia, lo schieramento sul proprio territorio di sistemi radar e missili statunitensi con una portata di circa 3000 chilometri. Il progetto, presentato come un sistema per neutralizzare attacchi iraniani con missili di lungo raggio, punta, in verità a tenere sotto tiro Mosca e a bloccare eventuali sue mosse a danno di quei paesi dell'Europa orientale, ex membri del Patto di Varsavia, diventati parte integrante del sistema di difesa atlantico.
C Firmando l'accordo di partenariato propostole dall'Unione Europea Kiev avrebbe potuto cancellare i trattati di lungo termine che garantiscono alla Marina Militare russa di affittare e utilizzare Sebastopoli e gli altri porti sul Mar Mero. Senza quei porti la flotta del Mar Nero non avrebbe più potuto accedere al Mediterraneo e al cruciale scalo di Tartus in territorio siriano, una base navale fondamentale per consentire a Mosca di continuare ad esercitare il suo ruolo da grande potenza in Medio Oriente. Per questo ora, dopo essersi annessa la Crimea, Putin potrebbe prendersi anche Odessa.
D L' Ucraina è uno dei principali corridoi energetici, uno snodo cruciale per il passaggio delle tubature che portano in Europa il petrolio e il gas del Caucaso. Il 30% del gas consumato dall'Europa proviene dalla Russia. L'Ucraina stessa non può sopravvivere per ora senza il gas russo. La rottura tra Bruxelles e Mosca potrebbe spingere le nazioni europee a cercare altre rotte di approvvigionamento. Perdendo il controllo sull'Ucraina la Russia rischia dunque di perdere la cruciale partita che ha come obbiettivo il controllo dei mercati dell'energia nei prossimi venti trenta anni.
E In Ucraina hanno sede almeno 50 aziende che producono componenti e parti di ricambio fondamentali per l'industria militare russa. La sospensione delle forniture decretata da Kiev minaccia la produzione degli aerei Antonov, degli elicotteri d'assalto Mi 26 e degli Mi8 ed Mi17. A rischio anche gli aerei antisommergibile Albatross e le componenti fondamentali per la guida dei missili balistici. Senza i 400 motori per elicotteri acquistati ogni anno dalla «Motor Sich» e senza i sistemi geostazionari della «Zorya Mashproekt» Putin rischia di veder compromesso il proprio potenziale militare.
F La crisi dell'industria bellica, causata dal blocco delle forniture ucraine, rischia non solo d'indebolire militarmente la potenza russa, ma anche di causare un'impareggiabile danno economico. La produzione di elicotteri rischia di risultare compromessa per i prossimi 5 anni. Oltre a dover rinunciare alle entrate per oltre un miliardo di euro annui garantite dalle esportazione di armi Putin dovrà spendere quasi un miliardo e mezzo di euro all'anno per adeguare l'apparato industriale e metterlo in grado di sfornare le componenti prodotte fin qui dall'Ucraina.
G La perdita dell'Ucraina rischia di compromettere il più ambizioso progetto geopolitico di Vladimir Putin, ovvero la nascita nel 2015 dell'Unione Economica dell'Eurasia a cui aderiscono Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghisia. Il nuovo colosso, considerato una riproposizione dell'Unione Sovietica, rappresenta già ora un mercato da 171 milioni di consumatori con un prodotto interno lordo da 2 trilioni e mezzo di euro. Ma nei piani di Putin solo l'Ucraina con i suoi 46 milioni di abitanti e la sua produzione agricola e industriale consentirà all'«Eurasia» di contrapporsi a Stati Uniti, Europa e Cina.
H L'Ucraina e la sua capitale furono il fulcro di quel regno conosciuto con il nome di «Russia di Kiev» che nell'XI secolo, all'apice della sua potenza, si estendeva dai Carpazi a sudovest fino alla confluenza tra la Volga e il fiume Oka a nordest, toccando - a nordovest - il mar Baltico e seguendo - al confine sudorientale - il corso del Volga. Per questo per molti nazionalisti russi e per lo stesso Vladimir Putin, Kiev e i suoi territori restano storicamente parte integrante dei territori di Mosca.
I Il riconoscimento dell'indipendenza di Kiev da parte della Russia arriva solo dopo la fine dell'Unione Sovietica nel 1991. Per 900 anni dall'invasione mongola alla fine dell'impero austro ungarico non è mai esistito uno stato chiamato Ucraina. La Repubblica Nazionale dell'Ucraina Occidentale e quella Popolare, sorte nel 1918, vennero in breve assorbite da Polonia e Urss. Nel 2009 lo stesso Putin liquidò l'Ucraina con l'antico termine di «piccola Russia».
J Rinunciando al controllo su un'Ucraina considerata storicamente parte integrante della «grande Russia» Vladimir Putin teme di venir percepito dalla propria opinione pubblica come un nuovo Mikhail Gorbaciov. Il presidente che decretò la fine dell'Unione Sovietica è considerato da gran parte dei russi un inetto, responsabile del collasso della grande crisi economica e politica attraversata dalla Russia negli anni Novanta.
Gian Micalessin (il Giornale)
Uno scacco matto al più abile giocatore di scacchi della scena internazionale. Dietro il tentativo di Stati Uniti ed Unione Europea di scippare a Vladimir Putin il controllo sull'Ucraina si celava quest'azzardo. L'azzardo prende il via lo scorso autunno quando l'Unione Europea cerca di far firmare all'allora presidente ucraino Viktor Yanukovich un accordo di libero scambio.
Dietro quell'accordo si celano intese economiche, politiche e strategiche che puntano, di fatto, a ridimensionare l'influenza internazionale della Russia e spostare verso oriente il raggio d'influenza dell'Alleanza Atlantica. Un tentativo davanti al quale un giocatore di scacchi come Putin non può far a meno di reagire. Per almeno 10 ottimi motivi.
A Il capitolo politico dell'«Accordo di Associazione tra Kiev e Unione Europea» proposto da Bruxelles e firmato il 27 giugno dal presidente ucraino Petro Poroshenko, nascondeva il tentativo di far entrare l'Ucraina nella Nato. A Putin non erano sfuggiti i punti in cui si accennava alla necessità di «approfondire la cooperazione tra le parti nei campi della sicurezza e della difesa» e «promuovere una graduale convergenza in materia di politica estera e sicurezza, con lo scopo di un coinvolgimento sempre più profondo dell'Ucraina nell'area di sicurezza europea». Come dire strappare Kiev a Mosca e regalarla all'Alleanza Atlantica.
B Accogliendo l'Ucraina la Nato avrebbero potuto chiedere a Kiev di partecipare al progetto dello Scudo Spaziale Europeo e di accettare, come ha già fatto la Polonia, lo schieramento sul proprio territorio di sistemi radar e missili statunitensi con una portata di circa 3000 chilometri. Il progetto, presentato come un sistema per neutralizzare attacchi iraniani con missili di lungo raggio, punta, in verità a tenere sotto tiro Mosca e a bloccare eventuali sue mosse a danno di quei paesi dell'Europa orientale, ex membri del Patto di Varsavia, diventati parte integrante del sistema di difesa atlantico.
C Firmando l'accordo di partenariato propostole dall'Unione Europea Kiev avrebbe potuto cancellare i trattati di lungo termine che garantiscono alla Marina Militare russa di affittare e utilizzare Sebastopoli e gli altri porti sul Mar Mero. Senza quei porti la flotta del Mar Nero non avrebbe più potuto accedere al Mediterraneo e al cruciale scalo di Tartus in territorio siriano, una base navale fondamentale per consentire a Mosca di continuare ad esercitare il suo ruolo da grande potenza in Medio Oriente. Per questo ora, dopo essersi annessa la Crimea, Putin potrebbe prendersi anche Odessa.
D L' Ucraina è uno dei principali corridoi energetici, uno snodo cruciale per il passaggio delle tubature che portano in Europa il petrolio e il gas del Caucaso. Il 30% del gas consumato dall'Europa proviene dalla Russia. L'Ucraina stessa non può sopravvivere per ora senza il gas russo. La rottura tra Bruxelles e Mosca potrebbe spingere le nazioni europee a cercare altre rotte di approvvigionamento. Perdendo il controllo sull'Ucraina la Russia rischia dunque di perdere la cruciale partita che ha come obbiettivo il controllo dei mercati dell'energia nei prossimi venti trenta anni.
E In Ucraina hanno sede almeno 50 aziende che producono componenti e parti di ricambio fondamentali per l'industria militare russa. La sospensione delle forniture decretata da Kiev minaccia la produzione degli aerei Antonov, degli elicotteri d'assalto Mi 26 e degli Mi8 ed Mi17. A rischio anche gli aerei antisommergibile Albatross e le componenti fondamentali per la guida dei missili balistici. Senza i 400 motori per elicotteri acquistati ogni anno dalla «Motor Sich» e senza i sistemi geostazionari della «Zorya Mashproekt» Putin rischia di veder compromesso il proprio potenziale militare.
F La crisi dell'industria bellica, causata dal blocco delle forniture ucraine, rischia non solo d'indebolire militarmente la potenza russa, ma anche di causare un'impareggiabile danno economico. La produzione di elicotteri rischia di risultare compromessa per i prossimi 5 anni. Oltre a dover rinunciare alle entrate per oltre un miliardo di euro annui garantite dalle esportazione di armi Putin dovrà spendere quasi un miliardo e mezzo di euro all'anno per adeguare l'apparato industriale e metterlo in grado di sfornare le componenti prodotte fin qui dall'Ucraina.
G La perdita dell'Ucraina rischia di compromettere il più ambizioso progetto geopolitico di Vladimir Putin, ovvero la nascita nel 2015 dell'Unione Economica dell'Eurasia a cui aderiscono Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghisia. Il nuovo colosso, considerato una riproposizione dell'Unione Sovietica, rappresenta già ora un mercato da 171 milioni di consumatori con un prodotto interno lordo da 2 trilioni e mezzo di euro. Ma nei piani di Putin solo l'Ucraina con i suoi 46 milioni di abitanti e la sua produzione agricola e industriale consentirà all'«Eurasia» di contrapporsi a Stati Uniti, Europa e Cina.
H L'Ucraina e la sua capitale furono il fulcro di quel regno conosciuto con il nome di «Russia di Kiev» che nell'XI secolo, all'apice della sua potenza, si estendeva dai Carpazi a sudovest fino alla confluenza tra la Volga e il fiume Oka a nordest, toccando - a nordovest - il mar Baltico e seguendo - al confine sudorientale - il corso del Volga. Per questo per molti nazionalisti russi e per lo stesso Vladimir Putin, Kiev e i suoi territori restano storicamente parte integrante dei territori di Mosca.
I Il riconoscimento dell'indipendenza di Kiev da parte della Russia arriva solo dopo la fine dell'Unione Sovietica nel 1991. Per 900 anni dall'invasione mongola alla fine dell'impero austro ungarico non è mai esistito uno stato chiamato Ucraina. La Repubblica Nazionale dell'Ucraina Occidentale e quella Popolare, sorte nel 1918, vennero in breve assorbite da Polonia e Urss. Nel 2009 lo stesso Putin liquidò l'Ucraina con l'antico termine di «piccola Russia».
J Rinunciando al controllo su un'Ucraina considerata storicamente parte integrante della «grande Russia» Vladimir Putin teme di venir percepito dalla propria opinione pubblica come un nuovo Mikhail Gorbaciov. Il presidente che decretò la fine dell'Unione Sovietica è considerato da gran parte dei russi un inetto, responsabile del collasso della grande crisi economica e politica attraversata dalla Russia negli anni Novanta.
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29.8.14
Ecco l'internet dei cavi sottomarini Tra geopolitica e velocità della rete
In realtà i pescecani sono l’ultimo dei problemi per simili superstrade del mare, senza la cui esistenza non sarebbe neppure concepibile l’attuale economia digitale e la sua apparente smaterializzazione. Il 70 per cento di tutti i danni subiti da questi “tubi” deriva infatti da “aggressioni esterne”, calcola il Comitato internazionale per la protezione dei cavi (ICPC), ma per la maggior parte si tratta di ancore di navi e pescherecci. Oppure di atti di sabotaggio più o meno consapevoli. Nel marzo 2013 le autorità egiziane arrestarono tre uomini sospettati di aver tagliato al largo di Alessandria il cavo Sea-Me-We 4, che collega il Nord Europa al Sud-Est asiatico passando per il Mediterraneo.
LA MAPPA NAVIGABILE A QUESTO LINK
L’incidente provocò forti rallentamenti nella connettività di molti Paesi in Africa, Medio Oriente e Asia. Mentre lo scorso luglio la Rete vietnamita è andata in tilt dopo il danneggiamento di un cavo che trasportava la maggior parte delle comunicazioni nazionali all’esterno e viceversa. A tutto ciò si aggiunga la continua domanda di banda a basso costo, la crescita esponenziale della quantità di dati e di servizi essenziali che circolano in Rete, la necessità di non avere “singoli punti di fallimento”, cioè di avere più alternative per far passare il traffico e, dulcis in fundo, le preoccupazioni per il terrorismo ma anche lo spionaggio e la sorveglianza su scala globale messi in piedi da Stati Uniti e alcuni suoi alleati. E si capirà perché oggi i collegamenti sottomarini attraggano tanto interesse e investimenti.
Attualmente si contano 263 cavi attivi, e altri 22 sono pianificati per i prossimi anni. Su queste arterie che scorrono sott’acqua passa tra il 95 e il 99 per cento di tutto il traffico internet mondiale. «Le ragioni dei nuovi investimenti sono diverse », spiega Jon Hjembo, Senior Analyst a TeleGeography, che produce le mappe più autorevoli sulle infrastrutture di internet. «In alcuni casi si tratta di trovare vie alternative per ridurre la dipendenza dalla rete di un certo luogo, come i nuovi collegamenti nati in America Latina e Africa. In altri casi si cercano proprio nuove rotte, come con i progetti sull’Artico. Infine c’è da tenere in considerazione l’età di alcuni dei sistemi esistenti».
Le considerazioni geopolitiche, e lo scandalo Datagate, hanno ad esempio messo le ali ai progetti brasiliani. L’80 per cento dei dati dell’America Latina sono instradati attraverso gli Stati Uniti, ma non ancora per molto. La presidente Dilma Rousseff ha annunciato il Brazil-Europe, un nuovo collegamento diretto tra il suo Paese e l’Europa, per un costo di circa 185 milioni di dollari. Ma ce ne sono anche altri, che uniranno il Brasile all’Africa.
Mentre si stanno tuffando nel settore i nuovi attori della Rete. Google, oltre al cavo col Giappone già citato, ha investito in altri due sistemi sottomarini: UNITY, che si stende sempre tra il Paese nipponico e la California; e SJC, che collega il Sudest asiatico. A oggi il colosso del Web è proprietario di oltre 100 mila miglia di “strade” in fibra ottica sparse per il mondo. Anche Facebook è parte di un consorzio che sta lavorando sull’Asia Pacific Gateway, che toccherà una serie di Stati nel Nord e Sudest asiatico.
«Sì, ci sono nuovi protagonisti nell’industria, come Google e Facebook, e diventeranno sempre più attivi», spiega Hjembo. «La ragione è che tutti questi fornitori di contenuti hanno bisogno di così tanta capacità su una rete che alla fine diventa più conveniente per loro possedere sempre più infrastrutture, specie sulle rotte principali».
Dal punto di vista geografico, geopolitico ed economico, c’è un luogo che rimane strategico e potrebbe diventarlo sempre di più: il Mediterraneo. «La rotta preferita per collegare l’Estremo Oriente agli Stati Uniti, perché in grado di intercettare un mercato aggiuntivo, rimane quella che passa per l’Europa, via canale di Suez, Sicilia, Marsiglia, e poi a terra fino ad Amsterdam o Londra dove ripartono i cavi transatlantici», dice spiega Simone Bonannini, amministratore delegato della filiale italiana di Interoute, fornitore globale di reti in fibra e di servizi per le tlc.
Non a caso uno dei più grossi collegamenti in cantiere - gestito da un consorzio internazionale che include Telecom Sparkle, del gruppo Telecom Italia - è proprio il SEA-ME-WE 5, una mega arteria da 20mila km, con una capacità di 24 Terabit per secondo, che unirà la Francia a Singapore, passando per Catania.
Già, la Sicilia. Basta guardare le mappe di TeleGeography per capire al volo la sua rilevanza. «Purtroppo però l’Italia non sta sfruttando un’occasione storica per fa ranedere al meglio questa sua posizione», dice Joy Marino, presidente del Milan Internet Exchange (MIX), il più importante punto di interscambio tra Internet service provider.
Il fatto è che il traffico in arrivo dal Medio o Estremo Oriente, pur facendo tappa in Sicilia, non attraversa la nostra penisola per la via di terra, come sarebbe logico e auspicabile, ma si ributta sott’acqua e prosegue fino a Marsiglia. «Perché lì è stato creato un centro di smistamento del traffico neutrale, aperto, e non sotto il controllo di un fornitore dominante o di un ex-monopolista». Ciò significa che gli operatori che vi si insediano possono affittare connettività da chi vogliono. Tanto è vero che proprio poche settimane fa sono stati annunciati nuovi investimenti e la costruzione di altri data center nella città francese. «Il forte hub di rete creato dall’aggregazione di multipli punti di approdo di cavi sottomarini e l’interconnessione con quelli terrestri ha reso Marsiglia molto attraente», è stato il commento della società investitrice, Interxion.
Non far passare il traffico per l’Italia significa perdere la possibilità di attrarre data center, aziende, uffici e posti di lavoro. Secondo Bonannin però non tutto è perduto. «Basta guardare all’esempio dell’Internet Exchange Point di Francoforte: malgrado fosse partito in svantaggio rispetto a quelli di Londra e Amsterdam, è riuscito a crescere aggregando il nuovo traffico proveniente dall’Est Europa». Di sicuro, non ci può essere ragionamento serio su agende digitali e sviluppo a prescindere dalle infrastrutture di rete.
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26.8.14
Rivoluzione scuola, ecco il piano “Meritocrazia e apertura ai privati” - e sotto - Vertecchi: "Don Milani non avrebbe avuto premi"
Il ministro Giannini: mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori.
Sponsor privati e merito stop ai supplenti precari ecco la riforma della scuola Nel disegno di legge del governo è prevista una revisione delle scuole professionali e un nuovo rapporto tra cultura e istruzione Allo studio nuove forme per finanziare il riassetto del sistema Il ministro dell’Istruzione Giannini illustra il suo disegno Possibile detassazione delle iscrizioni negli istituti privati Il provvedimento.
RIMINI – ’INGRESSO dei capitali privati nella scuola pubblica: un’esigenza fin qui bloccata da «pregiudizi ideologici». L’abolizione del precariato, anzi la «cura definitiva della piaga del precariato» calcificato da decenni di alchimie burocratiche. Eliminare il ricorso alle supplenze, «agente patogeno del sistema scolastico, batterio da estirpare».
Concita De Gregorio (La Repubblica)
RIVEDERE il rapporto tra istruzione professionale e lavoro secondo il modello tedesco «che funziona bene da trent’anni». Valutare gli insegnanti per il merito e non solo per l’anzianità: introdurre anche scatti di reddito ma sulla base di una progressione della loro attività professionale. Finanziare la formazione, dunque, poi valutarla e «premiare chi fa, penalizzare chi non fa il suo dovere ». Riunificare cultura e istruzione «per evitare che chi studia restauro finisca in un call centre», creare scuole di specializzazione collegate a enti culturali sul modello francese. Modificare i programmi: potenziare lo studio di storia dell’arte, musica. Dare un’effettiva libertà di scelta educativa «che nel nostro paese non è mai stata davvero garantita»: sul rapporto con le scuole paritarie evitare le trappole ideologiche, non fermarsi al tema dei soldi, guardare alla bontà dell’offerta formativa.
Concentrarsi sulle scuole medie inferiori «che hanno davvero bisogno di cura».
Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione Università e Ricerca, ha scelto la platea del Meeting di Cielle, a Rimini — platea naturalmente molto interessata al tema del sostegno alle scuole private di matrice cattolica — per dare qualche prima indicazione su quella che chiama una «rivisitazione rivoluzionaria delle regole del gioco». Non una riforma, una rivoluzione. La presenterà ai ministri venerdì, «Renzi ha annunciato una sorpresa e non sono qui per rovinarla». Però fra i corridoi dello stand del Meeting dove Vittadini la accoglie entusiasta e la presenta come «la prima vera erede di Berlinguer» (pazienza per Moratti Fioroni e Gelmini, a loro tempo pure osannati a queste latitudini) Stefania Giannini racconta di quanto «lavoro silenzioso» ci sia dietro questo testo, «che guarda ai prossimi trent’anni e non ai prossimi tre, una visione dei bisogni della scuola e della sua “infrastruttura umana”, dieci milioni di studenti e le loro famiglie, il corpo docente, parliamo dei due terzi del Paese». Cita due volte Don Milani, una Renzo Piano a proposito di «periferie fertili», una don Giussani sul «rischio educativo»: «Ecco, è anche questo il rischio che voglio correre. Mettersi in gioco, mettersi alla prova davvero», dice.
È un progetto diviso in quattro parti. Governo della scuola, personale docente, contenuti didattici, autonomia degli istituti. Questo è quel che Giannini ha anticipato, per capitoli e con le sue parole.
SCUOLA PUBBLICA/SCUOLA PRIVATA
«Noi dobbiamo offrire un progetto educativo complessivo. Pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. La libertà di scelta educativa nel nostro paese non è mai stata garantita. La legge Berlinguer del 2000 non è stata applicata. Il finanziamento alle paritarie è sempre stato preteso, concesso, negato, negoziato. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato. L’uno affonda senza le altre e viceversa. Il rapporto con le paritarie si risolve insieme senza pregiudizi ideologici, che pesano più dei soldi». Del tema si occupa il sottosegretario Toccafondi, ciellino proveniente dal Pdl poi Udc, che ha presentato la sua proposta al ministro. Una delle ipotesi è intervenire non su finanziamento diretto ma sulla detassazione.
PRECARIATO
«È frutto di decenni di scelte miopi. Abbiamo un corpo docente frammentato, un lavoro che non si chiama lavoro. Gae, Sgis, Tfa, concorsone. Una selva di figure professionali in cui chi è di ruolo finisce per essere contro chi ha vinto il concorso e chi ha vinto in concorso contro chi è in graduatoria. Quello delle supplenze è l’agente patogeno del sistema scolastico, un batterio che dobbiamo eliminare. In Italia non abbiamo tutti i docenti che ci servono a far funzionare la scuola. Mancano docenti. Il ricorso ai supplenti fa male a tutti: agli insegnanti agli studenti, alla scuola. Abbiamo bisogno di figure stabili, di ricondurre tutto a un sistema unitario. Faremo in modo di lavorare sulla pianta organica di fatto, non su quella di diritto. Una riforma funzionale che guarda alle esigenze reali e non a quelle sulla carta». Potrebbero essere riviste se non abolite le graduatorie provinciali d’istituto, circa 400 mila persone. Una parte dei precari dovrà essere stabilizzata. Ci sarà entro l’anno prossimo un nuovo concorso. Non ci saranno tagli per finanziare le spese. Su questo Giannini è stata categorica: «L’idea di tagliare a destra per spostare a sinistra appartiene a una vecchia logica. Servono soldi, è vero, ma non li sottrarremo ad altri comparti della scuola. Abbiamo studiato meccanismi di finanziamento molto innovativi». L’idea degli sponsor è una ipotesi. «Bisogna uscire dallo stereotipo che il mercato è nemico della scuola ».
MERITO
«Faremo una proposta molto articolata e consistente per l’aggiornamento e la formazione degli insegnanti. Ci saranno criteri di valutazione. Sarà premiata l’attività positiva, anche con aumenti di stipendio, e penalizzato chi non fa il suo dovere. Non possiamo più attenerci solo a un criterio di anzianità. Sono certa che nessuno avrà timore di essere valutato nel merito».
SCUOLE PROFESSIONALI
«In Italia 4 milioni e mezzo di ragazzi non studiano né lavorano. Dobbiamo recuperarli. Trovare la via italiana al sistema duale, in Germania funziona da trent’anni. Mettere in pratica l’alternanza scuola-lavoro a partire dalle esigenze, dalle richieste. Penso a stage professionali negli ultimi anni di media superiore, penso all’investimento delle imprese private nella scuola pubblica. È un tabù, ma una realtà in gran parte del mondo. Faccio anzi un appello agli imprenditori, anche medi e piccoli, perché intervengano nel finanziare, ad esempio, i laboratori. Abbiamo bisogno di strutture moderne, non di luoghi di antiquariato. I ragazzi devono uscire in grado di lavorare. Il capitale privato è benvenuto».
CULTURA VS ISTRUZIONE
«La divisione fra cultura e istruzione, a partire dalla spartizione di competenze fra ministeri e di conseguenza figure, autorità, poltrone è figlia di
una cattiva gestione politica ma in un paese come il nostro, che ha dato al mondo il Rinascimento, deve scomparire. Penso all’esempio francese delle scuole di specializzazione che immettono nelle reti culturali giovani pronti per entrare al lavoro nei luoghi in cui si sono formati. Lo fa il Louvre, perché non possono farlo gli Uffizi, Pompei? Abbiamo bisogno di intervenire sui programmi scolastici. Potenziare la storia dell’arte. Introdurre la musica fin dalla scuola primaria, siamo il Paese di Verdi e Puccini. Non possiamo consentire che chi studia restauro finisca in un call centre. Col ministro Franceschini abbiamo un protocollo d’intesa».
SCUOLA SUPERIORE
«Portare a quattro anni il ciclo delle medie superiori per equiparare l’età di congedo scolastico a quella di molti altri paesi non può essere il frutto di un calcolo da spendig review», dice Giannini. Per concludere: «Ci vorrà molto tempo per mettere a regime la nostra proposta, ma non dobbiamo guardare ai prossimi mesi. L’orizzonte è quello dei prossimi trent’anni. Chi nasce oggi va a scuola nel 2018 ed esce nel 2038. La scuola che cambiamo adesso arriverà a destinazione allora».
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A completamento una breve intervista del Secolo XIX a Benedetto Vertecchi
Riforma della scuola, Vertecchi: «Don Milani non avrebbe avuto premi»
Francesco Margiocco
La riforma che nel nome della meritocrazia promette di rivoluzionare le carriere degli insegnanti, e di sottoporle a periodici controlli della qualità, cita più volte nelle sue 136 pagine quattro grandi personalità del passato. Don Milani, don Bosco, Loris Malaguzzi e Maria Montessori. «Tutti e quattro, se fossero stati controllati come vuole il governo, ne sarebbero usciti con le ossa rotte». Benedetto Vertecchi, pedagogista sperimentale alla Sapienza, esperto di politica scolastica, una vita dedicata al tema della valutazione, è severo nei confronti della “Buona Scuola”, il libro d’intenti presentato a Palazzo Chigi due giorni fa.
Gli “scatti di competenza”, previsti da Renzi, e che dovrebbero premiare il merito, rischiano dunque di aiutare i peggiori?
«Certamente non aiuteranno i migliori. Questo perché si affida la valutazione a rigidi parametri dettati dal ministero. La storia dovrebbe insegnarci qualcosa. La Montessori, la personalità più nota al mondo di tutto il Novecento nel campo educativo, è stata osteggiata in Italia prima e durante il fascismo, che la costrinse a fuggire in Olanda. Malaguzzi, l’inventore degli asili di Reggio Emilia, definiti da Newsweek le scuole migliori del mondo, era un funzionario comune. Se fosse stato un funzionario ministeriale non lo avrebbero lasciato lavorare. Quanto a don Milani e don Bosco, erano entrambi sgraditi alle autorità, che spedirono il primo su quell’eremo che era Barbiana, e che mal digerivano la passione del secondo per gli emarginati».
D’accordo, ma oggi nel resto del mondo valutare gli insegnanti non è la norma?
«Il resto del mondo è un’entità variopinta, ma prendiamo la realtà a noi più vicina, la Francia. Lì gli insegnanti devono affrontare, a intervalli regolari, degli esami. In pratica, studiano tutta la vita. Chi supera l’esame progredisce nella carriera. Lo stipendio all’inizio si attesta su livelli simili a quello dei nostri insegnanti, dopo 20-25 anni di carriera è una volta e mezzo il nostro, a fine carriera, se uno ha superato tutti gli esami, è pari a quello di un docente universitario».
Qual è il modello cui il governo dovrebbe ispirarsi?
«La scuola a tempo totale della Finlandia, tempo totale perché impegna gli studenti mattino, pomeriggio e, chi lo desidera, anche la sera. Una storia cominciata negli anni Novanta, quando la Finlandia aveva un tasso di suicidio, tra gli adolescenti, altissimo. I giovani, di famiglie mediamente benestanti, uscivano di scuola, si rifugiavano nei bar, bevevano e, nei casi estremi, si ammazzavano. La scuola ha reagito con una rivoluzione. Sono partiti dalle lezioni di cucina, che insegnano a lavorare insieme e a coordinarsi. Sono passati al teatro, alla coltivazione dell’orto, ai laboratori di falegnameria e meccanica. E la cosa ha funzionato. Oggi le scuole finlandesi sono ai vertici delle classifiche Ocse dei livelli di apprendimento degli alunni».
C’è traccia di tutto questo nelle 136 pagine della “Buona Scuola”?
«Non direi».
E che giudizio dà, complessivamente, di queste linee guida?
«Sono figlie di chi parla della scuola come parlerebbe di una fabbrica di saponette. Tutto viene letto in un’ottica produttivistica, e la valutazione degli insegnanti ne è l’esempio più clamoroso. Una valutazione che di oggettivo ha poco perché può essere condizionata da simpatie, clientele, discriminazioni. Una falsa soluzione che può venire in mente soltanto a chi la scuola non la conosce».
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21.8.14
Quel coltello pronto a uccidere ancora
Adriano Sofri (La Repubblica)
L’orrore messo in mostra dai barbari contemporanei pronti a colpire ancora L’esecuzione del reporter Usa è il modo con il quale gli uomini dell’Esercito islamico sfidano Obama e l’Occidente. E solo adesso che è intervenuto papa Francesco, anche l’Europa si muove. Il video.
ERBIL – DOPO l’8 agosto, quando gli aerei americani avevano cominciato a bombardare le postazioni dello “Stato Islamico”, i suoi portavoce li hanno derisi e sfidati.
Siete una banda di vigliacchi, scendete sulla terra e vediamocela da veri uomini». Più o meno così, le parole sono quelle di sempre fra “veri uomini”: «Scendi, se hai il coraggio!». I veri uomini dell’Is stavano appunto valorosamente sgozzando gente inerme, violentando madri e sorelle davanti a figli e fratellini, sghignazzando delle implorazioni dei vecchi, e insomma tutta la vecchia eterna vigliaccheria dei veri uomini.
James “Jim” Foley era stato rapito una prima volta in Libia, con un fotografo sudafricano, Anton Hammerl, rimasto ucciso subito, e una free-lance, Clare Morgana Gillis, che poi l’aveva descritto così: «A chiunque e dovunque Jim piace subito, appena incontrato ». A quasi chiunque, quasi dovunque. Rapito per la seconda volta in Siria, non dev’essere piaciuto a nessuno dei suoi successivi padroni, che se lo sono rivenduto lungo quasi due anni, finché è finito nelle mani dell’Is. La ferocia non è coraggiosa. L’Is ha vigliaccamente ucciso il proprio ostaggio.
Niente barbarie primitiva, niente medioevo: siamo contemporanei. Il boia jihadista lavora di macelleria antica (coltello che sega, non colpo di scure o lama compassionevole di ghigliottina) e corre a completare la propria voluttà mettendo il film in Rete. In Rete, i genitori dell’uomo che hanno visto con la testa in grembo, come i martiri sulla facciata di una cattedrale, dicono: «Non siamo mai stati così orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la vita nell’impegno di rivelare al mondo la sofferenza del popolo siriano ».
Il boia aveva fatto le cose a puntino, rivestito la sua vittima della casacca arancione d’ordinanza, ostentato il suo accento britannico, e infine intitolato l’impresa: “Messaggio all’America”. Il messaggio non era solo per l’America, e l’America non è una sola. Una, la prima, che ha dato la risposta più grave di futuro, è l’America della madre di James Foley, che chiede riguardo per il proprio dolore, ma ha la forza di «supplicare » i rapitori di «risparmiare la vita degli altri ostaggi. Sono innocenti, come era Jim». Occorre infatti una forza grandissima, meravigliosa. La seconda risposta l’ha data Barack Obama. L’America cui si rivolgevano i boia è infatti lui: che il loro condannato avesse dei genitori, una famiglia, non li toccava. Obama è la loro America, e aveva sperato probabilmente di finire il doppio mandato senza impegnare la sua potenza in un nuovo conflitto armato, e anzi ritraendola dai luoghi roventi in cui l’arroganza dei suoi predecessori o le circostanze l’avevano cacciata. Col passare e l’infuriare del tempo, la smobilitazione di Obama aveva sempre più indebolito l’aspirazione pacifica a vantaggio di un’inerzia disorientata e una sconfessione della propria parola. Il punto più grave era stato la rinuncia a un intervento internazionale quando la ribellione siriana era ancora una promessa. Il punto più mortificante era stato il ripudio della “linea rossa” fissata al ricorso di Assad alle armi chimiche.
Ne venne un sarcastico domino di pezzi caduti: Putin, che in Siria difendeva il sacro accesso al Mediterraneo della propria flotta dal porto di Tartus, difese impunemente il sacro accesso al Mar Nero della propria flotta in Crimea. Una “guerra” tira l’altra. Fino all’8 agosto, quando Obama ha rotto l’incantesimo, e ordinato i bombardamenti sulla resistibile avanzata del Califfato. Il ritorno sul luogo di un doppio delitto, la “guerra” irachena di Bush e Blair, e il ritiro da quell’Iraq, nella finzione che la democrazia vi potesse vivere di vita propria, col paese abbandonato alla morsa fra la rivalsa sciita e la brutalità del jihadismo sunnita.
Gli aerei americani si sono alzati quando l’avanzata dell’Is aveva travolto
addirittura la città di Mosul e consegnato il controllo della diga che la sovrasta, con l’intera piana fino a Bagdad. I lugubri uomini mascherati che sembravano venire da un altro mondo di ferocia inaudita erano in realtà la mutazione di un esercito internazionale che da mesi, da anni faceva le sue prove sotto gli occhi chiusi del mondo, piantando la propria bandiera nera sopra la ribellione siriana e il cuore dell’Iraq. A Falluja quella bandiera è issata fin dal 5 gennaio. A Obama dunque, che aveva preferito non vedere — mentre i sunniti già alleati degli americani restavano senza armi né risorse alla mercé dei confratelli decapitatori — è rivolto il messaggio del boia di Jim Foley. Gli dice che bombardare, anche solo dall’alto, anche senza rompere il tabù del “non mettere i piedi sul terreno”, ha comunque un costo di sangue, e Foley ne è l’agnello sacrificale. «Ogni tuo tentativo, Obama, di negare ai musulmani il loro diritto di vivere sicuri sotto il Califfato, avrà come conseguenza lo spargimento del sangue della tua gente».
Il prossimo, consorte di prigionia e torture, esibito nel video, è Steven Joel Sotloff, 31 anni, collaboratore di Time , scomparso a sua volta in Siria un anno fa. Se i raid non cesseranno, proclama il messaggio, toccherà a lui, e poi avanti. Che Obama ceda a un ricatto simile è impensabile perfino per l’Is. Obama ha risposto com’era inevitabile e giusto. Può darsi che i capibanda dell’Is si propongano di forzare l’America di Obama a tornare sul campo fino a restarne intrappolati e offrire loro la gloria di cui si beano. Questo pensiero
si porta dietro due domande: se sia immaginabile arginare oggi, sconfiggere domani l’Is e le sue versioni concorrenti senza mettere nel conto i piedi per terra e il prezzo di proprie vite, e se questo riguardi davvero solo o soprattutto l’America.
Ieri il parlamento italiano ha votato per il sostegno in armi —e voglia l’intelligenza di coloro cui compete che non siano ferri vecchi — e ieri per la prima volta un capo di governo (o di Stato) europeo è venuto a Bagdad e in Kurdistan. Renzi e Obama hanno messo in rilievo la determinazione specificamente genocida di questo islamismo. Il genocidio non è tanto questione di numeri. I cristiani di Siria, o i cristiani e ancora più ferocemente gli yazidi d’Iraq, o i 12 mila turcomanni sciiti assediati da due mesi e minacciati di sterminio a Amerli, est di Tikrit, non sono “nemici”: sono creature inferiori, impure, da liquidare, e poi farsi il selfie. Ieri a Khanke, nel più commovente accampamento di scampati yazidi, un padre raccontava piangendo che lo chiamano col telefono delle sue figlie e gli dicono singhiozzando quante volte ne hanno abusato.
Se Obama avesse continuato nella scelta di non intervenire, che cosa avremmo fatto noi, l’Italia, l’Europa?
La domanda non è resa inutile dal fatto che Obama ha finalmente rinunciato all’omissione di soccorso. Forse è inutile perché la risposta è scontata: non avremmo mosso un dito, l’Italia, l’Europa.
Esiste o no un’obbligazione alla legalità internazionale, o almeno al pronto soccorso? Gli Stati Uniti hanno mostrato di non voler più fare da poliziotto del mondo, e oltretutto di non farcela più. Tuttavia, come in uno di quei malinconici film in cui il veterano che non vuole più saperne viene richiamato ad affrontare una minaccia diventata micidiale, sono ancora loro a fermare (nell’unico modo possibile, papa Francesco) un’avanzata che semina morte e terrore e minaccia l’isola di relativa tolleranza e normalità che è il Kurdistan. L’Europa, coi suoi 28 eserciti, non è esistita, né a Gaza, né in Siria, né sui monti Sinjar. E qual è, oltre alla viltà, o al malinteso interesse nazionale (gli affari, o la tassa per tener lontani da sé gli attentati islamisti) la spiegazione di questa colossale omissione di soccorso? E’ l’infinita discussione sulla guerra, sulla guerra ingiusta o giusta, di difesa o di aggressione, sulla guerra ripudiata dalla Costituzione o autorizzata da qualche codice canonico. Ci si gingilla
sulla guerra. Si accantona sprezzantemente la distinzione, l’opposizione anzi, fra la guerra e l’azione di polizia internazionale. Si ride della seconda, come di un’utopia, o di un eufemismo. Ma perché non si ride della polizia nazionale? Dunque la differenza decisiva starebbe nel fatto che l’uso della forza sul piano internazionale è comunque guerra? Ma è una pretesa senza senso. C’è un altro uomo minacciato di decapitazione: il dubbio riguarda l’accento col quale il boia registrerà il suo video. Ieri era un accento britannico per un messaggio all’America. Il messaggio suonava chiaro anche per noi.
L’orrore messo in mostra dai barbari contemporanei pronti a colpire ancora L’esecuzione del reporter Usa è il modo con il quale gli uomini dell’Esercito islamico sfidano Obama e l’Occidente. E solo adesso che è intervenuto papa Francesco, anche l’Europa si muove. Il video.
ERBIL – DOPO l’8 agosto, quando gli aerei americani avevano cominciato a bombardare le postazioni dello “Stato Islamico”, i suoi portavoce li hanno derisi e sfidati.
Siete una banda di vigliacchi, scendete sulla terra e vediamocela da veri uomini». Più o meno così, le parole sono quelle di sempre fra “veri uomini”: «Scendi, se hai il coraggio!». I veri uomini dell’Is stavano appunto valorosamente sgozzando gente inerme, violentando madri e sorelle davanti a figli e fratellini, sghignazzando delle implorazioni dei vecchi, e insomma tutta la vecchia eterna vigliaccheria dei veri uomini.
James “Jim” Foley era stato rapito una prima volta in Libia, con un fotografo sudafricano, Anton Hammerl, rimasto ucciso subito, e una free-lance, Clare Morgana Gillis, che poi l’aveva descritto così: «A chiunque e dovunque Jim piace subito, appena incontrato ». A quasi chiunque, quasi dovunque. Rapito per la seconda volta in Siria, non dev’essere piaciuto a nessuno dei suoi successivi padroni, che se lo sono rivenduto lungo quasi due anni, finché è finito nelle mani dell’Is. La ferocia non è coraggiosa. L’Is ha vigliaccamente ucciso il proprio ostaggio.
Niente barbarie primitiva, niente medioevo: siamo contemporanei. Il boia jihadista lavora di macelleria antica (coltello che sega, non colpo di scure o lama compassionevole di ghigliottina) e corre a completare la propria voluttà mettendo il film in Rete. In Rete, i genitori dell’uomo che hanno visto con la testa in grembo, come i martiri sulla facciata di una cattedrale, dicono: «Non siamo mai stati così orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la vita nell’impegno di rivelare al mondo la sofferenza del popolo siriano ».
Il boia aveva fatto le cose a puntino, rivestito la sua vittima della casacca arancione d’ordinanza, ostentato il suo accento britannico, e infine intitolato l’impresa: “Messaggio all’America”. Il messaggio non era solo per l’America, e l’America non è una sola. Una, la prima, che ha dato la risposta più grave di futuro, è l’America della madre di James Foley, che chiede riguardo per il proprio dolore, ma ha la forza di «supplicare » i rapitori di «risparmiare la vita degli altri ostaggi. Sono innocenti, come era Jim». Occorre infatti una forza grandissima, meravigliosa. La seconda risposta l’ha data Barack Obama. L’America cui si rivolgevano i boia è infatti lui: che il loro condannato avesse dei genitori, una famiglia, non li toccava. Obama è la loro America, e aveva sperato probabilmente di finire il doppio mandato senza impegnare la sua potenza in un nuovo conflitto armato, e anzi ritraendola dai luoghi roventi in cui l’arroganza dei suoi predecessori o le circostanze l’avevano cacciata. Col passare e l’infuriare del tempo, la smobilitazione di Obama aveva sempre più indebolito l’aspirazione pacifica a vantaggio di un’inerzia disorientata e una sconfessione della propria parola. Il punto più grave era stato la rinuncia a un intervento internazionale quando la ribellione siriana era ancora una promessa. Il punto più mortificante era stato il ripudio della “linea rossa” fissata al ricorso di Assad alle armi chimiche.
Ne venne un sarcastico domino di pezzi caduti: Putin, che in Siria difendeva il sacro accesso al Mediterraneo della propria flotta dal porto di Tartus, difese impunemente il sacro accesso al Mar Nero della propria flotta in Crimea. Una “guerra” tira l’altra. Fino all’8 agosto, quando Obama ha rotto l’incantesimo, e ordinato i bombardamenti sulla resistibile avanzata del Califfato. Il ritorno sul luogo di un doppio delitto, la “guerra” irachena di Bush e Blair, e il ritiro da quell’Iraq, nella finzione che la democrazia vi potesse vivere di vita propria, col paese abbandonato alla morsa fra la rivalsa sciita e la brutalità del jihadismo sunnita.
Gli aerei americani si sono alzati quando l’avanzata dell’Is aveva travolto
addirittura la città di Mosul e consegnato il controllo della diga che la sovrasta, con l’intera piana fino a Bagdad. I lugubri uomini mascherati che sembravano venire da un altro mondo di ferocia inaudita erano in realtà la mutazione di un esercito internazionale che da mesi, da anni faceva le sue prove sotto gli occhi chiusi del mondo, piantando la propria bandiera nera sopra la ribellione siriana e il cuore dell’Iraq. A Falluja quella bandiera è issata fin dal 5 gennaio. A Obama dunque, che aveva preferito non vedere — mentre i sunniti già alleati degli americani restavano senza armi né risorse alla mercé dei confratelli decapitatori — è rivolto il messaggio del boia di Jim Foley. Gli dice che bombardare, anche solo dall’alto, anche senza rompere il tabù del “non mettere i piedi sul terreno”, ha comunque un costo di sangue, e Foley ne è l’agnello sacrificale. «Ogni tuo tentativo, Obama, di negare ai musulmani il loro diritto di vivere sicuri sotto il Califfato, avrà come conseguenza lo spargimento del sangue della tua gente».
Il prossimo, consorte di prigionia e torture, esibito nel video, è Steven Joel Sotloff, 31 anni, collaboratore di Time , scomparso a sua volta in Siria un anno fa. Se i raid non cesseranno, proclama il messaggio, toccherà a lui, e poi avanti. Che Obama ceda a un ricatto simile è impensabile perfino per l’Is. Obama ha risposto com’era inevitabile e giusto. Può darsi che i capibanda dell’Is si propongano di forzare l’America di Obama a tornare sul campo fino a restarne intrappolati e offrire loro la gloria di cui si beano. Questo pensiero
si porta dietro due domande: se sia immaginabile arginare oggi, sconfiggere domani l’Is e le sue versioni concorrenti senza mettere nel conto i piedi per terra e il prezzo di proprie vite, e se questo riguardi davvero solo o soprattutto l’America.
Ieri il parlamento italiano ha votato per il sostegno in armi —e voglia l’intelligenza di coloro cui compete che non siano ferri vecchi — e ieri per la prima volta un capo di governo (o di Stato) europeo è venuto a Bagdad e in Kurdistan. Renzi e Obama hanno messo in rilievo la determinazione specificamente genocida di questo islamismo. Il genocidio non è tanto questione di numeri. I cristiani di Siria, o i cristiani e ancora più ferocemente gli yazidi d’Iraq, o i 12 mila turcomanni sciiti assediati da due mesi e minacciati di sterminio a Amerli, est di Tikrit, non sono “nemici”: sono creature inferiori, impure, da liquidare, e poi farsi il selfie. Ieri a Khanke, nel più commovente accampamento di scampati yazidi, un padre raccontava piangendo che lo chiamano col telefono delle sue figlie e gli dicono singhiozzando quante volte ne hanno abusato.
Se Obama avesse continuato nella scelta di non intervenire, che cosa avremmo fatto noi, l’Italia, l’Europa?
La domanda non è resa inutile dal fatto che Obama ha finalmente rinunciato all’omissione di soccorso. Forse è inutile perché la risposta è scontata: non avremmo mosso un dito, l’Italia, l’Europa.
Esiste o no un’obbligazione alla legalità internazionale, o almeno al pronto soccorso? Gli Stati Uniti hanno mostrato di non voler più fare da poliziotto del mondo, e oltretutto di non farcela più. Tuttavia, come in uno di quei malinconici film in cui il veterano che non vuole più saperne viene richiamato ad affrontare una minaccia diventata micidiale, sono ancora loro a fermare (nell’unico modo possibile, papa Francesco) un’avanzata che semina morte e terrore e minaccia l’isola di relativa tolleranza e normalità che è il Kurdistan. L’Europa, coi suoi 28 eserciti, non è esistita, né a Gaza, né in Siria, né sui monti Sinjar. E qual è, oltre alla viltà, o al malinteso interesse nazionale (gli affari, o la tassa per tener lontani da sé gli attentati islamisti) la spiegazione di questa colossale omissione di soccorso? E’ l’infinita discussione sulla guerra, sulla guerra ingiusta o giusta, di difesa o di aggressione, sulla guerra ripudiata dalla Costituzione o autorizzata da qualche codice canonico. Ci si gingilla
sulla guerra. Si accantona sprezzantemente la distinzione, l’opposizione anzi, fra la guerra e l’azione di polizia internazionale. Si ride della seconda, come di un’utopia, o di un eufemismo. Ma perché non si ride della polizia nazionale? Dunque la differenza decisiva starebbe nel fatto che l’uso della forza sul piano internazionale è comunque guerra? Ma è una pretesa senza senso. C’è un altro uomo minacciato di decapitazione: il dubbio riguarda l’accento col quale il boia registrerà il suo video. Ieri era un accento britannico per un messaggio all’America. Il messaggio suonava chiaro anche per noi.
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30.7.14
Perché Gaza è sola?
Il silenzio del movimento pacifista e l'ipocrisia dei media embedded
Luciana Castellina (il manifesto)
Non voglio parlare nel merito di quanto sta accadendo a Gaza. Non ne voglio scrivere perché provo troppo dolore a dover per l’ennesima volta emettere grida di indignazione, né ho voglia di ridurmi ad auspicare da anima buona il dialogo fra le due parti, esercizio cui si dedicano le belle penne del nostro paese. Come si trattasse di due monelli litigiosi cui noi civilizzati dobbiamo insegnare le buone maniere. Per non dire di chi addirittura invoca le ragioni di Israele, così vilmente attaccata — poveretta — dai terroristi. ( I palestinesi non sono mai «militari» come gli israeliani, loro sono sempre e comunque terroristi, gli altri mai).
Ieri ho sentito a radio Tre, che ricordavo meglio delle altre emittenti, una trasmissione cui partecipavano commentatori davvero indecenti, un giornalista (Meucci o Meotti, non ricordo) che conteggiava le vittime palestinesi: che mascalzonata le menzogne degli antistraeliani, tutti dimentichi dell’Olocausto – protestava. Perchè non è vero che i civili morti ammazzati siano due terzi, tutt’al più un terzo.
E poi il «Foglio» che promuove una manifestazione di solidarietà con le vere vittime: gli israeliani, per l’appunto.
Si può non essere d’accordo con la linea politica di Hamas – e io lo sono — ma chi la critica dovrebbe poi spiegare perché allora né Netanyahu, né alcuno dei suoi predecessori, si sia accordato con l’Olp ( e anzi abbia sempre insidiato ogni tentativo di intesa fra Hamas e Abu Mazen, per mandarla per aria). E però io mi domando: se fossi nata in un campo profughi della Palestina, dopo quasi settant’anni di soprusi, di mortificazioni, di violazione di diritti umani e delle decisioni dell’Onu, dopo decine di accordi regolarmente infranti dall’avanzare dei coloni, a fronte della pretesa di rendere la Palestina tutt’al più un bantustan a macchia di leopardo dove milioni di coloro che vi sono nati non possono tornare, i tanti cui sono state rubate le case dove avevano per secoli vissuto le loro famiglie, dopo tutto questo: che cosa penserei e farei? Io temo che avrei finito per diventare terrorista.
Non perché questa sia una strada giusta e vincente ma perché è così insopportabile ormai la condizione dei palestinesi; così macroscopicamente inaccettabile l’ingiustizia storica di cui sono vittime; così filistea la giustificazione di Israele che si lamenta di essere colpita quando ha fatto di tutto per suscitare odio; così palesemente ipocrita un Occidente (ma ormai anche l’oriente) pronto a mandare ovunque bombardieri e droni e reggimenti con la pretesa di sostenere le decisioni delle Nazioni Unite, e che però mai, dico mai, dal 1948 ad oggi, ha pensato di inviare sia pure una bicicletta per imporre ad Israele di ubbidire alle tante risoluzioni votate nel Palazzo di Vetro che i suoi governi, di destra o di sinistra, hanno regolarmente irriso.
Ma non è di questo che voglio scrivere, so che i lettori di questo giornale non devono essere convinti. Ho preso la penna solo per il bisogno di una riflessione collettiva sul perché, in protesta con quanto accade a Gaza, sono scesi in piazza a Parigi e a Londra, cosa fra l’altro relativamente nuova nelle dimensioni in cui è accaduto, e nel nostro paese non si è andati oltre qualche presidio e volenterose piccole manifestazioni locali, per fortuna Milano, un impegno più rilevante degli altri.
Cosa è accaduto in Italia che su questo problema è stata sempre in prima linea, riuscendo a mobilitare centinaia di migliaia di persone? È forse proprio per questo, perché siamo costretti verificare che quei cortei, arrivati persino attorno alle mura di Gerusalemme (ricordate le «donne in nero»?) non sono serviti a far avanzare un processo di pace, a rendere giustizia? Per sfiducia, rinuncia? Perché noi — il più forte movimento pacifista d’Europa – non siamo riusciti ad evitare le guerre ormai diventate perenni, a far prevalere l’idea che i patti si fanno con l’avversario e non con l’alleato perché l’obiettivo non è prevalere ma intendersi? O perché – piuttosto — non c’è più nel nostro paese uno schieramento politico sufficientemente ampio dotato dell’autorevolezza necessaria ad una mobilitazione adeguata? O perché c’è un governo che è stato votato da tanti che nelle manifestazioni del passato erano al nostro fianco e che però non è stato capace di dire una parola, una sola parola di denuncia in questa tragica circostanza? Un silenzio agghiacciante da parte del ragazzo Renzi che pure ci tiene a far vedere che lui, a differenza dei vecchi politici, è umano e naturale? Privo di emozioni, di capacità di indignazione, almeno quel tanto per farsi sfuggire una frase, un moto di commozione per quei bambini di Gaza massacrati, nei suoi tanti accattivanti virtuali colloqui con il pubblico? È perché non prova niente, o perché pensa che le sorti dell’Italia e del mondo dipendano dal fatto che la muta Mogherini assurga al posto di ministro degli esteri dell’Unione Europea? E se sì, per far che?
Di questo vorrei parlassimo. Io non ho risposte. E non perché pensi che in Italia non c’è più niente da fare. Io non sono, come invece molti altri, così pessimista sul nostro paese. E anzi mi arrabbio quando, dall’estero, sento dire: «O diomio l’Italia come è finita», e poi si parla solo di quello che fa il governo e non ci si accorge che c’è ancora nel nostro paese una politicizzazione diffusa, un grande dinamismo nell’iniziativa locale, nell’associazionismo, nel volontariato.
Negli ultimi giorni sono stata a Otranto, al campeggio della «Rete della conoscenza» (gli studenti medi e universitari di sinistra). Tanti bravi ragazzi, nemmeno abbronzati sebbene ai bordi di una spiaggia, perché impegnati tutto il giorno in gruppi di lavoro, alle prese con i problemi della scuola, ma per nulla corporativi, aperti alle cose dell’umanità, ma certo privi di punti di riferimento politici generali, senza avere alle spalle analisi e progetti sul e per il mondo, come era per la mia generazione, e perciò vittime inevitabili della frammentazione. Poi ho partecipato a Villa Literno alla bellissima celebrazione del venticinquesimo anniversario della morte di Jerry Maslo, organizzata dall’Arci, che da quando, nel 1989, il giovane sudafricano, anche lui schiavo nei campi del pomodoro, fu assassinato ha via via sviluppato un’iniziativa costante, di supplenza si potrebbe dire, rispetto a quanto avrebbero dovuto fare le istituzioni: villaggi di solidarietà nei luoghi di maggior sfruttamento, volontariato faticoso per dare ai giovani neri magrebini e subsahariani, poi provenienti dall’est, l’appoggio umano sociale e politico necessario.
Parlo di queste due cose perchè sono quelle che ho visto negli ultimi giorni coi miei occhi, ma potrei aggiungere tante altre esperienze, fra queste certamente quanto ha costruito la lista Tsipras, che ha reso stabile, attraverso i comitati elettorali che non si sono sciolti dopo il voto, una inedita militanza politica diffusa sul territorio.
E allora perché non riusciamo a dare a tutto quello che pure c’è capacità di incidere, di contare?
Certo, molte delle risposte le conosciamo: la crescente irrilevanza della politica, il declino dei partiti, eccetera eccetera. Non ho scritto perché ho ricette, e nemmeno perché non conosca già tante delle risposte. Ho scritto solo per condividere la frustrazione dell’impotenza, per non abituarsi alla rassegnazione, per aiutarci l’un l’altro «a cercare ancora».
Luciana Castellina (il manifesto)
Non voglio parlare nel merito di quanto sta accadendo a Gaza. Non ne voglio scrivere perché provo troppo dolore a dover per l’ennesima volta emettere grida di indignazione, né ho voglia di ridurmi ad auspicare da anima buona il dialogo fra le due parti, esercizio cui si dedicano le belle penne del nostro paese. Come si trattasse di due monelli litigiosi cui noi civilizzati dobbiamo insegnare le buone maniere. Per non dire di chi addirittura invoca le ragioni di Israele, così vilmente attaccata — poveretta — dai terroristi. ( I palestinesi non sono mai «militari» come gli israeliani, loro sono sempre e comunque terroristi, gli altri mai).
Ieri ho sentito a radio Tre, che ricordavo meglio delle altre emittenti, una trasmissione cui partecipavano commentatori davvero indecenti, un giornalista (Meucci o Meotti, non ricordo) che conteggiava le vittime palestinesi: che mascalzonata le menzogne degli antistraeliani, tutti dimentichi dell’Olocausto – protestava. Perchè non è vero che i civili morti ammazzati siano due terzi, tutt’al più un terzo.
E poi il «Foglio» che promuove una manifestazione di solidarietà con le vere vittime: gli israeliani, per l’appunto.
Si può non essere d’accordo con la linea politica di Hamas – e io lo sono — ma chi la critica dovrebbe poi spiegare perché allora né Netanyahu, né alcuno dei suoi predecessori, si sia accordato con l’Olp ( e anzi abbia sempre insidiato ogni tentativo di intesa fra Hamas e Abu Mazen, per mandarla per aria). E però io mi domando: se fossi nata in un campo profughi della Palestina, dopo quasi settant’anni di soprusi, di mortificazioni, di violazione di diritti umani e delle decisioni dell’Onu, dopo decine di accordi regolarmente infranti dall’avanzare dei coloni, a fronte della pretesa di rendere la Palestina tutt’al più un bantustan a macchia di leopardo dove milioni di coloro che vi sono nati non possono tornare, i tanti cui sono state rubate le case dove avevano per secoli vissuto le loro famiglie, dopo tutto questo: che cosa penserei e farei? Io temo che avrei finito per diventare terrorista.
Non perché questa sia una strada giusta e vincente ma perché è così insopportabile ormai la condizione dei palestinesi; così macroscopicamente inaccettabile l’ingiustizia storica di cui sono vittime; così filistea la giustificazione di Israele che si lamenta di essere colpita quando ha fatto di tutto per suscitare odio; così palesemente ipocrita un Occidente (ma ormai anche l’oriente) pronto a mandare ovunque bombardieri e droni e reggimenti con la pretesa di sostenere le decisioni delle Nazioni Unite, e che però mai, dico mai, dal 1948 ad oggi, ha pensato di inviare sia pure una bicicletta per imporre ad Israele di ubbidire alle tante risoluzioni votate nel Palazzo di Vetro che i suoi governi, di destra o di sinistra, hanno regolarmente irriso.
Ma non è di questo che voglio scrivere, so che i lettori di questo giornale non devono essere convinti. Ho preso la penna solo per il bisogno di una riflessione collettiva sul perché, in protesta con quanto accade a Gaza, sono scesi in piazza a Parigi e a Londra, cosa fra l’altro relativamente nuova nelle dimensioni in cui è accaduto, e nel nostro paese non si è andati oltre qualche presidio e volenterose piccole manifestazioni locali, per fortuna Milano, un impegno più rilevante degli altri.
Cosa è accaduto in Italia che su questo problema è stata sempre in prima linea, riuscendo a mobilitare centinaia di migliaia di persone? È forse proprio per questo, perché siamo costretti verificare che quei cortei, arrivati persino attorno alle mura di Gerusalemme (ricordate le «donne in nero»?) non sono serviti a far avanzare un processo di pace, a rendere giustizia? Per sfiducia, rinuncia? Perché noi — il più forte movimento pacifista d’Europa – non siamo riusciti ad evitare le guerre ormai diventate perenni, a far prevalere l’idea che i patti si fanno con l’avversario e non con l’alleato perché l’obiettivo non è prevalere ma intendersi? O perché – piuttosto — non c’è più nel nostro paese uno schieramento politico sufficientemente ampio dotato dell’autorevolezza necessaria ad una mobilitazione adeguata? O perché c’è un governo che è stato votato da tanti che nelle manifestazioni del passato erano al nostro fianco e che però non è stato capace di dire una parola, una sola parola di denuncia in questa tragica circostanza? Un silenzio agghiacciante da parte del ragazzo Renzi che pure ci tiene a far vedere che lui, a differenza dei vecchi politici, è umano e naturale? Privo di emozioni, di capacità di indignazione, almeno quel tanto per farsi sfuggire una frase, un moto di commozione per quei bambini di Gaza massacrati, nei suoi tanti accattivanti virtuali colloqui con il pubblico? È perché non prova niente, o perché pensa che le sorti dell’Italia e del mondo dipendano dal fatto che la muta Mogherini assurga al posto di ministro degli esteri dell’Unione Europea? E se sì, per far che?
Di questo vorrei parlassimo. Io non ho risposte. E non perché pensi che in Italia non c’è più niente da fare. Io non sono, come invece molti altri, così pessimista sul nostro paese. E anzi mi arrabbio quando, dall’estero, sento dire: «O diomio l’Italia come è finita», e poi si parla solo di quello che fa il governo e non ci si accorge che c’è ancora nel nostro paese una politicizzazione diffusa, un grande dinamismo nell’iniziativa locale, nell’associazionismo, nel volontariato.
Negli ultimi giorni sono stata a Otranto, al campeggio della «Rete della conoscenza» (gli studenti medi e universitari di sinistra). Tanti bravi ragazzi, nemmeno abbronzati sebbene ai bordi di una spiaggia, perché impegnati tutto il giorno in gruppi di lavoro, alle prese con i problemi della scuola, ma per nulla corporativi, aperti alle cose dell’umanità, ma certo privi di punti di riferimento politici generali, senza avere alle spalle analisi e progetti sul e per il mondo, come era per la mia generazione, e perciò vittime inevitabili della frammentazione. Poi ho partecipato a Villa Literno alla bellissima celebrazione del venticinquesimo anniversario della morte di Jerry Maslo, organizzata dall’Arci, che da quando, nel 1989, il giovane sudafricano, anche lui schiavo nei campi del pomodoro, fu assassinato ha via via sviluppato un’iniziativa costante, di supplenza si potrebbe dire, rispetto a quanto avrebbero dovuto fare le istituzioni: villaggi di solidarietà nei luoghi di maggior sfruttamento, volontariato faticoso per dare ai giovani neri magrebini e subsahariani, poi provenienti dall’est, l’appoggio umano sociale e politico necessario.
Parlo di queste due cose perchè sono quelle che ho visto negli ultimi giorni coi miei occhi, ma potrei aggiungere tante altre esperienze, fra queste certamente quanto ha costruito la lista Tsipras, che ha reso stabile, attraverso i comitati elettorali che non si sono sciolti dopo il voto, una inedita militanza politica diffusa sul territorio.
E allora perché non riusciamo a dare a tutto quello che pure c’è capacità di incidere, di contare?
Certo, molte delle risposte le conosciamo: la crescente irrilevanza della politica, il declino dei partiti, eccetera eccetera. Non ho scritto perché ho ricette, e nemmeno perché non conosca già tante delle risposte. Ho scritto solo per condividere la frustrazione dell’impotenza, per non abituarsi alla rassegnazione, per aiutarci l’un l’altro «a cercare ancora».
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24.7.14
Evgeny Morozov contro la favola dell’eden digitale
Benedetto Vecchi (Il Manifesto)
Codici aperti. Il nuovo saggio di Evgeny Morozov tradotto da Mondadori è un j’accuse contro le tesi di chi vede nella Rete la salvezza dell’umanità. Sotto accusa è l’ideologia del «cyberutopismo» in nome di un indiscusso e indiscutibile principio di realtà
La comparsa del suo nome tra le pagine di questo nuovo e imponente saggio di Evgeny Morozov (Internet non salverà il mondo, pp. 448, euro 19) sorprende non poco. Tanto più che viene inserito in una platea che va da libertario Jason Lanier all’economista liberale Friedrich von Hayek, dal filosofo conservatore Thomas Molnar al critico radicale Ivan Illich, dalla «modernista» Jane Jacobs all’ultra conservatore Michael Oakeshott, da Hans Jonas a lui, Jacques Ellul, teologo, filosofo e sociologo noto per la sua critica alla tecno-scienza.
Eppure la presenza di Jacques Ellul è meno stravagante degli altri nomi, inseriti nell’eccentrico pantheon teorico di Morozov. Ellul, infatti, è stato uno fustigatore del ruolo svolto dalla tecnologia e dalla scienza nelle società contemporanee, collanti di una gabbia di acciaio che definisce il perimetro delle azioni umani, stabilendo all’interno regole di comportamento funzionali alla logica astratta e oggettiva imposta dalla scienza. Nel libro di Morozov tale impianto teorico torna continuamente, sia quando scrive di Internet che dei social network. Sia però chiaro: Morozov non è un apocalittico critico della scienza e della tecnologia, né propone una frugale e austera decrescita che rallenti lo sviluppo scientifico. È un blogger che apprezza il potere comunicativo della Rete e dei social network. Al pari di molti storici della tecnologia ritiene che le macchine siano protesi meccaniche degli essere umani. Ma è altrettanto convinto che la Rete, i computer, gli smartphone non sono protesi «stupide», ma hanno, in quanto «macchine universali» che riproducono attività cognitive, un potere performativo dei comportamenti, delle abitudini individuali e collettive. Sulla scia di Ellul, sostiene che siano espressioni di un sistema tecno-scientifico che limita le libertà dei singoli e inibisce le possibilità alle società di poter scegliere altre vie di sviluppo da quelle dominanti. Questo però non fa di Morozov un critico del capitalismo.
UN LIBERAL DEL WEB
Lo studioso, giornalista nato in Bielorussia, ma statunitense per scelta può essere considerato uno degli esponenti più brillanti di un’attitudine moderatamente anticorporation e conservatrice che sostiene un intervento attivo dello Stato nel regolamentare la vita sociale, stabilendo limiti precisi all’azione delle multinazionali del digitale. Posizione che lo portano a scrivere di essere più in sintonia con i liberal che non con i repubblicani statunitensi. Significative in questo suo nuovo saggio non sono però le sue posizioni politiche, bensì l’analisi proprio della vita dentro e fuori lo schermo dove le strategie imprenditoriali di Apple, Google, Amazon, Facebook e Twitter più che aprire la strada a una società di liberi, stiano minando le basi della democrazia liberale.
Il libro di Morozov è certo una dettagliata critica della egemone welthashauung tecnocratica, anche se limita la sua analisi agli Stati Uniti, con l’Europa vista come una colonia tecnologia della Silicon Valley. Poco infatti viene detto su quanto accade in paesi sempre più rilevanti nello sviluppo della Rete. Alla Cina, all’India dedica infatti qualche distratta citazione e nulla più. Non che nei distretti tecnologici o nelle università cinesi e indiane non ci siano progetti di sviluppo alieni rispetto a quanto accade negli Stati Uniti o nel vecchio continente, ma con una differenza: la tecnologia è sempre una variabile dipendente di altre scelte e priorità economiche e di politica industriale. Il «tecnopolio», termine preso in prestito proprio da Ellul, è relativo solo all’operato delle imprese nella Silicon Valley, ma non dei distretti tecnologici cinesi o indiani. L’assenza di una analisi delle logiche dominante nei cosiddetti paesi emergenti non toglie forza alla requisitoria che svolge contro il determinismo tecnologico dominante. Il suo è un j’accuse contro quello che chiama, di volta in volta, «internet-centrismo», «soluzionismo», «tecnoescapismo», tre modi per qualificare una ideologia egemone che assegna ai modelli economici, produttivi e sociali presenti nella Rete una naturalità indiscutibile e una superiorità rispetto ad altre possibili vie di sviluppo sociale e economico.
GLI IDEOLOGHI DEL DIGITALE
Morozov non esita quindi a prendere di mira tanto gli apologeti della Rete che i media theorist critici del regime della proprietà intellettuale operante su Internet. Da Jason Lanier a Nicholas Carr, da Lawrence Lessig a Yoachai Benkler, nessuno è risparmiato nelle critiche di Morozov, che li considerata tutti responsabili della «produzione» dell’ideologia tecnocratica dominante. Molti sono, ad esempio, gli esempi di come funzioni il «soluzionismo». L’inquinamento a livello planetario può essere risolto usando la Rete, perché limita la mobilità (tutto può essere fatto da casa); perché riduce il consumo di carta; perché i computer e le fibre ottiche possono essere prodotti a poco prezzo e consumando poco petrolio. La realtà dimostra il contrario — il livello di inquinamento provocato dallo smaltimento dei rifiuti «digitali» non ha nulla da invidiare all’inquinamento provocato dal petrolio -, ma questo è dovuto, sostengono i «soluzionisti», al fatto che l’organizzazione sociale è ancora modellata sulla società industriale. Basta quindi prendere coscienza che siamo nella società dell’informazione e adeguare le istituzione politiche è il problema è risolto: l’inquinamento diminuirà di conseguenza. La democrazia è in crisi? Come negarlo, ma attraverso i social network e la comunicazione on-line la partecipazione diffusa nel prendere le decisioni è garantita.
Su questo aspetto, Morozov ha molte frecce nel suo arco nel criticare il populismo digitale. Con feroce ironia, scrive che una proposta non basta che venga sponsorizzata da un numero alto di «naviganti» per essere la migliore. Inoltre, ma su questo aspetto Morozov è evasivo, Facebook, Twitter, Google e molte altre imprese dot.com fanno affari d’oro nel costruire, elaborare e vendere i Big Data accumulati attraverso l’uso dei social network o dei tanti blog operanti tra le due sponde dell’Atlantico. Anzi, alcune imprese fanno affari ospitando e organizzando forum di discussione politici, come testimonia l’impresa che gestisce il Blog di Beppe Grillo.
In fondo, proprio il gruppo italiano del «Movimento 5 stelle» strizza l’occhio alle dinamiche della Rete facendo derivare il proprio nome dal numero massimo di stelle che i recensori di libri o di siti pongono per segnalare il loro gradimento a un libro, un sito o una proposta. Tutto ciò nulla a che fare con una rinnovata democrazia rappresentativa, né con la sbandierata democrazia diretta dei populisti digitali.
I populisti digitali sono la bestia nera di Morozov, perché sono gli agit-prop di quel «tecnoescapismo» che vede nella Rete una sorte di eden dell’individuo proprietario che le vecchie oligarchie vorrebbero vedere cancellato per preservare il loro potere. Morozov è invece convinto che l’animale umano sia un animale sociale e che per questo abbia bisogno delle relazioni con l’altro per esprimere le sue potenzialità. Da qui la necessità della mediazione e della condivisione.
IN NOME DELLA CONDIVISIONE
Un’antropologia filosofica ignota agli apologeti della Rete, interessanti invece a spacciare come novità rivoluzionarie ogni minima e spesso irrilevante innovazione tecnologica. Uno spirito polemico, il suo, che raggiunge l’acme acme quando affronta l’oggettività costituita dai modelli proposti dalla tecnologia digitale a partire dalla neutralità rappresentata dagli algoritmi alla base del motore di ricerca Google (Page Rank) e di quello di Facebook (Edge Rank). Al di là del ragionevole dubbio sulla loro oggettività, visto che entrambi gli algoritmi sono coperti da brevetto e che finora nessuno è riuscito a capire come funzionano, è interessante la sottolineatura che l’autore fa del fatto che dentro le multinazionali high-tech lavorano uomini e donne che vivono in una società dove sono vigenti weltanshauung egemoni che ne condizionano l’operato.
La critica alla neutralità degli algoritmi, banco di prova di una teoria critica della Rete ancora da sviluppare, viene sì nominata dallo studioso, ma non sviluppata. Per fare questo, servirebbe una analisi dei modelli epistemologici dominanti e sul regime produttivo del software e dei contenuti dentro e fuori la Rete. In altri termini, a costituire problema è il regime di sfruttamento presente nella società en general, così come costituisce problema la pretesa oggettività delle procedure e degli standard, i format imposti dalle tecnologie, che vengono sviluppate in base a una concezione dei rapporti sociali dove di oggettivo c’è ben poco. Ma è proprio sulla propagandata oggettività degli algoritmi che si manifesta il potere autoritario del «tecnopolio».
Il settore dove più evidente è la pretesa dell’internet-centrismo di funzionare come modello «universale» è l’«industria dei memi» — le parole chiave che scandiscono e orientano il flusso dentro Facebook e Twitter — per la sua capacità di condizionare l’opinione pubblica e la formazione delle decisioni politiche per salvaguardare gli interessi economici e la vision sociale delle imprese digitali. La conclusione è lapidaria: l’«internet-centrismo», così come il «tecnoescapismo» hanno molte caratteristiche delle società totalitarie del Novecento. Lo stesso vale per la difesa della privacy: un diritto ridotto a merce da acquistare a caro prezzo sul mercato.
UNA PRIVACY DI CLASSE
Il self tracking, infatti, è ritenuto il settore economico in espansione. Il monitoraggio della informazioni sulla propria vita e la possibilità di eliminare i dati che non vogliono essere resi pubblici sta diventando infatti una prerogative delle élite globali che vogliono salvaguardare la privacy rispetto alle tecnologie del controllo esistenti. Ma come sostengono gli attivisti e ricercatori del gruppo italiano Ippolita, il rispetto della privacy sta acquisendo sempre più caratteristiche di classe: chi può riesce a garantirsi zone d’ombre sulla propria vita; per la maggioranza dellla popolazione connessa alla rete, la propria vita diviene semplicemente trasparente ai colossi dei Big Data.
C’è il rischio che le tesi di Morozov abbiano come conseguenza – e in alcune parti del saggio è evidente una deriva «conservatrice» — un auspicato ritorno all’ordine sociale, economico e politico precedente la cosiddetta «rivoluzione digitale», compresa la difesa del welfare state e dell’intervento dello stato in economia in quanto soggetto economico, non solo come momento regolativo dell’attività economica, momento che non è mai venuto meno, come hanno d’altronde documentato da critici marxisti e da teorici della biopolitica. Ciò che però interessa Morozov è introdurre elementi di moderazione nell’ideologia dominante. È infatti assente ogni analisi sui rapporti sociali e produttivi nella Rete. Ignorati sono i meccanismi di appropriazione privata dei dati personali, elaborati e codificati per definire «profili» da vendere al migliore offerente; nessun accenno a come viene prodotto innovazione tecnologica e sociale; rimangono avvolti nel mistero i meccanismi di sfruttamento nella produzione di software e di contenuti.
Sono solo alcuni degli elementi che potrebbe consentire lo sviluppo di una puntuale teoria critica della Rete. Obiettivo diverso da quello di Morozov. La sua critica al «cyberutopismo» aiuta però a una pratica del dubbio che induce a resistere al canto delle sirene dello status quo.
Codici aperti. Il nuovo saggio di Evgeny Morozov tradotto da Mondadori è un j’accuse contro le tesi di chi vede nella Rete la salvezza dell’umanità. Sotto accusa è l’ideologia del «cyberutopismo» in nome di un indiscusso e indiscutibile principio di realtà
La comparsa del suo nome tra le pagine di questo nuovo e imponente saggio di Evgeny Morozov (Internet non salverà il mondo, pp. 448, euro 19) sorprende non poco. Tanto più che viene inserito in una platea che va da libertario Jason Lanier all’economista liberale Friedrich von Hayek, dal filosofo conservatore Thomas Molnar al critico radicale Ivan Illich, dalla «modernista» Jane Jacobs all’ultra conservatore Michael Oakeshott, da Hans Jonas a lui, Jacques Ellul, teologo, filosofo e sociologo noto per la sua critica alla tecno-scienza.
Eppure la presenza di Jacques Ellul è meno stravagante degli altri nomi, inseriti nell’eccentrico pantheon teorico di Morozov. Ellul, infatti, è stato uno fustigatore del ruolo svolto dalla tecnologia e dalla scienza nelle società contemporanee, collanti di una gabbia di acciaio che definisce il perimetro delle azioni umani, stabilendo all’interno regole di comportamento funzionali alla logica astratta e oggettiva imposta dalla scienza. Nel libro di Morozov tale impianto teorico torna continuamente, sia quando scrive di Internet che dei social network. Sia però chiaro: Morozov non è un apocalittico critico della scienza e della tecnologia, né propone una frugale e austera decrescita che rallenti lo sviluppo scientifico. È un blogger che apprezza il potere comunicativo della Rete e dei social network. Al pari di molti storici della tecnologia ritiene che le macchine siano protesi meccaniche degli essere umani. Ma è altrettanto convinto che la Rete, i computer, gli smartphone non sono protesi «stupide», ma hanno, in quanto «macchine universali» che riproducono attività cognitive, un potere performativo dei comportamenti, delle abitudini individuali e collettive. Sulla scia di Ellul, sostiene che siano espressioni di un sistema tecno-scientifico che limita le libertà dei singoli e inibisce le possibilità alle società di poter scegliere altre vie di sviluppo da quelle dominanti. Questo però non fa di Morozov un critico del capitalismo.
UN LIBERAL DEL WEB
Lo studioso, giornalista nato in Bielorussia, ma statunitense per scelta può essere considerato uno degli esponenti più brillanti di un’attitudine moderatamente anticorporation e conservatrice che sostiene un intervento attivo dello Stato nel regolamentare la vita sociale, stabilendo limiti precisi all’azione delle multinazionali del digitale. Posizione che lo portano a scrivere di essere più in sintonia con i liberal che non con i repubblicani statunitensi. Significative in questo suo nuovo saggio non sono però le sue posizioni politiche, bensì l’analisi proprio della vita dentro e fuori lo schermo dove le strategie imprenditoriali di Apple, Google, Amazon, Facebook e Twitter più che aprire la strada a una società di liberi, stiano minando le basi della democrazia liberale.
Il libro di Morozov è certo una dettagliata critica della egemone welthashauung tecnocratica, anche se limita la sua analisi agli Stati Uniti, con l’Europa vista come una colonia tecnologia della Silicon Valley. Poco infatti viene detto su quanto accade in paesi sempre più rilevanti nello sviluppo della Rete. Alla Cina, all’India dedica infatti qualche distratta citazione e nulla più. Non che nei distretti tecnologici o nelle università cinesi e indiane non ci siano progetti di sviluppo alieni rispetto a quanto accade negli Stati Uniti o nel vecchio continente, ma con una differenza: la tecnologia è sempre una variabile dipendente di altre scelte e priorità economiche e di politica industriale. Il «tecnopolio», termine preso in prestito proprio da Ellul, è relativo solo all’operato delle imprese nella Silicon Valley, ma non dei distretti tecnologici cinesi o indiani. L’assenza di una analisi delle logiche dominante nei cosiddetti paesi emergenti non toglie forza alla requisitoria che svolge contro il determinismo tecnologico dominante. Il suo è un j’accuse contro quello che chiama, di volta in volta, «internet-centrismo», «soluzionismo», «tecnoescapismo», tre modi per qualificare una ideologia egemone che assegna ai modelli economici, produttivi e sociali presenti nella Rete una naturalità indiscutibile e una superiorità rispetto ad altre possibili vie di sviluppo sociale e economico.
GLI IDEOLOGHI DEL DIGITALE
Morozov non esita quindi a prendere di mira tanto gli apologeti della Rete che i media theorist critici del regime della proprietà intellettuale operante su Internet. Da Jason Lanier a Nicholas Carr, da Lawrence Lessig a Yoachai Benkler, nessuno è risparmiato nelle critiche di Morozov, che li considerata tutti responsabili della «produzione» dell’ideologia tecnocratica dominante. Molti sono, ad esempio, gli esempi di come funzioni il «soluzionismo». L’inquinamento a livello planetario può essere risolto usando la Rete, perché limita la mobilità (tutto può essere fatto da casa); perché riduce il consumo di carta; perché i computer e le fibre ottiche possono essere prodotti a poco prezzo e consumando poco petrolio. La realtà dimostra il contrario — il livello di inquinamento provocato dallo smaltimento dei rifiuti «digitali» non ha nulla da invidiare all’inquinamento provocato dal petrolio -, ma questo è dovuto, sostengono i «soluzionisti», al fatto che l’organizzazione sociale è ancora modellata sulla società industriale. Basta quindi prendere coscienza che siamo nella società dell’informazione e adeguare le istituzione politiche è il problema è risolto: l’inquinamento diminuirà di conseguenza. La democrazia è in crisi? Come negarlo, ma attraverso i social network e la comunicazione on-line la partecipazione diffusa nel prendere le decisioni è garantita.
Su questo aspetto, Morozov ha molte frecce nel suo arco nel criticare il populismo digitale. Con feroce ironia, scrive che una proposta non basta che venga sponsorizzata da un numero alto di «naviganti» per essere la migliore. Inoltre, ma su questo aspetto Morozov è evasivo, Facebook, Twitter, Google e molte altre imprese dot.com fanno affari d’oro nel costruire, elaborare e vendere i Big Data accumulati attraverso l’uso dei social network o dei tanti blog operanti tra le due sponde dell’Atlantico. Anzi, alcune imprese fanno affari ospitando e organizzando forum di discussione politici, come testimonia l’impresa che gestisce il Blog di Beppe Grillo.
In fondo, proprio il gruppo italiano del «Movimento 5 stelle» strizza l’occhio alle dinamiche della Rete facendo derivare il proprio nome dal numero massimo di stelle che i recensori di libri o di siti pongono per segnalare il loro gradimento a un libro, un sito o una proposta. Tutto ciò nulla a che fare con una rinnovata democrazia rappresentativa, né con la sbandierata democrazia diretta dei populisti digitali.
I populisti digitali sono la bestia nera di Morozov, perché sono gli agit-prop di quel «tecnoescapismo» che vede nella Rete una sorte di eden dell’individuo proprietario che le vecchie oligarchie vorrebbero vedere cancellato per preservare il loro potere. Morozov è invece convinto che l’animale umano sia un animale sociale e che per questo abbia bisogno delle relazioni con l’altro per esprimere le sue potenzialità. Da qui la necessità della mediazione e della condivisione.
IN NOME DELLA CONDIVISIONE
Un’antropologia filosofica ignota agli apologeti della Rete, interessanti invece a spacciare come novità rivoluzionarie ogni minima e spesso irrilevante innovazione tecnologica. Uno spirito polemico, il suo, che raggiunge l’acme acme quando affronta l’oggettività costituita dai modelli proposti dalla tecnologia digitale a partire dalla neutralità rappresentata dagli algoritmi alla base del motore di ricerca Google (Page Rank) e di quello di Facebook (Edge Rank). Al di là del ragionevole dubbio sulla loro oggettività, visto che entrambi gli algoritmi sono coperti da brevetto e che finora nessuno è riuscito a capire come funzionano, è interessante la sottolineatura che l’autore fa del fatto che dentro le multinazionali high-tech lavorano uomini e donne che vivono in una società dove sono vigenti weltanshauung egemoni che ne condizionano l’operato.
La critica alla neutralità degli algoritmi, banco di prova di una teoria critica della Rete ancora da sviluppare, viene sì nominata dallo studioso, ma non sviluppata. Per fare questo, servirebbe una analisi dei modelli epistemologici dominanti e sul regime produttivo del software e dei contenuti dentro e fuori la Rete. In altri termini, a costituire problema è il regime di sfruttamento presente nella società en general, così come costituisce problema la pretesa oggettività delle procedure e degli standard, i format imposti dalle tecnologie, che vengono sviluppate in base a una concezione dei rapporti sociali dove di oggettivo c’è ben poco. Ma è proprio sulla propagandata oggettività degli algoritmi che si manifesta il potere autoritario del «tecnopolio».
Il settore dove più evidente è la pretesa dell’internet-centrismo di funzionare come modello «universale» è l’«industria dei memi» — le parole chiave che scandiscono e orientano il flusso dentro Facebook e Twitter — per la sua capacità di condizionare l’opinione pubblica e la formazione delle decisioni politiche per salvaguardare gli interessi economici e la vision sociale delle imprese digitali. La conclusione è lapidaria: l’«internet-centrismo», così come il «tecnoescapismo» hanno molte caratteristiche delle società totalitarie del Novecento. Lo stesso vale per la difesa della privacy: un diritto ridotto a merce da acquistare a caro prezzo sul mercato.
UNA PRIVACY DI CLASSE
Il self tracking, infatti, è ritenuto il settore economico in espansione. Il monitoraggio della informazioni sulla propria vita e la possibilità di eliminare i dati che non vogliono essere resi pubblici sta diventando infatti una prerogative delle élite globali che vogliono salvaguardare la privacy rispetto alle tecnologie del controllo esistenti. Ma come sostengono gli attivisti e ricercatori del gruppo italiano Ippolita, il rispetto della privacy sta acquisendo sempre più caratteristiche di classe: chi può riesce a garantirsi zone d’ombre sulla propria vita; per la maggioranza dellla popolazione connessa alla rete, la propria vita diviene semplicemente trasparente ai colossi dei Big Data.
C’è il rischio che le tesi di Morozov abbiano come conseguenza – e in alcune parti del saggio è evidente una deriva «conservatrice» — un auspicato ritorno all’ordine sociale, economico e politico precedente la cosiddetta «rivoluzione digitale», compresa la difesa del welfare state e dell’intervento dello stato in economia in quanto soggetto economico, non solo come momento regolativo dell’attività economica, momento che non è mai venuto meno, come hanno d’altronde documentato da critici marxisti e da teorici della biopolitica. Ciò che però interessa Morozov è introdurre elementi di moderazione nell’ideologia dominante. È infatti assente ogni analisi sui rapporti sociali e produttivi nella Rete. Ignorati sono i meccanismi di appropriazione privata dei dati personali, elaborati e codificati per definire «profili» da vendere al migliore offerente; nessun accenno a come viene prodotto innovazione tecnologica e sociale; rimangono avvolti nel mistero i meccanismi di sfruttamento nella produzione di software e di contenuti.
Sono solo alcuni degli elementi che potrebbe consentire lo sviluppo di una puntuale teoria critica della Rete. Obiettivo diverso da quello di Morozov. La sua critica al «cyberutopismo» aiuta però a una pratica del dubbio che induce a resistere al canto delle sirene dello status quo.
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20.7.14
Ruby, la verità di una biografia
Difendiamo la decenza dello Stato e la nobiltà della politica anche dall'idea che esse esistano solo perché un giudice le fa esistere
di FRANCESCO MERLO (La Repubblica)
Rendo esplicita la cosa più indecentemente berlusconiana che ho letto e ascoltato e cioè che "l'amor nostro" (così lo chiama il Foglio) è stato assolto e dunque Repubblica... è stata condannata. Al contrario, un indecente assolto rimane un indecente. E non è certo al potere giudiziario ma ai lettori che in questi anni Repubblica ha raccontato l'indecenza di quella parodia di don Giovanni al governo.
Non era il reato penale che cercavamo quando denunziavamo l'oscenità dei pezzi di Stato con cui l'allora presidente del Consiglio pagava prima i suoi piaceri sessuali e poi le spese degli imbrogli che da quei piaceri derivavano. E abbiamo descritto con malinconia, stupore e spesso con pietà l'universo dei ricottari parassiti - quanti giornalisti di fama! - che slurpando lo servivano nell'alcova. Non pensavamo mai ai carabinieri ma qualche volta agli infermieri quando scoprivamo che la consigliera regionale che lui aveva fatto eleggere era l'avvenente mezzana che gli "briffava" le prostitute disprezzandolo in segreto con l'appellativo "culo flaccido". E ci pareva che illustrassero benissimo il potere italiano e non il codice penale quelle buste "dedicate" con cui il ragioniere privato del capo del governo stipendiava le olgettine di Stato, il segretissimo uomo che applicava freddamente una tariffa ad ogni capriccio del padrone e assegnava pure gli appartamenti a Barbara, a Marysthelle, a Miriam, pagava i gioielli, i foulard e i vestiti ad Aris, a Elisa e a Ioana... Noi non abbiamo mai ipotizzato la concussione ma, al contrario, lo strapotere spavaldo dell'impunito commentando quella telefonata che Berlusconi fece alla questura di Milano per liberare la minorenne spacciandola per la nipote di un capo di Stato estero.
Noi condannati dalla sua assoluzione? Al contrario, noi difendiamo la decenza dello Stato e la nobiltà della politica anche dall'idea che esse esistano solo perché un giudice le fa esistere. Mai ci siamo affidati al potere giudiziario o a qualche Robespierre per tutelarle. Non spetta ai magistrati custodire la dignità di un uomo che violava da sé il proprio decoro di vecchio signore prima ancora che di statista. Perso nelle sue orge pubbliche era lui stesso che non rispettava la propria privacy e rendeva immondo ed esibito quell'universo privatissimo che chiunque, e ancora di più un capo di governo, dovrebbe gestire discretamente, con pudore, equilibrio e misura, con l'"onore" ai cui lo obbliga l'articolo 54 della Costituzione. E i vizi, quando ci sono, non si espongono.
Certo, la decadenza di Berlusconi e dell'Italia con lui ("mignottocrazia" la battezzò il berlusconiano più fantasioso, Paolo Guzzanti) è stata materia che ha acceso la libidine oculare e ha certamente eccitato la morbosità di qualche giornalista. Anche noi, com'è ovvio, non siamo tutti uguali. Di sicuro posso dire che tra quelli che hanno incollato l'occhio alla serratura per inseguire il presunto ghiotto affare editoriale non c'era certamente Giuseppe D'Avanzo contro cui Giuliano Ferrara ingaggia ora una polemica alla memoria che è più di una gaffe, è un abbaglio da buona notizia, come la troppa ebbrezza che ti impedisce di godertela e ti fa invece vomitare; insomma un conato di cui siamo sicuri che Giuliano si è già vergognato. E non solo perché tra le famose dieci domande di D'Avanzo a Berlusconi non ce n'era neppure una su Ruby. Non riguardavano infatti la materia di questo processo che, invece di condannare Berlusconi, secondo i giornali di Berlusconi, ha condannato D'Avanzo e noi con lui.
La verità è che ci occupiamo di Berlusconi sin dal suo esordio romano nel febbraio del 1994 quando si muoveva sul palco imitando Frank Sinatra e incantando quasi tutti i poteri di questo Paese e pure le sue classi sociali. Abbiamo raccontato l'enormità delle leggi ad personam, il potere illegale e il mercato dei parlamentari, le corna e le barzellette al posto della politica estera, l'inedito patto di servizio tra la Rai e Mediaset, il disfacimento morale del bunga bunga, la distruzione di quel po' di destra che aveva l'Italia, tutta decoro e valori, sino al patetico crepuscolo nel cerchio magico di palazzo Grazioli. E abbiamo visto la sua Italia, che si sognava liberale, diventare a poco a poco l'Italia degli avanzi, residuale, una specie di lumpenborghesia marginale. Nessuno può assolvere Berlusconi da questo fallimento epocale che non è stato certo provocato dal voyeurismo di alcuni giornali e giornalisti. Capisco che i suoi fedeli gli vogliano ancora bene, ma l'idea che questa sentenza d'appello lo assolva da quel fallimento e dalla sua propria indecenza è solo la prosecuzione della pornografia sul terreno dell'impostura più naïve.
La sentenza di assoluzione non cancella il nostro lavoro di cronaca e di verità di tutti questi anni, al contrario lo esalta. Si illudevano che questo Appello avesse cancellato gli articoli dei nostri giornalisti. Invece li sta evidenziando. La sua biografia non l'hanno scritta i magistrati. L'abbiamo scritta noi.
di FRANCESCO MERLO (La Repubblica)
Rendo esplicita la cosa più indecentemente berlusconiana che ho letto e ascoltato e cioè che "l'amor nostro" (così lo chiama il Foglio) è stato assolto e dunque Repubblica... è stata condannata. Al contrario, un indecente assolto rimane un indecente. E non è certo al potere giudiziario ma ai lettori che in questi anni Repubblica ha raccontato l'indecenza di quella parodia di don Giovanni al governo.
Non era il reato penale che cercavamo quando denunziavamo l'oscenità dei pezzi di Stato con cui l'allora presidente del Consiglio pagava prima i suoi piaceri sessuali e poi le spese degli imbrogli che da quei piaceri derivavano. E abbiamo descritto con malinconia, stupore e spesso con pietà l'universo dei ricottari parassiti - quanti giornalisti di fama! - che slurpando lo servivano nell'alcova. Non pensavamo mai ai carabinieri ma qualche volta agli infermieri quando scoprivamo che la consigliera regionale che lui aveva fatto eleggere era l'avvenente mezzana che gli "briffava" le prostitute disprezzandolo in segreto con l'appellativo "culo flaccido". E ci pareva che illustrassero benissimo il potere italiano e non il codice penale quelle buste "dedicate" con cui il ragioniere privato del capo del governo stipendiava le olgettine di Stato, il segretissimo uomo che applicava freddamente una tariffa ad ogni capriccio del padrone e assegnava pure gli appartamenti a Barbara, a Marysthelle, a Miriam, pagava i gioielli, i foulard e i vestiti ad Aris, a Elisa e a Ioana... Noi non abbiamo mai ipotizzato la concussione ma, al contrario, lo strapotere spavaldo dell'impunito commentando quella telefonata che Berlusconi fece alla questura di Milano per liberare la minorenne spacciandola per la nipote di un capo di Stato estero.
Noi condannati dalla sua assoluzione? Al contrario, noi difendiamo la decenza dello Stato e la nobiltà della politica anche dall'idea che esse esistano solo perché un giudice le fa esistere. Mai ci siamo affidati al potere giudiziario o a qualche Robespierre per tutelarle. Non spetta ai magistrati custodire la dignità di un uomo che violava da sé il proprio decoro di vecchio signore prima ancora che di statista. Perso nelle sue orge pubbliche era lui stesso che non rispettava la propria privacy e rendeva immondo ed esibito quell'universo privatissimo che chiunque, e ancora di più un capo di governo, dovrebbe gestire discretamente, con pudore, equilibrio e misura, con l'"onore" ai cui lo obbliga l'articolo 54 della Costituzione. E i vizi, quando ci sono, non si espongono.
Certo, la decadenza di Berlusconi e dell'Italia con lui ("mignottocrazia" la battezzò il berlusconiano più fantasioso, Paolo Guzzanti) è stata materia che ha acceso la libidine oculare e ha certamente eccitato la morbosità di qualche giornalista. Anche noi, com'è ovvio, non siamo tutti uguali. Di sicuro posso dire che tra quelli che hanno incollato l'occhio alla serratura per inseguire il presunto ghiotto affare editoriale non c'era certamente Giuseppe D'Avanzo contro cui Giuliano Ferrara ingaggia ora una polemica alla memoria che è più di una gaffe, è un abbaglio da buona notizia, come la troppa ebbrezza che ti impedisce di godertela e ti fa invece vomitare; insomma un conato di cui siamo sicuri che Giuliano si è già vergognato. E non solo perché tra le famose dieci domande di D'Avanzo a Berlusconi non ce n'era neppure una su Ruby. Non riguardavano infatti la materia di questo processo che, invece di condannare Berlusconi, secondo i giornali di Berlusconi, ha condannato D'Avanzo e noi con lui.
La verità è che ci occupiamo di Berlusconi sin dal suo esordio romano nel febbraio del 1994 quando si muoveva sul palco imitando Frank Sinatra e incantando quasi tutti i poteri di questo Paese e pure le sue classi sociali. Abbiamo raccontato l'enormità delle leggi ad personam, il potere illegale e il mercato dei parlamentari, le corna e le barzellette al posto della politica estera, l'inedito patto di servizio tra la Rai e Mediaset, il disfacimento morale del bunga bunga, la distruzione di quel po' di destra che aveva l'Italia, tutta decoro e valori, sino al patetico crepuscolo nel cerchio magico di palazzo Grazioli. E abbiamo visto la sua Italia, che si sognava liberale, diventare a poco a poco l'Italia degli avanzi, residuale, una specie di lumpenborghesia marginale. Nessuno può assolvere Berlusconi da questo fallimento epocale che non è stato certo provocato dal voyeurismo di alcuni giornali e giornalisti. Capisco che i suoi fedeli gli vogliano ancora bene, ma l'idea che questa sentenza d'appello lo assolva da quel fallimento e dalla sua propria indecenza è solo la prosecuzione della pornografia sul terreno dell'impostura più naïve.
La sentenza di assoluzione non cancella il nostro lavoro di cronaca e di verità di tutti questi anni, al contrario lo esalta. Si illudevano che questo Appello avesse cancellato gli articoli dei nostri giornalisti. Invece li sta evidenziando. La sua biografia non l'hanno scritta i magistrati. L'abbiamo scritta noi.
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