In the TV Age the tube has dominated breaking news. Watching crucial moments of a big dramatic story on TV can be compelling, and the TV news audience has dwarfed newspaper readership. It is accepted wisdom that TV owns the dramatic breaking story; newspapers bat cleanup.
But maybe not. Watch a big story on cable news and you're in for acres of boring vamping and conjecture wrapped around the couple of minutes here and there that you really do want to see. And those dramatic couple of minutes are endlessly repeated until you're tired of seeing them. Fact is, video is a linear medium that sometimes isn't very efficient at advancing coverage of a story.
On the other hand, text - lowly text - may turn out to be more efficient. Text isn't real-time. Its order can be rearranged on the fly by the reader. It can point to other things - video, photos, charts, diagrams, reference information. More important, it can be skimmed to quickly find only the pieces you're looking for. With mobile devices, text can be transmitted by anyone, quickly and easily.
In the past week, the most compelling coverage of the protests in Iran hasn't been on television, it's been on the internet via Twitter. Thousands of people have been tweeting, reporting what they have seen and pointing readers to photos and video clips posted on YouTube.
Why more compelling? First, it has democratized the reporting, giving access to thousands of eye-witness reports from all over the country, rather than the accounts of a few correspondents who may not have the breadth of access that the thousands of volunteer eye-witnesses do. Perhaps just as important, the short texts are skimmable, and a number of websites have endeavored to collect and sort through the raw reports. Twitter and YouTube have made coverage that is customizeable by readers. No more Wolf Blitzer endlessly filling time while awaiting new developments.
A funny thing has happened on the way to the YouTube revolution: video everywhere has elevated the role of text. People want to watch video, but on their own terms and not in a linear stream decided by someone else. The easiest way to sort information isn't by video, it's by text. Why do people text one another rather than dial their phones and talk? Texts, in an odd way, seem easier.
In the next week or so, Google will release its Google Voice service, which will take your voice mails and convert them to text transcriptions which can be emailed to you. Why? Because voicemail can be clumsy; text takes the interaction online, where it can be controlled by the recipient. It might be easier to record a voice message, but reading that message is more efficient than dialing in to listen to a recording.
That is not to say that listening to someone's voice - the tone, the inflection, the nuance - doesn't provide more information than text. And text doesn't convey the visual experience of video. But in the future, video and audio might be considered the drill-down rather than the headline, a curious flip of the media world we have recently known where TV has offered the raw immediacy and newspapers weigh in later to add the depth.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
31.7.09
The Text Revolution - Why Text Is More Efficient Than TV
30.7.09
Battaglie giuste e sparate
«Non pubblicare articoli, poesie o titoli in dialetto», diceva una delle direttive ai giornali emanate nel 1931 da Gaetano Polverelli, capo ufficio stampa di Mussolini: «L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e servitù». Un ordine insensato. Uno spreco di ricchezze.
Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «"l’uccellino" italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’" oseléto" veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo». Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti.
Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini». Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega. Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.
La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano... Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità. Che recuperando un forte e comune sentire intorno all'idea della Patria, dell'Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all'espressione diretta del cuore».
E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po' più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell'Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell'America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.
Gian Antonio Stella
Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «"l’uccellino" italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’" oseléto" veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo». Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti.
Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini». Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega. Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.
La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano... Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità. Che recuperando un forte e comune sentire intorno all'idea della Patria, dell'Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all'espressione diretta del cuore».
E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po' più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell'Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell'America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.
Gian Antonio Stella
29.7.09
L'idiozia leghista
Roberto Cotroneo
Ieri scrivevo che la Lega è antistorica. L'altro ieri ho sottolineato l'assurdità e l'inopportunità delle parole di Bossi contro il nostro intervento in Afghanistan. Oggi la Lega torna a far notizia. In Commissione istruzione chiede che gli insegnanti del nord, per essere abilitati, debbano dimostrare di conoscere storia e tradizioni e dialetti della regione in cui dovranno insegnare. Persino nel Pdl sono contrari: al punto di chiedere il dibattito in aula proprio su questa proposta.
Insomma, la Lega se ne è inventata un'altra. E non va considerata come l'ennesima pagliacciata leghista. È molto peggio. Solo un'ignoranza abissale può portare a una proposta di questo genere. Un'ignoranza che conferma un aspetto che tutti fingono non voler vedere: la Lega Nord non può essere, per una serie di caratteristiche, un partito di governo. Perché ha posizioni esasperanti e antistoriche, perché indirizza tutte le sue decisioni politiche in una direzione che non ha niente a che vedere con una idea del futuro per la società italiana realistica e concreta. La cultura leghista è filtrata da una lettura falsificata della storia, da una retorica delle piccole patrie che non ha niente a che fare con la modernità.
Nessuno vuole negare il sentimento di identità e di appartenenza delle piccole comunità. Per decenni ci siamo preoccupati della perdita dei dialetti, e di alcuni dialetti che sono delle vere e proprie lingue. E tantomeno nessuno vuole irridere all'orgoglio di sentirsi parte di una terra, anche piccola, di una tradizione e persino di una lingua che può avere radici lontane.
Ma trasformare questo in una sorta di becera autarchia culturale è molto pericoloso. Claudio Magris ha scritto che: "L'identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini, come il figlio che lascia la casa dei genitori, e ci si ritorna col pensiero e col sentimento; qualcosa che si perde e si rinnova, in un incessante spaesamento e rientro".
Questo vuole dire stare nel mondo, questo vuole dire tenersi le proprie radici; tenerle cercando, studiando e conoscendo quelle degli altri. Non esiste cultura o civiltà che possa fare a meno di questo. Non esiste progresso senza mescolamento, non esiste comprensione del mondo senza comprensione dell'altro. Sentire, in una commissione parlamentare di un paese moderno e civile che non è più tollerabile avere solo insegnanti meridionali che trovano posto nelle scuole del nord dà i brividi. Trovare come modelli di riferimento storici e culturali il periodo dei Comuni nel medioevo, leggendo il periodo della Lega Lombarda come un'epopea da riproporre oggi, non è soltanto ridicolo, è aberrante. Pensare al nord, alla cosiddetta padania come a una regione unitaria, che si distingue e si contrappone al centro e al sud, vuol dire non avere alcuna concezione della storia, neppure da sussidiario di scuola elementare. Mandare in Parlamento gente che a sprezzo del ridicolo bloccherà la riforma della scuola perché vuole i dialetti è sinceramente vergognoso.
Proprio in queste battaglie si capisce la vera inadeguatezza culturale dei leghisti, che in questo modo non fanno un dispetto ai professori del sud, ma ai bambini e ai ragazzi del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, condannati a una chiusura e a un'ignoranza eterna e perdente. La Lega Nord propone una cultura rozza, antimoderna e lontana da tutto quanto è progresso, dialogo e comprensione delle cose. E tutto questo non potrà che portare il partito all'implosione, e in un tempo ragionevole alla scomparsa dei leghisti dalla politica italiana ed europea. Ma nel frattempo non si può che scongiurare tutti i politici di buon senso, a destra come a sinistra, di limitare i danni di questa gente, il più possibile.
Ieri scrivevo che la Lega è antistorica. L'altro ieri ho sottolineato l'assurdità e l'inopportunità delle parole di Bossi contro il nostro intervento in Afghanistan. Oggi la Lega torna a far notizia. In Commissione istruzione chiede che gli insegnanti del nord, per essere abilitati, debbano dimostrare di conoscere storia e tradizioni e dialetti della regione in cui dovranno insegnare. Persino nel Pdl sono contrari: al punto di chiedere il dibattito in aula proprio su questa proposta.
Insomma, la Lega se ne è inventata un'altra. E non va considerata come l'ennesima pagliacciata leghista. È molto peggio. Solo un'ignoranza abissale può portare a una proposta di questo genere. Un'ignoranza che conferma un aspetto che tutti fingono non voler vedere: la Lega Nord non può essere, per una serie di caratteristiche, un partito di governo. Perché ha posizioni esasperanti e antistoriche, perché indirizza tutte le sue decisioni politiche in una direzione che non ha niente a che vedere con una idea del futuro per la società italiana realistica e concreta. La cultura leghista è filtrata da una lettura falsificata della storia, da una retorica delle piccole patrie che non ha niente a che fare con la modernità.
Nessuno vuole negare il sentimento di identità e di appartenenza delle piccole comunità. Per decenni ci siamo preoccupati della perdita dei dialetti, e di alcuni dialetti che sono delle vere e proprie lingue. E tantomeno nessuno vuole irridere all'orgoglio di sentirsi parte di una terra, anche piccola, di una tradizione e persino di una lingua che può avere radici lontane.
Ma trasformare questo in una sorta di becera autarchia culturale è molto pericoloso. Claudio Magris ha scritto che: "L'identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini, come il figlio che lascia la casa dei genitori, e ci si ritorna col pensiero e col sentimento; qualcosa che si perde e si rinnova, in un incessante spaesamento e rientro".
Questo vuole dire stare nel mondo, questo vuole dire tenersi le proprie radici; tenerle cercando, studiando e conoscendo quelle degli altri. Non esiste cultura o civiltà che possa fare a meno di questo. Non esiste progresso senza mescolamento, non esiste comprensione del mondo senza comprensione dell'altro. Sentire, in una commissione parlamentare di un paese moderno e civile che non è più tollerabile avere solo insegnanti meridionali che trovano posto nelle scuole del nord dà i brividi. Trovare come modelli di riferimento storici e culturali il periodo dei Comuni nel medioevo, leggendo il periodo della Lega Lombarda come un'epopea da riproporre oggi, non è soltanto ridicolo, è aberrante. Pensare al nord, alla cosiddetta padania come a una regione unitaria, che si distingue e si contrappone al centro e al sud, vuol dire non avere alcuna concezione della storia, neppure da sussidiario di scuola elementare. Mandare in Parlamento gente che a sprezzo del ridicolo bloccherà la riforma della scuola perché vuole i dialetti è sinceramente vergognoso.
Proprio in queste battaglie si capisce la vera inadeguatezza culturale dei leghisti, che in questo modo non fanno un dispetto ai professori del sud, ma ai bambini e ai ragazzi del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, condannati a una chiusura e a un'ignoranza eterna e perdente. La Lega Nord propone una cultura rozza, antimoderna e lontana da tutto quanto è progresso, dialogo e comprensione delle cose. E tutto questo non potrà che portare il partito all'implosione, e in un tempo ragionevole alla scomparsa dei leghisti dalla politica italiana ed europea. Ma nel frattempo non si può che scongiurare tutti i politici di buon senso, a destra come a sinistra, di limitare i danni di questa gente, il più possibile.
26.7.09
Windows 7 Beta in prova: ecco come funziona
di Mario Cianflone e Luca Figini
Windows 7 è meglio di Vista. Senza appello. Più facile, più veloce, meno affamato di risorse. E non è fastidiosamente pedante con la sicurezza, pur essendo blindato. Sono queste le prime impressioni di una prova sul campo della versione Beta 1, quindi sperimentale e di test, del nuovo sistema operativo Microsoft, quello che volenti o nolenti è destinato a essere, a partire dal gennaio 2010, il cuore della stragrande maggioranza dei personal computer. Perché in fondo, il pc è, per quasi tutti, sotto il segno di Windows.
E "Seven" mira a riconquistare tutti quegli utenti delusi da Vista, dalla sua lentezza, dai sui fastidiosi avvisi e da un'interfaccia che, nata per essere innovativa e semplice, in realtà risultava troppo complessa e distante da quella alla quale tutti, con Xp, erano abituati. E che Vista non sia tanto amato lo testimoniano sia il successo travolgente dei netbook, tra cui spicca un Xp rinato a nuova vita, sia tutte quelle imprese che hanno rinnovato il parco dei pc ma senza utilizzare Vista.
La prima impressione è positiva: l'aspetto simile a quello di Vista, ma il look and feel è migliorato. Le funzioni si trovano subito, e non c'è bisogno di scorrere nervosamente su e giù il pannello di controllo per trovare dove sono le stampante o le impostazioni dello schermo.
Tra le innovazioni ci sono le librerie, così è più facile gestire la propria vita digitale, lavorativa o privata che sia. Da un'icona sulla taskbar si accede ai contenuti (musica, documenti, immagini, video), raggruppati per schede e con una visualizzazione a prova di miope. Così, si possono gestire i file indipendentemente da dove sono memorizzati: sul disco interno, su uno esterno, su storage di rete o su internet.
Su un notebook di media potenza...
Ma andiamo per ordine. Abbiamo installato Windows 7 Beta su un notebook Hp Compaq 6910p: una macchina recente con 2 Gb di ram e processore "Santarosa" Centrino Pro.
Nulla di straordinario quanto a risorse. E qui la prima sorpresa positiva: il pc lavora bene, in scioltezza. Anzi pare più veloce e reattivo di prima. L'installazione non è stata pulita, anzi per mettere in difficoltà la versione di prova del nuovo sistema operativo, lo abbiamo installato in upgrade di Vista Business, tra l'altro con un file di registro di configurazione malconcio e lungo da Milano a Seattle. L'installazione è proceduta senza intoppi ma è stata lenta, a iniziare dal download dal sito di Microsoft. Una volta ottenuto il file (un'immagine Iso da masterizzare su dvd), abbiamo proceduto all'istallazione del sistema. A questo punto parte un test di compatibilità e di verifica dell'hardware; una volta superato, inizia l'operazione di caricamento dei file, aggiornamento e set-up. A noi è andata bene. Senza intoppi, anche se sulla macchina utilizzata non vi erano periferiche e device particolari.
Windows 7 presenta un'interfaccia non troppo diversa da quella di Vista. E qui, in effetti, Seven sembra più un grosso upgrade che un sistema nuovo. Tuttavia presenta delle innovazioni grafiche e funzionali che ne agevolano l'uso. Ci è piaciuto anche l'ordine: dal pulsante Start si accede a "mobile", "documenti", "programmi più usati" e "periferiche e stampa". In questo modo si va direttamente ai propri dispositivi, per esempio uno smartphone, che vengono presentati con un'icona-foto del modello esatto. Per gestire i dispositivi in modo semplice è stato introdotto Device Stage che consente di connettere e utilizzare diversi device attraverso un'interfaccia unitaria per gestire differenti dispositivi e svolgere le attività più comuni.
Tra le cose che non ci sono piaciute, spicca il "mostra desktop": ora è difficile da trovare. Sarebbe auspicabile un controllo prima del rilascio definitivo. Comoda l'organizzazione dei file per librerie, con le finestre delle cartelle che presentano inediti menu oltre al classico "organizza". Si tratta di menu relativi a "apri", "stampa", "e-mail" e "condividi". In tal modo si possono gestire file di ogni genere con una razionalità finora sconosciuta ai pc sotto Windows.
L'accesso ai file e alle applicazioni è semplificato grazie a funzionalità speciali che si chiamano Jumplist e Anteprima. Bella e razionale anche la nuova taskbar.
Positivo anche il giudizio sulla nuova funzione "play-to" che agevola lo streaming multimediale e la fruizione di file audio, video e foto all'interno di un network domestico.
...e su un netbook
Ancora più positivo il feedback se si passa su un netbook. Abbiamo provato a installare Windows 7 su un netbook Asus con processore Intel Atom N270 a 1,6 GHz assistito da 1 Gb di Ram e disco a stato solido da 16 GB (servono almeno 12 GB di spazio libero per Seven).
Giudizio in sintesi: ottimo. Anche in questo caso, nulla a che vedere con Vista che diventa un macigno insostenibile per i pc bonsai. Il nuovo sistema operativo è altrettanto efficiente di Xp su questa piattaforma dalle prestazioni limitate rispetto ai notebook tradizionali. Merito dell'approccio modulare scelto da Microsoft: a seconda della configurazione, il nucleo e i servizi di Windows si adattano all'efficienza complessiva del computer. Così, Windows Seven, con tutti gli abbellimenti grafici attivati, ha tempi di risposta brillanti anche sui mini portatili.
La Beta 1 è stata addirittura in grado di rilevare più del 90 per cento delle periferiche installate: qualche difficoltà a riconoscere solo la porta Ethernet. Una bella sorpresa, insomma, vedere operare 7, perché evidenzia come l'azienda di Redmond abbia finalmente prestato attenzione a ottimizzare l'occupazione delle risorse di sistema sviluppando un kernel più leggero e compatto.
Noi abbiamo scelto di installare la versione Ultimate, ovvero quella di Seven con tutte le funzioni accessorie disponibili. Ma si parla già di una release dedicata espressamente ai netbook.
Insomma Windows 7 passa della Beta e promette bene. Peccato che il lancio avverrà solo fra un anno. Perché una volta provato è difficile tornare a Vista o a Xp. Il viaggio sul pianeta Seven continua. Vi terremo aggiornati.
Per scaricare la beta ecco i link utili
http://www.microsoft.com/italy/windows/products/windows7/default.mspx
guarda come funziona
http://www.microsoft.com/windows/windows-7/whats-new.aspx
Windows 7 è meglio di Vista. Senza appello. Più facile, più veloce, meno affamato di risorse. E non è fastidiosamente pedante con la sicurezza, pur essendo blindato. Sono queste le prime impressioni di una prova sul campo della versione Beta 1, quindi sperimentale e di test, del nuovo sistema operativo Microsoft, quello che volenti o nolenti è destinato a essere, a partire dal gennaio 2010, il cuore della stragrande maggioranza dei personal computer. Perché in fondo, il pc è, per quasi tutti, sotto il segno di Windows.
E "Seven" mira a riconquistare tutti quegli utenti delusi da Vista, dalla sua lentezza, dai sui fastidiosi avvisi e da un'interfaccia che, nata per essere innovativa e semplice, in realtà risultava troppo complessa e distante da quella alla quale tutti, con Xp, erano abituati. E che Vista non sia tanto amato lo testimoniano sia il successo travolgente dei netbook, tra cui spicca un Xp rinato a nuova vita, sia tutte quelle imprese che hanno rinnovato il parco dei pc ma senza utilizzare Vista.
La prima impressione è positiva: l'aspetto simile a quello di Vista, ma il look and feel è migliorato. Le funzioni si trovano subito, e non c'è bisogno di scorrere nervosamente su e giù il pannello di controllo per trovare dove sono le stampante o le impostazioni dello schermo.
Tra le innovazioni ci sono le librerie, così è più facile gestire la propria vita digitale, lavorativa o privata che sia. Da un'icona sulla taskbar si accede ai contenuti (musica, documenti, immagini, video), raggruppati per schede e con una visualizzazione a prova di miope. Così, si possono gestire i file indipendentemente da dove sono memorizzati: sul disco interno, su uno esterno, su storage di rete o su internet.
Su un notebook di media potenza...
Ma andiamo per ordine. Abbiamo installato Windows 7 Beta su un notebook Hp Compaq 6910p: una macchina recente con 2 Gb di ram e processore "Santarosa" Centrino Pro.
Nulla di straordinario quanto a risorse. E qui la prima sorpresa positiva: il pc lavora bene, in scioltezza. Anzi pare più veloce e reattivo di prima. L'installazione non è stata pulita, anzi per mettere in difficoltà la versione di prova del nuovo sistema operativo, lo abbiamo installato in upgrade di Vista Business, tra l'altro con un file di registro di configurazione malconcio e lungo da Milano a Seattle. L'installazione è proceduta senza intoppi ma è stata lenta, a iniziare dal download dal sito di Microsoft. Una volta ottenuto il file (un'immagine Iso da masterizzare su dvd), abbiamo proceduto all'istallazione del sistema. A questo punto parte un test di compatibilità e di verifica dell'hardware; una volta superato, inizia l'operazione di caricamento dei file, aggiornamento e set-up. A noi è andata bene. Senza intoppi, anche se sulla macchina utilizzata non vi erano periferiche e device particolari.
Windows 7 presenta un'interfaccia non troppo diversa da quella di Vista. E qui, in effetti, Seven sembra più un grosso upgrade che un sistema nuovo. Tuttavia presenta delle innovazioni grafiche e funzionali che ne agevolano l'uso. Ci è piaciuto anche l'ordine: dal pulsante Start si accede a "mobile", "documenti", "programmi più usati" e "periferiche e stampa". In questo modo si va direttamente ai propri dispositivi, per esempio uno smartphone, che vengono presentati con un'icona-foto del modello esatto. Per gestire i dispositivi in modo semplice è stato introdotto Device Stage che consente di connettere e utilizzare diversi device attraverso un'interfaccia unitaria per gestire differenti dispositivi e svolgere le attività più comuni.
Tra le cose che non ci sono piaciute, spicca il "mostra desktop": ora è difficile da trovare. Sarebbe auspicabile un controllo prima del rilascio definitivo. Comoda l'organizzazione dei file per librerie, con le finestre delle cartelle che presentano inediti menu oltre al classico "organizza". Si tratta di menu relativi a "apri", "stampa", "e-mail" e "condividi". In tal modo si possono gestire file di ogni genere con una razionalità finora sconosciuta ai pc sotto Windows.
L'accesso ai file e alle applicazioni è semplificato grazie a funzionalità speciali che si chiamano Jumplist e Anteprima. Bella e razionale anche la nuova taskbar.
Positivo anche il giudizio sulla nuova funzione "play-to" che agevola lo streaming multimediale e la fruizione di file audio, video e foto all'interno di un network domestico.
...e su un netbook
Ancora più positivo il feedback se si passa su un netbook. Abbiamo provato a installare Windows 7 su un netbook Asus con processore Intel Atom N270 a 1,6 GHz assistito da 1 Gb di Ram e disco a stato solido da 16 GB (servono almeno 12 GB di spazio libero per Seven).
Giudizio in sintesi: ottimo. Anche in questo caso, nulla a che vedere con Vista che diventa un macigno insostenibile per i pc bonsai. Il nuovo sistema operativo è altrettanto efficiente di Xp su questa piattaforma dalle prestazioni limitate rispetto ai notebook tradizionali. Merito dell'approccio modulare scelto da Microsoft: a seconda della configurazione, il nucleo e i servizi di Windows si adattano all'efficienza complessiva del computer. Così, Windows Seven, con tutti gli abbellimenti grafici attivati, ha tempi di risposta brillanti anche sui mini portatili.
La Beta 1 è stata addirittura in grado di rilevare più del 90 per cento delle periferiche installate: qualche difficoltà a riconoscere solo la porta Ethernet. Una bella sorpresa, insomma, vedere operare 7, perché evidenzia come l'azienda di Redmond abbia finalmente prestato attenzione a ottimizzare l'occupazione delle risorse di sistema sviluppando un kernel più leggero e compatto.
Noi abbiamo scelto di installare la versione Ultimate, ovvero quella di Seven con tutte le funzioni accessorie disponibili. Ma si parla già di una release dedicata espressamente ai netbook.
Insomma Windows 7 passa della Beta e promette bene. Peccato che il lancio avverrà solo fra un anno. Perché una volta provato è difficile tornare a Vista o a Xp. Il viaggio sul pianeta Seven continua. Vi terremo aggiornati.
Per scaricare la beta ecco i link utili
http://www.microsoft.com/italy/windows/products/windows7/default.mspx
guarda come funziona
http://www.microsoft.com/windows/windows-7/whats-new.aspx
24.7.09
Conflitto spaziale
di Norma Rangeri
Pagheremo caro e pagheremo tutto. Con l'accordo tra Berlusconi e Berlusconi, cioè tra Rai e Mediaset, è nata ieri la nuova Tivu, piattaforma satellitare posseduta al 48 per cento da viale Mazzini, al 48 per cento dal Cavaliere, al 4 per cento da Telecom. In una affollata conferenza stampa a Roma, una mezza dozzina di manager dei tre gruppi editoriali ha presentato la neonata creatura: un satellite autarchico. Basso profilo, linguaggio tecnico come stessero annunciando un'offerta omaggio. La musica ufficiale di Tivu suona il piffero della filantropia: consentire a quel cinque per cento di popolazione che non riceve, per motivi geografici, il digitale terrestre, di avere ugualmente il segnale grazie al nuovo collegamento satellitare. In realtà tutto si fa per Mediaset che ora potrà combattere, anche nello spazio, la sua battaglia contro Sky, mentre la Rai ha ottime probabilità di cominciare a contare i soldi e il pubblico persi nell'incestuosa operazione.
Dopo aver speso circa 700 milioni di euro per spegnere l'analogico e accendere il digitale, più altrettanti per incentivare l'acquisto del decoder, con la triplice alleanza la Rai spicca il volo lanciandosi, sempre a nostre spese, nell'avventura spaziale: nessuno è obbligato a comprare il terzo decoder (circa 100 euro), ma di fatto saremo incentivati dal marketing all'ossimoro del volontario acquisto.
Se, come tutto lascia supporre, il servizio pubblico toglierà i canali Raisat da Sky, perderà centinaia di milioni di euro (meno audience, meno pubblicità), mentre il vero concorrente commerciale (Berlusconi), ne guadagnerà proponendosi come la reale alternativa pay a Murdoch. Oltretutto, l'uscita da Sky dei canali satellitari si porterà dietro la cancellazione dalla piattaforma dello squalo australiano anche delle reti generaliste (Raiuno, Raidue e Raitre) contraddicendo così il contratto di servizio che invece obbliga la Rai a diffondere i suoi segnali su tutte le piattaforme. Su questo non secondario aspetto della questione, il parere dell'Autorità arriverà a settembre, a cose fatte, come è usanza in Italia.
La sostanza politica dell'operazione è la costruzione di un trust nel paese dove abbiamo seppellito, in un'agonia ventennale, il conflitto di interessi, salvo vederlo resuscitare, nella contingenza della lotta congressuale del Pd, da inaspettati alfieri.
Noi, sudditi di un paese che ha abolito il pluralismo dell'informazione televisiva, assistiamo ora alla scena grottesca di vedere moltiplicati per tre i decoder nelle nostre case. Come quando con la televisione ad alta definizione venivamo persuasi che ad un'alta tecnologia sarebbe corrisposta una maggiore offerta di informazione e intrattenimento, ora con Tivu ci viene assicurato che la Rai diventerà finalmente una televisione europea. Ma, come allora continuarono a somministrarci Vespa sugli schermi a cristalli liquidi, oggi nessun decoder ci salverà dalla tv più asfittica e degradata del mondo occidentale.
Pagheremo caro e pagheremo tutto. Con l'accordo tra Berlusconi e Berlusconi, cioè tra Rai e Mediaset, è nata ieri la nuova Tivu, piattaforma satellitare posseduta al 48 per cento da viale Mazzini, al 48 per cento dal Cavaliere, al 4 per cento da Telecom. In una affollata conferenza stampa a Roma, una mezza dozzina di manager dei tre gruppi editoriali ha presentato la neonata creatura: un satellite autarchico. Basso profilo, linguaggio tecnico come stessero annunciando un'offerta omaggio. La musica ufficiale di Tivu suona il piffero della filantropia: consentire a quel cinque per cento di popolazione che non riceve, per motivi geografici, il digitale terrestre, di avere ugualmente il segnale grazie al nuovo collegamento satellitare. In realtà tutto si fa per Mediaset che ora potrà combattere, anche nello spazio, la sua battaglia contro Sky, mentre la Rai ha ottime probabilità di cominciare a contare i soldi e il pubblico persi nell'incestuosa operazione.
Dopo aver speso circa 700 milioni di euro per spegnere l'analogico e accendere il digitale, più altrettanti per incentivare l'acquisto del decoder, con la triplice alleanza la Rai spicca il volo lanciandosi, sempre a nostre spese, nell'avventura spaziale: nessuno è obbligato a comprare il terzo decoder (circa 100 euro), ma di fatto saremo incentivati dal marketing all'ossimoro del volontario acquisto.
Se, come tutto lascia supporre, il servizio pubblico toglierà i canali Raisat da Sky, perderà centinaia di milioni di euro (meno audience, meno pubblicità), mentre il vero concorrente commerciale (Berlusconi), ne guadagnerà proponendosi come la reale alternativa pay a Murdoch. Oltretutto, l'uscita da Sky dei canali satellitari si porterà dietro la cancellazione dalla piattaforma dello squalo australiano anche delle reti generaliste (Raiuno, Raidue e Raitre) contraddicendo così il contratto di servizio che invece obbliga la Rai a diffondere i suoi segnali su tutte le piattaforme. Su questo non secondario aspetto della questione, il parere dell'Autorità arriverà a settembre, a cose fatte, come è usanza in Italia.
La sostanza politica dell'operazione è la costruzione di un trust nel paese dove abbiamo seppellito, in un'agonia ventennale, il conflitto di interessi, salvo vederlo resuscitare, nella contingenza della lotta congressuale del Pd, da inaspettati alfieri.
Noi, sudditi di un paese che ha abolito il pluralismo dell'informazione televisiva, assistiamo ora alla scena grottesca di vedere moltiplicati per tre i decoder nelle nostre case. Come quando con la televisione ad alta definizione venivamo persuasi che ad un'alta tecnologia sarebbe corrisposta una maggiore offerta di informazione e intrattenimento, ora con Tivu ci viene assicurato che la Rai diventerà finalmente una televisione europea. Ma, come allora continuarono a somministrarci Vespa sugli schermi a cristalli liquidi, oggi nessun decoder ci salverà dalla tv più asfittica e degradata del mondo occidentale.
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17.7.09
Unire le forze, ma per fare che cosa?
di Alberto Burgio
La discussione aperta dal manifesto sull'unità a sinistra è importante e necessaria. La frammentazione delle forze di alternativa è un dramma, e chi non lo intende mostra di vivere lontano mille miglia dai reali problemi di chi campa (sempre più stentatamente) di salario o di quanti (sempre più numerosi) non dispongono più di un pur magro e aleatorio reddito da lavoro. È molto probabile che, continuando di questo passo, quel poco che ancora è in piedi a sinistra in questo Paese venga spazzato via, aggravando una crisi di inaudita gravità. Detto ciò, le battute iniziali di questa discussione appaiono deludenti. Posto che la frammentazione è una iattura, si risponde - come per un riflesso condizionato - con un vibrante appello all'unità basato su una premessa molto discutibile. La divisione della sinistra sarebbe tutta colpa dei partiti e dei loro gruppi dirigenti, descritti come una miserabile nomenclatura di mestieranti e burocrati. Siamo alla riproposizione di un rozzo codice ideologico, impostosi negli anni Ottanta, quando maturava la crisi storica dei grandi partiti di massa e si preparava il collasso del Pci. Da una parte il «Paese legale» (le istituzioni della politica come cappa oppressiva e luogo di malaffare); dall'altra, il «Paese reale» (la beneamata società civile, fonte di istanze sistematicamente frustrate). Come se la società non fosse anche la culla del peggio; come se qualche cerbero interdicesse ai virtuosi l'accesso alla politica; come se la politica fosse una qualità dell'essere e non il modo di operare della società nello svolgimento di determinate funzioni. Possibile che questo schema abbia ancora seguito a sinistra, dopo aver favorito il dilagare dell'antipolitica e della sottocultura berlusconiana e leghista? Anni fa mi capitò di obiettare a un suo esagitato fautore che le sue critiche avrebbero guadagnato credibilità se lui si fosse impegnato a migliorare le cose entrando in un partito e battendosi per emendarne i maggiori difetti. Mi rispose che non aveva tempo da perdere in futili discussioni. Oggi costui non protesta, essendo finalmente riuscito a farsi eleggere da uno dei partiti contro i quali scagliava roventi anatemi. Dunque occorre unire le forze della sinistra. Il punto è che allora dovremmo cominciare col dire perché: per fare che cosa e su che base. Sinistra, di per sé, significa ben poco. O troppo, visto che ognuno la definisce a modo suo e non è detto che tutti questi modi siano armonizzabili. Insomma, si tratta di muoversi in direzione opposta a quella «sinistra senza aggettivi» che serve solo ad assemblare cartelli elettorali e a preparare nuovi disastri. L'affermazione più sorprendente in questa discussione l'ha fatta Luigi Ferrajoli, convinto che non sussistano, a sinistra, significative differenze culturali e politiche. Questa tesi serve a sostenere che tutto il male (le divisioni) viene da quei mediocri (o loschi) figuri che guidano i partiti. Serve anche a mettere fuori gioco, prima ancora di cominciare, le posizioni che non si condividono (che legittimità hanno, posto che di differenze «rilevanti» non ce n'è?). Senonché mi pare che le cose stiano in modo totalmente opposto. L'anno scorso, quando Rifondazione comunista andava a congresso, scrissi (suscitando qualche meraviglia) che il vero terreno dello scontro erano le diverse culture politiche presenti in quel partito. Da una di esse ritenevo derivasse la volontà di dissolverlo che - come si è visto - animava una parte del gruppo dirigente. Oggi ne sono ancora più convinto. Alla base della diaspora della sinistra sta il nodo che viene stringendosi da tre decenni a questa parte: il nodo del comunismo e della sua attualità, da alcuni affermata, da altri recisamente negata. È stupefacente che in Italia, dopo trent'anni di neoliberismo, dopo la distruzione del Pci e l'eclisse della sinistra moderata, dopo lo sfondamento capitalista sui diritti del lavoro e sulla democrazia, di tutto si parli meno che della decisione di gran parte della sinistra politica e intellettuale di impegnarsi a cancellare il comunismo dalla scena pubblica di questo Paese. Come nella migliore tradizione, questo rimosso ritorna. Esige di essere affrontato. Invece si sfugge, implicitamente attribuendo ragione a quella decisione. Su questa base, quale unità a sinistra si ritiene possibile? Il comunismo. Oggi tutti assicurano di ritenere «centrale» la questione del lavoro. È di questo avviso persino il ministro Sacconi. Ma che cosa si intende con queste parole? Chi si dichiara ancora comunista e pensa che la ricostruzione di una grande forza comunista in Italia e in Europa sia necessaria per sconfiggere la destra e riprendere una battaglia di civiltà dopo il lungo inverno neoliberista dà loro un significato ben preciso sul quale varrebbe la pena di confrontarsi senza espedienti diplomatici, ponendo fine a discussioni astratte fini a se stesse. Muove dalla critica al modo di produzione, considerando inderogabili, oggi come ieri, le domande poste dalle lotte degli anni Sessanta e Settanta sul come e che cosa produrre; ritiene irrinunciabile l'autonomia del lavoro (il controllo del lavoro su se stesso), per cui respinge la riscrittura neocorporativa della contrattazione, concertazione compresa; considera non negoziabile la tutela del reddito, dalla scala mobile alla generalizzazione del salario sociale; pone in cima all'agenda politica lo smantellamento della legislazione nazionale ed europea che scarica sul lavoro le rigidità del capitale in termini di precarietà, sotto-occupazione, bassi salari e attacco al welfare. In una battuta, chi si dichiara ancora comunista pensa che si può muovere nella direzione giusta solo gettando tutta la propria forza nel conflitto di lavoro e riassumendo - per dirla con Luciano Gallino - la prospettiva di classe abbandonata da gran parte della sinistra italiana ed europea in questi ultimi vent'anni. Siamo tutti d'accordo? Se così fosse, non ci spiegheremmo pressoché nulla di quanto è successo - per rimanere al recente passato - nei due anni di Prodi. Ad ogni modo, è questa la materia di cui oggettivamente si tratta. Il resto è divagazione. Tutt'al più buona - come dicevano i nostri maggiori - per incartare il pesce.
La discussione aperta dal manifesto sull'unità a sinistra è importante e necessaria. La frammentazione delle forze di alternativa è un dramma, e chi non lo intende mostra di vivere lontano mille miglia dai reali problemi di chi campa (sempre più stentatamente) di salario o di quanti (sempre più numerosi) non dispongono più di un pur magro e aleatorio reddito da lavoro. È molto probabile che, continuando di questo passo, quel poco che ancora è in piedi a sinistra in questo Paese venga spazzato via, aggravando una crisi di inaudita gravità. Detto ciò, le battute iniziali di questa discussione appaiono deludenti. Posto che la frammentazione è una iattura, si risponde - come per un riflesso condizionato - con un vibrante appello all'unità basato su una premessa molto discutibile. La divisione della sinistra sarebbe tutta colpa dei partiti e dei loro gruppi dirigenti, descritti come una miserabile nomenclatura di mestieranti e burocrati. Siamo alla riproposizione di un rozzo codice ideologico, impostosi negli anni Ottanta, quando maturava la crisi storica dei grandi partiti di massa e si preparava il collasso del Pci. Da una parte il «Paese legale» (le istituzioni della politica come cappa oppressiva e luogo di malaffare); dall'altra, il «Paese reale» (la beneamata società civile, fonte di istanze sistematicamente frustrate). Come se la società non fosse anche la culla del peggio; come se qualche cerbero interdicesse ai virtuosi l'accesso alla politica; come se la politica fosse una qualità dell'essere e non il modo di operare della società nello svolgimento di determinate funzioni. Possibile che questo schema abbia ancora seguito a sinistra, dopo aver favorito il dilagare dell'antipolitica e della sottocultura berlusconiana e leghista? Anni fa mi capitò di obiettare a un suo esagitato fautore che le sue critiche avrebbero guadagnato credibilità se lui si fosse impegnato a migliorare le cose entrando in un partito e battendosi per emendarne i maggiori difetti. Mi rispose che non aveva tempo da perdere in futili discussioni. Oggi costui non protesta, essendo finalmente riuscito a farsi eleggere da uno dei partiti contro i quali scagliava roventi anatemi. Dunque occorre unire le forze della sinistra. Il punto è che allora dovremmo cominciare col dire perché: per fare che cosa e su che base. Sinistra, di per sé, significa ben poco. O troppo, visto che ognuno la definisce a modo suo e non è detto che tutti questi modi siano armonizzabili. Insomma, si tratta di muoversi in direzione opposta a quella «sinistra senza aggettivi» che serve solo ad assemblare cartelli elettorali e a preparare nuovi disastri. L'affermazione più sorprendente in questa discussione l'ha fatta Luigi Ferrajoli, convinto che non sussistano, a sinistra, significative differenze culturali e politiche. Questa tesi serve a sostenere che tutto il male (le divisioni) viene da quei mediocri (o loschi) figuri che guidano i partiti. Serve anche a mettere fuori gioco, prima ancora di cominciare, le posizioni che non si condividono (che legittimità hanno, posto che di differenze «rilevanti» non ce n'è?). Senonché mi pare che le cose stiano in modo totalmente opposto. L'anno scorso, quando Rifondazione comunista andava a congresso, scrissi (suscitando qualche meraviglia) che il vero terreno dello scontro erano le diverse culture politiche presenti in quel partito. Da una di esse ritenevo derivasse la volontà di dissolverlo che - come si è visto - animava una parte del gruppo dirigente. Oggi ne sono ancora più convinto. Alla base della diaspora della sinistra sta il nodo che viene stringendosi da tre decenni a questa parte: il nodo del comunismo e della sua attualità, da alcuni affermata, da altri recisamente negata. È stupefacente che in Italia, dopo trent'anni di neoliberismo, dopo la distruzione del Pci e l'eclisse della sinistra moderata, dopo lo sfondamento capitalista sui diritti del lavoro e sulla democrazia, di tutto si parli meno che della decisione di gran parte della sinistra politica e intellettuale di impegnarsi a cancellare il comunismo dalla scena pubblica di questo Paese. Come nella migliore tradizione, questo rimosso ritorna. Esige di essere affrontato. Invece si sfugge, implicitamente attribuendo ragione a quella decisione. Su questa base, quale unità a sinistra si ritiene possibile? Il comunismo. Oggi tutti assicurano di ritenere «centrale» la questione del lavoro. È di questo avviso persino il ministro Sacconi. Ma che cosa si intende con queste parole? Chi si dichiara ancora comunista e pensa che la ricostruzione di una grande forza comunista in Italia e in Europa sia necessaria per sconfiggere la destra e riprendere una battaglia di civiltà dopo il lungo inverno neoliberista dà loro un significato ben preciso sul quale varrebbe la pena di confrontarsi senza espedienti diplomatici, ponendo fine a discussioni astratte fini a se stesse. Muove dalla critica al modo di produzione, considerando inderogabili, oggi come ieri, le domande poste dalle lotte degli anni Sessanta e Settanta sul come e che cosa produrre; ritiene irrinunciabile l'autonomia del lavoro (il controllo del lavoro su se stesso), per cui respinge la riscrittura neocorporativa della contrattazione, concertazione compresa; considera non negoziabile la tutela del reddito, dalla scala mobile alla generalizzazione del salario sociale; pone in cima all'agenda politica lo smantellamento della legislazione nazionale ed europea che scarica sul lavoro le rigidità del capitale in termini di precarietà, sotto-occupazione, bassi salari e attacco al welfare. In una battuta, chi si dichiara ancora comunista pensa che si può muovere nella direzione giusta solo gettando tutta la propria forza nel conflitto di lavoro e riassumendo - per dirla con Luciano Gallino - la prospettiva di classe abbandonata da gran parte della sinistra italiana ed europea in questi ultimi vent'anni. Siamo tutti d'accordo? Se così fosse, non ci spiegheremmo pressoché nulla di quanto è successo - per rimanere al recente passato - nei due anni di Prodi. Ad ogni modo, è questa la materia di cui oggettivamente si tratta. Il resto è divagazione. Tutt'al più buona - come dicevano i nostri maggiori - per incartare il pesce.
15.7.09
Office Live, buone idee e qualche “bug”
di Tiziano Toniutti
Office Live è una web-suite gratuita di programmi applicativi realizzata per mantenere sempre il proprio lavoro aggiornato da dovunque ci si colleghi. Una risposta a Google Docs dalle ottime potenzialità, e con qualche problemino
Certo è ancora una beta, e quindi i problemi devono esserci per forza. Ma, diciamolo subito, sono oscurati dalle eccellenti funzionalità che Microsoft Office Live, versione tutta online della suite professionale di Redmond, offre già in questa incarnazione non definitiva.
Word, Excel, Onenote, Powerpoint e tutti i "grandi classici" Microsoft sono disponibili in versione web, perfettamente funzionante e integrati con le applicazioni installate sul disco fisso del proprio Pc. Qual è l'idea? Oltre alla concorrenza diretta con Google Docs, che fa le stesse cose ma in maniera decisamente meno evoluta, il concetto di Office Live è semplice. Un utente lavora sul proprio pc, in locale, con un programma Office. Però oltre a salvare il lavoro sul disco fisso, può salvarlo anche online, in uno spazio gratuito creato appositamente. Poi magari va in un altro ufficio e può aprire il documento salvato sul web e continuare a lavorarci anche senza utilizzare il proprio computer personale.
Office Live crea uno spazio "cloud", tra le nuvole del web, di fatto un hard disk virtuale accessibile da ovunque, con un'applicazione-web che replica le principali funzioni di Office "vero", non tutte ma includendo quelle che servono davvero. Si può anche scegliere di utilizzare esclusivamente la versione online per lavorare, di fatto molto rapida nei caricamenti e intuitiva nell'interfaccia. Ma il vero gusto sta nel sincronizzare le più complete applicazioni in locale con il "cloud" e rimanere sempre allineati coi propri documenti ovunque si vada. E così è, almeno in parte.
Sì perché per ora su alcuni sistemi (noi abbiamo provato Xp e Vista con Office 2007), l'applicazione accessoria di sincronia tra locale e "cloud" non ne vuole sapere di funzionare. In alcuni casi non compare nei menu (Excel), in altri impedisce ai programmi di funzionare tout-court (Word). Disinstallando l'estensione per la sincronia, Office 2007 torna a funzionare regolarmente. A quel punto si possono sincronizzare i documenti "a manina", uploadandoli con la maschera web di Office Live. Però il gusto un po' ne perde.
Siamo certi che le imperfezioni di Office Live verranno piallate via prima del rilascio di Office 2010, in arrivo l'anno prossimo. Per adesso si può sperimentare il servizio e farsi un'idea abbastanza precisa delle possibilità che offrirà, davvero, a breve.
Office Live è una web-suite gratuita di programmi applicativi realizzata per mantenere sempre il proprio lavoro aggiornato da dovunque ci si colleghi. Una risposta a Google Docs dalle ottime potenzialità, e con qualche problemino
Certo è ancora una beta, e quindi i problemi devono esserci per forza. Ma, diciamolo subito, sono oscurati dalle eccellenti funzionalità che Microsoft Office Live, versione tutta online della suite professionale di Redmond, offre già in questa incarnazione non definitiva.
Word, Excel, Onenote, Powerpoint e tutti i "grandi classici" Microsoft sono disponibili in versione web, perfettamente funzionante e integrati con le applicazioni installate sul disco fisso del proprio Pc. Qual è l'idea? Oltre alla concorrenza diretta con Google Docs, che fa le stesse cose ma in maniera decisamente meno evoluta, il concetto di Office Live è semplice. Un utente lavora sul proprio pc, in locale, con un programma Office. Però oltre a salvare il lavoro sul disco fisso, può salvarlo anche online, in uno spazio gratuito creato appositamente. Poi magari va in un altro ufficio e può aprire il documento salvato sul web e continuare a lavorarci anche senza utilizzare il proprio computer personale.
Office Live crea uno spazio "cloud", tra le nuvole del web, di fatto un hard disk virtuale accessibile da ovunque, con un'applicazione-web che replica le principali funzioni di Office "vero", non tutte ma includendo quelle che servono davvero. Si può anche scegliere di utilizzare esclusivamente la versione online per lavorare, di fatto molto rapida nei caricamenti e intuitiva nell'interfaccia. Ma il vero gusto sta nel sincronizzare le più complete applicazioni in locale con il "cloud" e rimanere sempre allineati coi propri documenti ovunque si vada. E così è, almeno in parte.
Sì perché per ora su alcuni sistemi (noi abbiamo provato Xp e Vista con Office 2007), l'applicazione accessoria di sincronia tra locale e "cloud" non ne vuole sapere di funzionare. In alcuni casi non compare nei menu (Excel), in altri impedisce ai programmi di funzionare tout-court (Word). Disinstallando l'estensione per la sincronia, Office 2007 torna a funzionare regolarmente. A quel punto si possono sincronizzare i documenti "a manina", uploadandoli con la maschera web di Office Live. Però il gusto un po' ne perde.
Siamo certi che le imperfezioni di Office Live verranno piallate via prima del rilascio di Office 2010, in arrivo l'anno prossimo. Per adesso si può sperimentare il servizio e farsi un'idea abbastanza precisa delle possibilità che offrirà, davvero, a breve.
13.7.09
Chi rompe la tregua paga
BARBARA SPINELLI
La tregua che è stata invocata nei giorni scorsi, per proteggere da aggressioni l’immagine dell’Italia durante il G8, introduce nella politica democratica un’esigenza di immobile quiete su cui vale la pena riflettere. Presa in prestito dal vocabolario guerresco, tregua significa sospensione delle operazioni belliche, concordata di volta in volta per stanchezza, timore del pericolo, subitanee emergenze. Fino alla rivoluzione francese, scrive Clausewitz, le guerre erano fatte soprattutto di pause: l’ozio assorbiva i nove decimi del tempo trascorso in armi.
Era «come se i lottatori stessero allacciati per ore senza fare alcun movimento». Le battaglie smettono quest’usanza quando si fa più possente il pensiero dello scopo per il quale si guerreggia, giacché solo tale pensiero può vincere la «pesantezza morale» del combattente. Ma la tregua non è solo «pesantezza, irresolutezza propria all’uomo». L’etimologia dice qualcos’altro: perché ci sia tregua efficace occorre che i lottatori siano leali, che la sospensione sia un patto, che non sia unilaterale. L’etimologia, germanica, rimanda all’inglese true-vero, e al tedesco treu-leale, fiducioso.
Verità, fiducia, lealtà, patto: sono gli ingredienti essenziali della tregua, specie quando dal teatro di guerra ci si sposta a quello di pace, e quando il concetto si applica alla selezione dei governanti migliori che avviene in democrazia. Un prorompente atto terrorista, una calamità naturale, possono comportare la sospensione della conflittualità propria alle democrazie.
Non per questo vengono sospese la ricerca di verità, la pubblicità data all’azione dei politici, il contrasto fra partiti, l’informazione indipendente. Altrimenti la tregua politica altro non è che continuazione della guerra con altri mezzi, e per essa vale quel che Samuel Johnson usava dire dei conflitti armati, nel 1758: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia». Se sostituiamo la parola tregua a guerra, vediamo che i rischi sono gli stessi.
Quando ha chiesto una tregua, il 29 giugno, il presidente Napolitano non pensava certo a questo sacrificio della verità. Ma il rischio è grande che i governanti l’intendano in tal modo: usando il Colle, rompendo unilateralmente la tregua come ha subito fatto Berlusconi aggredendo oppositori e giornali. Il conflitto maggioranza-opposizione, le inchieste giornalistiche o della magistratura sul capo del governo, sono automaticamente bollate come poco patriottiche, fedifraghe, addirittura eversive. Questo in nome di uno stato di emergenza trasformato in condizione cronica anziché occasionale, necessitante la sospensione di quel che dalla Grecia antica distingue la democrazia: la parresia, il libero esprimersi, la contestazione del potere e dell’opinione dominante, il domandare dialogico.
Significativa è l’allergia del potente alle domande, non solo quelle di Repubblica ma ogni sorta di quesiti: netto è stato il rifiuto di Berlusconi di permettere domande ai giornalisti, il primo giorno del G8. Sulla scia dell’11 settembre 2001 Bush reclamò simile tregua, che non migliorò la reputazione dell’America ma la devastò. Washington si gettò in una guerra sbagliata, in Iraq, senza che opinione pubblica e giornali muovessero un dito. La recente storia Usa dimostra che la democrazia guadagna ben poco dalle tregue politiche, quando i governi possono tutto e l’equilibrio dei poteri è violato. Il vantaggio delle tregue è la coesione nazionale: falsa tuttavia, se passiva. Lo svantaggio è la libertà immolata. Tanto più grave lo svantaggio, se l’emergenza è un mero vertice internazionale.
Ripensare la tregua e le sue condizioni può servire, perché la tendenza è forte, in chi governa, a prolungare emergenze e sospensioni della parresia, rendendole permanenti. Purtroppo la tendenza finisce con l’estendersi all’opposizione, alla stampa, e anche qui vale la descrizione di Clausewitz sul cessate il fuoco: che spesso interviene non perché la tregua sia necessaria, ma perché nell’uomo che rinvia decisioni c’è pavidità. Perché dilaga «l’imperfezione delle conoscenze, delle facoltà di giudizio». Perché, soprattutto, opposizione e giornali non hanno un «chiaro pensiero dello scopo» per cui si oppongono, analizzano, interrogano. Sono le occasioni in cui la tregua non è un patto di verità ma una variante dell’illusionismo e della menzogna.
Ma c’è una condizione supplementare, affinché la tregua si fondi su verità e fiducia. La condizione è che la memoria resti viva, e non solo il ricordo del passato ma la memoria del presente, meno facile di quel che sembri perché essa presuppone un legame tra i frammenti dell’oggi e aborre la fissazione su uno solo di essi: l’ultimo della serie. È la memoria di cui parla Primo Levi, quando descrive la tregua nei campi. Nel Lager, simbolo della condizione umana, esistono remissioni, «tregue». Ma esse sono chimere se non s’accompagnano alla memoria di quel che ineluttabilmente avverrà al risveglio, quando risuonerà il «comando dell’alba»: l’urlo in polacco - wstawac - che intima di alzarsi.
Meditare attorno all’idea di tregua è fecondo perché aiuta a capire come deve organizzarsi, in Italia e altrove, la parresia greca che i latini traducevano con libertas. Parresia è letteralmente parlare con libertà: un compito che politici e stampa condividono col medico, che non deve dire tutto alla rinfusa ma andare all’essenza e fare sintesi. Galeno, medico del primo secolo dopo Cristo, scriveva che «non si può guarire senza sapere di cosa si deve guarire»: il malato ha diritto alla verità, detta «senza ostilità ma senza indulgenza». La tregua anche in Italia ha senso se non si sacrifica il vero. Se non è solo la stampa estera a indagare sulla nostra singolare apatia etica.
Il mondo dell’informazione non è estraneo a tale apatia, incomprensibile all’opinione straniera e da essa biasimata. Il difetto, il più delle volte, è lo sguardo corto: uno sguardo che non collega i fatti, che sempre si fissa sull’ultimissimo evento, che non scava con la memoria né nel passato né nel presente. L’influenza della mafia sulla politica, i cedimenti di quest’ultima, il conflitto d’interesse che consente al privato di manomettere il pubblico, l’impunità reclamata dai massimi capi politici, infine la lunga storia italiana di stragi e corruzioni su cui mai c’è stata chiarezza: c’è un nesso fra queste cose, ma l’ultimo scandalo da noi scaccia il precedente e ogni evento (buono o cattivo) cancella il resto.
Lo scandalo delle ragazze a Palazzo Grazioli cancella la corruzione di Mills, le minorenni di Berlusconi obnubilano la mafia, le dieci domande di Repubblica cancellano innumerevoli altri quesiti. Anche l’opposizione si nutre di amnesia: i successi di Prodi (aiuti allo sviluppo, clima, liberalizzazioni, infrastrutture, accordo vantaggioso per Alitalia) sprofondano nell’oblio, se ne ha vergogna. Non stupisce che perfino fatti secondari siano mal raccontati, come fossero schegge insensate: ad esempio l’assenza dal programma G8 di Carla Sarkozy, giunta all’Aquila il giorno dopo il vertice. I giornali arzigogolano su una persona che ha voluto far l’originale, differenziarsi. Nessuno rammenta l’appello di 13.000 donne italiane - presumibilmente ascoltato da Carla - perché le first ladies non venissero al G8.
L’Italia come tutti i paesi è una tela, non un’accozzaglia caotica di episodi. Se non ricordiamo questo quadro non solo le tregue saranno basate su contro-verità. Si faticherà anche a ricominciare i normali conflitti e il parlare franco, finita la tregua. Sotto gli occhi della stampa mondiale appariremo come i lottatori di Clausewitz: allacciati ininterrottamente l’uno all’altro, senza fare alcun movimento.
La tregua che è stata invocata nei giorni scorsi, per proteggere da aggressioni l’immagine dell’Italia durante il G8, introduce nella politica democratica un’esigenza di immobile quiete su cui vale la pena riflettere. Presa in prestito dal vocabolario guerresco, tregua significa sospensione delle operazioni belliche, concordata di volta in volta per stanchezza, timore del pericolo, subitanee emergenze. Fino alla rivoluzione francese, scrive Clausewitz, le guerre erano fatte soprattutto di pause: l’ozio assorbiva i nove decimi del tempo trascorso in armi.
Era «come se i lottatori stessero allacciati per ore senza fare alcun movimento». Le battaglie smettono quest’usanza quando si fa più possente il pensiero dello scopo per il quale si guerreggia, giacché solo tale pensiero può vincere la «pesantezza morale» del combattente. Ma la tregua non è solo «pesantezza, irresolutezza propria all’uomo». L’etimologia dice qualcos’altro: perché ci sia tregua efficace occorre che i lottatori siano leali, che la sospensione sia un patto, che non sia unilaterale. L’etimologia, germanica, rimanda all’inglese true-vero, e al tedesco treu-leale, fiducioso.
Verità, fiducia, lealtà, patto: sono gli ingredienti essenziali della tregua, specie quando dal teatro di guerra ci si sposta a quello di pace, e quando il concetto si applica alla selezione dei governanti migliori che avviene in democrazia. Un prorompente atto terrorista, una calamità naturale, possono comportare la sospensione della conflittualità propria alle democrazie.
Non per questo vengono sospese la ricerca di verità, la pubblicità data all’azione dei politici, il contrasto fra partiti, l’informazione indipendente. Altrimenti la tregua politica altro non è che continuazione della guerra con altri mezzi, e per essa vale quel che Samuel Johnson usava dire dei conflitti armati, nel 1758: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia». Se sostituiamo la parola tregua a guerra, vediamo che i rischi sono gli stessi.
Quando ha chiesto una tregua, il 29 giugno, il presidente Napolitano non pensava certo a questo sacrificio della verità. Ma il rischio è grande che i governanti l’intendano in tal modo: usando il Colle, rompendo unilateralmente la tregua come ha subito fatto Berlusconi aggredendo oppositori e giornali. Il conflitto maggioranza-opposizione, le inchieste giornalistiche o della magistratura sul capo del governo, sono automaticamente bollate come poco patriottiche, fedifraghe, addirittura eversive. Questo in nome di uno stato di emergenza trasformato in condizione cronica anziché occasionale, necessitante la sospensione di quel che dalla Grecia antica distingue la democrazia: la parresia, il libero esprimersi, la contestazione del potere e dell’opinione dominante, il domandare dialogico.
Significativa è l’allergia del potente alle domande, non solo quelle di Repubblica ma ogni sorta di quesiti: netto è stato il rifiuto di Berlusconi di permettere domande ai giornalisti, il primo giorno del G8. Sulla scia dell’11 settembre 2001 Bush reclamò simile tregua, che non migliorò la reputazione dell’America ma la devastò. Washington si gettò in una guerra sbagliata, in Iraq, senza che opinione pubblica e giornali muovessero un dito. La recente storia Usa dimostra che la democrazia guadagna ben poco dalle tregue politiche, quando i governi possono tutto e l’equilibrio dei poteri è violato. Il vantaggio delle tregue è la coesione nazionale: falsa tuttavia, se passiva. Lo svantaggio è la libertà immolata. Tanto più grave lo svantaggio, se l’emergenza è un mero vertice internazionale.
Ripensare la tregua e le sue condizioni può servire, perché la tendenza è forte, in chi governa, a prolungare emergenze e sospensioni della parresia, rendendole permanenti. Purtroppo la tendenza finisce con l’estendersi all’opposizione, alla stampa, e anche qui vale la descrizione di Clausewitz sul cessate il fuoco: che spesso interviene non perché la tregua sia necessaria, ma perché nell’uomo che rinvia decisioni c’è pavidità. Perché dilaga «l’imperfezione delle conoscenze, delle facoltà di giudizio». Perché, soprattutto, opposizione e giornali non hanno un «chiaro pensiero dello scopo» per cui si oppongono, analizzano, interrogano. Sono le occasioni in cui la tregua non è un patto di verità ma una variante dell’illusionismo e della menzogna.
Ma c’è una condizione supplementare, affinché la tregua si fondi su verità e fiducia. La condizione è che la memoria resti viva, e non solo il ricordo del passato ma la memoria del presente, meno facile di quel che sembri perché essa presuppone un legame tra i frammenti dell’oggi e aborre la fissazione su uno solo di essi: l’ultimo della serie. È la memoria di cui parla Primo Levi, quando descrive la tregua nei campi. Nel Lager, simbolo della condizione umana, esistono remissioni, «tregue». Ma esse sono chimere se non s’accompagnano alla memoria di quel che ineluttabilmente avverrà al risveglio, quando risuonerà il «comando dell’alba»: l’urlo in polacco - wstawac - che intima di alzarsi.
Meditare attorno all’idea di tregua è fecondo perché aiuta a capire come deve organizzarsi, in Italia e altrove, la parresia greca che i latini traducevano con libertas. Parresia è letteralmente parlare con libertà: un compito che politici e stampa condividono col medico, che non deve dire tutto alla rinfusa ma andare all’essenza e fare sintesi. Galeno, medico del primo secolo dopo Cristo, scriveva che «non si può guarire senza sapere di cosa si deve guarire»: il malato ha diritto alla verità, detta «senza ostilità ma senza indulgenza». La tregua anche in Italia ha senso se non si sacrifica il vero. Se non è solo la stampa estera a indagare sulla nostra singolare apatia etica.
Il mondo dell’informazione non è estraneo a tale apatia, incomprensibile all’opinione straniera e da essa biasimata. Il difetto, il più delle volte, è lo sguardo corto: uno sguardo che non collega i fatti, che sempre si fissa sull’ultimissimo evento, che non scava con la memoria né nel passato né nel presente. L’influenza della mafia sulla politica, i cedimenti di quest’ultima, il conflitto d’interesse che consente al privato di manomettere il pubblico, l’impunità reclamata dai massimi capi politici, infine la lunga storia italiana di stragi e corruzioni su cui mai c’è stata chiarezza: c’è un nesso fra queste cose, ma l’ultimo scandalo da noi scaccia il precedente e ogni evento (buono o cattivo) cancella il resto.
Lo scandalo delle ragazze a Palazzo Grazioli cancella la corruzione di Mills, le minorenni di Berlusconi obnubilano la mafia, le dieci domande di Repubblica cancellano innumerevoli altri quesiti. Anche l’opposizione si nutre di amnesia: i successi di Prodi (aiuti allo sviluppo, clima, liberalizzazioni, infrastrutture, accordo vantaggioso per Alitalia) sprofondano nell’oblio, se ne ha vergogna. Non stupisce che perfino fatti secondari siano mal raccontati, come fossero schegge insensate: ad esempio l’assenza dal programma G8 di Carla Sarkozy, giunta all’Aquila il giorno dopo il vertice. I giornali arzigogolano su una persona che ha voluto far l’originale, differenziarsi. Nessuno rammenta l’appello di 13.000 donne italiane - presumibilmente ascoltato da Carla - perché le first ladies non venissero al G8.
L’Italia come tutti i paesi è una tela, non un’accozzaglia caotica di episodi. Se non ricordiamo questo quadro non solo le tregue saranno basate su contro-verità. Si faticherà anche a ricominciare i normali conflitti e il parlare franco, finita la tregua. Sotto gli occhi della stampa mondiale appariremo come i lottatori di Clausewitz: allacciati ininterrottamente l’uno all’altro, senza fare alcun movimento.
9.7.09
Lo stravagante Silvio Berlusconi
Articolo di Personaggi d'Italia, pubblicato giovedì 9 luglio 2009 in Francia.
[Le Point]
Vietato ai minori. La sua passione per le giovani donne facili fa scandalo, ma non intacca affatto la sua popolarità.
“Buffone! Depravato!”. Che sia a Napoli per presentare il G8 o a Viareggio sui luoghi della catastrofe ferroviaria che è costata la vita a 21 persone, è ormai con questi insulti che Silvio Berlusconi è accolto quando si sposta nella Penisola. Buffone, si può discutere. Depravato, è sicuro.
L’inchiesta della procura di Bari ha infatti dimostrato la presenza, a più riprese, di ragazze di dubbia virtù nelle residenze del presidente del Consiglio, a Roma come in Sardegna. E Patrizia D’Addario, una di loro, si è presa la briga di registrare le peripezie della notte d’amore passata con ilpadrone di casa. Ma più che le prestazioni, fatturate 2.000 euro, è il bis ogno del Cavaliere di circondarsi di una corte di donne molto giovani che ha scioccato gli Italiani. Il mistero aleggia anche sulla strana relazione tra Silvio Berlusconi e Noemi, una minorenne napoletana.
Questa ricerca di un’eterna giovinezza al fianco di giovani donne in fiore fu immortalata la prima volta nel 2007 da un parapazzo nel giardino di villa Certosa, in Sardegna. Sulle foto si vede Berlusconi circondato da cinque attrici di serie B, candidate al “Grande fratello” o vallette di varietà televisivi. Due di loro sono sedute sulle sue ginocchia. In un altro scatto il Cavaliere passeggia tenendone per mano una da ogni parte. L’ambigua intimità collettiva che scaturisce dagli scatti aveva fatto titolare tutta la stampa sull’ “harem di Berlusconi”.
Un po’ più tardi, il presidente del Consiglio si frega da solo svelando la sua agenda per dimostrare a che punto si ammazza di lavoro per il bene del suo paese. Tra due appuntamenti politici, i giornalisti stupefatti scoprono nella stessa giornata due “pause” sospette con due giovani attrici. Alcune intercettazioni telefoniche riveleranno che Berlusconi aveva tentato di trovare loro dei ruoli in fiction della RAI. “Comincia a parlare e a diventare pericolosa”, aveva dichiarato a proposito di una di loro per giustificare la sua richiesta con il direttore della fiction della televisione pubblica.
Nel dicembre del 2007 sono 50 giovani donne, per la maggior parte provenienti dal mondo dello spettacolo, ad essere spedite in charter (”love plane”) verso la Sardegna perallietare il capodanno del presidente del Consiglio. d il Cavaliere ha offerto un braccialetto a forma di tartaruga, il simbolo di villa Certosa, e poi, al suono delle orchestre, la truppa si è gioiosamete dispersa nel parco di 100 ettari. Villa Certosa sta a Berlusconi come Neverland stava a Michael Jackson, con la pizzeria e il gelataio, il lago con 1.200 palme, il giardino dai 2.500 cactus (riscaldati da un sistema d’aria condizionata), l’ “orticello della salute”, l’anfiteatro all’aria aperta, la “cascata canadese” e le terme. Il giornodella vigilia di capodanno la moltitudine di ninfette fu condotta da uno squadrone di guardie del corpo nei negozi di Porto Rotondo per uno shopping…limitato a 2.000 euro a testa. Ma il clou del soggiorno rimane, dopo i bagni di mezzanotte in una delle piscine riscaldate e la sarabanda del trenino, l’eruzione notturna del finto vulcano con la lava sintetica che cola in fondo al giardino di villa Certosa.
Stesse scene nel 2008. E quest’anno la famosa Noemi, ancora minorenne, prendeva parte alla festa. All’eco delle risate delle giovani donne attirate dalle paillettes della televisione e dal potere si mescolano oggi i propositi di Veronica Lario che invoca pubblicamente la “malattia” di suo marito, “le vergini che si offrono al drago” e i “divertimenti dell’imperatore”.
Il cavallo di Caligola
Divertimento, ma non solo. Perché l’intimità del Cavaliere è un formidabile acceleratore di carriere politiche. Ex pin-up di calendari da camionista, Mara Carfagna è diventata…ministro delle Pari Opportunità. Lucia Ronzulli, che sorvegliava con un polso di ferro la disciplina delle giovani ospiti di Villa Certosa, è stata eletta al Parlamento di Bruxelles. E solo una rivoltadei fedelissimi di Gianfranco Fini, il presidente della Camera, ha impedito l’iscrizione di altre sette protette del Cavaliere nelle liste del Popolo della Libertà (PDL) alle ultime elezioni europee. Patrizia D’Addario e Barbara Montereale, tutte e due escort-girls di professione, figuravano nellaper le elezioni amministrative a Bari. In un’intervista, la giovane Noemi confidava dall’alto dei suoi 18 anni e con un candore disarmante: “Per il mio avvenire esito tra lo spettacolo e la politica. Si vedrà, Papi [alias Silvio Berlusconi] se ne occuperà”. Caligola aveva ben nominato senatore il suo cavallo… lista del PDL
Questa debolezza di Berlusconi per il gentil sesso lo mette alla mercé di avventurieri. Così l’affarista Gianpaolo Tarantini, ben noto alla polizia di Bari, si erapre fissato come obiettivo di entrare nelle grazie del presidente del Consiglio, che non aveva mai incontrato. Per raggiungere il suo scopo affittò per 100.000 euro, nell’agosto del 2008, una villa vicina alla residenza del Cavaliere in Sardegna. Champagne, cocaina e giovani donne hanno rapidamente fatto delle sue feste il must delle notti sarde. Il suo augusto vicino non ha resistito. “Gianpa” è diventato in qualche mese un intimo di primo rango: un posto nellatribuna del Milan, viaggi con l’aereo del presidente del Consiglio, accesso privilegiato alle più alte istanze del PDL. Fu Tarantini a presentare al Cavaliere Patrizia, all’origine dello scandalo.
“D’accordo, ma ci vuole una salute di ferro!”. Numerosi italiani, comprese molte donne, fanno riferimento con una punta d’invidia al supposto priapismo del loro presidente del Consiglio. Eppure, a quasi 73 anni, Silvio Berlusconi porta un pacemaker e ha avuto un cancro alla prostata. Piuttosto che a quella del Divin Marchese, l’universo erotico del Cavaliere sembra ispirarsi ad un assaggio di bambini destinato a celebrarlo. Con rare eccezioni, le giovani donne che hanno condiviso la sua intimità raccontano tutte le stesse serate: qualche coppa di champagne, Berlusconi al piano che interpreta il repertorio di Charles Trenet, un karaoke, la visione delle videocassette degli incontri del presidente del Consiglio con i grandi della terra, diapositive delle sue sette ville alle Bermuda, la distribuzione di gioielli di bijotteria di cui ha le tasche piene, una passeggiata nel giardino con annesso corso botanico, talvolta mano nella mano con l’eletta del momento. “Berlusconi ha il terrore di invecchiare e di morire, dichiara Marcello Veneziani, editorialista di destra e vicino del cerchio berlusconiano. Le sue patetiche dimostrazioni di vitalità servono a dimostrare che è sempre giovane. Si attacca a un mondo di paillettes e di ragazze denunate per scappare all’orrore del suo volto senza trucco, alla calvizie, ai dolori, alla vecchiaia”. Ex compagna di un ministro del primo governo Berlusconi che, per prima, ha denunciatola turpitudine della corte del presidente del Consiglio negli anni ‘90, Stefania Ariosto gli fa eco: “L’esibizionismo sessuale di Berlusconi, che si è aggravato, è dovuto alla senilità ed all’intervento chirurgico che l’ha molto indebolito”.
Silvio Berlusconi è ossessionato dalla sua immagine. L’impressione, quando lo si incontra in carne ed ossa, è stupefacente. Gli impianti, la bassa statura malgrado le scarpe con i tacchi, il volto liftato e completamente liscio sotto uno spesso strato di fondotinta arancio evocano un narcisismo forsennato. Ma molto presto l’incredibile vitalità e la naturale simpatia - Silvio è in privato un formidabile charmeur, anche i suoi avversari politici più accaniti lo riconoscono - spazzano via l’imbarazzo iniziale. Dietro questa spontaneità apparente niente è tuttavia lasciato al caso. Dapiù di vent’anni, Miti Simonetto, una delle sue più vicine collaboratrici, compra foto, vecchie o recenti, che non corrispondono all’immagine che il capo vuole riflettere. L’iconografia ufficiale ne è più che rivelatrice. Al fianco di foto che lo mostrano come un magnate davanti ai plastici di grandi progetti immobiliari, il Cavaliere ha mantenuto immagini della sua giovinezza, sigaretta in bocca e borsalino sulla testa, a metà strada fra Latin lover e il Jean Gabin dei films di gangsters. Berlusconi è molto fiero della sua virilità “bad boy” e, finché non sono diventate un problema politico, le indiscrezioni sulla sua vita privata lo hanno lusingato.
Il suo capolavoro in materia di comunicazione resta tuttavia “Una storia italiana”, l’agiografia spedita alla vigilia delle elezioni del 2001 a più di 12 milioni di famiglie italiane. Il libro mostra la famiglia Berlusconi che posa davanti alle aiuole fiorite, con bambini biondi che corrono sullo sfondo, il tutto narrato nello stile che il Cavaliere ha sempre imposto ai dirigenti delle sue televisioni: “State parlando ad un pubblico che non ha il diploma di terza media”.
“Tecnicamente immortale”.
Ma “hollywoodizzare” il suo corpo non è bastato, il Cavaliere ha voluto sacralizzarlo. Nel 1994 dichiara di essere stato “unto dal signore”. Nel giardino della sua dimora milanese, Villa San Martino, ha fatto costruire per la sua gloria il mausoleo dove riposerà circondato, quando sarà venuta anche la loro ora, dai suoi più fedeli apostoli: Emilio Fede, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, accessoriamente condannato a otto anni di prigione per associazione mafiosa…
Un coro d’adoratori alimenta il mito berlusconiano. Più volte ministro, Claudio Scajola non ha paura dell’enfasi quando dichiara: “Berlusconi è il sole al quale noi tutti vogliamo scaldarci”. Il suo collega Enrico La loggia propone di sconvolgere il calendario gregoriano indicando il 1994 - anno dell’entrata di Berlusconi in politica - come l’anno 1 dell’era berlusconiana. Emilio Fede, direttore del telegiornale di Rete4, una delle reti nazionali dell’imperom ediatico del Cavaliere, confessa di invidiare il cameriere del suo datore di lavoro poiché questi ne può condividere ogni mattina l’intimità. Sandro Bondi, attuale ministro della Cultura, gli dedica regolarmente delle poesie. L’inno del PDL, di cui Berlusconi è presidente, si intitola “Meno male cheSilvio c’è”. Um berto Scapagnini, ex sindaco di Catania e medico personale di Berlusconi, descrive con un’emozione mistica il raggio di sole che ha attraversato un nero cielo da temporale il momento in cui il Cavaliere arriva nella sua città. Prima di decretare il suo paziente preferito “tecnicamente immortale”. Silvio Berlusconi ringrazia, ma non chiede tanto. Immortale no, ma afferma di dormire tre ore al giorno e di fare l’amore praticamente altrettante, ed ha dichiarato, qualche mese prima del suo 73° compleanno, di sentirsi un uomo di 35 anni.
L’informazione interamente in sua gloria
Il Cavaliere non capisce come mai la stampa non tessa sistematicamente le sue lodi. “Riversano su di me un fiume di menzogne, non è che un tentativo di colpo di Stato”, ha ancora dichiarato a proposito delle timide rivelazioni sull’affare Patrizia D’Addario. Affermazione come minimo paradossale. Berlusconi è proprietario della metà delle reti televisive nazionali che distillano, con stili differenti, un’informazione interamente in sua gloria. Una menzione speciale va al giornale di Rete4, che farebbe impallidire d’invidia il “Caro Leader” nord-coreano. Silvio Berlusconi possiedeanche una serie di quotidiani, un settimanale molto influente, dei mensili e la più grande casa editrice italiana. In quanto presidente del Consiglio, ha piazzato uomini di fiducia in tutti i posti chiave della RAI. Così il TG di Rai1, la messa solenne dell’informazione italiana, non ha ancora accennato alla presenza di prostitute nel domicilio del presidente del Consiglio. “I giornalisti del mio gruppo, come quelli del servizio pubblico, sono contro di me perché vogliono mostrare la loro indipendenza”, ha tuttavia affermato recentemente il Cavaliere ai microfoni di France 2. Dimentica di averpreteso , ed ottenuto, la testa di giornalisti scomodi, nel 2001, durante un discorso tenuto a Sofia e passato ai posteri col nome di “editto bulgaro”. Solo Rai3, una rete pubblica, è sfugita alla censura del regime. Questo controllo dell’informazione permette di gestire il quotidiano, ma ha ugualmente giocato un ruolo nella berlusconizzazione del paese fino al linguaggio comune. Prima che Silvio entrasse in politica, un “azzurro” era un tifoso della nazionale di calcio italiana e un “moderato”, un elettore di centro. Oggi un “azzurro” è un militante del PDL e un “moderato”…un elettore di Berlusconi.
L’uomo forte della Penisola nutre ugualmente un particolare rancore nei riguardi dei giornalisti stranieri, colpevoli di averlo ingiustamente ridicolizzato agli occhi del mondo. Nessuno in questo “covo di comunisti manovrati dall’opposizione” è ben visto ai suoi occhi. Il Times di Londra, il New York Times o il giornale britannico The Economist sono relegati al rango di cartastraccia marxisti. Per non parlare del quotidiano spagnolo El Pais, che ha pubblicato per primo le foto delle gioviali serate di Silvio. L’ambasciatore d’Italia a Madrid ha richiesto il licenziamento del giornalista troppo impertinente, Miguel Mora.
La difficoltà nel raccontare l’Italia berlusconiana non è tuttavia dovuta ai piccoli grattacapi quotidiani, ma all’inverosimiglianza di quello che accade. I giornali americani, in particolar modo, hanno serie difficoltà a far capire al loro pubblico tutte le sottigliezze barocche del Cavaliere. Star del blog del New York Tmes, Robert Mackey ha scelto la parabola seguente: ” Immaginate un mondo nel quale Donal Trump possedesse la NBC, fosse il presidente degli Stati Uniti e offrissea Miss California una poltrona al Senato in cambio dei suoi favori. Non sareste che a metà strada di quel che succede in Italia”.
[Articolo originale "L'extravagant Silvio Berlusconi" di Dominique Dunglas]
[Le Point]
Vietato ai minori. La sua passione per le giovani donne facili fa scandalo, ma non intacca affatto la sua popolarità.
“Buffone! Depravato!”. Che sia a Napoli per presentare il G8 o a Viareggio sui luoghi della catastrofe ferroviaria che è costata la vita a 21 persone, è ormai con questi insulti che Silvio Berlusconi è accolto quando si sposta nella Penisola. Buffone, si può discutere. Depravato, è sicuro.
L’inchiesta della procura di Bari ha infatti dimostrato la presenza, a più riprese, di ragazze di dubbia virtù nelle residenze del presidente del Consiglio, a Roma come in Sardegna. E Patrizia D’Addario, una di loro, si è presa la briga di registrare le peripezie della notte d’amore passata con ilpadrone di casa. Ma più che le prestazioni, fatturate 2.000 euro, è il bis ogno del Cavaliere di circondarsi di una corte di donne molto giovani che ha scioccato gli Italiani. Il mistero aleggia anche sulla strana relazione tra Silvio Berlusconi e Noemi, una minorenne napoletana.
Questa ricerca di un’eterna giovinezza al fianco di giovani donne in fiore fu immortalata la prima volta nel 2007 da un parapazzo nel giardino di villa Certosa, in Sardegna. Sulle foto si vede Berlusconi circondato da cinque attrici di serie B, candidate al “Grande fratello” o vallette di varietà televisivi. Due di loro sono sedute sulle sue ginocchia. In un altro scatto il Cavaliere passeggia tenendone per mano una da ogni parte. L’ambigua intimità collettiva che scaturisce dagli scatti aveva fatto titolare tutta la stampa sull’ “harem di Berlusconi”.
Un po’ più tardi, il presidente del Consiglio si frega da solo svelando la sua agenda per dimostrare a che punto si ammazza di lavoro per il bene del suo paese. Tra due appuntamenti politici, i giornalisti stupefatti scoprono nella stessa giornata due “pause” sospette con due giovani attrici. Alcune intercettazioni telefoniche riveleranno che Berlusconi aveva tentato di trovare loro dei ruoli in fiction della RAI. “Comincia a parlare e a diventare pericolosa”, aveva dichiarato a proposito di una di loro per giustificare la sua richiesta con il direttore della fiction della televisione pubblica.
Nel dicembre del 2007 sono 50 giovani donne, per la maggior parte provenienti dal mondo dello spettacolo, ad essere spedite in charter (”love plane”) verso la Sardegna perallietare il capodanno del presidente del Consiglio. d il Cavaliere ha offerto un braccialetto a forma di tartaruga, il simbolo di villa Certosa, e poi, al suono delle orchestre, la truppa si è gioiosamete dispersa nel parco di 100 ettari. Villa Certosa sta a Berlusconi come Neverland stava a Michael Jackson, con la pizzeria e il gelataio, il lago con 1.200 palme, il giardino dai 2.500 cactus (riscaldati da un sistema d’aria condizionata), l’ “orticello della salute”, l’anfiteatro all’aria aperta, la “cascata canadese” e le terme. Il giornodella vigilia di capodanno la moltitudine di ninfette fu condotta da uno squadrone di guardie del corpo nei negozi di Porto Rotondo per uno shopping…limitato a 2.000 euro a testa. Ma il clou del soggiorno rimane, dopo i bagni di mezzanotte in una delle piscine riscaldate e la sarabanda del trenino, l’eruzione notturna del finto vulcano con la lava sintetica che cola in fondo al giardino di villa Certosa.
Stesse scene nel 2008. E quest’anno la famosa Noemi, ancora minorenne, prendeva parte alla festa. All’eco delle risate delle giovani donne attirate dalle paillettes della televisione e dal potere si mescolano oggi i propositi di Veronica Lario che invoca pubblicamente la “malattia” di suo marito, “le vergini che si offrono al drago” e i “divertimenti dell’imperatore”.
Il cavallo di Caligola
Divertimento, ma non solo. Perché l’intimità del Cavaliere è un formidabile acceleratore di carriere politiche. Ex pin-up di calendari da camionista, Mara Carfagna è diventata…ministro delle Pari Opportunità. Lucia Ronzulli, che sorvegliava con un polso di ferro la disciplina delle giovani ospiti di Villa Certosa, è stata eletta al Parlamento di Bruxelles. E solo una rivoltadei fedelissimi di Gianfranco Fini, il presidente della Camera, ha impedito l’iscrizione di altre sette protette del Cavaliere nelle liste del Popolo della Libertà (PDL) alle ultime elezioni europee. Patrizia D’Addario e Barbara Montereale, tutte e due escort-girls di professione, figuravano nellaper le elezioni amministrative a Bari. In un’intervista, la giovane Noemi confidava dall’alto dei suoi 18 anni e con un candore disarmante: “Per il mio avvenire esito tra lo spettacolo e la politica. Si vedrà, Papi [alias Silvio Berlusconi] se ne occuperà”. Caligola aveva ben nominato senatore il suo cavallo… lista del PDL
Questa debolezza di Berlusconi per il gentil sesso lo mette alla mercé di avventurieri. Così l’affarista Gianpaolo Tarantini, ben noto alla polizia di Bari, si erapre fissato come obiettivo di entrare nelle grazie del presidente del Consiglio, che non aveva mai incontrato. Per raggiungere il suo scopo affittò per 100.000 euro, nell’agosto del 2008, una villa vicina alla residenza del Cavaliere in Sardegna. Champagne, cocaina e giovani donne hanno rapidamente fatto delle sue feste il must delle notti sarde. Il suo augusto vicino non ha resistito. “Gianpa” è diventato in qualche mese un intimo di primo rango: un posto nellatribuna del Milan, viaggi con l’aereo del presidente del Consiglio, accesso privilegiato alle più alte istanze del PDL. Fu Tarantini a presentare al Cavaliere Patrizia, all’origine dello scandalo.
“D’accordo, ma ci vuole una salute di ferro!”. Numerosi italiani, comprese molte donne, fanno riferimento con una punta d’invidia al supposto priapismo del loro presidente del Consiglio. Eppure, a quasi 73 anni, Silvio Berlusconi porta un pacemaker e ha avuto un cancro alla prostata. Piuttosto che a quella del Divin Marchese, l’universo erotico del Cavaliere sembra ispirarsi ad un assaggio di bambini destinato a celebrarlo. Con rare eccezioni, le giovani donne che hanno condiviso la sua intimità raccontano tutte le stesse serate: qualche coppa di champagne, Berlusconi al piano che interpreta il repertorio di Charles Trenet, un karaoke, la visione delle videocassette degli incontri del presidente del Consiglio con i grandi della terra, diapositive delle sue sette ville alle Bermuda, la distribuzione di gioielli di bijotteria di cui ha le tasche piene, una passeggiata nel giardino con annesso corso botanico, talvolta mano nella mano con l’eletta del momento. “Berlusconi ha il terrore di invecchiare e di morire, dichiara Marcello Veneziani, editorialista di destra e vicino del cerchio berlusconiano. Le sue patetiche dimostrazioni di vitalità servono a dimostrare che è sempre giovane. Si attacca a un mondo di paillettes e di ragazze denunate per scappare all’orrore del suo volto senza trucco, alla calvizie, ai dolori, alla vecchiaia”. Ex compagna di un ministro del primo governo Berlusconi che, per prima, ha denunciatola turpitudine della corte del presidente del Consiglio negli anni ‘90, Stefania Ariosto gli fa eco: “L’esibizionismo sessuale di Berlusconi, che si è aggravato, è dovuto alla senilità ed all’intervento chirurgico che l’ha molto indebolito”.
Silvio Berlusconi è ossessionato dalla sua immagine. L’impressione, quando lo si incontra in carne ed ossa, è stupefacente. Gli impianti, la bassa statura malgrado le scarpe con i tacchi, il volto liftato e completamente liscio sotto uno spesso strato di fondotinta arancio evocano un narcisismo forsennato. Ma molto presto l’incredibile vitalità e la naturale simpatia - Silvio è in privato un formidabile charmeur, anche i suoi avversari politici più accaniti lo riconoscono - spazzano via l’imbarazzo iniziale. Dietro questa spontaneità apparente niente è tuttavia lasciato al caso. Dapiù di vent’anni, Miti Simonetto, una delle sue più vicine collaboratrici, compra foto, vecchie o recenti, che non corrispondono all’immagine che il capo vuole riflettere. L’iconografia ufficiale ne è più che rivelatrice. Al fianco di foto che lo mostrano come un magnate davanti ai plastici di grandi progetti immobiliari, il Cavaliere ha mantenuto immagini della sua giovinezza, sigaretta in bocca e borsalino sulla testa, a metà strada fra Latin lover e il Jean Gabin dei films di gangsters. Berlusconi è molto fiero della sua virilità “bad boy” e, finché non sono diventate un problema politico, le indiscrezioni sulla sua vita privata lo hanno lusingato.
Il suo capolavoro in materia di comunicazione resta tuttavia “Una storia italiana”, l’agiografia spedita alla vigilia delle elezioni del 2001 a più di 12 milioni di famiglie italiane. Il libro mostra la famiglia Berlusconi che posa davanti alle aiuole fiorite, con bambini biondi che corrono sullo sfondo, il tutto narrato nello stile che il Cavaliere ha sempre imposto ai dirigenti delle sue televisioni: “State parlando ad un pubblico che non ha il diploma di terza media”.
“Tecnicamente immortale”.
Ma “hollywoodizzare” il suo corpo non è bastato, il Cavaliere ha voluto sacralizzarlo. Nel 1994 dichiara di essere stato “unto dal signore”. Nel giardino della sua dimora milanese, Villa San Martino, ha fatto costruire per la sua gloria il mausoleo dove riposerà circondato, quando sarà venuta anche la loro ora, dai suoi più fedeli apostoli: Emilio Fede, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, accessoriamente condannato a otto anni di prigione per associazione mafiosa…
Un coro d’adoratori alimenta il mito berlusconiano. Più volte ministro, Claudio Scajola non ha paura dell’enfasi quando dichiara: “Berlusconi è il sole al quale noi tutti vogliamo scaldarci”. Il suo collega Enrico La loggia propone di sconvolgere il calendario gregoriano indicando il 1994 - anno dell’entrata di Berlusconi in politica - come l’anno 1 dell’era berlusconiana. Emilio Fede, direttore del telegiornale di Rete4, una delle reti nazionali dell’imperom ediatico del Cavaliere, confessa di invidiare il cameriere del suo datore di lavoro poiché questi ne può condividere ogni mattina l’intimità. Sandro Bondi, attuale ministro della Cultura, gli dedica regolarmente delle poesie. L’inno del PDL, di cui Berlusconi è presidente, si intitola “Meno male cheSilvio c’è”. Um berto Scapagnini, ex sindaco di Catania e medico personale di Berlusconi, descrive con un’emozione mistica il raggio di sole che ha attraversato un nero cielo da temporale il momento in cui il Cavaliere arriva nella sua città. Prima di decretare il suo paziente preferito “tecnicamente immortale”. Silvio Berlusconi ringrazia, ma non chiede tanto. Immortale no, ma afferma di dormire tre ore al giorno e di fare l’amore praticamente altrettante, ed ha dichiarato, qualche mese prima del suo 73° compleanno, di sentirsi un uomo di 35 anni.
L’informazione interamente in sua gloria
Il Cavaliere non capisce come mai la stampa non tessa sistematicamente le sue lodi. “Riversano su di me un fiume di menzogne, non è che un tentativo di colpo di Stato”, ha ancora dichiarato a proposito delle timide rivelazioni sull’affare Patrizia D’Addario. Affermazione come minimo paradossale. Berlusconi è proprietario della metà delle reti televisive nazionali che distillano, con stili differenti, un’informazione interamente in sua gloria. Una menzione speciale va al giornale di Rete4, che farebbe impallidire d’invidia il “Caro Leader” nord-coreano. Silvio Berlusconi possiedeanche una serie di quotidiani, un settimanale molto influente, dei mensili e la più grande casa editrice italiana. In quanto presidente del Consiglio, ha piazzato uomini di fiducia in tutti i posti chiave della RAI. Così il TG di Rai1, la messa solenne dell’informazione italiana, non ha ancora accennato alla presenza di prostitute nel domicilio del presidente del Consiglio. “I giornalisti del mio gruppo, come quelli del servizio pubblico, sono contro di me perché vogliono mostrare la loro indipendenza”, ha tuttavia affermato recentemente il Cavaliere ai microfoni di France 2. Dimentica di averpreteso , ed ottenuto, la testa di giornalisti scomodi, nel 2001, durante un discorso tenuto a Sofia e passato ai posteri col nome di “editto bulgaro”. Solo Rai3, una rete pubblica, è sfugita alla censura del regime. Questo controllo dell’informazione permette di gestire il quotidiano, ma ha ugualmente giocato un ruolo nella berlusconizzazione del paese fino al linguaggio comune. Prima che Silvio entrasse in politica, un “azzurro” era un tifoso della nazionale di calcio italiana e un “moderato”, un elettore di centro. Oggi un “azzurro” è un militante del PDL e un “moderato”…un elettore di Berlusconi.
L’uomo forte della Penisola nutre ugualmente un particolare rancore nei riguardi dei giornalisti stranieri, colpevoli di averlo ingiustamente ridicolizzato agli occhi del mondo. Nessuno in questo “covo di comunisti manovrati dall’opposizione” è ben visto ai suoi occhi. Il Times di Londra, il New York Times o il giornale britannico The Economist sono relegati al rango di cartastraccia marxisti. Per non parlare del quotidiano spagnolo El Pais, che ha pubblicato per primo le foto delle gioviali serate di Silvio. L’ambasciatore d’Italia a Madrid ha richiesto il licenziamento del giornalista troppo impertinente, Miguel Mora.
La difficoltà nel raccontare l’Italia berlusconiana non è tuttavia dovuta ai piccoli grattacapi quotidiani, ma all’inverosimiglianza di quello che accade. I giornali americani, in particolar modo, hanno serie difficoltà a far capire al loro pubblico tutte le sottigliezze barocche del Cavaliere. Star del blog del New York Tmes, Robert Mackey ha scelto la parabola seguente: ” Immaginate un mondo nel quale Donal Trump possedesse la NBC, fosse il presidente degli Stati Uniti e offrissea Miss California una poltrona al Senato in cambio dei suoi favori. Non sareste che a metà strada di quel che succede in Italia”.
[Articolo originale "L'extravagant Silvio Berlusconi" di Dominique Dunglas]
7.7.09
Journalistic narcissism
At the Aspen Ideas Festival this week, Andrew Sullivan said, “Journalism has become too much about journalists.”
True. It’s not just that newspapers are covering their own demise as thoroughly as Michael Jackson’s. This is about the mythology that news needs newspapers – that without them, it’s not news.
In an offhand reference about the economics of news, Dave Winer wrote, “When you think of news as a business, except in very unusual circumstances, the sources never got paid. So the news was always free, it was the reporting of it that cost…. The new world pays the source, indirectly, and obviates the middleman.” This raises two questions: both whether news needs newsmen and whether journalists and news organizations deserve to be paid.
I tweeted Winer’s line and Howard Weaver then started a discussion with this tweet: “Is it news if it’s not reported? I don’t think so.” I don’t think he’s saying that the reporting needs to be done by a professional, but he is saying that reporting is what makes news news. Does news need the middleman?
Steve Yelvington just tweeted that “The Washington Post ’salon’ debacle is a clash between myth and reality on so many levels: ‘the select few who will actually get it done.’” Being needed.
The realization of that myth – the myth of necessity – hit me head-on when I read an unselfconsciously narcissistic feature in The New York Times this week about the room where the 4 p.m. news meeting is held. Guardian editor Alan Rusbridger has likened that meeting to a “religious ceremony.” The Times feature certainly acted as if it were taking us inside the Pope’s chapel: “The table was formidable: oval and elegant, with curves of gleaming wood. The editors no less so: 11 men and 7 women with the power to decide what was important in the world.”
Behold the hubris of that: They decide what is important. Because we can’t. That’s what it says. That’s what they believe.
I was trained to accept that myth: that journalists decide what’s important, that it’s a skill with which they are imbued: news judgment. I worked hard to gain and exercise that judgment. The myth further holds that no judgment of importance is more important than The Times’; that’s why, every night, it sends out to the rest of newspaperdom its choices. News isn’t news until it’s reported and it’s not important until The Times says so.
But why do we need anyone to tell us what’s important? We decide that. What’s important to you isn’t important to me. Why must we all share the same importance? Because we all shared the same newspaper. There is the wellspring of the myth: the press.
I am trying to cut through these many myths about newsso I can reexamine them. In something I’m writing now for another project, I say: “To start, it is critical that we understand and question every assumption that emerged from old realities – for example, that news should be a once-a-day, one-for-all, one-way experience just because that’s what the means of production and distribution of the newspaper and the TV broadcast necessitated.” And: “Owning the printing press or broadcast tower used to define advantage: I own and control the means of production and distribution and you and don’t, which enables me to decide what gets distributed and forces you to come to me if you want to reach the public through news or through advertising, whose price I alone set with little or no concern for competition.”
No more. The press has become journalism’s curse, not only because it now brings a crushing cost burden but also because it led to all these myths: that we journalists own the news, that we’re necessary to it, that we decide what’s reported and what’s important, that we can package the world for you every day in a box with a bow on it, that what we do is perfect (with rare, we think, exceptions), that the world should come to us to be informed, that we deserve to be paid for this service, that the world needs us.
The journalistic narcissism that extrudes from the press extends to so much of the journalist’s relationship with her public. Jay Rosen just tweeted his headline for Plain Dealer Connie Schultz’ return of spitball (below): “A blogger was mean to me so that means I’m right.” John McQuaid tweeted that he feared I was “only abetting Connie Schultz’s effort to turn a real debate into a bloggers vs. MSM culture war.” He’s right. Schultz didn’t address the substantive objections to her hare-brained and dangerous scheme; she made it about her.
Oh, I know, this is all a big set-up for your punchline: A blogger is talking about narcissism? Heh. Isn’t blogging the ultimate narcissism? But who called it that, who made that judgment? Journalists, as far as I’ve seen. When they talk, it’s important. When we talk, it’s narcissism. What we say can’t be important – can it? – because we’re not paid and printed. But I don’t want to replay the blog culture war, which I keep hoping is over. I want to question assumptions, to find the cause and effect of myths.
And that’s what Winer is trying to do when he reminds us that the important people in news are the sources and witnesses, who can now publish and broadcast what they know. The question journalists must ask, again, is how they add value to that. Of course, journalists can add much: reporting, curating, vetting, correcting, illustrating, giving context, writing narrative. And, of course, I’m all in favor of having journalists; I’m teaching them. But what’s hard to face is that the news can go on without them. They’re the ones who need to figure out how to make themselves needed. They can and they will but they can no longer simply rest on the press and its myths.
True. It’s not just that newspapers are covering their own demise as thoroughly as Michael Jackson’s. This is about the mythology that news needs newspapers – that without them, it’s not news.
In an offhand reference about the economics of news, Dave Winer wrote, “When you think of news as a business, except in very unusual circumstances, the sources never got paid. So the news was always free, it was the reporting of it that cost…. The new world pays the source, indirectly, and obviates the middleman.” This raises two questions: both whether news needs newsmen and whether journalists and news organizations deserve to be paid.
I tweeted Winer’s line and Howard Weaver then started a discussion with this tweet: “Is it news if it’s not reported? I don’t think so.” I don’t think he’s saying that the reporting needs to be done by a professional, but he is saying that reporting is what makes news news. Does news need the middleman?
Steve Yelvington just tweeted that “The Washington Post ’salon’ debacle is a clash between myth and reality on so many levels: ‘the select few who will actually get it done.’” Being needed.
The realization of that myth – the myth of necessity – hit me head-on when I read an unselfconsciously narcissistic feature in The New York Times this week about the room where the 4 p.m. news meeting is held. Guardian editor Alan Rusbridger has likened that meeting to a “religious ceremony.” The Times feature certainly acted as if it were taking us inside the Pope’s chapel: “The table was formidable: oval and elegant, with curves of gleaming wood. The editors no less so: 11 men and 7 women with the power to decide what was important in the world.”
Behold the hubris of that: They decide what is important. Because we can’t. That’s what it says. That’s what they believe.
I was trained to accept that myth: that journalists decide what’s important, that it’s a skill with which they are imbued: news judgment. I worked hard to gain and exercise that judgment. The myth further holds that no judgment of importance is more important than The Times’; that’s why, every night, it sends out to the rest of newspaperdom its choices. News isn’t news until it’s reported and it’s not important until The Times says so.
But why do we need anyone to tell us what’s important? We decide that. What’s important to you isn’t important to me. Why must we all share the same importance? Because we all shared the same newspaper. There is the wellspring of the myth: the press.
I am trying to cut through these many myths about newsso I can reexamine them. In something I’m writing now for another project, I say: “To start, it is critical that we understand and question every assumption that emerged from old realities – for example, that news should be a once-a-day, one-for-all, one-way experience just because that’s what the means of production and distribution of the newspaper and the TV broadcast necessitated.” And: “Owning the printing press or broadcast tower used to define advantage: I own and control the means of production and distribution and you and don’t, which enables me to decide what gets distributed and forces you to come to me if you want to reach the public through news or through advertising, whose price I alone set with little or no concern for competition.”
No more. The press has become journalism’s curse, not only because it now brings a crushing cost burden but also because it led to all these myths: that we journalists own the news, that we’re necessary to it, that we decide what’s reported and what’s important, that we can package the world for you every day in a box with a bow on it, that what we do is perfect (with rare, we think, exceptions), that the world should come to us to be informed, that we deserve to be paid for this service, that the world needs us.
The journalistic narcissism that extrudes from the press extends to so much of the journalist’s relationship with her public. Jay Rosen just tweeted his headline for Plain Dealer Connie Schultz’ return of spitball (below): “A blogger was mean to me so that means I’m right.” John McQuaid tweeted that he feared I was “only abetting Connie Schultz’s effort to turn a real debate into a bloggers vs. MSM culture war.” He’s right. Schultz didn’t address the substantive objections to her hare-brained and dangerous scheme; she made it about her.
Oh, I know, this is all a big set-up for your punchline: A blogger is talking about narcissism? Heh. Isn’t blogging the ultimate narcissism? But who called it that, who made that judgment? Journalists, as far as I’ve seen. When they talk, it’s important. When we talk, it’s narcissism. What we say can’t be important – can it? – because we’re not paid and printed. But I don’t want to replay the blog culture war, which I keep hoping is over. I want to question assumptions, to find the cause and effect of myths.
And that’s what Winer is trying to do when he reminds us that the important people in news are the sources and witnesses, who can now publish and broadcast what they know. The question journalists must ask, again, is how they add value to that. Of course, journalists can add much: reporting, curating, vetting, correcting, illustrating, giving context, writing narrative. And, of course, I’m all in favor of having journalists; I’m teaching them. But what’s hard to face is that the news can go on without them. They’re the ones who need to figure out how to make themselves needed. They can and they will but they can no longer simply rest on the press and its myths.
6.7.09
"È vero, non abbiamo rispettato gli impegni"
Bob Geldof durante l'incontro con Silvio Berlusconi
Berlusconi incalzato da Geldof ammette i ritardi nei pagamenti:
«E' la crisi, rimedierò».
«Signor presidente, tutti hanno lo stesso problema»
INTERVISTA DI MARIO CALABRESI
Silvio Berlusconi e Bob Geldof si incontrano nel cortile di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio è tormentato dal torcicollo, ma mantiene la promessa di rispondere alle critiche che la rock star famosa per il suo impegno per l’Africa gli ha fatto pubblicamente. Geldof, appena arrivato da Londra, sta ripassando le domande e i dati sugli aiuti italiani all’Africa. Si ritrovano un attimo dopo nello studio del presidente del Consiglio. Si siedono al centro, uno accanto all’altro; le loro squadre sono su due divani contrapposti – i consiglieri di One, la Ong per l’Africa, da un lato; e gli uomini della Farnesina e di Palazzo Chigi dall’altro, tra cui Gianni Letta e Paolo Bonaiuti. Quello che segue è il resoconto di un’intervista non convenzionale, uno scambio che a tratti è sembrato quasi un incontro di pugilato. Ho temuto un paio di volte che Berlusconi prima, Geldof poi, si alzassero abbandonando la sala, ma alla fine ce l’abbiamo fatta ad arrivare fino in fondo e lo scontro è stato leale. Geldof: «Signor presidente, vado subito alla sostanza. Lei è lo statista di più lungo corso del G8. Nel 2001, a Genova, avete creato il Fondo Globale per l’Hiv/Aids, rendendo disponibile una terapia salva vita gratuita per 3 milioni di persone in Africa. Quindi ha partecipato al vertice di Gleneagles, dove vi eravate impegnati ad investire in aiuti lo 0,51% del Prodotto Interno Lordo entro il 2010, e lo 0,7% entro il 2015: l’Italia, al momento, ha mantenuto solo il 3% di questa promessa. Dalle speranze di Genova siamo passati alla delusione di Gleneagles: non sente il peso di questa responsabilità?»
Berlusconi comincia a leggere da un appunto: «Lei ha ragione, c’è un ritardo nei pagamenti. Noi, però, siamo stati via dal governo per due anni e mezzo. Quando siamo tornati, abbiamo trovato un debito del 110% rispetto al Pil. Ora, a causa della crisi economica, questo debito è salito al 120% e l’Unione Europea non ci permette di restare a questi livelli. Nel fare la legge finanziaria, il Parlamento ha deciso di limitare le spese. Ci è dispiaciuto ridurre anche gli aiuti all’Africa, e su questo abbiamo aperto un dibattito. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è impegnato a tornare in linea con i nostri impegni entro tre anni». Geldof si innervosisce: «Il G8 è in programma fra tre giorni, non tre anni: come presidente di questo vertice, cosa si impegna a fare?». Berlusconi: «Guardi, quanto è accaduto è il contrario di ciò che sto facendo personalmente: quest’anno ho finanziato un orfanotrofio in Thailandia e un ospedale per bambini in Brasile. Comprendo la sua preoccupazione e apprezzo molto il lavoro che fa per i più poveri, ma abbiamo avuto ostacoli oggettivi». Berlusconi dà la parola al consigliere diplomatico di Tremonti, che comincia a spiegare: «Abbiamo iniziato a ripianare i ritardi nei pagamenti verso la Banca Mondiale e le altre organizzazioni finanziarie internazionali. Entro il 2010 raggiungeremo la quota dello 0,33% del Pil destinato agli aiuti, e arriveremo allo 0,51% nel 2015». Geldof lo interrompe: «Mi scusi, sono consapevole di questo. Grazie per la spiegazione». E si rivolge al presidente del Consiglio: «Non ci credo. Per riuscire a realizzare questo piano dovreste fare un lavoro incredibile. E poi non abbiamo più bisogno di piani: ora servono azioni. Sono stufo dei piani, bisogna agire. Dobbiamo avere più aiuti pubblici allo sviluppo. Quando tagliate gli aiuti, levate il cibo dalla bocca dei bambini affamati; togliete letteralmente gli aghi dalle vene dei malati. Perché dobbiamo comportarci così? L’Africa è il secondo mercato emergente del mondo, dopo la Cina. Ha più paesi democratici e meno guerre dell’Asia. Qui stiamo parlando di pochi spiccioli: perché è così difficile reperire i fondi per aiutarla? La cancelliera tedesca Merkel, il premier britannico Brown, persino il presidente francese Sarkozy ha aumentato gli aiuti, ma l’Italia li ha ridotti di 400 milioni. Le economie di tutti i paesi sono un disastro, ma tutti mantengono le promesse che hanno fatto ai poveri. Meno l’Italia. Come può guidare il G8? Dov’è la sua credibilità? E’ una questione umana, non tattica. Siamo stanchi di vedere la gente che muore di fame!» Berlusconi fa un cenno di assenso, si capisce che è stato colpito dall’immagine dei bambini affamati. Geldof aggiunge: «Le parlo come uomo d’affari. Ho visto l’accordo concluso con Gheddafi, tutto business e concretezza: perché non estendere questo atteggiamento all’intero continente? Guiderà il G8 verso una percezione diversa dell’Africa?» Berlusconi: «Sì, sì. Io sono anche il leader che ha più esperienza, e non solo su questo tema. Gli altri sono dei bambini, confronto a me. Su questo punto, però, ho dovuto seguire le posizioni del mio ministro per l’Economia. Ha una forte personalità e ritiene che come prima cosa si debbano rispettare gli obblighi con le istituzioni europee e quelle finanziarie internazionali. Però ha promesso che torneremo in linea con gli impegni presi per gli aiuti allo sviluppo entro tre anni. Vede, lei vive questo problema con intensità emotiva: i soldi sono cibo, e io apprezzo molto il suo lavoro. Ne ho parlato con Tremonti - dice Berlusconi scherzando -, ci ho pure litigato: mi ha presentato le dimissioni un mare di volte. Io però le ho respinte, perché non ho un altro ministro a disposizione. Sul tavolo del G8 ci saranno cinque o sei problemi di grande importanza: l’Africa sarà uno di questi. Dopo, nella finanziaria, vedrò di cambiare il piano per il rientro». Geldof scuote la testa. Mostra a Berlusconi i documenti che il premier aveva approvato al G8 di Gleneagles: «Qui c’è la firma di un paese e l’onore di un uomo».
Berlusconi li legge e ammette: «Mi dispiace, abbiamo commesso un errore». Geldof allora riprende: «Una ragione per cui la crisi in cui ci troviamo è così grave sta proprio nel fatto che abbiamo lasciato il 50% della popolazione mondiale fuori dal nostro sistema. Come puoi vivere con meno di due dollari al giorno? E se guadagni così poco, come puoi comprare i nostri prodotti? L’Africa è un mercato più grande dell’India, del Brasile, della Russia o del Messico: non crede che dovremmo includerla? Se i cittadini africani possono comprare i nostri prodotti, ci sarebbero più posti di lavoro anche in Italia». Berlusconi stringe i pugni: «Lei ha ragione: quando si assume un impegno, bisogna mantenerlo. Noi siamo in ritardo, e questo ritardo dobbiamo colmarlo. Mi dispiace di non aver mantenuto le promesse, ci siamo fatti prendere da tutte le cose che ci sono cadute addosso. La crisi, il terremoto. Abbiamo anche una situazione di forte contrasto con l’opposizione, giudici che ci attaccano...». Geldof lo blocca ancora: «Ma questa, signor presidente, non è una discussione sui media o il sistema giudiziario: stiamo parlando di gente povera che non ha difese». A quel punto, per cercare di abbassare i toni, interviene Gianni Letta, che interrompe Geldof: «Ha sentito: il nostro presidente ha espresso la volontà di cercare una soluzione». Geldof: «D’accordo, ma il G8 è fra tre giorni. Il presidente americano Obama ha detto che vuole affrontare l’emergenza dei paesi poveri: possiamo decidere qualcosa di concreto?»
Berlusconi: «Ho avuto un ottimo incontro col presidente Obama, mi ha fatto una grande impressione. Ha detto che vuole creare un fondo per la sicurezza alimentare: lui ha promesso di stanziare un miliardo di dollari per i prossimi quattro anni, e ora chiede che gli altri sette paesi del G8 mettano un altro miliardo. Io darò una risposta positiva». Geldof: «Saranno nuovi soldi, oppure verranno dagli aiuti che avreste dovuto finanziare già in passato?» Berlusconi: «Nuovi fondi, sì. Vede che faccio sul serio? Io prima di incontrarla ho letto le cose che lei ha scritto, i rimproveri per gli impegni non rispettati, eppure non mi sono sottratto a questa intervista. L’ho fatto perché apprezzo il suo sforzo. Siamo nel torto assoluto e voglio impegnarmi con una persona come lei, che spende la sua vita in questa bellissima missione. Va bene? Cercheremo di non deluderla». Geldof: «Signor presidente, lasciamo perdere l’intervista con “La Stampa”, parliamo francamente tra noi: cosa farà di concreto?». Di nuovo Letta interviene: «Il nostro presidente raccoglierà i suoi suggerimenti ed elaborerà una risposta nei prossimi giorni». Geldof: «E’ una questione di credibilità. Credibilità politica. Lei rischia di diventare il “Signor 3%”, quello che mantiene solo il 3% delle sue promesse. Cosa farà di concreto all’Aquila?». Berlusconi non capisce cosa significhi «Mister 3%», resta interdetto. Il suo assistente Valentino Valentini, che è seduto tra loro e traduce, gli spiega l’accusa di Geldof. Allora Berlusconi si fa più serio e scandisce le parole: «Io come imprenditore non ho mai mancato ad una promessa, e con gli elettori mi sto comportando nello stesso modo. In questo caso c’è stata una impossibilità di bilancio che non è dipesa da me. Se avessimo dato i soldi in questa direzione avremmo avuto delle penalità terribili dall’Europa. Siamo stati nell’impossibilità di adempiere agli impegni, impossibilitati a spendere. Adesso dobbiamo trovare un modo per chiudere altre spese e spostare i soldi nella direzione degli aiuti. Abbiamo forse la possibilità di farlo, ma sono tutti tagli molto dolorosi». Geldof: «Ma questo sarebbe un investimento». Berlusconi: «Sì, ne sono sicuro. Ho letto l’ultima relazione dell’Onu secondo cui nei prossimi 15 anni ci saranno due miliardi di persone in più al mondo, che nasceranno nei paesi esclusi dal benessere. Ci rimettiamo tutti, se non facciamo in modo che la libertà, la democrazia e quindi il benessere si diffondano. Ma ad un certo momento non abbiamo avuto la possibilità materiale di farlo, perché l’Europa che ci minacciava delle penalità...». Geldof: «Non rimproveri Bruxelles, presidente: Bruxelles è più lontana da Roma dell’Africa. Io sono stato a Lampedusa: se volete fermare la tragedia dell’immigrazione clandestina, dovete aiutare i paesi di provenienza a creare condizioni di vita migliori e aiutare a svilupparsi le loro economie. Signor presidente, quando i ricchi diventano meno ricchi, i poveri diventano ancora più poveri». Berlusconi: «Certo: più quelle persone diventano povere, più diventano disperate. So bene che aiutarle non è solo un dovere, ma anche un nostro interesse». Geldof: «Vuol dire che a L’Aquila farà qualcosa?». «Prenderò la guida. Insieme ad Obama agiremo, ne sono assolutamente convinto. Vedremo di farlo».
Berlusconi incalzato da Geldof ammette i ritardi nei pagamenti:
«E' la crisi, rimedierò».
«Signor presidente, tutti hanno lo stesso problema»
INTERVISTA DI MARIO CALABRESI
Silvio Berlusconi e Bob Geldof si incontrano nel cortile di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio è tormentato dal torcicollo, ma mantiene la promessa di rispondere alle critiche che la rock star famosa per il suo impegno per l’Africa gli ha fatto pubblicamente. Geldof, appena arrivato da Londra, sta ripassando le domande e i dati sugli aiuti italiani all’Africa. Si ritrovano un attimo dopo nello studio del presidente del Consiglio. Si siedono al centro, uno accanto all’altro; le loro squadre sono su due divani contrapposti – i consiglieri di One, la Ong per l’Africa, da un lato; e gli uomini della Farnesina e di Palazzo Chigi dall’altro, tra cui Gianni Letta e Paolo Bonaiuti. Quello che segue è il resoconto di un’intervista non convenzionale, uno scambio che a tratti è sembrato quasi un incontro di pugilato. Ho temuto un paio di volte che Berlusconi prima, Geldof poi, si alzassero abbandonando la sala, ma alla fine ce l’abbiamo fatta ad arrivare fino in fondo e lo scontro è stato leale. Geldof: «Signor presidente, vado subito alla sostanza. Lei è lo statista di più lungo corso del G8. Nel 2001, a Genova, avete creato il Fondo Globale per l’Hiv/Aids, rendendo disponibile una terapia salva vita gratuita per 3 milioni di persone in Africa. Quindi ha partecipato al vertice di Gleneagles, dove vi eravate impegnati ad investire in aiuti lo 0,51% del Prodotto Interno Lordo entro il 2010, e lo 0,7% entro il 2015: l’Italia, al momento, ha mantenuto solo il 3% di questa promessa. Dalle speranze di Genova siamo passati alla delusione di Gleneagles: non sente il peso di questa responsabilità?»
Berlusconi comincia a leggere da un appunto: «Lei ha ragione, c’è un ritardo nei pagamenti. Noi, però, siamo stati via dal governo per due anni e mezzo. Quando siamo tornati, abbiamo trovato un debito del 110% rispetto al Pil. Ora, a causa della crisi economica, questo debito è salito al 120% e l’Unione Europea non ci permette di restare a questi livelli. Nel fare la legge finanziaria, il Parlamento ha deciso di limitare le spese. Ci è dispiaciuto ridurre anche gli aiuti all’Africa, e su questo abbiamo aperto un dibattito. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è impegnato a tornare in linea con i nostri impegni entro tre anni». Geldof si innervosisce: «Il G8 è in programma fra tre giorni, non tre anni: come presidente di questo vertice, cosa si impegna a fare?». Berlusconi: «Guardi, quanto è accaduto è il contrario di ciò che sto facendo personalmente: quest’anno ho finanziato un orfanotrofio in Thailandia e un ospedale per bambini in Brasile. Comprendo la sua preoccupazione e apprezzo molto il lavoro che fa per i più poveri, ma abbiamo avuto ostacoli oggettivi». Berlusconi dà la parola al consigliere diplomatico di Tremonti, che comincia a spiegare: «Abbiamo iniziato a ripianare i ritardi nei pagamenti verso la Banca Mondiale e le altre organizzazioni finanziarie internazionali. Entro il 2010 raggiungeremo la quota dello 0,33% del Pil destinato agli aiuti, e arriveremo allo 0,51% nel 2015». Geldof lo interrompe: «Mi scusi, sono consapevole di questo. Grazie per la spiegazione». E si rivolge al presidente del Consiglio: «Non ci credo. Per riuscire a realizzare questo piano dovreste fare un lavoro incredibile. E poi non abbiamo più bisogno di piani: ora servono azioni. Sono stufo dei piani, bisogna agire. Dobbiamo avere più aiuti pubblici allo sviluppo. Quando tagliate gli aiuti, levate il cibo dalla bocca dei bambini affamati; togliete letteralmente gli aghi dalle vene dei malati. Perché dobbiamo comportarci così? L’Africa è il secondo mercato emergente del mondo, dopo la Cina. Ha più paesi democratici e meno guerre dell’Asia. Qui stiamo parlando di pochi spiccioli: perché è così difficile reperire i fondi per aiutarla? La cancelliera tedesca Merkel, il premier britannico Brown, persino il presidente francese Sarkozy ha aumentato gli aiuti, ma l’Italia li ha ridotti di 400 milioni. Le economie di tutti i paesi sono un disastro, ma tutti mantengono le promesse che hanno fatto ai poveri. Meno l’Italia. Come può guidare il G8? Dov’è la sua credibilità? E’ una questione umana, non tattica. Siamo stanchi di vedere la gente che muore di fame!» Berlusconi fa un cenno di assenso, si capisce che è stato colpito dall’immagine dei bambini affamati. Geldof aggiunge: «Le parlo come uomo d’affari. Ho visto l’accordo concluso con Gheddafi, tutto business e concretezza: perché non estendere questo atteggiamento all’intero continente? Guiderà il G8 verso una percezione diversa dell’Africa?» Berlusconi: «Sì, sì. Io sono anche il leader che ha più esperienza, e non solo su questo tema. Gli altri sono dei bambini, confronto a me. Su questo punto, però, ho dovuto seguire le posizioni del mio ministro per l’Economia. Ha una forte personalità e ritiene che come prima cosa si debbano rispettare gli obblighi con le istituzioni europee e quelle finanziarie internazionali. Però ha promesso che torneremo in linea con gli impegni presi per gli aiuti allo sviluppo entro tre anni. Vede, lei vive questo problema con intensità emotiva: i soldi sono cibo, e io apprezzo molto il suo lavoro. Ne ho parlato con Tremonti - dice Berlusconi scherzando -, ci ho pure litigato: mi ha presentato le dimissioni un mare di volte. Io però le ho respinte, perché non ho un altro ministro a disposizione. Sul tavolo del G8 ci saranno cinque o sei problemi di grande importanza: l’Africa sarà uno di questi. Dopo, nella finanziaria, vedrò di cambiare il piano per il rientro». Geldof scuote la testa. Mostra a Berlusconi i documenti che il premier aveva approvato al G8 di Gleneagles: «Qui c’è la firma di un paese e l’onore di un uomo».
Berlusconi li legge e ammette: «Mi dispiace, abbiamo commesso un errore». Geldof allora riprende: «Una ragione per cui la crisi in cui ci troviamo è così grave sta proprio nel fatto che abbiamo lasciato il 50% della popolazione mondiale fuori dal nostro sistema. Come puoi vivere con meno di due dollari al giorno? E se guadagni così poco, come puoi comprare i nostri prodotti? L’Africa è un mercato più grande dell’India, del Brasile, della Russia o del Messico: non crede che dovremmo includerla? Se i cittadini africani possono comprare i nostri prodotti, ci sarebbero più posti di lavoro anche in Italia». Berlusconi stringe i pugni: «Lei ha ragione: quando si assume un impegno, bisogna mantenerlo. Noi siamo in ritardo, e questo ritardo dobbiamo colmarlo. Mi dispiace di non aver mantenuto le promesse, ci siamo fatti prendere da tutte le cose che ci sono cadute addosso. La crisi, il terremoto. Abbiamo anche una situazione di forte contrasto con l’opposizione, giudici che ci attaccano...». Geldof lo blocca ancora: «Ma questa, signor presidente, non è una discussione sui media o il sistema giudiziario: stiamo parlando di gente povera che non ha difese». A quel punto, per cercare di abbassare i toni, interviene Gianni Letta, che interrompe Geldof: «Ha sentito: il nostro presidente ha espresso la volontà di cercare una soluzione». Geldof: «D’accordo, ma il G8 è fra tre giorni. Il presidente americano Obama ha detto che vuole affrontare l’emergenza dei paesi poveri: possiamo decidere qualcosa di concreto?»
Berlusconi: «Ho avuto un ottimo incontro col presidente Obama, mi ha fatto una grande impressione. Ha detto che vuole creare un fondo per la sicurezza alimentare: lui ha promesso di stanziare un miliardo di dollari per i prossimi quattro anni, e ora chiede che gli altri sette paesi del G8 mettano un altro miliardo. Io darò una risposta positiva». Geldof: «Saranno nuovi soldi, oppure verranno dagli aiuti che avreste dovuto finanziare già in passato?» Berlusconi: «Nuovi fondi, sì. Vede che faccio sul serio? Io prima di incontrarla ho letto le cose che lei ha scritto, i rimproveri per gli impegni non rispettati, eppure non mi sono sottratto a questa intervista. L’ho fatto perché apprezzo il suo sforzo. Siamo nel torto assoluto e voglio impegnarmi con una persona come lei, che spende la sua vita in questa bellissima missione. Va bene? Cercheremo di non deluderla». Geldof: «Signor presidente, lasciamo perdere l’intervista con “La Stampa”, parliamo francamente tra noi: cosa farà di concreto?». Di nuovo Letta interviene: «Il nostro presidente raccoglierà i suoi suggerimenti ed elaborerà una risposta nei prossimi giorni». Geldof: «E’ una questione di credibilità. Credibilità politica. Lei rischia di diventare il “Signor 3%”, quello che mantiene solo il 3% delle sue promesse. Cosa farà di concreto all’Aquila?». Berlusconi non capisce cosa significhi «Mister 3%», resta interdetto. Il suo assistente Valentino Valentini, che è seduto tra loro e traduce, gli spiega l’accusa di Geldof. Allora Berlusconi si fa più serio e scandisce le parole: «Io come imprenditore non ho mai mancato ad una promessa, e con gli elettori mi sto comportando nello stesso modo. In questo caso c’è stata una impossibilità di bilancio che non è dipesa da me. Se avessimo dato i soldi in questa direzione avremmo avuto delle penalità terribili dall’Europa. Siamo stati nell’impossibilità di adempiere agli impegni, impossibilitati a spendere. Adesso dobbiamo trovare un modo per chiudere altre spese e spostare i soldi nella direzione degli aiuti. Abbiamo forse la possibilità di farlo, ma sono tutti tagli molto dolorosi». Geldof: «Ma questo sarebbe un investimento». Berlusconi: «Sì, ne sono sicuro. Ho letto l’ultima relazione dell’Onu secondo cui nei prossimi 15 anni ci saranno due miliardi di persone in più al mondo, che nasceranno nei paesi esclusi dal benessere. Ci rimettiamo tutti, se non facciamo in modo che la libertà, la democrazia e quindi il benessere si diffondano. Ma ad un certo momento non abbiamo avuto la possibilità materiale di farlo, perché l’Europa che ci minacciava delle penalità...». Geldof: «Non rimproveri Bruxelles, presidente: Bruxelles è più lontana da Roma dell’Africa. Io sono stato a Lampedusa: se volete fermare la tragedia dell’immigrazione clandestina, dovete aiutare i paesi di provenienza a creare condizioni di vita migliori e aiutare a svilupparsi le loro economie. Signor presidente, quando i ricchi diventano meno ricchi, i poveri diventano ancora più poveri». Berlusconi: «Certo: più quelle persone diventano povere, più diventano disperate. So bene che aiutarle non è solo un dovere, ma anche un nostro interesse». Geldof: «Vuol dire che a L’Aquila farà qualcosa?». «Prenderò la guida. Insieme ad Obama agiremo, ne sono assolutamente convinto. Vedremo di farlo».
Cristiani, disobbedite come a Los Angeles
di padre Alex Zanotelli
Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato che un paese come l’Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e xenofoba. Noi che siamo vissuti per secoli emigrando per cercare un tozzo di pane (sono 60 milioni gli italiani che vivono all’estero!), ora ripetiamo sugli immigrati lo stesso trattamento, anzi peggiorandolo, che noi italiani abbiamo subito un po’ ovunque nel mondo.
Questa legge è stata votata sull’onda lunga di un razzismo e una xenofobia crescente di cui la Lega è la migliore espressione.
Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei ricordare che criminali non sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che obbligano le persone a emigrare. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un diritto.
Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno (i nostri immigrati non sono già tartassati abbastanza?), le ronde, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e matrimoni misti, il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione ed infine la proibizione per una donna clandestina che partorisce in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all’anagrafe.
Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la legge Turco-Napolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. Questa è una cultura razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e dell’emarginazione.
«Questo rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa - così hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani - contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali». Vorrei far notare che la nostra Costituzione è stata scritta in buona parte da esuli politici, rientrati in patria dopo l’esilio a causa del fascismo. Per ben due volte la costituzione italiana parla di diritto d’asilo, che il parlamento non ha mai trasformato in legge.
E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere cristiano: questa legge è la negazione di verità fondamentali della Buona Novella di Gesù di Nazareth. Chiedo alla Chiesa Italiana il coraggio di denunciare senza mezzi termini una legge che fa a pugni con i fondamenti della fede cristiana.
Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza civile. È l’invito che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles (California) , quando nel 2006 si dibatteva negli Usa una legge analoga dove si affermava che il clandestino è un criminale. Nell’omelia del mercoledì delle ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles ha detto che, se quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani dovrebbero fare oggi altrettanto.
Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite dei popoli d’Africa per oltre vent’anni, popoli che oggi noi respingiamo, indifferenti alle loro situazioni d’ingiustizia e d’impoverimento. Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio rivolse a Israele: «Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Esodo 22,20).
Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato che un paese come l’Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e xenofoba. Noi che siamo vissuti per secoli emigrando per cercare un tozzo di pane (sono 60 milioni gli italiani che vivono all’estero!), ora ripetiamo sugli immigrati lo stesso trattamento, anzi peggiorandolo, che noi italiani abbiamo subito un po’ ovunque nel mondo.
Questa legge è stata votata sull’onda lunga di un razzismo e una xenofobia crescente di cui la Lega è la migliore espressione.
Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei ricordare che criminali non sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che obbligano le persone a emigrare. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un diritto.
Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno (i nostri immigrati non sono già tartassati abbastanza?), le ronde, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e matrimoni misti, il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione ed infine la proibizione per una donna clandestina che partorisce in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all’anagrafe.
Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la legge Turco-Napolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. Questa è una cultura razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e dell’emarginazione.
«Questo rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa - così hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani - contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali». Vorrei far notare che la nostra Costituzione è stata scritta in buona parte da esuli politici, rientrati in patria dopo l’esilio a causa del fascismo. Per ben due volte la costituzione italiana parla di diritto d’asilo, che il parlamento non ha mai trasformato in legge.
E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere cristiano: questa legge è la negazione di verità fondamentali della Buona Novella di Gesù di Nazareth. Chiedo alla Chiesa Italiana il coraggio di denunciare senza mezzi termini una legge che fa a pugni con i fondamenti della fede cristiana.
Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza civile. È l’invito che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles (California) , quando nel 2006 si dibatteva negli Usa una legge analoga dove si affermava che il clandestino è un criminale. Nell’omelia del mercoledì delle ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles ha detto che, se quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani dovrebbero fare oggi altrettanto.
Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite dei popoli d’Africa per oltre vent’anni, popoli che oggi noi respingiamo, indifferenti alle loro situazioni d’ingiustizia e d’impoverimento. Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio rivolse a Israele: «Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Esodo 22,20).
Voltategli le spalle
di Alberto Asor Rosa
Non si può non essere d'accordo - come sempre del resto - con il Presidente Giorgio Napolitano quando invita a sospendere per un po' le «polemiche politiche» in vista della partecipazione italiana al G8. Il resto, però, - e cioè lo sterminio «non politico», l'enorme zavorra che deborda, nonostante gli sforzi, da tutti i peggiori contenitori, - ci sovrasta, e temo non ci si possa far niente. La vergogna italiana è ormai consumata al cospetto del mondo, parlarne o non parlarne è più o meno la stessa cosa. Le incerte origini di una fortuna economica colossale, la disinvolta (!) gestione dei propri affari, gli avvocati internazionali comprati, lo stalliere mafioso, il rifiuto sistematico di sottoporsi alla giustizia del proprio paese (da cui, conseguentemente, il benemerito «lodo Alfano»), l'interesse pubblico interamente giocato a favore di quello privato, lo spropositato dominio sui media e, da ultimo, il prossenetismo di massa e un'esibizione senza precedenti di abitudini personali scandalose e di vizi privati che of course non sono riusciti a diventare pubbliche virtù, costituiscono oggi, ahimé, un patrimonio nazionale peculiarmente italiano, di cui è difficile, anzi impossibile liberarsi, anche tacendone. Da questo punto di vista, ci si può affidare solo alla fortuna, ovvero allo «stellone italiano», la categoria concettuale e pratica esattamente speculare, per superficie e approssimazione, dei guai inverosimili in cui gli italiani sono capaci da sé di cacciarsi.
Se però, nonostante fortuna e buona volontà e riservatezza e discrezione, del «resto» di dovesse continuare a parlare anche in prossimità di un evento internazionale tanto importante come il G8, e magari al suo interno e durante il suo svolgimento, si tenga presente quanto segue. Noi italiani dobbiamo rassegnarci all'idea che da soli non ce l'abbiamo mai fatta: che abbiamo avuto sempre bisogno di una mano amica per tirarci fuori dai gorghi dove eravamo precipitati. Dall'interno, beninteso, affinché il meccanismo si rimettesse in moto, c'è stato bisogno che piccoli gruppi destinati solo dopo a diventare grandi, esibissero la loro propria, personale e nazionale, volontà di riscatto e di liberazione. Ma perché questi piccoli diventassero efficaci al fine coraggiosamente prescelto, fu necessario che dall'esterno altre mani si protendessero a incontrare le nostre. Questo è stato vero anche nei momenti più esaltanti e fondativi della nostra storia: il Risorgimento (Francia e Inghilterra); l'antifascismo e la Resistenza (gli Alleati, ovviamente).
Potrebbe darsi che questo sia vero anche oggi. Sarebbe bello perciò che il G8 fosse occasione per qualche manifestazione di tal natura. Sarebbe sufficiente lanciare qualche modesto messaggio da parte degli ospiti stranieri: basterebbe voltare le spalle nel corso di una pubblica esibizione: declinare dignitosamente ma fermamente qualche invito; rifiutarsi di stringere qualche mano servilmente protesa; esibire una grave serietà quando ci si trovi di fronte ad una risata troppo ghignante ed esibita.
Al resto penserebbero la stampa, i fotografi, le televisioni. Fra i Grandi del G8 qualche personalità capace di questo dovrebbe pur esserci: dal sobrio laico laburista inglese Brown al multietnico e «libero pensatore» Obama all'onesta luterana tedesca Merkel. Se no, in che cosa consisterebbe la loro conclamata superiorità di comportamenti rispetto ai nostri, insomma, la «differenza» su cui anche noi italiani siamo costretti, e ridotti, a contare?
Mi rendo conto che questo discorso potrebbe esser considerato disfattista. Sono grande abbastanza tuttavia per ricordarmi che negli anni prima e durante la seconda Guerra mondiale gli italiani che parlavano da Radio Londra o militavano nelle diverse Resistenze europee prima che la nostra avesse inizio, venivano tacciati dai fascisti di alto tradimento, lesa maestà e, appunto, di disfattismo (anche questo, del resto, fa parte del doloroso "destino italiano": gli italiani buoni, per esser buoni, sono costretti a farsi accusare dai loro connazionali d'esser traditori). Da che parte stava allora l'onore d'Italia? Dove sta ora? L'onore non sta sempre dalla parte di chi più o meno legittimamente ci rappresenta. Oggi in Italia di sicuro sta altrove.
Non si può non essere d'accordo - come sempre del resto - con il Presidente Giorgio Napolitano quando invita a sospendere per un po' le «polemiche politiche» in vista della partecipazione italiana al G8. Il resto, però, - e cioè lo sterminio «non politico», l'enorme zavorra che deborda, nonostante gli sforzi, da tutti i peggiori contenitori, - ci sovrasta, e temo non ci si possa far niente. La vergogna italiana è ormai consumata al cospetto del mondo, parlarne o non parlarne è più o meno la stessa cosa. Le incerte origini di una fortuna economica colossale, la disinvolta (!) gestione dei propri affari, gli avvocati internazionali comprati, lo stalliere mafioso, il rifiuto sistematico di sottoporsi alla giustizia del proprio paese (da cui, conseguentemente, il benemerito «lodo Alfano»), l'interesse pubblico interamente giocato a favore di quello privato, lo spropositato dominio sui media e, da ultimo, il prossenetismo di massa e un'esibizione senza precedenti di abitudini personali scandalose e di vizi privati che of course non sono riusciti a diventare pubbliche virtù, costituiscono oggi, ahimé, un patrimonio nazionale peculiarmente italiano, di cui è difficile, anzi impossibile liberarsi, anche tacendone. Da questo punto di vista, ci si può affidare solo alla fortuna, ovvero allo «stellone italiano», la categoria concettuale e pratica esattamente speculare, per superficie e approssimazione, dei guai inverosimili in cui gli italiani sono capaci da sé di cacciarsi.
Se però, nonostante fortuna e buona volontà e riservatezza e discrezione, del «resto» di dovesse continuare a parlare anche in prossimità di un evento internazionale tanto importante come il G8, e magari al suo interno e durante il suo svolgimento, si tenga presente quanto segue. Noi italiani dobbiamo rassegnarci all'idea che da soli non ce l'abbiamo mai fatta: che abbiamo avuto sempre bisogno di una mano amica per tirarci fuori dai gorghi dove eravamo precipitati. Dall'interno, beninteso, affinché il meccanismo si rimettesse in moto, c'è stato bisogno che piccoli gruppi destinati solo dopo a diventare grandi, esibissero la loro propria, personale e nazionale, volontà di riscatto e di liberazione. Ma perché questi piccoli diventassero efficaci al fine coraggiosamente prescelto, fu necessario che dall'esterno altre mani si protendessero a incontrare le nostre. Questo è stato vero anche nei momenti più esaltanti e fondativi della nostra storia: il Risorgimento (Francia e Inghilterra); l'antifascismo e la Resistenza (gli Alleati, ovviamente).
Potrebbe darsi che questo sia vero anche oggi. Sarebbe bello perciò che il G8 fosse occasione per qualche manifestazione di tal natura. Sarebbe sufficiente lanciare qualche modesto messaggio da parte degli ospiti stranieri: basterebbe voltare le spalle nel corso di una pubblica esibizione: declinare dignitosamente ma fermamente qualche invito; rifiutarsi di stringere qualche mano servilmente protesa; esibire una grave serietà quando ci si trovi di fronte ad una risata troppo ghignante ed esibita.
Al resto penserebbero la stampa, i fotografi, le televisioni. Fra i Grandi del G8 qualche personalità capace di questo dovrebbe pur esserci: dal sobrio laico laburista inglese Brown al multietnico e «libero pensatore» Obama all'onesta luterana tedesca Merkel. Se no, in che cosa consisterebbe la loro conclamata superiorità di comportamenti rispetto ai nostri, insomma, la «differenza» su cui anche noi italiani siamo costretti, e ridotti, a contare?
Mi rendo conto che questo discorso potrebbe esser considerato disfattista. Sono grande abbastanza tuttavia per ricordarmi che negli anni prima e durante la seconda Guerra mondiale gli italiani che parlavano da Radio Londra o militavano nelle diverse Resistenze europee prima che la nostra avesse inizio, venivano tacciati dai fascisti di alto tradimento, lesa maestà e, appunto, di disfattismo (anche questo, del resto, fa parte del doloroso "destino italiano": gli italiani buoni, per esser buoni, sono costretti a farsi accusare dai loro connazionali d'esser traditori). Da che parte stava allora l'onore d'Italia? Dove sta ora? L'onore non sta sempre dalla parte di chi più o meno legittimamente ci rappresenta. Oggi in Italia di sicuro sta altrove.
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7.6.09
Il voto troppo tiepido per l’Europa
Con l’Europa ci succede un po’ quello che succedeva a Sant’Agostino col tempo: se non gli chiedevano cos’era, credeva di saperlo, ma quando glielo chiedevano gli sembrava di non saperlo più. Il forte ma vago senso di appartenenza all’Europa — a una civiltà comune e ben distinta non solo da quelle di altri continenti, Asia o Africa, ma anche, sia pure in modo assai più sfumato, da quella americana sua discendente — non si lascia definire. Non certo soltanto, ma forse anche per questo il voto per il Parlamento Europeo, nonostante la campagna elettorale, è generalmente euroscettico. È un voto tiepido, perché si elegge un Parlamento che non è proprio veramente tale, nella pienezza dei suoi poteri; nel quale in linea generale non si varano le leggi da cui più dipende il nostro destino. Gli eletti non potranno decidere, almeno direttamente, se pagheremo più o meno tasse, se potremo fare il testamento biologico o no, se la nostra Costituzione sarà o no sfregiata.
In Italia ci si interessa alle prossime elezioni europee pensando non tanto all’Europa, quanto alle ripercussioni che esse avranno sulla politica interna del nostro Paese. Pochi pensano a ciò che, nonostante i limiti che purtroppo vincolano il Parlamento Europeo, gli eletti possono comunque fare in tanti settori, promuovendo o ostacolando misure di grande importanza, lavorando al compimento dell’Unione Europea, che prima o dopo — piuttosto dopo che prima, purtroppo — dovrà divenire la nostra più forte realtà e i cui poteri si spera saranno un bel giorno più importanti, per tutti, di quelli dei singoli governi nazionali, così come oggi il governo dell’Italia mi interessa più di quello della mia pur amata Regione Friuli-Venezia Giulia.
Ma pochi pensano realmente con passione all’Europa, come invece pensavano e sentivano i suoi padri fondatori. In un articolo uscito l’1.5.2009 sul «Piccolo », Ferdinando Camon riportava, ad esempio, alcune dichiarazioni che il ministro Brunetta avrebbe rilasciato a una Miss Veneto poi non ammessa fra le candidate al Parlamento: secondo tali dichiarazioni, il Parlamento Europeo «non conta niente». L’affermazione attribuita al ministro Brunetta è importante, perché sembra riflettere un atteggiamento diffuso, forse anche fra i candidati al Parlamento stesso. Si ha l’impressione che molti di essi conoscano molto meglio i problemi italiani di quelli europei che, se eletti, avranno la responsabilità di affrontare e cercare di risolvere.
Si ha l’impressione, nonostante tante nobili e vaghe dichiarazioni programmatiche, che numerosi candidati al Parlamento Europeo, prima di leggere ad esempio l’articolo di Ivo Caizzi sul «Corriere», non sapessero esattamente che cosa ha fatto la legislatura europea ora trascorsa, di che cosa si è occupata, quali problemi — tariffari, etici, sociali — ha trattato, con successo o meno, e quali problemi concreti attendono al varco la legislatura europea che inizierà tra poco.
È facile fare generiche dichiarazioni sulla cultura o sulla libertà, ma è ben più difficile occuparsi di quegli innumerevoli, ingarbugliati, apparentemente prosaici aspetti in cui la libertà e la cultura si incarnano concretamente.
È strano che, posto che la testimonianza della Miss Veneto riportata da Camon sia attendibile, il ministro Brunetta — dalla faccia feroce quando annuncia licenziamenti, ma dalla lacrima facile quando viene lodato — abbia fatto quelle dichiarazioni sull’irrilevanza del Parlamento Europeo quasi con soddisfazione anziché con tristezza, in quanto, se ciò che egli dice corrispondesse alla realtà, sarebbe la constatazione di un male, che dovrebbe invitare a correggerlo.
Se l’Europa non esiste ancora abbastanza, questa è una disgrazia o almeno una fase di stallo che va superata. Dovremmo sentirci, armoniosamente e con altrettanta intensità, europei ed italiani nello stesso modo in cui ci sentiamo — a parte qualche ringhioso botolo di provincia, incapace di guardare oltre la sua cuccia — italiani e lombardi o marchigiani.
Non occorre scomodare Mazzini, Croce o Curtius, che ci hanno insegnato l’unità spirituale, culturale dell’Europa. C’è una realtà materiale ancora più importante. Oggi i problemi che ci investono coinvolgono l’Europa intera, dalla crisi finanziaria alla pressione dell’immigrazione; così come l’economia di Milano non può crollare senza ripercuotersi su Bologna o su Bari, ogni singolo Stato trascina in parte con sé, nel bene e nel male, tutti gli altri e ne è trascinato. Sarebbe ridicolo che l’immigrazione fosse regolata a Taranto da leggi diverse da quelle in vigore a Genova ed è ormai ridicola una politica diversa a Parigi e a Berlino rispetto ai problemi che interessano tutti gli europei. Se la realtà materiale, per tutti, è europea, essa deve tradursi, prima o poi, in una realtà politica anche formale ben più forte e compatta di quella attuale, che riduca i singoli Stati a funzioni sostanzialmente regionali, peraltro assai importanti.
L’Europa fonda la sua civiltà, rispetto ad altre pure grandi, sul primato dell’individuo rispetto alla totalità e perciò è stata la madre del liberalismo e della democrazia. A differenza di alcuni cugini d’oltre Atlantico, la valorizzazione europea dell’individuo non è l’esaltazione del cowboy che basta a se stesso e si fa giustizia da sé, bensì dell’individuo quale «animale politico», come diceva Aristotele, che si pone in relazione con la società e si sente responsabile della sorte di tutti i componenti della Polis, perché sa che il suo benessere esige, per essere veramente vissuto e goduto, il benessere o almeno la decenza di chi gli vive intorno. In tal senso, il socialismo è profondamente europeo e le civiltà o gli Stati che non hanno conosciuto il socialismo (s’intende quello democratico) non sono europei. Sono, possono e debbono essere nostri buoni vicini, ma non sono noi.
L’esigenza di un futuro vero Stato europeo e la fiducia nel suo avvento non escludono lo scetticismo circa i tempi e le difficoltà della sua necessaria realizzazione. Ci saranno regressivi rigurgiti di egoismi nazionali, paure fondate e infondate che ostacoleranno le iniziative più preveggenti, meschinità, elefantiasi burocratiche, scontri fra particolarismi, difese di privilegi e anche di enti e istituzioni inutili e costose. Chi crede nell’Europa sarà contento se si farà ogni tanto un passo avanti e mezzo passo indietro. La democrazia, ha scritto Günter Grass lodandola per questo, ha il passo della lumaca.
Non invidiamo dunque gli eletti, nonostante la loro cospicua remunerazione, perché — a parte i cinici che si candidano magari solo per lucro e i narcisisti, peggiori di loro, per vanità — il lavoro degli eletti onesti sarà duro, prosaico e noioso. Lo è del resto ogni autentico lavoro politico. Ma anche quello della madre di famiglia (oggi lo fanno un po’ pure i giovani padri, ma non tanto) che si occupa dei figli e della casa è fatto di tante cose di per sé non esaltanti, lavare, asciugare, fare la spesa, stirare, eppure… Anche questa, in fondo, è politica, cura di ciò che concorre al bene della Polis; non per nulla Lenin diceva che una brava madre di famiglia poteva essere commissario del popolo. Forse anche parlamentare europea, meglio di altre più appariscenti categorie femminili.
Claudio Magris
corriere.it
In Italia ci si interessa alle prossime elezioni europee pensando non tanto all’Europa, quanto alle ripercussioni che esse avranno sulla politica interna del nostro Paese. Pochi pensano a ciò che, nonostante i limiti che purtroppo vincolano il Parlamento Europeo, gli eletti possono comunque fare in tanti settori, promuovendo o ostacolando misure di grande importanza, lavorando al compimento dell’Unione Europea, che prima o dopo — piuttosto dopo che prima, purtroppo — dovrà divenire la nostra più forte realtà e i cui poteri si spera saranno un bel giorno più importanti, per tutti, di quelli dei singoli governi nazionali, così come oggi il governo dell’Italia mi interessa più di quello della mia pur amata Regione Friuli-Venezia Giulia.
Ma pochi pensano realmente con passione all’Europa, come invece pensavano e sentivano i suoi padri fondatori. In un articolo uscito l’1.5.2009 sul «Piccolo », Ferdinando Camon riportava, ad esempio, alcune dichiarazioni che il ministro Brunetta avrebbe rilasciato a una Miss Veneto poi non ammessa fra le candidate al Parlamento: secondo tali dichiarazioni, il Parlamento Europeo «non conta niente». L’affermazione attribuita al ministro Brunetta è importante, perché sembra riflettere un atteggiamento diffuso, forse anche fra i candidati al Parlamento stesso. Si ha l’impressione che molti di essi conoscano molto meglio i problemi italiani di quelli europei che, se eletti, avranno la responsabilità di affrontare e cercare di risolvere.
Si ha l’impressione, nonostante tante nobili e vaghe dichiarazioni programmatiche, che numerosi candidati al Parlamento Europeo, prima di leggere ad esempio l’articolo di Ivo Caizzi sul «Corriere», non sapessero esattamente che cosa ha fatto la legislatura europea ora trascorsa, di che cosa si è occupata, quali problemi — tariffari, etici, sociali — ha trattato, con successo o meno, e quali problemi concreti attendono al varco la legislatura europea che inizierà tra poco.
È facile fare generiche dichiarazioni sulla cultura o sulla libertà, ma è ben più difficile occuparsi di quegli innumerevoli, ingarbugliati, apparentemente prosaici aspetti in cui la libertà e la cultura si incarnano concretamente.
È strano che, posto che la testimonianza della Miss Veneto riportata da Camon sia attendibile, il ministro Brunetta — dalla faccia feroce quando annuncia licenziamenti, ma dalla lacrima facile quando viene lodato — abbia fatto quelle dichiarazioni sull’irrilevanza del Parlamento Europeo quasi con soddisfazione anziché con tristezza, in quanto, se ciò che egli dice corrispondesse alla realtà, sarebbe la constatazione di un male, che dovrebbe invitare a correggerlo.
Se l’Europa non esiste ancora abbastanza, questa è una disgrazia o almeno una fase di stallo che va superata. Dovremmo sentirci, armoniosamente e con altrettanta intensità, europei ed italiani nello stesso modo in cui ci sentiamo — a parte qualche ringhioso botolo di provincia, incapace di guardare oltre la sua cuccia — italiani e lombardi o marchigiani.
Non occorre scomodare Mazzini, Croce o Curtius, che ci hanno insegnato l’unità spirituale, culturale dell’Europa. C’è una realtà materiale ancora più importante. Oggi i problemi che ci investono coinvolgono l’Europa intera, dalla crisi finanziaria alla pressione dell’immigrazione; così come l’economia di Milano non può crollare senza ripercuotersi su Bologna o su Bari, ogni singolo Stato trascina in parte con sé, nel bene e nel male, tutti gli altri e ne è trascinato. Sarebbe ridicolo che l’immigrazione fosse regolata a Taranto da leggi diverse da quelle in vigore a Genova ed è ormai ridicola una politica diversa a Parigi e a Berlino rispetto ai problemi che interessano tutti gli europei. Se la realtà materiale, per tutti, è europea, essa deve tradursi, prima o poi, in una realtà politica anche formale ben più forte e compatta di quella attuale, che riduca i singoli Stati a funzioni sostanzialmente regionali, peraltro assai importanti.
L’Europa fonda la sua civiltà, rispetto ad altre pure grandi, sul primato dell’individuo rispetto alla totalità e perciò è stata la madre del liberalismo e della democrazia. A differenza di alcuni cugini d’oltre Atlantico, la valorizzazione europea dell’individuo non è l’esaltazione del cowboy che basta a se stesso e si fa giustizia da sé, bensì dell’individuo quale «animale politico», come diceva Aristotele, che si pone in relazione con la società e si sente responsabile della sorte di tutti i componenti della Polis, perché sa che il suo benessere esige, per essere veramente vissuto e goduto, il benessere o almeno la decenza di chi gli vive intorno. In tal senso, il socialismo è profondamente europeo e le civiltà o gli Stati che non hanno conosciuto il socialismo (s’intende quello democratico) non sono europei. Sono, possono e debbono essere nostri buoni vicini, ma non sono noi.
L’esigenza di un futuro vero Stato europeo e la fiducia nel suo avvento non escludono lo scetticismo circa i tempi e le difficoltà della sua necessaria realizzazione. Ci saranno regressivi rigurgiti di egoismi nazionali, paure fondate e infondate che ostacoleranno le iniziative più preveggenti, meschinità, elefantiasi burocratiche, scontri fra particolarismi, difese di privilegi e anche di enti e istituzioni inutili e costose. Chi crede nell’Europa sarà contento se si farà ogni tanto un passo avanti e mezzo passo indietro. La democrazia, ha scritto Günter Grass lodandola per questo, ha il passo della lumaca.
Non invidiamo dunque gli eletti, nonostante la loro cospicua remunerazione, perché — a parte i cinici che si candidano magari solo per lucro e i narcisisti, peggiori di loro, per vanità — il lavoro degli eletti onesti sarà duro, prosaico e noioso. Lo è del resto ogni autentico lavoro politico. Ma anche quello della madre di famiglia (oggi lo fanno un po’ pure i giovani padri, ma non tanto) che si occupa dei figli e della casa è fatto di tante cose di per sé non esaltanti, lavare, asciugare, fare la spesa, stirare, eppure… Anche questa, in fondo, è politica, cura di ciò che concorre al bene della Polis; non per nulla Lenin diceva che una brava madre di famiglia poteva essere commissario del popolo. Forse anche parlamentare europea, meglio di altre più appariscenti categorie femminili.
Claudio Magris
corriere.it
6.6.09
Dove porta l'odio dell'altro
BARBARA SPINELLI
Tra il discorso di giovedì all’Università del Cairo e la commemorazione dello sbarco in Normandia che avrà luogo oggi in Francia, Barack Obama ha scelto la sosta a Buchenwald, il campo di morte dove tra il 1937 e il 1945 furono rinchiusi 250 mila esseri umani provenienti da cinquanta Paesi diversi.
Morirono uccisi in 56 mila: 11 mila ebrei, gran parte del gruppo dirigente comunista a partire dal suo capo Ernst Thälmann, centinaia di soldati russi, e omosessuali, Rom, Sinti, uomini malati ritenuti «inabili al lavoro». Il Cairo, Buchenwald, la Normandia: tre luoghi e tre date si intrecciano, compongono insieme una storia e un tempo più vasto. Il passato dà pienezza al presente, il Ventesimo Secolo parla al Ventunesimo conferendogli profondità. In ambedue i secoli c’è sete di liberazione, in ambedue è questione di edificare un dopoguerra. Il 6 giugno 1944 in Normandia l’Europa fu liberata dal nazismo, l’11 febbraio 1945 furono i superstiti di Buchenwald a salvarsi. Oggi tocca uscire da un’altra guerra, prima che precipiti in ennesimi orrori e distruzioni: tocca, come ha detto al Cairo il Presidente, metter fine all’infausta guerra tra civiltà. La criminalizzazione dell’Islam deve finire, perché il rischio è grande di punire la diversità nel diverso, e di considerare la diversità un pericolo. Tutte e tre le tappe - Il Cairo, Buchenwald, la Normandia - narrano la difficile edificazione di un dopoguerra meno buio, fondato sulla memoria viva del passato.
Nel suo discorso a Buchenwald Obama ha sottolineato la centralità della memoria, perché non esiste ricominciamento che possa farne a meno. Soprattutto quando si è messi a cospetto di orrori talmente dolorosi che nello spettatore «subentra il mutismo, l’incapacità di proferire verbo» (accadde allo zio Charlie Payne, soldato che partecipò alla liberazione del campo: «per mesi», tornato in America, si chiuse nel silenzio). Eisenhower ne ebbe coscienza, quando vedendo il drappello di scheletri viventi accanto alle baracche disse a sè stesso e decise: bisogna che tutti vedano in immagine quel che sto guardando (tutti: tedeschi, giornalisti, soldati e deputati americani) altrimenti verrà il giorno in cui l’impensabile diverrà un’opinione.
Anche questa decisione ha voluto rammentare Obama, e anche in questo caso le tre tappe del suo viaggio si incrociano e quasi si fondono. Non si inizia una nuova relazione tra Islam e Occidente negando quel che è accaduto durante il nazismo. Non ci si mette a fabbricare un dopoguerra «raccontando menzogne sulla nostra storia». Obama sarà intransigente con lo Stato israeliano, giovedì ha definito «intollerabile» la vita dei palestinesi che vivono in terre di occupazione e ha chiesto al governo di Gerusalemme di smettere subito gli insediamenti, ma tutto questo ha senso se si riconosce quel che gli ebrei hanno sofferto e come avvenne la distruzione dell’ebraismo in Europa. Se si tocca con mano la verità storica come lui ha fatto ieri con Angela Merkel. A Buchenwald, è una guerra giusta che il Presidente Usa ricorda: l'ultima, forse, che gli americani considerino unanimemente tale. Tutti i conflitti successivi - Corea, Vietnam, Iraq - furono contestati.
Obama ha una propensione, forte, a connettere storie e tempi disparati; a creare mosaici molto ramificati, cosmopoliti. Anche la scelta di Buchenwald e di Dresda è colma di significati. Buchenwald fu innanzitutto massacro del diverso. Elie Wiesel, che ha accompagnato il Presidente assieme a un altro ex detenuto di Buchenwald, Bertrand Herz, ha usato ieri un’immagine tremenda: «Il primo esperimento di globalizzazione è stato fatto a Buchenwald, con il solo scopo di diminuire l’umanità degli esseri umani». Ma il luogo dove Hitler decretò la «distruzione attraverso il lavoro» fu anche qualcos’altro: fu simbolo della resistenza, perché i detenuti alla fine si organizzarono e presero il controllo del Lager. Quando i comandanti del campo si resero conto che le truppe Usa si stavano avvicinando, tentarono un’evacuazione dei detenuti (le «marce della morte») e i prigionieri salvarono centinaia di bambini e detenuti nascondendoli. Poi contattarono via radio i militari statunitensi e facilitarono il loro arrivo, l’11 aprile 1945.
Anche la visita di Dresda è significativa: è un esempio luminoso della politica della memoria in Germania, proprio perché evoca la vendetta atroce che si abbatté su di essa (Dresda subì un bombardamento alleato che fece 35 mila morti). Buchenwald simboleggia infine l’altro totalitarismo del ’900: il campo infatti non fu chiuso nel ’45, trovandosi prima in zona sovietica e poi in Germania comunista. Restò aperto fino al 1950: i morti per sevizie furono 7 mila.
Ricominciare la storia è ricordare dove può condurre l’odio dell’altro, e sapere che sempre può riaccendersi trasformandosi: oggi prende le forme, ha detto Obama, «del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, della xenofobia, del sessismo».
Le parole sono importanti per Obama, il suo viaggio in Medio Oriente ed Europa lo dimostra. E proprio perché sono importanti, non si può stravolgerle con bugie e revisionismi. A Ahmadinejad il Presidente ha offerto giovedì il dialogo, giungendo fino a confessare il coinvolgimento americano nella liquidazione violenta di Mohammed Mossadeq (il primo ministro entrato in conflitto con lo Scià negli Anni 50: «Gli Usa svolsero un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano eletto democraticamente», ha ammesso al Cairo), ma gli ha anche detto: ecco, prima di qualsiasi dialogo è a Buchenwald che devi mentalmente venire, sono queste pietre che devi toccare come le sto toccando io. Altrimenti ogni parola è infangata, e il dono della lingua dato agli umani è insensato. Altrimenti succede come ai nazisti, che fabbricarono un mostro presso Weimar, la città di Goethe e Schiller, e sul cancello del Lager scrissero, a grandi lettere, A OGNUNO IL SUO - JEDEM DAS SEINE, mostrando come uno dei più nobili precetti del diritto romano possa pervertirsi e divenire il più cinico e mortifero segno di odio.
lastampa.it
Tra il discorso di giovedì all’Università del Cairo e la commemorazione dello sbarco in Normandia che avrà luogo oggi in Francia, Barack Obama ha scelto la sosta a Buchenwald, il campo di morte dove tra il 1937 e il 1945 furono rinchiusi 250 mila esseri umani provenienti da cinquanta Paesi diversi.
Morirono uccisi in 56 mila: 11 mila ebrei, gran parte del gruppo dirigente comunista a partire dal suo capo Ernst Thälmann, centinaia di soldati russi, e omosessuali, Rom, Sinti, uomini malati ritenuti «inabili al lavoro». Il Cairo, Buchenwald, la Normandia: tre luoghi e tre date si intrecciano, compongono insieme una storia e un tempo più vasto. Il passato dà pienezza al presente, il Ventesimo Secolo parla al Ventunesimo conferendogli profondità. In ambedue i secoli c’è sete di liberazione, in ambedue è questione di edificare un dopoguerra. Il 6 giugno 1944 in Normandia l’Europa fu liberata dal nazismo, l’11 febbraio 1945 furono i superstiti di Buchenwald a salvarsi. Oggi tocca uscire da un’altra guerra, prima che precipiti in ennesimi orrori e distruzioni: tocca, come ha detto al Cairo il Presidente, metter fine all’infausta guerra tra civiltà. La criminalizzazione dell’Islam deve finire, perché il rischio è grande di punire la diversità nel diverso, e di considerare la diversità un pericolo. Tutte e tre le tappe - Il Cairo, Buchenwald, la Normandia - narrano la difficile edificazione di un dopoguerra meno buio, fondato sulla memoria viva del passato.
Nel suo discorso a Buchenwald Obama ha sottolineato la centralità della memoria, perché non esiste ricominciamento che possa farne a meno. Soprattutto quando si è messi a cospetto di orrori talmente dolorosi che nello spettatore «subentra il mutismo, l’incapacità di proferire verbo» (accadde allo zio Charlie Payne, soldato che partecipò alla liberazione del campo: «per mesi», tornato in America, si chiuse nel silenzio). Eisenhower ne ebbe coscienza, quando vedendo il drappello di scheletri viventi accanto alle baracche disse a sè stesso e decise: bisogna che tutti vedano in immagine quel che sto guardando (tutti: tedeschi, giornalisti, soldati e deputati americani) altrimenti verrà il giorno in cui l’impensabile diverrà un’opinione.
Anche questa decisione ha voluto rammentare Obama, e anche in questo caso le tre tappe del suo viaggio si incrociano e quasi si fondono. Non si inizia una nuova relazione tra Islam e Occidente negando quel che è accaduto durante il nazismo. Non ci si mette a fabbricare un dopoguerra «raccontando menzogne sulla nostra storia». Obama sarà intransigente con lo Stato israeliano, giovedì ha definito «intollerabile» la vita dei palestinesi che vivono in terre di occupazione e ha chiesto al governo di Gerusalemme di smettere subito gli insediamenti, ma tutto questo ha senso se si riconosce quel che gli ebrei hanno sofferto e come avvenne la distruzione dell’ebraismo in Europa. Se si tocca con mano la verità storica come lui ha fatto ieri con Angela Merkel. A Buchenwald, è una guerra giusta che il Presidente Usa ricorda: l'ultima, forse, che gli americani considerino unanimemente tale. Tutti i conflitti successivi - Corea, Vietnam, Iraq - furono contestati.
Obama ha una propensione, forte, a connettere storie e tempi disparati; a creare mosaici molto ramificati, cosmopoliti. Anche la scelta di Buchenwald e di Dresda è colma di significati. Buchenwald fu innanzitutto massacro del diverso. Elie Wiesel, che ha accompagnato il Presidente assieme a un altro ex detenuto di Buchenwald, Bertrand Herz, ha usato ieri un’immagine tremenda: «Il primo esperimento di globalizzazione è stato fatto a Buchenwald, con il solo scopo di diminuire l’umanità degli esseri umani». Ma il luogo dove Hitler decretò la «distruzione attraverso il lavoro» fu anche qualcos’altro: fu simbolo della resistenza, perché i detenuti alla fine si organizzarono e presero il controllo del Lager. Quando i comandanti del campo si resero conto che le truppe Usa si stavano avvicinando, tentarono un’evacuazione dei detenuti (le «marce della morte») e i prigionieri salvarono centinaia di bambini e detenuti nascondendoli. Poi contattarono via radio i militari statunitensi e facilitarono il loro arrivo, l’11 aprile 1945.
Anche la visita di Dresda è significativa: è un esempio luminoso della politica della memoria in Germania, proprio perché evoca la vendetta atroce che si abbatté su di essa (Dresda subì un bombardamento alleato che fece 35 mila morti). Buchenwald simboleggia infine l’altro totalitarismo del ’900: il campo infatti non fu chiuso nel ’45, trovandosi prima in zona sovietica e poi in Germania comunista. Restò aperto fino al 1950: i morti per sevizie furono 7 mila.
Ricominciare la storia è ricordare dove può condurre l’odio dell’altro, e sapere che sempre può riaccendersi trasformandosi: oggi prende le forme, ha detto Obama, «del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, della xenofobia, del sessismo».
Le parole sono importanti per Obama, il suo viaggio in Medio Oriente ed Europa lo dimostra. E proprio perché sono importanti, non si può stravolgerle con bugie e revisionismi. A Ahmadinejad il Presidente ha offerto giovedì il dialogo, giungendo fino a confessare il coinvolgimento americano nella liquidazione violenta di Mohammed Mossadeq (il primo ministro entrato in conflitto con lo Scià negli Anni 50: «Gli Usa svolsero un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano eletto democraticamente», ha ammesso al Cairo), ma gli ha anche detto: ecco, prima di qualsiasi dialogo è a Buchenwald che devi mentalmente venire, sono queste pietre che devi toccare come le sto toccando io. Altrimenti ogni parola è infangata, e il dono della lingua dato agli umani è insensato. Altrimenti succede come ai nazisti, che fabbricarono un mostro presso Weimar, la città di Goethe e Schiller, e sul cancello del Lager scrissero, a grandi lettere, A OGNUNO IL SUO - JEDEM DAS SEINE, mostrando come uno dei più nobili precetti del diritto romano possa pervertirsi e divenire il più cinico e mortifero segno di odio.
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5.6.09
Piccoli pensieri
Un tempo si pensava che la mente dei bambini avesse capacità limitate. Ma ora scopriamo che è più creativa e aperta di quella degli adulti
jonah lehrer, the boston globe, stati uniti
Cosa si prova a essere un bambino nei primi mesi di vita? Qualche secolo fa questa domanda sarebbe sembrata assurda: dietro quell’aspetto così dolce, avrebbero risposto gli scienziati dell’epoca, c’è solo una mente vuota. In quella fase della vita, infatti, mancano quasi tutte le capacità che definiscono la mente umana, come la parola e la possibilità di ragionare. Cartesio sosteneva che il bambino piccolo è tutto concentrato sulle sensazioni, irrimediabilmente intrappolato nel lusso confuso dell’hic et nunc. Secondo questa visione, un neonato è solo un grumo di bisogni, un fagotto di rilessi che sa solo mangiare e piangere. Pensare come un bambino piccolo, insomma, significa non pensare. La scienza moderna è quasi sempre stata d’accordo con questa teoria. Per decenni gli studiosi hanno descritto tutte le cose che un bambino piccolo non può fare a causa del suo cervello poco sviluppato: non può concentrarsi su un’attività, non può rimandare le gratificazioni e non può nemmeno esprimere i suoi desideri. Di recente, però, gli scienziati hanno cominciato a mettere in discussione le loro certezze. Usando tecniche e strumenti di ricerca innovativi, hanno scoperto che la mente dei bambini piccoli in realtà è molto attiva e riesce ad acquisire un’incredibile quantità di informazioni in un tempo relativamente breve. Diversamente dalla mente adulta, che si concentra su una limitata fetta di realtà, quella del bambino può assorbire una gamma di sensazioni molto più ampia. In un certo senso, i bambini sono più consapevoli del mondo di noi adulti. Questa ipercoscienza comporta diversi vantaggi. Innanzitutto, permette ai bambini di capire come funziona il mondo a un ritmo incredibilmente veloce. Anche se alla nascita sono totalmente impotenti, nel giro di pochi anni i bambini imparano tutto, dalla lingua alle attività motorie complesse come camminare. Secondo questa nuova teoria, le caratteristiche mentali dei bambini un tempo considerate carenze di sviluppo (come l’incapacità di concentrare l’attenzione), in realtà favoriscono l’apprendimento. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione che, in alcuni casi, agli adulti farebbe bene regredire a uno stato mentale infantile. Nonostante i suoi vantaggi, infatti, la maturità può inibire la creatività e spingere le persone a concentrarsi sulle cose sbagliate. Quando dobbiamo selezionare dei dati all’interno di una serie di informazioni apparentemente irrilevanti, o creare qualcosa di completamente nuovo, faremmo meglio a pensare come bambini piccoli. “Abbiamo sempre avuto un’idea fuorviante della mente dei bambini”, sostiene Alison Gopnik, una psicologa dell’università della California, autrice del libro The philosophical baby. “Nei primi anni di vita”, spiega, “il cervello è perfettamente strutturato per il compito che deve svolgere: imparare come funziona il mondo. In alcuni casi un cervello completamente sviluppato può perfino essere d’ostacolo”.
Un cervello più flessibile
Una delle implicazioni più sorprendenti di queste nuove ricerche riguarda la coscienza del bambino. Gli scienziati hanno sempre dato per scontato che i bambini fossero molto meno coscienti degli adulti. Secondo Gopnik, invece, sotto molti aspetti è vero il contrario. L’esperienza del bambino è come quella di un adulto che vede un film molto avvincente o che visita una città straniera, dove anche le cose più comuni sembrano nuove ed eccitanti. “Per un bambino”, spiega Gopnik, “ogni giorno è come andare a Disneyland per la prima volta. Provate a fare una passeggiata con un bambino di due anni. Vi renderete subito conto che vede cose che voi neanche notate”. C’è qualcosa di paradossale nel tentativo di studiare la vita interiore del bambino. Tanto per cominciare, non possiamo fargli domande. I bambini piccoli non possono descrivere le loro sensazioni e le loro emozioni né sono in grado di esprimere il piacere che provano quando gli viene dato un ciuccio o un peluche. Agli occhi di uno scienziato, la mente infantile è impenetrabile come una scatola nera. Negli ultimi anni, però, i ricercatori hanno trovato nuovi metodi per entrare nella testa dei bambini. Hanno misurato la densità del tessuto cerebrale, analizzato lo sviluppo delle connessioni neurali e studiato i movimenti degli occhi. Confrontando l’anatomia del loro cervello con quella di un adulto, gli scienziati possono formulare delle ipotesi sull’esperienza nel mondo infantile. Queste nuove tecniche di ricerca hanno permesso di scoprire cose sorprendenti. È emerso, per esempio, che il cervello di un bambino piccolo contiene in realtà più cellule cerebrali, o neuroni, di quello adulto. Nel momento stesso in cui apriamo gli occhi, i nostri neuroni avviano un processo di “sfoltimento”. Cominciano, cioè, a eliminare le connessioni neurali apparentemente inutili. Inoltre nei bambini le varie parti della corteccia cerebrale, che è il centro delle sensazioni e del pensiero superiore, sono collegate meglio rispetto a quelle della corteccia adulta. Queste differenze anatomiche non sono solo un segno di immaturità. Sono uno strumento importante che permette ai bambini di assimilare facilmente una grande quantità di informazioni. Anche se rende il cervello più efficiente, il processo di sfoltimento può ridurre la nostra capacità di pensare e di apprendere, perché siamo meno capaci di adattarci a nuove situazioni e di assorbire nuove informazioni. È come se ci fosse una sorta di compensazione tra la flessibilità della mente e la sua efficienza. Questo spiega in parte perché un bambino piccolo può imparare tre lingue contemporaneamente ma non è capace di allacciarsi le scarpe. Il cervello dei bambini nei primi anni di vita non è solo più denso e flessibile. È anche costruito in modo diverso: ha molti meno neurotrasmettitori inibitori, le sostanze chimiche che impediscono ai neuroni di attivarsi. Questo fa pensare che la mente del bambino, rispetto a quella dell’adulto, sia più affollata di pensieri fugaci e di sensazioni casuali. Mentre gli adulti bloccano automaticamente le informazioni irrilevanti, come il ronzio di un condizionatore d’aria o una conversazione tra estranei al tavolo vicino, i bambini assimilano tutto. Assorbono la realtà senza filtri. Si spiega così la profonda differenza nel modo in cui gli adulti e i bambini osservano il mondo. Se negli adulti l’attenzione funziona come un riflettore, un raggio direzionale che illumina un particolare aspetto della realtà, nei bambini piccoli somiglia più a una lanterna, che getta una luce diffusa su tutto quello che li circonda. “C’è chi dice che gli adulti sono più capaci di prestare attenzione rispetto ai bambini”, scrive Gopnik. “Ma non è esatto: sono solo più bravi a concentrarsi su un unico aspetto, escludendo il resto”. Pensiamo, per esempio, a cosa succede quando si mostra a dei bambini in età prescolare l’immagine di una persona (per comodità la chiameremo Jane) che guarda una fotografia di famiglia. Se si chiede ai bambini cosa sta guardando Jane, risponderanno subito che guarda le persone nella fotografia. Ma non si fermeranno qui: diranno anche che sta guardando la cornice, il muro dietro la fotografia e la sedia che intravede con la coda dell’occhio. In altre parole, i bambini saranno convinti che Jane presti attenzione a tutto quello che può vedere.
Il gioco delle due carte
Anche se non permette di rimanere concentrati su un’unica attività (i bambini in età prescolare si distraggono facilmente), questa forma di attenzione meno focalizzata presenta dei vantaggi. Per esempio, favorisce una migliore capacità di memoria, soprattutto quando si tratta di ricordare informazioni che in un dato momento sembravano secondarie. John Hagen, uno psicologo dell’università del Michigan, ha progettato un test per capire il rapporto tra concentrazione e memoria. A un bambino vengono mostrate due carte alla volta. Gli viene chiesto di memorizzare la carta di destra e di ignorare quella di sinistra. I bambini più grandi e gli adulti svolgono più facilmente questo compito, perché sono in grado di orientare l’attenzione. I bambini piccoli, invece, ricordano spesso la carta di sinistra: la loro lanterna, infatti, illumina più elementi possibili. Grazie a queste scoperte sulle capacità cognitive infantili e sul modo particolare in cui i bambini prestano attenzione, gli scienziati hanno formulato nuove ipotesi sul funzionamento della mente adulta. Oltre a rimuovere fatti e percezioni irrilevanti, a quanto pare la capacità di orientare l’attenzione può anche frenare l’immaginazione. A volte la mente funziona meglio quando smettiamo di controllarla. Le differenze tra l’attenzione dei bambini e quella degli adulti dipendono principalmente dalla corteccia prefrontale, la regione del cervello situata dietro gli occhi. Questa zona è responsabile di una vasta gamma di capacità cognitive, dall’attenzione orientata al pensiero astratto. Nei bambini non è ancora totalmente sviluppata (spesso lo sviluppo si completa solo con l’adolescenza). Gli scienziati hanno sempre sostenuto che all’origine dei cosiddetti comportamenti infantili c’è proprio la mancanza di una corteccia prefrontale pienamente operativa. Ma ora cominciano a rendersi conto che, in alcuni casi, per un adulto è meglio che quella zona del cervello allenti il controllo.
I vantaggi dell’immaturità
I ricercatori della Johns Hopkins university ne hanno avuto la conferma studiando l’attività cerebrale di alcuni musicisti jazz. Mentre suonavano una speciale tastiera, all’interno di un apparecchio per la risonanza magnetica, gli artisti mostravano un’attività ridotta della corteccia prefrontale durante la fase di improvvisazione: solo disattivando quella zona del cervello riuscivano a inventare nuove melodie. Gli scienziati paragonano questo stato di rilassatezza mentale alla fase Rem del sonno, alla meditazione e ad altre attività creative, come la composizione di poesie. Ma somiglia molto anche al modo di pensare dei bambini piccoli. Non a caso Baudelaire diceva che “il genio è l’infanzia ritrovata quando vogliamo”. L’immaturità del cervello dei bambini comporta anche un altro vantaggio: la capacità di assorbimento. Visionando le scansioni cerebrali di adulti che guardavano un film di Clint Eastwood, Rafael Malach, dell’università ebraica di Gerusalemme, ha notato uno strano schema di attività: la regione prefrontale era bloccata, mentre le zone posteriori del cervello associate alla percezione visiva erano attive. Come osserva Gopnik, questo stato mentale – la sensazione di essere completamente presi da qualcosa – ci ricorda quello che provavamo da bambini: “L’esperienza è così vivida che perdiamo la consapevolezza di noi stessi”. Ma non è solo il cinema a riportarci allo stato mentale infantile. Secondo Gopnik ci sono altre esperienze, dalla meditazione zen alla contemplazione, che possono produrre stati di coscienza così intensi da offuscare completamente l’io: “È l’estasi di cui scrivevano i poeti romantici”. Blake lo chiamava “vedere un mondo in un granello di sabbia”. Se non potessimo mai tornare a questa coscienza infantile, avremmo difficoltà a svolgere i compiti in cui bisogna lasciarsi andare e abbandonarsi completamente a quello che si sta facendo: per esempio girare un risotto o risolvere un cruciverba. Quei momenti sono spesso definiti attività di “lusso”. Il maestro zen Shunryu Suzuki, invece, definiva questo stato “mente di principiante”, perché permette agli adulti di pensare come bambini, di essere aperti a tutte le possibilità e liberi da preconcetti. Gopnik lo ha sperimentato personalmente: “Uno scienziato ha bisogno di pensare in entrambi i modi”, spiega. “Nella maggior parte dei casi ha bisogno di concentrarsi per analizzare i dati. Ma per essere creativo deve avere la mente libera. Quando il suo modo di pensare non funziona, deve trovarne uno nuovo”. In quei momenti, dice, dobbiamo ritrovare l’innocenza dei bambini, allentare le redini dell’attenzione e guardare con occhi nuovi il mondo che stiamo ancora cercando di capire.
© 2009 by Jonah Lehrer. Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara.
(jonah lehrer collabora con il Boston Globe, Wired, Seed, Nature e il New Yorker. Ha scritto Proust era un neuroscienziato (Codice 2008). Il suo prossimo libro, Come decidiamo, sarà pubblicato da Codice a giugno. Il suo sito è Jonahlehrer.com)
Intelligenza sorprendente
A due anni e mezzo i bambini hanno già dei princìpi morali, ma sono anche in grado di modificarli.
Intervista con la psicologa americana Alison Gopnik (evan lerner, seed magazine, stati uniti )
Che utilità può avere, per noi adulti, una maggiore comprensione di quello che succede nella mente dei bambini?
Una delle cose che abbiamo scoperto è che l’immaginazione, spesso considerata una prerogativa della mente adulta, è presente già nei bambini piccoli, in dall’età di 18 mesi. Ed è strettamente collegata alla loro necessità di capire come funziona il mondo. Non sviluppiamo la capacità di immaginare solo per il nostro piacere. È una facoltà innata, legata al modo in cui affrontiamo la struttura causale del mondo reale. Abbiamo creato un modello computazionale di sviluppo usando quelle che gli informatici chiamano reti bayesiane. Questo modello dimostra sistematicamente che la comprensione del processo causale permette di immaginare nuove possibilità. Se il cervello dei bambini funziona in questo modo, vuol dire che l’immaginazione e l’apprendimento procedono di pari passo.
Secondo lei le teorie della mente del bambino proposte da Freud e Piaget sono sbagliate. Cosa sappiamo oggi che loro non sapevano?
Sia Piaget sia Freud pensavano che il motivo per cui i bambini inventano giochi così fantasiosi è che non sanno distinguere la fantasia dalla realtà. Ma molte delle ricerche più recenti dimostrano esattamente il contrario. I bambini distinguono benissimo tra fantasia e realtà, ma sono interessati a esplorarle entrambe.
Come facciamo a interrogare la mente di persone che non sanno ancora comunicare?
I bambini non sono molto bravi a dire spontaneamente quello che pensano. Agli adulti possiamo proporre un questionario e studiare le loro risposte. Ai neonati e ai bambini piccoli, ovviamente, no. Così, invece di ascoltare quello che dicono, dobbiamo osservare quello che fanno. Questo metodo funziona se si usano domande molto precise, che prevedono risposte semplici. Invece di chiedere a un bambino di spiegare come funziona una macchina giocattolo, gli chiediamo: “Pensi che sia questo blocco a farla muovere? Oppure quest’altro?”. In questo modo è possibile dimostrare che i bambini riescono a elaborare informazioni statistiche molto complesse. Nel caso della macchina, per esempio, sono in grado di valutare le probabilità condizionate, cioè il rapporto tra alcuni blocchi e l’accensione o lo spegnimento della macchina. Se adesso provassi a descriverle la sequenza degli eventi che si verificano in uno di questi esperimenti, probabilmente farei qualche errore e alla fine lei non riuscirebbe a ricordarla tutta: è una cosa abbastanza complicata anche per un adulto. Ma quando si presenta a un bambino questa complessa serie di relazioni e gli si chiede di mettere in moto o di fermare la macchina, lui fa la cosa giusta. Anche se coscientemente non sa come funzionano le probabilità condizionate, inconsciamente tiene conto delle informazioni. E lo fa esattamente come i sofisticati programmi di apprendimento delle reti bayesiane.
Che succede nel caso di inferenze causali meno oggettive, per esempio quelle legate alla moralità?
Le rispondo con uno dei miei esperimenti preferiti. È abbastanza diffuso nella comunità scientifica, anche se in pochi ne hanno capito l’importanza. Permette di dimostrare che i bambini, a due anni e mezzo, riescono già a capire la differenza tra princìpi morali e princìpi convenzionali. In pratica gli si fanno delle domande su cosa considerano giusto. Per esempio, è giusto picchiare un compagno d’asilo se tutti dicono che si può fare? Oppure non appendere il cappotto nello spogliatoio se tutti dicono che non bisogna appenderlo? I bambini rispondono tutti che picchiare qualcuno è sbagliato, mentre la risposta sul cappotto può cambiare a seconda dell’asilo nido che frequentano. A due anni sembrano già rendersi conto della differenza tra il tipo di moralità che nasce dal rispetto per gli altri e quello che nasce da regole convenzionali. Capiscono che entrambe le cose sono importanti, ma in modo diverso. È una cosa incredibile.
Che implicazioni ha tutto questo per la filosofia?
In un certo senso, bisogna tornare indietro al diciottesimo secolo. David Hume, per esempio, pensava che la sua scienza fosse teoretica: secondo lui, le scoperte scientifiche non erano separate da quelle filosofiche. I filosofi moderni dicono spesso che possiamo rispondere alle “grandi domande” guardando alla scienza. Ma la scienza, soprattutto la psicologia evolutiva, ci può dire molto anche sulla filosofia. Ci può dire qual è il nostro punto di partenza, che cosa impariamo, e quali sono gli aspetti fondamentali della natura umana. Alcuni filosofi sono molto vicini alla teoria della psicologia evoluzionista: per loro tutto è innato e geneticamente determinato. Ma una delle scoperte più importanti, nel campo della psicologia dell’età evolutiva, è che esiste anche una grande capacità di cambiamento. E ora cominciamo a capire come avviene quel cambiamento a livello neurologico e computazionale. Lo stesso discorso vale per il nostro sviluppo morale. Finora gli psicologi morali ci hanno sempre detto che abbiamo un istinto morale innato, una specie di grammatica morale inconscia. Studiando i bambini, però, si scopre che alcune di queste intuizioni morali sono innate, ma possono anche essere modificate. Per certi versi, penso che la capacità di cambiare sia una delle facoltà più peculiari dell’uomo. Siamo in grado di dire: “Il modo in cui mi sono comportato finora non funziona, quindi è sbagliato”. E questo ci permette di cambiare e di migliorare i princìpi morali da cui siamo partiti.
Internazionale 798, 5 giugno 2009
jonah lehrer, the boston globe, stati uniti
Cosa si prova a essere un bambino nei primi mesi di vita? Qualche secolo fa questa domanda sarebbe sembrata assurda: dietro quell’aspetto così dolce, avrebbero risposto gli scienziati dell’epoca, c’è solo una mente vuota. In quella fase della vita, infatti, mancano quasi tutte le capacità che definiscono la mente umana, come la parola e la possibilità di ragionare. Cartesio sosteneva che il bambino piccolo è tutto concentrato sulle sensazioni, irrimediabilmente intrappolato nel lusso confuso dell’hic et nunc. Secondo questa visione, un neonato è solo un grumo di bisogni, un fagotto di rilessi che sa solo mangiare e piangere. Pensare come un bambino piccolo, insomma, significa non pensare. La scienza moderna è quasi sempre stata d’accordo con questa teoria. Per decenni gli studiosi hanno descritto tutte le cose che un bambino piccolo non può fare a causa del suo cervello poco sviluppato: non può concentrarsi su un’attività, non può rimandare le gratificazioni e non può nemmeno esprimere i suoi desideri. Di recente, però, gli scienziati hanno cominciato a mettere in discussione le loro certezze. Usando tecniche e strumenti di ricerca innovativi, hanno scoperto che la mente dei bambini piccoli in realtà è molto attiva e riesce ad acquisire un’incredibile quantità di informazioni in un tempo relativamente breve. Diversamente dalla mente adulta, che si concentra su una limitata fetta di realtà, quella del bambino può assorbire una gamma di sensazioni molto più ampia. In un certo senso, i bambini sono più consapevoli del mondo di noi adulti. Questa ipercoscienza comporta diversi vantaggi. Innanzitutto, permette ai bambini di capire come funziona il mondo a un ritmo incredibilmente veloce. Anche se alla nascita sono totalmente impotenti, nel giro di pochi anni i bambini imparano tutto, dalla lingua alle attività motorie complesse come camminare. Secondo questa nuova teoria, le caratteristiche mentali dei bambini un tempo considerate carenze di sviluppo (come l’incapacità di concentrare l’attenzione), in realtà favoriscono l’apprendimento. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione che, in alcuni casi, agli adulti farebbe bene regredire a uno stato mentale infantile. Nonostante i suoi vantaggi, infatti, la maturità può inibire la creatività e spingere le persone a concentrarsi sulle cose sbagliate. Quando dobbiamo selezionare dei dati all’interno di una serie di informazioni apparentemente irrilevanti, o creare qualcosa di completamente nuovo, faremmo meglio a pensare come bambini piccoli. “Abbiamo sempre avuto un’idea fuorviante della mente dei bambini”, sostiene Alison Gopnik, una psicologa dell’università della California, autrice del libro The philosophical baby. “Nei primi anni di vita”, spiega, “il cervello è perfettamente strutturato per il compito che deve svolgere: imparare come funziona il mondo. In alcuni casi un cervello completamente sviluppato può perfino essere d’ostacolo”.
Un cervello più flessibile
Una delle implicazioni più sorprendenti di queste nuove ricerche riguarda la coscienza del bambino. Gli scienziati hanno sempre dato per scontato che i bambini fossero molto meno coscienti degli adulti. Secondo Gopnik, invece, sotto molti aspetti è vero il contrario. L’esperienza del bambino è come quella di un adulto che vede un film molto avvincente o che visita una città straniera, dove anche le cose più comuni sembrano nuove ed eccitanti. “Per un bambino”, spiega Gopnik, “ogni giorno è come andare a Disneyland per la prima volta. Provate a fare una passeggiata con un bambino di due anni. Vi renderete subito conto che vede cose che voi neanche notate”. C’è qualcosa di paradossale nel tentativo di studiare la vita interiore del bambino. Tanto per cominciare, non possiamo fargli domande. I bambini piccoli non possono descrivere le loro sensazioni e le loro emozioni né sono in grado di esprimere il piacere che provano quando gli viene dato un ciuccio o un peluche. Agli occhi di uno scienziato, la mente infantile è impenetrabile come una scatola nera. Negli ultimi anni, però, i ricercatori hanno trovato nuovi metodi per entrare nella testa dei bambini. Hanno misurato la densità del tessuto cerebrale, analizzato lo sviluppo delle connessioni neurali e studiato i movimenti degli occhi. Confrontando l’anatomia del loro cervello con quella di un adulto, gli scienziati possono formulare delle ipotesi sull’esperienza nel mondo infantile. Queste nuove tecniche di ricerca hanno permesso di scoprire cose sorprendenti. È emerso, per esempio, che il cervello di un bambino piccolo contiene in realtà più cellule cerebrali, o neuroni, di quello adulto. Nel momento stesso in cui apriamo gli occhi, i nostri neuroni avviano un processo di “sfoltimento”. Cominciano, cioè, a eliminare le connessioni neurali apparentemente inutili. Inoltre nei bambini le varie parti della corteccia cerebrale, che è il centro delle sensazioni e del pensiero superiore, sono collegate meglio rispetto a quelle della corteccia adulta. Queste differenze anatomiche non sono solo un segno di immaturità. Sono uno strumento importante che permette ai bambini di assimilare facilmente una grande quantità di informazioni. Anche se rende il cervello più efficiente, il processo di sfoltimento può ridurre la nostra capacità di pensare e di apprendere, perché siamo meno capaci di adattarci a nuove situazioni e di assorbire nuove informazioni. È come se ci fosse una sorta di compensazione tra la flessibilità della mente e la sua efficienza. Questo spiega in parte perché un bambino piccolo può imparare tre lingue contemporaneamente ma non è capace di allacciarsi le scarpe. Il cervello dei bambini nei primi anni di vita non è solo più denso e flessibile. È anche costruito in modo diverso: ha molti meno neurotrasmettitori inibitori, le sostanze chimiche che impediscono ai neuroni di attivarsi. Questo fa pensare che la mente del bambino, rispetto a quella dell’adulto, sia più affollata di pensieri fugaci e di sensazioni casuali. Mentre gli adulti bloccano automaticamente le informazioni irrilevanti, come il ronzio di un condizionatore d’aria o una conversazione tra estranei al tavolo vicino, i bambini assimilano tutto. Assorbono la realtà senza filtri. Si spiega così la profonda differenza nel modo in cui gli adulti e i bambini osservano il mondo. Se negli adulti l’attenzione funziona come un riflettore, un raggio direzionale che illumina un particolare aspetto della realtà, nei bambini piccoli somiglia più a una lanterna, che getta una luce diffusa su tutto quello che li circonda. “C’è chi dice che gli adulti sono più capaci di prestare attenzione rispetto ai bambini”, scrive Gopnik. “Ma non è esatto: sono solo più bravi a concentrarsi su un unico aspetto, escludendo il resto”. Pensiamo, per esempio, a cosa succede quando si mostra a dei bambini in età prescolare l’immagine di una persona (per comodità la chiameremo Jane) che guarda una fotografia di famiglia. Se si chiede ai bambini cosa sta guardando Jane, risponderanno subito che guarda le persone nella fotografia. Ma non si fermeranno qui: diranno anche che sta guardando la cornice, il muro dietro la fotografia e la sedia che intravede con la coda dell’occhio. In altre parole, i bambini saranno convinti che Jane presti attenzione a tutto quello che può vedere.
Il gioco delle due carte
Anche se non permette di rimanere concentrati su un’unica attività (i bambini in età prescolare si distraggono facilmente), questa forma di attenzione meno focalizzata presenta dei vantaggi. Per esempio, favorisce una migliore capacità di memoria, soprattutto quando si tratta di ricordare informazioni che in un dato momento sembravano secondarie. John Hagen, uno psicologo dell’università del Michigan, ha progettato un test per capire il rapporto tra concentrazione e memoria. A un bambino vengono mostrate due carte alla volta. Gli viene chiesto di memorizzare la carta di destra e di ignorare quella di sinistra. I bambini più grandi e gli adulti svolgono più facilmente questo compito, perché sono in grado di orientare l’attenzione. I bambini piccoli, invece, ricordano spesso la carta di sinistra: la loro lanterna, infatti, illumina più elementi possibili. Grazie a queste scoperte sulle capacità cognitive infantili e sul modo particolare in cui i bambini prestano attenzione, gli scienziati hanno formulato nuove ipotesi sul funzionamento della mente adulta. Oltre a rimuovere fatti e percezioni irrilevanti, a quanto pare la capacità di orientare l’attenzione può anche frenare l’immaginazione. A volte la mente funziona meglio quando smettiamo di controllarla. Le differenze tra l’attenzione dei bambini e quella degli adulti dipendono principalmente dalla corteccia prefrontale, la regione del cervello situata dietro gli occhi. Questa zona è responsabile di una vasta gamma di capacità cognitive, dall’attenzione orientata al pensiero astratto. Nei bambini non è ancora totalmente sviluppata (spesso lo sviluppo si completa solo con l’adolescenza). Gli scienziati hanno sempre sostenuto che all’origine dei cosiddetti comportamenti infantili c’è proprio la mancanza di una corteccia prefrontale pienamente operativa. Ma ora cominciano a rendersi conto che, in alcuni casi, per un adulto è meglio che quella zona del cervello allenti il controllo.
I vantaggi dell’immaturità
I ricercatori della Johns Hopkins university ne hanno avuto la conferma studiando l’attività cerebrale di alcuni musicisti jazz. Mentre suonavano una speciale tastiera, all’interno di un apparecchio per la risonanza magnetica, gli artisti mostravano un’attività ridotta della corteccia prefrontale durante la fase di improvvisazione: solo disattivando quella zona del cervello riuscivano a inventare nuove melodie. Gli scienziati paragonano questo stato di rilassatezza mentale alla fase Rem del sonno, alla meditazione e ad altre attività creative, come la composizione di poesie. Ma somiglia molto anche al modo di pensare dei bambini piccoli. Non a caso Baudelaire diceva che “il genio è l’infanzia ritrovata quando vogliamo”. L’immaturità del cervello dei bambini comporta anche un altro vantaggio: la capacità di assorbimento. Visionando le scansioni cerebrali di adulti che guardavano un film di Clint Eastwood, Rafael Malach, dell’università ebraica di Gerusalemme, ha notato uno strano schema di attività: la regione prefrontale era bloccata, mentre le zone posteriori del cervello associate alla percezione visiva erano attive. Come osserva Gopnik, questo stato mentale – la sensazione di essere completamente presi da qualcosa – ci ricorda quello che provavamo da bambini: “L’esperienza è così vivida che perdiamo la consapevolezza di noi stessi”. Ma non è solo il cinema a riportarci allo stato mentale infantile. Secondo Gopnik ci sono altre esperienze, dalla meditazione zen alla contemplazione, che possono produrre stati di coscienza così intensi da offuscare completamente l’io: “È l’estasi di cui scrivevano i poeti romantici”. Blake lo chiamava “vedere un mondo in un granello di sabbia”. Se non potessimo mai tornare a questa coscienza infantile, avremmo difficoltà a svolgere i compiti in cui bisogna lasciarsi andare e abbandonarsi completamente a quello che si sta facendo: per esempio girare un risotto o risolvere un cruciverba. Quei momenti sono spesso definiti attività di “lusso”. Il maestro zen Shunryu Suzuki, invece, definiva questo stato “mente di principiante”, perché permette agli adulti di pensare come bambini, di essere aperti a tutte le possibilità e liberi da preconcetti. Gopnik lo ha sperimentato personalmente: “Uno scienziato ha bisogno di pensare in entrambi i modi”, spiega. “Nella maggior parte dei casi ha bisogno di concentrarsi per analizzare i dati. Ma per essere creativo deve avere la mente libera. Quando il suo modo di pensare non funziona, deve trovarne uno nuovo”. In quei momenti, dice, dobbiamo ritrovare l’innocenza dei bambini, allentare le redini dell’attenzione e guardare con occhi nuovi il mondo che stiamo ancora cercando di capire.
© 2009 by Jonah Lehrer. Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara.
(jonah lehrer collabora con il Boston Globe, Wired, Seed, Nature e il New Yorker. Ha scritto Proust era un neuroscienziato (Codice 2008). Il suo prossimo libro, Come decidiamo, sarà pubblicato da Codice a giugno. Il suo sito è Jonahlehrer.com)
Intelligenza sorprendente
A due anni e mezzo i bambini hanno già dei princìpi morali, ma sono anche in grado di modificarli.
Intervista con la psicologa americana Alison Gopnik (evan lerner, seed magazine, stati uniti )
Che utilità può avere, per noi adulti, una maggiore comprensione di quello che succede nella mente dei bambini?
Una delle cose che abbiamo scoperto è che l’immaginazione, spesso considerata una prerogativa della mente adulta, è presente già nei bambini piccoli, in dall’età di 18 mesi. Ed è strettamente collegata alla loro necessità di capire come funziona il mondo. Non sviluppiamo la capacità di immaginare solo per il nostro piacere. È una facoltà innata, legata al modo in cui affrontiamo la struttura causale del mondo reale. Abbiamo creato un modello computazionale di sviluppo usando quelle che gli informatici chiamano reti bayesiane. Questo modello dimostra sistematicamente che la comprensione del processo causale permette di immaginare nuove possibilità. Se il cervello dei bambini funziona in questo modo, vuol dire che l’immaginazione e l’apprendimento procedono di pari passo.
Secondo lei le teorie della mente del bambino proposte da Freud e Piaget sono sbagliate. Cosa sappiamo oggi che loro non sapevano?
Sia Piaget sia Freud pensavano che il motivo per cui i bambini inventano giochi così fantasiosi è che non sanno distinguere la fantasia dalla realtà. Ma molte delle ricerche più recenti dimostrano esattamente il contrario. I bambini distinguono benissimo tra fantasia e realtà, ma sono interessati a esplorarle entrambe.
Come facciamo a interrogare la mente di persone che non sanno ancora comunicare?
I bambini non sono molto bravi a dire spontaneamente quello che pensano. Agli adulti possiamo proporre un questionario e studiare le loro risposte. Ai neonati e ai bambini piccoli, ovviamente, no. Così, invece di ascoltare quello che dicono, dobbiamo osservare quello che fanno. Questo metodo funziona se si usano domande molto precise, che prevedono risposte semplici. Invece di chiedere a un bambino di spiegare come funziona una macchina giocattolo, gli chiediamo: “Pensi che sia questo blocco a farla muovere? Oppure quest’altro?”. In questo modo è possibile dimostrare che i bambini riescono a elaborare informazioni statistiche molto complesse. Nel caso della macchina, per esempio, sono in grado di valutare le probabilità condizionate, cioè il rapporto tra alcuni blocchi e l’accensione o lo spegnimento della macchina. Se adesso provassi a descriverle la sequenza degli eventi che si verificano in uno di questi esperimenti, probabilmente farei qualche errore e alla fine lei non riuscirebbe a ricordarla tutta: è una cosa abbastanza complicata anche per un adulto. Ma quando si presenta a un bambino questa complessa serie di relazioni e gli si chiede di mettere in moto o di fermare la macchina, lui fa la cosa giusta. Anche se coscientemente non sa come funzionano le probabilità condizionate, inconsciamente tiene conto delle informazioni. E lo fa esattamente come i sofisticati programmi di apprendimento delle reti bayesiane.
Che succede nel caso di inferenze causali meno oggettive, per esempio quelle legate alla moralità?
Le rispondo con uno dei miei esperimenti preferiti. È abbastanza diffuso nella comunità scientifica, anche se in pochi ne hanno capito l’importanza. Permette di dimostrare che i bambini, a due anni e mezzo, riescono già a capire la differenza tra princìpi morali e princìpi convenzionali. In pratica gli si fanno delle domande su cosa considerano giusto. Per esempio, è giusto picchiare un compagno d’asilo se tutti dicono che si può fare? Oppure non appendere il cappotto nello spogliatoio se tutti dicono che non bisogna appenderlo? I bambini rispondono tutti che picchiare qualcuno è sbagliato, mentre la risposta sul cappotto può cambiare a seconda dell’asilo nido che frequentano. A due anni sembrano già rendersi conto della differenza tra il tipo di moralità che nasce dal rispetto per gli altri e quello che nasce da regole convenzionali. Capiscono che entrambe le cose sono importanti, ma in modo diverso. È una cosa incredibile.
Che implicazioni ha tutto questo per la filosofia?
In un certo senso, bisogna tornare indietro al diciottesimo secolo. David Hume, per esempio, pensava che la sua scienza fosse teoretica: secondo lui, le scoperte scientifiche non erano separate da quelle filosofiche. I filosofi moderni dicono spesso che possiamo rispondere alle “grandi domande” guardando alla scienza. Ma la scienza, soprattutto la psicologia evolutiva, ci può dire molto anche sulla filosofia. Ci può dire qual è il nostro punto di partenza, che cosa impariamo, e quali sono gli aspetti fondamentali della natura umana. Alcuni filosofi sono molto vicini alla teoria della psicologia evoluzionista: per loro tutto è innato e geneticamente determinato. Ma una delle scoperte più importanti, nel campo della psicologia dell’età evolutiva, è che esiste anche una grande capacità di cambiamento. E ora cominciamo a capire come avviene quel cambiamento a livello neurologico e computazionale. Lo stesso discorso vale per il nostro sviluppo morale. Finora gli psicologi morali ci hanno sempre detto che abbiamo un istinto morale innato, una specie di grammatica morale inconscia. Studiando i bambini, però, si scopre che alcune di queste intuizioni morali sono innate, ma possono anche essere modificate. Per certi versi, penso che la capacità di cambiare sia una delle facoltà più peculiari dell’uomo. Siamo in grado di dire: “Il modo in cui mi sono comportato finora non funziona, quindi è sbagliato”. E questo ci permette di cambiare e di migliorare i princìpi morali da cui siamo partiti.
Internazionale 798, 5 giugno 2009
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