di Roberto Di Caro e Denise Pardo
Un curriculum scolastico anonimo. Una laurea in legge senza lode. Una trasferta a Reggio Calabria per il praticantato legale. Poi la folgorante carriera politica. La vita da mediocre della ministra che voleva fare la ballerina e che ora infiamma la scuola
Finora le fabbriche sono state silenziose. Perfino i magistrati sono spaccati. Lei, Mariastella Gelmini, ha portato in piazza tutti: professori, genitori, precari, studenti. La sua riforma è la vera sconfitta del terzo governo Berlusconi.
È signorina. Ma di quelle Signorsì. Tremonti vuole tagli a scuola e università e il via alla privatizzazione strisciante: lei esegue, e lancia l'idea di trasformare istituti e atenei in Fondazioni in concorrenza fra loro. Il Vaticano vuole l'ora di religione cattolica come materia piena di insegnamento: per lei è subito una "posizione condivisibile". La tattica è elementare, se vuoi far carriera, non ti puoi fare troppi nemici. Se ne hai (le è capitato quando nel 2000 i suoi di Forza Italia la fecero fuori con una mozione di sfiducia dalla carica di presidente del consiglio comunale di Desenzano del Garda, e poi nel 2005 quando Berlusconi la nominò coordinatrice regionale tra i malumori della nomenklatura), meglio star buona, aspettare, prima o poi non mancherà l'occasione di farseli di nuovo amici. Lei, Mariastella Gelmini, in questo è bravissima. L'ha anche spiegato: "Non è mica un delitto andare d'accordo con tutti".
Gelmini, ovvero la temibile leggerezza dello stare nel mezzo (secondo le anime buone) o della mediocrità (secondo quelle malvage). Non male per una che ogni due per tre sillaba, enuncia, predica la meritocrazia. Tattica o carattere? Sarà che ha frequentato le elementari dai preti, 1.700 anime nella Bassa bresciana. Dove suo padre Italo, agricoltore e allevatore, era stato sindaco Dc e, divorziato senza scandalo dalla moglie Carmelina, aveva sposato Wanda, la mamma di Mariastella. Tuttora ci vivono Giuseppe e Cinzia, figli della prima moglie, ma legatissimi alla sorella, modello famiglia allargata. Il primo, che ha un magazzino di prodotti per l'allevamento, è dall'aprile 2008 vicesindaco Pdl; la seconda, insegnante elementare, è rappresentante sindacale Cgil. Scoppiò un mezzo putiferio quando, il 30 ottobre 2008, Cinzia non aderì allo sciopero generale degli insegnanti e si mise in aspettativa non retribuita.
Gelmini voleva fare la ballerina. Le è andata male: è diventata ministro. Alle medie, Luigi Sturzo della vicina Gottolengo, dove fino ai 15 anni vivrà in una cascina, Mariastella è la passione della sua professoressa, Maria Nunziata Terzo: studia danza, conduce la battaglia contro l'intercalare dialettale "pota", aiuta il compagno down. Al liceo classico le cose si fanno più complicate. Ne cambia tre: il Manin di Cremona dove frequenta i due anni di ginnasio, poi lo statale Bagatta di Desenzano dove comincia la prima liceo per lasciarlo a dicembre e spostarsi a Brescia, liceo privato diocesano Cesare Arici, lo stesso dove aveva studiato Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI: "Sì, abbiamo fama di severità, ma senza particolari asprezze", racconta Gian Enrico Manzoni, che della liceale Mariastella fu l'insegnante di greco e latino. Quanto al carattere, Manzoni la descrive "riservata, né un'isolata né una leader, nessuna bega con i compagni, non che io ricordi almeno": già allora tendeva ad andare d'accordo con tutti. "Non ero la prima della classe, ma non ho mai avuto problemi", ha sintetizzato quel periodo l'interessata. È vero. In pagella prese 5 in latino scritto al primo quadrimestre, "ma era un'alunna diligente, anche se non mi viene in mente nessun particolare amore per questo o quell'autore, e a fine anno conquistò il 7", ricorda Manzoni. In greco, italiano, matematica oscilla sempre fra il 6 e il 7. Scienze 7, arte e storia 8. Alla maturità, siamo nel luglio 1992, uscì con 50/60.
Proprio del provvedimento sul voto di condotta, e dell'altro che richiede il 6 in tutte le materie per essere ammessi all'esame di maturità, parlano Manzoni e Gelmini ormai ministro quando, a fine 2008, si reincontrano. Il suo liceo la invita a una rimpatriata, ma in tutta Italia scoppia la protesta degli studenti e lei sparisce dalla circolazione: figuriamoci se rischia una contestazione proprio davanti alla sua vecchia scuola, sai che chicca per i giornali. Invita però Manzoni al ministero. "Fu molto gentile. Cercai di convincerla che, sotto l'apparenza del rigore e del merito, quei suoi due atti avrebbero sortito effetti opposti".
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
16.9.09
È caduta una Mariastella
15.9.09
Italia anche questa è democrazia
GIAN ENRICO RUSCONI
Fine della democrazia? Postdemocrazia? No: più banalmente, la democrazia che c’è. O che ci meritiamo. I milioni di italiani che accettano questa situazione sono degli sprovveduti o dei turlupinati? Stento a crederlo. O se sono complici, di che cosa sono complici esattamente?
L’uso e l’abuso della particella post applicata alla democrazia e a quasi tutti i fenomeni attuali segnala l’incapacità di definire la nostra condizione specifica. Rischiamo di essere epigoni che si definiscono per differenza da ciò che c’era prima - un prima spesso idealizzato.
Nel nostro Paese - dove quasi tutti gli studiosi offrono diagnosi sulla soglia del catastrofismo - c’è mai stato un momento storico in cui funzionava una buona democrazia o quanto meno una democrazia accettabile? La risposta è affermativa a patto che si cancellino o si sdrammatizzino le critiche dure che gli stessi analisti di oggi (o i loro maestri) avevano fatto a suo tempo. Abbiamo dimenticato la «democrazia bloccata», la «democrazia di massa», «la democrazia senza alternanza», «l’ingovernabilità» e poi «il decisionismo» (craxiano) e «la democrazia dell’applauso» (Bobbio 1984)?
Alla fine non era unanime la denuncia che «i partiti» avevano espropriato «i cittadini» di ogni autentica possibilità di partecipazione democratica?
Si dirà che adesso siamo arrivati ad un punto rispetto al quale i difetti denunciati ieri appaiono persino veniali. Ma allora dobbiamo chiederci se si è trattato di un accumularsi irreversibile di vizi di struttura che non sono stati corretti quando si potevano correggere. Oppure di un «salto di qualità» imputabile a nuovi fattori strutturali generali che elenchiamo come una giaculatoria (globalizzazione, de-industrializzazione, precarizzazione del lavoro, tracollo dei movimenti operai tradizionali, elefantiasi dei sistemi mediatici, e quindi populismi di varia natura). Ma perché soltanto nel nostro Paese questi fattori hanno prodotto l’ascesa irresistibile di un personaggio come Silvio Berlusconi? Il monopolio mediatico-comunicativo e la sovrapposizione degli interessi privati e pubblici (con l’irrisolto conflitto di interessi) sono stati la causa o non piuttosto il sintomo di una insensibilità democratica diffusa e pregressa che aveva cause e motivazioni precedenti? Nel frattempo il berlusconismo ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dall’immediato dopoguerra. E sembra godere di un consenso che resiste ad ogni bufera.
I beneficiari e i protagonisti di questa mutazione, politici e intellettuali, si tengono ben stretto il successo di cui godono oggi, ma non fanno nessun serio tentativo di dare una forma concettuale o ideologica coerente alla situazione che si è creata. Uno solo continua a parlare e a dettare l’agenda politica e ciò che resta della cultura politica: Silvio Berlusconi. Gli altri reagiscono, compresa l’opposizione. L’indifferenza intellettuale personale del Cavaliere verso la qualità culturale del consenso/dissenso di cui può godere/soffrire si è trasmessa anche ai suoi sostenitori, compresi gli intellettuali di professione. Non è fuori luogo il sospetto che la campagna contro il giornalismo nasconda l’ostilità al ceto intellettuale come tale. Se è così, siamo davanti ad un fenomeno interessante in un Paese tradizionalmente caratterizzato dall’enfasi e dalla retorica dei «letterati» e degli ideologi. Ma a ben vedere l’impoverimento della riflessione politica e ideologica è l’altra faccia della logica del sistema comunicativo mediatico-televisivo rispetto alle forme tradizionali di trasmissione sia dell’informazione che della cultura. La politica come intrattenimento. Come intermezzo e sintesi del flusso mediatico continuo.
Che razza di democrazia è questa? In proposito da tempo è stato coniato il concetto di «populismo mediatico» che presuppone quello di «democrazia populista». Fermiamoci un istante a riflettere. Per decenni a sinistra la critica alla democrazia si è basata sulla distinzione tra «democrazia formale» (legata alle elezioni e a procedure di funzionamento riconosciute anche al sistema italiano) e «democrazia sostanziale» sempre carente, sempre attesa, sempre invocata.
Oggi questa distinzione sembra aver perso ogni efficacia esplicativa per due ragioni: per la rivoluzione mediatica, nel senso detto sopra e, più sottilmente, per la centralità assegnata nel gergo politico al concetto di «popolo» - il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Pensiamo alla denominazione del «Popolo della libertà» e alla retorica della Lega. In entrambi i casi il concetto di popolo è usato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza.
Berlusconi ha retoricamente introdotto la novità del «popolo-degli-elettori». Il «popolo» è chi lo vota. Non è la nazione o l’etnia (vera o inventata) ma un evento politico. La democrazia del voto diventa la democrazia tout court. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali, complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell’autopercezione personale e sociale - più si crea la finzione del «popolo» che persegue i suoi interessi sostanziali seguendo il leader. Di più: nelle intenzioni del leader se questo «popolo» vince le elezioni può pretendere di modificare a suo piacimento la Costituzione. Prende il posto del demos sovrano che è il fondamento stesso della democrazia. Se questa nostra osservazione è giusta, più che ad un dopo-democrazia siamo davanti a una mutazione genetica del concetto di demos. Il problema è antico: il demos nato come alta finzione di cittadini liberi, maturi, responsabili è entrato a partire dal XIX secolo in collisione, poi in competizione con la classe sociale, trovando quindi faticosi equilibri nelle varie forme di democrazia sociale. Oggi si annuncia una nuova fase innescata dalla destrutturazione delle classi e dal ruolo decisivo assunto dalla comunicazione di massa. Il demos è socialmente destrutturato e frammentato, ma una parte consistente di esso si polarizza politicamente verso il leader.
Facciamo un altro passo in avanti nella nostra analisi. Spesso per spiegare l’anomalia italiana molti analisti (a sinistra) hanno parlano di un’estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato o appunto di semplice «democrazia formale») e «la società civile» (vitale e ricca di risorse e di energie, portatrice di «democrazia sostanziale»). E oggi quindi molti fanno appello ad una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi.
E’ un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, della sua disgregazione e del suo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non si tratta di negare l’esistenza di gruppi, settori, pezzi di «società civile» attivi, generosi, preziosi per la realtà concreta della democrazia. Ma è inaccettabile la contrapposizione di principio tra «la società civile» e il «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.
Il quadro della democrazia italiana è davvero complicato e difficile da decifrare. Le pulsioni autoritarie che provengono dall’alto e da altri settori non sono sufficienti per tracciare una diagnosi di una possibile, sia pure soffice, fascistizzazione. Ci sono solidi anticorpi democratici nel Paese, dentro e fuori le istituzioni. Non siamo nel 1923 o nel 1924. Assistiamo tuttavia ad una mutazione profonda della democrazia che, misurata ai suoi criteri ideali, ci sconcerta. Ma può e deve essere guidata. Chi ne ha la capacità?
Fine della democrazia? Postdemocrazia? No: più banalmente, la democrazia che c’è. O che ci meritiamo. I milioni di italiani che accettano questa situazione sono degli sprovveduti o dei turlupinati? Stento a crederlo. O se sono complici, di che cosa sono complici esattamente?
L’uso e l’abuso della particella post applicata alla democrazia e a quasi tutti i fenomeni attuali segnala l’incapacità di definire la nostra condizione specifica. Rischiamo di essere epigoni che si definiscono per differenza da ciò che c’era prima - un prima spesso idealizzato.
Nel nostro Paese - dove quasi tutti gli studiosi offrono diagnosi sulla soglia del catastrofismo - c’è mai stato un momento storico in cui funzionava una buona democrazia o quanto meno una democrazia accettabile? La risposta è affermativa a patto che si cancellino o si sdrammatizzino le critiche dure che gli stessi analisti di oggi (o i loro maestri) avevano fatto a suo tempo. Abbiamo dimenticato la «democrazia bloccata», la «democrazia di massa», «la democrazia senza alternanza», «l’ingovernabilità» e poi «il decisionismo» (craxiano) e «la democrazia dell’applauso» (Bobbio 1984)?
Alla fine non era unanime la denuncia che «i partiti» avevano espropriato «i cittadini» di ogni autentica possibilità di partecipazione democratica?
Si dirà che adesso siamo arrivati ad un punto rispetto al quale i difetti denunciati ieri appaiono persino veniali. Ma allora dobbiamo chiederci se si è trattato di un accumularsi irreversibile di vizi di struttura che non sono stati corretti quando si potevano correggere. Oppure di un «salto di qualità» imputabile a nuovi fattori strutturali generali che elenchiamo come una giaculatoria (globalizzazione, de-industrializzazione, precarizzazione del lavoro, tracollo dei movimenti operai tradizionali, elefantiasi dei sistemi mediatici, e quindi populismi di varia natura). Ma perché soltanto nel nostro Paese questi fattori hanno prodotto l’ascesa irresistibile di un personaggio come Silvio Berlusconi? Il monopolio mediatico-comunicativo e la sovrapposizione degli interessi privati e pubblici (con l’irrisolto conflitto di interessi) sono stati la causa o non piuttosto il sintomo di una insensibilità democratica diffusa e pregressa che aveva cause e motivazioni precedenti? Nel frattempo il berlusconismo ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dall’immediato dopoguerra. E sembra godere di un consenso che resiste ad ogni bufera.
I beneficiari e i protagonisti di questa mutazione, politici e intellettuali, si tengono ben stretto il successo di cui godono oggi, ma non fanno nessun serio tentativo di dare una forma concettuale o ideologica coerente alla situazione che si è creata. Uno solo continua a parlare e a dettare l’agenda politica e ciò che resta della cultura politica: Silvio Berlusconi. Gli altri reagiscono, compresa l’opposizione. L’indifferenza intellettuale personale del Cavaliere verso la qualità culturale del consenso/dissenso di cui può godere/soffrire si è trasmessa anche ai suoi sostenitori, compresi gli intellettuali di professione. Non è fuori luogo il sospetto che la campagna contro il giornalismo nasconda l’ostilità al ceto intellettuale come tale. Se è così, siamo davanti ad un fenomeno interessante in un Paese tradizionalmente caratterizzato dall’enfasi e dalla retorica dei «letterati» e degli ideologi. Ma a ben vedere l’impoverimento della riflessione politica e ideologica è l’altra faccia della logica del sistema comunicativo mediatico-televisivo rispetto alle forme tradizionali di trasmissione sia dell’informazione che della cultura. La politica come intrattenimento. Come intermezzo e sintesi del flusso mediatico continuo.
Che razza di democrazia è questa? In proposito da tempo è stato coniato il concetto di «populismo mediatico» che presuppone quello di «democrazia populista». Fermiamoci un istante a riflettere. Per decenni a sinistra la critica alla democrazia si è basata sulla distinzione tra «democrazia formale» (legata alle elezioni e a procedure di funzionamento riconosciute anche al sistema italiano) e «democrazia sostanziale» sempre carente, sempre attesa, sempre invocata.
Oggi questa distinzione sembra aver perso ogni efficacia esplicativa per due ragioni: per la rivoluzione mediatica, nel senso detto sopra e, più sottilmente, per la centralità assegnata nel gergo politico al concetto di «popolo» - il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Pensiamo alla denominazione del «Popolo della libertà» e alla retorica della Lega. In entrambi i casi il concetto di popolo è usato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza.
Berlusconi ha retoricamente introdotto la novità del «popolo-degli-elettori». Il «popolo» è chi lo vota. Non è la nazione o l’etnia (vera o inventata) ma un evento politico. La democrazia del voto diventa la democrazia tout court. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali, complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell’autopercezione personale e sociale - più si crea la finzione del «popolo» che persegue i suoi interessi sostanziali seguendo il leader. Di più: nelle intenzioni del leader se questo «popolo» vince le elezioni può pretendere di modificare a suo piacimento la Costituzione. Prende il posto del demos sovrano che è il fondamento stesso della democrazia. Se questa nostra osservazione è giusta, più che ad un dopo-democrazia siamo davanti a una mutazione genetica del concetto di demos. Il problema è antico: il demos nato come alta finzione di cittadini liberi, maturi, responsabili è entrato a partire dal XIX secolo in collisione, poi in competizione con la classe sociale, trovando quindi faticosi equilibri nelle varie forme di democrazia sociale. Oggi si annuncia una nuova fase innescata dalla destrutturazione delle classi e dal ruolo decisivo assunto dalla comunicazione di massa. Il demos è socialmente destrutturato e frammentato, ma una parte consistente di esso si polarizza politicamente verso il leader.
Facciamo un altro passo in avanti nella nostra analisi. Spesso per spiegare l’anomalia italiana molti analisti (a sinistra) hanno parlano di un’estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato o appunto di semplice «democrazia formale») e «la società civile» (vitale e ricca di risorse e di energie, portatrice di «democrazia sostanziale»). E oggi quindi molti fanno appello ad una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi.
E’ un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, della sua disgregazione e del suo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non si tratta di negare l’esistenza di gruppi, settori, pezzi di «società civile» attivi, generosi, preziosi per la realtà concreta della democrazia. Ma è inaccettabile la contrapposizione di principio tra «la società civile» e il «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.
Il quadro della democrazia italiana è davvero complicato e difficile da decifrare. Le pulsioni autoritarie che provengono dall’alto e da altri settori non sono sufficienti per tracciare una diagnosi di una possibile, sia pure soffice, fascistizzazione. Ci sono solidi anticorpi democratici nel Paese, dentro e fuori le istituzioni. Non siamo nel 1923 o nel 1924. Assistiamo tuttavia ad una mutazione profonda della democrazia che, misurata ai suoi criteri ideali, ci sconcerta. Ma può e deve essere guidata. Chi ne ha la capacità?
L'indice della felicità
Massimo Gramellini
La culla dell’Illuminismo ha sfornato un’idea non peregrina: l’uccisione del famigerato Pil, il prodotto interno lordo che da decenni è lo strumento pressoché unico con cui si valuta il peso specifico delle nazioni. Una commissione di economisti insediata in Francia da Sarkozy propone di sostituirlo con un indice che tenga conto non solo della quantità, ma anche della qualità della vita: tempo libero, ambiente, servizi pubblici.
Aiuto. Come essere umano ne sono entusiasta. Ho sempre detestato la religione dei numeri, questo Auditel esistenziale in base al quale l’importanza di un popolo o di una persona viene fatta dipendere soltanto dalla massa di cose che produce e possiede. Ma come italiano temo che le nuove regole ci trascinerebbero nel girone dei dannati. Già il nostro Pil deve sottrarre dal computo i guadagni degli evasori e dei mafiosi (che insieme fanno praticamente un altro Pil). Se poi l’indice dovesse allargarsi alle esperienze mistiche che ogni giorno colorano la vita di chi decide di spostarsi da una città all’altra o di chiedere un documento in un ufficio, prevedo che la nostra partecipazione ai G8 e ai G20 si ridurrebbe al ramo «ricevimento e catering». A meno che gli economisti di Sarkò inseriscano nel paniere del benessere la voce «anarchia e impunità», che all’estero molti ci contestano e al tempo stesso ci invidiano: allora rischieremmo di tornare in testa, e per distacco.
La culla dell’Illuminismo ha sfornato un’idea non peregrina: l’uccisione del famigerato Pil, il prodotto interno lordo che da decenni è lo strumento pressoché unico con cui si valuta il peso specifico delle nazioni. Una commissione di economisti insediata in Francia da Sarkozy propone di sostituirlo con un indice che tenga conto non solo della quantità, ma anche della qualità della vita: tempo libero, ambiente, servizi pubblici.
Aiuto. Come essere umano ne sono entusiasta. Ho sempre detestato la religione dei numeri, questo Auditel esistenziale in base al quale l’importanza di un popolo o di una persona viene fatta dipendere soltanto dalla massa di cose che produce e possiede. Ma come italiano temo che le nuove regole ci trascinerebbero nel girone dei dannati. Già il nostro Pil deve sottrarre dal computo i guadagni degli evasori e dei mafiosi (che insieme fanno praticamente un altro Pil). Se poi l’indice dovesse allargarsi alle esperienze mistiche che ogni giorno colorano la vita di chi decide di spostarsi da una città all’altra o di chiedere un documento in un ufficio, prevedo che la nostra partecipazione ai G8 e ai G20 si ridurrebbe al ramo «ricevimento e catering». A meno che gli economisti di Sarkò inseriscano nel paniere del benessere la voce «anarchia e impunità», che all’estero molti ci contestano e al tempo stesso ci invidiano: allora rischieremmo di tornare in testa, e per distacco.
14.9.09
Intervista a Joseph Stiglitz - "Stiamo peggio di un anno fa. Servono regole"
di Molinari Maurizio
Il Nobel: il sistema è rimasto fragile e le banche sono ancora più grosse
Servono nuove regole e in fretta, oggi a Wall Street la situazione è peggiore rispetto a un anno fa». Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz dà un giudizio severo su quanto avvenuto dall’indomani del crollo della banca di investimenti Lehman Brothers: «Sembra che non abbiamo imparato nulla».
Perché ritiene che la situazione sia peggiorata?
«Per il semplice motivo che in America abbiamo banche assai più grandi di quelle che c’erano un anno fa mentre non abbiamo varato le regole necessarie per garantire una maggiore protezione del denaro dei risparmiatori e degli investitori».
Partiamo dalle banche «troppo grandi per fallire».
«Sono il pericolo più evidente. L’idea di avere delle banche "troppo grandi per fallire" si è rivelata nella crisi dello scorso anno il vero tallone d’Achille del nostro sistema finanziario. Hanno avuto comportamenti ad alto rischio. Ma cosa è avvenuto dopo la caduta di Lehman Brothers? Anziché farle diminuire di numero e dimensione, sono aumentate. Ci troviamo adesso di fronte a quattro-cinque istituti finanziari giganteschi, le cui dimensioni tengono in ostaggio l’intero sistema finanziario. E continuano a crescere, sommando percentuali da capogiro della quantità di mutui erogati e carte di credito emesse».
Qual è il problema connesso all’eccesso di dimensioni?
«L’assenza di controlli. Le dimensioni sono tali da renderli impossibili e il tutto si riduce a un assegno in bianco sulla gestione che, di fatto, gli viene dato dai regolatori. Aprendo la strada a eccessi, errori e sbandamenti che mettono a rischio i soldi degli investitori e la tenuta dell’economia».
Quali regole sarebbero necessarie?
«Quelle di cui il governo e la Federal Reserve parlano da tempo ma che continuano a non esistere e, anche quando ci sono, a non essere applicate. Servono maggiori controlli sui bilanci, sulle transazioni, sui movimenti, soprattutto a garanzie della liquidità delle banche. Ciò che portò al fallimento di Lehman Brothers fu l’eccesso e la simultaneità di tutte queste mancanze. Ebbene da allora è cambiato davvero poco».
Fu un errore far crollare la banca di Lehman Brothers?
«Avrebbero potuto esservi altre soluzioni. Si sarebbe potuto intervenire in maniera da scongiurare il rischio della crisi finanziaria che venne innescata da quel crollo. La scelta fatta all’epoca fu frettolosa, compiuta sotto la pressione del momento al fine di mandare un segnale a Wall Street sul fatto che gli eccessi del passato non sarebbero più stati consentiti. In realtà è avvenuto il contrario. Dunque sarebbe stato meglio evitare il crollo e intervenire con il bisturi per sanare le ferite finanziarie dove sono».
Dunque ritiene che nuovi crolli siano possibili?
«Certo che lo sono. Non c’è alcun dubbio in proposito. Siamo in una situazione di maggiore pericolo rispetto all’autunno 2008 perché il crollo di una delle banche "troppo banche per fallire" innescherebbe un terremoto di dimensioni maggiori. Il rischio che corriamo è che per salvare questi istituti finanziari potremmo trovarci presto nella condizione di dover sacrificare la riforma della Sanità oppure i fondi della "Social Security", la previdenza sociale. Il governo federale ha già immesso sul mercato volumi molto alti di denaro. In situazioni di pericolo potrebbe essere obbligato ad attingere alle risorse necessarie per realizzare le riforme di cui parla il presidente Obama».
Il Nobel: il sistema è rimasto fragile e le banche sono ancora più grosse
Servono nuove regole e in fretta, oggi a Wall Street la situazione è peggiore rispetto a un anno fa». Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz dà un giudizio severo su quanto avvenuto dall’indomani del crollo della banca di investimenti Lehman Brothers: «Sembra che non abbiamo imparato nulla».
Perché ritiene che la situazione sia peggiorata?
«Per il semplice motivo che in America abbiamo banche assai più grandi di quelle che c’erano un anno fa mentre non abbiamo varato le regole necessarie per garantire una maggiore protezione del denaro dei risparmiatori e degli investitori».
Partiamo dalle banche «troppo grandi per fallire».
«Sono il pericolo più evidente. L’idea di avere delle banche "troppo grandi per fallire" si è rivelata nella crisi dello scorso anno il vero tallone d’Achille del nostro sistema finanziario. Hanno avuto comportamenti ad alto rischio. Ma cosa è avvenuto dopo la caduta di Lehman Brothers? Anziché farle diminuire di numero e dimensione, sono aumentate. Ci troviamo adesso di fronte a quattro-cinque istituti finanziari giganteschi, le cui dimensioni tengono in ostaggio l’intero sistema finanziario. E continuano a crescere, sommando percentuali da capogiro della quantità di mutui erogati e carte di credito emesse».
Qual è il problema connesso all’eccesso di dimensioni?
«L’assenza di controlli. Le dimensioni sono tali da renderli impossibili e il tutto si riduce a un assegno in bianco sulla gestione che, di fatto, gli viene dato dai regolatori. Aprendo la strada a eccessi, errori e sbandamenti che mettono a rischio i soldi degli investitori e la tenuta dell’economia».
Quali regole sarebbero necessarie?
«Quelle di cui il governo e la Federal Reserve parlano da tempo ma che continuano a non esistere e, anche quando ci sono, a non essere applicate. Servono maggiori controlli sui bilanci, sulle transazioni, sui movimenti, soprattutto a garanzie della liquidità delle banche. Ciò che portò al fallimento di Lehman Brothers fu l’eccesso e la simultaneità di tutte queste mancanze. Ebbene da allora è cambiato davvero poco».
Fu un errore far crollare la banca di Lehman Brothers?
«Avrebbero potuto esservi altre soluzioni. Si sarebbe potuto intervenire in maniera da scongiurare il rischio della crisi finanziaria che venne innescata da quel crollo. La scelta fatta all’epoca fu frettolosa, compiuta sotto la pressione del momento al fine di mandare un segnale a Wall Street sul fatto che gli eccessi del passato non sarebbero più stati consentiti. In realtà è avvenuto il contrario. Dunque sarebbe stato meglio evitare il crollo e intervenire con il bisturi per sanare le ferite finanziarie dove sono».
Dunque ritiene che nuovi crolli siano possibili?
«Certo che lo sono. Non c’è alcun dubbio in proposito. Siamo in una situazione di maggiore pericolo rispetto all’autunno 2008 perché il crollo di una delle banche "troppo banche per fallire" innescherebbe un terremoto di dimensioni maggiori. Il rischio che corriamo è che per salvare questi istituti finanziari potremmo trovarci presto nella condizione di dover sacrificare la riforma della Sanità oppure i fondi della "Social Security", la previdenza sociale. Il governo federale ha già immesso sul mercato volumi molto alti di denaro. In situazioni di pericolo potrebbe essere obbligato ad attingere alle risorse necessarie per realizzare le riforme di cui parla il presidente Obama».
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4.9.09
Se il «padrone» chiede 200mila euro
di Silvia Ballestra
Eccomi qui: io, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e 200.000 euro che ci dividono. Il prezzo (richiesto) dell’intimidazione che l’uomo più ricco e potente d’Italia lancia a una scrittrice che vive soltanto del suo lavoro, proprietaria soltanto delle sue opinioni e padrona di scriverle su un giornale indipendente. Uno dei pochi giornali che Silvio Berlusconi non può comprare, né controllare, e che per questo tenta di uccidere. Duecentomila euro, cifra spaventosa. Undici anni di lavoro di un italiano medio, e per me pure di più. Un paio di settimane di Ronaldinho. Cento notti di lavoro (duro lavoro, aggiungo) di Patrizia D’Addario (secondo quanto da lei dichiarato e pagati dall’imprenditore Tarantini, questo lo aggiungo per gli avvocati). Trentatré virgola tre periodico ciondoli come quelli regalati alla giovane Noemi Letizia dal padrone di tutto che lei chiama papi. Quattro o cinque spot sulle sue reti in serata di grande audience e quindi di subcultura deleteria per il Paese. Quasi un terzo dei soldi gentilmente donati all’avvocato Mills dall’imprenditore Berlusconi in cambio di testimonianze compiacenti, secondo una sentenza di primo grado del Tribunale di Milano.
Duecentomila euro. Un sacco di soldi, troppi, per una persona normale. Il tutto, per aver espresso delle opinioni. Non male per uno che ha tutto e che - nessuno lo nota mai, ma è proprio così - è pagato nelle sue funzioni anche con i miei soldi. Che vola su voli di Stato (anche) a mie spese. Che dovrebbe lavorare (anche) al mio servizio di cittadina. Che dovrebbe fare (anche) i miei interessi. Un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio, il Presidente del Consiglio dei ministri di cui non sono per nulla, ma proprio zero, soddisfatta. Incredibile che io possa dire questo di un capo della Azienda sanitaria locale, di un funzionario comunale, di un travet qualunque, e non del signore che (purtroppo) governa il nostro Paese e le nostre vite. Da troppo tempo. Ecco, ho pensato tutto questo. E poi ho pensato anche: non li ho 200.000 euro. Peccato.
Eccomi qui: io, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e 200.000 euro che ci dividono. Il prezzo (richiesto) dell’intimidazione che l’uomo più ricco e potente d’Italia lancia a una scrittrice che vive soltanto del suo lavoro, proprietaria soltanto delle sue opinioni e padrona di scriverle su un giornale indipendente. Uno dei pochi giornali che Silvio Berlusconi non può comprare, né controllare, e che per questo tenta di uccidere. Duecentomila euro, cifra spaventosa. Undici anni di lavoro di un italiano medio, e per me pure di più. Un paio di settimane di Ronaldinho. Cento notti di lavoro (duro lavoro, aggiungo) di Patrizia D’Addario (secondo quanto da lei dichiarato e pagati dall’imprenditore Tarantini, questo lo aggiungo per gli avvocati). Trentatré virgola tre periodico ciondoli come quelli regalati alla giovane Noemi Letizia dal padrone di tutto che lei chiama papi. Quattro o cinque spot sulle sue reti in serata di grande audience e quindi di subcultura deleteria per il Paese. Quasi un terzo dei soldi gentilmente donati all’avvocato Mills dall’imprenditore Berlusconi in cambio di testimonianze compiacenti, secondo una sentenza di primo grado del Tribunale di Milano.
Duecentomila euro. Un sacco di soldi, troppi, per una persona normale. Il tutto, per aver espresso delle opinioni. Non male per uno che ha tutto e che - nessuno lo nota mai, ma è proprio così - è pagato nelle sue funzioni anche con i miei soldi. Che vola su voli di Stato (anche) a mie spese. Che dovrebbe lavorare (anche) al mio servizio di cittadina. Che dovrebbe fare (anche) i miei interessi. Un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio, il Presidente del Consiglio dei ministri di cui non sono per nulla, ma proprio zero, soddisfatta. Incredibile che io possa dire questo di un capo della Azienda sanitaria locale, di un funzionario comunale, di un travet qualunque, e non del signore che (purtroppo) governa il nostro Paese e le nostre vite. Da troppo tempo. Ecco, ho pensato tutto questo. E poi ho pensato anche: non li ho 200.000 euro. Peccato.
Resto idealmente e moralmente dove sono sempre stato
Sua Eminenza Reverendissima
Cardinale Angelo Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Sua Sede
Eminenza Reverendissima,
da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere.
L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano «Il Giornale» guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da «Libero» e dal «Tempo», non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani.
Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano – «Avvenire» – che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare – dicevo ? perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento.
E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile ? nella dialettica del giudizio ? collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il “pro” e “contro” di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che «Avvenire» ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico.
Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l’onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall’inizio si era trattato d’altro. Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio.
E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall’attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l’aggredito era proprio il direttore del «Giornale», e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza.
E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io ––ancora – che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda? E perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perché sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato «bagatellare», travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.
Feltri non si illuda, c’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai – devo dire ? ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede. Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata.
Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di «Avvenire», «Tv2000» e «Radio Inblu», con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto – in sé mitissimo – delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.
In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l’ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del «loro» direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l’eredità più preziosa che porto con me.
Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di «Avvenire» per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti. Gli obiettivi che «Avvenire» ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perché le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.
Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l’avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l’insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano «Il Giornale», scriveva Giampaolo Pansa: «Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo.
E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo». Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano.
L’abbraccio, con l’ossequio più affettuoso.
Dino Boffo
Milano, 3 Settembre 2009
Cardinale Angelo Bagnasco
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Sua Sede
Eminenza Reverendissima,
da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere.
L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano «Il Giornale» guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da «Libero» e dal «Tempo», non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani.
Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano – «Avvenire» – che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare – dicevo ? perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento.
E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile ? nella dialettica del giudizio ? collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il “pro” e “contro” di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che «Avvenire» ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico.
Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l’onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall’inizio si era trattato d’altro. Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio.
E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall’attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l’aggredito era proprio il direttore del «Giornale», e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza.
E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io ––ancora – che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda? E perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perché sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato «bagatellare», travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.
Feltri non si illuda, c’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai – devo dire ? ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede. Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata.
Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di «Avvenire», «Tv2000» e «Radio Inblu», con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto – in sé mitissimo – delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.
In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l’ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del «loro» direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l’eredità più preziosa che porto con me.
Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di «Avvenire» per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti. Gli obiettivi che «Avvenire» ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perché le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.
Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l’avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l’insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano «Il Giornale», scriveva Giampaolo Pansa: «Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo.
E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo». Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano.
L’abbraccio, con l’ossequio più affettuoso.
Dino Boffo
Milano, 3 Settembre 2009
28.8.09
Scuola, ecco le nuove regole per diventare insegnanti
Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica. Assunzioni solo in base alla necessità per evitare il precariato. Più inglese e competenze tecnologiche. Cambia radicalmente la formazione iniziale degli insegnanti. Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, ha presentato le novità per chi vuole accedere all'insegnamento che si sviluppano in particolare- recita una nota- su quattro grandi linee: - Il tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col "mestiere" di insegnante, perché insegnare non può essere solo teoria ma anche pratica; - Il numero di nuovi docenti sarà deciso in base al fabbisogno. Fine dell'accesso illimitato alla professione che creava il precariato; - Con la fine del precariato sarà consentito ai giovani l'inserimento immediato in ruolo; - Più inglese e nuove tecnologie.
Il regolamento è il frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l'integrazione scolastica. L'obiettivo dei nuovi percorsi- dice sempre il comunicato del Miur- è di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio formativo attivo, direttamente a contatto con le scuole.
"Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico. Un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti". Lo ha affermato il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini.
"Prevediamo una selezione severa- ha aggiunto commentando le nuove regole diffuse dal Miur- doverosa per chi avrà in mano il futuro dell'Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare".
Cambiano dunque le modalità per accedere all'insegnamento. Con il nuovo sistema per insegnare nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentirà di conseguire l'abilitazione per la scuola primaria e dell'infanzia; sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso di laboratorio per la lingua inglese e le nuove tecnologie; per la prima volta si è data specifica attenzione al problema degli alunni con disabilità, prevedendo che in tutti i percorsi ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali; Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado, invece, sarà necessaria la laurea magistrale + 1 anno di Tirocinio formativo attivo; è prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie; l'anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di tirocinio a scuola sotto la guida di un insegnante tutor; rispetto al percorso Ssis (Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario), si prende il meglio di quella esperienza, evitando la ripetizione degli insegnamenti disciplinari, approfonditi già nella laurea e nella laurea magistrale, per concentrarsi sul tirocinio, sui laboratori e le didattiche.
Dalle Ssis, quindi, al Tirocinio formativo: si passa "dal sapere al sapere insegnare", dice ancora la nota. Durante il tirocinio sarà dedicato infatti ampio spazio all'approfondimento della didattica con esperienze sul campo.
In questo regolamento è stato dato pieno riconoscimento al sistema nazionale dell'istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c'è la sperimentazione dell'obbligo formativo.
Inoltre gli uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate che ospiteranno i tirocini sulla base di appositi criteri stabiliti dal ministero, evidenziandone buone prassi e specificità.
Gli Usr avranno anche funzione di controllo e di verifica sui tirocini. Sino alla costituzione degli albi, le Università scelgono liberamente le scuole, di concerto con gli Usr che mantengono compiti di vigilanza. Il consiglio di corso di tirocinio, che prevede la presenza di scuola e università, ha compiti di coordinamento e di progettazione e rappresenta il terreno di incontro e di raccordo tra le due realtà. Le commissioni di abilitazione prevedono un equilibrio tra scuola e università e un peso determinante del tirocinio e della prova didattica sul voto di abilitazione. I dottori di ricerca e i "precari della ricerca", se in possesso dei requisiti curriculari, entrano in soprannumero, dopo un esame orale, nell'anno di tirocinio, vedendo valorizzato il loro percorso. L'anno di tirocinio prevede forme di interazione e co-progettazione del percorso tra istituzioni scolastiche e atenei ed è stato previsto uno specifico spazio di laboratori destinati ad approfondire quanto viene fatto in classe.
In merito alla "Formazione degli insegnanti di sostegno", è previsto che sia posta in capo alle università, pur prevedendo la possibilità di specifici accordi con gli enti del settore. Sono previsti percorsi di specializzazione per il Clil (insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado di una materia non linguistica in inglese). Il sistema Afam concorre a pieno titolo alla formazione iniziale dei docenti nelle classi di abilitazione di propria competenza. In particolare, è stata rivista la classe di abilitazione per lo strumento musicale. Sino all'entrata a regime delle nuove lauree magistrali, la programmazione del numero di abilitati e il test è previsto, per la secondaria di primo e secondo grado, prima di accedere all'anno di Tirocinio formativo attivo. Per quanto riguarda i precari non abilitati e gli ex diplomati negli istituti magistrali sono stati previsti percorsi che, dietro il superamento di prove d'accesso in grado di verificare la preparazione disciplinare, consentano di conseguire l'abilitazione.
Il regolamento sulla Formazione iniziale, dunque, punta a raggiungere tre obiettivi: 1) Focalizza nella formazione iniziale non solo le materie tradizionali, ma l'acquisizione di alcune competenze trasversali: seconda lingua inglese e competenze di didattica attraverso le nuove tecnologie; 2) Sostituisce al sistema Ssis strutture più snelle, concentrate sull'incontro e sulla co-progettazione tra istituzioni scolastiche e università evitando autoreferenzialità, costi per il sistema e per gli studenti e abbreviando di un anno il percorso di abilitazione per la scuola secondaria; 3) Prevede una programmazione dei numeri in grado di evitare la proliferazione del precariato.
Con successivo decreto si stabiliranno le lauree magistrali relative al secondo ciclo dell'istruzione, per seguire il percorso di cambiamento del secondo ciclo e delle classi di abilitazione.
Pubblicate un po’ in sordina durante l"estate, e un po’ prima rispetto al classico mese di settembre, il ministero dell'Istruzione ha reso noto le Linee guida sull'integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Lo ha fatto ai primi di agosto, mentre la maggior parte degli italiani erano in vacanza. Ma agli esperti che si occupano di scuola non è sfuggito, e presto sono arrivati i primi commenti. Positivo il giudizio espresso da Salvatore Nocera, vicepresidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell'handicap), che aveva anticipato il contenuto delle linee guida a fine luglio: "Pur essendo un documento che fa il punto della situazione in Italia, si tratta comunque di un segnale politico importante", ha ribadito. Meno entusiasta, invece, il commento del Coordinamento italiano degli insegnanti di sostegno (Ciis). "Nessun accenno al numero degli alunni disabili per classe, nessun cenno alla situazione di quelli impossibilitati a frequentare (per i quali si attua l'istruzione domiciliare), e neanche un richiamo all'attivazione di laboratori rivolti esclusivamente agli alunni con disabilità", si legge sul sito del coordinamento. Per quanto riguarda il "registro", molte volte "contenente il solo nome dell'alunno disabile e consegnato all'insegnante di sostegno quale 'unico mentore’, le Linee guida per l'integrazione scolastica" riportano che "gli insegnanti assegnati alle attività per il sostegno, assumendo la contitolarità delle sezioni e delle classi in cui operano e partecipando a pieno titolo alle operazioni di valutazione periodiche e finali degli alunni della classe con diritto di voto, disporranno di registri recanti i nomi di tutti gli alunni della classe di cui sono contitolari". Che cosa si dovrà registrare in questo documento ancora non si sa, ma per il momento il Ciis ha apprezzato
l'intervento: "da tempo si avvertiva l'esigenza di far chiarezza in materia per non continuare a perpetrare l'idea che l'alunno disabile 'appartenga’ solo all'insegnante per il sostegno", dicono.
Le direttive impartite dal ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca "si muovono nell'ambito della legislazione vigente e mirano a innalzare il livello qualitativo degli interventi formativi ed educativi a favore degli alunni disabili - si legge nella presentazione alle Linee guida per l'integrazione scolastica scritta dal vice della Direzione generale per lo studente, l'integrazione e la partecipazione del Miur Sergio Scala -. Il documento ripercorre le tappe degli interventi come fin qui concretamente realizzati nella pratica operativa al fine di valutarne la reale corrispondenza ai principi e alle norme che disciplinano la materia. L'obiettivo non è dunque quello di introdurre variazioni nelle disposizioni, quanto di fornire agli operatori scolastici una visione organica della materia che possa orientarne i comportamenti nella direzione di una loro più piena conformità ai principi dell'integrazione".
Se il ministero dell'Istruzione ha ribadito gli organici per l"anno scolastico 2009/2010 - oltre 90 mila docenti di sostegno per circa 180 mila studenti disabili, il che significa il rispetto su scala nazionale del rapporto di un insegnante ogni due studenti con disabilità - per Salvatore Nocera, vicepresidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell'handicap), i tagli alla scuola provocheranno comunque un effetto a catena. Nel senso che "i docenti di ruolo rimasti senza cattedra 'si ricicleranno’ come sostegno mentre quelli precari, che finora sono andati avanti con contratti annuali, perderanno il posto. Naturalmente occorre un titolo idoneo per fare l'insegnante di sostegno", precisa Nocera.Ma con il turn-over dei docenti, "la continuità didattica è fortemente a rischio". E questo fattore è molto importante per uno studente disabile. "Nel rapporto tra insegnante di sostegno e alunno, la conoscenza reciproca è spesso fondamentale, soprattutto quando si tratta di disabilità grave", osserva il vicepresidente della Fish. E il personale assunto a tempo indeterminato per il prossimo anno scolastico (circa 4.300 insegnanti di sostegno che saranno di ruolo, di cui la maggior parte in Campania, Lombardia, Sicilia e Lazio) è solo la punta dell'iceberg. "Sui 90.469 insegnanti di sostegno previsti per l'anno 2009/2010, infatti, quelli in organico di diritto diventeranno così 62.766", conclude Nocera. Gli altri docenti continueranno a essere precari.
Il regolamento è il frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l'integrazione scolastica. L'obiettivo dei nuovi percorsi- dice sempre il comunicato del Miur- è di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio formativo attivo, direttamente a contatto con le scuole.
"Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico. Un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti". Lo ha affermato il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini.
"Prevediamo una selezione severa- ha aggiunto commentando le nuove regole diffuse dal Miur- doverosa per chi avrà in mano il futuro dell'Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare".
Cambiano dunque le modalità per accedere all'insegnamento. Con il nuovo sistema per insegnare nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentirà di conseguire l'abilitazione per la scuola primaria e dell'infanzia; sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso di laboratorio per la lingua inglese e le nuove tecnologie; per la prima volta si è data specifica attenzione al problema degli alunni con disabilità, prevedendo che in tutti i percorsi ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali; Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado, invece, sarà necessaria la laurea magistrale + 1 anno di Tirocinio formativo attivo; è prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie; l'anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di tirocinio a scuola sotto la guida di un insegnante tutor; rispetto al percorso Ssis (Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario), si prende il meglio di quella esperienza, evitando la ripetizione degli insegnamenti disciplinari, approfonditi già nella laurea e nella laurea magistrale, per concentrarsi sul tirocinio, sui laboratori e le didattiche.
Dalle Ssis, quindi, al Tirocinio formativo: si passa "dal sapere al sapere insegnare", dice ancora la nota. Durante il tirocinio sarà dedicato infatti ampio spazio all'approfondimento della didattica con esperienze sul campo.
In questo regolamento è stato dato pieno riconoscimento al sistema nazionale dell'istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c'è la sperimentazione dell'obbligo formativo.
Inoltre gli uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate che ospiteranno i tirocini sulla base di appositi criteri stabiliti dal ministero, evidenziandone buone prassi e specificità.
Gli Usr avranno anche funzione di controllo e di verifica sui tirocini. Sino alla costituzione degli albi, le Università scelgono liberamente le scuole, di concerto con gli Usr che mantengono compiti di vigilanza. Il consiglio di corso di tirocinio, che prevede la presenza di scuola e università, ha compiti di coordinamento e di progettazione e rappresenta il terreno di incontro e di raccordo tra le due realtà. Le commissioni di abilitazione prevedono un equilibrio tra scuola e università e un peso determinante del tirocinio e della prova didattica sul voto di abilitazione. I dottori di ricerca e i "precari della ricerca", se in possesso dei requisiti curriculari, entrano in soprannumero, dopo un esame orale, nell'anno di tirocinio, vedendo valorizzato il loro percorso. L'anno di tirocinio prevede forme di interazione e co-progettazione del percorso tra istituzioni scolastiche e atenei ed è stato previsto uno specifico spazio di laboratori destinati ad approfondire quanto viene fatto in classe.
In merito alla "Formazione degli insegnanti di sostegno", è previsto che sia posta in capo alle università, pur prevedendo la possibilità di specifici accordi con gli enti del settore. Sono previsti percorsi di specializzazione per il Clil (insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado di una materia non linguistica in inglese). Il sistema Afam concorre a pieno titolo alla formazione iniziale dei docenti nelle classi di abilitazione di propria competenza. In particolare, è stata rivista la classe di abilitazione per lo strumento musicale. Sino all'entrata a regime delle nuove lauree magistrali, la programmazione del numero di abilitati e il test è previsto, per la secondaria di primo e secondo grado, prima di accedere all'anno di Tirocinio formativo attivo. Per quanto riguarda i precari non abilitati e gli ex diplomati negli istituti magistrali sono stati previsti percorsi che, dietro il superamento di prove d'accesso in grado di verificare la preparazione disciplinare, consentano di conseguire l'abilitazione.
Il regolamento sulla Formazione iniziale, dunque, punta a raggiungere tre obiettivi: 1) Focalizza nella formazione iniziale non solo le materie tradizionali, ma l'acquisizione di alcune competenze trasversali: seconda lingua inglese e competenze di didattica attraverso le nuove tecnologie; 2) Sostituisce al sistema Ssis strutture più snelle, concentrate sull'incontro e sulla co-progettazione tra istituzioni scolastiche e università evitando autoreferenzialità, costi per il sistema e per gli studenti e abbreviando di un anno il percorso di abilitazione per la scuola secondaria; 3) Prevede una programmazione dei numeri in grado di evitare la proliferazione del precariato.
Con successivo decreto si stabiliranno le lauree magistrali relative al secondo ciclo dell'istruzione, per seguire il percorso di cambiamento del secondo ciclo e delle classi di abilitazione.
Pubblicate un po’ in sordina durante l"estate, e un po’ prima rispetto al classico mese di settembre, il ministero dell'Istruzione ha reso noto le Linee guida sull'integrazione scolastica degli alunni con disabilità. Lo ha fatto ai primi di agosto, mentre la maggior parte degli italiani erano in vacanza. Ma agli esperti che si occupano di scuola non è sfuggito, e presto sono arrivati i primi commenti. Positivo il giudizio espresso da Salvatore Nocera, vicepresidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell'handicap), che aveva anticipato il contenuto delle linee guida a fine luglio: "Pur essendo un documento che fa il punto della situazione in Italia, si tratta comunque di un segnale politico importante", ha ribadito. Meno entusiasta, invece, il commento del Coordinamento italiano degli insegnanti di sostegno (Ciis). "Nessun accenno al numero degli alunni disabili per classe, nessun cenno alla situazione di quelli impossibilitati a frequentare (per i quali si attua l'istruzione domiciliare), e neanche un richiamo all'attivazione di laboratori rivolti esclusivamente agli alunni con disabilità", si legge sul sito del coordinamento. Per quanto riguarda il "registro", molte volte "contenente il solo nome dell'alunno disabile e consegnato all'insegnante di sostegno quale 'unico mentore’, le Linee guida per l'integrazione scolastica" riportano che "gli insegnanti assegnati alle attività per il sostegno, assumendo la contitolarità delle sezioni e delle classi in cui operano e partecipando a pieno titolo alle operazioni di valutazione periodiche e finali degli alunni della classe con diritto di voto, disporranno di registri recanti i nomi di tutti gli alunni della classe di cui sono contitolari". Che cosa si dovrà registrare in questo documento ancora non si sa, ma per il momento il Ciis ha apprezzato
l'intervento: "da tempo si avvertiva l'esigenza di far chiarezza in materia per non continuare a perpetrare l'idea che l'alunno disabile 'appartenga’ solo all'insegnante per il sostegno", dicono.
Le direttive impartite dal ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca "si muovono nell'ambito della legislazione vigente e mirano a innalzare il livello qualitativo degli interventi formativi ed educativi a favore degli alunni disabili - si legge nella presentazione alle Linee guida per l'integrazione scolastica scritta dal vice della Direzione generale per lo studente, l'integrazione e la partecipazione del Miur Sergio Scala -. Il documento ripercorre le tappe degli interventi come fin qui concretamente realizzati nella pratica operativa al fine di valutarne la reale corrispondenza ai principi e alle norme che disciplinano la materia. L'obiettivo non è dunque quello di introdurre variazioni nelle disposizioni, quanto di fornire agli operatori scolastici una visione organica della materia che possa orientarne i comportamenti nella direzione di una loro più piena conformità ai principi dell'integrazione".
Se il ministero dell'Istruzione ha ribadito gli organici per l"anno scolastico 2009/2010 - oltre 90 mila docenti di sostegno per circa 180 mila studenti disabili, il che significa il rispetto su scala nazionale del rapporto di un insegnante ogni due studenti con disabilità - per Salvatore Nocera, vicepresidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell'handicap), i tagli alla scuola provocheranno comunque un effetto a catena. Nel senso che "i docenti di ruolo rimasti senza cattedra 'si ricicleranno’ come sostegno mentre quelli precari, che finora sono andati avanti con contratti annuali, perderanno il posto. Naturalmente occorre un titolo idoneo per fare l'insegnante di sostegno", precisa Nocera.Ma con il turn-over dei docenti, "la continuità didattica è fortemente a rischio". E questo fattore è molto importante per uno studente disabile. "Nel rapporto tra insegnante di sostegno e alunno, la conoscenza reciproca è spesso fondamentale, soprattutto quando si tratta di disabilità grave", osserva il vicepresidente della Fish. E il personale assunto a tempo indeterminato per il prossimo anno scolastico (circa 4.300 insegnanti di sostegno che saranno di ruolo, di cui la maggior parte in Campania, Lombardia, Sicilia e Lazio) è solo la punta dell'iceberg. "Sui 90.469 insegnanti di sostegno previsti per l'anno 2009/2010, infatti, quelli in organico di diritto diventeranno così 62.766", conclude Nocera. Gli altri docenti continueranno a essere precari.
Insabbiare
di EZIO MAURO
Non potendo rispondere, se non con la menzogna, Silvio Berlusconi ha deciso di portare in tribunale le dieci domande di Repubblica, per chiedere ai giudici di fermarle, in modo che non sia più possibile chiedergli conto di vicende che non ha mai saputo chiarire: insabbiando così - almeno in Italia - la pubblica vergogna di comportamenti privati che sono al centro di uno scandalo internazionale e lo perseguitano politicamente.
E' la prima volta, nella memoria di un Paese libero, che un uomo politico fa causa alle domande che gli vengono rivolte. Ed è la misura delle difficoltà e delle paure che popolano l'estate dell'uomo più potente d'Italia. La questione è semplice: poiché è incapace di dire la verità sul "ciarpame politico" che ha creato con le sue stesse mani e che da mesi lo circonda, il Capo del governo chiede alla magistratura di bloccare l'accertamento della verità, impedendo la libera attività giornalistica d'inchiesta, che ha prodotto quelle domande senza risposta.
In questa svolta c'è l'insofferenza per ogni controllo, per qualsiasi critica, per qualunque spazio giornalistico d'indagine che sfugga al dominio proprietario o all'intimidazione di un potere che si concepisce come assoluto, e inattaccabile. Berlusconi, nel suo atto giudiziario contro Repubblica vuole infatti colpire e impedire anche la citazione in Italia delle inchieste dei giornali stranieri, in modo che il Paese resti all'oscuro e sotto controllo. Ognuno vede quanto sia debole un potere che ha paura delle domande, e pensa che basti tenere al buio i concittadini per farla franca.
Tutto questo - la richiesta agli imprenditori di non fare pubblicità sul nostro giornale, l'accusa di eversione, l'attacco ai "delinquenti", la causa alle domande - da parte di un premier che è anche editore, e che usa ogni mezzo contro la libertà di stampa, nel silenzio generale. Altro che calunnie: ormai, dovrebbe essere l'Italia a sentirsi vilipesa dai comportamenti di quest'uomo.
Non potendo rispondere, se non con la menzogna, Silvio Berlusconi ha deciso di portare in tribunale le dieci domande di Repubblica, per chiedere ai giudici di fermarle, in modo che non sia più possibile chiedergli conto di vicende che non ha mai saputo chiarire: insabbiando così - almeno in Italia - la pubblica vergogna di comportamenti privati che sono al centro di uno scandalo internazionale e lo perseguitano politicamente.
E' la prima volta, nella memoria di un Paese libero, che un uomo politico fa causa alle domande che gli vengono rivolte. Ed è la misura delle difficoltà e delle paure che popolano l'estate dell'uomo più potente d'Italia. La questione è semplice: poiché è incapace di dire la verità sul "ciarpame politico" che ha creato con le sue stesse mani e che da mesi lo circonda, il Capo del governo chiede alla magistratura di bloccare l'accertamento della verità, impedendo la libera attività giornalistica d'inchiesta, che ha prodotto quelle domande senza risposta.
In questa svolta c'è l'insofferenza per ogni controllo, per qualsiasi critica, per qualunque spazio giornalistico d'indagine che sfugga al dominio proprietario o all'intimidazione di un potere che si concepisce come assoluto, e inattaccabile. Berlusconi, nel suo atto giudiziario contro Repubblica vuole infatti colpire e impedire anche la citazione in Italia delle inchieste dei giornali stranieri, in modo che il Paese resti all'oscuro e sotto controllo. Ognuno vede quanto sia debole un potere che ha paura delle domande, e pensa che basti tenere al buio i concittadini per farla franca.
Tutto questo - la richiesta agli imprenditori di non fare pubblicità sul nostro giornale, l'accusa di eversione, l'attacco ai "delinquenti", la causa alle domande - da parte di un premier che è anche editore, e che usa ogni mezzo contro la libertà di stampa, nel silenzio generale. Altro che calunnie: ormai, dovrebbe essere l'Italia a sentirsi vilipesa dai comportamenti di quest'uomo.
27.8.09
La nuova regola: vivere con attenzione - Intervista a Marco Morosini
Rendere sostenibi i propri investimenti e le spese è la misura più efficace contro le crisi economiche
Esperimenti all'avanguardia, ma poca capacità di sistema. E l'Italia vista da Marco Morosini, curatore di Futuro sostenibile 2009 (in uscita a dicembre per Feltrinelli), seconda tappa del primo, pionieristico studio condotto da Wolfgang Sachs e dal Wuppertal Institut. I «bilancisti», ovviamente, rientrano nelle avanguardie positive.
E c'è da dire che coni Biland dl giustizia l'Italia, forse per la prima volta, fa scuola: ora, in Austria ci sono i Bilanzen der Gerechtigkelt...
«La peculiarità dei Bilanci di giustizia sta nel prendere alla lettera la parola bilancio: i partecipanti registrano tutte le spese e gli investimenti o comunque le voci più importanti. Inoltre non si limitano a spostare qualche spesa qua e là verso criteri più etici, ma cercano di farlo sistematicamente. Ovviamente, non sempre ci sono alternative alle scelte tradizionali; ma con una ricerca sistematica si scopre che le possibilità sono pi di quelle che si pensa».
Nel nuovo studio del Wuppertal Institut si parla molto del ruolo dei singoli: «vivere con attenzione», dal consumi ai risparmio energetico. Una ricetta anche contro la crisi?
«A lungo termine, rendere sostenibili (equi socialmente e responsabili ecologicamente) i propri investimenti e spese è la misura più efficace per evitare le crisi economiche. Le crisi finanziarie, invece, hanno spesso cause che dipendono dal disordine della regolamentazione del mondo finanziario e imprenditoriale; un disordine determinato da politica e lobby economiche, ben poco da uno stile di vita collettivo. L'Islanda è ai primi posti negli indici internazionali di sviluppo; ciò non ha impedito che una cattiva regolamentazione finanziaria la precipitasse in una delle crisi più gravi della sua storia. A livello di singoli, criteri di spesa più responsabili possono aiutare chi è in difficoltà per la crisi. Le famiglie dei bilanci spendono meno della media. Se alcuni prodotti etici possono costare di più , altri costano meno: un buon riso bio, in sacchi da 5 kg e senza pubblicità, è migliore e costa meno che un riso comprato a mezzi chili e imballato due volte, su cui devono guadagnare diversi intermediari».
Dai dati emerge un divario netto tra crescita economica e soddisfazione per la propria vita.
«Diverse ricerche confermano che da una ventina d'anni nei principali Paesi industriali si lavora più ore, invertendo la direzione del progresso sociale ed economico che per secoli era consistito anche nel ridurre la durata del lavoro umano. Se ai tempi di lavoro formali si aggiungono le ore dedicate ai trasferimenti casa-lavoro e soprattutto alla gestione economica di se stessi, come se ogni persona fosse una piccola azienda, non meraviglia che sempre più persone ritengano peggiorata la loro qualità di vita».
In Germania su questi temi è forte la collaborazione tra cittadini e istituzioni; da noi?
«Le faccio un esempio: tra i Comuni più avanti nella riforma economica verso la sostenibilità ambientale ci sono quelli in cui c'è un efficace ufficio per l'Agenda locale 21 , un organismo previsto nel 1992 dal programma Onu per lo sviluppo sostenibile deciso al vertice di Rio. In altre nazioni migliaia di Comuni hanno efficaci Agende 21 locali; su 8.ooo Comuni italiani, quelle coordinate nell'associazione Agende 21 (www.a2litaly.it) sono solo qualche decina».
Ga.Ja.
Esperimenti all'avanguardia, ma poca capacità di sistema. E l'Italia vista da Marco Morosini, curatore di Futuro sostenibile 2009 (in uscita a dicembre per Feltrinelli), seconda tappa del primo, pionieristico studio condotto da Wolfgang Sachs e dal Wuppertal Institut. I «bilancisti», ovviamente, rientrano nelle avanguardie positive.
E c'è da dire che coni Biland dl giustizia l'Italia, forse per la prima volta, fa scuola: ora, in Austria ci sono i Bilanzen der Gerechtigkelt...
«La peculiarità dei Bilanci di giustizia sta nel prendere alla lettera la parola bilancio: i partecipanti registrano tutte le spese e gli investimenti o comunque le voci più importanti. Inoltre non si limitano a spostare qualche spesa qua e là verso criteri più etici, ma cercano di farlo sistematicamente. Ovviamente, non sempre ci sono alternative alle scelte tradizionali; ma con una ricerca sistematica si scopre che le possibilità sono pi di quelle che si pensa».
Nel nuovo studio del Wuppertal Institut si parla molto del ruolo dei singoli: «vivere con attenzione», dal consumi ai risparmio energetico. Una ricetta anche contro la crisi?
«A lungo termine, rendere sostenibili (equi socialmente e responsabili ecologicamente) i propri investimenti e spese è la misura più efficace per evitare le crisi economiche. Le crisi finanziarie, invece, hanno spesso cause che dipendono dal disordine della regolamentazione del mondo finanziario e imprenditoriale; un disordine determinato da politica e lobby economiche, ben poco da uno stile di vita collettivo. L'Islanda è ai primi posti negli indici internazionali di sviluppo; ciò non ha impedito che una cattiva regolamentazione finanziaria la precipitasse in una delle crisi più gravi della sua storia. A livello di singoli, criteri di spesa più responsabili possono aiutare chi è in difficoltà per la crisi. Le famiglie dei bilanci spendono meno della media. Se alcuni prodotti etici possono costare di più , altri costano meno: un buon riso bio, in sacchi da 5 kg e senza pubblicità, è migliore e costa meno che un riso comprato a mezzi chili e imballato due volte, su cui devono guadagnare diversi intermediari».
Dai dati emerge un divario netto tra crescita economica e soddisfazione per la propria vita.
«Diverse ricerche confermano che da una ventina d'anni nei principali Paesi industriali si lavora più ore, invertendo la direzione del progresso sociale ed economico che per secoli era consistito anche nel ridurre la durata del lavoro umano. Se ai tempi di lavoro formali si aggiungono le ore dedicate ai trasferimenti casa-lavoro e soprattutto alla gestione economica di se stessi, come se ogni persona fosse una piccola azienda, non meraviglia che sempre più persone ritengano peggiorata la loro qualità di vita».
In Germania su questi temi è forte la collaborazione tra cittadini e istituzioni; da noi?
«Le faccio un esempio: tra i Comuni più avanti nella riforma economica verso la sostenibilità ambientale ci sono quelli in cui c'è un efficace ufficio per l'Agenda locale 21 , un organismo previsto nel 1992 dal programma Onu per lo sviluppo sostenibile deciso al vertice di Rio. In altre nazioni migliaia di Comuni hanno efficaci Agende 21 locali; su 8.ooo Comuni italiani, quelle coordinate nell'associazione Agende 21 (www.a2litaly.it) sono solo qualche decina».
Ga.Ja.
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26.8.09
E il bibliotecario si affida a Facebook
Quattromila delegati al congresso mondiale in corso a Milano: il futuro è digitale
MARIA GIULIA MINETTI
Il tassinaro che porta il cronista al congresso dell'Ifla - International Federation of Library Association and Institutions - gira la testa e chiede: «Scusi, ma non è un convegno sulle biblioteche?». Sì, lo è. E il conducente: «Ma allora, come mai ci sono tanti giovani?». Ecco, l'idea del tassista che le biblioteche siano spelonche riservate a vecchi studiosi di vecchi libri in Italia è diffusissima. Anche ad alto livello. «Da noi il ministro, quando parla di biblioteche, pensa a Brera e simili», constata Stefano Parise della fondazione «Per leggere», un network di biblioteche sul territorio della provincia di Milano. «Tutt'altro discorso in Inghilterra. Là, per esempio, davanti a un calo degli utenti, comunque numerosissimi, delle biblioteche pubbliche, il premier Gordon Brown proclamò il 2008 "Anno delle biblioteche", esortando le mamme aleggere libri ai loro bambini, per "assuefarli" fin da piccoli».
Dei tantissimi convegni, workshop, tavole rotonde, incontri che ritmano i cinque giorni di questo 75° Congresso mondiale Ifla - un organismo «monstre» che comprende più di 500.000 biblioteche sparse in tutto il mondo, a Milano sono arrivati circa 4000 delegati da 180 Paesi -, sembra allora cruciale quello che si è tenuto ieri nell'Aula Magna della Statale, dedicato alle biblioteche digitali: a chi le usa, a come le usa, al ruolo delle istituzioni pubbliche nel loro sviluppo. Cruciale perché è attraverso la digitalizzazione dei servizi e dei testi che passa l'allargamento del pubblico, l'aumento dell'offerta, la «democratizzazione» sempre maggiore del sapere, insomma, per dirla all'antica. La via digitale è la via che permette approfondimenti, «immersioni» negli archivi di istituzioni culturali altrimenti raggiungibili con fatica, con impiego di molto tempo anche soltanto per scoprirne l'esistenza (perché la biblioteca digitale di una istituzione è un luogo in sé e, insieme, uno svincolo con tutte le indicazioni stradali ben evidenziate...).
Susan Hazan, curatrice del dipartimento Nuovi Media del Museo di Israele a Gerusalemme, ha spinto la soglia digitale anche più in là: «Per biblioteche e musei è importante essere presenti, come istituzioni, su Facebook, Twitter - abbiamo 205.000 amici su Twitter. Abbiamo sperimentato l'uso istituzionale di Second Life con risultati molto interessanti. Quanti di voi l'hanno fatto?», chiede rivolta alla platea. Si alzano molte mani, lei è soddisfatta. Molte mani alzate anche alla domanda: avete aperto dei blog? Il problema per tutti è però come «maneggiare», sui blog, il dibattito. Rinunciare a mantenere un livello «alto» o usare la censura? E come? «Per ora si naviga a vista», constatano in molti.
Delle infinite questioni aperte dalle «digital libraries», una sembra dominare più di altre le fantasie: perderemo l'«oggetto» libro? Rossella Caffo, direttore dell'Iccu, Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, vede quella perdita molto lontana. «Lottiamo da anni per riuscire ad avere un equilibrio tra l'interesse dei cittadini e l'interesse degli editori», sospira. «Il governo ha dovuto di recente pagare una multa di 3 milioni di euro alla Siae per i "danni" arrecati agli editori dai prestiti di volumi e si è assunto l'obbligo di un forfait annuale che consenta di continuare i prestiti». Figurarsi se una biblioteca provasse a digitalizzare testi sotto copyright! Il futuro, almeno in questo caso, può attendere.
MARIA GIULIA MINETTI
Il tassinaro che porta il cronista al congresso dell'Ifla - International Federation of Library Association and Institutions - gira la testa e chiede: «Scusi, ma non è un convegno sulle biblioteche?». Sì, lo è. E il conducente: «Ma allora, come mai ci sono tanti giovani?». Ecco, l'idea del tassista che le biblioteche siano spelonche riservate a vecchi studiosi di vecchi libri in Italia è diffusissima. Anche ad alto livello. «Da noi il ministro, quando parla di biblioteche, pensa a Brera e simili», constata Stefano Parise della fondazione «Per leggere», un network di biblioteche sul territorio della provincia di Milano. «Tutt'altro discorso in Inghilterra. Là, per esempio, davanti a un calo degli utenti, comunque numerosissimi, delle biblioteche pubbliche, il premier Gordon Brown proclamò il 2008 "Anno delle biblioteche", esortando le mamme aleggere libri ai loro bambini, per "assuefarli" fin da piccoli».
Dei tantissimi convegni, workshop, tavole rotonde, incontri che ritmano i cinque giorni di questo 75° Congresso mondiale Ifla - un organismo «monstre» che comprende più di 500.000 biblioteche sparse in tutto il mondo, a Milano sono arrivati circa 4000 delegati da 180 Paesi -, sembra allora cruciale quello che si è tenuto ieri nell'Aula Magna della Statale, dedicato alle biblioteche digitali: a chi le usa, a come le usa, al ruolo delle istituzioni pubbliche nel loro sviluppo. Cruciale perché è attraverso la digitalizzazione dei servizi e dei testi che passa l'allargamento del pubblico, l'aumento dell'offerta, la «democratizzazione» sempre maggiore del sapere, insomma, per dirla all'antica. La via digitale è la via che permette approfondimenti, «immersioni» negli archivi di istituzioni culturali altrimenti raggiungibili con fatica, con impiego di molto tempo anche soltanto per scoprirne l'esistenza (perché la biblioteca digitale di una istituzione è un luogo in sé e, insieme, uno svincolo con tutte le indicazioni stradali ben evidenziate...).
Susan Hazan, curatrice del dipartimento Nuovi Media del Museo di Israele a Gerusalemme, ha spinto la soglia digitale anche più in là: «Per biblioteche e musei è importante essere presenti, come istituzioni, su Facebook, Twitter - abbiamo 205.000 amici su Twitter. Abbiamo sperimentato l'uso istituzionale di Second Life con risultati molto interessanti. Quanti di voi l'hanno fatto?», chiede rivolta alla platea. Si alzano molte mani, lei è soddisfatta. Molte mani alzate anche alla domanda: avete aperto dei blog? Il problema per tutti è però come «maneggiare», sui blog, il dibattito. Rinunciare a mantenere un livello «alto» o usare la censura? E come? «Per ora si naviga a vista», constatano in molti.
Delle infinite questioni aperte dalle «digital libraries», una sembra dominare più di altre le fantasie: perderemo l'«oggetto» libro? Rossella Caffo, direttore dell'Iccu, Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, vede quella perdita molto lontana. «Lottiamo da anni per riuscire ad avere un equilibrio tra l'interesse dei cittadini e l'interesse degli editori», sospira. «Il governo ha dovuto di recente pagare una multa di 3 milioni di euro alla Siae per i "danni" arrecati agli editori dai prestiti di volumi e si è assunto l'obbligo di un forfait annuale che consenta di continuare i prestiti». Figurarsi se una biblioteca provasse a digitalizzare testi sotto copyright! Il futuro, almeno in questo caso, può attendere.
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21.8.09
Rivals band to fight Google books - Rivali uniti per combattere Google libri
By Maggie Shiels, Technology reporter, BBC News, Silicon Valley
Three technology heavyweights are joining a coalition to fight Google's attempt to create what could be the world's largest virtual library.
Amazon, Microsoft and Yahoo will sign up to the Open Book Alliance being spearheaded by the Internet Archive.
They oppose a legal settlement that could make Google the main source for many online works.
"Google is trying to monopolise the library system," the Internet Archive's founder Brewster Kahle told BBC News.
"If this deal goes ahead, they're making a real shot at being 'the' library and the only library."
Back in 2008, the search giant reached an agreement with publishers and authors to settle two lawsuits that charged the company with copyright infringement for the unauthorised scanning of books.
In that settlement, Google agreed to pay $125m (£76m) to create a Book Rights Registry, where authors and publishers can register works and receive compensation. Authors and publishers would get 70% from the sale of these books with Google keeping the remaining 30%.
Google would also be given the right to digitise orphan works. These are works whose rights-holders are unknown, and are believed to make up an estimated 50-70% of books published after 1923.
Comments on the deal have to be lodged by September 4th. In early October, a judge in the Southern district of New York will consider whether or not to approve the class-action suit.
In a separate development, the US Department of Justice is conducting an anti-trust investigation into the impact of the agreement.
'Open access'
Critics have claimed the settlement will transform the future of the book industry and of public access to the cultural heritage of mankind embodied in books.
Brewster Kahle Internet Archive
The Internet Archive scans around 1000 books a day at 30 cents a page
"The techniques we have built up since the enlightenment of having open access, public support for libraries, lots of different organisational structures, lots of distributed ownership of books that can be exchanged, resold and repackaged in different ways - all of that is being thrown out in this particular approach," warned Mr Kahle.
The non-profit Internet Archive has long been a vocal opponent of this agreement. It is also in the business of scanning books and has digitised over 1.5 million to date. All are available for free.
As the September 4th deadline approaches, the number of groups and organisations voicing their opposition is growing. But with three of the world's best-known technology companies joining the chorus, the Open Book Alliance can expect to make headlines the world over.
Microsoft and Yahoo have confirmed their participation. However, Amazon has so far declined to comment because the alliance has not yet been formally launched.
"All of us in the coalition are oriented to foster a vision for a more competitive marketplace for books," said Peter Brantley, the Internet Archive's director of access.
"We feel that if approved, Google would earn a court-sanctioned monopoly and the exploitation of a comprehensive collection of books from the 20th century."
'Trust'
Much of the focus of the proposed settlement has been on anti-trust and anti-competitive concerns, but just as many are worried about privacy.
Woman in bookshop
Privacy is a big concern for critics
The Electronic Frontier Foundation, the ACLU of Northern California and the Consumer Watchdog advocacy group wrote to Google to ask the company to "assure Americans that Google will maintain the security and freedom that library patrons have long had: to read and learn about anything...without worrying that someone is looking over their shoulder or could retrace their steps".
"We simply don't like the settlement in its current form," said Consumer Watchdog advocate John Simpson.
"There are serious questions about privacy and Google seems to be taking the view 'let us put this in place and we will do the right thing down the road'. That is simply not good enough."
The American Libraries Association (ALA) agrees.
"We do think the product in essence is good but the proposed settlement asks us to trust Google and the other parties a little too much," the ALA's associate director Corey Williams told BBC News.
"When it comes to privacy, the agreement is silent on the issue and with regard to what Google intends to do with the data it collects. It's a great idea but it requires more trust that I think we feel comfortable being able to extend at this point," said Ms Williams.
'Brave new world'
In its defence, Google has argued that the deal brings great benefits to authors and will make millions of out-of-print books widely available online and in libraries.
In a statement, the company said: "The Google Books settlement is injecting more competition into the digital books space, so it's understandable why our competitors might fight hard to prevent more competition."
Michelle Richmond author
The author said she is not surprised by the reaction to the settlment
Despite the increasing tide of criticism over the settlement, there are some who believe there is not that much to fear.
Michelle Richmond is the author of New York Times best seller "The Year of Fog", which is also being turned into a movie starring Rachel Weiss.
"The thing I keep hearing from authors is 'I don't know what this settlement really means'. But this is the brave new world and we don't really know where it is going," Ms Richmond told BBC News
"Most authors work for so little and start from the point of we are doing this for the love it. But when there is this company that has nothing to do with the creation of the book or its publication, I think a lot of authors are concerned about this being a portal to greater access to their work without compensation for writers."
Three technology heavyweights are joining a coalition to fight Google's attempt to create what could be the world's largest virtual library.
Amazon, Microsoft and Yahoo will sign up to the Open Book Alliance being spearheaded by the Internet Archive.
They oppose a legal settlement that could make Google the main source for many online works.
"Google is trying to monopolise the library system," the Internet Archive's founder Brewster Kahle told BBC News.
"If this deal goes ahead, they're making a real shot at being 'the' library and the only library."
Back in 2008, the search giant reached an agreement with publishers and authors to settle two lawsuits that charged the company with copyright infringement for the unauthorised scanning of books.
In that settlement, Google agreed to pay $125m (£76m) to create a Book Rights Registry, where authors and publishers can register works and receive compensation. Authors and publishers would get 70% from the sale of these books with Google keeping the remaining 30%.
Google would also be given the right to digitise orphan works. These are works whose rights-holders are unknown, and are believed to make up an estimated 50-70% of books published after 1923.
Comments on the deal have to be lodged by September 4th. In early October, a judge in the Southern district of New York will consider whether or not to approve the class-action suit.
In a separate development, the US Department of Justice is conducting an anti-trust investigation into the impact of the agreement.
'Open access'
Critics have claimed the settlement will transform the future of the book industry and of public access to the cultural heritage of mankind embodied in books.
Brewster Kahle Internet Archive
The Internet Archive scans around 1000 books a day at 30 cents a page
"The techniques we have built up since the enlightenment of having open access, public support for libraries, lots of different organisational structures, lots of distributed ownership of books that can be exchanged, resold and repackaged in different ways - all of that is being thrown out in this particular approach," warned Mr Kahle.
The non-profit Internet Archive has long been a vocal opponent of this agreement. It is also in the business of scanning books and has digitised over 1.5 million to date. All are available for free.
As the September 4th deadline approaches, the number of groups and organisations voicing their opposition is growing. But with three of the world's best-known technology companies joining the chorus, the Open Book Alliance can expect to make headlines the world over.
Microsoft and Yahoo have confirmed their participation. However, Amazon has so far declined to comment because the alliance has not yet been formally launched.
"All of us in the coalition are oriented to foster a vision for a more competitive marketplace for books," said Peter Brantley, the Internet Archive's director of access.
"We feel that if approved, Google would earn a court-sanctioned monopoly and the exploitation of a comprehensive collection of books from the 20th century."
'Trust'
Much of the focus of the proposed settlement has been on anti-trust and anti-competitive concerns, but just as many are worried about privacy.
Woman in bookshop
Privacy is a big concern for critics
The Electronic Frontier Foundation, the ACLU of Northern California and the Consumer Watchdog advocacy group wrote to Google to ask the company to "assure Americans that Google will maintain the security and freedom that library patrons have long had: to read and learn about anything...without worrying that someone is looking over their shoulder or could retrace their steps".
"We simply don't like the settlement in its current form," said Consumer Watchdog advocate John Simpson.
"There are serious questions about privacy and Google seems to be taking the view 'let us put this in place and we will do the right thing down the road'. That is simply not good enough."
The American Libraries Association (ALA) agrees.
"We do think the product in essence is good but the proposed settlement asks us to trust Google and the other parties a little too much," the ALA's associate director Corey Williams told BBC News.
"When it comes to privacy, the agreement is silent on the issue and with regard to what Google intends to do with the data it collects. It's a great idea but it requires more trust that I think we feel comfortable being able to extend at this point," said Ms Williams.
'Brave new world'
In its defence, Google has argued that the deal brings great benefits to authors and will make millions of out-of-print books widely available online and in libraries.
In a statement, the company said: "The Google Books settlement is injecting more competition into the digital books space, so it's understandable why our competitors might fight hard to prevent more competition."
Michelle Richmond author
The author said she is not surprised by the reaction to the settlment
Despite the increasing tide of criticism over the settlement, there are some who believe there is not that much to fear.
Michelle Richmond is the author of New York Times best seller "The Year of Fog", which is also being turned into a movie starring Rachel Weiss.
"The thing I keep hearing from authors is 'I don't know what this settlement really means'. But this is the brave new world and we don't really know where it is going," Ms Richmond told BBC News
"Most authors work for so little and start from the point of we are doing this for the love it. But when there is this company that has nothing to do with the creation of the book or its publication, I think a lot of authors are concerned about this being a portal to greater access to their work without compensation for writers."
14.8.09
Ora fa paura l'inflazione
"Il rimbalzo dei mercati c'è, ma non sono ottimista per l'Europa, anche perché sarà difficile bilanciare il sostegno alla ripresa è il rischio di scatenare l'inflazione." Parola di Luigi Zingales, economista e docente all'Università di Chicago.
Per cominciare, è davvero possibile fare previsioni in una fase come questa, oppure tutti, Bce inclusa, tirano a indovinare?
«È un momento complicato, ma alcuni sintomi sono chiari. C'è un rimbalzo dovuto anche a motivi tecnici, cioè al fatto che nei mesi del massimo pessimismo le imprese hanno tagliato molto i magazzini e adesso devono riprendere l'attività. Poi, le Borse sono molto ottimiste, e questo diffonde ottimismo anche all'economia reale».
La Borse sono ottimiste a ragion veduta? O è una nuova bolla?
«Sono ottimiste perché si era temuta una crisi lunga e profonda, ma più il tempo passa e più c'è la sensazione che l'apocalisse sia stata evitata. I mercati finanziari anticipano sempre la ripresa, e ora c'è tanta liquidità facile, tassi zero. Ma ci sono elementi di rischio. I tassi così anormalmente bassi potrebbero essere illusori. Dopo la crisi del 2000-2001 Greenspan tenne giù i tassi troppo a lungo, per non compromettere la ripresa, e così gonfiò la bolla immobiliare. Adesso la Bce fa bene ad avvertire che dovrà ritirare la liquidità, al momento giusto, per evitare l'inflazione».
È un problema solo per l'Europa?
«No anzi, potrebbe essere anche peggio per l'America, che ha immesso molta più liquidità. Però l'America ha, in parte, esportato la sua recessione nel resto del mondo e questo sarà un problema soprattutto per l'Europa. Prima, gli americani sostenevano l'economia mondiale con i loro consumi privati, compravano auto tedesche, vestiti italiani eccetera. Adesso i consumi privati sono crollati e al loro posto l'economia Usa è sostenuta dai consumi pubblici che però non vanno a sostegno delI'export europeo. Soprattuttola Germania, forte esportatrice, ne sarà colpita. I Paesi emergenti stanno sostenendo la domanda globale ma non credo che questo sia sufficiente per l'Europa».
E' stato risolto qualche problema di fondo, o siamo pronti a ricaderci?
«Non è stato fatto assolutamente niente. Anche nell'Amministrazione Obama non c'è volontà di cambiare. Abbiamo visto che nel sistema c'è carenza di controlli ex ante (non ex post, a disastri avvenuti). Ma le istituzioni finanziarie hanno un potere di ricatto enorme e lo utilizzano per far pressione sulla politica e non cambiare niente».
[Lui. GRA.]
Per cominciare, è davvero possibile fare previsioni in una fase come questa, oppure tutti, Bce inclusa, tirano a indovinare?
«È un momento complicato, ma alcuni sintomi sono chiari. C'è un rimbalzo dovuto anche a motivi tecnici, cioè al fatto che nei mesi del massimo pessimismo le imprese hanno tagliato molto i magazzini e adesso devono riprendere l'attività. Poi, le Borse sono molto ottimiste, e questo diffonde ottimismo anche all'economia reale».
La Borse sono ottimiste a ragion veduta? O è una nuova bolla?
«Sono ottimiste perché si era temuta una crisi lunga e profonda, ma più il tempo passa e più c'è la sensazione che l'apocalisse sia stata evitata. I mercati finanziari anticipano sempre la ripresa, e ora c'è tanta liquidità facile, tassi zero. Ma ci sono elementi di rischio. I tassi così anormalmente bassi potrebbero essere illusori. Dopo la crisi del 2000-2001 Greenspan tenne giù i tassi troppo a lungo, per non compromettere la ripresa, e così gonfiò la bolla immobiliare. Adesso la Bce fa bene ad avvertire che dovrà ritirare la liquidità, al momento giusto, per evitare l'inflazione».
È un problema solo per l'Europa?
«No anzi, potrebbe essere anche peggio per l'America, che ha immesso molta più liquidità. Però l'America ha, in parte, esportato la sua recessione nel resto del mondo e questo sarà un problema soprattutto per l'Europa. Prima, gli americani sostenevano l'economia mondiale con i loro consumi privati, compravano auto tedesche, vestiti italiani eccetera. Adesso i consumi privati sono crollati e al loro posto l'economia Usa è sostenuta dai consumi pubblici che però non vanno a sostegno delI'export europeo. Soprattuttola Germania, forte esportatrice, ne sarà colpita. I Paesi emergenti stanno sostenendo la domanda globale ma non credo che questo sia sufficiente per l'Europa».
E' stato risolto qualche problema di fondo, o siamo pronti a ricaderci?
«Non è stato fatto assolutamente niente. Anche nell'Amministrazione Obama non c'è volontà di cambiare. Abbiamo visto che nel sistema c'è carenza di controlli ex ante (non ex post, a disastri avvenuti). Ma le istituzioni finanziarie hanno un potere di ricatto enorme e lo utilizzano per far pressione sulla politica e non cambiare niente».
[Lui. GRA.]
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11.8.09
Chi gioca con i salari
II costo della vita varia anche tra aree metropolitane e piccoli comuni del Nord. E poi al Sud i servizi sono di qualità inferiore
di CHIARA SARACENO
Dopo i sindacati, anche Confindustria ha osservato che già ora i salari ufficiali sono differenziati per ambito territoriale, anche dopo l'abolizione delle gabbie salariali: perché le aziende più grandi, dove i salari sono in media più alti, sono più diffuse al Nord e perché qui è anche più diffusa la contrattazione aziendale.
Viceversa, aggiungo io, al Sud è più diffusa, soprattutto nelle piccole aziende, la pratica di distinguere tra busta paga ufficiale e salario effettivo, con il secondo più o meno sostanziosamente più basso del primo. Fosse solo per questi motivi, non si capisce la ragione per cui il presidente del Consiglio si accoda a Bossi nell'auspicare la reintroduzione delle gabbie salariali, proprio nel momento in cui si autonomina a capo della riedizione della Cassa per il mezzogiorno.
Ma ci sono altri motivi, oltre a quelli di uno stato davvero liberale che non fissa per legge i limiti salariali e i loro confini geografici, che devono indurre a respingere ogni velleità di re-introduzione di salari territoriali. Il primo motivo è che le differenze del costo della vita non riguardano solo le grandi ripartizioni territoriali. Altrettanto grandi sono le differenze tra aree metropolitane, grandi città e piccoli comuni. Ad esempio, secondo i calcoli dell'Istat, lo stesso paniere di beni essenziali costa circa 195 euro in più al mese in un'area metropolitana del Nord rispetto a una del Sud e isole, ma anche 76 euro in più rispetto a un piccolo comune sempre del Nord. Per motivi di coerenza, occorrerebbe quindi differenziare i salari anche all'interno di ciascuna area territoriale. Il secondo motivo, più importante, è che non basta tenere conto del costo della vita misurato sui consumi quotidiani e abitativi per comparare il valore dei salari nelle varie zone del paese. Occorre tenere conto di almeno due altri elementi. Il primo è la quantità e la qualità dei beni pubblici disponibili nei vari territori: scuola, sanità, infrastrutture, trasporti, sicurezza, efficienza della pubblica amministrazione e così via. Anche questi, infatti, entrano nella valutazione del benessere dei singoli e delle famiglie, integrando le economie famigliari o viceversa, quando sono assenti o di cattiva qualità, rappresentando un costo aggiuntivo.
Il secondo motivo è che il valore del salario non va rapportato solo al costo della vita, ma anche al numero di persone che di esso deve vivere. È noto che nel Mezzogiorno non solo i salari sono mediamente più bassi che nel Centro-Nord (e lo stesso vale per le pensioni), ma devono bastare per famiglie mediamente più grandi, tanto più che, vista la situazione del mercato del lavoro, nel Mezzogiorno sono meno diffuse le famiglie con due o più percettori.
Secondo i dati dell'indagine europea sulla condizioni socio-economiche delle famiglie, tra le famiglie il cui reddito principale è da lavoro dipendente, quelle del mezzogiorno hanno un reddito medio netto, tenuto conto anche del possesso dell'abitazione, del 20,4% inferiore a quelle del Nord. Uno scarto superiore al 16% complessivo di differenziale nel costo della vita rilevato da Istat e Banca d'Italia che ha scatenato la polemica di questi giorni. Gli scarti sono particolarmente accentuati per alcuni tipi di famiglia, per altro più diffusi nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree del paese. Una famiglia di quattro persone ha un reddito netto pari al 67,4% di una famiglia analoga del Nord e al 69% di una del Centro. Se ci sono due figli minori, il reddito famigliare è pari al 65% di quelle analoghe del Nord. Non stupisce che l'incidenza della povertà assoluta, misurata tenendo conto del costo della vita, sia più che doppia nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.
Ma è soprattutto la diversa quantità e qualità dei beni pubblici a fare la differenza. Sappiamo come la scuola abbia sia infrastrutture che prestazioni più basse nel Mezzogiorno. I servizi per l'infanzia sono scarsi e spesso a metà tempo, così come la scuola elementare.
Di conseguenza, anche a fronte dell'esistenza di forti rischi ambientali, molte famiglie a reddito modesto preferiscono mandare i figli ad imparare un mestiere anche a scapito di un impegno scolastico di cui non vedono i benefici. Sappiamo anche che, nonostante alcune eccellenze, il servizio sanitario è spesso così scadente da costituire un rischio per la vita e da incoraggiare, in chi può, un turismo sanitario interregionale, con i costi aggiuntivi che questo comporta. A sud di Roma, i trasporti ferroviari e le autostrade assomigliano spesso a quelli di un paese del Terzo mondo. E l'efficienza della pubblica amministrazione è molto inferiore alla media, pur non eccelsa, nazionale.
Piuttosto che trastullarsi con l'idea delle gabbie salariali il governo dovrebbe intervenire sulla indegnità di "gabbie territoriali di beni pubblici", di cui è non marginale responsabile anche il ceto politico locale, presente e passato, spesso con l'uso improprio (clientelare) della Cassa per il Mezzogiorno. Lo stesso ceto che, in barba non solo alle gabbie salariali, ma anche ad ogni criterio di produttività, si assegna lauti compensi per il proprio malgoverno senza che nessuno pensi autorevolmente di intervenire.
di CHIARA SARACENO
Dopo i sindacati, anche Confindustria ha osservato che già ora i salari ufficiali sono differenziati per ambito territoriale, anche dopo l'abolizione delle gabbie salariali: perché le aziende più grandi, dove i salari sono in media più alti, sono più diffuse al Nord e perché qui è anche più diffusa la contrattazione aziendale.
Viceversa, aggiungo io, al Sud è più diffusa, soprattutto nelle piccole aziende, la pratica di distinguere tra busta paga ufficiale e salario effettivo, con il secondo più o meno sostanziosamente più basso del primo. Fosse solo per questi motivi, non si capisce la ragione per cui il presidente del Consiglio si accoda a Bossi nell'auspicare la reintroduzione delle gabbie salariali, proprio nel momento in cui si autonomina a capo della riedizione della Cassa per il mezzogiorno.
Ma ci sono altri motivi, oltre a quelli di uno stato davvero liberale che non fissa per legge i limiti salariali e i loro confini geografici, che devono indurre a respingere ogni velleità di re-introduzione di salari territoriali. Il primo motivo è che le differenze del costo della vita non riguardano solo le grandi ripartizioni territoriali. Altrettanto grandi sono le differenze tra aree metropolitane, grandi città e piccoli comuni. Ad esempio, secondo i calcoli dell'Istat, lo stesso paniere di beni essenziali costa circa 195 euro in più al mese in un'area metropolitana del Nord rispetto a una del Sud e isole, ma anche 76 euro in più rispetto a un piccolo comune sempre del Nord. Per motivi di coerenza, occorrerebbe quindi differenziare i salari anche all'interno di ciascuna area territoriale. Il secondo motivo, più importante, è che non basta tenere conto del costo della vita misurato sui consumi quotidiani e abitativi per comparare il valore dei salari nelle varie zone del paese. Occorre tenere conto di almeno due altri elementi. Il primo è la quantità e la qualità dei beni pubblici disponibili nei vari territori: scuola, sanità, infrastrutture, trasporti, sicurezza, efficienza della pubblica amministrazione e così via. Anche questi, infatti, entrano nella valutazione del benessere dei singoli e delle famiglie, integrando le economie famigliari o viceversa, quando sono assenti o di cattiva qualità, rappresentando un costo aggiuntivo.
Il secondo motivo è che il valore del salario non va rapportato solo al costo della vita, ma anche al numero di persone che di esso deve vivere. È noto che nel Mezzogiorno non solo i salari sono mediamente più bassi che nel Centro-Nord (e lo stesso vale per le pensioni), ma devono bastare per famiglie mediamente più grandi, tanto più che, vista la situazione del mercato del lavoro, nel Mezzogiorno sono meno diffuse le famiglie con due o più percettori.
Secondo i dati dell'indagine europea sulla condizioni socio-economiche delle famiglie, tra le famiglie il cui reddito principale è da lavoro dipendente, quelle del mezzogiorno hanno un reddito medio netto, tenuto conto anche del possesso dell'abitazione, del 20,4% inferiore a quelle del Nord. Uno scarto superiore al 16% complessivo di differenziale nel costo della vita rilevato da Istat e Banca d'Italia che ha scatenato la polemica di questi giorni. Gli scarti sono particolarmente accentuati per alcuni tipi di famiglia, per altro più diffusi nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree del paese. Una famiglia di quattro persone ha un reddito netto pari al 67,4% di una famiglia analoga del Nord e al 69% di una del Centro. Se ci sono due figli minori, il reddito famigliare è pari al 65% di quelle analoghe del Nord. Non stupisce che l'incidenza della povertà assoluta, misurata tenendo conto del costo della vita, sia più che doppia nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.
Ma è soprattutto la diversa quantità e qualità dei beni pubblici a fare la differenza. Sappiamo come la scuola abbia sia infrastrutture che prestazioni più basse nel Mezzogiorno. I servizi per l'infanzia sono scarsi e spesso a metà tempo, così come la scuola elementare.
Di conseguenza, anche a fronte dell'esistenza di forti rischi ambientali, molte famiglie a reddito modesto preferiscono mandare i figli ad imparare un mestiere anche a scapito di un impegno scolastico di cui non vedono i benefici. Sappiamo anche che, nonostante alcune eccellenze, il servizio sanitario è spesso così scadente da costituire un rischio per la vita e da incoraggiare, in chi può, un turismo sanitario interregionale, con i costi aggiuntivi che questo comporta. A sud di Roma, i trasporti ferroviari e le autostrade assomigliano spesso a quelli di un paese del Terzo mondo. E l'efficienza della pubblica amministrazione è molto inferiore alla media, pur non eccelsa, nazionale.
Piuttosto che trastullarsi con l'idea delle gabbie salariali il governo dovrebbe intervenire sulla indegnità di "gabbie territoriali di beni pubblici", di cui è non marginale responsabile anche il ceto politico locale, presente e passato, spesso con l'uso improprio (clientelare) della Cassa per il Mezzogiorno. Lo stesso ceto che, in barba non solo alle gabbie salariali, ma anche ad ogni criterio di produttività, si assegna lauti compensi per il proprio malgoverno senza che nessuno pensi autorevolmente di intervenire.
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10.8.09
Polistirolo city
di Fabrizio Gatti
Spese folli per tirare su in tutta fretta case in cartongesso. Mentre l'Esercito ha migliaia di alloggi-container inutilizzati. Dopo tante promesse è questa la ricostruzione di Berlusconi e Bertolaso
Il piccolo climatizzatore gira al massimo. Ma il termometro è implacabile. Dentro la tenda segna 37 gradi. Fuori, sullo zerbino arroventato dal sole, 46 virgola due. È un pomeriggio qualunque per Lorenzo, 30 anni, tecnico informatico di Villa Sant'Angelo, cuore dell'Abruzzo dove, come a L'Aquila e nei paesi della provincia, il tempo è fermo alla prima settimana dopo il terremoto. Sono 25.815 le persone costrette da quattro mesi a vivere nelle tendopoli. E 28.400 quelle sparse tra gli alberghi e i residence della costa. Un totale di 54.215 donne, uomini, anziani, bambini prigionieri di un esperimento imposto dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. È il modello B&B, la ricostruzione show: passare dalla distruzione alla rinascita saltando la fase intermedia degli alloggi temporanei. Mentre a Capua, in provincia di Caserta, migliaia di case mobili che potrebbero servire in Abruzzo stanno marcendo in un deposito dell'Esercito.
Il risultato è un carosello di opere di facciata che solo per L'Aquila città ha già bruciato 500 milioni di euro sottraendoli alla vera ricostruzione. Queste che stanno tirando su in fretta e furia sono case imbottite con largo impiego di legno pressato, cartongesso e polistirolo. Quanti anni dureranno? E ora che i lavori della Protezione civile sono cominciati, si scopre che forse hanno sbagliato i conti. Secondo il Comune della città, i progetti voluti dal governo lasciano senza tetto almeno 5 mila famiglie. E altre 8 mila persone entreranno negli alloggi temporanei in costruzione soltanto tra ottobre e dicembre. Significa costringere la maggior parte dei sopravvissuti ad affrontare in tenda, dopo il caldo, anche il freddo e il maltempo che qui cominciano a fine settembre.
L'incertezza sta spingendo alcuni proprietari di case danneggiate a vendere. Soprattutto i più anziani. Da Roma si sono fatti avanti costruttori e immobiliaristi per rilevare al 10-15 per cento del valore di superficie i negozi, le palazzine gravemente danneggiate o i volumi di quelle da demolire. È l'ombra di una speculazione colossale. "Quando tra dieci anni L'Aquila tornerà a rivivere, nel centro storico gli appartamenti ristrutturati o nuovi riavranno il loro valore di quattro o 5 mila euro al metro", sostiene un costruttore romano che chiede l'anonimato: "Chi ha denaro liquido a disposizione ne approfitta. Per gli anziani è l'occasione per raccogliere qualche soldo e andare altrove o rimanere nelle case costruite dal governo. Anche perché non è risolta la questione dei proprietari di più appartamenti. Lo Stato per ora risarcisce i danni della prima casa. Rimettere a posto il resto richiede milioni di euro".
Il numero degli abitanti che a L'Aquila avranno un tetto prima dell'arrivo del freddo lo si ricava dallo scadenziario delle opere, stabilito dal bando della gara d'appalto. Appena 4.480: entreranno nelle case dopo il 26 settembre. Altri 4.480 andranno dopo il 16 ottobre, 3.840 dopo il 7 novembre. E senza case per tutti, è stata inventata la protezione civile a punti. Un bambino fino a 5 anni vale 4 punti. Dai 6 ai 16 anni, 3 punti. Un nonno tra i 75 e gli 84 anni, 1,5 punti. Sopra gli 85 anni, 2 punti. Ogni vittima in famiglia, 5 punti. Il problema sarà la gestione della graduatoria tra persone già esasperate da quattro mesi di attesa. Anche perché non sono ancora cominciate le riparazioni delle case danneggiate. Nemmeno quelle di categoria A con preventivi sotto i 10 mila euro. Un po' perché la terra continua a tremare, ma soprattutto perché su norme e risarcimenti è il caos. "In questa situazione", dichiara Paolo De Santis, presidente dell'Ordine degli ingegneri de L'Aquila, "neppure a Natale partirà la ricostruzione. La gente è confusa e impaurita perché deve anticipare i soldi. Anche i professionisti hanno molti dubbi sulle ordinanze. E le imprese, in questo clima di incertezza, vogliono prima i soldi, poi cominciano i lavori. Ma le istituzioni, a partire dalla Protezione civile, rifiutano ogni tipo di confronto".
Il sottosegretario Guido Bertolaso, dopo aver imposto le sue decisioni a colpi di ordinanza, se la prende con i Comuni: "Le altre amministrazioni e i cittadini si devono impegnare per affrontare i problemi e risolverli", ha detto qualche giorno fa alla riapertura della strada per la funivia del Gran Sasso. Adesso che sta montando la rabbia, c'è aria di scaricabarile. Tanto che il sindaco, Massimo Cialente, a capo di una giunta di centrosinistra, ripropone il suo piano alternativo, cassato in aprile dalla coppia B&B: "Bisogna accettare l'idea delle case mobili e anche reperire alloggi sfitti", dice Cialente. Gli appartamenti liberi in città e provincia sarebbero un migliaio. "Il problema è che i numeri delle case di classe E, gravemente danneggiate o da demolire, sono peggiori di quanto si pensasse. Sono il 78 per cento nel centro storico", racconta il sindaco, "e nelle frazioni come San Gregorio, il 90 per cento". Il 10 agosto scade il termine per partecipare alla graduatoria a punti. E nelle ore successive si saprà quante persone resteranno senza un riparo migliore della tenda. Il Comune de L'Aquila ha già stimato 10 mila famiglie con la casa distrutta: di queste 3.900 andranno entro dicembre nei miniappartamenti costruiti dalla Protezione civile, mille forse negli alloggi sfitti (ancora da censire). Ne restano da sistemare cinquemila. Più altre 10-12 mila che hanno subito danni oltre i diecimila euro (classe B e C) e devono attendere la ristrutturazione. Ammesso che le continue scosse non costringano fuori di casa anche le altre diecimila famiglie che hanno subito pochi danni.
Uno dei monumenti alle spese folli del modello B&B è a Cese di Preturo, pochi chilometri sulle colline a nord de L'Aquila. Quattro gigantesche piattaforme antisismiche in cemento armato, più altre sedici sparse in città, per reggere la leggerezza di altrettante case di legno. L'ingegnere e il geometra che dirigono il cantiere ammettono la stranezza: "Effettivamente", dicono, "per le case di legno, queste piastre di cemento sono sovradimensionate". Sovradimensionate è un giudizio professionale per dire esagerate, eccessive, inutili, sprecate. Per queste, spiegano i due tecnici, hanno usato calcestruzzo 525: "Cioé con una resistenza di 525 chili per centimetro quadrato. È l'impasto che si usa per costruire ponti e dighe". Ogni piattaforma antisismica costa 600 mila euro: un progetto diretto da Gian Michele Calvi, presidente del centro di ricerca Eucentre, fondato dalla Protezione civile e dall'Università di Pavia. Ogni casa di tre piani e 26 miniappartamenti, compresi gli arredi e le opere di urbanizzazione, brucia altri 3 milioni e 400 mila euro. Di piattaforme antisismiche la Protezione civile ne ha appaltate 150. Un totale di 3.900 miniappartamenti. E una previsione di spesa di 530 milioni, aggiungendo costi di progettazione e direzione tecnica. Cioè un prezzo medio ad alloggio di 135 mila euro. Ed è il costo di costruzione, al quale andrebbero sommati gli oneri finanziari e i terreni espropriati e occupati per sempre. Il 27 luglio su otto aree non erano ancora cominciati i lavori: partenza ritardata per 1.352 miniappartamenti. Il 3 agosto restavano da aprire ancora quattro cantieri, tra i quali Paganica, una delle frazioni de L'Aquila più devastate dalle scosse. Uno sforzo enorme in soldi pubblici e ore di lavoro, giorno e notte, al quale vanno aggiunte altre quattordici piastre e relative case: decisione di qualche giorno fa che aumenta gli alloggi da consegnare entro dicembre a 4.264. Comunque sotto le necessità previste dal Comune.
Una spesa giustificata da Silvio Berlusconi nelle sue visite a L'Aquila con l'intenzione di dare agli abruzzesi una vera casa. Invece, a parte qualche palazzina prefabbricata in cemento pressato, si tratta di strutture ultraleggere per le quali è abbondante l'impiego di legno, cartongesso, lamiera e perfino polistirolo. Lo stesso materiale di costruzione delle case mobili che la Protezione civile non ha voluto. Solo che invece dei 135 mila euro ad alloggio spesi dal governo a L'Aquila, una casa mobile nuova avrebbe impegnato tra gli 11.800 euro e i 20 mila euro: per dare un tetto a 3.900 famiglie, la protezione civile avrebbe dunque speso 78 milioni di euro contro i 530 milioni bruciati ora. Mentre il governo non trova i soldi per pagare gli arretrati alle migliaia di vigili del fuoco impegnati in Abruzzo dalla notte del 6 aprile.
Per capire cosa si sarebbe potuto fare, basterebbe leggere le relazioni della Protezione civile, allora diretta dal vulcanologo Franco Barberi, sugli interventi per il terremoto in Umbria e nelle Marche del 1997. Il 27 settembre la prima di tante scosse. Trentamila sfollati da sistemare prima dell'inverno alle porte. E la consegna delle prime case mobili che hanno tolto dalle tende migliaia di persone dopo appena due mesi. Allora ci sono riusciti con seimila i moduli abitativi.
Terminata la ricostruzione nel giro di qualche anno, le case container sono state restituite allo Stato. Meno del 30 per cento è stato riparato e inviato alle Regioni. Il 70 per cento è stato lasciato marcire in un'area dell'esercito a Capua. È il deposito del Raggruppamento autonomo recupero beni mobili della Protezione civile. Bisogna venire fin qui, tra le caserme e le fabbriche militari abbandonate, per vedere come può essere trattato un patrimonio del soccorso pubblico in un Paese periodicamente vittima di terremoti e alluvioni. È come se un generale in guerra lasciasse distruggere dalla ruggine i suoi carri armati. Tanto che in Abruzzo dopo quattro mesi la fase dell'emergenza non si è conclusa: restano impegnate 5.590 tende del ministero dell'Interno e migliaia di volontari per i quali lo Stato deve rimborsare le assenze dal lavoro.
Il paradosso è nascosto fuori L'Aquila, 20 chilometri più a sud, superate le macerie e il dolore a Villa Sant'Angelo e a Stiffe. Qui, e in tutti i paesini della provincia, con quattro mesi di ritardo si stanno finalmente costruendo le casette provvisorie di legno, simili a quelle usate dopo il terremoto in Friuli del 1976. Le stanno montando su semplici basi di pietrisco e malta. Niente piattaforme sospese su colonne, niente costi faraonici. Prezzi che la gara d'appalto della Protezione civile ha imposto tra i 30 mila e i 53 mila euro a casa. Cifre superiori ai moduli abitativi trasportabili, ma lontane dalle follie spese a L'Aquila. E anche in questi paesini ogni giorno in più trascorso nelle tendopoli sottrae soldi alla ricostruzione. Perché le tende, oltre a provocare tensioni e impedire la privacy, richiedono alti costi di gestione. A cominciare dai gabinetti. In giugno il dipartimento della Protezione civile si è accorto di avere noleggiato 676 wc chimici oltre il necessario. Poiché lo staff di Bertolaso ha firmato con i fornitori un contratto di noleggio a 80 euro al giorno a gabinetto, il surplus di cessi è costato un patrimonio: un milione e 622 mila euro al mese. Il necessario a comprare case mobili per 81 famiglie. Oppure a montare dodici appartamenti in polistirolo e cartongesso: la scenografia della finta ricostruzione voluta dal B&B show.
Spese folli per tirare su in tutta fretta case in cartongesso. Mentre l'Esercito ha migliaia di alloggi-container inutilizzati. Dopo tante promesse è questa la ricostruzione di Berlusconi e Bertolaso
Il piccolo climatizzatore gira al massimo. Ma il termometro è implacabile. Dentro la tenda segna 37 gradi. Fuori, sullo zerbino arroventato dal sole, 46 virgola due. È un pomeriggio qualunque per Lorenzo, 30 anni, tecnico informatico di Villa Sant'Angelo, cuore dell'Abruzzo dove, come a L'Aquila e nei paesi della provincia, il tempo è fermo alla prima settimana dopo il terremoto. Sono 25.815 le persone costrette da quattro mesi a vivere nelle tendopoli. E 28.400 quelle sparse tra gli alberghi e i residence della costa. Un totale di 54.215 donne, uomini, anziani, bambini prigionieri di un esperimento imposto dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. È il modello B&B, la ricostruzione show: passare dalla distruzione alla rinascita saltando la fase intermedia degli alloggi temporanei. Mentre a Capua, in provincia di Caserta, migliaia di case mobili che potrebbero servire in Abruzzo stanno marcendo in un deposito dell'Esercito.
Il risultato è un carosello di opere di facciata che solo per L'Aquila città ha già bruciato 500 milioni di euro sottraendoli alla vera ricostruzione. Queste che stanno tirando su in fretta e furia sono case imbottite con largo impiego di legno pressato, cartongesso e polistirolo. Quanti anni dureranno? E ora che i lavori della Protezione civile sono cominciati, si scopre che forse hanno sbagliato i conti. Secondo il Comune della città, i progetti voluti dal governo lasciano senza tetto almeno 5 mila famiglie. E altre 8 mila persone entreranno negli alloggi temporanei in costruzione soltanto tra ottobre e dicembre. Significa costringere la maggior parte dei sopravvissuti ad affrontare in tenda, dopo il caldo, anche il freddo e il maltempo che qui cominciano a fine settembre.
L'incertezza sta spingendo alcuni proprietari di case danneggiate a vendere. Soprattutto i più anziani. Da Roma si sono fatti avanti costruttori e immobiliaristi per rilevare al 10-15 per cento del valore di superficie i negozi, le palazzine gravemente danneggiate o i volumi di quelle da demolire. È l'ombra di una speculazione colossale. "Quando tra dieci anni L'Aquila tornerà a rivivere, nel centro storico gli appartamenti ristrutturati o nuovi riavranno il loro valore di quattro o 5 mila euro al metro", sostiene un costruttore romano che chiede l'anonimato: "Chi ha denaro liquido a disposizione ne approfitta. Per gli anziani è l'occasione per raccogliere qualche soldo e andare altrove o rimanere nelle case costruite dal governo. Anche perché non è risolta la questione dei proprietari di più appartamenti. Lo Stato per ora risarcisce i danni della prima casa. Rimettere a posto il resto richiede milioni di euro".
Il numero degli abitanti che a L'Aquila avranno un tetto prima dell'arrivo del freddo lo si ricava dallo scadenziario delle opere, stabilito dal bando della gara d'appalto. Appena 4.480: entreranno nelle case dopo il 26 settembre. Altri 4.480 andranno dopo il 16 ottobre, 3.840 dopo il 7 novembre. E senza case per tutti, è stata inventata la protezione civile a punti. Un bambino fino a 5 anni vale 4 punti. Dai 6 ai 16 anni, 3 punti. Un nonno tra i 75 e gli 84 anni, 1,5 punti. Sopra gli 85 anni, 2 punti. Ogni vittima in famiglia, 5 punti. Il problema sarà la gestione della graduatoria tra persone già esasperate da quattro mesi di attesa. Anche perché non sono ancora cominciate le riparazioni delle case danneggiate. Nemmeno quelle di categoria A con preventivi sotto i 10 mila euro. Un po' perché la terra continua a tremare, ma soprattutto perché su norme e risarcimenti è il caos. "In questa situazione", dichiara Paolo De Santis, presidente dell'Ordine degli ingegneri de L'Aquila, "neppure a Natale partirà la ricostruzione. La gente è confusa e impaurita perché deve anticipare i soldi. Anche i professionisti hanno molti dubbi sulle ordinanze. E le imprese, in questo clima di incertezza, vogliono prima i soldi, poi cominciano i lavori. Ma le istituzioni, a partire dalla Protezione civile, rifiutano ogni tipo di confronto".
Il sottosegretario Guido Bertolaso, dopo aver imposto le sue decisioni a colpi di ordinanza, se la prende con i Comuni: "Le altre amministrazioni e i cittadini si devono impegnare per affrontare i problemi e risolverli", ha detto qualche giorno fa alla riapertura della strada per la funivia del Gran Sasso. Adesso che sta montando la rabbia, c'è aria di scaricabarile. Tanto che il sindaco, Massimo Cialente, a capo di una giunta di centrosinistra, ripropone il suo piano alternativo, cassato in aprile dalla coppia B&B: "Bisogna accettare l'idea delle case mobili e anche reperire alloggi sfitti", dice Cialente. Gli appartamenti liberi in città e provincia sarebbero un migliaio. "Il problema è che i numeri delle case di classe E, gravemente danneggiate o da demolire, sono peggiori di quanto si pensasse. Sono il 78 per cento nel centro storico", racconta il sindaco, "e nelle frazioni come San Gregorio, il 90 per cento". Il 10 agosto scade il termine per partecipare alla graduatoria a punti. E nelle ore successive si saprà quante persone resteranno senza un riparo migliore della tenda. Il Comune de L'Aquila ha già stimato 10 mila famiglie con la casa distrutta: di queste 3.900 andranno entro dicembre nei miniappartamenti costruiti dalla Protezione civile, mille forse negli alloggi sfitti (ancora da censire). Ne restano da sistemare cinquemila. Più altre 10-12 mila che hanno subito danni oltre i diecimila euro (classe B e C) e devono attendere la ristrutturazione. Ammesso che le continue scosse non costringano fuori di casa anche le altre diecimila famiglie che hanno subito pochi danni.
Uno dei monumenti alle spese folli del modello B&B è a Cese di Preturo, pochi chilometri sulle colline a nord de L'Aquila. Quattro gigantesche piattaforme antisismiche in cemento armato, più altre sedici sparse in città, per reggere la leggerezza di altrettante case di legno. L'ingegnere e il geometra che dirigono il cantiere ammettono la stranezza: "Effettivamente", dicono, "per le case di legno, queste piastre di cemento sono sovradimensionate". Sovradimensionate è un giudizio professionale per dire esagerate, eccessive, inutili, sprecate. Per queste, spiegano i due tecnici, hanno usato calcestruzzo 525: "Cioé con una resistenza di 525 chili per centimetro quadrato. È l'impasto che si usa per costruire ponti e dighe". Ogni piattaforma antisismica costa 600 mila euro: un progetto diretto da Gian Michele Calvi, presidente del centro di ricerca Eucentre, fondato dalla Protezione civile e dall'Università di Pavia. Ogni casa di tre piani e 26 miniappartamenti, compresi gli arredi e le opere di urbanizzazione, brucia altri 3 milioni e 400 mila euro. Di piattaforme antisismiche la Protezione civile ne ha appaltate 150. Un totale di 3.900 miniappartamenti. E una previsione di spesa di 530 milioni, aggiungendo costi di progettazione e direzione tecnica. Cioè un prezzo medio ad alloggio di 135 mila euro. Ed è il costo di costruzione, al quale andrebbero sommati gli oneri finanziari e i terreni espropriati e occupati per sempre. Il 27 luglio su otto aree non erano ancora cominciati i lavori: partenza ritardata per 1.352 miniappartamenti. Il 3 agosto restavano da aprire ancora quattro cantieri, tra i quali Paganica, una delle frazioni de L'Aquila più devastate dalle scosse. Uno sforzo enorme in soldi pubblici e ore di lavoro, giorno e notte, al quale vanno aggiunte altre quattordici piastre e relative case: decisione di qualche giorno fa che aumenta gli alloggi da consegnare entro dicembre a 4.264. Comunque sotto le necessità previste dal Comune.
Una spesa giustificata da Silvio Berlusconi nelle sue visite a L'Aquila con l'intenzione di dare agli abruzzesi una vera casa. Invece, a parte qualche palazzina prefabbricata in cemento pressato, si tratta di strutture ultraleggere per le quali è abbondante l'impiego di legno, cartongesso, lamiera e perfino polistirolo. Lo stesso materiale di costruzione delle case mobili che la Protezione civile non ha voluto. Solo che invece dei 135 mila euro ad alloggio spesi dal governo a L'Aquila, una casa mobile nuova avrebbe impegnato tra gli 11.800 euro e i 20 mila euro: per dare un tetto a 3.900 famiglie, la protezione civile avrebbe dunque speso 78 milioni di euro contro i 530 milioni bruciati ora. Mentre il governo non trova i soldi per pagare gli arretrati alle migliaia di vigili del fuoco impegnati in Abruzzo dalla notte del 6 aprile.
Per capire cosa si sarebbe potuto fare, basterebbe leggere le relazioni della Protezione civile, allora diretta dal vulcanologo Franco Barberi, sugli interventi per il terremoto in Umbria e nelle Marche del 1997. Il 27 settembre la prima di tante scosse. Trentamila sfollati da sistemare prima dell'inverno alle porte. E la consegna delle prime case mobili che hanno tolto dalle tende migliaia di persone dopo appena due mesi. Allora ci sono riusciti con seimila i moduli abitativi.
Terminata la ricostruzione nel giro di qualche anno, le case container sono state restituite allo Stato. Meno del 30 per cento è stato riparato e inviato alle Regioni. Il 70 per cento è stato lasciato marcire in un'area dell'esercito a Capua. È il deposito del Raggruppamento autonomo recupero beni mobili della Protezione civile. Bisogna venire fin qui, tra le caserme e le fabbriche militari abbandonate, per vedere come può essere trattato un patrimonio del soccorso pubblico in un Paese periodicamente vittima di terremoti e alluvioni. È come se un generale in guerra lasciasse distruggere dalla ruggine i suoi carri armati. Tanto che in Abruzzo dopo quattro mesi la fase dell'emergenza non si è conclusa: restano impegnate 5.590 tende del ministero dell'Interno e migliaia di volontari per i quali lo Stato deve rimborsare le assenze dal lavoro.
Il paradosso è nascosto fuori L'Aquila, 20 chilometri più a sud, superate le macerie e il dolore a Villa Sant'Angelo e a Stiffe. Qui, e in tutti i paesini della provincia, con quattro mesi di ritardo si stanno finalmente costruendo le casette provvisorie di legno, simili a quelle usate dopo il terremoto in Friuli del 1976. Le stanno montando su semplici basi di pietrisco e malta. Niente piattaforme sospese su colonne, niente costi faraonici. Prezzi che la gara d'appalto della Protezione civile ha imposto tra i 30 mila e i 53 mila euro a casa. Cifre superiori ai moduli abitativi trasportabili, ma lontane dalle follie spese a L'Aquila. E anche in questi paesini ogni giorno in più trascorso nelle tendopoli sottrae soldi alla ricostruzione. Perché le tende, oltre a provocare tensioni e impedire la privacy, richiedono alti costi di gestione. A cominciare dai gabinetti. In giugno il dipartimento della Protezione civile si è accorto di avere noleggiato 676 wc chimici oltre il necessario. Poiché lo staff di Bertolaso ha firmato con i fornitori un contratto di noleggio a 80 euro al giorno a gabinetto, il surplus di cessi è costato un patrimonio: un milione e 622 mila euro al mese. Il necessario a comprare case mobili per 81 famiglie. Oppure a montare dodici appartamenti in polistirolo e cartongesso: la scenografia della finta ricostruzione voluta dal B&B show.
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31.7.09
The Text Revolution - Why Text Is More Efficient Than TV
In the TV Age the tube has dominated breaking news. Watching crucial moments of a big dramatic story on TV can be compelling, and the TV news audience has dwarfed newspaper readership. It is accepted wisdom that TV owns the dramatic breaking story; newspapers bat cleanup.
But maybe not. Watch a big story on cable news and you're in for acres of boring vamping and conjecture wrapped around the couple of minutes here and there that you really do want to see. And those dramatic couple of minutes are endlessly repeated until you're tired of seeing them. Fact is, video is a linear medium that sometimes isn't very efficient at advancing coverage of a story.
On the other hand, text - lowly text - may turn out to be more efficient. Text isn't real-time. Its order can be rearranged on the fly by the reader. It can point to other things - video, photos, charts, diagrams, reference information. More important, it can be skimmed to quickly find only the pieces you're looking for. With mobile devices, text can be transmitted by anyone, quickly and easily.
In the past week, the most compelling coverage of the protests in Iran hasn't been on television, it's been on the internet via Twitter. Thousands of people have been tweeting, reporting what they have seen and pointing readers to photos and video clips posted on YouTube.
Why more compelling? First, it has democratized the reporting, giving access to thousands of eye-witness reports from all over the country, rather than the accounts of a few correspondents who may not have the breadth of access that the thousands of volunteer eye-witnesses do. Perhaps just as important, the short texts are skimmable, and a number of websites have endeavored to collect and sort through the raw reports. Twitter and YouTube have made coverage that is customizeable by readers. No more Wolf Blitzer endlessly filling time while awaiting new developments.
A funny thing has happened on the way to the YouTube revolution: video everywhere has elevated the role of text. People want to watch video, but on their own terms and not in a linear stream decided by someone else. The easiest way to sort information isn't by video, it's by text. Why do people text one another rather than dial their phones and talk? Texts, in an odd way, seem easier.
In the next week or so, Google will release its Google Voice service, which will take your voice mails and convert them to text transcriptions which can be emailed to you. Why? Because voicemail can be clumsy; text takes the interaction online, where it can be controlled by the recipient. It might be easier to record a voice message, but reading that message is more efficient than dialing in to listen to a recording.
That is not to say that listening to someone's voice - the tone, the inflection, the nuance - doesn't provide more information than text. And text doesn't convey the visual experience of video. But in the future, video and audio might be considered the drill-down rather than the headline, a curious flip of the media world we have recently known where TV has offered the raw immediacy and newspapers weigh in later to add the depth.
But maybe not. Watch a big story on cable news and you're in for acres of boring vamping and conjecture wrapped around the couple of minutes here and there that you really do want to see. And those dramatic couple of minutes are endlessly repeated until you're tired of seeing them. Fact is, video is a linear medium that sometimes isn't very efficient at advancing coverage of a story.
On the other hand, text - lowly text - may turn out to be more efficient. Text isn't real-time. Its order can be rearranged on the fly by the reader. It can point to other things - video, photos, charts, diagrams, reference information. More important, it can be skimmed to quickly find only the pieces you're looking for. With mobile devices, text can be transmitted by anyone, quickly and easily.
In the past week, the most compelling coverage of the protests in Iran hasn't been on television, it's been on the internet via Twitter. Thousands of people have been tweeting, reporting what they have seen and pointing readers to photos and video clips posted on YouTube.
Why more compelling? First, it has democratized the reporting, giving access to thousands of eye-witness reports from all over the country, rather than the accounts of a few correspondents who may not have the breadth of access that the thousands of volunteer eye-witnesses do. Perhaps just as important, the short texts are skimmable, and a number of websites have endeavored to collect and sort through the raw reports. Twitter and YouTube have made coverage that is customizeable by readers. No more Wolf Blitzer endlessly filling time while awaiting new developments.
A funny thing has happened on the way to the YouTube revolution: video everywhere has elevated the role of text. People want to watch video, but on their own terms and not in a linear stream decided by someone else. The easiest way to sort information isn't by video, it's by text. Why do people text one another rather than dial their phones and talk? Texts, in an odd way, seem easier.
In the next week or so, Google will release its Google Voice service, which will take your voice mails and convert them to text transcriptions which can be emailed to you. Why? Because voicemail can be clumsy; text takes the interaction online, where it can be controlled by the recipient. It might be easier to record a voice message, but reading that message is more efficient than dialing in to listen to a recording.
That is not to say that listening to someone's voice - the tone, the inflection, the nuance - doesn't provide more information than text. And text doesn't convey the visual experience of video. But in the future, video and audio might be considered the drill-down rather than the headline, a curious flip of the media world we have recently known where TV has offered the raw immediacy and newspapers weigh in later to add the depth.
30.7.09
Battaglie giuste e sparate
«Non pubblicare articoli, poesie o titoli in dialetto», diceva una delle direttive ai giornali emanate nel 1931 da Gaetano Polverelli, capo ufficio stampa di Mussolini: «L’incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del Regime, rigidamente unitarie. Il regionalismo, e i dialetti che ne costituiscono la principale espressione, sono residui dei secoli di divisione e servitù». Un ordine insensato. Uno spreco di ricchezze.
Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «"l’uccellino" italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’" oseléto" veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo». Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti.
Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini». Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega. Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.
La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano... Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità. Che recuperando un forte e comune sentire intorno all'idea della Patria, dell'Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all'espressione diretta del cuore».
E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po' più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell'Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell'America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.
Gian Antonio Stella
Che Luigi Meneghello, autore di libri straordinari e stralunate filastrocche («potacio batòcio spuacio pastròcio / balòco sgnaròco sogato pèocio») avrebbe potuto disintegrare spiegando dall’alto della sua cattedra all’università di Reading che non solo «chi è padrone del proprio dialetto poi impara meglio l’italiano, l’inglese e pure il tedesco» ma che «"l’uccellino" italiano, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto vitreo di un aggeggino di smalto mentre l’" oseléto" veneto che annuncia la primavera ha una qualità che all’altro manca: è vivo». Vale per il dialetto veneto e il siciliano, il sardo e il piemontese. Tutti.
Come dice Ferdinando Camon, lui pure devoto alla lingua davvero materna, i «putei» e i «picciriddi», i «pizzinnu» e i «cit» non sono solo «bambini». Ma qualcosa di più. Per questo è un peccato che una battaglia giusta, quella del recupero anche a scuola delle lingue locali usate da Verga e Pavese, Gadda e Fenoglio oggi stravolte da un impasto di tele- italiano «grandefratellesco», venga svilita in una sparata strumentale buttata lì dai leghisti, con accenti pesantemente anti-unitari, per ragioni di bottega. Come è un peccato che un problema legittimamente posto nel consiglio provinciale di Vicenza, quello delle graduatorie nei concorsi pubblici che al Nord hanno regole più rigide e al Sud più elastiche, venga tradotto in un attacco a tutti i docenti meridionali venato di vecchi rigurgiti razzisti che sembravano (sembravano) accantonati.
La scuola, come sa chi raggela davanti a certe classifiche internazionali che vedono il nostro Paese in drammatico ritardo (con la luminosa eccezione di alcune regioni settentrionali piene zeppe, a sentire il Carroccio, di docenti «terroni »), non ha bisogno di maestri e professori che sappiano recitare «sic sac de hoc sec iè car ac a cà» (sottotitolo per i non bergamaschi: cinque sacchi di legna secca costano care ovunque) ma di maestri e professori che conoscano e sappiano insegnare al meglio la matematica, la fisica, l’inglese, la storia, l’italiano... Ha bisogno, insomma, di un salto di qualità. Che recuperando un forte e comune sentire intorno all'idea della Patria, dell'Unità, del Risorgimento possa permetterci di ricucire senza derive campanilistiche con le nostre lingue di ieri che per Giacomo Leopardi erano le più vicine «all'espressione diretta del cuore».
E chissà che questa nuova scuola, italiana ma rispettosa dei dialetti, consenta ai deputati e ai senatori di domani di essere un po' più preparati di quelli di oggi, visto che ai microfoni delle Jene sono arrivati a collocare Guantanamo in Iraq e a definire il Darfur «un sistema di mangiare veloce», i baschi dell'Eta «un movimento irlandese» e Caino «figlio di Isacco». Per non dire della scoperta dell'America (oscillante tra il 1640 e il 1892) e altre amenità che ogni maestra da Sondrio a Crotone, inorridita, avrebbe segnato con la matita blu.
Gian Antonio Stella
29.7.09
L'idiozia leghista
Roberto Cotroneo
Ieri scrivevo che la Lega è antistorica. L'altro ieri ho sottolineato l'assurdità e l'inopportunità delle parole di Bossi contro il nostro intervento in Afghanistan. Oggi la Lega torna a far notizia. In Commissione istruzione chiede che gli insegnanti del nord, per essere abilitati, debbano dimostrare di conoscere storia e tradizioni e dialetti della regione in cui dovranno insegnare. Persino nel Pdl sono contrari: al punto di chiedere il dibattito in aula proprio su questa proposta.
Insomma, la Lega se ne è inventata un'altra. E non va considerata come l'ennesima pagliacciata leghista. È molto peggio. Solo un'ignoranza abissale può portare a una proposta di questo genere. Un'ignoranza che conferma un aspetto che tutti fingono non voler vedere: la Lega Nord non può essere, per una serie di caratteristiche, un partito di governo. Perché ha posizioni esasperanti e antistoriche, perché indirizza tutte le sue decisioni politiche in una direzione che non ha niente a che vedere con una idea del futuro per la società italiana realistica e concreta. La cultura leghista è filtrata da una lettura falsificata della storia, da una retorica delle piccole patrie che non ha niente a che fare con la modernità.
Nessuno vuole negare il sentimento di identità e di appartenenza delle piccole comunità. Per decenni ci siamo preoccupati della perdita dei dialetti, e di alcuni dialetti che sono delle vere e proprie lingue. E tantomeno nessuno vuole irridere all'orgoglio di sentirsi parte di una terra, anche piccola, di una tradizione e persino di una lingua che può avere radici lontane.
Ma trasformare questo in una sorta di becera autarchia culturale è molto pericoloso. Claudio Magris ha scritto che: "L'identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini, come il figlio che lascia la casa dei genitori, e ci si ritorna col pensiero e col sentimento; qualcosa che si perde e si rinnova, in un incessante spaesamento e rientro".
Questo vuole dire stare nel mondo, questo vuole dire tenersi le proprie radici; tenerle cercando, studiando e conoscendo quelle degli altri. Non esiste cultura o civiltà che possa fare a meno di questo. Non esiste progresso senza mescolamento, non esiste comprensione del mondo senza comprensione dell'altro. Sentire, in una commissione parlamentare di un paese moderno e civile che non è più tollerabile avere solo insegnanti meridionali che trovano posto nelle scuole del nord dà i brividi. Trovare come modelli di riferimento storici e culturali il periodo dei Comuni nel medioevo, leggendo il periodo della Lega Lombarda come un'epopea da riproporre oggi, non è soltanto ridicolo, è aberrante. Pensare al nord, alla cosiddetta padania come a una regione unitaria, che si distingue e si contrappone al centro e al sud, vuol dire non avere alcuna concezione della storia, neppure da sussidiario di scuola elementare. Mandare in Parlamento gente che a sprezzo del ridicolo bloccherà la riforma della scuola perché vuole i dialetti è sinceramente vergognoso.
Proprio in queste battaglie si capisce la vera inadeguatezza culturale dei leghisti, che in questo modo non fanno un dispetto ai professori del sud, ma ai bambini e ai ragazzi del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, condannati a una chiusura e a un'ignoranza eterna e perdente. La Lega Nord propone una cultura rozza, antimoderna e lontana da tutto quanto è progresso, dialogo e comprensione delle cose. E tutto questo non potrà che portare il partito all'implosione, e in un tempo ragionevole alla scomparsa dei leghisti dalla politica italiana ed europea. Ma nel frattempo non si può che scongiurare tutti i politici di buon senso, a destra come a sinistra, di limitare i danni di questa gente, il più possibile.
Ieri scrivevo che la Lega è antistorica. L'altro ieri ho sottolineato l'assurdità e l'inopportunità delle parole di Bossi contro il nostro intervento in Afghanistan. Oggi la Lega torna a far notizia. In Commissione istruzione chiede che gli insegnanti del nord, per essere abilitati, debbano dimostrare di conoscere storia e tradizioni e dialetti della regione in cui dovranno insegnare. Persino nel Pdl sono contrari: al punto di chiedere il dibattito in aula proprio su questa proposta.
Insomma, la Lega se ne è inventata un'altra. E non va considerata come l'ennesima pagliacciata leghista. È molto peggio. Solo un'ignoranza abissale può portare a una proposta di questo genere. Un'ignoranza che conferma un aspetto che tutti fingono non voler vedere: la Lega Nord non può essere, per una serie di caratteristiche, un partito di governo. Perché ha posizioni esasperanti e antistoriche, perché indirizza tutte le sue decisioni politiche in una direzione che non ha niente a che vedere con una idea del futuro per la società italiana realistica e concreta. La cultura leghista è filtrata da una lettura falsificata della storia, da una retorica delle piccole patrie che non ha niente a che fare con la modernità.
Nessuno vuole negare il sentimento di identità e di appartenenza delle piccole comunità. Per decenni ci siamo preoccupati della perdita dei dialetti, e di alcuni dialetti che sono delle vere e proprie lingue. E tantomeno nessuno vuole irridere all'orgoglio di sentirsi parte di una terra, anche piccola, di una tradizione e persino di una lingua che può avere radici lontane.
Ma trasformare questo in una sorta di becera autarchia culturale è molto pericoloso. Claudio Magris ha scritto che: "L'identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini, come il figlio che lascia la casa dei genitori, e ci si ritorna col pensiero e col sentimento; qualcosa che si perde e si rinnova, in un incessante spaesamento e rientro".
Questo vuole dire stare nel mondo, questo vuole dire tenersi le proprie radici; tenerle cercando, studiando e conoscendo quelle degli altri. Non esiste cultura o civiltà che possa fare a meno di questo. Non esiste progresso senza mescolamento, non esiste comprensione del mondo senza comprensione dell'altro. Sentire, in una commissione parlamentare di un paese moderno e civile che non è più tollerabile avere solo insegnanti meridionali che trovano posto nelle scuole del nord dà i brividi. Trovare come modelli di riferimento storici e culturali il periodo dei Comuni nel medioevo, leggendo il periodo della Lega Lombarda come un'epopea da riproporre oggi, non è soltanto ridicolo, è aberrante. Pensare al nord, alla cosiddetta padania come a una regione unitaria, che si distingue e si contrappone al centro e al sud, vuol dire non avere alcuna concezione della storia, neppure da sussidiario di scuola elementare. Mandare in Parlamento gente che a sprezzo del ridicolo bloccherà la riforma della scuola perché vuole i dialetti è sinceramente vergognoso.
Proprio in queste battaglie si capisce la vera inadeguatezza culturale dei leghisti, che in questo modo non fanno un dispetto ai professori del sud, ma ai bambini e ai ragazzi del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, condannati a una chiusura e a un'ignoranza eterna e perdente. La Lega Nord propone una cultura rozza, antimoderna e lontana da tutto quanto è progresso, dialogo e comprensione delle cose. E tutto questo non potrà che portare il partito all'implosione, e in un tempo ragionevole alla scomparsa dei leghisti dalla politica italiana ed europea. Ma nel frattempo non si può che scongiurare tutti i politici di buon senso, a destra come a sinistra, di limitare i danni di questa gente, il più possibile.
26.7.09
Windows 7 Beta in prova: ecco come funziona
di Mario Cianflone e Luca Figini
Windows 7 è meglio di Vista. Senza appello. Più facile, più veloce, meno affamato di risorse. E non è fastidiosamente pedante con la sicurezza, pur essendo blindato. Sono queste le prime impressioni di una prova sul campo della versione Beta 1, quindi sperimentale e di test, del nuovo sistema operativo Microsoft, quello che volenti o nolenti è destinato a essere, a partire dal gennaio 2010, il cuore della stragrande maggioranza dei personal computer. Perché in fondo, il pc è, per quasi tutti, sotto il segno di Windows.
E "Seven" mira a riconquistare tutti quegli utenti delusi da Vista, dalla sua lentezza, dai sui fastidiosi avvisi e da un'interfaccia che, nata per essere innovativa e semplice, in realtà risultava troppo complessa e distante da quella alla quale tutti, con Xp, erano abituati. E che Vista non sia tanto amato lo testimoniano sia il successo travolgente dei netbook, tra cui spicca un Xp rinato a nuova vita, sia tutte quelle imprese che hanno rinnovato il parco dei pc ma senza utilizzare Vista.
La prima impressione è positiva: l'aspetto simile a quello di Vista, ma il look and feel è migliorato. Le funzioni si trovano subito, e non c'è bisogno di scorrere nervosamente su e giù il pannello di controllo per trovare dove sono le stampante o le impostazioni dello schermo.
Tra le innovazioni ci sono le librerie, così è più facile gestire la propria vita digitale, lavorativa o privata che sia. Da un'icona sulla taskbar si accede ai contenuti (musica, documenti, immagini, video), raggruppati per schede e con una visualizzazione a prova di miope. Così, si possono gestire i file indipendentemente da dove sono memorizzati: sul disco interno, su uno esterno, su storage di rete o su internet.
Su un notebook di media potenza...
Ma andiamo per ordine. Abbiamo installato Windows 7 Beta su un notebook Hp Compaq 6910p: una macchina recente con 2 Gb di ram e processore "Santarosa" Centrino Pro.
Nulla di straordinario quanto a risorse. E qui la prima sorpresa positiva: il pc lavora bene, in scioltezza. Anzi pare più veloce e reattivo di prima. L'installazione non è stata pulita, anzi per mettere in difficoltà la versione di prova del nuovo sistema operativo, lo abbiamo installato in upgrade di Vista Business, tra l'altro con un file di registro di configurazione malconcio e lungo da Milano a Seattle. L'installazione è proceduta senza intoppi ma è stata lenta, a iniziare dal download dal sito di Microsoft. Una volta ottenuto il file (un'immagine Iso da masterizzare su dvd), abbiamo proceduto all'istallazione del sistema. A questo punto parte un test di compatibilità e di verifica dell'hardware; una volta superato, inizia l'operazione di caricamento dei file, aggiornamento e set-up. A noi è andata bene. Senza intoppi, anche se sulla macchina utilizzata non vi erano periferiche e device particolari.
Windows 7 presenta un'interfaccia non troppo diversa da quella di Vista. E qui, in effetti, Seven sembra più un grosso upgrade che un sistema nuovo. Tuttavia presenta delle innovazioni grafiche e funzionali che ne agevolano l'uso. Ci è piaciuto anche l'ordine: dal pulsante Start si accede a "mobile", "documenti", "programmi più usati" e "periferiche e stampa". In questo modo si va direttamente ai propri dispositivi, per esempio uno smartphone, che vengono presentati con un'icona-foto del modello esatto. Per gestire i dispositivi in modo semplice è stato introdotto Device Stage che consente di connettere e utilizzare diversi device attraverso un'interfaccia unitaria per gestire differenti dispositivi e svolgere le attività più comuni.
Tra le cose che non ci sono piaciute, spicca il "mostra desktop": ora è difficile da trovare. Sarebbe auspicabile un controllo prima del rilascio definitivo. Comoda l'organizzazione dei file per librerie, con le finestre delle cartelle che presentano inediti menu oltre al classico "organizza". Si tratta di menu relativi a "apri", "stampa", "e-mail" e "condividi". In tal modo si possono gestire file di ogni genere con una razionalità finora sconosciuta ai pc sotto Windows.
L'accesso ai file e alle applicazioni è semplificato grazie a funzionalità speciali che si chiamano Jumplist e Anteprima. Bella e razionale anche la nuova taskbar.
Positivo anche il giudizio sulla nuova funzione "play-to" che agevola lo streaming multimediale e la fruizione di file audio, video e foto all'interno di un network domestico.
...e su un netbook
Ancora più positivo il feedback se si passa su un netbook. Abbiamo provato a installare Windows 7 su un netbook Asus con processore Intel Atom N270 a 1,6 GHz assistito da 1 Gb di Ram e disco a stato solido da 16 GB (servono almeno 12 GB di spazio libero per Seven).
Giudizio in sintesi: ottimo. Anche in questo caso, nulla a che vedere con Vista che diventa un macigno insostenibile per i pc bonsai. Il nuovo sistema operativo è altrettanto efficiente di Xp su questa piattaforma dalle prestazioni limitate rispetto ai notebook tradizionali. Merito dell'approccio modulare scelto da Microsoft: a seconda della configurazione, il nucleo e i servizi di Windows si adattano all'efficienza complessiva del computer. Così, Windows Seven, con tutti gli abbellimenti grafici attivati, ha tempi di risposta brillanti anche sui mini portatili.
La Beta 1 è stata addirittura in grado di rilevare più del 90 per cento delle periferiche installate: qualche difficoltà a riconoscere solo la porta Ethernet. Una bella sorpresa, insomma, vedere operare 7, perché evidenzia come l'azienda di Redmond abbia finalmente prestato attenzione a ottimizzare l'occupazione delle risorse di sistema sviluppando un kernel più leggero e compatto.
Noi abbiamo scelto di installare la versione Ultimate, ovvero quella di Seven con tutte le funzioni accessorie disponibili. Ma si parla già di una release dedicata espressamente ai netbook.
Insomma Windows 7 passa della Beta e promette bene. Peccato che il lancio avverrà solo fra un anno. Perché una volta provato è difficile tornare a Vista o a Xp. Il viaggio sul pianeta Seven continua. Vi terremo aggiornati.
Per scaricare la beta ecco i link utili
http://www.microsoft.com/italy/windows/products/windows7/default.mspx
guarda come funziona
http://www.microsoft.com/windows/windows-7/whats-new.aspx
Windows 7 è meglio di Vista. Senza appello. Più facile, più veloce, meno affamato di risorse. E non è fastidiosamente pedante con la sicurezza, pur essendo blindato. Sono queste le prime impressioni di una prova sul campo della versione Beta 1, quindi sperimentale e di test, del nuovo sistema operativo Microsoft, quello che volenti o nolenti è destinato a essere, a partire dal gennaio 2010, il cuore della stragrande maggioranza dei personal computer. Perché in fondo, il pc è, per quasi tutti, sotto il segno di Windows.
E "Seven" mira a riconquistare tutti quegli utenti delusi da Vista, dalla sua lentezza, dai sui fastidiosi avvisi e da un'interfaccia che, nata per essere innovativa e semplice, in realtà risultava troppo complessa e distante da quella alla quale tutti, con Xp, erano abituati. E che Vista non sia tanto amato lo testimoniano sia il successo travolgente dei netbook, tra cui spicca un Xp rinato a nuova vita, sia tutte quelle imprese che hanno rinnovato il parco dei pc ma senza utilizzare Vista.
La prima impressione è positiva: l'aspetto simile a quello di Vista, ma il look and feel è migliorato. Le funzioni si trovano subito, e non c'è bisogno di scorrere nervosamente su e giù il pannello di controllo per trovare dove sono le stampante o le impostazioni dello schermo.
Tra le innovazioni ci sono le librerie, così è più facile gestire la propria vita digitale, lavorativa o privata che sia. Da un'icona sulla taskbar si accede ai contenuti (musica, documenti, immagini, video), raggruppati per schede e con una visualizzazione a prova di miope. Così, si possono gestire i file indipendentemente da dove sono memorizzati: sul disco interno, su uno esterno, su storage di rete o su internet.
Su un notebook di media potenza...
Ma andiamo per ordine. Abbiamo installato Windows 7 Beta su un notebook Hp Compaq 6910p: una macchina recente con 2 Gb di ram e processore "Santarosa" Centrino Pro.
Nulla di straordinario quanto a risorse. E qui la prima sorpresa positiva: il pc lavora bene, in scioltezza. Anzi pare più veloce e reattivo di prima. L'installazione non è stata pulita, anzi per mettere in difficoltà la versione di prova del nuovo sistema operativo, lo abbiamo installato in upgrade di Vista Business, tra l'altro con un file di registro di configurazione malconcio e lungo da Milano a Seattle. L'installazione è proceduta senza intoppi ma è stata lenta, a iniziare dal download dal sito di Microsoft. Una volta ottenuto il file (un'immagine Iso da masterizzare su dvd), abbiamo proceduto all'istallazione del sistema. A questo punto parte un test di compatibilità e di verifica dell'hardware; una volta superato, inizia l'operazione di caricamento dei file, aggiornamento e set-up. A noi è andata bene. Senza intoppi, anche se sulla macchina utilizzata non vi erano periferiche e device particolari.
Windows 7 presenta un'interfaccia non troppo diversa da quella di Vista. E qui, in effetti, Seven sembra più un grosso upgrade che un sistema nuovo. Tuttavia presenta delle innovazioni grafiche e funzionali che ne agevolano l'uso. Ci è piaciuto anche l'ordine: dal pulsante Start si accede a "mobile", "documenti", "programmi più usati" e "periferiche e stampa". In questo modo si va direttamente ai propri dispositivi, per esempio uno smartphone, che vengono presentati con un'icona-foto del modello esatto. Per gestire i dispositivi in modo semplice è stato introdotto Device Stage che consente di connettere e utilizzare diversi device attraverso un'interfaccia unitaria per gestire differenti dispositivi e svolgere le attività più comuni.
Tra le cose che non ci sono piaciute, spicca il "mostra desktop": ora è difficile da trovare. Sarebbe auspicabile un controllo prima del rilascio definitivo. Comoda l'organizzazione dei file per librerie, con le finestre delle cartelle che presentano inediti menu oltre al classico "organizza". Si tratta di menu relativi a "apri", "stampa", "e-mail" e "condividi". In tal modo si possono gestire file di ogni genere con una razionalità finora sconosciuta ai pc sotto Windows.
L'accesso ai file e alle applicazioni è semplificato grazie a funzionalità speciali che si chiamano Jumplist e Anteprima. Bella e razionale anche la nuova taskbar.
Positivo anche il giudizio sulla nuova funzione "play-to" che agevola lo streaming multimediale e la fruizione di file audio, video e foto all'interno di un network domestico.
...e su un netbook
Ancora più positivo il feedback se si passa su un netbook. Abbiamo provato a installare Windows 7 su un netbook Asus con processore Intel Atom N270 a 1,6 GHz assistito da 1 Gb di Ram e disco a stato solido da 16 GB (servono almeno 12 GB di spazio libero per Seven).
Giudizio in sintesi: ottimo. Anche in questo caso, nulla a che vedere con Vista che diventa un macigno insostenibile per i pc bonsai. Il nuovo sistema operativo è altrettanto efficiente di Xp su questa piattaforma dalle prestazioni limitate rispetto ai notebook tradizionali. Merito dell'approccio modulare scelto da Microsoft: a seconda della configurazione, il nucleo e i servizi di Windows si adattano all'efficienza complessiva del computer. Così, Windows Seven, con tutti gli abbellimenti grafici attivati, ha tempi di risposta brillanti anche sui mini portatili.
La Beta 1 è stata addirittura in grado di rilevare più del 90 per cento delle periferiche installate: qualche difficoltà a riconoscere solo la porta Ethernet. Una bella sorpresa, insomma, vedere operare 7, perché evidenzia come l'azienda di Redmond abbia finalmente prestato attenzione a ottimizzare l'occupazione delle risorse di sistema sviluppando un kernel più leggero e compatto.
Noi abbiamo scelto di installare la versione Ultimate, ovvero quella di Seven con tutte le funzioni accessorie disponibili. Ma si parla già di una release dedicata espressamente ai netbook.
Insomma Windows 7 passa della Beta e promette bene. Peccato che il lancio avverrà solo fra un anno. Perché una volta provato è difficile tornare a Vista o a Xp. Il viaggio sul pianeta Seven continua. Vi terremo aggiornati.
Per scaricare la beta ecco i link utili
http://www.microsoft.com/italy/windows/products/windows7/default.mspx
guarda come funziona
http://www.microsoft.com/windows/windows-7/whats-new.aspx
24.7.09
Conflitto spaziale
di Norma Rangeri
Pagheremo caro e pagheremo tutto. Con l'accordo tra Berlusconi e Berlusconi, cioè tra Rai e Mediaset, è nata ieri la nuova Tivu, piattaforma satellitare posseduta al 48 per cento da viale Mazzini, al 48 per cento dal Cavaliere, al 4 per cento da Telecom. In una affollata conferenza stampa a Roma, una mezza dozzina di manager dei tre gruppi editoriali ha presentato la neonata creatura: un satellite autarchico. Basso profilo, linguaggio tecnico come stessero annunciando un'offerta omaggio. La musica ufficiale di Tivu suona il piffero della filantropia: consentire a quel cinque per cento di popolazione che non riceve, per motivi geografici, il digitale terrestre, di avere ugualmente il segnale grazie al nuovo collegamento satellitare. In realtà tutto si fa per Mediaset che ora potrà combattere, anche nello spazio, la sua battaglia contro Sky, mentre la Rai ha ottime probabilità di cominciare a contare i soldi e il pubblico persi nell'incestuosa operazione.
Dopo aver speso circa 700 milioni di euro per spegnere l'analogico e accendere il digitale, più altrettanti per incentivare l'acquisto del decoder, con la triplice alleanza la Rai spicca il volo lanciandosi, sempre a nostre spese, nell'avventura spaziale: nessuno è obbligato a comprare il terzo decoder (circa 100 euro), ma di fatto saremo incentivati dal marketing all'ossimoro del volontario acquisto.
Se, come tutto lascia supporre, il servizio pubblico toglierà i canali Raisat da Sky, perderà centinaia di milioni di euro (meno audience, meno pubblicità), mentre il vero concorrente commerciale (Berlusconi), ne guadagnerà proponendosi come la reale alternativa pay a Murdoch. Oltretutto, l'uscita da Sky dei canali satellitari si porterà dietro la cancellazione dalla piattaforma dello squalo australiano anche delle reti generaliste (Raiuno, Raidue e Raitre) contraddicendo così il contratto di servizio che invece obbliga la Rai a diffondere i suoi segnali su tutte le piattaforme. Su questo non secondario aspetto della questione, il parere dell'Autorità arriverà a settembre, a cose fatte, come è usanza in Italia.
La sostanza politica dell'operazione è la costruzione di un trust nel paese dove abbiamo seppellito, in un'agonia ventennale, il conflitto di interessi, salvo vederlo resuscitare, nella contingenza della lotta congressuale del Pd, da inaspettati alfieri.
Noi, sudditi di un paese che ha abolito il pluralismo dell'informazione televisiva, assistiamo ora alla scena grottesca di vedere moltiplicati per tre i decoder nelle nostre case. Come quando con la televisione ad alta definizione venivamo persuasi che ad un'alta tecnologia sarebbe corrisposta una maggiore offerta di informazione e intrattenimento, ora con Tivu ci viene assicurato che la Rai diventerà finalmente una televisione europea. Ma, come allora continuarono a somministrarci Vespa sugli schermi a cristalli liquidi, oggi nessun decoder ci salverà dalla tv più asfittica e degradata del mondo occidentale.
Pagheremo caro e pagheremo tutto. Con l'accordo tra Berlusconi e Berlusconi, cioè tra Rai e Mediaset, è nata ieri la nuova Tivu, piattaforma satellitare posseduta al 48 per cento da viale Mazzini, al 48 per cento dal Cavaliere, al 4 per cento da Telecom. In una affollata conferenza stampa a Roma, una mezza dozzina di manager dei tre gruppi editoriali ha presentato la neonata creatura: un satellite autarchico. Basso profilo, linguaggio tecnico come stessero annunciando un'offerta omaggio. La musica ufficiale di Tivu suona il piffero della filantropia: consentire a quel cinque per cento di popolazione che non riceve, per motivi geografici, il digitale terrestre, di avere ugualmente il segnale grazie al nuovo collegamento satellitare. In realtà tutto si fa per Mediaset che ora potrà combattere, anche nello spazio, la sua battaglia contro Sky, mentre la Rai ha ottime probabilità di cominciare a contare i soldi e il pubblico persi nell'incestuosa operazione.
Dopo aver speso circa 700 milioni di euro per spegnere l'analogico e accendere il digitale, più altrettanti per incentivare l'acquisto del decoder, con la triplice alleanza la Rai spicca il volo lanciandosi, sempre a nostre spese, nell'avventura spaziale: nessuno è obbligato a comprare il terzo decoder (circa 100 euro), ma di fatto saremo incentivati dal marketing all'ossimoro del volontario acquisto.
Se, come tutto lascia supporre, il servizio pubblico toglierà i canali Raisat da Sky, perderà centinaia di milioni di euro (meno audience, meno pubblicità), mentre il vero concorrente commerciale (Berlusconi), ne guadagnerà proponendosi come la reale alternativa pay a Murdoch. Oltretutto, l'uscita da Sky dei canali satellitari si porterà dietro la cancellazione dalla piattaforma dello squalo australiano anche delle reti generaliste (Raiuno, Raidue e Raitre) contraddicendo così il contratto di servizio che invece obbliga la Rai a diffondere i suoi segnali su tutte le piattaforme. Su questo non secondario aspetto della questione, il parere dell'Autorità arriverà a settembre, a cose fatte, come è usanza in Italia.
La sostanza politica dell'operazione è la costruzione di un trust nel paese dove abbiamo seppellito, in un'agonia ventennale, il conflitto di interessi, salvo vederlo resuscitare, nella contingenza della lotta congressuale del Pd, da inaspettati alfieri.
Noi, sudditi di un paese che ha abolito il pluralismo dell'informazione televisiva, assistiamo ora alla scena grottesca di vedere moltiplicati per tre i decoder nelle nostre case. Come quando con la televisione ad alta definizione venivamo persuasi che ad un'alta tecnologia sarebbe corrisposta una maggiore offerta di informazione e intrattenimento, ora con Tivu ci viene assicurato che la Rai diventerà finalmente una televisione europea. Ma, come allora continuarono a somministrarci Vespa sugli schermi a cristalli liquidi, oggi nessun decoder ci salverà dalla tv più asfittica e degradata del mondo occidentale.
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17.7.09
Unire le forze, ma per fare che cosa?
di Alberto Burgio
La discussione aperta dal manifesto sull'unità a sinistra è importante e necessaria. La frammentazione delle forze di alternativa è un dramma, e chi non lo intende mostra di vivere lontano mille miglia dai reali problemi di chi campa (sempre più stentatamente) di salario o di quanti (sempre più numerosi) non dispongono più di un pur magro e aleatorio reddito da lavoro. È molto probabile che, continuando di questo passo, quel poco che ancora è in piedi a sinistra in questo Paese venga spazzato via, aggravando una crisi di inaudita gravità. Detto ciò, le battute iniziali di questa discussione appaiono deludenti. Posto che la frammentazione è una iattura, si risponde - come per un riflesso condizionato - con un vibrante appello all'unità basato su una premessa molto discutibile. La divisione della sinistra sarebbe tutta colpa dei partiti e dei loro gruppi dirigenti, descritti come una miserabile nomenclatura di mestieranti e burocrati. Siamo alla riproposizione di un rozzo codice ideologico, impostosi negli anni Ottanta, quando maturava la crisi storica dei grandi partiti di massa e si preparava il collasso del Pci. Da una parte il «Paese legale» (le istituzioni della politica come cappa oppressiva e luogo di malaffare); dall'altra, il «Paese reale» (la beneamata società civile, fonte di istanze sistematicamente frustrate). Come se la società non fosse anche la culla del peggio; come se qualche cerbero interdicesse ai virtuosi l'accesso alla politica; come se la politica fosse una qualità dell'essere e non il modo di operare della società nello svolgimento di determinate funzioni. Possibile che questo schema abbia ancora seguito a sinistra, dopo aver favorito il dilagare dell'antipolitica e della sottocultura berlusconiana e leghista? Anni fa mi capitò di obiettare a un suo esagitato fautore che le sue critiche avrebbero guadagnato credibilità se lui si fosse impegnato a migliorare le cose entrando in un partito e battendosi per emendarne i maggiori difetti. Mi rispose che non aveva tempo da perdere in futili discussioni. Oggi costui non protesta, essendo finalmente riuscito a farsi eleggere da uno dei partiti contro i quali scagliava roventi anatemi. Dunque occorre unire le forze della sinistra. Il punto è che allora dovremmo cominciare col dire perché: per fare che cosa e su che base. Sinistra, di per sé, significa ben poco. O troppo, visto che ognuno la definisce a modo suo e non è detto che tutti questi modi siano armonizzabili. Insomma, si tratta di muoversi in direzione opposta a quella «sinistra senza aggettivi» che serve solo ad assemblare cartelli elettorali e a preparare nuovi disastri. L'affermazione più sorprendente in questa discussione l'ha fatta Luigi Ferrajoli, convinto che non sussistano, a sinistra, significative differenze culturali e politiche. Questa tesi serve a sostenere che tutto il male (le divisioni) viene da quei mediocri (o loschi) figuri che guidano i partiti. Serve anche a mettere fuori gioco, prima ancora di cominciare, le posizioni che non si condividono (che legittimità hanno, posto che di differenze «rilevanti» non ce n'è?). Senonché mi pare che le cose stiano in modo totalmente opposto. L'anno scorso, quando Rifondazione comunista andava a congresso, scrissi (suscitando qualche meraviglia) che il vero terreno dello scontro erano le diverse culture politiche presenti in quel partito. Da una di esse ritenevo derivasse la volontà di dissolverlo che - come si è visto - animava una parte del gruppo dirigente. Oggi ne sono ancora più convinto. Alla base della diaspora della sinistra sta il nodo che viene stringendosi da tre decenni a questa parte: il nodo del comunismo e della sua attualità, da alcuni affermata, da altri recisamente negata. È stupefacente che in Italia, dopo trent'anni di neoliberismo, dopo la distruzione del Pci e l'eclisse della sinistra moderata, dopo lo sfondamento capitalista sui diritti del lavoro e sulla democrazia, di tutto si parli meno che della decisione di gran parte della sinistra politica e intellettuale di impegnarsi a cancellare il comunismo dalla scena pubblica di questo Paese. Come nella migliore tradizione, questo rimosso ritorna. Esige di essere affrontato. Invece si sfugge, implicitamente attribuendo ragione a quella decisione. Su questa base, quale unità a sinistra si ritiene possibile? Il comunismo. Oggi tutti assicurano di ritenere «centrale» la questione del lavoro. È di questo avviso persino il ministro Sacconi. Ma che cosa si intende con queste parole? Chi si dichiara ancora comunista e pensa che la ricostruzione di una grande forza comunista in Italia e in Europa sia necessaria per sconfiggere la destra e riprendere una battaglia di civiltà dopo il lungo inverno neoliberista dà loro un significato ben preciso sul quale varrebbe la pena di confrontarsi senza espedienti diplomatici, ponendo fine a discussioni astratte fini a se stesse. Muove dalla critica al modo di produzione, considerando inderogabili, oggi come ieri, le domande poste dalle lotte degli anni Sessanta e Settanta sul come e che cosa produrre; ritiene irrinunciabile l'autonomia del lavoro (il controllo del lavoro su se stesso), per cui respinge la riscrittura neocorporativa della contrattazione, concertazione compresa; considera non negoziabile la tutela del reddito, dalla scala mobile alla generalizzazione del salario sociale; pone in cima all'agenda politica lo smantellamento della legislazione nazionale ed europea che scarica sul lavoro le rigidità del capitale in termini di precarietà, sotto-occupazione, bassi salari e attacco al welfare. In una battuta, chi si dichiara ancora comunista pensa che si può muovere nella direzione giusta solo gettando tutta la propria forza nel conflitto di lavoro e riassumendo - per dirla con Luciano Gallino - la prospettiva di classe abbandonata da gran parte della sinistra italiana ed europea in questi ultimi vent'anni. Siamo tutti d'accordo? Se così fosse, non ci spiegheremmo pressoché nulla di quanto è successo - per rimanere al recente passato - nei due anni di Prodi. Ad ogni modo, è questa la materia di cui oggettivamente si tratta. Il resto è divagazione. Tutt'al più buona - come dicevano i nostri maggiori - per incartare il pesce.
La discussione aperta dal manifesto sull'unità a sinistra è importante e necessaria. La frammentazione delle forze di alternativa è un dramma, e chi non lo intende mostra di vivere lontano mille miglia dai reali problemi di chi campa (sempre più stentatamente) di salario o di quanti (sempre più numerosi) non dispongono più di un pur magro e aleatorio reddito da lavoro. È molto probabile che, continuando di questo passo, quel poco che ancora è in piedi a sinistra in questo Paese venga spazzato via, aggravando una crisi di inaudita gravità. Detto ciò, le battute iniziali di questa discussione appaiono deludenti. Posto che la frammentazione è una iattura, si risponde - come per un riflesso condizionato - con un vibrante appello all'unità basato su una premessa molto discutibile. La divisione della sinistra sarebbe tutta colpa dei partiti e dei loro gruppi dirigenti, descritti come una miserabile nomenclatura di mestieranti e burocrati. Siamo alla riproposizione di un rozzo codice ideologico, impostosi negli anni Ottanta, quando maturava la crisi storica dei grandi partiti di massa e si preparava il collasso del Pci. Da una parte il «Paese legale» (le istituzioni della politica come cappa oppressiva e luogo di malaffare); dall'altra, il «Paese reale» (la beneamata società civile, fonte di istanze sistematicamente frustrate). Come se la società non fosse anche la culla del peggio; come se qualche cerbero interdicesse ai virtuosi l'accesso alla politica; come se la politica fosse una qualità dell'essere e non il modo di operare della società nello svolgimento di determinate funzioni. Possibile che questo schema abbia ancora seguito a sinistra, dopo aver favorito il dilagare dell'antipolitica e della sottocultura berlusconiana e leghista? Anni fa mi capitò di obiettare a un suo esagitato fautore che le sue critiche avrebbero guadagnato credibilità se lui si fosse impegnato a migliorare le cose entrando in un partito e battendosi per emendarne i maggiori difetti. Mi rispose che non aveva tempo da perdere in futili discussioni. Oggi costui non protesta, essendo finalmente riuscito a farsi eleggere da uno dei partiti contro i quali scagliava roventi anatemi. Dunque occorre unire le forze della sinistra. Il punto è che allora dovremmo cominciare col dire perché: per fare che cosa e su che base. Sinistra, di per sé, significa ben poco. O troppo, visto che ognuno la definisce a modo suo e non è detto che tutti questi modi siano armonizzabili. Insomma, si tratta di muoversi in direzione opposta a quella «sinistra senza aggettivi» che serve solo ad assemblare cartelli elettorali e a preparare nuovi disastri. L'affermazione più sorprendente in questa discussione l'ha fatta Luigi Ferrajoli, convinto che non sussistano, a sinistra, significative differenze culturali e politiche. Questa tesi serve a sostenere che tutto il male (le divisioni) viene da quei mediocri (o loschi) figuri che guidano i partiti. Serve anche a mettere fuori gioco, prima ancora di cominciare, le posizioni che non si condividono (che legittimità hanno, posto che di differenze «rilevanti» non ce n'è?). Senonché mi pare che le cose stiano in modo totalmente opposto. L'anno scorso, quando Rifondazione comunista andava a congresso, scrissi (suscitando qualche meraviglia) che il vero terreno dello scontro erano le diverse culture politiche presenti in quel partito. Da una di esse ritenevo derivasse la volontà di dissolverlo che - come si è visto - animava una parte del gruppo dirigente. Oggi ne sono ancora più convinto. Alla base della diaspora della sinistra sta il nodo che viene stringendosi da tre decenni a questa parte: il nodo del comunismo e della sua attualità, da alcuni affermata, da altri recisamente negata. È stupefacente che in Italia, dopo trent'anni di neoliberismo, dopo la distruzione del Pci e l'eclisse della sinistra moderata, dopo lo sfondamento capitalista sui diritti del lavoro e sulla democrazia, di tutto si parli meno che della decisione di gran parte della sinistra politica e intellettuale di impegnarsi a cancellare il comunismo dalla scena pubblica di questo Paese. Come nella migliore tradizione, questo rimosso ritorna. Esige di essere affrontato. Invece si sfugge, implicitamente attribuendo ragione a quella decisione. Su questa base, quale unità a sinistra si ritiene possibile? Il comunismo. Oggi tutti assicurano di ritenere «centrale» la questione del lavoro. È di questo avviso persino il ministro Sacconi. Ma che cosa si intende con queste parole? Chi si dichiara ancora comunista e pensa che la ricostruzione di una grande forza comunista in Italia e in Europa sia necessaria per sconfiggere la destra e riprendere una battaglia di civiltà dopo il lungo inverno neoliberista dà loro un significato ben preciso sul quale varrebbe la pena di confrontarsi senza espedienti diplomatici, ponendo fine a discussioni astratte fini a se stesse. Muove dalla critica al modo di produzione, considerando inderogabili, oggi come ieri, le domande poste dalle lotte degli anni Sessanta e Settanta sul come e che cosa produrre; ritiene irrinunciabile l'autonomia del lavoro (il controllo del lavoro su se stesso), per cui respinge la riscrittura neocorporativa della contrattazione, concertazione compresa; considera non negoziabile la tutela del reddito, dalla scala mobile alla generalizzazione del salario sociale; pone in cima all'agenda politica lo smantellamento della legislazione nazionale ed europea che scarica sul lavoro le rigidità del capitale in termini di precarietà, sotto-occupazione, bassi salari e attacco al welfare. In una battuta, chi si dichiara ancora comunista pensa che si può muovere nella direzione giusta solo gettando tutta la propria forza nel conflitto di lavoro e riassumendo - per dirla con Luciano Gallino - la prospettiva di classe abbandonata da gran parte della sinistra italiana ed europea in questi ultimi vent'anni. Siamo tutti d'accordo? Se così fosse, non ci spiegheremmo pressoché nulla di quanto è successo - per rimanere al recente passato - nei due anni di Prodi. Ad ogni modo, è questa la materia di cui oggettivamente si tratta. Il resto è divagazione. Tutt'al più buona - come dicevano i nostri maggiori - per incartare il pesce.
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