12.11.08

Decreto Università 2008: il testo ufficiale

Il Testo del Decreto sull'Università è stato pubblicato ieri 11 Novembre 2008 sulla Gazzetta Ufficiale come: decreto Unievrsità 10/11/2008. Ecco il testo definitivo del decreto Berlusconi Gelmini sull'università

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;


Ritenuta la necessita' ed urgenza di dettare norme che dispongono una distribuzione delle risorse stanziate per l'anno 2008 per la qualita' del sistema universitario, tenendo conto dei risultati dei processi formativi e delle attivita' di ricerca scientifica, nonche' della efficacia ed efficienza delle sedi didattiche;

Ritenuta la necessita' ed urgenza di disciplinare, in attesa del riordino organico dei criteri di reclutamento dei professori universitari, le procedure relative ai concorsi di imminente
espletamento, secondo criteri di trasparenza, imparzialita' e di valorizzazione del merito;

Ritenuta la necessita' ed urgenza di assicurare immediate risorse aggiuntive per garantire l'esercizio del diritto allo studio, in attuazione dell'articolo 34 della Costituzione;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 6 novembre 2008; Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell'istruzione, dell'Università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze;


Art. 1. Disposizioni per il reclutamento nelle università e per gli enti di ricerca

1. Le universita' statali che, alla data del 31 dicembre di ciascuno anno, hanno superato il limite di cui all'articolo 51,comma 4, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, fermo restando quanto
previsto dall'articolo 12, comma 1, del decreto-legge 21 dicembre 2007, n. 248, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2008, n. 31, non possono procedere all'indizione di procedure
concorsuali e di valutazione comparativa, ne' all'assunzione di personale.
2. Le universita' di cui al comma 1, sono escluse dalla ripartizione dei fondi relativi agli anni 2008 - 2009, di cui all'articolo 1, comma 650, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.
3. Il primo periodo del comma 13, dell'articolo 66 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e' sostituito dai seguenti: «Per
il triennio 2009-2011, le universita' statali, fermi restando i limiti di cui all'articolo 1, comma 105, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, possono procedere, per ciascun anno, ad assunzioni di
personale nel limite di un contingente corrispondente ad una spesa pari al cinquanta per cento di quella relativa al personale a tempo indeterminato complessivamente cessato dal servizio nell'anno
precedente. Ciascuna universita' destina tale somma per una quota non inferiore al 60 per cento all'assunzione di ricercatori a tempo determinato e indeterminato e per una quota non superiore al 10 per cento all'assunzione di professori ordinari. Sono fatte salve le
assunzioni dei ricercatori per i concorsi di cui all'articolo 1, comma 648, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, nei limiti delle risorse residue previste dal predetto articolo 1, comma 650.». Conseguentemente, l'autorizzazione legislativa di cui all'articolo
5, comma 1, lettera a), della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle universita', e' integrata di euro 24 milioni per l'anno 2009, di euro
71 milioni per l'anno 2010, di euro 118 milioni per l'anno 2011 ed
euro 141 milioni a decorrere dall'anno 2012. 4. Per le procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei professori universitari di I e II fascia della prima e della seconda sessione 2008, le commissioni giudicatrici sono composte da un professore ordinario nominato dalla facolta' che ha richiesto il bando e da quattro professori ordinari sorteggiati in una lista di commissari eletti tra i professori ordinari appartenenti al settore scientifico-disciplinare oggetto del bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L'elettorato attivo e' costituito dai professori ordinari e straordinari appartenenti al settore oggetto del bando. Sono esclusi dal sorteggio relativo a ciascuna commissione i professori che appartengono all'universita' che ha richiesto il bando. Ove il settore sia costituito da un numero di professori ordinari pari o inferiore al necessario, la lista e' costituita da tutti gli appartenenti al settore ed e' eventualmente integrata mediante elezione, fino a concorrenza del numero necessario, da appartenenti a settori affini. Il sorteggio e' effettuato in modo da assicurare, ove possibile, che almeno due dei commissari sorteggiati appartengano al settore disciplinare oggetto del bando. Ciascun commissario puo', ove possibile, partecipare, per ogni fascia e settore, ad una sola commissione per ciascuna sessione. 5. In attesa del riordino delle procedure di reclutamento dei ricercatori universitari e comunque fino al 31 dicembre 2009, le commissioni per la valutazione comparativa dei candidati di cui all'articolo 2 della legge 3 luglio 1998, n. 210, e all'articolo 1, comma 14, della legge 4 novembre 2005, n. 230, sono composte da un professore ordinario o da un professore associato nominato dalla facolta' che ha richiesto il bando e da due professori ordinari sorteggiati in una lista di commissari eletti tra i professori ordinari appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione. L'elettorato attivo e' costituito dai professori ordinari e straordinari appartenenti al settore oggetto del bando. Sono esclusi dal sorteggio relativo a ciascuna commissione i professori che appartengono all'universita' che ha richiesto il bando. Il sorteggio e' effettuato in modo da assicurare ove possibile che almeno uno dei commissari sorteggiati appartenga al settore disciplinare oggetto del bando. Si applicano in quanto compatibili le disposizioni di cui al comma 4.

6. In relazione a quanto disposto dai commi 4 e 5, le modalita' di svolgimento delle elezioni, ivi comprese ove necessario le suppletive, e del sorteggio sono stabilite con apposito decreto del Ministro dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca avente natura non regolamentare da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Si applicano in quanto
compatibili con il presente decreto le disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 2000, n. 117.

7. Nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, la valutazione comparativa e' effettuata sulla base dei titoli e delle pubblicazioni dei candidati, ivi
compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del Ministro dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca, avente
natura non regolamentare, da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sentito il Consiglio universitario nazionale.

8. Le disposizioni di cui al comma 5, si applicano, altresi', alle procedure di valutazione comparativa indette prima della data di entrata in vigore del presente decreto, per le quali non si sono ancora svolte, alla medesima data, le votazioni per la costituzione
delle commissioni. Fermo restando quanto disposto al primo periodo, le eventuali disposizioni dei bandi gia' emanati, incompatibili con il presente decreto, si intendono prive di effetto. Sono, altresi',
privi di effetto le procedure gia' avviate per la costituzione delle commissioni di cui ai commi 4 e 5 e gli atti adottati non conformi alle disposizioni del presente decreto.

9. All'articolo 74, comma 1, lettera c), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, dopo le parole: «personale non dirigenziale» sono inserite le seguenti: «, ad esclusione di quelle degli enti di ricerca,».


Art. 2. Misure per la qualita' del sistema universitario

1. A decorrere dall'anno 2009, al fine di promuovere e sostenerel'incremento qualitativo delle attivita' delle universita' statali edi migliorare l'efficacia e l'efficienza nell'utilizzo delle risorse,una quota non inferiore al 7 per cento del fondo di finanziamentoordinario di cui all'articolo 5 della legge 24 dicembre 1993, n. 537,e successive modificazioni, e del fondo straordinario di cuiall'articolo 2, comma 428, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, conprogressivi incrementi negli anni successivi, e' ripartita prendendoin considerazione: a) la qualita' dell'offerta formativa e i risultati dei processiformativi; b) la qualita' della ricerca scientifica; c) la qualita', l'efficacia e l'efficienza delle sedi didattiche. 2. Le modalita' di ripartizione delle risorse di cui al comma 1sono definite con decreto del Ministro dell'istruzione,dell'universita' e della ricerca, avente natura non regolamentare, daadottarsi, in prima attuazione, entro il 31 dicembre 2008, sentiti ilComitato di indirizzo per la valutazione della ricerca e il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario



2. Art. 3. Disposizioni per il diritto allo studio universitario dei capaci e dei meritevoli

1. Al fine di favorire la mobilita' degli studenti garantendo l'esercizio del diritto allo studio, il fondo per il finanziamento dei progetti volti alla realizzazione degli alloggi e residenze dicui alla legge 14 novembre 2000, n. 338, e' integrato di 65 milioni di euro per l'anno 2009. 2. Al fine di garantire la concessione agli studenti capaci e meritevoli delle borse di studio, il fondo di intervento integrativodi cui all'articolo 16 della legge 2 dicembre 1991, n. 390, e'incrementato per l'anno 2009 di un importo di 135 milioni di euro. 3. Agli interventi di cui ai commi 1 e 2 si fa fronte con lerisorse del fondo per le aree sottoutilizzate di cui all'articolo 61della legge 27 dicembre 2002, n. 289, relative alla programmazioneper il periodo 2007-2013, che, a tale scopo, sono prioritariamente assegnate dal CIPE al Ministero dell'istruzione, dell'universita' e della ricerca nell'ambito del programma di competenza dello stesso Ministero.


Art. 4. Norma di copertura finanziaria

1. Agli oneri derivanti dall'articolo 1, comma 3, pari a 24 milionidi euro per l'anno 2009, a 71 milioni di euro per l'anno 2010, e a141 milioni di euro a decorrere dall'anno 2011, si provvede mediantecorrispondente riduzione lineare delle dotazioni finanziarie dellemissioni di spesa di ciascun Ministero per gli importi indicati nell'elenco 1 allegato al presente decreto. Dalle predette riduzioni sono escluse le spese indicate nell'articolo 60, comma 2, deldecreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni,dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nonche' quelle connesse all'istruzione ed all'universita'.


Art. 5. Entrata in vigore

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara' presentato alle Camere per la conversione in legge.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana.
E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addi' 10 novembre 2008

NAPOLITANO

Berlusconi, Presidente del Consiglio
dei Ministri
Gelmini, Ministro dell'istruzione,
dell'universita' e della ricerca
Tremonti, Ministro dell'economia e
delle finanze

Visto, il Guardasigilli: Alfano

universinet.it

I costi della politica: più 100 milioni

le uscite nel 2008 sono salite di 13 milioni. Colpa dei nuovi vitalizi

I Palazzi del potere hanno aumentato le spese Dalle agende alle liquidazioni, sprechi e privilegi

Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore.

Sentiamo già la lagna: uffa, questi attacchi alle istituzioni democratiche! Imbarazza il paragone coi finanziamenti alle fondazioni senza fini di lucro? Facciamone un altro. Stando a uno studio del professor Antonio Merlo dell'Università della Pennsylvania, che ha monitorato gli stipendi dei politici americani, quelle agendine costano da sole esattamente 28.000 euro (abbondanti) più dello stipendio annuale dei governatori del Colorado, del Tennessee, dell'Arkansas e del Maine messi insieme. È vero che quei quattro sono tra i meno pagati dei pari grado, ma per guidare la California che da sola ha il settimo Pil mondia-le, lo stesso Arnold Schwarzenegger prende (e restituisce: «Sono già ricco») 162.598 euro lordi e cioè meno di un consigliere regionale abruzzese.

Sono tutti i governatori statunitensi a ricevere relativamente poco: 88.523 euro in media l'anno. Lordi. Meno della metà, stando ai dati ufficiali pubblicati dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, degli emolumenti lordi d'un consigliere lombardo. Oppure, se volete, un quarto di quanto guadagna al mese il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, che porta a casa 320.496 euro lordi l'anno. Vale a dire quasi 36.000 euro più di quanto guadagna il presidente degli Stati Uniti.(...) Se è vero che non saranno le agendine o i menu da dieci euro a portare alla rovina lo Stato italiano, è altrettanto vero però che non saranno le sforbiciatine date dopo il deflagare delle polemiche a raddrizzare i bilanci d'un sistema mostruosamente costoso. Né tanto meno a salvare la cattiva coscienza del mondo politico. Certo, l'abolizione dell'insopportabile andazzo di un tempo, quando bastava denunciare la perdita o il furto di un oggetto per avere il risarcimento («Ho perso una giacca di Caraceni». «Prego onorevole, ne compri un'altra e ci porti lo scontrino»), è un'aggiustatina meritoria. Come obbligati erano la soppressione a Palazzo Madama del privilegio del barbiere gratuito e l'avvio di un nuovo tariffario (quasi) di mercato: taglio 15 euro, taglio con shampoo 18, barba 8, frizione 6... E così la cancellazione del finanziamento di 200.000 euro per i corsi di inglese che non frequentava nessuno. E tante altre cosette ancora. Un taglietto qua, una limatina là... (...) Sul resto, però, buonanotte. L'andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d'inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell'estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l'obiettivo di inversione dell'andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida».

Risultato: le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro. Un'enormità: un milione e 772.000 euro a senatore. Con un aumento del 2,20 per cento. Nettamente al di sopra dell'inflazione programmata dell' 1,7 per cento.

Colpa di certe spese non facilmente comprensibili per un cittadino comune: 19.080 euro in sei mesi per noleggiare piante ornamentali, 8.200 euro per «calze e collant di servizio» (in soli tre mesi), 56.000 per «camicie di servizio » (sei mesi), 16.200 euro per «fornitura vestiario di servizio per motociclisti ». Ma soprattutto dei nuovi vitalizi ai 57 membri non rieletti e dei 7.251.000 euro scuciti per pagare gli «assegni di solidarietà» ai senatori rimasti senza seggio. Come Clemente Mastella. Il cui «assegno di reinserimento nella vita sociale» (manco fosse un carcerato dimesso dalle patrie galere) scandalizzò anche Famiglia Cristiana che gli chiese di rinunciare a quei 307.328 euro e di darli in beneficenza. Sì, ciao: «La somma spetta per legge a tutti gli ex parlamentari». Fine.

Grazie alle vecchie regole, il «reinserimento nella vita sociale» di Armando Cossutta è costato 345.600 euro, quello di Alfredo Biondi 278.516, quello di Francesco D'Onofrio 240.100. Un pedaggio pagato, ovviamente, anche dalla Camera. Dove Angelo Sanza, per fare un esempio, ha trovato motivo di consolazione per l'addio a Montecitorio in un accredito bancario di 337.068 euro. Più una pensione mensile di 9.947 euro per dieci legislature. Pari a mezzo secolo di attività parlamentare. Teorici, si capisce: grazie alle continue elezioni anticipate, in realtà, di anni «onorevoli » ne aveva fatti quattordici di meno.

Un dono ricevuto anche da larga parte dei neo-pensionati che erano entrati in Parlamento prima della riforma del 1997 e come abbiamo visto si erano tirati dietro il privilegio di versare con modica spesa i contributi pensionistici anche degli anni saltati per l'interruzione della legislatura. Come il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Oppure il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14. Esattamente come il forzista Antonio Martusciello. Che però, con i suoi 46 anni, non solo ha messo a segno il record dei baby pensionati di questa tornata ma ha trovato subito una «paghetta» supplementare come presidente del consiglio di amministrazione della Mistral Air: la compagnia aerea delle Poste italiane.

C'è poi da stupirsi se, in un contesto così, le spese dei Palazzi hanno continuato a salire? Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, Cnel e Csm costavano tutti insieme nel 2001 un miliardo e 314 milioni di euro saliti in cinque anni a un miliardo e 774 milioni. Una somma mostruosa. Ma addirittura inferiore alla realtà, spiegò al primo rendiconto Tommaso Padoa-Schioppa: occorreva includere correttamente nel conto almeno altri duecento milioni di euro fino ad allora messi in carico ad altre amministrazioni dello Stato. Ed ecco che nel 2007 tutti gli organi istituzionali insieme avrebbero pesato sulle pubbliche casse per un miliardo e 945 milioni. Da aumentare nel 2008 fino a un miliardo e 998 milioni. A quel punto, ricorderete, nell'ottobre 2007 scoppiò un pandemonio: ma come, dopo tante promesse di tagli, il costo saliva di altri 53 milioni di euro, pari circa al bilancio annuale della monarchia britannica? Immediata retromarcia. Prima un ritocco al ribasso. Poi un altro. Fino a scendere a un miliardo e 955 milioni. «Solo» dieci milioncini in più rispetto al 2007. Col Quirinale che comunicava gongolante di aver tagliato, partendo dai corazzieri (lo specchietto comunemente usato per far luccicare gli occhi delle anime semplici), il 3 per mille. Certo, era pochino rispetto ai tagli del 61 per cento decisi dalla regina Elisabetta, però era già una (piccola) svolta...

Bene: non è andata così. Nell'assestamento di bilancio per il 2008 i numeri hanno continuato a salire e salire fino ad arrivare il 13 agosto a 2 miliardi e 55 milioni di euro. Cento milioni secchi più di quanto era stato annunciato in un tripudio di bandiere che sventolavano per festeggiare i «tagli». Risultato finale: l'aumento che avrebbe dovuto essere virtuosamente contenuto nello 0,5 per cento si è rivelato di almeno il 5,6: undici volte più alto.

(Brano tratto da «La Casta», nuova edizione aggiornata)

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

corriere.it

11.11.08

Chi ha paura del sorteggio

di Francesco Giavazzi

Gli studenti di Trieste hanno avuto un’idea brillante. Tutto è nato sul loro blog dove uno si è chiesto perché in tante università rettori e professori partecipino alle manifestazioni contro i «tagli del governo»: «Può essere che utilizzino il nostro movimento non per il bene dell’università, ma per proteggere qualche loro interesse, magari per impedire che si modifichi il sistema con cui vengono reclutati i professori?».

E così sono andati sui siti dove vengono riportate le pubblicazioni scientifiche dei loro docenti e quanto ciascuna è citata in altri lavori. Ad esempio «Publish or perish» che usa i dati di Google Scholar ed è disponibile sul sito www.harzing.com o semplicemente i dati delle valutazioni del Civr disponibili sul sito del ministero dell’Università. Racconta Maddalena Rebecca sul Piccolo che da quel giorno si vedono pochi professori alle assemblee degli studenti triestini. Alcune «anime belle» criticano il decreto del ministro Gelmini che prevede una nuova modalità per la scelta dei commissari nei concorsi universitari: elezione di un numero pari a tre volte i commissari necessari e poi sorteggio. «In Gran Bretagna, dove l’università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso ».

Lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude. Se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (come ha fatto ieri sul Corriere Giovanni Sartori) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell’università. In realtà temo che le critiche tradiscano la rabbia per un decreto che ha fatto saltare gli accordi con i quali i professori si erano divisi i 6.000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari.

Ne è un segno il tentativo (fortunatamente fallito) di modificare in extremis il testo del decreto per consentire ai professori associati di partecipare alle commissioni. Un vecchio trucco: gli associati devono ancora essere giudicati (per diventare ordinari) quindi sono facilmente ricattabili. E infatti a premere per estendere l’eleggibilità ai più giovani erano gli anziani non gli stessi associati. Vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati fra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero prendere esempio dagli studenti triestini e pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica.

Poiché esistono diversi criteri (l’impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi. Io mi impegno a farlo per le materie economiche e statistiche e sono certo altri lo faranno per altre discipline, soprattutto quelle meno abituate a standard internazionali. Poi si vedrà, sia quali discipline non avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti.

corriere.it

10.11.08

Le malattie della scuola

di Giovanni Sartori

Berlusconi non è Churchill — non promette lacrime ma felicità perenne — e non ama lo scontro sulle piazze che incrina la sua popolarità «di massa». Così rinvia in parte la preannunziata riforma dell'Università. Approfitto della pausa per approfondire il poco approfondito, e cioè i problemi originari di una scuola che è, a tutti i livelli, un malato anziano, un malato di vecchia data. E se non ricordiamo agli imberbi e alle giovanette (tra le quali la appena 36enne ministro del-l'Istruzione) come e perché la malattia è cominciata, non si vede proprio come siano in grado di curarla. Supposto, beninteso, che questo sia l'intento. All'origine di tutti i mali del nostro sistema educativo c'è la scoperta (dico così per dire) che la scuola coinvolge un enorme serbatoio di voti. Chi la tocca, contenta o disturba tutti i giovani in età scolastica, le loro famiglie, e anche un'armata di insegnanti, anch'essi con famiglie. Se non si tratta di metà del Paese, poco ci manca. Aggiungi che il tasto della scuola è altamente emotivo e infiammabile; in ballo c'è il futuro dei giovani, giovani che sono anche i nostri figli.

Pertanto non è un caso se la Dc non ha mai lasciato ad altri, finché ha regnato, il ministero dell'Istruzione di viale Trastevere. Intendiamoci: la prima Dc di ispirazione degasperiana ha avuto ministri dell'Istruzione bravi e responsabili che avevano davvero a cuore gli interessi della scuola, e che non li sottoponevano agli interessi di partito. Mi piace ricordare, tra questi, il ministro Gui, un gran signore veneto, fatto fuori da uno dei giovani macachi emergenti (Bisaglia) di quegli anni; e mi piace anche ricordare il ministro Malfatti che potrebbe confermare, se non fosse scomparso prematuramente, la mia battaglia, in una commissione ministeriale, per l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Malfatti mi dava ragione, ma mi disse in tutta franchezza (non era un tipo Moro): sarebbe da fare, ma «politicamente non lo posso fare». Già. La caccia al voto o, viceversa, il terrore del voto erano già diventati, a quel tempo, la preoccupazione dominante dei gestori del sistema educativo. Poi arrivò il '68 e da allora vige e impera la demagogia scolastica. Della quale sono finalmente venuti al pettine i nodi. Ciò premesso, i fattori distorsivi specifici del cattivo riformismo della scuola sono tre. Il primo è stato, appunto, il Sessantottismo, che è stato esiziale perché ha predicato l'ignoranza del passato, così recidendo quella trasmissione del sapere che dovrebbe essere la prima missione dell'educatore; ed esiziale perché, cavalcando la tigre dell'antielitismo, ha distrutto il principio del merito producendo la «società del demerito» che premia i peggiori e gli incapaci a danno dei competenti e dei migliori. Davvero formidabili quei ragazzi.

Il secondo fattore distorsivo è stato il progressivismo pedagogico (largamente di ispirazione psicoanalitica), che ha infestato tutta la disciplina, ma che ha avuto il suo più dannoso rappresentante nel celebre dottor Benjamin Spock, il guru che ha convertito al permissivismo tutte le madri dell'Occidente con la dottrina che il bambino non doveva essere frustrato da punizioni. E' vero che poi Spock ha rinnegato, da ultimo, la sua dottrina; ma era troppo tardi. In passato i genitori erano dalla parte dei maestri; ora li assaltano nel chiedere la promozione ad ogni costo dei loro poveri figli. Prima la scuola media si reggeva sull'alleanza genitori-maestri. Ora i maestri che resistono all'andazzo «mammistico» sono lasciati soli e sono vilipesi come «repressivi ». Davvero formidabili quei genitori. C'è infine un fattore distorsivo che sfugge ai più: la teoria della società post-industriale come «società dei servizi» fondata sul sapere, o quantomeno su alti livelli di istruzione.

D'accordo; ma il post-industriale non doveva e non poteva sostituire l'industriale, vale a dire il nocciolo duro della produzione della ricchezza. Senza contare che la società dei servizi si trasforma facilmente in una società parassitaria di «piena occupazione » fasulla (tale anche perché gli economisti misurano bene la produttività industriale, ma assai meno bene la produttività di un universo burocratico). Il punto è, comunque, che è proprio l'idea della società dei servizi nella quale nessuno si sporca le mani che alimenta la insensata corsa universale al «pezzo di carta» del titolo universitario. Se ogni tanto ci fermassimo a pensare, ci dovremmo chiedere: ma perché tutti devono andare all'Università? C'è chi proprio non è tagliato per studi superiori (che difatti si sono «abbassati» per accoglierlo). Nemmeno è vero, poi, che il lavoro «terziario » dia più felicità. Anzi. Più si moltiplicano gli attestati cartacei che creano alte aspettative, e più creiamo legioni di scontenti senza lavoro, o costretti a un lavoro che considerano indegno del loro rango.

Fin qui gli antefatti che hanno prodotto la crisi e le malattie della scuola. Verrò ai fatti a una prossima occasione.

corriere.it

9.11.08

Dai trionfi del sesso alle gioie della castità

Un sentiero di lettura tra il feticismo dell'immagine femminile, esemplificato in Sexirama edito da Coniglio con il commento di Roberto Baldazzini, e i conflitti che oppongono «anima» e corpo nel libro di Francesco Piccolo La separazione del maschio per Einaudi. Passando per l'influenza degli evangelici nelle precedenti elezioni presidenziali, da cui parte l'ultimo romanzo di Tom Perrotta, L'insegnante di astinenza sessuale, edito da e/o e approdando all'apologia della castità, in un saggio di Elizabeth Abbott per Mondadori

Tommaso Pincio

È da poco uscito un libro il cui titolo dice praticamente tutto, Sexyrama. L'immagine della donna nelle copertine dei periodici dal 1960 al 1979 (Coniglio Editore, pp. 282, euro 35). Al suo interno, infatti, c'è assai poco da leggere, a parte brevi commenti e citazioni sparse. Alfred Hitchcock che confessa: «Il sesso mi ha sempre interessato pochissimo; è roba da bambini e da cinematografo. Ma è soprattutto una gran scocciatura». I buoni propositi di Jayne Mansfield: «D'ora in avanti mi vestirò di più e mangerò di meno». I grandi dubbi di Valeria Moriconi: «Perché, mi sono sempre chiesta, un uomo, per un bel seno e delle belle gambe, deve per forza perdere la testa?». I commenti, invece, sono di un disegnatore assai noto agli appassionati di fumetti erotici, Roberto Baldazzini, che ha raccolto in questo volume una buona parte della sua sterminata collezione di settimanali di moda e costume, fotoromanzi, riviste piccanti e rotocalchi, per usare un termine dei tempi andati. Centinaia di copertine ordinate per anni che raccontano l'evoluzione della donna in un periodo di profonda trasformazione culturale del nostro paese. Per quanto, a voler essere onesti, il nocciolo della questione non è esattamente l'evoluzione della donna bensì quella del feticismo per l'immagine femminile, bidimensionale oggetto del desiderio dai multiformi aspetti e i cui estremi sono da un lato lo sguardo divoratore delle irraggiungibili dive filo-hollywoodiane, dall'altro la sensualità più verace della casalinga della porta accanto. All'interno di questo percorso il 1968 segna uno spartiacque di immediata evidenza. Prima di quell'anno, mirabile per alcuni e orribile per altri, ma comunque imprescindibile, le femmine delle copertine avevano tutte un nome. Si chiamavano Brigitte Bardot, Liz Taylor, Sophia Loren, e concedevano allo sguardo dei lettori null'altro che il proprio volto. A poco a poco, però, il primo piano non è più bastato. L'obiettivo della macchina fotografica ha preteso di inquadrare anche altro. Figure a mezzo busto che alla bellezza di un viso accompagnavano talvolta un decolleté. Quindi sono arrivate le gambe, le schiene scoperte, i bikini, la lingerie. Ma è soltanto a cavallo del '68 che si intravedono i primi capezzoli, annunciazioni di nuove e ben più integrali nudità che di lì a breve affolleranno dapprima riviste specializzate in donnine, come «Men» e «Caballero», e poi settimanali d'informazione quali «L'Espresso» o «Panorama». Il tutto passando attraverso «Il Borghese» e «Le ore», entità ibride, ai limiti dell'indefinibile, della stampa italiana.

Una dicotomia dell'immagine
In questo repentino processo andò perduto qualcosa: i nomi. Le star del cinema e della televisione si videro sottrarre il controllo assoluto delle copertina. Si potrebbe persino fissare un'equazione: più nuda e provocante era la posa, più anonima era la donna. Spogliata, la donna non era più donna ma soltanto femmina, quasi che per liberare il corpo dovesse per forza rinunciare all'identità. Eppure era l'anno del femminismo, il cammino verso la parità sessuale procedeva spedito. Nel mondo reale, donne in carne e ossa si battevano per cose come divorzio aborto, contraccezione. Il microcosmo dei periodici italiani, però, restò sordo a quel che le donne avevano da dire e divise le sue femmine in due categorie: le famose, che si spogliavano con moderazione e sempre con eleganza, e le sconosciute, che sembravano esistere solo in quanto corpi da mostrare nudi e crudi, magari con qualche orpello allusivo, una banana poggiata nell'incavo delle tette, un cinturone con una pistola che pende tra le gambe. Questa dicotomia dell'immagine femminile non era che il logico riflesso del nostrano immaginario maschile, portato, per sua natura, a dividere le donne in mogli e puttane. La liberazione sessuale ha ottenuto scarsi risultati al riguardo. Per il maschio italiano, compreso quello illuminato di sinistra, sarebbe meglio se non ci fosse stato alcun '68, perché in tal modo la sua becera schizofrenia sarebbe rimasta un po' in ombra e lui, il maschio, non avrebbe conosciuto i conflitti e le insicurezze derivati dal dovere morale di considerare la donna come un tutt'uno, un corpo e un'anima indissolubili. Conflitti e insicurezze con cui fa i conti Francesco Piccolo nel suo ultimo libro, non per nulla intitolato La separazione del maschio (Einaudi, pp. 198, 17,50): «Non riesco ad amare una donna senza culo. Se non c'è un corpo che mi attira per davvero, se una donna è bella intelligente e divertente ma è ossuta e non ha specialità desiderabili, per me non esiste sessualmente e se non esiste sessualmente non riesco più a immaginare una relazione. Anche se è speciale, ma non ha il corpo che mi ossessiona poi quando sono solo, già so che farò di tutto per non vederla più. Questo significa che sono diventato mostruoso - ma poi ricordo: sono sempre stato così». Ecco affiorare lo spettro di una tara atavica contro cui poco o nulla possono le rivoluzioni. Sarà un caso, ma dei tanti aspetti del '68 la liberazione sessuale è stato uno dei meno rievocati e dibattuti in questo quarantennale. Di recente, qualcuno è giunto perfino al punto di stabilire una volta per tutte che il famoso rogo dei reggiseni non c'è mai stato. Non è ben chiaro come sia stato possibile stabilirlo con tanta certezza, ma tant'è. Com'è noto all'origine del mito ci sarebbero state le proteste per l'elezione di Miss America 1968. Un gruppo di femministe insultò la neoeletta urlando «Ragazza-tetta, simbolo degradante e senza cervello» e incoronò al suo posto una pecora. Dopodichè le contestatrici si tolsero di dosso capi di biancheria intima e li gettarono insieme a varie copie di «Playboy» in un grosso secchio per l'immondizia. Contrariamente a quanto si è favoleggiato, però, nessun reggiseno venne dato alle fiamme. La sostanza non cambia, è vero, ma l'America è un paese profondamente puritano dove i simboli hanno un'importanza per noi inimmaginabile.

Oltre i confini del fanta-orrorifico
Oltreoceano la lacerazione sessuale non è circoscritta all'immaginario erotico di un maschio riottoso all'emancipazione o alle prostitute che devono essere tolte dalle strade o a certe esternazioni di una chiesa fuori dal tempo. In America, il sesso è ben oltre i limiti del parossismo. Spiattellandolo come un hamburger da McDonald, l'industria pornografica produce introiti da capogiro. Negandolo fieramente, gli evangelici hanno esercitato una grossa influenza nelle precedenti elezioni presidenziali. Quest'ultimo preoccupante fenomeno è stato la fonte ispiratrice dell'ultimo romanzo di Tom Perrotta, L'insegnante di astinenza sessuale, inserito dal «New York Times» tra i migliori libri dell'anno (Edizioni e/o, trad. Nello Giuliano, pp. 416, euro 18). Tutto si svolge a Stonewood Heights, una delle tante cittadine della sterminata provincia americana. Parrebbe il posto ideale per allevare figli. Ci sono ottime scuole e la gente è brava gente. Ruth insegna educazione sessuale ai ragazzi del liceo. È una persona dalla mentalità aperta e illuminata. Crede che il piacere sia una cosa buona e giusta, e che non ci si debba vergognare di certe cosucce. Sa bene però che i ragazzi hanno una vita privata e non si meraviglia che la figlia ormai adolescente nasconda un libro sotto il materasso. I problemi nascono quando scopre che il volume in questione non è un romanzetto peccaminoso bensì la Bibbia. Come se non bastasse, la figlia le comunica che lei e sua sorella vogliono cominciare ad andare in chiesa. Per la mamma dalla mentalità aperta è peggio di uno schiaffo. Ingaggia così una battaglia morale con l'artefice della sgradita conversione, l'allenatore della squadra di calcio femminile, fervente seguace di una setta evangelica guidata da un carimastico pastore. Ne scaturisce una sorta di guerra santa che coinvolge e sconvolge l'intera comunità. La vicenda ha un sapore vagamente surreale. Questa piccola cittadina del New Jersey oppressa dall'oscurantismo religioso ricorda da vicino la normalità inquietante dell'Invasione degli ultracorpi, o certe atmosfere delle celeberrime Cronache Marziane. È lo stesso sfumato sconfinamento nel fanta-orrorifico che compare nel recente film di Mitchell Lichtenstein, Denti, dove si affrontano temi analoghi.
Qui la protagonista è una tranquilla adolescente divenuta, suo malgrado, paladina e portavoce di un movimento studentesco il cui scopo è difendere il valore della verginità fino al matrimonio. Tremendi pericoli, però, sono in agguato: le naturali pulsioni erotiche, le richieste di un fidanzato impaziente. Per sua fortuna, il destino viene in soccorso dotando la fanciulla di una vera e propria vagina dentata. La mostruosa mutazione è forse un prodotto della centrale nucleare che incombe con il suo opprimente profilo sulla quieta e anonima cittadina? Non è ben chiaro, né probabilmente deve esserlo. Al fondo della sessuofobia sempre più diffusa c'è forse un mistero. Dopo appena quarant'anni la rivoluzione dell'amore libero pare avere esaurito la spinta propulsiva. Negli Stati Uniti il fenomeno della cosiddetta «nuova castità» è diventato abbastanza rilevante da poter essere considerato una tendenza. Accanto agli adolescenti di True Love Waits, il movimento fondato nel 1993 dal pastore protestante Richard Ross, aumenta il numero degli adulti, sposati e non, che praticano l'astinenza sessuale. L'aids ha di certo avuto un suo peso ma non è una spiegazione sufficiente.
Elizabeth Abbott, che da anni si occupa della condizione femminile, ha tentato di far luce con una corposa Storia della castità (Mondadori, pp. 518, euro 25) dalle origini ai giorni nostri. Ha inoltre sperimentato in prima persona l'astinenza trovandola una «liberazione gioiosa» e assaporandone «benefici tangibili, in particolare l'esenzione dai lavori domestici della casalinga». Ovviamente, è abbastanza intelligente da rendersi conto che simili benefici si possono conseguire anche senza scelte tanto radicali. Ciò nonostante preferisce evitare le vie di mezzo. Dice che «rinunciare senz'altro ai rapporti sessuali, è più semplice». Che fine hanno i bei tempi in cui ci si complicava la vita?
ilmanifesto.it

8.11.08

Magari Obama

Eduardo Galeano

Obama proverà, dal governo, che le sue minacce guerriere contro l'Iran e il Pakistan non sono state altro che parole, proclamate per sedurre orecchie difficili durante la campagna elettorale?
Magari. E magari non cadesse nemmeno per un momento nella tentazione di ripetere le imprese di George W. Bush. In fin dei conti, Obama ha avuto la dignità di votare contro la guerra in Iraq, mentre il partito democratico e il partito repubblicano applaudivano l'annuncio di quella macelleria.
Durante la sua campagna, la parola leadership è stata la più ripetuta nei discorsi di Obama. Durante il suo governo continuerà a credere che il suo paese è stato eletto per salvare il mondo, venefica idea che condivide con quasi tutti i suoi colleghi? Continuerà a insistere nella leadership mondiale degli Stati uniti e nella loro messianica missione di comando?
Magari la crisi attuale, che sta scuotendo le imperiali fondamenta, servisse almeno per far fare un bagno di realismo e di umiltà a questo governo che inizia.
Obama accetterà che il razzismo sia normale quando venga esercitato contro i paesi che il suo paese invade? Non è razzismo contare uno a uno i morti invasori in Iraq e olimpicamente ignorare i moltissimi morti nella popolazione invasa? Non è razzista questo mondo dove esistono cittadini di prima, seconda e terza categoria, e morti di prima, seconda e terza?
La vittoria di Obama è stata universalmente celebrata come una battaglia vinta contro il razzismo. Magari si assumesse, con le azioni del suo governo, questa magnifica responsabilità.
Il governo di Obama confermerà una volta di più che il partito democratico e il partito repubblicano sono due nomi dello stesso partito?
Magari la volontà di cambiamento, che queste elezioni hanno consacrato, fosse più che una promessa e più di una speranza. Magari il nuovo governo avesse il coraggio di rompere con questa tradizione del partito unico, camuffato da due che al momento della verità fanno più o meno lo stesso, anche se simulano di scontrarsi.
Obama manterrà la promessa di chiudere il sinistro carcere di Guantanamo?
Magari, e magari finisse il sinistro embargo a Cuba.
Obama continuerà a credere che va benissimo che un muro eviti ai messicani di passare la frontiera, mentre il denaro passa senza che nessuno gli chieda il passaporto?
Durante la campagna elettorale, Obama ha affrontato con franchezza il tema dell'immigrazione. Magari a partire da ora, quando non corre più il rischio di spaventare i voti, potesse e volesse farla finita con questo muro, molto più lungo e oppressivo di quello di Berlino e di tutti i muri che violano il diritto alla libera circolazione delle persone.
Obama, che con tanto entusiasmo ha appoggiato il recente regalino di settecentocinquanta miliardi di dollari ai banchieri, governerà come è costume per socializzare le perdite e per privatizzare i profitti?
Ho paura di sì, però magari no.
Obama firmerà e rispetterà l'accordo di Kyoto o continuerà a concedere il privilegio dell'impunità alla nazione più avvelenatrice del pianeta? Governerà per le automobili o per la gente? Potrà cambiare il cammino assassino di un modo di vita di pochi che si giocano il destino di tutti?
Ho paura di no, però magari sì.
Obama, il primo presidente nero della storia degli Stati uniti, metterà in pratica il sogno di Martin Luther King o l'incubo di Condoleezza Rice?
Questa Casa Bianca, che ora è casa sua, venne costruita da schiavi negri. Magari non lo dimenticasse, mai.
Copyright Ips/ilmanifesto.it
traduzione roberto zanini

5.11.08

Il potere della Rete

INTERVISTA CON MICHEL BAUWENS
La cooperazione tra pari come alternativa all'economia capitalista. Una pratica sociale che si diffonde come un virus e che aggira e si sottrae alle situazioni di conflitto con il potere
Tiziana Terranova

Michel Bauwens è considerato, a ragione, uno dei guru di Internet per le sue capacità di cogliere alcune tendenze sociali presenti nella Rete che hanno la capacità di rompere le barriere dello schermo e condizionare così la realtà al di fuori del web. Nato in Belgio, filosofo è considerato uno dei teorici della «economia politica della produzione peer», cioè di quell'attitudine a scambiarsi informazione, musica e video che caratterizza la rete e che sta cambiando profondamente la realtà. Infatti Bauwens, dilata molto il concetto di peer to peer, includendovi tutte quelle attività relazionali che caratterizzano il World wide web, ma anche quelle forme di cooperazione e condivisione che avvengono al di fuori del cyberspazio. E non è un caso che uno dei testi più noti è Peer to peer and Human Evolution. L'incontro con lui ha fornito l'occasione per fare il punto sullo stato dell'arte della rete e ciò che nel mondo anglosassone è chiamata network culture, cioè quell'accumulo di elaborazioni e e riflessioni su come la rete e le forme di vita lì insediate stanno cambiando la realtà.

Alcuni anni fa hai fondato la «Fondazione per le alternative peer to peer» (the Foundation for P2P alternatives: www.p2pfoundation.net/). Come definiresti queste alternative?
Il momento chiave per me, che ero un imprenditore di Internet e consulente per una grande impresa high-tech, è stato pochi mesi dopo il crollo delle dot.com, nell'aprile del 2001. Allora, mi sembrò molto chiaro che l'innovazione in Internet, nonostante la crisi, stava accelerando. Era un grande paradosso, poiché di solito pensiamo all'innovazione come a una attività imprenditoriale e all'attività imprenditoriale come realtà capitalista. Ma nel web potevamo vedere una forma di imprenditoria sociale che era slegata da una logica capitalista. Mi sono quindi posto la domanda: cosa guida questa innovazione sociale? La mia risposta è stata: un'aggregazione di singoli che stabiliscono una relazione paritaria attorno a progetti che creano valore. Questa capacità di autoaggregazione mi ha colpito immediatamente per il suo straordinario e radicale potenziale di cambiare la logica della nostra economia.
Il mio concetto di peer to peer non è tuttavia tecnologico. Sono infatti interessato alla forma sociale del peer to peer che la tecnologia semplicemente facilita. Una forma sociale dove, ripeto, uomini e donne si aggregano per produrre valore senza nessuna mediazione istituzionale o imprenditoriale. Il peer to peer risiede quindi nella sfera della (inter)soggettività umana e del desiderio che può usare anche infrastrutture tecnologiche a suo vantaggio. Dove vivo in Thailandia, vedo emergere di reti di auto-formazione peer to peer tra le comunità di contadini che non hanno quasi accesso a Internet. Un altro esempio sono gli effetti di un accesso intermittente a Internet attorno alle condizioni di lavoro e sulle capacità di resistenza dei lavoratori migranti nel sud della Cina.

Nei tuo scritti il peer to peer, per emergere o affermarsi, non ha bisogno di quello che gli economisti chiamerebbero un certo tipo di «capitale umano» (per esempio abilità tecniche) o di quello che i marxisti chiamerebbero un alto livello di socializzazione del lavoro, come avviene nei settori più avanzati dell'economia. Cosa innesca dunque la logica peer to peer? E perché emerge proprio adesso? E a quali condizioni?

Molte fasi dell'innovazione, come la progettazione o l'invenzione, dato che sono «immateriali», cioè basate sulla conoscenza, possono usare la base del capitale intellettuale esistente. Bittorrent e molte altre invenzioni di Internet si sono ad esempio sviluppate con investimenti limitati. È solo quando questi progetti hanno successo che richiedono una forte «iniezione» di capitale. Il capitale interviene dunque a posteriori. Questo non significa che il processo innovativo ha «divorziato» dal capitalismo. Stiamo assistendo semmai a una riformulazione radicale della relazione tra comunità, aziende e autorità pubbliche. Per questo non ci sono grandi ostacoli nel pensare a modi alternativi di collegare la progettazione aperta a una produzione «fisica», tangibile. L'azionariato popolare o le imprese cooperative sono sempre esistite, ma limitate nello spazio e in relazione a risorse fisiche. Ma che accade se i costi di transazione e comunicazione diminuiscono fino al punto che i singoli possono aggregarsi in piccoli gruppi su scala globale, coordinando le loro attività senza un'allocazione centrale di risorse? Penso che questo è esattamente ciò che tecnologie distribuite permettono: la coordinazione globale di piccoli gruppi.
Per tornare alle tue domande, posso rispondere semplicemente che la molla che innesca la logica peer to peer è da ricercare nel «sapore» di un lavoro non alienato che essa ha; ma anche nella possibilità di un coinvolgimento appassionato in un progetto e nella conseguente produzione di significato al di fuori delle strutture autoritarie che essa permette.
Per il momento, il peer to peer «fiorisce» nelle economie cosiddette avanzate, ma questo è uno stato di cose temporanee. Non è nell'Occidente che mi aspetto di vedere uno sviluppo rigoglioso di comunità a produzione «aperta», bensì al di fuori di esso, cioè in quelle realtà che hanno molto più da guadagnare dalla produzione peer to peer, visto che sono produzioni che richiedono limitati investimenti per creare infrastrutture fisiche distribuite. E questo non riguarda solo la produzione di manufatti «immateriali», ma anche prodotti tangibili.

Nella tua esperienza, che succede quando un progetto peer to peer incontra/ha bisogno di capitale? Sto pensando per esempio alla retorica del Web 2.0 come nuova opportunità d'impresa, come afferma Tim O'Reilly nel suo manifesto per il web 2.0, il quale usa la parola «imbrigliare» per descrivere la natura dell'operazione che un'impresa di web 2.0 ha bisogno per «captare» il potere delle reti sociali allo scopo di produrre valore economico. O'Reilly per esempio sostiene l'importanza di mantenere il controllo (cioè la proprietà intellettuale) sui dati generati dagli utenti delle piattaforme web 2.0...

Se esaminiamo le modalità di adattamento reciproco tra i progetti peer to peer e le imprese possiamo distinguere già vari modelli. La prima e la più «capitalista» e si base su una modalità crowdsourcing. In questo scenario una piattaforma è creata da un'impresa, che usa i contributi volontari che sono offerti al mercato. In questi caso, il processo rimane sotto il controllo del proprietario della piattaforma e i contributi volontari sono più deboli perché motivati dal profitto finanziario individuale.
Il secondo formato, l'economia condivisa, vede singoli che creano per la propria espressione creativa, per il valore d'uso estetico se vuoi, e non sono motivati primariamente dal profitto monetario. In questo scenario, i proprietari di piattaforme vendono l'attenzione degli utenti ai pubblicitari.
Il terzo formato è la vera produzione peer to peer e si ha quando c'è un'intenzione comune di creare un artefatto sociale; poiché queste comunità hanno legami più forti al loro interno, sono spesso capaci di creare le loro infrastrutture cooperativa. Quali sono gli effetti quando una maggioranza di produttori peer to peer inizia a essere pagato? Fino ad adesso abbiamo una situazione in cui il processo di sviluppo «aperto» e i valori della comunità sono preservati. Possiamo però dire che assistiamo a due tendenze complementari: da un lato, c'è un rafforzamento della produzione peer to peer e di una logica non monetaria; dall'altro lato assistiamo a una integrazione di quella stesso processo sociale in una logica capitalista.
Voglio aggiungere una tesi provocativa: che la produzione peer to peer è iperproduttiva, specialmente quando può contare su una combinazione di comunità che si autogovernano, di associazionismo e di un'«ecologia d'impresa». Secondo, che questo modello si estenderà in maniera crescente alla produzione fisica, tangibile, dove comunità aperte si possono combinare non solo con il capitalismo, ma anche con nuovi modelli di cooperazione produttiva.

Tutto ciò è molto attraente e quasi inevitabile! Voglio fare la parte dell'avvocato del diavolo e chiedere di alcune problematiche che possono ostacolare l'affermazione di una economia dove il peer to peer sarebbe l'ethos economico dominante. Mi riferisco al ruolo esercitato da governi, classi sociali e enti finanziari internazionali, quali l'Fmi o la World Bank, nell'imporre un modello economico che tende a promuovere una ulteriore accumulazione di capitale, anche a costo di scatenare guerre. Secondo quanto hai detto, sembra che ti aspetti che l'economia peer to peer sarà semplicemente accettata. Ad esempio: cosa accadrebbe se, per esempio, un governo decidesse di costruire enormi centrali nucleari piuttosto che una rete di energia solare? Mi sembra che quando si tratta di fare grandi affari, la soluzione peer to peer tende ad essere attivamente ostacolata allo scopo di favorire una vecchia economia fondata sul profitto. Mi domando e ti domando: come una rete peer to peer può trovare la forza politica di imporre i suoi modelli? Inoltre mi sono sempre chiesta quale sia la qualità della socialità nelle reti peer to peer. La letteratura su di esse tende a sottolineare un tipo di socialità spontanea che emerge tra astratti individui cooperanti. Tu metti al centro della tua riflessione il desiderio per un diverso modo di produzione. Ma la socialità può essere qualcosa di molto turbolento, che implica relazioni di affinità e appartenenza così come di conflitto e antagonismo tra culture, prospettive, modi di vita, interessi, storie e persino identità. Cooperative e gruppi di tutti i tipi spesso tendono a disintegrarsi a causa di vari motivi di conflitto tra i loro membri. Come spieghi, dunque, la conflittualità e la parzialità della socialità umana nelle reti peer to peer...

Poni due problematiche che è meglio affrontare separatamente. La prima è se l'ethos peer to peer sarà semplicemente abbracciato o che sarà attivamente combattuto e marginalizzato. Sono d'accordo con te che è realistico immaginare una resistenza da parte delle imprese e del capitale rispetto alle alternative peer to peer. Anzi, questa è la situazione che stiamo vivendo. Abbiamo, infatti, una fioritura di cooperazione e innovazione alla pari, ma per il momento sono realtà spesso ignorate o marginali, che non riescono a diffondersi per mancanza di mezzi, conducendo molti dei partecipanti a tali iniziative a vivere una vita precaria o in povertà. Vedo questa condizione di minorità come effetto di una reazione conservativa. In futuro ritengo infatti che la situazione cambierà, perché l'attuale logica sociale è diventata distruttiva per la sopravvivenza della biosfera. Le élite si divideranno in due campi.
Da un lato, ci saranno quelli che vogliono attivamente opporsi al nuovo modo di produzione e socialità, e possiamo vedere quest'aspetto all'opera nella guerra generalizzata contro la condivisione del sapere. La domanda è: possono vincere alcune battaglie, ma vinceranno la guerra? Ritengo che si farà strada un altro tipo di reazione, rappresentate dalle posizioni di Al Gore e George Soros.
Questo segmento delle élite vede chiaramente che non c'è futuro e che la struttura globale dell'impero ha bisogno di una profonda riforma: vogliono una combinazione di keynesianismo globale e capitalismo verde. Per questo motivo cercheranno alleanze con i capitalisti anarchici di internet e gli imprenditori ambientalisti. Per quest'ultimi, una alleanza con le forze peer to peer è una necessità naturale. Vogliono che il mercato prevalga e che mantenga il suo dominio, vogliono controllare la partecipazione e integrarla nelle loro catene di produzione di valore, ma sanno anche che la partecipazione è essenziale per la uno sviluppo economico sostenibile. La scelta quindi è tra la distruzione della biosfera, il collasso finanziario e una riforma globale del capitalismo. È ragionevole ipotizzare il fatto che nel prossimo futuro assistermo allo sviluppo di enormi movimenti sociali che sfideranno il presente status quo e che modificheranno radicalmente gli assetti del capitalismo globale. La posta in palio è fare in modo che il peer to peer si trasformi da realtà germinale a una parte essenziale del nuovo sistema.
Ora passiamo alla tua domanda a proposito delle conflittualità sociali. Penso che il peer to peer consente di affrontare diversamente dal passato il conflitto con lo status quo, perché non risolve le differenze culturali o i conflitti, ma li «aggira». La peer to peer governance, ad esempio, non sostituisce la democrazia, ma crea una sfera di aggregazione autonoma dove l'abbondanza è possibile.
ilmanifesto.it

2.11.08

Il conflitto di Tremonti

di Luca Piana

Gli affari segreti dello studio fondato dal ministro. Tra banche, petrolieri e aziende pubbliche. Incarichi di prestigio agli associati. E pratiche che procedono a rilento all'Agenzia delle Entrate

La pratica è arrivata sul tavolo degli ispettori anti evasione ormai da tempo. La Mondadori, casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi, è sospettata di aver evaso il fisco. Facendo i controlli sulle dichiarazioni del 2004, gli uomini dell'Agenzia delle Entrate di Milano si sono accorti che la Mondadori aveva escluso dal reddito imponibile una serie di guadagni, riducendo le tasse da pagare.

Una cifra non elevata, dicono fonti vicine al dossier, anche se superiore ai livelli che potrebbero far scattare la denuncia per falsa dichiarazione. Il caso, però, è politicamente scottante per due aspetti diversi. Il primo è che sarebbe clamoroso vedere un premier punire se stesso per aver evaso il fisco. Il secondo è che tra i consulenti fiscali abituali del gruppo Fininvest c'è, anche se in modo non esclusivo, lo studio fondato dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Così all'Agenzia delle Entrate, l'ente che si occupa della lotta all'evasione guidato da un fedelissimo del ministro, Attilio Befera, la pratica Mondadori sembra non fare progressi da mesi: alla stessa casa editrice fanno sapere di non essere a conoscenza se i rilievi, dichiarati già nel bilancio 2007, abbiano avuto seguito. All'Agenzia, invece, non commentano.

In prima linea durante queste settimane di durissima crisi finanziaria, Tremonti è da sempre considerato una delle figure più in vista nell'alleanza che gravita attorno a Berlusconi. Esiste però una faccia poco nota del pianeta Tremonti, costituita dalla sua attività professionale di fiscalista. Lo studio, fondato negli anni Ottanta, ha la sede storica a Milano, dove occupa gran parte di un elegante palazzo in via Crocefisso. Dal citofono il cognome del ministro oggi è sparito. Vi rimangono quelli dei più anziani fra i partner attuali: Enrico Vitali, Dario Romagnoli e Lorenzo Piccardi. Il sito Web informa che Tremonti "ha lasciato lo studio".


Gli studi professionali non sono aziende ma associazioni fra partner che si dividono i profitti. Se uno lascia, a meno di accordi segreti, la ditta esce dal suo patrimonio. Per Tremonti, però, l'idea di un taglio netto è dura da sostenere: ogni volta che è uscito dal governo, è tornato a lavorare in studio. È accaduto nel luglio 2004 quando, in rotta con Gianfranco Fini, per 14 mesi dovette lasciare il posto a Domenico Siniscalco. Ed è successo nel 2006, dopo l'ultima vittoria di Romano Prodi.

Questo avanti-indietro dà vita a un corto circuito continuo. Il primo aspetto problematico nasce nei rapporti fra ministero e imprese a controllo statale. Tremonti partecipa alla nomina di manager di aziende che, poi, figurano fra i clienti dello studio, come accaduto con Enel e altre società. Un intreccio che si complica quando il ministro assegna incarichi a persone che incrocia nell'attività privata. Nel 2002 ha piazzato nel collegio sindacale dell'Eni Paolo Colombo, fratello di Fabrizio, un suo associato. Due anni dopo lo stesso Paolo Colombo è divenuto consulente dello studio e lo scorso giugno, nella tornata di nomine all'Eni varate da Tremonti, è stato promosso consigliere. L'unica donna fra i partner dello studio, Laura Gualtieri, è stata nominata nel collegio sindacale di due aziende della Finmeccanica, Agusta e Alenia Aermacchi, anche se solo come sindaco supplente. Curioso il caso del presidente dell'Enel, Piero Gnudi, riconfermato in giugno: è stata la figlia, Maddalena, a venire accolta, quest'anno, tra gli associati dello studio fondato da Tremonti.

Il secondo aspetto delicato riguarda la sfera politica. I proclami del ministro a volte stridono pesantemente con il business dello studio, facendo apparire Tremonti come il Don Giovanni di Mozart: cambiando identità a seconda della donna che ha davanti, il seduttore sembra perdere se stesso. Lui attacca la grande finanza, ma fra i clienti abbondano le banche, dalla Merrill Lynch al Monte dei Paschi di Siena, che in luglio si è avvalso della consulenza fiscale di Vitali & C. per vendere alla Lehman Brothers l'attività dei crediti in sofferenza. E non mancano i petrolieri, quelli che avrebbero dovuto piangere per l'introduzione della cosiddetta Robin Hood Tax. Il 17 luglio, parlando alla Camera dei deputati, Tremonti si è scagliato contro i colossi russi dell'energia, affermando che in Europa operano soggetti dalle "caratteristiche aggressive diverse da quelle di mercato". Un mese prima, quando era ministro da 40 giorni, la Erg della famiglia Garrone aveva però venduto alla russa Lukoil il 49 per cento delle raffinerie e della centrale di Priolo, in Sicilia, per 1,37 miliardi. Per minimizzare l'impatto fiscale sull'incasso, la Erg si era rivolta allo studio fondato da Tremonti, con cui vanta un lungo rapporto: uno dei partner, Marcello Valenti, è sindaco della Erg Raffinerie Mediterranee.

In maniera più rilevante, l'elastico tra politica e professione si intreccia con uno dei compiti più delicati del ministero dell'Economia: il controllo dell'onestà contributiva dei grandi gruppi, che sono pure clienti, dalla Pirelli alla Fiat. Lo studio non vuole fare commenti sull'elenco dettagliato dei clienti. Ma l'intreccio produce effetti ai limiti del comico, come accaduto il 19 giugno alla festa della Guardia di Finanza, celebrata al Foro Italico sotto gli occhi di Tremonti, appena tornato ministro. Durante la cerimonia tre finanzieri - il tenente colonnello Sergio Napoletano e i marescialli Antonio Fusco e Roberto D'Oria - sono stati premiati per aver portato a termine "una complessa attività di verifica nei confronti di una nota azienda dell'alta moda", che aveva sottratto al fisco "redditi per oltre 280 milioni". La nota azienda era degli stilisti Dolce & Gabbana, che per difendersi dall'erario, si erano affidati allo studio fondato da Tremonti. 'L'espresso' ha potuto ricostruire altri episodi - da Telecom Italia alla Techint, dalla Magiste di Stefano Ricucci all'eredità fiscale del gruppo Capitalia - nei quali Tremonti si è ritrovato coinvolto prima come ministro, poi come collaboratore dello studio, o viceversa.

EVASORI D'ACCIAIO Nei primi mesi del 2008 l'Agenzia delle Entrate si è ritrovata sul tavolo un caso delicato. A essere coinvolta era la Dalmine della famiglia Rocca. Spulciando il bilancio 2003, gli ispettori di Bergamo dell'Agenzia hanno scoperto che la Dalmine aveva escluso dall'imponibile 108 milioni di sterline (160 milioni di euro): cifra versata alla BHP Billiton Petroleum per chiudere un procedimento legale avviato dopo la rottura di un gasdotto e che aveva condotto a un pronunciamento sfavorevole della High Court of Justice inglese. La vicenda è complessa. In un primo momento sembrava che potesse essere accolta la linea difensiva del gruppo Rocca, affidata allo studio Tremonti, che sosteneva la deducibilità del prezzo pagato. In seguito, altre verifiche hanno dato ragione agli ispettori di Bergamo, aprendo la strada a una contestazione stimabile in un centinaio di milioni. Passati cinque mesi dal ricambio al vertice dell'Agenzia, la questione non risulta però ancora definita.

DIETROFRONT TELECOM Se c'è un caso che mostra l'intrecciarsi delle indagini del Fisco con l'andirivieni di Tremonti dal ministero, è quello relativo all'acquisizione di Blu, un vecchio operatore di telefonia Gsm in difficoltà, da parte di Telecom. La compagnia, guidata allora da Marco Tronchetti Provera, acquista Blu nel 2002. Nel dicembre dello stesso anno (con Tremonti ministro), chiede all'Agenzia delle Entrate, sede di Torino, di utilizzare le perdite fiscali dell'operatore in disarmo per ridurre l'imponibile, avvalendosi di un parere del tributarista Franco Gallo. Ottiene l'ok nel marzo 2003.

Due anni dopo, gli ispettori centrali dell'Agenzia, guidata all'epoca da un altro fedele tremontiano, Raffaele Ferrara, contestano alla Telecom di aver rappresentato l'operazione Blu in modo scorretto. Tremonti all'epoca è uscito temporaneamente dal governo e Telecom si affida alla consulenza del suo studio. Nella vicenda ballano cifre da capogiro. L'accertamento si conclude nel dicembre 2007 con la richiesta di 436 milioni di maggiori imposte, oltre a sanzioni e interessi per 492 milioni. Il 7 maggio scorso, casualmente il giorno del ritorno di Tremonti al ministero, viene spedita una cartella esattoriale che impone il pagamento di una prima tranche di 182 milioni. Telecom ottiene dalla Commissione tributaria di Torino la sospensione della riscossione. E ora l'Agenzia tratta con il gruppo e il suo consulente - Vitali, Romagnoli, Piccardi e Associati - la possibilità di una transazione.

CLIENTI & RAIDER Tremonti, tornato ministro e alle prese con la crisi finanziaria, attacca speculatori, paradisi fiscali e banchieri. Lo studio che lui ha fondato mostra però consuetudine con tutte queste categorie. In Lussemburgo aveva aperto nel 1992 la società Studio Tremonti International, liquidata due anni dopo. Più recentemente, ha difeso l'operato della Bell di Emilio Gnutti (vedi box a lato). E tra i clienti non sono mancati Gianpiero Fiorani e Stefano Ricucci. Il banchiere chiese un parere fiscale allo studio nel 2003, per una riorganizzazione che permise alla Popolare di Lodi di pagare meno tasse per decine di milioni. Quando invece nel luglio 2006 il gruppo Ricucci iniziò ad andare a gambe all'aria, e si ritrovò a dover sanare le imposte evase, la prima porta a cui bussò è quella di via Crocefisso. E così, a trattare con l'Agenzia un accordo per decine di milioni si è ritrovato Giuliano Foglia, un partner entrato nello studio cinque anni fa.

GERONZI D'ORO Uno dei casi più clamorosi, tuttavia, riguarda Unicredit. L'istituto guidato da Alessandro Profumo quest'anno potrebbe pagare un miliardo di tasse in meno per effetto di una norma introdotta dal Tremonti ministro. La sorpresa è contenuta in una società inattiva, Ipse 2000, il cui pacchetto di maggioranza Unicredit ha trovato in Capitalia, la banca acquistata l'anno scorso. Ecco i fatti. Otto anni fa Capitalia, guidata da Cesare Geronzi, decide di finanziare l'avventura di Ipse, una società nata dal nulla per buttarsi nei telefonini Umts. Ipse si dissangua per rilevare le frequenze necessarie e nel 2004 è sull'orlo del fallimento. Porta però in dote 3 miliardi di perdite fiscali che possono dar luogo a un beneficio in termini di minori imposte stimabile in un miliardo. Capitalia offre Ipse all'Enel, che già possiede Wind, e potrebbe essere interessata alle frequenze. Il fatto che una 'bara fiscale' possa essere sfruttata da un'azienda statale come l'Enel suscita però critiche. E l'Agenzia delle Entrate pone un vincolo: Enel può compiere il blitz solo se non rivenderà Wind a stretto giro di posta, cosa che invece intende fare.

L'affare si blocca, ma Capitalia ha un 'piano B'. Forte di un parere di Enrico Vitali, mira a utilizzare per sé le perdite fiscali. Senza fare troppo rumore, compra azioni Ipse fino al 50 per cento più una. La mossa è necessaria per usufruire del cosiddetto 'consolidato fiscale', varato dal Tremonti ministro l'anno prima. E permette a Geronzi, al momento di vendere la banca, di indorare la pillola di Ipse, un'operazione del tutto sballata. Il frutto potrebbe essere colto da Profumo quest'anno. Un miliardo di minori tasse per lo Stato non è poco: alla cosiddetta carta per i poveri, voluta dal ministro, sono stati destinati solo 200 milioni.

espresso.it

31.10.08

Se l'editore DICE NO
Da Tomasi di Lampedusa a Goliarda Sapienza, lunga è la lista degli autori le cui opere sono state respinte dalle case editrici. Ma leggendo le lettere di Cesare Pavese raccolte in «Officina Einaudi» o la ricostruzione dell'«affaire Gattopardo» di Gian Carlo Ferretti, appare evidente come dietro certi rifiuti non ci sia miopia, ma valutazioni rigorose fondate su precise ragioni editoriali
Mariarosa Bricchi
Nell'autunno del 1979 il direttore letterario della Rizzoli, Sergio Pautasso, riceve una lettera di Goliarda Sapienza, cui ha rifiutato un romanzo qualche mese prima. Se Pautasso leggerà davvero il suo libro, scrive l'aspirante autrice, «forse prenderà la forza di non essere più il forzato del suo lavoro, o del suo talento o del suo dovere». Se leggere i libri dà forza ma il lavoro editoriale rende forzati, ci sono poche speranze per gli scrittori nuovi che cercano di farsi pubblicare. Il libro di Goliarda sembra documentarlo: L'arte della gioia avrebbe aspettato la stampa per altri vent'anni. Qualcuno, fin da allora, lo aveva paragonato al Gattopardo: nessuna parentela effettiva, ma un destino editoriale in due tempi (difficoltà di approdare alla pubblicazione e più o meno clamoroso successo postumo) che, col senno di poi, si riconosce in parte sovrapponibile. Il «distratto» VittoriniProprio sulle faccende (pre) editoriali del romanzo di Tomasi di Lampedusa è appena uscito La lunga corsa del Gattopardo di Gian Carlo Ferretti. Un libro piccolo piccolo che ha diversi meriti: racconta, a chi non le conosce, due storie interessanti; e soprattutto, attraverso quelle storie, fa chiarezza su un paio di temi cruciali legati alle vicende dell'editoria. Una storia è appunto quella del Gattopardo prima della sua pubblicazione. Esaminato da Mondadori nel 1956, e da Einaudi l'anno successivo, il romanzo esce alla fine, nel dicembre 1958, da Feltrinelli, per volontà di Giorgio Bassani, e diventa un successo mondiale, doppiando il trionfo feltrinelliano di un anno prima, Il dottor Zivago di Pasternak.La seconda storia è quella di come la prima storia è stata raccontata, interpretata e travisata. Un percorso di fraintendimenti che si è perpetuato negli anni, nonostante lo stesso Ferretti avesse già in passato reso pubblici i documenti della vicenda, gli stessi che questo libro, utilmente, ripropone. L'affaire coinvolge infatti un protagonista della cultura italiana, Elio Vittorini, nel ruolo, rispettivamente, di consulente per Mondadori, e di direttore di collana presso Einaudi. Facile dunque etichettare il tutto come un duplice rifiuto del romanzo da parte di Vittorini, distratto, o imprevidente, di fronte a un successo di cui non avrebbe saputo intuire il potenziale. Ma scorretto. Il che appare chiaro quando vengono messi a fuoco, attraverso l'esempio del Gattopardo, ragioni e chiaroscuri delle decisioni editoriali, specialmente di quelle negative; e quando si chiariscono i ruoli dei giocatori in campo (direttori, editor, consulenti), il peso e i limiti del loro potere e delle loro responsabilità. Esercizio tanto più utile se si pensa che quello del rifiuto è un tema tra i più risonanti dell'editoria, e si presta a facili derive larmoyantes. La storia letteraria, come tutti ricordano benissimo, ha i suoi grandi rifiutati. Accanto a Lampedusa campeggia, nell'Italia del secondo Novecento, Guido Morselli, morto suicida lasciando le lettere negative degli editori in una cartellina azzurra decorata col disegno di un fiasco. Ma non dimentichiamo che anche Se questo è un uomo di Primo Levi, in prima edizione nel 1947 presso la De Silva di Franco Antonicelli, era stato respinto da Einaudi, che lo riprese quindi a distanza di un decennio. Rifiuto inspiegabile dall'esterno - anche vista la successiva ammenda dell'editore. Ma maturato a seguito di varie letture e dettato da ragioni, se non altro, chiare: la sovrabbondanza, nell'immediato dopoguerra, di scritti su temi concentrazionari, e la convinzione che l'interesse del pubblico fosse ormai esaurito. L'alone che il rifiuto porta con sé (il grande tema è quello dell'innocenza perseguitata) può rideclinarsi, per contrasto, in un nuovo motivo di interesse, e l'avventura del libro in cerca di editore si trasforma ormai facilmente, in un mercato editoriale a sua volta in cerca di emozioni sempre più forti, in motivo di attrazione supplementare: al pubblico piace sapere che i libri che apprezza sono stati riconosciuti solo al termine di tortuose complicazioni. Nulla del genere trapela dal sobrio ricordo di Primo Levi, consegnato, anni dopo, a un'intervista giornalistica: «Se questo è un uomo - disse Levi - ebbe varie letture, toccò all'amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava». Per contro le passate disavventure editoriali della tardivamente fortunata Goliarda Sapienza sono oggi parte della sua canonizzazione mediatica. Niente di diverso oltre confine. Jean Echenoz, alla fine pubblicato da un editore leggendario come Jérôme Lindon di Minuit, inizia il suo piccolo memoir Il mio editore presentandosi come un collezionista: «dispongo di una collezione pressoché esaustiva di lettere di rifiuto». Per non parlare di Harry Potter che, all'inizio, nessuno voleva.Incompatibilità di collanaMa perché gli editori respingono i libri? Vuoti d'attenzione, certo, e fretta, e miopia. Ma, non solo. Ci sono documenti di rifiuto dove nulla si concede alla superficialità: la lunga lettera dell'ottobre 1965 dove Italo Calvino spiega a Morselli le sue perplessità sul romanzo Il comunista testimonia forse di un errore, certo di una civiltà intellettuale, fatta di severa passione per i libri, di nettezza di giudizio, di rispetto per il lavoro dello scrivere, che scoraggia qualunque interpretazione scandalistica del rifiuto.In realtà il mancato riconoscimento della qualità letteraria è una leva ovvia ma non decisiva, ed entrano in gioco, almeno idealmente, altri fattori: valutazioni generali sull'interesse e sull'attualità del tema (vedi la rinuncia einaudiana a Se questo è un uomo); propensione o meno a dedicare tempo ed energie alla rielaborazione di un manoscritto magari promettente ma ancora acerbo; analisi della compatibilità di testo e autore con l'immagine del marchio o della collezione. L'ultimo tema è anche quello di massimo peso editoriale: ricorrono, nelle cronache, i libri rifiutati «perché non si sa in che collana metterli». O perché si adattano meglio al profilo di un altro editore. Pavese, per esempio, in una lettera ad Antonio Giolitti del febbraio 1947 scrive che la proposta di una certa antologia «sarebbe un'ottima trovata bompianesca». Per Einaudi, invece, proprio non va.Tutti questi motivi agiscono, come ricostruisce Ferretti, nella storia di Lampedusa. Cominciamo da Mondadori: alcuni capitoli del romanzo raggiungono la casa editrice e vengono valutati non positivamente da tre diversi lettori. Vittorini sintetizza i pareri altrui e annota: «Restituirei avendo cura di assicurarci che autore rispedisca a noi dopo fatta revisione». Questo non è un rifiuto. È il suggerimento, di un consulente al suo editore, di lavorare su un testo che può diventare interessante. La situazione è ben diversa quando, un anno dopo, Vittorini si trova a valutare una seconda volta il libro per la collana dei Gettoni, che lui stesso dirige presso Einaudi. I Gettoni sono votati alla scoperta del nuovo, sono il manifesto di un'interpretazione forte e personale dello scrivere, sono pensati per indicare «quel che intendiamo quando diciamo letteratura». In questo caso, il giudizio non può che essere netto, e ha a che vedere proprio con la compatibilità tra autore e collana, meglio con l'incompatibilità che il direttore avverte tra il romanzo di Tomasi e le sue proprie attese di romanzo. Questa volta Vittorini respinge il Gattopardo. Lo fa senza mezzi termini, e ne spiega le ragioni in una lettera all'autore. Per chiudere la storia: il romanzo non sarebbe mai stato ripreso in esame da Mondadori, perché la richiesta di revisione fu ignorata nella lettera ufficiale spedita dall'editore all'autore. Ecco un altro piccolo giallo che Ferretti dipana. E un'altra fonte di informazione sulle procedure editoriali: come direttore dei Gettoni Vittorini accetta o rifiuta un titolo in autonomia, secondo parametri interni alle logiche di collana; come consulente, si limita a sottoporre il suo parere, non vincolante, all'editore. Che agisce però in autonomia. Per esempio, trascurando un testo che sembra richiedere pratiche di editing molto lunghe e incerte.
ilmanifesto.it

Illustri esempi di epopea dei pluririfiutati

Maria Teresa Carbone
Che si possa campare di rifiuti non è una scoperta, come sanno tutti quelli che rovistano nei cassonetti stracolmi, certi di trovare l'indispensabile e (più spesso) il superfluo. In qualche misura, la regola vale anche in campo editoriale: se un solo rifiuto, il primo d'abitudine, serve soprattutto a deprimere chi l'ha ricevuto, decine - o ancor meglio, centinaia - di lettere editoriali più o meno gentili, più o meno stereotipate, possono funzionare da tasselli per la composizione di un nuovo libro. Qui come là, ci vuole una notevole tenacia, forse una ancor più notevole disperazione.Tempo fa, nei primi anni '90, uno scrittore calabrese, Giuseppe Cerone, si è guadagnato i propri quindici minuti di celebrità raccontando le sue vicissitudini di pluririfiutato in un volume, Lo scrittore, che ha trovato anche una piccola casa editrice, Garamond, disposta a pubblicarlo. Da allora il libro, come accade anche a tanti capolavori, è uscito di catalogo, ma l'indomito Cerone, complice l'infinita disponibilità della Rete, ha aperto un sito - loscrittore.too.it - all'interno del quale si trova perfino una pagina intitolata «Come costruire un romanzo». Per completezza di informazione, Cerone ha pubblicato nel 2003 un altro libro, un manuale, Zen.Zip, definito da Tullio De Mauro, che ha firmato la prefazione, come «un'opera piena di saggezza condita d'ironia». Non certo ironico, ma «irregolare, appartato, oggetto di amore e odio, quasi di culto..., disperato e donchisciottesco», si presenta invece quello che, almeno in Italia, è diventato il portabandiera degli autori rifiutati, Antonio Moresco, di cui Stile libero Einaudi ha appena rimandato in libreria le Lettere a nessuno, uscite in origine per Bollati Boringhieri nel 1997, in una versione raddoppiata e con una copertina che ammicca alla sobrietà di Gallimard (e stride orribilmente con la costa arancione). Versione raddoppiata, perché alle prime «lettere» mandate, o non mandate, a editor e editori, Moresco ha aggiunto una seconda parte più magmatica, dove la dimensione epistolare si inserisce in un tessuto di appunti, pagine di diario, frammenti, per comporre - nelle intenzioni dell'autore - un quadro del «nostro chiuso presente... nella grande tradizione dello Zibaldone di Leopardi e del Mestiere di vivere di Pavese» (così la quarta di copertina, da cui sono tratti anche i virgolettati precedenti). Ma, forse, per descrivere il «chiuso presente» della cultura italiana, più delle settecento e passa pagine di Moresco vale la pena leggere uno smilzo libretto, «Non leggete i libri, fateveli raccontare», che Luciano Bianciardi pubblicò a puntate su «Abc» nel '67 e che ora viene proposto nella collana «Eretica» di Stampa alternativa. Sono sei «lezioni» destinate ai giovani desiderosi di diventare «intellettuali», e a quarant'anni da quando furono scritte, risultano fin troppo attuali.
ilmanifesto.it

29.10.08

Maestro unico e tagli alla scuola: ecco la riforma

La riforma Gelmini approvata dal Senato ha introdotto una serie di novità, parte delle quali già operative essendo state inserite in un decreto legge: a partire dalle più pubblicizzate, il grembiulino obbligatorio alle elementari, la reintroduzione del voto in condotta e quella dei voti in decimi. Ma il decreto legge 137/2008 si accompagna alle misure previste nel dl 112, collegato alla Finanziaria, che prevede forti tagli agli organici e alla didattica che nel prossimo triennio puntano a far risparmiare alle casse dello stato 7,8 miliardi di euro: tra il 2009 e il 2012 verranno soppressi oltre 87 mila posti di docente praticamente in tutti gli ordini di scuole.

Nel prossimo anno la 'sforbiciata' sarà più consistente (- 42mila posti), poi nel 2010 se ne elimineranno circa 25.500 e l'anno successivo poco meno di 20mila. Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e gli esponenti del governo hanno più volte precisato che non di licenziamenti si tratta, ma di una riorganizzazione che di fatto precluderà la possibilità della riconferma per migliaia di docenti con rapporto di lavoro precario. I tagli non risparmieranno nemmeno gli Ata vovero il personale non docente, il cui organico complessivo verrà abbattuto del 17 per cento: 44.500 tra direttori amministrativi (- 10mila), collaboratori scolastici (- 29mila), amministrativi e assistenti tecnici (- 4mila) tutti appartenenti al personale non docente. Prima dell'intervento del governo Berlusconi, i tagli previsti dal precedente governo assommavano a 20mila dipendenti. La scuola conta circa 1 milione e 100mila occupati, la riduzione complessiva quindi riguarda oltre il 10 per cento del personale del comparto istruzione.


L'obiettivo ultimo che si è posto il governo con il dl 112 è quello di avvicinare il rapporto alunni-docenti a quello della media Ue: attualmente in Italia è pari a 8,94, mentre con l'attuazione dei tagli nel 2012 verrebbe portato a 9,94. I calcoli fatti, tuttavia, si basano sul presupposto che il numero degli alunni resti invariato: se, invece, il numero aumenterà (confermando il trend degli ultimi anni) i tagli diminuiranno, al contrario se gli alunni dovessero diminuire il decremento di cattedre e posti potrebbe essere ancora più consistente.


Nel mese di ottobre il ministero ha anche presentato il piano programmatico del decreto: un piano che prevede, tra le altre cose, la riduzione dell'offerta formativa a 28-30 ore settimanali nei licei e a 32 negli istituti tecnici e professionali; ma anche la ridefinizione dei parametri per la formazione delle classi (dove in media verranno così collocati più alunni di ora). Nel progetto attuativo è inserito poi l'accorpamento delle classi di concorso di accesso all'insegnamento, in modo da poter utilizzare con più facilità i docenti in esubero spostandoli da una materia all'altra (comunque affini), e la soppressione o l'accorpamento degli istituti con meno di 50-100 alunni complessivi.


Nel dl 137, sono invece contenute principalmente disposizioni riguardanti lo svolgimento dell'attività didattica. Ad iniziare dalla riduzione a 24 ore del modello base d'insegnamento alla primaria: un ritorno al passato che permetterà l'attivazione del maestro unico e l'abbandono, dopo alcuni decenni di sperimentazione, del modulo basato su tre maestri per due classi. La soppressione di 'mezzo' docente per classe permetterà così alle ex elementari di dare il proprio contributo ai tagli sottraendo a fine manovra, rispetto all'attuale organico, tra i 20 e i 30mila posti. Il governo ha sostenuto che con il suo sistema il tempo pieno verrà confermato e rafforzato: su richiesta delle famiglie, infatti, le scuole potranno predisporre classi a tempo prolungato (27-30 ore) o pieno (40 ore), ma i maestri disposti a svolgere ore in più dovranno essere retribuiti attraverso il cosiddetto fondo d'istituto scolastico.


Nella nuova legge ci sono altre novità: l'inserimento in graduatoria degli ultimi aspiranti docenti abilitati presso le scuole di perfezionamento, i cosiddetti corsisti Ssis ed un piano straordinario per accelerare gli investimenti nel campo dell'edilizia scolastica e della sicurezza. Il passaggio ai voti espressi in decimali nella secondaria di primo grado (la 'media inferiore') e nella scuola primaria, dove però restano in vita anche i giudizi sintetici. Approvata anche, per «promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale definito dalla Carta Costituzionale», la nuova disciplina 'Cittadinanza e Costituzione'.

Confermata dal Senato la modifica al decreto introdotta in sede di approvazione alla Camera, secondo cui alle elementari la bocciatura degli alunni potrà essere decisa solo dopo l'espressione in tal senso di tutti i componenti del consiglio di classe; e comunque sempre laddove si stia trattando di casi eccezionali e adeguatamente motivati.

ORE ECCEDENTI MAESTRO UNICO - A partire dal prossimo anno scolastico, i docenti della scuola elementare impegnati oltre il proprio orario di servizio per assolvere alle esigenze di 'copertura' del tempo pieno o comunque superiore alle 24 ore settimanali di base verranno retribuiti attraverso il fondo d'istituto integrato dai risparmi ricavati dall'applicazione della finanziaria approvata con la legge n. 133 del 6 agosto scorso.


In pratica le eventuali ore aggiuntive svolte dal 'maestro unico' saranno, almeno per questa prima fase transitoria, retribuite con il fondo di istituto di ogni singola scuola che il Miur provvederà a finanziare anche in base alle specifiche necessità.

BOCCIARE ALLE ELEMENTARI SOLO IN CASI ECCEZIONALI - Dopo le polemiche sull'interpretazione dall'art.3 del decreto (`Sono ammessi alla classe successiva, ovvero all'esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline), che avrebbe potuto essere interpretato come un'indicazione a bocciare gli alunni di elementari e medie manche con un solo cinque in pagella, arriva un emendamento (proposto da alcuni deputati della Lega tra cui Paola Goisis) che fa chiarezza: nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado la bocciatura degli alunni dovrà non solo essere decisa all'unanimità dal consiglio di classe, ma anche essere collocata nei casi di eccezionalità e «comprovati da specifica motivazione».

La singola valutazione, relativa ad ogni materia o (come alle elementari) gruppo di materie, non sarà inoltre assegnata dal singolo docente, ma sempre e comunque «assunta a maggioranza dal consiglio di classe».

SPECIALIZZANDI SSIS IN GRADUATORIA COME GLI ALTRI - La battaglia degli specializzandi Ssis (che la scorsa settimana è culminata con una manifestazione davanti al Miur, con due mila partecipanti, organizzata dall'Anief) ha avuto un esito positivo: gli oltre 12mila studenti che stanno terminando il IX ciclo formativo presso le università verranno inseriti nelle graduatorie ad esaurimento non più in coda, come previsto dalla prima bozza, ma «nella posizione spettante in base ai punteggi attribuiti ai titoli posseduti».


Lo stesso trattamento, di equiparazione dei nuovi iscritti agli oltre 300mila precari già inserite nelle graduatorie, verrà concesso anche i docenti che stanno conseguendo l'abilitazione all'insegnamento di materie musicali. E per coloro che si stanno formando per diventare maestro di scuola d'infanzia e primaria: questi ultimi prima verranno inseriti «con riserva» e, una volta acquisito il titolo, collocati nelle graduatorie sempre sulla base del punteggio derivante dal voto finale del corso, dei titoli di studio e dall'eventuale servizio già svolto.

EDILIZIA SCOLASTICA - Al fine di porre rimedio alle emergenze strutturali in cui versano migliaia di scuole, si «un finanziamento di interventi per l'edilizia scolastica e la messa in sicurezza degli istituti scolastici ovvero di impianti e strutture sportive dei medesimi» attraverso la proroga fino al prossimo 30 novembre di risorse che, dopo «l'individuazione degli interventi», verranno stabilite dal ministro dell'Economia assieme a quello del Miur. Approvati anche specifici 'Provvedimenti per la sicurezza delle scuole' finalizzati a snellire le procedure per l'utilizzo dei fondi disponibili, ma anche a rendere più stabili nel tempo i finanziamenti statali: al piano straordinario per l'edilizia scolastica previsto dalla legge finanziaria del 2003 è destinato annualmente un importo non inferiore al 5% delle risorse assegnate al programma delle infrastrutture strategiche, fino al completo esaurimento degli interventi previsti.

Gli interventi verranno attuati sulla base delle priorità definite da un «soggetto attuatore» che assicurerà la «messa in sicurezza di almeno cento edifici scolastici presenti sul territorio nazionale che presentano aspetti di particolare criticità sotto il profilo della sicurezza sismica».

STOP ALLE RIEDIZIONI DEI LIBRI - Le nuove edizioni dei libri di testo scolastici si adotteranno differentemente a seconda del ciclo di studi: alla primaria la cadenza di rinnovamento dei testi sarà quinquennale, come già previsto nella bozza iniziale del dl, mentre nella scuola secondaria di primo e secondo grado la cadenza diventa di sei anni. Permane la possibilità, per i docenti e le case editrici, di adottare nuove edizioni di testi qualora siano subentrate, anche prima dei termini stabiliti, «eventuali appendici di aggiornamento».

unità.it

28.10.08

Maglie nere della libertà di stampa

MIMMO CÁNDITO

Al primo posto c’è l’Islanda, al secondo il Lussemburgo, al terzo la Norvegia, e poi a seguire Estonia, Finlandia, Irlanda, Belgio, Lettonia, fino al primo paese non europeo, che è la Nuova Zelanda, nono posto. La classifica mondiale della liberta di stampa appena pubblicata da una delle più autorevoli organizzazioni che controllano la condizione del giornalismo nel pianeta, Reporters Sans Frontières, non mostra in questa testa della graduatoria elementi di novità. Sono, tutti, Paesi e culture dove la libertà d’espressione non sta soltanto nelle norme del diritto positivo - ci sono, naturalmente, Svezia, Svizzera, Canada, Olanda, Inghilterra e così via - ma questa libertà è parte integrante del costume civile di quelle società, insieme con il rigoroso rispetto della divisione dei poteri.

Fa stupore, piuttosto, uno stupore iniziale, d’abbrivio, che gli Stati Uniti siano ben giù, al quarantesimo posto; ma poi si pensa alle censure e alle manipolazioni della «guerra contro il terrorismo», e alle dure limitazioni che il Patriot Act comporta nella vita pubblica di quel paese, e allora si fa presto a cancellare dall’immaginario la vecchia lezione (che pure era largamente autentica) del giornalismo del Watergate, di Lippman, di Arnett, di Cronkite. posizione ancor peggiore va comunque all’Italia, classificata quarantaquattresima, e possiamo perfino dire che non ci va malissimo, considerando l’evidenza dei conflitti d’interesse e delle manomissioni politiche che inquinano il nostro sistema mediatico, la canea strumentale sulle intercettazioni che tendono a imbavagliare la stampa sotto la pretesa dì un rigoroso controllo della privatezza, le pesanti minacce che la criminalità lancia contro i giornalisti, a cominciare dalla morte che pende sulle amare giornate clandestine di Roberto Saviano.

Per i Paesi dittatoriali o comunque a regime autoritario, poco da dire: l’Iran è 166°, la Cina 167°, Cuba due posti ancora più giù. Ultimi, Corea del Nord ed Eritrea. Ma poiché non sempre le strutture formali corrispondono alla realtà della vita pubblica, nessuno deve stupirsi se un Paese formalmente democratico, la Russia di Putin e di Medvedev, sia ben verso il fondo della classifica, 141ª (richiamo alla nostra comune memoria che, da quando Putin ha preso il potere, a parte il suo controllo totale, o quasi, sui media, nel suo Paese sono stati assassinati 22 giornalisti, senza che mai la giustizia abbia trovato un colpevole).

Chiuso l’elenco con qualche malinconico, insopprimibile, sconforto, bisogna avere tuttavia la forza di proiettare la classifica all’interno del nuovo orizzonte dentro il quale il giornalismo va muovendo, incerto, pavido, schiacciato dai condizionamenti dei poteri, ma anche dalla rivoluzione che le tecnologie elettroniche hanno scatenato sul vecchio mestiere. Se politica e affari tentano sempre più di inquinare l’autonomia della narrazione del giornalismo (consiglio a tutti di leggersi sulle pagine del New York Times gli editoriali rabbiosi del neo-premio Nobel, Paul Krugman), si vanno però diffondendo con Internet e con il telefonino forme nuove di produzione giornalistica, il citizen journalism, il microjournalism per esempio, che tentano di arrangiare una difesa che coinvolga più direttamente la società cioè i consumatori d’informazione. Il problema non è affatto corporativo: il 90 per cento di ciò che forma la nostra «conoscenza» viene costruito dalla produzione quotidiana dei massmedia. Conviene rifletterci, tutti.

lastampa.it

27.10.08

Provaci ancora e-book

di Federico Ferrazza
Dopo una falsa partenza, ora il libro elettronico torna in versione 2.0: molto più pratico, radevole, facile da usare. E con investimenti enormi alle spalle

David Farrow ha passato l'ultimo mese sulla Quinta Strada di Manhattan. Non è un clochard né un fanatico di shopping: è stato lì per lavorare e rilanciare una delle tecnologie più suggestive (ma che finora non ha riscontrato un grosso successo di pubblico) degli ultimi anni: l'e-book, il libro in formato digitale. David, infatti, ha vissuto dentro la vetrina di uno dei negozi di elettronica più importanti della Quinta leggendo 24 ore al giorno sull'ultimo lettore di e-book della Sony: un'iniziativa promossa dal colosso giapponese in occasione del mese nazionale del libro. Il nuovo lettore di Sony si chiama PRS-700, è un dispositivo dotato di tecnologia touch screen e ha un'autonomia di 7.500 pagine di lettura continua. Ma non è l'unico uscito negli ultimi mesi sul mercato. La prima a inaugurare la nuova ondata di lettori di e-book è stata, qualche mese fa, Amazon. Che con il suo lettore Kindle ha pianificato una strategia che coinvolge anche il negozio on line di libri: i testi in formato digitale costano la metà di quelli cartacei e si possono scaricare per essere letti su Kindle stesso. Anche Philips, tramite il suo partner iRex, ha lanciato un nuovo lettore: il Digital Reader 1000, un dispositivo con un Giga di spazio capace di contenere circa 20mila pagine. C'è poi la Plastic Logic, azienda specializzata in schermi flessibili (e in alcuni casi addirittura arrotolabili), che ha annunciato la prossima commercializzazione di un suo lettore, con uno schermo da 13 pollici.Un fermento, quello intorno all'e-book, che sta anche nelle previsioni di mercato di diversi analisti. Secondo iSuppli, per esempio, le vendite di e-book avranno un giro d'affari di 291 milioni di dollari nel 2012, tanti soldi se si considerano i 3,5 milioni del 2007. Anche nel mondo dell'editoria classica, per la prima volta, ci sono opinioni che fanno ben sperare sul futuro del libro elettronico. Durante l'ultima fiera del libro di Francoforte, infatti, l'e-book è stato al centro dell'attenzione e - secondo un recente sondaggio - il 70 per cento degli editori si dice pronto a passare al digitale e il 40 crede che entro dieci anni le vendite dei libri elettronici supereranno quelle dei testi tradizionali. Il direttore della fiera tedesca, Joergen Boos, si è sbilanciato dicendo che "i nuovi lettori hanno creato le condizioni per fare del lettore di e-book un prodotto di massa". E perfino diversi gruppi ambientalisti sposano la causa dei libri elettronici che potrebbero salvare la vita di moltissimi alberi.Ma perché l'e-book è tornato di moda e si ripresenta alla sfida con il mercato? "Effettivamente gli e-book hanno avuto una falsa partenza agli inizi degli anni 2000. Ma ora c'è l'inchiostro elettronico, l'e-Ink, una rivoluzione tecnologica che sta rilanciando questo mercato", spiega Antonio Tombolini, fondatore e amministratore di Simplicissimus Book Farm, società che si occupa di e-book in Italia. L'e-Ink 'vive' all'interno di quasi tutti gli e-book di ultima generazione. Si tratta di una tecnologia che manda in pensione - per i libri elettronici - gli schermi a cristalli liquidi (Lcd). Un cambiamento di non poco conto visto che i monitor Lcd, emettendo luce, affaticano la vista mentre l'inchiostro elettronico sfrutta la luce ambientale, riflettendola. Ciò fa sì che i nuovi e-book si comportino come i libri tradizionali: non abbagliano i lettori e possono essere letti in qualsiasi condizione a patto che ci sia una fonte luminosa. I loro monitor, inoltre, non vengono 'oscurati' dalla luce del Sole come avviene con gli schermi Lcd.La tecnologia dell'e-Ink nasce al Mit di Boston (da cui è nato lo spin-off E-Ink Corporation) e la prima azienda a investirci è stata Philips che poi ha rilasciato il brevetto alla P.V.I. di Taiwan, ora produttrice di quasi tutti gli schermi per e-Ink (tranne che di quelli di Philips che si è riservata il diritto di produrli in proprio).Un altro fattore determinante per la diffusione degli e-book è ovviamente rappresentato dai contenuti. E anche qui, le cose stanno cambiando in meglio. L'editore britannico Random House, per esempio, pubblicherà entro dicembre 1.000 nuovi titoli sia per Sony (che ha un suo negozio all'indirizzo ebookstore.sony.com) sia per la libreria on line Waterstone's: di questi il 50 per cento saranno novità e il 50 per cento da catalogo. I negozi on line iniziano dunque ad avere un magazzino di discrete dimensioni: Amazon ha 185 mila titoli e Waterstone's 150 mila.Nonostante questo periodo di rinascita degli e-book, ci sono ancora alcuni aspetti da chiarire che ancora possono frenare il boom. Il primo riguarda la ritrosia di molti editori a mettere a disposizione in formato digitale i propri libri: la paura è che i titoli vengano copiati e distribuiti gratuitamente su Internet. "Ma gli editori si devono rendere conto che i titoli vengono comunque scaricati illegalmente", dice Tombolini: "Qualche tempo fa ho fatto un piccolo esperimento: sette dei dieci titoli della top ten italiana delle vendite erano scaricabili dalla Rete. Significa che c'è una domanda non intercettata da chi potrebbe rispondere in modo legale. Negli Usa gli editori hanno cominciato a comprendere il fenomeno, imitando l'industria musicale: quando iTunes ha cominciato a vendere brani tutti si sono chiesti perché, visto che erano già scaricabili gratis. Eppure la mossa si è rivelata vincente. Bisogna che gli editori si convincano a rilasciare i diritti. Tra tutti gli editori il mondo della scolastica è il più ostile: il formato elettronico deve essere venduto a un prezzo inferiore rispetto al cartaceo".Il secondo aspetto da affrontare è quello degli standard. Ci sono infatti diversi formati di e-book (tra i più importanti l'e-pub dell'Idpf e il Pdf): "Esiste un problema di compatibilità tra i formati disponibili (che sono di proprietà) e i diversi lettori. Non è pensabile per un editore gestire 7-8 formati diversi, perché questo richiede di fare lo stesso lavoro 7-8 volte", dice Cristina Mussinelli, consulente dell'area editoria digitale dell'Associazione editori italiani.In molti, poi, credono che alla consacrazione dell'e-book manchi ancora un dispositivo che faccia da traino per il mercato (un po' com'è stato l'iPod per i lettori di musica). Anche se c'è chi, come Mussinelli, ritiene che in ogni caso i lettori puri e semplici potrebbero non sfondare mai: "Penso che gli e-book potranno avere più successo su dispositivi integrati sempre più portatili, piccoli, leggeri e multifunzionali e che non sia solo un lettore di libri elettronici. Non credo possa avere successo un dispositivo che si limita a immagazzinare libri e documenti, per quanto utile possa essere". Insomma, quando ci sarà un telefonino o un lettore videomusicale che leggerà anche i libri, il fenomeno potrebbe esplodere veramente. Anche per la possibilità di cambiare modalità di lettura a seconda della situazione: si legge normalmente il libro, magari in treno, poi lo si prosegue come ascoltandolo con le cuffiette come audiolibro quando si sta guidando. Insomma, quando troverà la 'scatola' giusta, il libro in formato elettronico sembra destinato ad avere successo. Uno dei target possibili esce da una recente indagine dell'Osservatorio permanente sui contenuti digitali italiano: i lettori 'forti' (che leggono una decina di libri al mese) sono anche quelli che accedono più frequentemente alle nuove tecnologie. Loro potrebbero rappresentare quella fetta di mercato interessata a scaricare i titoli che si trovano meno facilmente in libreria. è la famosa 'coda lunga' dell'editoria, la possibilità di comprare in digitale titoli usciti dal giro delle librerie cartacee. Un affare anche per gli editori di libri, se solo se ne rendessero conto.
ha collaborato Tiziana Moriconi
espresso.it