21.1.20

Oxfam. Un mondo diseguale: in 2mila hanno più ricchezze di 4,6 miliardi di persone

Eugenio Fatigante, 20 gennaio 2020 Avvenire

Un mondo diseguale: in 2mila hanno più ricchezze di 4,6 miliardi di persone
L’ascensore distributivo è bloccato come sempre (il patrimonio complessivo dei 22 Paperoni più ricchi del pianeta supera la ricchezza di tutte le donne africane), e pure quello sociale non gode di buona salute. In Italia, in un Paese dove il 30% degli occupati giovani guadagna meno di 800 euro al mese, l’influsso delle condizioni di origine si fa sentire subito dopo la conclusione del ciclo di studi: a parità di istruzione, in media il figlio di un dirigente ha un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto al figlio di un impiegato.

Alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, il club super-esclusivo che dal 21 al 24 riunisce sulle nevi svizzere leader politici e big delle grandi aziende, che quest’anno si annuncia animato più che mai da donne (sono attese Greta Thunberg, Sanna Marin, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, ma poi ci torna anche Donald Trump), la ong britannica Oxfam ripropone il suo dossier che scandaglia nelle infinite ingiustizie del pianeta Terra. Con un focus proprio sulla disuguaglianza di genere e, in particolare, su un piccolo, grande tesoro presente nelle nostre case: il lavoro di cura (ma non retribuito).

Un fattore che, secondo le proiezioni fatte dall’organizzazione in miliardi di ore-lavoro, vale oggi più (ben 3 volte) del mercato globale di beni e servizi tecnologici ma che, per un incredibile paradosso, impedisce al 42% delle donne nel mondo di avere un impiego (solo il 6% degli uomini si trova nella medesima condizione).

Il nuovo rapporto annuale è un altro “mattone” su questa Terra delle disuguaglianze. Un solo dato su tutti: i 2.153 esseri umani più facoltosi del pianeta detengono una ricchezza pari al patrimonio di 4,6 miliardi di persone. Ma se si assottigliano nel mondo le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi (effetto della globalizzazione?), i divari crescono però all’interno di molti Stati.

Anche in Italia: da dati aggiornati a metà 2019, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza globale della metà dei nostri connazionali. Effetto delle disparità nella distribuzione dei redditi da lavoro, che restano forti anche nell’era delle post-ideologie. In un mondo in cui il 46% di persone vive ancora con meno di 5 dollari e mezzo al giorno e dove il reddito medio globale da lavoro è calcolato a 22 dollari al mese (dato 2017), un lavoratore collocato nel 10% che ha i salari più bassi dovrebbe lavorare quasi tre secoli e mezzo (sì, secoli, non anni) per raggiungere la retribuzione media in un anno di un lavoratore della fascia più elitaria del 10%.

«Quest’anno abbiamo voluto però rimettere al centro – dice Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto». In effetti lo studio, intitolato “Time to Care”, si sofferma sul lavoro di cura, e su quello domestico sottopagato, che grava soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme che viene fatto per garantire a tutti noi diritti essenziali, ma il cui valore nella società è tuttavia scarsamente riconosciuto.

Ancora nel 2018 l’11,1% delle donne italiane non ha mai avuto un impiego per prendersi cura dei figli, un dato che supera del 3,7% la media europea. Inoltre il 38,3% delle madri con figli con meno di 15 anni è stato costretto a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. E il tasso d’occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni si attestava al 57%, contro il 72,1% delle donne senza figli nella stessa fascia d’età. E’ un fenomeno sul quale Oxfam suona con forza un campanello d’allarme rivolto alla politica: si stima che entro il 2030 avranno bisogno di assistenza nel mondo 2,3 miliardi di persone, con un aumento di 200 milioni rispetto al 2015.

L’altro tema messo a fuoco da Oxfam è il cosiddetto “ascensore sociale”, cioè la difficoltà nel migliorare le condizioni economiche nel passaggio da una generazione a quella seguente. L’Italia è un Paese poco mobile, già nella distribuzione del “reddito disponibile equivalente”: il rapporto analizza la sua evoluzione nel millennio fino al 2017 (ultimo anno coperto dalle rilevazioni Eu-Silc di Eurostat) per concludere che nell’ultimo decennio l’indice di Gini, il parametro statistico che misura le disuguaglianze, è sì rimasto piatto, ma vede ancora l’Italia in 23esima posizione per equità distributiva tra i Paesi dell’Unione.

E a essere penalizzate sono, ancora una volta, soprattutto le famiglie con 4 o 5 o più componenti. Inoltre, secondo gli analisti di Oxfam soltanto il 12% dei figli con un profilo patrimoniale “basso” riesce a raggiungere nell’arco della vita il quintile più ricco e, con l’attuale intensità del fenomeno, si stima che ci vorrebbero 5 generazioni per i discendenti del 10% più povero degli italiani solo per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Tendenze aggravate dall’ulteriore fenomeno della dispersione scolastica, su cui si lancia un altro allarme: l’abbandono tra i 18 e i 24 anni ha toccato nel 2018 il 14,5%, in crescita dopo quasi 10 anni di calo. E anche qui siamo “maglia nera” in Europa, quart’ultimi dopo Spagna, Malta e Romania.

11.1.20

La vera rappresaglia dell’Iran non è ancora arrivata

(Limes)
8/01/2020
Il Generale Soleimani certamente non era un santo, forse non era un “terrorista”. L’attacco alle basi in Iraq è solo l’inizio: Teheran si vendicherà contro gli Stati Uniti, ma con cautela.
Di sicuro Qassem Soleimani non era un santo.
Del resto si trattava di un Generale, cioè di qualcuno che faceva parte di quella categoria di uomini che, un po’ per formazione mentale e un po’ per mestiere, sono abituati a pensare che ci siano momenti in cui per risolvere problemi che rischiano di farsi troppo pericolosi o complessi una dosata violenza possa risultare più efficace di ogni altra soluzione possibile.
Per di più si trattava di un Generale formatosi come combattente nella terribile fornace di quegli otto anni di guerra contro l’Iraq che erano costati al suo paese più di un milione di morti. Terminato il conflitto, anche il periodo successivo si era rivelato tutt’altro che facile, in un incessante susseguirsi di forti tensioni che in un modo o nell’altro incidevano sulla fascia di sicurezza sciita estesa dalle sponde mediterranee del Libano alla provincia di Herat in Afghanistan. Una fascia di sicurezza che l’Iran era riuscito faticosamente a creare e che consolidava giorno dopo giorno proprio grazie all’azione di “Al Quds”, l’unità di elite dei Pasdaran che Soleimani comandava. Con quei precedenti, quell’ambiente, quel grado e l’incarico che rivestiva, Soleimani non era quindi certamente un santo.
Vi è da chiedersi se egli fosse anche lo spietato e pericoloso terrorista che le fonti americane dipingono tentando di spiegare – o giustificare – per quale motivo sia stato eliminato con una spietata freddezza, non abituale per una consolidata democrazia occidentale come gli Stati Uniti. L’unica giustificazione pienamente accettabile consisterebbe nel fatto che il Generale stesse preparando una presa di ostaggi all’ambasciata americana di Baghdad. Qualcosa cioè di molto simile a quella che a Teheran funestò alcuni decenni fa la presidenza di Carter. E sarà questa probabilmente la spiegazione che gli Usa prima o poi forniranno a tutti i loro alleati… e che noi non sapremo mai in quale misura corrisponda o meno alla realtà dei fatti.
Domandarsi se Soleimani fosse o meno un terrorista rivela una certa ambiguità, visto che il quesito si presta a più risposte diverse e almeno in parte contrastanti fra loro. Al momento non esiste una definizione di terrorismo o di terrorista universalmente accettata, per cui persone o movimenti che in alcune parti del mondo sono visti e combattuti come tali in altre vengono acclamati quali eroici alfieri di una rivoluzione in atto o di una particolare ideologia. In seno a grandi organizzazioni come la Nato, che hanno la guerra al terrorismo fra i proprio compiti istituzionali, si è ricorsi così all’escamotage di considerare quali terroristici solo i movimenti inseriti (con il consenso di tutti gli Stati membri) in un’apposita lista nera che li bolla ufficialmente come tali.
Il sistema si è rivelato molto dubbio nel corso degli anni, considerato come ad esempio l’Ira irlandese non sia mai entrata in elenco per l’opposizione degli Usa e come la Turchia da un lato protegga alcune sigle islamiche perlomeno dubbie mentre dall’altro insiste perché vi vengano registrati il PKK e altre organizzazioni curde. Nella lista non rientrano nemmeno i Pasdaran iraniani, di cui l’Unità Al Quds faceva parte come corpo di elite, malgrado l’insistenza degli Stati Uniti, bloccata da tutti gli altri membri Nato interessati a continuare il dialogo nucleare con Teheran. Del resto, i Pasdaran altro non sono che una parte dello strumento militare ufficiale di uno Stato indipendente e sovrano, riconosciuto come tale da tutto il mondo e membro delle Nazioni Unite.
Difficile quindi definire con eccessiva semplicità Soleimani come un terrorista, anche se operava in un contesto e usava metodi che a volte molto si avvicinavano alla nostra idea di una azione terroristica. Da valutare inoltre come la guerra non dichiarata che egli combatteva fosse quella nuova forma di “guerra ibrida” che viene attualmente condotta nel quadro del decisivo scontro in corso fra la branca sunnita e quella sciita della religione islamica e che è portata avanti senza esclusione di colpi e utilizzando tutti i mezzi possibili – fatte salve, per ora, le armi di distruzione di massa.

Senza attaccare etichette all’uno o all’altro dei contendenti, prendiamo atto di come la tensione stia pericolosamente crescendo in una vastissima area in cui, pur non disponendo del peso politico necessario per svolgervi un ruolo rilevante, l’Unione Europea conserva notevoli interessi residui, al punto tale da impegnarvi in missioni di vario tipo migliaia di soldati dei suoi Stati membri. Quello che rende più allarmante tale situazione è oltretutto il modo in cui pur avendo rinunciato a una gestione personale e diretta dell’intero “Mediterraneo allargato”, gli Usa si sentano in diritto di intervenirvi egualmente con azioni puntuali ogni volta che ritengano opportuno farlo.
Che il presidente Donald Trump debba distogliere l’attenzione della sua opinione pubblica dal processo di impeachment attualmente in corso nei suoi confronti aggiunge al tutto un ulteriore elemento di incertezza e di preoccupazione. Per il momento l’attenzione generale è focalizzata sulla risposta iraniana, promessa a chiare lettere dalle massime autorità di quel paese e iniziata ad arrivare con il bombardamento di basi statunitensi in Iraq.
Che il regime non escluda alcuna possibilità è dimostrato da come ha subito denunciato l’accordo nucleare, riprendendo a pieno ritmo la centrifugazione dell’uranio, da tempo soggetta a importanti restrizioni. Il ventaglio di azioni che si apre all’Iran appare particolarmente ampio, visto che l’eventuale rappresaglia potrebbe assumere forme diverse e avvenire in tempi e luoghi molto differenti. Non vi è infatti alcuna difficoltà a reperire, non soltanto nell’area in cui operava Solemaini ma in tutto il mondo, un obiettivo statunitense o di qualcuno dei suoi alleati più stretti – Israele, l’Arabia Saudita, il Regno Unito… – che possa essere considerato remunerativo. Per di più è molto probabile che l’Iran abbia da tempo piani di contingenza e cellule dormienti sparse in tutto il mondo da attivare proprio in casi come questo.
La capacità di azione iraniana non va sottovalutata. Teheran è divenuta negli ultimi decenni una media potenza dotata di un considerevole rilievo in tutti i settori. In politica la sua dirigenza è maturata al punto da poter gestire rapporti e situazioni molto complesse senza rinunciare all’idea di restituire colpo su colpo attendendo, se necessario anche a lungo, il momento più propizio per agire. La vera debolezza può essere costituita dalla divisione interna del paese, sanguinosamente evidenziata dalle recenti manifestazioni. L’uccisione di Soleimani potrebbe però funzionare come un efficace collante nazionale, convincendo le parti ad accantonare momentaneamente i loro dissidi per presentare un fronte comune alla minaccia esterna.
I missili di Teheran possono ormai arrivare sino all’Europa, mentre i suoi droni hanno dimostrato la loro efficacia nell’attacco alle raffinerie saudite. L’abbattimento ad altissima quota di un grande e costosissimo apparato da ricognizione americano testimonia inoltre dei progressi compiuti in ambito contraereo.
Non va trascurato che per gli sciiti il martirio è parte della propria religione e la morte viene accettata con una serenità che certo non esiste in un Occidente terrorizzato dall’ipotesi di perdite fra i propri soldati. In caso di scontro diretto si tratterebbe di un elemento di superiorità di cui qualunque oppositore dovrebbe tenere conto. L’anello debole dello schieramento iraniano sembra essere ancora il settore navale: i barchini dei Pasdaran non sono certo in grado di contrastare le portaerei statunitensi. La configurazione geografica del Golfo Persico rende però possibile integrare con gli interventi da riva le lacune marittime, attenuando il gap. Azioni di Teheran dirette ad ostacolare il traffico navale nell’area appaiono quindi pienamente possibili, come evidenziato fra l’altro dagli avvenimenti degli ultimi mesi in quella parte della rotta del petrolio.
Il mercato dell’energia e in particolare quello degli idrocarburi sono di conseguenza percorsi da un certo nervosismo, malgrado questa crisi giunga in un momento di relativa abbondanza della risorsa e in quadro di assoluta autosufficienza degli Stati Uniti. È un nervosismo ingiustificato e forse anche speculativo, visto che le esportazioni dell’Iran sono ridotte a circa un quarto di quelle di un tempo, a causa dell’embargo in atto. L’unico cliente di rilievo che rimane a Teheran, ossia la Cina, è tanto grande e potente da poter tranquillamente trascurare anche eventuali ulteriori inasprimenti del regime in ambito petrolifero.
Il livello di sofisticazione raggiunto dagli iraniani nella guerra cibernetica è un interrogativo di particolare interesse. Una reazione persiana in questo settore potrebbe provocare effetti devastanti, evitando al contempo di fare vittime. Le voci correnti parlano di grandi capacità di Teheran nel settore, ma la materia riveste un livello di riservatezza tanto elevato da far sì che si tratti solo, appunto, di voci.
Dunque, cosa succederà? Anche se tutte le ipotesi restano aperte, le previsioni per il momento non appaiono eccessivamente pessimistiche. La risposta iraniana sarà accuratamente calibrata per dare soddisfazione ai falchi interni e all’intero mondo sciita ma non irritare oltre misura gli americani. Il divario di forze fra i due contendenti resta infatti considerevole e gli ayatollah sanno molto bene che fino a novembre il principale interesse di Trump sarà la rielezione. A quella scadenza gli converrebbe presentarsi da Commander in Chief di un intero paese reso compatto da acque internazionali agitate, piuttosto che unicamente come un Mister President che deve rendere conto al suo elettorato di comportamenti in parecchie occasioni troppo disinvolti.
Ciò probabilmente indurrà Teheran a muoversi con cautela, limitando le reazioni più immediate a quella che un tempo veniva indicata come “una frenetica gesticolazione verbale” e attendendo le presidenziali negli Stati Uniti prima di sferrare la vera risposta. Del resto l’Iran è una civiltà che ha appreso nei secoli e sulla propria pelle la virtù dell’attendere. E tutta la strategia orientale insiste da sempre su come il tempo più giusto per compiere un’azione altro non sia che quello in cui si presentano le migliori condizioni per portarla a termine con successo.