29.11.19

Juventus, il triste addio di Eni Aluko: "Stanca di essere trattata come una ladra"

L'attaccante lascia e accusa: "Contro la Fiorentina la mia ultima gara in bianconero. Orgogliosa di aver vinto tanto, ma l'Italia è un paio di decenni indietro sul tema dell'integrazione"

(La Repubblica)

"Basta essere trattata come una ladra". E' un triste addio quello di Eniola Aluko, che lascia la Juventus. Lo annuncia lei stessa scrivendo una lettera al Guardian. Una sola stagione e mezzo in cui la calciatrice nigeriana naturalizzata britannica, ha conquistato il tricolore, la Coppa Italia e la Supercoppa nazionale.
"Italia anni indietro sul tema integrazione"
"Questo fine settimana voglio giocare la mia ultima partita per la Juventus, portando a termine un anno e mezzo di grandi successi e tanto apprendimento - ha detto la Aluko -. Quando sono arrivata nell'estate del 2018, sono stata conquistata da un grande club e da un grande progetto. Sul campo abbiamo vinto tanto: un titolo di campionato, la coppa nazionale e la Supercoppa". Diverso il discorso fuori dal campo: "A volte Torino sembra un paio di decenni indietro sul tema integrazione. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi qualcosa", ha accusato la Aluko. "Tante volte arrivi all'aeroporto - ha detto ancora - e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar..." L'attaccante nigeriana ha precisato però "di non avere avuto episodi di razzismo dai tifosi della Juventus né tanto meno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c'è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo".
"Sono orgogliosa"
"Ripensando ai miei successi con questa squadra, che includeva il completamento della scorsa stagione come capocannoniere, sono orgogliosa. Quando sono arrivata, non sapevo se potevo adattarmi allo stile di gioco, alla cultura, alla lingua e alla città di Torino. Sapevo che avrei giocato, ma non sapevo dove, o quanto bene. In una squadra costruita attorno a un nucleo di nove nazionali italiane, sono riuscita a integrarmi perfettamente. Non credo sia una cosa facile da fare per un attaccante internazionale. Quindi lasciare dopo soli 18 mesi non è stata una decisione facile. Mi rendo conto che la mia attenzione deve essere rivolta ai prossimi 3-5 anni della mia carriera piuttosto che ai prossimi mesi, ma riflette anche il fatto che ho trovato gli ultimi sei mesi molto difficili". "La mia ultima partita è contro la Fiorentina, seconda classificata della scorsa stagione. È un match importante nella corsa al titolo contro una diretta concorrente. Non vedo l'ora di salutare i tifosi della Juventus che mi hanno mostrato rispetto e sostegno. Domenica torno a casa", ha aggiunto l'attaccante.
"Entusiasta di cosa mi riserverà il futuro"
"Tra oggi e Natale lavorerò per Amazon seguendo le partite della Premier League, della WSL e facendo altre cose eccitanti come finire il mio libro. Molte persone vedono la fine dell'anno come un momento di riflessione e quindi per fare piani e fissare obiettivi per il futuro, e sicuramente lo farò anche io. Dopo 18 mesi il capitolo si sta chiudendo, in una lunga carriera. Tornerò a casa, dove tutto è iniziato, e ancora una volta sono entusiasta di ciò che il futuro ha in serbo", ha concluso la Aluko.

26.11.19

Arretratezza e pregiudizi, quanto ancora ci resta da fare

Fiorenza Sarzanini (Corriere)

Chi si è stupito che la statua dedicata a una donna uccisa dal marito sia stata distrutta (ed è la sesta volta), dovrebbe leggere i risultati del sondaggio Istat sulla violenza. E si renderebbe conto che su questo tema l’Italia è in uno stato di arretratezza che deve far paura. Scoprire che per oltre il 39% degli intervistati «una donna può sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole», più del 24% pensa che «il modo di vestire possa provocare i maschi» così giustificando di fatto l’aggressione, oltre il 7% «accetta lo schiaffo di chi si sente tradito», dimostra quanto ancora c’è da fare per proteggere le donne. Anche da se stesse. Perché nel «campione» ci sono persone di entrambi i sessi di un’età compresa tra i 18 e i 74 anni. E sembra difficile che simili risposte siano arrivate soltanto dagli uomini. Evidentemente ci sono madri, mogli, fidanzate, donne sole che ritengono di essere al sicuro e arrivano a condividere il pregiudizio di tanti uomini secondo i quali una donna emancipata che subisce violenza «se l’è andata a cercare». Molte altre subiscono in silenzio le angherie dei propri aguzzini, senza avere la forza di ribellarsi. Altre ancora scambiano la gelosia e la possessività del proprio compagno per amore. Tutte vittime di situazioni che non riescono a contrastare. Ed è soprattutto per loro che si deve agire, intensificando l’attività di prevenzione. Bisogna educare i ragazzi ma anche gli adulti, spiegare bene che si può vivere in un mondo dove le donne sono soggetti da rispettare, non oggetti da prendere e portare via. Le piazze piene di donne che si ribellano non devono farci illudere: siamo ancora troppo indietro.

16.11.19

Genova 2019. Autobus di linea. Quando il razzismo tocca i bambini

Genova 2019. Autobus di linea. Quando il razzismo tocca i bambini, il nostro Paese è perduto.

(sosdonne)

Succede che sali su un autobus con la tua classe per un’uscita didattica, succede che il viaggio è abbastanza lungo, succede che cerchi di sistemare i bambini in modo di averli tutti sotto controllo. Loro sono diciannove, noi insegnanti in tre. Succede che uno di loro finisca vicino ad una signora, lui non è bianco, non è italiano, ed è disabile, parla pochissimo, ma ha gli occhi buoni e intelligenti. Guarda fuori dal finestrino, è felice di essere con la sua classe, noi che lo conosciamo lo sappiamo. La mamma ci racconta che la domenica si sveglia spesso alle cinque e dice: “Io scuola, io scuola” e lei prova a spiegarle che non c’è scuola la domenica e non ci sono i suoi compagni, ma lui si dispera, si veste, vuole uscire.

La signora vicino a lui contorce la bocca e inizia a lamentarsi. “Poi non pagano nemmeno il biglietto!” esclama. Io e le mie colleghe la guardiamo incredule, non vogliamo credere che stia succedendo, lei continua, borbotta, è davvero infastidita. Così, per farla tacere, una di noi le risponde che il biglietto i bambini ce l’hanno e l’hanno pagato tutti.

La signora, se così si può chiamare, a un certo punto guarda il nostro piccolo con disprezzo, e ci chiede: “Me lo potete togliere?”. Non è infastidita dalla sua disabilità, perchè, a volte, succede anche questo, ma dal colore della sua pelle.

La mia collega le risponde pronta: “Lui non si alza, se vuole si sposti lei”.

I bambini ci guardano, è difficile essere insegnanti in quel momento, devi proteggerli, non esporli, ma come? Stando zitte, facendo finta di niente per non urtargli l’animo?

Poi pensi allo spazio che il silenzio può lasciare al razzismo, a quello che è successo nel passato dentro a questo spazio, e tu sei un’educatrice, pensi a Rosa Park e pensi che era il 1955 e queste cose accadevano tanto tempo fa, non oggi a Genova, nella tua città, con i tuoi bambini.

La signora si alza, si siede vicino ad un’altra nostra bambina e le sorride, lei va bene perchè è bianca, è bionda, parla italiano. Forse pensa che le assomigli, ma non è così. Noi tre ci guardiamo, siamo provate, avevamo appena finito di vedere uno spettacolo meraviglioso e profondo intitolato “LUCE ” di Aline Nari che parlava delle domande importanti che sanno farsi i bambini e dell’unicità di ognuno di loro, vaglielo a spiegare che tutta quella bellezza è svanita in un attimo dentro alla discriminazione di quella signora.

Lui, in nostro bambino guarda fuori, legge i cartelli con quella voce metallica a noi tanto cara, ora è contornato dai suoi compagni, sono in tre in due sedili, si strigono come fossero una cosa sola.

A me sale la rabbia, è giusto stare zitte? così, ritorno dalla signora, faccio spostare la nostra bambina ‘bianca’ in un altro posto e le dico: “Lei merita di stare da sola, qui i diritti sono di tutti, il mondo non è suo!” e mi sposto al centro dell’autobus. Lei continua a lamentarsi, inveisce contro di me, le mie colleghe le rispondono a tono, finchè non tace.

Prima di scendere mi passa davanti, mi picchietta il braccio tre volte con forza: “Non mi hai fatto paura” mi dice come se il problema fosse chi è più forte tra me e lei.

“Non ha capito niente, nessuno voleva farle paura, solo farla ragionare che il mondo è di tutti, soprattutto dei bambini e lei non ha più diritti degli altri”.

Ha alzato le spalle ed è scesa, sguardo dritto e sicuro. Legittimata anche dallo schifo di questi politicanti che non s’indignano abbastanza, questa è la verità.

Io e le mie colleghe ci siamo guardate, avevamo gli occhi lucidi. Siamo state in silenzio fino a scuola.

Ovviamente in classe abbiamo parlato con i nostri alunni, perché erano lì, ci hanno visto, uno di loro aveva le idee molto chiare su quello che era successo a un suo fratello, suo fratello, in questo caso, il fragile dei più fragili. “Quella signora era razzista” ha detto.

Ed è proprio così, perché è importante che, almeno loro, sappiano dare il nome alle cose e capiscano da che parte stare prima che sia troppo tardi.

Stasera una delle mie colleghe mi ha chiamato. “È stata una brutta giornata” ci siamo dette. Un mondo in cui degli adulti se la prendono con dei bambini è un mondo che fa paura.

Dobbiamo parlarne. Ancora e ancora, non lasciare spazio alle discriminazioni, non lasciare terreno fertile alle ingiustizie, è stato un attimo che i bambini ebrei non sono più andati a scuola e sono saliti su un treno dritti verso l’inferno.

Un attimo di silenzi e collusione. Questi atti gravi hanno trovato lo spazio di esistere non solo grazie alle politiche contro i migranti ma anche a quelle tiepide e non coraggiose di quei governi che si chiamano di “sinistra”.

Dobbiamo denunciare ogni atto razzista, dobbiamo proteggere i nostri piccoli e il loro futuro, ci siamo ribadite io e lei dentro a quella telefonata, forse per farci coraggio, forse per sentirci vicine e allontanare la rabbia.

La mia collega mi ha detto:”Dovevano fermare l’autobus!”.

“Gia”, le ho risposto io. Una cosa è certa, i nostri bambini hanno ben chiaro che sono fratelli. Siamo noi che, spesso, non siamo alla loro altezza e non impariamo nulla dalla storia, dai nostri morti, dall’odio.

E non sappiamo insegnare la Pace, perchè avere un nemico porta consensi, canalizza la rabbia, è utile per il potere.

Un nemico, appunto.

E vennero a prendere anche i bambini.

14.11.19

Così Venezia è stata tradita (di nuovo): Mose e progetti, oltre 50 anni di annunci caduti nel vuoto

L’acqua alta che ha colpito il capolavoro della Laguna non era impossibile da arrestare. Ma dall’«aqua granda» del 1966 in poi, la priorità di salvare Venezia è finita sempre in secondo piano. E il Mose inerte di fronte alla minaccia di ieri ne è il simbolo: tragico

di Gian Antonio Stella (Corriere)

«Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali...». A vedere l’acqua alta di ieri sera a Venezia pareva davvero di rileggere i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.

Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22:50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 KM orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23:30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno dell’«aqua granda» disastrosa del 1966.

Anche i più previdenti, come Giampietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’Aqua Alta a Venezia», un libro che traboccava di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza delle acque. Al portone di casa aveva montato una robusta paratia che arriva a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

Le foto pubblicate da Corriere.it dicono tutto. Gondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. Vaporetti sollevati da una forza possente e abbandonati di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come gli Gritti completamente allagati coi divani e i tavolini del settecento galleggianti tra le stanze mentre il ritratto di un doge guarda severo appeso alla parete. Decine di vetrine sfondate. Negozi di moda e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con le borse che affogano in un’acqua sporca. Piazza San Marco totalmente sotto, con rari turisti che si muovono prudentemente con gli stivaloni sono così scossi da essere indecisi se fare o non fare la foto ricordo, un po’ offensiva per quelli che stanno cercando di contenere i danni. Negozianti con le mani nei capelli.

Solo la piena del ‘66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene».

Ci pensarono per vent’anni: vent’anni. Il quadruplo del tempo impiegato anni dopo dai cinesi per costruire il Ponte della Baia di Hangzhou. Poi decisero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno».

Due anni dopo, a cavallo fra ottobre e novembre del 1988, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie che sarebbero state immerse nel mare alle bocche di porto per sollevarsi ogni volta che fosse stato necessario nei casi di acqua alta. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: era «il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Ma i tempi? De Michelis era ottimista: l’obiettivo «resta quella del 1995». Certo, precisava con qualche cautela: «Potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Da allora, mentre il Mosé perdeva l’accento afflosciandosi nel Mose, sono trascorsi trentuno anni. Quasi quanti quelli passati dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. Dice il Deuteronomio: «La durata del nostro cammino, da Kades-Barnea al passaggio del torrente Zered, fu di trentotto anni, finché tutta quella generazione di uomini atti alla guerra scomparve dall’accampamento…».

E qual è la situazione? Prendiamo dall’Ansa l’ultima promessa, «elargita» il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. La produzione complessiva svolta nel 2018 dal Consorzio ammonta a 74 milioni di euro. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

Rileggiamo: «fase sperimentale». Quarantadue anni di sperimentazioni. Di polemiche. Di sprechi. Di mazzette. Di inchieste giudiziarie. Di rinvii. Di manette. Di dimissioni. Di commissari. Di buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: pari allo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il Deus ex machina del consorzio che se l’era filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

Otto miliardi di euro, contando anche i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: «Il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. E come siamo messi? Notizia Ansa prima del disastro di questa notte, datata 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose di Venezia, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. Dopo l’allungamento dei tempi per la costruzione, lo scandalo legato alle tangenti, ora un nuovo stop alla fase di test delle paratoie (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco. La ragione è dovuta al riscontro, avvenuto durante i sollevamenti parziali delle dighe mobili, il 21 e 24 ottobre scorso, di alcune vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Un comportamento che ha indotto i tecnici del Consorzio allo stop, in attesa di verifiche dettagliate e di interventi di soluzione del problema». E intanto Venezia è andato di nuovo sotto. Col terrore che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»…

5.11.19

Lo sfruttamento non ha età: l’incubo dell’assicurazione previdenziale obbligatoria

di Coniare Rivolta * (Contropiano)

Dalle colonne del Corriere della Sera del 30 ottobre appare un titolo suggestivo, che colpisce immediatamente: “Gli anziani non sono un peso”, a firma di Ferruccio De Bortoli.

Uno dei maggiori esponenti del pensiero economico e politico dominante, megafono della propaganda liberista, sembra finalmente andare contro corrente. Anni ed anni di ideologia del conflitto intergenerazionale tra giovani e vecchi, di ripetuti anatemi contro gli anziani che peserebbero come un fardello sulle spalle dei giovani precari, di asserita insostenibilità del sistema pensionistico, sembrano finalmente espiati dal ragionevole pentimento di De Bortoli che ci spiega che i vecchi non sono un peso.

Titolo ed incipit sembrano proprio una garanzia: “Gli anziani in Italia non sono un peso. Si può (e si deve) dare più spazio ai giovani senza creare disagi e inutili sensi di colpa a genitori e nonni. Una questione di civiltà.” Limpido e chiaro. Ben detto Ferruccio, finalmente!

Purtroppo però, il vero senso dell’articolo si annida nel seguito, che fa piazza pulita delle nobili intenzioni iniziali. Una sequela impressionante di luoghi comuni e inquietanti ricette. Continua infatti l’ex direttore del Corriere:

“Investiamo poco, ci assicuriamo di meno, nascondiamo sotto il tappeto le dinamiche inesorabili della nostra società. Se teniamo al futuro delle prossime generazioni dovremmo parlarne di più. E aiutarle per tempo ad affrontare le emergenze dell’invecchiamento della popolazione. Un peso, forse insopportabile, che cadrà sulle loro spalle. Una mina nascosta nel Servizio sanitario nazionale (che deve curare più che assistere) e nei conti dell’Inps. Oggi abbiamo quasi 14 milioni di italiani con più di 65 anni. Secondo l’Istat, nel 2037, in un contesto di popolazione calante, ne avremo 4,5 milioni in più. La percentuale di coloro che non sarà autosufficiente è destinata a crescere esponenzialmente. Oggi a 75 anni è del 26 per cento; a 85 anni del 46 per cento”.

Ecco che torna in grande stile la tesi della “bomba demografica”, che metterebbe a repentaglio la sostenibilità del nostro stato sociale, delle pensioni e della sanità nel futuro prossimo. E’ in particolare il tema della non autosufficienza di una popolazione anziana crescente che sembra preoccupare De Bortoli:

“l’assistenza agli anziani non autosufficienti assorbe (quattro miliardi) ormai la metà della spesa sociale dei Comuni. E in futuro, di questo passo, finirà per drenarla tutta. A danno di altri servizi assistenziali di primaria importanza, come il sostegno all’infanzia, l’aiuto ai poveri”.

Nel mondo delle risorse scarse che ci racconta De Bortoli, il mondo dell’austerità e della disoccupazione come male necessario, più assistenza agli anziani non autosufficienti significa meno sostegno all’infanzia e ai poveri. I soldi non ci sono, occorre scegliere, stabilire priorità, perché un bisogno esclude l’altro, non se ne esce. Ed allora che fare? Due sono le soluzioni prospettate da De Bortoli. La prima è legata al ruolo dei lavoratori stranieri:

“In Italia lavora più di un milione di badanti (quasi tutte o tutti stranieri, oltre la metà irregolare, spesso non preparati). Un numero superiore a quello di tutti i dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (poco più di 600 mila). Se, per ipotesi, scioperassero tutte o tutti insieme sarebbe la paralisi. Vera. Ecco uno sguardo poco consueto sulla fragilità della nostra società. La ricerca di badanti conviventi è stata poi resa problematica dal diminuito afflusso di immigrati. Ed ecco un altro angolo di lettura, poco diffuso, del tema dell’immigrazione. Chiudersi significa anche questo”.

Dunque, dobbiamo accogliere gli immigrati, ma non per solidarietà verso chi fugge da miseria e morte, bensì perché ci servono schiavi, ci serve quell’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx. Se il badante di tuo nonno sciopera, sta dicendo De Bortoli, con le frontiere chiuse sei fritto, mentre con le frontiere aperte ci sarà sicuramente un altro disperato disposto ad accollarsi il lavoro umile ad un prezzo stracciato.

È il razzismo dei buoni: gli immigrati vengono presentati nella loro funzione di riequilibrio demografico di società decadenti e insostenibili, con una naturale vocazione per quei lavori umili che “gli italiani non vogliono più fare”. E soprattutto, perfetti sostituti tramite spesa privata di uno stato sociale che non riusciremo più a finanziare in futuro.

Ma non è tutto, e qui De Bortoli getta la maschera, facendosi riconoscere per quel che è, una penna al soldo della classe dominante, disposto a piegare il lavoro del giornalismo alla marchetta verso gli interessi dei grandi gruppi finanziari:

“In Italia non esiste, come invece c’è in Germania, un’assicurazione obbligatoria sulla non autosufficienza. Un rischio certo, non una eventualità. Toccherà tutti, direttamente o indirettamente, in famiglia e nei nostri rapporti personali. Manca una consapevolezza generale. Sei grandi casse previdenziali si sono messe insieme per trattare le migliori condizioni con un costo annuo di soli 13 euro a iscritto. Il più grande fondo previdenziale negoziale (Cometa, metalmeccanici) offre tra le opportunità agli assicurati, una volta arrivati alla pensione, una copertura long term care che raddoppia la rendita in caso di non autosufficienza. I dirigenti del settore del commercio, altro esempio, hanno una polizza Ltc con un premio annuale di 206,60 euro che assicura, con una rendita di 2.582,28 euro, rivalutabile al 3 per cento annuo, il rischio di non autosufficienza fino a 70 anni, ed è una copertura prorogabile a vita intera a condizioni prefissate. Esistono ovviamente (e si vedranno sempre di più le pubblicità) proposte individuali delle compagnie assicurative.“

Uno spot, un misero spot alle assicurazioni private, sulla pelle della popolazione più anziana, questo è ciò che il Corriere della Sera è in grado di produrre. Eccolo il vero mondo di De Bortoli: se lo stato sociale inevitabilmente collassa, venendo a mancare le risorse per sostenerlo, devono pensarci i privati cittadini a costruire – con acuta capacità di guardare al futuro – il pilastro salvifico della previdenza complementare, arricchito di coperture assicurative gestite da fondi negoziali o assicurazioni private a carico del singolo.

Con la proposta di rendere addirittura obbligatoria l’assicurazione previdenziale e sanitaria il cerchio finalmente si è chiuso: con buona pace del libero mercato tanto caro ai liberisti, la legge che obbliga ad acquistare protezione da un sistema privato, che macina profitti sui problemi di salute degli anziani.

C’è un aspetto tra i molti, nel modo di ragionare di De Bortoli, che colpisce in maniera particolare. Volendo anche per ipotesi immergerci nell’ottica delle risorse scarse, perfetto riflesso del pensiero economico dominante, perché mai la spesa privata dovrebbe essere migliore di quella pubblica in assistenza e sanità? Se esistono, nella società, le risorse potenziali per sostenere un sistema di assicurazione privata per il rischio di malattia e non autosufficienza, perché mai non dovrebbero esistere le corrispondenti risorse pubbliche per ottemperare ai medesimi bisogni, garantendo al contempo maggiore equità di trattamento?

A questa domanda il pensiero economico mainstream in genere non risponde e si nasconde dietro la presunta naturalità delle scelte private, al cospetto della coercitività di quelle pubbliche, considerate sempre inefficienti per definizione, mentre il boato del ponte Morandi – infrastruttura concessa in gestione ai privati e crollata nell’estate del 2018 – ancora risuona.

Quello delle risorse scarse emerge con chiarezza come un puro mito, funzionale alla mera opera di privatizzazione e mercificazione del sistema di soddisfacimento dei bisogni umani. Un mito che agisce come un martello pneumatico nell’opera mastodontica di rimozione di quelle istituzioni a carattere sociale e collettivo costruite nei decenni passati a fondamento dello Stato sociale solidaristico e universalistico che ha costituito l’ossatura di una civiltà che si vuole demolire, perché ostacolo all’accumulazione di profitti.

Per De Bortoli, insomma, gli anziani non dovrebbero più essere considerati come un peso, bensì dovrebbero essere costretti a comprare una bella (e salata) assicurazione privata, in un mondo in cui i grandi gruppi finanziari gestiscono il business previdenziale sfruttando il lavoro di masse di immigrati pagati con salari da fame.

Per combattere questo incubo, dobbiamo difendere con le unghie e con i denti quel che resta dello stato sociale, la civiltà contro la barbarie dei cantori del liberismo e dell’austerità.

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.org/

3.11.19

L’inciviltà diffusa (e nessuno se ne occupa)

Capita ormai ogni giorno di dovere sottostare ai comportamenti offensivi, aggressivi, illegali, talora violenti, di troppi nostri concittadini

di Ernesto Galli della Loggia (Corriere)

Non si tratta solo di Roma. Della Roma criminale che ha visto l’ennesimo omicidio per una storia di droga. È un clima generale quello che ormai in Italia rende sempre più difficile per tutti affrontare la fatica della vita quotidiana.

Sempre di più, infatti, capita ogni giorno di dover sottostare ai comportamenti offensivi, aggressivi, illegali, talora violenti, di troppi nostri concittadini. Specie nei centri urbani e nelle grandi città siamo circondati da persone che sui mezzi pubblici, sui treni, si abbandonano a comportamenti incivili e arroganti, si divertono a danneggiare sedili, panchine, cassonetti e cestini dei rifiuti, cartelli stradali e quant’altro, a scrivere sui muri qualunque cosa, a sporcare parchi e strade; che negli alloggi in specie dell’edilizia popolare se ne infischiano di qualsiasi regola; che la sera schiamazzano fino a tardi nei luoghi della movida, che addirittura non esitano a fare i loro bisogni in pubblico. Siamo alle prese in ogni momento con automobilisti e motociclisti che soprattutto la sera passano ai semafori con il rosso, rompono i timpani con le loro sgassate e accelerazioni repentine o con le loro autoradio a tutto volume: e anche loro come tutti gli altri, se qualcuno osa protestare non ci pensano un secondo ad aggredirlo minacciando di passare alle vie di fatto. Si aggiungono le molte periferie dove in pratica la sera scatta il coprifuoco, dove specie per le donne è un rischio avventurarsi a piedi.

Ancora: intere zone delle città sequestrate dallo spaccio a causa di quell’uso ormai di massa delle sostanze stupefacenti denunciato qualche giorno fa da Antonio Polito proprio sul Corriere(8 milioni di consumatori!), per finire gli atti più o meno gravi ma innumerevoli di bullismo spicciolo, i mille disgusti e irritazioni frutto della micro violenza diffusa dovunque. Insomma qui da noi la vita sociale moderna — che anche se accresce la solitudine reale degli individui tuttavia moltiplica i contatti interpersonali — rende sempre più evidente un dato: la maleducazione diffusa, l‘istinto di sopraffazione, il disprezzo delle regole, che sembrano ormai radicati e quasi congeniti in Italia. Non a caso molti studiosi parlano di un deficit storico nella Penisola di «disciplinamento sociale», cioè di quel processo storico che — grazie soprattutto all’azione delle Chiese e dello Stato assoluto — ha fatto sì che all’inizio dell’età moderna, tra ‘5 e ‘600, cominciasse a svilupparsi nelle masse una capacità di autoregolazione dei propri comportamenti in obbedienza a norme imposte dall’alto per esigenze di ordine e di convivenza, di un minimo di disciplinamento dei rapporti sociali e dei costumi. In Italia, però, tale processo, per ragioni che qui è inutile indagare, ha avuto una portata debole e limitata. Siamo rimasti una popolazione tra le più ineducate del continente, con una scarsa propensione alla civile convivenza, al rispetto verso gli altri. In generale con un’ancora più scarsa attitudine ad obbedire alle regole e ai comandi dell’autorità. È il noto anarchismo del carattere italiano, si dice, quasi a mo’ di giustificazione. Ma non è così: si tratta piuttosto di sciatto menefreghismo e d’indifferenza sprezzante, d’ incapacità di rinunciare al gesto violento e all’intimidazione non appena si capisca che ce lo si può permettere.

Non appena si capisca cioè che non si rischia nulla. Questo è il punto decisivo. Storicamente infatti il disciplinamento sociale di cui sto parlando è stato anche il prodotto di un sistema di sanzioni, spesso anche assai dure. Oggi quell’antico sistema è stato ovviamente cancellato, ma non è scomparso, anzi si è in un certo senso di molto accresciuto il bisogno di regole di convivenza e dei modi di farle rispettare. È vero, formalmente un sistema di sanzioni esiste anche oggi, ma esso scatta solo quando si arriva a fattispecie di reato particolarmente gravi. Di fatto, chi imbratta un muro o urina all’angolo di una strada, chi danneggia una panchina o tiene un’autoradio a un volume assordante, chi minaccia di aggredire lo sventurato che in una di queste occasioni osa protestare, è sicuro della più assoluta impunità. Non solo ma anche quando si arriva alla sanzione, questa o è di natura pecuniaria e finisce virtualmente in un niente, ovvero si risolve in una condanna penale che grazie ai tre gradi di giudizio, alla prescrizione, alla virtuale assenza di detenzione fino a quattro anni, fa in pratica la stessa fine. È giusto? È giusto, soprattutto, mi chiedo, che a subire le conseguenze di tutto questo siano soprattutto le fasce più deboli della popolazione, le donne e le persone anziane, chi vive nelle periferie o è più a contatto con situazioni di degrado?

Per tutta una serie di comportamenti diciamo così asociali, di violenza minuta ma di forte impatto anche emotivo sulla qualità della vita quotidiana, un legislatore intelligente avrebbe da tempo pensato a un sistema sanzionatorio specifico, diverso e più efficace rispetto a quello generale vigente per le violazioni della legge più gravi. E se del caso avrebbe anche pensato a proporre i necessari cambiamenti del dettato costituzionale (ricordo che ne sono stati introdotti a decine). Avrebbe insomma fatto qualcosa invece dell’inerzia che domina sovrana.

Un’inerzia e un’indifferenza che non riguardano solo i legislatori in senso stretto, vale a dire i politici. Infatti sollevare questi problemi — che, ripeto, sono i problemi che milioni d’italiani avvertono quotidianamente con maggiore angustia — produce abitualmente in tutta la classe dirigente del Paese, a cominciare dai soloni accreditati del discorso pubblico, dai padroni dei talk show che vanno per la maggiore e dagli intellettuali pensosi della sorte della democrazia, l’unico effetto di un’alzata di spalle o nel caso migliore di una sorta di benevolo cenno di consenso destinato a lasciare invariabilmente il tempo che trova. Non ci si rende conto che però così facendo si scherza davvero con il fuoco, che la richiesta di vivere in pace e al riparo dalla prepotenza, non è una richiesta «securitaria», non è l’anticamera di alcuna «onda nera». Che semmai proprio non facendo nulla si lascia tutta questa materia infiammabile a disposizione della demagogia e delle sue pericolose tentazioni. Non sarebbe in fin dei conti un ottimo antidoto al deprecato populismo decidere di occuparsi un po’di meno delle battute di Renzi e delle felpe di Salvini e un po’ di più del popolo?

28.10.19

Addio a operai e contadini, così è sparita l’Umbria rossa

Federica Geremicca  (La Stampa)


Dal Pci al Pd, la dispersione dei voti viene da lontano e poco o nulla è stato fatto per arginarla. Anziché sostenere chi è alle prese con la crisi si è preferito ammiccare alle eccellenze industriali

È come una slavina, un fiume che esonda, una diga che cede. Anche l’Umbria è conquistata dalla destra: e poco importa che il voto di ieri sia solo la certificazione di un processo già compiuto da tempo. Infatti, per le dimensioni che hanno assunto e per le ragioni che le hanno determinate, le elezioni umbre rappresentano un test che per il centrosinistra sarebbe suicida sottovalutare.

L’Umbria, del resto, non è stata persa ieri: Perugia è nelle mani del centrodestra già dal voto del 2014, Terni dall'anno scorso (eletto un sindaco leghista col 63% dei voti) e alle europee di cinque mesi fa Salvini aveva già staccato il partito di Zingaretti con un sensazionale 38 a 24. Significa qualcosa tutto questo? Testimonia, semplicemente, che la dissoluzione arriva da lontano: e che poco o nulla è stato fatto per provare a invertire la rotta.

Infatti, comunque la si veda, il voto umbro ha una sua specificità. E al di là del vento che tira, mette in primo piano errori che per i cittadini di quella regione hanno sfiorano l’incomprensibile. Gli ultimi possono essere riassunti in poche, anzi pochissime battute.

Gli errori
Il primo è senz’altro il lungo tira e molla sul che fare di fronte all’inchiesta giudiziaria sulla gestione della sanità che ha decapitato i vertici della Regione e del Pd: settimane di bracci di ferro e dietro-front sulle dimissioni di Catiuscia Marini, col doppio risultato di prolungare e amplificare lo scandalo, dando l’impressione - per di più - di non riuscire ad esercitare la necessaria severità di fronte a fatti di presunta corruzione.

Il secondo è sicuramente il mezzo patto elettorale siglato con i Cinquestelle, il Movimento che con le sue pesanti e continue denunce aveva di fatto dato il là all’inchiesta della magistratura. Come possono averla presa i cittadini umbri e gli elettori di Pd e M5S? Mettiamola giù semplice, e senza offesa per nessuno: le «guardie» si alleano coi «ladri», ma che roba è?

Il terzo errore è nella gestione della campagna elettorale. Già un’alleanza quasi inconfessabile (tanto da esser ridotta al rango di «civica»...) non è un gran punto di partenza. Ma se a questo poi si aggiunge che su tale alleanza arrivino a metter invece cappello i leader di Pd, M5S e Leu nell’ultimo giorno utile, la frittata è fatta (senza aggiungere il non senso dell'arrivo sul palco anche di Giuseppe Conte, dopo settimane passate a spiegare che il governo era fuori dalla contesa).

I giochi, probabilmente, erano già fatti, come testimoniato dalla sequela di sconfitte in molte città-simbolo della ex «Umbria rossa». Ma questo - piuttosto che rappresentare un alibi - non fa che appesantire la situazione, e render più complicato ogni proposito di rivincita. Infatti, progressivamente, anche in questa regione il Pd ha visto allentarsi - fino a diventare quasi inesistente - il suo rapporto con i ceti tradizionali di riferimento.

L’ultima roccaforte crollata
Non a caso, l’ultima a cedere è stata la Terni operaia, la città dell’acciaio, travolta dalla crisi nella quasi indifferenza della sinistra. Prima, progressivamente, altri ceti si erano allontanati. L’Umbria è terra di agricoltori, da sempre in guerra con l’Europa per una gestione lenta e incomprensibile dei fondi comunitari: e chi è che difende l’Europa e chi è che invece dice che bisognerebbe uscirne? L’Umbria, però, è anche terra di piccole e piccolissime aziende e di partite Iva: e le prime si sentono da sempre trascurate e le seconde trattate - da questo governo e dalla sua manovra - alla stregua di sicuri e irrecuperabili evasori fiscali.

Un episodio, se si vuole minore ma certo illuminante, è legato alla visita svolta da Conte venerdì in Umbria. Chi è andato a trovare, infatti, il presidente del Consiglio? Brunello Cucinelli, naturalmente. Figurarsi, un’eccellenza, niente da dire. Ma ha più bisogno di sostegno e vicinanza un’azienda che va a gonfie vele o operai e contadini - storicamente ceti di riferimento della sinistra - travolti da crisi e difficoltà? Già un altro premier di centrosinistra - Matteo Renzi - privilegiò le «eccellenze italiane» rispetto ai settori travolti dalla crisi: e l'avventura finì come finì. Può darsi che il vento che tira sia per ora inarrestabile. Ma ogni voto consegna una lezione. Quello umbro obbliga il Pd a riflettere sul serio: su cosa sia la sinistra oggi e su come è vissuta l’alleanza di governo giallorossa. Alle porte, infatti, c’è il voto in Emilia Romagna. E se la Lega può perdere le elezioni a Bergamo o a Milano, non è scritto da nessuna parte che il Pd debba vincerle per forza in «roccaforti rosse» che sono tali, ormai, solo nella memoria dei più anziani.