22.5.13

Crisi, 8,6 mln di italiani in gravi difficoltà. Nel 2011 erano la metà

  Ign

E' la fotografia dell'Italia di oggi, scattata dall'Istat nel Rapporto annuale 2013, e che vede più che raddoppiata in un anno (dal 2011 al 2012) la quota di persone "gravemente deprivate": dal 6,9% al 14,3%, mentre negli ultimi due anni il 25,2% della popolazione ha sperimentato almeno una volta la condizione di grave deprivazione materiale (il 6,2% in tutti e due gli anni, il 19% in uno solo dei due anni).
Per restare nell'anno del raddoppio, il 2012, in termini assoluti si tratta di 8.608.000 persone. Per "grave deprivazione", spiega l'Istat, si intende una condizione di poverta' materiale con la mancanza di quattro o piu' indicatori su un elenco di nove, e i 4 principali registrati nel nostro paese assomigliano a condizioni da paese in guerra: "la mancanza di possibilita' di pagare il riscaldamento, non potersi assicurare pasti proteici adeguati ogni due giorni, niente vacanze, non avere a disposizione 800 euro per gli imprevisti". Se si considerano solo tre di questi elementi si passa alla categoria dei deprivati, quasi il 25% (che però comprende, avverte l'Istituto, anche i gravemente deprivati). FAMIGLIE - La crisi colpisce le famiglie e stravolge le abitudini di vita. Il potere d'acquisto delle famiglie e' diminuito nel 2012 del 4,8%, certifica l'Istat nel suo rapporto annuale. Si tratta, evidenzia, di "una caduta di intensita' eccezionale che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino. A questo andamento hanno contribuito soprattutto la forte riduzione del reddito da attivita' imprenditoriale e l'inasprimento del prelievo fiscale". Per far fronte al calo del reddito disponibile, le famiglie hanno ridotto dell'1,6% la spesa corrente per consumi: cio' corrisponde a una flessione del 4,3% dei volumi acquistati, la piu' forte dall'inizio degli anni Novanta. Parallelamente, e' diminuita la propensione al risparmio, che si attesta ormai su livelli sensibilmente inferiori rispetto a quella delle famiglie tedesche e francesi, piu' vicina alla propensione al risparmio del Regno Unito, tradizionalmente la piu' bassa d'Europa. Nel 2012 aumenta al 62,3% il numero di famiglie che hanno adottato strategie di riduzione della quantita' e/o qualita' dei prodotti alimentari acquistati (quasi nove punti percentuali in piu' rispetto all'anno precedente). Le tipologie familiari che nel 2012 hanno modificato maggiormente i comportamenti di consumo alimentare in senso restrittivo sono le coppie con figli, le famiglie di monogenitori e le famiglie con membri aggregati (piu' del 64% di tali famiglie). Nel 12,3% dei casi le famiglie scelgono per gli acquisti alimentari gli hard discount, soprattutto al Nord. Nel Mezzogiorno sale al 73% la quota di famiglie che riduce la quantita' e/o qualita' degli acquisti alimentari dal 65,2% del 2011. Al Nord tale strategia coinvolge il 55,5% delle famiglie (con un incremento di quasi 10 punti percentuali), al Centro il 61,8%. LAVORO - Le opportunita' di ottenere o conservare un impiego per i giovani si sono significativamente ridotte. Tra il 2008 e il 2012, rileva l'Istat nel rapporto annuale, gli occupati 15-29 enni sono diminuiti di 727 mila unita' (di cui 132 mila unita' in meno nell'ultimo anno) e il tasso di occupazione dei 15-29enni e' sceso di circa 7 punti percentuali (-1,2 punti nell'ultimo anno) raggiungendo il 32,5%. Nello stesso periodo, il tasso di occupazione dei 30-49enni si e' ridotto di 3,1 punti percentuali (-0,8 punti percentuali nel 2012) mentre e' aumentato tra i 50-64enni, soprattutto per le donne (+4,0 punti percentuali in media, +5,6 se donne; nel 2012 rispettivamente +1,7 e +2,4 punti percentuali). Nel 2012 il tasso di occupazione e' cosi' pari al 72,7% per i 30-49enni, e al 51,3% per i 50-64enni. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni tra il 2011 e il 2012 e' aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno); dal 2008 l'incremento e' di dieci punti. Sono stati relativamente piu' colpiti i giovani con titolo di studio piu' basso, in modo particolare quanti hanno al massimo la licenza media (+5,2 punti). Il numero di studenti e' rimasto sostanzialmente stabile attorno ai 4 milioni (il 41,5% dei 15-29enni; 3 milioni 849 mila nel 2008). L'Italia ha la quota piu' alta d'Europa (23,9%) di giovani 15-29enni che non lavorano ne' frequentano corsi di istruzione o formazione (i cosiddetti Neet, Not in Education, Employment or Training). Si tratta di due milioni 250 mila giovani: il 40% e' alla ricerca attiva di lavoro (49% tra gli uomini, 33,1% tra le donne), circa un terzo appartiene alle forze di lavoro potenziali, nel restante 29,4% sono inattivi che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare. Il numero di Neet tra il 2011 e il 2012 e' aumentato del 4,4% (+21,1% dal 2008, pari a 391mila giovani), per effetto della crescita della componente dei disoccupati (+23,4%, equivalente a 172 mila unità in piu'). IMPRESE - Le imprese giocano in difesa e subiscono la crisi. Le strategie adottate negli ultimi anni, registra l'Istat nel suo rapporto annuale, sono prevalentemente di tipo difensivo: nel 2011 circa il 64% delle piccole aziende e il 69,4 delle grandi ha cercato di mantenere le proprie quote di mercato. Oltre la meta' delle medie e grandi imprese si e' spinta verso nuovi mercati e circa il 50% ha puntato sull'aumento della gamma dei prodotti; queste strategie sono state adottate rispettivamente dal 35 e dal 20% delle piccole aziende. Il sistema produttivo italiano e' caratterizzato da intense relazioni tra imprese; ha stretto accordi di commessa oltre il 40% delle piccole imprese e il 65% delle medie e grandi (piu' inserite, queste ultime, nelle catene del valore nazionali e internazionali), mentre i legami di subfornitura riguardano circa un terzo delle piccole e il 55% delle grandi imprese. Circa il 25% di queste ultime, infine, ricorre ad accordi di tipo formale quali consorzi o joint ventures. Le imprese a conduzione familiare con meno di 10 addetti presentano in generale un profilo strategico elementare: oltre un terzo si attesta su scelte di tipo esclusivamente difensivo (mantenimento della quota di mercato o ridimensionamento dell'attivita'), e un altro 30% si limita a una sola strategia tra quelle piu' ''complesse'' (innovazione, aumento della gamma di prodotti, accesso a nuovi mercati, intensificazione delle relazioni con altre imprese).

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20.5.13

Il mondo occidentale ha superato il concetto di limite

di Giulio Tremonti - Aldo Cazzullo 

Professor Tremonti, che fine ha fatto?

«Sono spesso all'estero, a cercare materiale per il libro che scriverò. Quel che vedo mi ricorda un classico: "La Montagna magica". Il simbolo del presente e del rischio che ci sovrasta».

Quale rischio?

«Dappertutto e tutti stiamo salendo, in un misto tra estasi, euforia e incanto, su una montagna di carta. Un corteo guidato da guaritori, sciamani, alchimisti, stampatori. Fatta con carta moneta di vecchio stampo, con la plastica, con i computer, è una montagna che giorno dopo giorno cresce esponenzialmente.

Negli anni 80 la massa finanziaria internazionale era più o meno uguale a 500 miliardi di dollari. A ridosso della crisi, la massa finanziaria globale era già arrivata a 70 trilioni. Da ultimo, tra America, Inghilterra, Giappone, Corea ed Europa si sono aggiunti altri 12 trilioni. Una grandezza fantastica. Vengono in mente i fantastiliardi di zio Paperone».

Sta dicendo che le banche centrali immettono troppa liquidità nel sistema?

«Il mondo occidentale ha superato il concetto di limite. È uscito dai confini dell'esistente, per entrare in una nuova dimensione che non è materiale né reale, ma surreale, totalmente ignota, e quindi meravigliosa.

Negli anni 60 la dottrina economica era quella dei limiti allo sviluppo. Adesso la dottrina economica è "no limits": non ci sono limiti allo sviluppo della moneta. Non è la prima volta. Quando iniziano le grandi esplorazioni, si creano la bolla dei mari del Sud e la bolla della Louisiana, terra di presunte illimitate ricchezze. Poco dopo, con il crollo della banca di John Law, c'è il crollo dei re di Francia».

John Law, il fondatore della Banque Royale, all'inizio del '700. Ma cosa c'entra?

«Il crollo della sua banca segnò la fine di un'epoca. Ora stiamo replicando quella storia. Nella "Montagna magica", il gesuita padre Naphta dice che tutto finisce quando Copernico batte Tolomeo. Il sistema tolemaico, basato sulla centralità della Terra, era controllabile dall'autorità.

E tuttavia nel mondo di Copernico i corpi celesti sono comunque corpi materiali. Nel sistema celestiale della "Nuova Finanza" i corpi non ci sono più. Tutto metafisico, surreale, virtuale. Un tempo gli Stati avevano la moneta; ora è la moneta che ha gli Stati. Ma la magia della moneta non è sempre positiva. È come nel Faust: prima o poi le cambiali vengono alla scadenza».

A dire il vero, l'Europa rispetto alle grandi potenze non ha una banca centrale in grado di «battere moneta».

«È vero. Ma se guarda il bilancio della Bce, è quasi uguale a quello della Fed. Con una grande differenza: là hanno gli Stati Uniti d'America; noi qui abbiamo gli Stati relativamente divisi d'Europa.

Alla maniera di Bisanzio, dal novembre 2011 si è creata in Europa una "quasi-moneta". La Bce non può finanziare gli Stati, ma finanzia le banche che finanziano gli Stati. Siamo dunque anche noi nel corteo che sale la montagna di carta».

Nel 2006 lei diede un'intervista che il Corriere intitolò «L'America rischia una crisi stile '29». Qual è il pericolo adesso?

«Alla massa monetaria illimitata corrisponde una quantità di rischio illimitata o comunque indecifrabile. La crisi non è alle nostre spalle, ma ancora davanti a noi. Dalle grandi crisi si può uscire con le guerre, come dalla crisi del '29 uscirono Usa, Giappone e Germania. Oppure con la "grande inflazione".

In Cina si distruggerebbe il risparmio di decenni, destabilizzando il Paese. Potremmo avere un altro tipo di esplosione. Non esiste una matematica della catastrofe. Non esistono libri scritti su una cosa che non c'è ancora. Bernanke, il presidente della Fed, non è andato al G7 in Inghilterra ma a una conferenza a Chicago, dove ha detto: "Stiamo attenti alla prossima bolla". Se lo dice lui!».

Ma di questa montagna di carta alle piccole imprese italiane è arrivato poco o nulla.

«È vero: soprattutto in Italia e in Spagna, il credito non arriva alle imprese. Ma partiamo dal principio. Ricorda la metafora della crisi come videogame? Ogni volta che abbatti un mostro, ne appare un altro più forte. Il primo mostro è stata la megacrisi bancaria: crollano le megabanche globali; crollano la fiducia e il commercio mondiale. L'arma usata contro il primo mostro furono i bilanci pubblici».

Il secondo mostro è stato la crisi del debito sovrano.

«Il debito pubblico americano è esploso. A fianco, si è cominciato a stampare moneta: dollari distribuiti dall'elicottero, o meglio dai computer. Non più moneta fisica, ma impulsi elettronici. Il debito pubblico europeo è salito di colpo fino al 90% del Pil.

Il paradosso è che l'enorme massa di soldi pubblici è andata alla finanza, non ai popoli. L'intervento pubblico non genera felicità, ma austerità. Marx diceva: il comunismo sarà realizzato quando il denaro sarà a tasso zero. Ora siamo vicini allo 0,5, ma allo 0,5 il denaro non è per le famiglie con il mutuo, ma per le banche. Se vuole, è un tipo nuovo di comunismo: il comunismo bancario».

E il terzo mostro?

«È nato dal fallimento di tutte queste politiche. È il crollo bilaterale dei bilanci pubblici e delle economie reali. Stanno male gli Stati e stanno male i popoli. Il terzo mostro è il collasso. Crisi sovrana da una parte e recessione dall'altra. Per un anno abbiamo parlato di spread finanziario. Adesso lo spread più rilevante è economico e sociale».

Lo spread è dimezzato rispetto ai giorni della caduta del governo Berlusconi.

«Lo spread è pur sempre a 260, nonostante l'enorme massa di liquidità. Nei primi tre anni di crisi, e senza immissione di liquidità, era a 120. Fino al novembre 2010 la politica europea era disegnata su due livelli: sopra la responsabilità, sotto la solidarietà; sopra il controllo europeo dei deficit, ma sotto gli eurobond.

Tutto crolla con la passeggiata di Sarkozy e Merkel a Deauville, i quali dicono: "Gli Stati possono fallire". Ora, che gli Stati possano fallire è nella storia; ma che i governi ne annuncino il fallimento non è nella ragione. I due passarono dal piano politico a quella della prassi bancaria. Alla politica si sostituì la tecnica. E da noi la tecnica è stata applicata dal governo Monti con tragico zelo».

Qual è la soluzione allora?

«La soluzione falsa, mascherata sotto il nome positivo di "Unione bancaria", si chiama in realtà "Bail-in". Il "Bail-in" è stato raccomandato dalla Bce ed è in discussione a Strasburgo. Le crisi bancarie prossime venture non saranno più a carico dei contribuenti, ma messe a carico dei "creditori" delle banche: i depositanti; i risparmiatori. Naturalmente si raccomanda che siano preservati i derivati, che sono il software della nuova moneta...».

Sta dicendo che, come a Cipro, si corre il rischio di un prelievo forzoso dai conti correnti?

«All'opposto, è quello che va evitato. Neanche con la salvaguardia dei 100 mila euro. Quando i padri costituenti discutevano sull'articolo 47 della Costituzione, Togliatti voleva scrivere che "la Repubblica tutela il risparmio popolare".

Einaudi e Ruini dissero di no, perché il risparmio è in sé un valore oggettivo. Per questo la Costituzione dice: "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme". Dobbiamo difendere la nostra Costituzione.».

Lei è stato ministro dell'Economia dal 2008 al 2011. Cos'avete fatto per evitare la crisi?

«Estero, Italia. Estero: se la crisi è epocale e globale - lo è stata, e lo è - puoi solo avvertire; ma al G7 sei 1 a 6, al G20 sei 1 a 19. Il governo Berlusconi si è battuto per gli eurobond e per il "Global legal standard", le regole per limitare lo strapotere della finanza. Votate da tutti gli Stati dell'Ocse».

In Italia il vostro ritornello era: usciremo dalla crisi prima e meglio degli altri.

«Perfino il Sole 24 Ore ha ammesso che nel 2010 "l'Italia stava come la Svizzera". E c'era ancora la coesione sociale, non l'angoscia collettiva che c'è adesso. Poi non c'è stata una crisi economica, ma politica.

Habermas ha scritto che in Italia c'è stato allora un "dolce coup d'état". Ne ha fatto parte la lettera inviata all'Italia da Trichet e Draghi, nel 2011, imponendo l'anticipo del pareggio di bilancio, dal 2014 concordato in Europa, al 2013. Oggi invece tutti, o quasi tutti, chiedono politiche espansive. È un'ironia che oggi, Italia su Italia, la lettera sia tornata per la sua esecuzione proprio a chi l'ha scritta».

Tra gli estensori del "Global legal standard", le nuove regole per la finanza, c'era anche Enrico Letta. Cosa pensa di lui?

«Sul governo Letta mi sono astenuto politicamente. Personalmente lo stimo molto. Spero che non si limiti ad accarezzare i problemi».
 

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Italia, metà della ricchezza nazionale in mano al dieci per cento delle famiglie

Studio della Fisac-Cgil (corriere.it)

Dallo studio emerge un rapporto di 1 a 163 tra la retribuzione media di un lavoratore dipendente e quello dei top manager

Cresce la forbice delle disuguaglianze sociali. Il 10% delle famiglie italiane detiene poco meno della metà (47%) della ricchezza totale. Il resto (53%) è suddiviso tra il 90% delle famiglie. Emerge da un'analisi sui salari 2012 della Fisac Cgil. Inoltre, segnala lo studio, il rapporto sproporzionato tra il compenso di un lavoratore dipendente e quello di un top manager.
I SALARI - «Una forbice che cresce, allargando senza freni le diseguaglianze, producendo un rapporto di 1 a 163 tra la retribuzione media di un lavoratore dipendente (pari a 26 mila euro lordi) e il compenso, sempre medio, degli amministratori delegati e dei top manager (pari a 4,326 milioni)». Questo emerge dal rapporto sui salari 2012 presentato oggi dal segretario generale della Fisac, Agostino Megale. Per il leader della categoria del credito della Cgil, i numeri del rapporto sottendono «un distacco enorme che richiede subito una legge che imponga un tetto alle retribuzioni dei top manager». «In questi sei anni di crisi il potere d'acquisto dei salari e delle pensioni -osserva Megale- si è più che dimezzato mentre non hanno subito alcuna flessione i compensi dei top manager, così come nessuna incidenza ha subito quel 10% di famiglie più ricche, determinando e incrementando la vera forbice delle diseguaglianze».
TETTO ALLE RETRIBUZIONI - Megale propone «di realizzare unitariamente, non solo nella categoria del credito, il lancio di un disegno di legge di iniziativa popolare, accompagnato dalla raccolta di centinaia di migliaia di firme» e contestualmente sollecita «la presentazione da parte del centrosinistra della legge di iniziativa parlamentare per porre un tetto alle retribuzioni nel rapporto uno a venti, immaginando che in tempi di difficoltà come questo le quote eccedenti di compensi dei top manager possano essere versate - conclude - in un fondo di solidarietà per favorire un piano di occupazione per i giovani».

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17.5.13

Politici mediocri, burocrati arroganti Il patto sventurato da interrompere

 Gian Antonio Stella   (corriere.it)

Solo nel nostro Paese è possibile che un segretario del Senato in pensione guadagni il triplo del Capo dello Stato

Non c'è Paese al mondo dove un segretario generale del Senato in pensione guadagni con l'aggiunta della prebenda di consigliere di Stato quasi il triplo del capo dello Stato. Solo in Italia succede. È l'effetto del patto sventurato che lega da decenni una classe politica per sua stessa ammissione sempre più mediocre e una struttura burocratica resa arrogante proprio dalla inferiorità del ceto dirigente. Ma l'emergenza delle emergenze al governo Letta non appare tale. C' è una riforma che non costerebbe niente. Meglio: non costerebbe in soldi. Il prezzo da pagare sarebbe la rottura di quel patto sventurato che lega da decenni una classe politica per sua stessa ammissione sempre più mediocre e una struttura burocratica resa sempre più forte, fino all'arroganza, proprio dalla inferiorità del ceto dirigente. Via via diventato schiavo degli alti funzionari, gli unici capaci dentro questo meccanismo infernale di scrivere una legge, di infilarla nel groviglio legislativo esistente e poi di interpretarla.
Un servaggio, come è noto, pagato caro: non c'è Paese al mondo dove un segretario generale del Senato in pensione guadagni con l'aggiunta della prebenda di consigliere di Stato quasi il triplo del presidente della Repubblica. Da noi sì. Va da sé che i beneficiati di questa «abnormità» non hanno interesse a cambiare un sistema in cui un funzionario parlamentare prende più di un deputato.
L'ha scritto Max Weber: «Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni». Lo hanno ripetuto Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: la prima cosa da fare, prima ancora di costruire strade e ponti, è cambiare la burocrazia perché quale «beneficio arreca a un'impresa risparmiare mezz'ora fra Civitavecchia e Grosseto se poi deve attendere dieci anni per la risoluzione di una causa civile» o almeno «un anno per essere pagata da un'amministrazione pubblica»? Aggiungiamo: è colpa solo della Fiom o del costo del lavoro se negli ultimi anni gli investimenti esteri in Italia si sono dimezzati (dal 2 all'1,2% del totale mondiale: dati Confindustria) o piuttosto di un quadro burocratico asfissiante dove, denuncia Confcommercio, «ci vogliono 41 procedure per far rispettare un contratto e 1.210 giorni per ottenere una sentenza che tuteli l'impresa»?
All'Aquila sono state emanate tra leggi speciali e direttive del Commissario, atti delle Strutture di Gestione dell'Emergenza e dispositivi della Protezione Civile e bla-bla, 1.109 norme più allegati: non mancano solo i soldi per ricostruire, manca il buon senso. Al punto che, se non cambia qualcosa, c'è da scommettere che finirà col solito decreto d'emergenza che permetta di eludere l'eccesso di regole. Già visto: lo Stato che aggira lo Stato perché incapace di cambiare se stesso.
È dunque un peccato notare come, a scorrere agenzie ed archivi, l'emergenza delle emergenze non appaia al governo Letta una vera emergenza. Due accenni nel discorso d'investitura, due flashes dell'Ansa: e centrati più che altro contro la cappa della burocrazia europea.
La scelta degli uomini giusti per questa guerra che dovrebbe essere a tutti i costi vinta, del resto, dice tutto. Non vogliamo neppure entrare nel merito delle qualità e dei curriculum del ministro Giampiero D'Alia e dei suoi vice, Gianfranco Micciché e Michaela Biancofiore dirottata dalle Pari Opportunità dopo le sparate sui gay. Ma sfidiamo chiunque a sostenere che siano stati messi lì, a combattere la più difficile delle battaglie, perché individuati come i migliori che c'erano sulla piazza per ripulire, disboscare, semplificare.
La verità è che li hanno collocati lì, purtroppo, perché il bilancino degli equilibri tra i partiti prevedeva di dar loro una poltrona o almeno uno strapuntino. E quello è considerato, sventuratamente, un ministero di serie B. Se non di serie C. La revisione della Costituzione venne affidata al grande Concetto Marchesi. Senza offesa: vuoi mettere la differenza?

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15.5.13

Lombardia, i consiglieri si tagliano lo stipendio ma si aumentano i rimborsi: prenderanno quanto prima

Lombardia: «No ai bonus travestiti da rimborso spese». E i grillini lasciano per protesta la commissione     (sole24ore)

Come c'era da aspettarsi il M5S esce dalla commissione presieduta da Massimo Garavaglia, costituita per presentare una proposta di legge bipartisan quale risposta al decreto Monti sui tagli alla politica (dl 213, 2012). Il motivo del loro abbandono del gruppo di lavoro sui costi della politica locale è il "ritocchino" sui rimborsi, 4500 euro netti al mese a forfait quindi senza rendiconti e giustificativi. Per il M5S si tratta di un vero e proprio "bonus travestito da rimborso spese"* ideato allo scopo di "discostarsi il meno possibile dai trattamenti percepiti fino ad oggi sfruttando i margini di manovra concessi dai provvedimenti, così come accaduto in altre Regioni".
Con l'introduzione del "rimbonus" verrebbero aggirate le indicazioni del decreto anti-sprechi Monti ossia di uniformarsi agli standard retributivi della Regione più virtuosa, per quanto riguarda il trattamento dei consiglieri regionali è l'Emilia Romagna. La controproposta del M5S fissa un tetto massimo di stipendio (5000 euro lordi anziché 6600 ) a cui si potrebbero aggiungere un'eventuale quota massima di 3000 euro al posto del ritocco di 4500, per rimborsi a spese chiaramente documentate, e non a forfait. Ha già espresso la propria contrarietà sulla scelta poco collaborativa dei grillini il presidente del parlamentino lombardo Raffaele Cattaneo che ha parlato di "immaturità istituzionale" Ha poi aggiunto che il gruppo di lavoro presieduto da Garavaglia " continuerà il proprio lavoro con o senza il M5S e che in ogni caso una proposta di legge verrà portata in aula a Giugno per l'approvazione più ampia possibile."
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L'arte dei tagli dei costi della politica locale rischia di trasformarsi in un gioco illusionistico: da una parte si interviene sulle indennità degli ottanta consiglieri regionali lombardi e dall'altra si compensa e si ricompensa il taglio aumentando ad hoc i rimborsi spese, che potrebbero così passare a 4500 euro netti al mese. Sarebbe l'effetto di una proposta di legge ideata come risposta ai tagli previsti dalla legge 213 del 2012 del Governo Monti, dopo i noti casi alla Fiorito er Batman. Qualora fosse approvata la proposta di legge (targata Pd, Pdl, Lega) elaborata da un gruppo di lavoro coordinato dall'assessore al Bilancio, Massimo Garavaglia, un consigliere continuerà a prendere poco meno di 9000 euro al mese.
La nuova proposta di legge sui compensi in Regione di fatto è la risposta locale al governo Monti, intervenuto per porre rimedio e fissare dei limiti ai costi fuori controllo dei consiglieri regionali. In base al testo della proposta bipartisan, ricusata dal M5S, le indennità di carica dei consiglieri regionali saranno effettivamente riviste e ridotte da 8500 (lorde) a 6600 (lorde) come da decreto Monti.
Tuttavia è prevista la possibilità di un ritocco dei rimborsi spese per esercizio del mandato: potrebbero passare dagli attuali 2800 circa ai probabili 4500 euro netti a forfait, per chi risiede a Milano, mentre per i pendolari delle province più disparate potrebbero superare ben oltre i 6000 euro ( per vitto, alloggio e trasporti). Così nonostante i tagli un semplice consigliere continuerà a percepire quel che percepiva prima dell'intervento sui costi della politica: ossia ben oltre quei "vituperati" 6000 euro che tanto fecero preoccupare l'ex assessore ai Trasporti Raffaele Cattaneo, poi diventato Presidente del Consiglio regionale lombardo. Per quanto riguarda le alte gerarchie regionali la proposta della giunta prevede delle indennità di funzione che vanno ad aggiungersi ai 9000 euro "scarsi" di base: per il presidente Regione, presidente del Consiglio e a scalare per le altre cariche, si tratterebbe di 2700 euro circa. Come detto da questa proposta bipartisan si è sfilato il M5S che propone un tetto massimo di stipendio ( 5000 euro lordi) a cui si potrebbero aggiungere un'eventuale quota massima di 3000 euro per rimborsi e varie spese documentate, quindi non si parla di forfait. Per il M5S le indennità di funzione sono più basse: per i presidenti di giunta e consiglio sarebbero 1800 euro circa. Altra sforbiciata paventata è sul numero dei consiglieri: per il M5S dovrebbero passare dagli attuali 80 agli auspicati 50.
Lunedì torna a riunirsi al Pirellone il gruppo di lavoro coordinato dall'assessore Garavaglia per mettere a punto la proposta di "controriforma" relativo ai tagli dei costi della politica: un punto resta fermo che comunque il compenso regionale no può superare il totale mensile di 11100 euro lordi onnicomprensivi, estendibili fino a 13800 con indennità di funzione, come previsto dalla legge nazionale.     
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Da segnalare anche da Il Giorno - Pavia:
A ogni consigliere 16.300 euro per un mese e mezzo sui banchi del Pirellone

Se i disoccupati pavesi nel 2012 sono aumentati del 20,5% rispetto all’anno precedente e sono saliti del 9,6% i lavoratori in mobilità, la politica sembra non conoscere crisi. Basta guardare gli importi percepiti dai consiglieri regionali per un mese e mezzo di impegno al Pirellone: oltre 21mila euro lordi, che al netto delle trattenute di 4mila euro arrivano a 16.384. Cifre decisamente superiori a quanto accade in altri Paesi europei.
In Francia, per esempio, l’indennità percepita da un consigliere regionale va da 1.500 a 2.600 euro. In Germania i consiglieri dei Lander percepiscono indennità che vanno dai 2.280 euro mensili di Amburgo ai 9.500 di Renania settentrionale e Vestfalia: la media è 4.500 euro, più o meno la metà degli stipendi dei consiglieri regionali italiani. E una cifra decisamente superiore a quella percepita dai rappresentanti dei Cantoni svizzeri che hanno competenze ben superiori rispetto a quelle dei “colleghi” italiani, ma non percepiscono un franco perché la politica non è considerata una professione. Da oggi, più o meno al centro di questo variegato panorama si collocano i nove consiglieri lombardi del Movimento 5 Stelle che hanno deciso di restituire alla Regione complessivamente oltre 100mila euro. Secondo quanto ha fatto la pavese Iolanda Nanni, l’indennità percepita per il primo mese e mezzo di attività (dal 17 marzo al 30 aprile) è pari a 16.384,76 euro, senza contare le indennità di funzione (per i membri dell’ufficio di presidenza del consiglio regionale, i presidenti delle commissioni, eccetera).
Di questa somma, rispettando l’impegno preso in campagna elettorale, i consiglieri tratterranno 5mila euro lordi mensili e i rimborsi per le spese effettivamente sostenute; tutto il resto lo destineranno a un fondo di sostegno per le piccole imprese della Lombardia. Nel caso della Nanni, per il mese di marzo riceverà 1.734,84 euro più 84,25 euro di spese. Per aprile la busta paga virtuale dei grillini è 3.394,16 euro, con nota spese di 233,27. Totale da bonificare: 5.446.52, con un rimborso alla Regione di 10.921,33 euro (il 66,66% della somma erogata).
«Finché non sarà data la possibilità concreta di restituirli, i fondi non percepiti saranno depositati in conti correnti di Banca Etica, appositamente aperti — promettono i consiglieri M5S —. Aspettiamo di vedere se e quali consiglieri dei vari partiti ci seguiranno mostrando solidarietà con le piccole aziende che vivono un momento difficile». Dalla Regione replicano: «La busta paga non comprende le trattenute da addizionali regionale e comunale che verranno applicate successivamente. I consiglieri regionali appena insediatisi hanno istituito un gruppo di lavoro di riforma sui costi della politica che attuerà entro giugno una riduzione consistente dello stipendio che passerà a circa 6.500 euro netti, attualmente lo stipendio mensile è di circa 8.500 euro».



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13.5.13

Volevo essere in piazza contro B. e i suoi squadristi

Aldo Busi - (Il fatto quotidiano)

Come mi sarebbe piaciuto sabato scorso essere a Brescia a protestare contro Berlusconi e il suo manipolo squadrista ed esprimere la mia solidarietà ai magistrati attaccati e vilipesi, due per tutti, due donne valorosamente esemplari e due esempi di valore, due funzionari pubblici che fanno il loro dovere senza piegare la testa ad alcun ricatto, che non acconciano la veri-tà-che-non-si-può-dire, che scoperchiano le nauseabonde pignatte industrial-istituzionali senza aver prima collaborato a farci un buco sotto e che pertanto sono costrette ad assumere valenze di eroismo per alcuni, me compreso, e di demonizzazione per i loro interessati detrattori, anche all'interno della magistratura stessa, a loro estraneo: Annamaria Fiorillo di Milano e Patrizia Todisco di Taranto. Ma sono piaceri legati al senso della doverosa presenza civile che non mi posso più permettere perché è la vecchiaia a non permettermi più di metabolizzare in tempo l'amarezza prima di sovraccaricarla d'altra, e non si può crepare per un ideale politico e una pratica di vita non condivisi da nessuno; se appena appena riesco a plagiarmi in tempo, mi rifiuto. Se l'Italia fosse invasa dalla Slovenia, per esempio, sono sicuro che d'istinto passerei al nemico, ma poi, a mente fredda, mi chiederei, "Sì, ma quale dei due?". Troppe volte mi sono unito a cortei, a marce, a raduni (Milano al Tribunale, Roma in Piazza del Popolo, qui a Montichiari contro la calcolata xenofobia della Lega eccetera) e ogni volta le ho prese da entrambe le parti: guardato con sospetto e isolato dalla parte con la quale stavo ed esposto alle percosse (mai arrivate, in verità, ma il rischio c'era) e alle offese, del momento e soprattutto tardive, dell'altra contro cui manifestavo, entrambe le parti fatte di evasori, puttanieri, leccaculo, laici e atei ma anticlericali mai, furbastri, pedofili, omofobi in generale e, in particolare, omofobi omosessuali della domenica, razzisti, odiatori delle donne, riccastri con le badanti in nero, spacciatori e cravattari di sinistra, tronfi analfabeti, evasori fiscali, delinquenti abituali e di passaggio, drogati, alcolizzati, finti invalidi, parassiti di mestiere precari per elezione con la sola vocazione del figlio di papà, insegnanti ignoranti e fessi come campane crepate, brutte e idiote fighe isteriche convinte di riscattarsi nella bellezza dell'impegno più intelligente e vecchie vampire emancipate che hanno anche gli amici gay, sindacalisti senza arte né parte a parte l'arte di godere di uno sti-pendio sicuro per mediare con un ulteriore giro di vite sull'insicurezza sempre più strutturale dei loro iscritti, malati del gratta-e-vinci, delle slot, dei programmi dove si regalano soldi e illusioni canore, ipocriti, omertosi, dop-piogiochisti, entrambe fatte, infine, di cattolici e di fascisti dentro, di italiani in gran parte interscambiabili.

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10.5.13

Invalsi: la scuola sbagliata

 Giuseppe Caliceti

Anche quest'anno ci sono polemiche a proposito dei famigerati test Invalsi nella scuola. Chi dice che sono indispensabili, chi dice che fanno male ai bambini e alla scuola. Io, per esempio, la penso come questi ultimi. Vorrei porre però la questione, per una volta, in modo diverso dal solito, ponendo una semplice domanda, sia ai favorevoli che a chi non lo è. La domanda è questa: che rapporto c'è tra quello che chiedono agli studenti i test Invalsi e quello che noi docenti insegniamo loro? O, in modo ancora più preciso: che rapporto c'è tra l'idea di scuola e di formazione che c'è dietro ai test Invalsi e l'idea di scuola che è descritta nella nostra Costituzione? Lo chiedo perchè ho la sensazione che ci siano idee differenti. E che i programmi e i dettati scolastici della nostra scuola di oggi – fortunatamente, per quanto mi riguarda, - non coincidono assolutamente con quelli che poi si chiede nei test agli studenti, creando una situazione di vera e propria schizofrenia e confusione non solo tra gli studenti, ma anche tra i docenti. Un esempio, ai docenti viene richiesto dalla scuola della Costituzione la promozione delle “domande aperte” agli studenti, ma l'Invalsi ha test chiusi, a crocetta. Non è richiesto allo studente di compiere analisi e sintesi rispetto a ciò che apprende, né di avere un'opinione o un minimo senso critico. I test sono pensati piuttosto, nella maggioranza dei quesiti, come domande a risposta blindata, forse in grado di accertare livelli minimi di capacità di calcolo matematico o di competenze grammaticali o sintattiche, ma senza andare oltre. Anche questa faccenda che non entrano nella valutazione di altre materie, che senso ha? Insomma, perchè insegnamo ai nostri studenti tanti contenuti, se poi viene richiesto loro solo una abilità di comprensione di un solo genere di testo? E questo solo per quanto riguarda lo studio della lingua italiana, naturalmente. Delle altre materie non si accenna neppure. Alle superiori, per esempio, ore e ore sono passate a studiare la storia della letteratura italiana, ma le prove Invalsi non richiedono nulla su questo. Dunque? Che senso ha? Inoltre, ammettiamolo, la “cultura del test” nel tempo crea studenti meno capaci di esporre e di argomentare in modo coerente e corretto, sia oralmente sia per iscritto: è questo che vogliamo? Non erano meglio forse i vecchi esami in seconda e quinta elementare, a questo punto? Ancora: se il nostro unico strumento di valutazione di una persona che sta crescendo è un test, non si perdono forse tutti quei segnali verbali e non verbali che lo studente ci mette a disposizione nel percorso didattico? Siamo sicuri che misurazione e valutazione sono sinonimi? Ma poi, quali sono gli obiettivi dei test? Come e quando avviene la loro restituzione a docenti, studenti, genitori degli studenti?Perchè questa restituzione non è trasparente? Quali sono i livelli minimi di qualità del sistema di istruzione da garantire? Quale modello di scuola si intende realizzare? Com’è possibile stabilire un modo chiaro per verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o meno? Ancora: i responsabili dell'Invalsi sono a conoscenza che in Finlandia e negli Stati Uniti, con i test, si è rilevato un calo nei risultati di apprendimento? E le inevitabili didattiche finalizzate ai test, oltre a compromettere o meno la libertà di insegnamento, siamo sicuri che facciano bene agli studenti?

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Gli scrittori contro Facebook: il caso Aldo Nove

  Giuseppe Genna

E' dunque venuto il momento, per la cecità e sordità dei bot di Zuckerberg, che si giunga a uno scontro tra il paradigma umanistico e quello digitale "vuoto". Affrontiamo la questione dei diritti digitali e delle visioni del mondo che sottendono comunità differenti: quella di automi bluette e insenzienti tra cui non vige legame di amore, e quella umana che professa l'amore come legge concreta e universale.
Il fatto parrebbe di poco conto ed è qui brevemente riassunto. Da mesi accade che il profilo Facebook dello scrittore Aldo Nove venga disabilitato per decisioni incomprensibili da parte del centro esoterico del social network, che Mark Zuckerberg nemmeno ha inventato. Per lo scontento delle migliaia di utenti che seguono quotidianamente ciò che scrive un umanista e intellettuale molto amato, quale è Aldo Nove, i suoi status gli sono disappropriati, resi irraggiungibili, azzerati in un silenzio gelido da refrigerazione dei server. Il fatto non è affatto di poco conto, se si comprende che ciò che su tale Social Network impulsa l'autore de La vita oscena: è la letteratura. L'evidente movimento della lingua e dell'immaginario che Aldo Nove scandisce con ritmo altalenante e ipnotico è praticamente identico al susseguirsi di ritmi e immagini che impulsa la stessa poesia e, con essa, ogni genere letterario. Chi non lo capisce è scemo.
Sono scemi infatti i bot di Facebook. Probabilmente in base a segnalazioni scorrette di utenti e di fake, preda delle neurosi da flame e da trolling che, ab initio, contraddistingono le bacheche delle BBS, i forum digitali e i commenti dei blog, gli algoritmi automatizzati e semiviventi di Zuckerberg, con un pizzico di provincialismo tutto italiano, intervengono a censurare automaticamente luoghi in cui la lingua si fa e l'umanista non può non militare. Si scontrano in questo modo due sentimenti e visioni del mondo opposti: da un lato l'algebra impazzita e dissociata (si legga anche: dissociativa) dell'automatismo digitale; dall'altro l'algebra per nulla impazzita, consapevole e autodiretta del poeta, che propone il nome e la forma alla comunità umana in cui opera.
Si tratta di un emblema di questi decenni stracciati, tempo di killeraggi silenziosi che faranno fruttare killeraggi per nulla silenziosi. Si tratta di un processo alienativo che porta l'umano a fare scorrere compulsivamente l'indice sul touchscreen del device prediletto, lo sguardo stolido e incantato che si svuota di presenza, una semitrance che uccide il potere della noia e del "noi": uno scrolling potenzialmente infinito, in cui incantarsi, per sostituire un'alienazione reale a un'alienazione altrettanto reale - quella della routine con quella di un fantasma di scelta.
Scegliere all'interno del recinto, costrutto con regole contraddittorie tra loro, è il fantasma del momento. Si tratta di un momento geometrico, non temporale: è l'ampiezza di mondo in cui operano gli artisti, hanno sempre operato, opereranno sempre. Si tratta dello spazio immaginario che fa maturare il memorabile e lo stupore. La seminagione linguistica e di immaginario che prosegue a realizzare uno scrittore quale Aldo Nove è esattamente praticata in tale spazio. A questa seminagione si oppone un agente antifecondativo e antiumano: è ciò che l'emblema Zuckerberg rappresenta, per esempio, nelle scene iniziali di The Social Network, capolavoro cinematografico di David Fincher.
Se si tenta il dialogo, si crolla in quel silenzio raggelato di cui sopra: il Social Network non risponde. Esso, che impone leggi dissociate, è fuori della legge. Principio di sovranità filosoficamente banale, che sperava sin dagli esordi di essere praticato da ciò che è banale e dorme insepolto nell'umano: la macchina.
A questo silenzio gelido, emblematizzato da Facebook, gli scrittori hanno da rispondere con le parole, i ritmi e le immagini che significano l'amore tra umani e senso.
Ora, ci offriamo ai media che, terra di conquista per il robotico morituro digitale, resta ancora parte di un comparto umanistico. Che si tratti del Corriere della Sera o di Repubblica o de La Stampa o de l'Unità, emblemi dei media, noi scrittori, emblemi dell'umanismo, ci rivolgiamo al giornalismo per esplicare la battaglia per i diritti digitali. Se l'appello non viene raccolto (ma dubito, poiché ancora costituiamo una notizia e un diversivo: siamo divertenti), ci sposteremo in un altro Social Network, magari Google+, che abbisogna di quota umanistica, perché non funziona ancora in forza del fatto che è "freddo", come testimoniano le ricerche di cui Big G è in possesso.
Come disse Franco Fortini nella sua Verifica dei poteri (1963, con evidenza anno fatale per la letteratura italiana): "Abbiamo ancora la testa fuori dell'acqua e siamo capaci di pensare". O, per dirla con William S. Burroughs, a proposito di Jack Kerouac: "State attenti agli scrittori, calcolate quanti jeans Levi's ha fatto vendere Jack".

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8.5.13

Attenti al trappolone

Giovanni Sartori (Corriere)

Il primo maggio nel mio editoriale avevo deliberatamente ignorato la proposta dei «saggi» di creare un nuovo organo costituente battezzato Convenzione per le riforme addetto, appunto, a rivedere e rifare la nostra Costituzione. L'avevo ignorata perché mi interessava spiegare come ci potevamo facilmente liberare del Porcellum sostituendolo con uno dei due sistemi elettorali più accreditati e ben riusciti dell'Occidente: il sistema maggioritario a doppio turno della Francia, oppure il sistema tedesco. Ad entrambi si sarebbero poi dovute aggiungere strutture costituzionali che avrebbero richiesto più tempo; ma intanto il rischio di restare con il Porcellum sarebbe sparito. Perché i sistemi elettorali sono, in Italia, materia di legge ordinaria, e quindi disgiungibili da riforme costituzionali i cui tempi possono essere lunghi e soprattutto facilmente allungabili.
Ma oramai questa malefatta - la convenzione per le riforme - è fatta. E mi incombe ora di spiegare perché sia da temere.
In Italia non siamo alla prima prova. Si cominciò nel 1985 con la commissione Bozzi, che combinò poco o nulla. Venne poi, nel 1997, la Bicamerale presieduta da D'Alema che lavorò seriamente ma che alla fine Berlusconi fece affondare. Seguì poi la cosidetta Costituzione di Lorenzago, opera svelta di quattro gatti ma fortemente voluta e sostenuta da Bossi e Berlusconi. Per respingerla (come meritava) si dovette combattere un referendum che la bocciò nel giugno 2006. Quindi oggi siamo alla quarta prova di rilievo: e si pensa a una commissione di ben 75 membri (tanti quanti furono i costituenti del 1946-48) costituita da delegazioni di partito, più qualche esterno al Parlamento.
Sia chiaro: anche se mi contenterei di una decina di ritocchi alla Costituzione vigente, io non sono contrario ad adottare, alla grande, il semipresidenzialismo francese fondato su elezioni a doppio turno, o il sistema federale tedesco. Anzi, mi batto per una di queste due formule da un decennio o anche due. Il punto è che le buone Costituzioni debbono essere stese da giuristi e costituzionalisti. La Costituzione di Weimar fu scritta da Preuss, quella della V Repubblica francese da Debré, e così via. Le assemblee di politici non sanno e nemmeno vogliono stendere una buona Costituzione che è tale per tutti. L'America Latina ha scritto e riscritto da un secolo a questa parte decine di Costituzioni che sono l'una peggio dell'altra. Sarebbe lo stesso oggi, in Italia. Infinitamente meglio, allora, adottare una Costituzione già collaudata e sicuramente funzionante.
E vengo al trappolone. Berlusconi sostiene il governo Letta finché gli farà comodo, e cioè finché la sua popolarità anti Imu (e simili) non abbia raggiunto un livello di sicurezza a prova di bomba. Intanto la commissione per le riforme resterà impigliata nel dibattere le riforme costituzionali. E al momento giusto per lui, «Re Berlusconi» farà cadere il governo Letta, chiederà nuove elezioni che stravincerà da solo tornando a votare con il Porcellum . Il trappolone è perfetto. I suoi hanno già detto che si dovrà discutere la forma dello Stato prima o comunque insieme alla riforma elettorale. Così potranno tirare per le lunghe finché Berlusconi non sarà pronto a farsi rivotare con la legge truffa di Calderoli. Come dicevo, un trappolone perfetto. Un vecchio proverbio diceva che il mondo è fatto a scale, c'è chi scende e c'è chi sale. Nel mio scenario il nostro Cavaliere sale, continua a salire.

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