20.4.18

Bullismo, la scuola è sola

Alba Sasso (il manifesto)

Quel che colpisce nelle immagini diffuse dai media sui fatti della scuola di Lucca è un’aria di tragica normalità. Ricorda altre recenti vicende come quella di una insegnante, quasi in «balia» di una classe in pieno subbuglio, rassegnata, impossibilitata ad agire.

Tanto da non essere neppure stata lei a denunciare il fatto. Non è comunque sempre la stessa liturgia: in alcuni casi la classe sembra indifferente o estranea a quanto avviene, in altri casi parteggia per l’una o per l’altra parte.

Ma quel che è più preoccupante è che al di là dei fatti, quel che sembra interessare gli alunni è la «visualizzazione» di quegli stessi fatti e la loro diffusione nel web. Che finisce col contare, anche di più della vita reale. E allora non siamo più solo in una situazione di allarme singolo.

Siamo in una situazione nella quale quello a cui stiamo assistendo rischia di essere solo la punta di un iceberg: l’evidenza di un malessere più profondo, che le recenti riforme o presunte tali non solo non hanno risolto, ma addirittura aggravato.Quella scuola che ci raccontano quei video è una scuola antica, quella della lezione frontale, dove conta il voto che assolve o condanna. Dove gli insegnanti sembrano stremati e soli, senza neanche la voglia di socializzare i problemi. Dove il tema di cosa si insegna e si impara a scuola, e come, sembra una questione dimenticata.

Vi ricordate:«un po’di inglese, un po’ di informatica» o le quattro chiacchiere a proposito di sapere della scuola contenute nella legge 107?

Ma questa scuola non è la realtà. Anzi le è antitetica. L’individualismo ha permeato la società, le famiglie sostengono i figli, anziché educarli, tutto marcia al contrario.

Si è interrotta, e da tempo, nonostante l’impegno «accanito» di tanti docenti che continuano a fare una «buona scuola», una riflessione sul rapporto tra cultura della scuola e contemporaneità, sul sapere capace di fornire strumenti per conoscere, capire, diventare cittadine e cittadini di un mondo sempre più vasto. E si è pensato addirittura che per essere preparati al mondo, che poi sarebbe solo quello della produzione, possa bastare l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro, realizzata come fosse un’ altra materia di studio. E con esperienze denunciate dalle stesse studentesse e studenti come inutili o addirittura negative. (Dai McDonald a Zara).

Manca da tempo un’attenzione, forse anche un bilancio di quel che sta succedendo nelle scuole. Dove certo, i fatti di questi giorni non sono la norma, ma rappresentano un allarme, di cui tener conto.

Colpisce ancora il silenzio delle famiglie di fronte a questi fenomeni, quelle famiglie che spesso si comportano solo da utenti, alle volte rissosi e violenti, piuttosto che come componente essenziale del più complessivo governo del sistema.

La scuola è sola, di fronte a problemi enormi. Sono soli i suoi insegnanti, «stanchi di guerra», sono soli quei bulli, sono sole le famiglie e sono soli persino i dirigenti. E purtroppo la scuola torna alla ribalta solo per questi «scandali».

E allora bisogna ricominciare a ricostruire quel tessuto solidale nella scuola e intorno alla scuola, come già tante scuole e territori fanno- ma di loro non c’è traccia nei media- perché hanno capito, a differenza dei mestieranti della politica, che i luoghi della formazione sono decisivi per costruire un futuro migliore per tutte e tutti.

19.4.18

Scuola, l’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze

Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica? Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum. Era il 2001 - presidente George W. Bush - quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi - ricchi o poveri - delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo. Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 - presidente Barack Obama - la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media).
«Don’t know much about history»
La storia di questo fallimento educativo è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test. Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli. Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo. E nelle comprensione di un brano scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di lettura - le reading skills misurate dalle prove standardizzate. Come ha spiegato uno degli esperti che hanno partecipato alla riunione di martedì scorso, lo psicologo cognitivo Daniel Willingham, il fatto che i lettori capiscano o meno un testo dipende molto di più dalle loro conoscenze e dalla ricchezza del loro vocabolario che da quanto si sono esercitati con domande del tipo «Qual è l’argomento principale del testo?» o «Che conclusioni trai dalla lettura di questo brano?». Se un ragazzo arriva alle superiori senza sapere nulla della Guerra civile americana perché non l’ha mai studiata a scuola, non importa quanti test ha fatto: farà molta più fatica a rispondere a qualsiasi domanda relativa a quell’argomento di un suo collega più colto anche se magari meno allenato di lui nei quiz.
Alzare l’asticella
Ma non basta. Come osservato da Timothy Shanahan, professore emerito all’Università dell’Illinois e autore di oltre 200 pubblicazioni sulla «reading education», il sistema dei test commette un altro errore gravissimo: quello di misurare le capacità dei ragazzi usando dei brani considerati alla loro altezza. Mentre al contrario diverse ricerche dimostrano che gli studenti imparano molto di più quando leggono testi che sono al di sopra del loro livello di competenze e che proprio per questa ragione li portano a sforzarsi arricchendo il loro vocabolario e le loro capacità di comprensione. Perciò se vogliamo davvero migliorare le capacità di lettura degli alunni piantiamola di farli esercitare con i bugiardini dei farmaci o le istruzioni degli elettrodomestici. E semmai puntiamo su un curriculum ricco in storia scienze letteratura e arte che fornisca ai ragazzi una cassetta degli attrezzi - intesa come un sistema di nozioni e un vocabolario articolato - servibile per ogni occasione.
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Articolo originale: Why American Students Haven't Gotten Better at Reading in 20 Years  (The Atlantic)

25.3.18

I numeri per capire il voto nell’Italia del sud

Dal 5 marzo, e cioè dal giorno dopo le elezioni, gli occhi sono puntati sull’Italia del sud. Tutti provano a capire cosa abbia diviso il paese a metà: da una parte il nord che ha decretato il successo della Lega, dall’altra il sud che ha votato in maggioranza per il Movimento 5 stelle.

In particolare, quel sud tutto dipinto di giallo è utile per ridimensionare la novità del voto, e ricondurla a più vecchie certezze.

Il reddito di cittadinanza (nel programma dell’M5s fin dal 2013, oggetto di un già discusso disegno di legge e, nei fatti, come ha osservato Chiara Saraceno, nulla più di una generosa, imperfetta, banale assicurazione universale contro la disoccupazione) spiegherebbe la geografia del voto “lazzarone” del sud; parallelamente, il nord produttivo avrebbe votato egoisticamente per la flat tax. Su una simile lettura, per citare il caso più autorevole, basa la sua proposta di reintroduzione di gabbie salariali il presidente dell’Inps Tito Boeri.

Ma questa interpretazione, solo apparentemente economicistica, rimuove in realtà la profonda trasformazione imposta all’Italia dagli ultimi, lunghi decenni di stagnazione e poi crisi. Quando il voto è spiegato esaminando le preferenze economiche, le osservazioni paiono tuttavia risentire degli stereotipi riguardanti i vizi del sud “terrone” e le virtù del nord produttivo.

Per rendersi conto di cosa è successo, può essere dunque utile mettere insieme alcuni numeri, noti e disponibili, ma largamente rimossi dal dibattito pubblico. Focalizzandoci sul risultato dei cinquestelle nel sud, cosa può spiegare il voto di chi, secondo Tecnè, li ha votati individuando nella mancanza di lavoro e nei bassi redditi i problemi principali del paese?



Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno (Svimez), ben il 36 per cento della popolazione meridionale appartiene al quinto più povero di italiani, contro l’11 per cento al centronord. Come riportava già l’edizione precedente del rapporto, l’incidenza dei cosiddetti working poor – chi cioè, pur lavorando, non ce la fa a uscire dalla soglia di povertà – è più che tripla nel mezzogiorno: sono il 24 per cento dei lavoratori meridionali, contro il 7 per cento del nord. Anche nel 2017, secondo Svimez, “il fattore determinante delle tendenze in atto è l’incremento dei lavoratori a bassa retribuzione, che ha caratterizzato l’ultimo decennio. […] Le retribuzioni reali […] aumentano rispetto al 2008 del 2,5 per cento nel centronord mentre diminuiscono del 4,5 per cento nel mezzogiorno”.



La distanza tra nord e sud emerge chiaramente dagli ultimi dati dell’indagine sui bilanci delle famiglie di Banca d’Italia: nel 2016, la differenza di reddito tra il sud e il centronord era di circa il 40 per cento, a vantaggio del centronord. Se si escludono gli anni più duri della crisi – quando i redditi sono calati maggiormente al nord e al centro – il divario è andato allargandosi. Il sud sembra subire meno la crisi, ma in questa macroregione i redditi delle famiglie sono stagnanti almeno dal 2006.



Al basso reddito si associa la mancanza di occupazione – nelle priorità degli elettori, così come nel loro vissuto. Su lavoce.info, Marco Alberto De Benedetto e Maria De Paola mostrano come, al livello di province, la percentuale di popolazione occupata possa spiegare sia il voto all’M5s sia quello alla Lega. Quest’ultima si afferma infatti dove si lavora di più, mentre i grillini crescono dove questa scende. Se la poca occupazione (anche femminile) è una piaga storica del sud, dal 1992 il divario con il resto del paese in termini di partecipazione al lavoro è quasi raddoppiato. Nel 1992, era occupato il 46 per cento della popolazione meridionale tra i 15 e i 64 anni, tredici punti percentuali in meno del nord (59 per cento). Oggi, l’occupazione al nord è salita al 66 per cento, mentre al sud si è ridotta ancora, arrivando al 43 per cento – e portando la differenza tra macroregioni a 23 punti percentuali.



Una tale segmentazione non può più essere spiegata nemmeno con la differente pervasività del lavoro nero. Sempre la Svimez mostra come al sud siano proprio gli investimenti, necessari a generare domanda di lavoro, a essere crollati del 34 per cento tra il 2008 e il 2016, undici punti in più rispetto al centronord.

A differenza di quel che potrebbe sembrare, la dinamica degli investimenti si è contratta tanto nei settori dell’industria e dei servizi, quanto in quello delle costruzioni, provocando inevitabilmente una perdita di struttura produttiva e di stimolo al sistema produttivo con effetti più profondi e di lungo periodo.

In questo contesto è possibile che lo stesso lavoro in nero sia diminuito (oltre che ovviamente essersi impoverite anche le persone che potevano contare su questa forma di lavoro) e che i dati sottostimino il crollo dell’occupazione al sud e l’aumento delle differenze con il nord. Già nel 2015 la Svimez denunciava che, tra il 2001 e il 2014, il mezzogiorno d’Italia è cresciuto meno della Grecia (rispettivamente -9,4 per cento e -1,1 per cento).



Lo stesso si osserva guardando agli enti locali e previdenziali. Nonostante i maggiori tassi di povertà e disoccupazione, nel mezzogiorno la spesa degli enti previdenziali continua a essere meno di tre quarti di quella garantita al centronord, mentre la differenza della spesa degli enti centrali e territoriali tra le due macro aree si è ulteriormente allargata, raggiungendo il 10 per cento. Non sembra un caso se un’altra antica piaga del sud, l’emigrazione, abbia assunto ormai dimensioni da vera e propria evasione, come sottolineato sempre da Svimez nei dati ripresi da Claudia Torrisi su Valigia Blu.


Simili ragionamenti potrebbero riproporsi nell’analizzare altri, crescenti divari, riflessi dalle recenti geografie del voto – quelli tra centro e periferia, così come quelli tra città e provincia.

È però quanto mai necessario, nel farlo, evitare il riduzionismo economico, e avere consapevolezza dell’interazione, non univoca, tra condizione economica, altri aspetti più propriamente sociali, e fenomeni politici.

Torna utile un articolo recente di Alessandro Cavalli, riproposto da Moneta e Credito nei giorni seguenti le elezioni, sull’approccio di un economista come Paolo Sylos Labini ai problemi del sud.

Secondo Sylos Labini, sviluppo economico e sviluppo civile possono solo progredire insieme: il primo è presupposto del secondo – “è difficile parlare di ‘civiltà’ quando gran parte della gente conduce una vita grama nella povertà” – e allo stesso tempo “trova seri ostacoli quando non può fondarsi su una forza lavoro sufficientemente sana e istruita, su una ragionevole aspettativa che i contratti verranno regolarmente onorati, su uno Stato capace di regolare pacificamente i conflitti e di promuovere l’interesse comune”.

Impossibile non pensare al senso di compiacimento con cui, a “sinistra”, si rivendica l’aver preso i voti dei pochi istruiti e colti, dopo non aver saputo garantire alla maggioranza lavoro, redditi e servizi pubblici degni.

Proprio Sylos Labini, continua Cavalli, auspicava per il sud “la formazione di una nuova imprenditorialità giovanile al fine di ‘ridurre il numero dei giovani che affollano le anticamere dei potenti, dei boss locali, per ottenere un posto nella Pubblica Amministrazione’” – fattore “terribilmente diseducativo, perché spinge verso il servilismo e, contemporaneamente, verso una sorta di disprezzo per quegli stessi che danno i favori”.

Vista la grande attenzione dedicata al tema dallo stesso Sylos Labini, è naturale domandarsi cosa ci dica il tentativo dell’Istat di definire delle nuove classi sociali per l’Italia di oggi. Anche questa classificazione, non esclusivamente basata su reddito e occupazione, finisce per riproporre quasi integralmente la spaccatura nord/sud analizzata sinora.

Tra le ragioni di interesse per le classi sociali c’era, in Sylos Labini, proprio il timore che “l’instabilità politica della piccola borghesia”, e la sua alleanza con “i gruppi dominanti della grande borghesia”, potesse spiegare l’ascesa del fascismo negli anni venti, e costituisse un pericolo per la democrazia italiana.

Da questo punto di vista, il voto del 4 ci restituisce l’immagine di un sud saldamente in contrasto con le principali rappresentazioni politiche fornite dai gruppi dominanti della seconda repubblica.

L’elemento forse più suggestivo dell’accostamento dei voti della Democrazia cristiana e dell’M5s, proposto dall’Istituto Cattaneo, è costituito dalla data – quel 1992 che potremmo indicare come inizio del declino economico italiano.



All’epoca già si potevano intravedere i sintomi della crisi produttiva, anche se la povertà e le disuguaglianze personali e regionali erano vicine ai minimi storici dopo decenni di forte riduzione. L’elettorato (non solo meridionale) poteva ancora votare per quella stabilità che, tra storture e corruzione, era in grado di rivendicare un innalzamento senza precedenti dei livelli di vita degli italiani.

Nell’Italia del 2018, nessun blocco di potere sembra poter garantire simili certezze. Prospettive di rottura un tempo tabù – come la violazione dei vincoli europei o l’uscita dall’eurozona – paiono non spaventare più la gran parte dell’elettorato.



Se per molti versi è erroneo parlare di rivolta populista, non è del tutto fuori luogo vedere nel voto una sorta di oxi italiano, un equivalente del no con cui i greci hanno provato a respingere le imposizioni dell’Europa al loro governo nel 2015.

Magari con meno consapevolezza dei temi economici, ma con grande rilevanza in termini psicologici, il 4 marzo la maggior parte degli italiani ha rotto il tabù della responsabilità e della fedeltà all’Europa. Che siano state più pronte a farlo aree tradizionalmente conservatrici, più che liberare lo sfottò antimeridionale, dovrebbe suonare come campanello d’allarme per chi crede ancora sinceramente in quelle politiche.

In prospettiva europea, un utile articolo degli storici economici Joan Rosés e Nikolaus Wolf sottolinea come quello dei divari regionali sia un fenomeno comune a tutto il continente. Certo, il caso italiano è ancora una volta particolare: nel nostro paese non assistiamo al declino di aree rese prospere da diversi paradigmi tecnologici (il Galles minerario), ma all’incancrenirsi di divari che persistono ormai da oltre un secolo e mezzo. In entrambi i casi, dentro e fuori l’area dell’euro, le forze della globalizzazione sembrano accrescere non solo le disuguaglianze tra ricchi e poveri, ma anche tra provincia e centro politico. Come testimoniato dai casi britannico e catalano, questa miscela ha un potenziale esplosivo per la tenuta non solo dell’Unione, ma degli stessi stati che la compongono.

Può sembrare paradossale il fatto che a farsi interprete del malcontento verso l’euro sia una forza (un tempo?) secessionista, sorta per rappresentare gli interessi di quella che è in fondo la “Germania” dell’unificazione italiana. Ma gli analisti del voto italiano dovrebbero prendere atto di quanto siano pervasive le forze economiche centrifughe e disgregative in atto; e di quanto dietro la “stabilità dello zerovirgola” si annidino i semi di quel voto così “sorprendente”.

22.3.18

La politica ai tempi di Facebook


 
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 a pagina 40 di Internazionale, con il titolo “La politica ai tempi di Facebook”. 

Alle 8.30 del 9 novembre 2016 Michal Kosinski si è svegliato nella sua stanza all’hotel Sunnehus di Zurigo. Kosinski, che ha 34 anni e fa il ricercatore, era in Svizzera per tenere una conferenza all’Eidgenössische technische hochschule (Eth), il politecnico di Zurigo. Il tema dell’incontro era “i pericoli dei big data e la rivoluzione digitale”, un argomento su cui tiene regolarmente conferenze in tutto in mondo.
Kosinski è uno dei massimi esperti di psicometria, una branca della psicologia che si fonda sull’analisi dei dati. Quella mattina, accendendo la tv nella sua camera d’albergo, Kosinski ha scoperto che la bomba era esplosa: contrariamente a tutte le previsioni avanzate dai più noti statistici, Donald Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti. Kosinski è rimasto a lungo a guardare i festeggiamenti per la vittoria del candidato repubblicano. Seguendo i risultati che arrivavano dai vari stati, ha avuto la sensazione che l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi potesse avere qualcosa a che fare con i suoi studi. Alla fine ha tirato un profondo sospiro e ha spento la tv.
Quello stesso giorno un’azienda britannica poco nota con sede a Londra ha diffuso un comunicato stampa: “Prendiamo atto con grande soddisfazione del fatto che il nostro rivoluzionario approccio alle comunicazioni basate sui dati ha svolto un ruolo centrale nella straordinaria vittoria del presidente eletto Trump”. Il comunicato attribuiva queste dichiarazioni a un certo Alexander James Ashburner Nix, britannico, 41 anni, amministratore delegato della Cambridge Analytica. In pubblico Nix si presenta vestito sempre in modo impeccabile, con abiti su misura, occhiali firmati e i capelli biondi e ondulati pettinati all’indietro. Ecco dunque i nostri tre personaggi: il riflessivo Kosinski, l’elegante Nix e il sorridente Trump. Il primo ha reso possibile la rivoluzione digitale, l’altro l’ha messa in atto e il terzo ne ha tratto vantaggio.
Tutto quello che facciamo, sia online sia offline, lascia delle tracce digitali
Chi non ha passato gli ultimi cinque anni su un altro pianeta ha certamente sentito parlare dei big data. Il senso di quest’espressione è che tutto quello che facciamo, sia online sia offline, lascia delle tracce digitali. Ogni acquisto fatto con la carta di credito, ogni ricerca su Google, ogni spostamento che facciamo con il cellulare in tasca, ogni like su Facebook: tutto è conservato da qualche parte. Per molto tempo l’utilità di questi dati non è stata chiara, salvo forse quando ci capitava sullo schermo del computer la pubblicità di uno strumento per misurarsi la pressione da soli subito dopo aver cercato “pressione alta” su Google. Non si capiva bene neanche se i big data fossero un pericolo o un’opportunità per gli esseri umani. Tutto è diventato più chiaro il 9 novembre 2016, quando si è saputo che l’azienda dietro la campagna elettorale online di Donald Trump e dietro la campagna per la Brexit era una protagonista del settore dei big data, la Cambridge Analytica guidata da Alexander Nix.
Per capire il risultato delle presidenziali statunitensi, ma anche quello che attende l’Europa nei prossimi mesi, dobbiamo partire da uno strano episodio avvenuto nel 2014 allo Psychometrics centre dell’università di Cambridge, l’istituto dove lavorava proprio Kosinski. La psicometria, detta anche psicografia, è la disciplina che misura le caratteristiche psicologiche di un individuo, la sua personalità insomma. Negli anni ottanta due équipe di psicologi hanno teorizzato che ogni caratteristica di una persona può essere misurata in base a cinque parametri o aspetti della personalità, i cosiddetti big five: l’apertura mentale (openness, quanto siamo aperti alle esperienze nuove), la coscienziosità (conscientiousness, quanto siamo perfezionisti), l’estroversione (extraversion, quanto siamo socievoli), l’amicalità (agreeableness, quanto siamo collaborativi e rispettosi degli altri) e la stabilità emotiva (neuroticism, quanto siamo facilmente turbati).
Sulla base di questi parametri (riassunti per brevità nell’acronimo dei termini in inglese, Ocean), è possibile fare una valutazione relativamente esatta del tipo di persona che abbiamo di fronte, compresi i suoi bisogni, i suoi timori e il suo probabile comportamento. Il metodo fondato sui big five è diventato uno standard della psicometria. Per molto tempo, però, il problema di questo metodo è stato la raccolta dei dati, che veniva fatta tramite un complicato questionario pieno di domande personali. Poi sono arrivati internet, Facebook e Kosinski.
Questionari per tutti
Nel 2008, quando era studente a Varsavia, la vita di Michal Kosinski arrivò a un punto di svolta. La sua richiesta di fare un dottorato a Cambridge fu accolta e fu accettato dallo Psychometrics centre, una delle più antiche istituzioni del settore. Si trovò così a collaborare con un altro studente, David Stillwell, che oggi insegna alla Judge business school di Cambridge. Un anno prima Stillwell aveva lanciato un’app per Facebook, che non era ancora diventato un gigante. L’app si chiamava MyPersonality e permetteva agli utenti di riempire vari questionari psicometrici, compreso un certo numero di quesiti psicologici tratti dal questionario sulla personalità basato sui big five (“vado facilmente nel panico” oppure “contraddico il prossimo”).
All’utente veniva attribuito un “profilo di personalità” costituito dal suo punteggio individuale calcolato in base ai big five. Poi l’utente poteva scegliere se condividere con gli studiosi i dati del suo profilo Facebook. Kosinski e Stillwell si aspettavano che il questionario fosse riempito al massimo da qualche decina di studenti come loro. Invece nel giro di poco tempo centinaia, poi migliaia, poi milioni di persone rivelarono le loro più intime convinzioni. I due dottorandi si ritrovarono all’improvviso in possesso del più vasto insieme di dati mai raccolto che abbinasse profili Facebook con punteggi psicometrici.
Negli anni successivi Kosinski e il suo collega hanno elaborato un metodo abbastanza semplice. Come prima cosa, fornivano ai soggetti intervistati un questionario sotto forma di quiz online. In base alle risposte calcolavano i punteggi personali dei soggetti secondo i big five. Quindi confrontavano i risultati con altri dati online riferiti a quei soggetti, per esempio i like e le cose pubblicate e condivise su Facebook, ma anche il sesso, l’età e il luogo di residenza. Tutto questo consentiva ai due ricercatori di stabilire correlazioni e comporre un ritratto più chiaro di ogni individuo. Kosinski e Stillwell osservarono così che da semplici azioni eseguite online era possibile ricavare deduzioni molto affidabili.
Per esempio, i maschi che mettevano il like alla marca di cosmetici Mac avevano qualche probabilità in più di essere gay, mentre uno dei migliori indicatori della loro eterosessualità era il like al Wu-Tang Clan. Quelli che seguivano Lady Gaga tendevano a essere estroversi, mentre quelli che mettevano un like a una pagina di filosofia tendevano a essere introversi. Ora, se è vero che ognuna di quelle informazioni, presa singolarmente, era troppo debole per realizzare una previsione affidabile, le proiezioni ottenute dalla combinazione di decine, centinaia o migliaia di singoli elementi diventavano molto accurate.
I nostri smartphone sono grandi questionari psicologici che compiliamo di continuo, spesso senza nemmeno rendercene conto
Negli anni successivi Kosinski e la sua équipe hanno lavorato senza sosta ad affinare i loro modelli. Nel 2012 Kosinski dimostrò che in base a una media di 68 like dati da un utente su Facebook era possibile prevedere il colore della pelle (con un’approssimazione del 95 per cento), l’orientamento sessuale (88 per cento) e l’appartenenza al partito democratico o a quello repubblicano (85 per cento). Ma c’era dell’altro. Si potevano stabilire anche il quoziente d’intelligenza, la religione e se facesse uso di alcolici, sigarette e droghe. Attraverso i dati era addirittura possibile dedurre se il soggetto fosse figlio di genitori divorziati. Un segnale dell’efficacia del modello era la sua esattezza nel prevedere le risposte delle persone. Kosinski continuò a lavorare al progetto instancabilmente.
In poco tempo il modello fu in grado di valutare ogni persona meglio della media dei suoi colleghi di lavoro, semplicemente basandosi su dieci like dati su Facebook: con soli 70 like riusciva a battere gli amici, con 150 i genitori e con 300 il compagno o la compagna. Con un numero ancora maggiore di like si poteva addirittura superare quello che una persona sapeva di se stessa. Il giorno in cui Kosinski pubblicò questi risultati ricevette due telefonate: una minaccia di querela e un’offerta di lavoro, entrambe da Face-book.
I like su Facebook sono diventati privati solo in seguito: in passato l’impostazione di base era che chiunque poteva vedere i like dati dagli altri. Questa novità, però, non ha ostacolato i raccoglitori di dati: mentre Kosinski chiedeva sempre il consenso degli utenti di Facebook, oggi molte app e quiz online chiedono l’accesso ai dati privati come condizione preliminare per i test di personalità. Chiunque voglia valutarsi sulla base dei suoi like su Facebook può farlo sul sito web di Kosinski, Apply magic sauce, e poi confrontare i risultati ottenuti con quelli di un classico questionario Ocean da cento domande sul sito dello Psychometric centre.
Ma ormai non era questione solo di like, e neanche solo di Facebook: ora Kosinski e la sua équipe potevano assegnare punteggi nei big five anche solo in base al numero delle foto di profilo di ogni utente su Facebook o al numero dei suoi contatti, che è tra l’altro un valido indicatore dell’estroversione. Tuttavia noi riveliamo qualcosa di noi stessi anche quando non siamo collegati. Per esempio, il sensore di movimento del cellulare rivela la rapidità dei nostri spostamenti e le distanze che copriamo, e questi dati sono correlati all’instabilità emotiva. La conclusione di Kosinski fu che i nostri smartphone sono grandi questionari psicologici che compiliamo di continuo, spesso senza nemmeno rendercene conto.
Ma soprattutto – ed ecco il punto decisivo – la cosa funziona anche al contrario: non solo si possono creare profili psicologici a partire dai nostri dati, ma questi dati possono anche essere usati per ricercare categorie specifiche, per esempio tutti i padri ansiosi, tutti gli introversi arrabbiati o tutti gli elettori democratici indecisi. Kosinski, insomma, aveva essenzialmente inventato una specie di motore di ricerca di persone.
A un certo punto cominciò a intuire le potenzialità, ma anche i rischi del suo lavoro. Internet gli era sempre sembrato un dono del cielo. Quello che voleva davvero era restituire qualcosa, condividere: visto che i dati si possono copiare, perché non fare in modo che tutti ne traggano vantaggio? Era quello lo spirito di tutta una generazione, all’alba di una nuova era che trascendeva le limitazioni del mondo fisico. Poi, però, Kosinski si chiese cosa sarebbe successo se qualcuno avesse abusato del suo motore di ricerca di persone per manipolarle. E così decise di includere in buona parte dei suoi lavori scientifici l’avvertimento che il suo metodo poteva “costituire una minaccia per il benessere, la libertà e perfino la vita delle persone”. Ma nessuno, a quanto pare, ha davvero capito il messaggio.
All’inizio del 2014 Kosinski è stato avvicinato da un professore associato di nome Aleksandr Kogan, che portava una richiesta da parte di un’azienda interessata al suo metodo. L’azienda, ricorda Kosinski, voleva accedere al database di MyPersonality, ma Kogan era vincolato dal segreto e non poteva rivelare a quale scopo. All’inizio Kosinski e i suoi collaboratori hanno valutato l’offerta, che avrebbe comportato enormi guadagni per l’istituto. Lo psicologo polacco, però, esitava. Così Kogan ha finito per svelare il nome dell’azienda: si chiamava Scl, Strategic Communication Laboratories. Kosinski l’ha cercata su Google: “Siamo leader tra le agenzie di gestione delle campagne elettorali”, ha letto sul sito. Scl era un’azienda che forniva servizi di marketing basati sui modelli psicologici, e uno dei suoi obiettivi era influenzare i processi elettorali. Influenzare i processi elettorali? Turbato, Kosinski si è messo a sfogliare il sito. Che razza di azienda era? E quali erano le intenzioni dei suoi dirigenti?
Kosinski ignorava che dietro la Scl si nascondeva un gruppo di aziende. A causa dell’intricata struttura societaria non era facile capire in quanti settori fosse attiva e chi fosse esattamente il proprietario. La struttura societaria poteva essere ricostruita attraverso varie fonti, tra cui la Uk Companies House, i Panama papers e il registro delle società del Delaware, negli Stati Uniti. Alcune ramificazioni erano implicate nel rovesciamento di vari governi di paesi in via di sviluppo, altre avevano elaborato metodi per la manipolazione psicologica degli afgani per conto della Nato. Ma, soprattutto, la Scl era la casa madre della Cambridge Analytica, l’opaco gigante dei big data che ha lavorato per la campagna elettorale online di Trump e a favore della Brexit.
Kosinski non sapeva ancora niente di tutto questo, ma ha avuto una brutta sensazione. “La cosa cominciava a puzzare”, ricorda. Dopo ulteriori indagini ha scoperto che Aleksandr Kogan aveva segretamente registrato un’azienda che faceva affari con la Scl. Come avrebbe poi rivelato il Guardian nel dicembre del 2015, e come dimostrano alcuni documenti a cui Das Magazin ha avuto accesso, la Scl era venuta a conoscenza del metodo messo a punto da Kosinski proprio attraverso Kogan. All’improvviso lo psicologo polacco ha capito che forse la Scl aveva riprodotto (o copiato?) lo strumento di misurazione dei big five basato sui like su Facebook, per girarlo alla Cambridge Analytica, l’azienda che si occupa di influenzare i processi elettorali. A quel punto Kosinski ha interrotto immediatamente i contatti con Kogan e ha informato il direttore dello Psychometric centre di Cambridge. Nell’università è sorto un conflitto complicato, perché l’istituto era preoccupato per la sua reputazione. In seguito Kogan si è trasferito a Singapore, si è sposato e ha cambiato nome, assumendo quello di Dr. Spectre. Quanto a Michal Kosinski, ha finito il dottorato e, dopo aver ricevuto una proposta di lavoro da Stanford, si è trasferito negli Stati Uniti.
Per un anno tutto è rimasto tranquillo. Poi nel novembre del 2015 il più estremo dei due comitati elettorali favorevoli alla Brexit, quello identificato dallo slogan “Leave.Eu” e appoggiato dal leader populista Nigel Farage, ha annunciato di aver affidato la gestione della sua campagna online a un’azienda di big data: la Cambridge Analytica. E qual era il punto di forza dell’azienda? Un marketing politico di tipo innovativo, detto microtargeting, fondato sulla misurazione della personalità degli elettori in base alle loro tracce digitali. Tutto secondo il modello Ocean.
A quel punto Kosinski ha cominciato a ricevere email da gente che gli chiedeva cosa avesse a che fare con quell’azienda: gente a cui veniva subito in mente il suo nome quando sentiva o leggeva parole come Cambridge, personalità e analisi. Dal momento che sentiva per la prima volta il nome di quell’azienda, Kosinski è andato sul sito della Cambridge Analytica ed è inorridito: il suo metodo ormai era impiegato su vasta scala per finalità politiche. Dopo il referendum sulla Brexit, il 23 giugno 2016, amici e conoscenti gli hanno scritto: “Guarda un po’ cos’hai combinato”. Dovunque andasse, Kosinski era obbligato a spiegare che con quell’azienda non aveva niente a che spartire.
Il forum Concordia
Sono passati i mesi e si è arrivati al 19 settembre 2016. Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si avvicinavano rapidamente. Nel salone blu dell’albergo Grand Hyatt di New York risuonavano gli accordi di chitarra di Bad moon rising, dei Creedence Clearwater Revival per l’apertura del Concordia summit. Questo evento annuale è una specie di Forum economico mondiale in miniatura: tra gli invitati c’erano personalità provenienti da tutto il mondo, tra cui il presidente della Svizzera, Johann Schneider-Ammann. A un certo punto un’annunciatrice ha esclamato con voce flautata: “Un bell’applauso per Alexander Nix, amministratore delegato della Cambridge Analytica”. È salito sul palco un uomo magro in abito scuro. Sul salone è calato il silenzio.
Molti dei presenti sapevano che quell’uomo era il nuovo responsabile delle strategie digitali di Trump. Qualche settimana prima, un po’ cripticamente, il candidato repubblicano aveva twittato: “Tra non molto mi chiamerete mister Brexit”. E in effetti diversi osservatori hanno notato somiglianze impressionanti tra il programma elettorale di Trump e quello del movimento di destra a favore della Brexit. Pochi, però, avevano colto il nesso con l’accordo fra Trump e un’azienda di marketing chiamata Cambridge Analytica.
Fino a quel momento la campagna digitale di Trump era stata gestita in sostanza da un’unica persona: Brad Parscale, un esperto di marketing e fondatore di una startup fallita che ha creato per Trump un rudimentale sito web per 1.500 dollari. Trump non se la cava bene con le tecnologie digitali, tant’è vero che non ha il computer sulla scrivania. La sua assistente personale ha rivelato una volta che non scrive neanche le email e che lei stessa ha dovuto convincerlo a comprare uno smartphone, da cui ora twitta continuamente. La sua avversaria Hillary Clinton, invece, seguiva le orme del primo “presidente dei social network”, Barack Obama. Gli indirizzi degli elettori democratici erano nelle sue mani. Lavorava con i prestigiosi analisti dei BlueLabs e aveva incassato l’appoggio di Google e della DreamWorks. Quando nel giugno del 2016 è arrivato l’annuncio che Trump aveva ingaggiato la Cambridge Analytica, l’establishment di Washington ha storto il naso. Stranieri con vestiti di sartoria che non capiscono gli Stati Uniti e il popolo americano? Ma stiamo scherzando?
“È per me un privilegio prendere la parola oggi davanti a voi. Vi parlerò del potere dei big data e della psicografia nel processo elettorale”, ha esordito Alexander Nix. Intanto alle sue spalle compariva il logo della Cambridge Analytica: una rete con tanti nodi, una specie di mappa che richiama la silhouette di un cervello. “Appena un anno e mezzo fa il senatore repubblicano Ted Cruz era uno dei candidati meno popolari”, ha spiegato l’uomo biondo con quel cristallino accento britannico che rende nervosi gli statunitensi esattamente come succede agli svizzeri con l’accento tedesco. “Meno del 40 per cento della popolazione statunitense ne aveva sentito parlare”, ha detto commentando un’altra diapositiva.
Verso la fine del 2014 la Cambridge Analytica ha cominciato a partecipare attivamente alla campagna elettorale per le presidenziali negli Stati Uniti, fornendo consulenze a Cruz grazie ai finanziamenti di Robert Mercer, un inafferrabile miliardario statunitense che si è arricchito con i software. In sala tutti conoscevano la folgorante ascesa del senatore conservatore Cruz, uno degli eventi più sorprendenti della campagna elettorale. Come aveva fatto Cruz a diventare l’ultimo serio sfidante di Trump alle primarie repubblicane, passando dal 5 al 35 per cento? Ebbene, ha spiegato Nix, fino a quel momento le campagne elettorali erano state organizzate sempre sulla base di concetti demografici: “Ma è un’idea ridicola. È come dire che tutte le donne devono ricevere lo stesso messaggio perché appartengono allo stesso genere, e lo stesso messaggio va indirizzato a tutti gli afroamericani perché appartengono allo stesso gruppo etnico”. Nix intendeva dire che fino a quel momento le altre macchine elettorali si erano basate su considerazioni demografiche, mentre la Cambridge Analytica si avvaleva della psicometria.
Negli Stati Uniti, ormai, quasi tutti i dati personali si possono comprare e vendere
Sarà anche vero, ma il ruolo della Cambridge Analytica nella campagna di Cruz è controverso. Nel dicembre del 2015 la squadra elettorale di Cruz ha attribuito il suo successo all’uso psicologico di dati e di analisi. Dalle colonne di Advertising Age, un’autorevole rivista dedicata alla pubblicità, un cliente politico ha definito il personale della Cambridge Analytica al seguito della campagna di Cruz come “una ruota in più”, ma ha giudicato “eccellente” il suo prodotto di punta: i modelli realizzati dalla Cambridge Analytica sui dati relativi agli elettori. Allo stesso modo, non è ancora chiaro fino a che punto la Cambridge Analytica sia stata coinvolta nella campagna Leave.Eu. L’azienda rifiuta di rispondere a domande su questi argomenti.
Poi Nix è passato alla diapositiva seguente: cinque volti diversi, ciascuno corrispondente a un profilo di personalità. È il modello big five, ovvero Ocean. “Noi della Cambridge Analytica”, si è esaltato Nix, “siamo riusciti a elaborare un modello per individuare la personalità di ogni singolo adulto negli Stati Uniti”. Ormai aveva il pubblico in pugno. Ha continuato affermando che il successo della Cambridge Analytica si basa sulla combinazione di tre elementi: la scienza comportamentale che si avvale del modello Ocean, l’analisi dei big data e le inserzioni pubblicitarie mirate. L’ultima espressione indica una pubblicità personalizzata: in altre parole, il più possibile in linea con la personalità di ogni consumatore.
Nix ha spiegato con candore in che modo la Cambridge Analytica ottiene questo risultato. Innanzitutto, la sua azienda compra dati personali da una gamma di fonti diverse: registri anagrafici e automobilistici, informazioni sugli acquisti, dati delle tessere omaggio, iscrizioni ai club, ma riesce a sapere anche quali riviste leggono le persone e quali chiese frequentano. Sullo schermo Nix ha mostrato i loghi di fornitori di dati attivi a livello globale, come Acxiom ed Experian. Negli Stati Uniti, ormai, quasi tutti i dati personali si possono comprare e vendere. Vuoi sapere dove abitano donne ebree? Puoi semplicemente comprare le informazioni, numeri di telefono compresi. La Cambridge Analytica incrocia poi queste informazioni con i registri elettorali del Partito repubblicano e altri dati online come i like su Facebook (anche se attualmente l’azienda nega di aver usato dati relativi a Facebook) ed elabora un profilo di personalità basato sui big five. In un attimo le tracce digitali si traducono in persone reali, ognuna con i suoi timori, i suoi bisogni, i suoi interessi. E l’indirizzo di residenza.
Centro di controllo
Il metodo ricorda da vicino i modelli sviluppati da Kosinski. Secondo Nix, anche la Cambridge Analytica usa “sondaggi sui social network” e dati relativi a Facebook. E fa esattamente quello che Kosinski temeva: “Abbiamo elaborato”, ha detto Nix vantandosi, “il profilo di personalità di tutti i cittadini adulti degli Stati Uniti. Sono 220 milioni di persone”. Poi ha aperto una schermata e ha spiegato: “Questa è un’applicazione che abbiamo realizzato per la campagna elettorale del senatore Cruz”. È apparso un centro di controllo digitale. A sinistra c’erano dei diagrammi, a destra una mappa dell’Iowa, lo stato in cui Cruz ha conquistato un numero di voti sorprendentemente alto alle primarie. Appena sulla mappa sono comparsi centinaia di migliaia di puntini rossi e blu, Nix ha ristretto i criteri di ricerca. “Repubblicani”, e sparivano i puntini blu; “ancora indecisi”, e sparivano altri puntini; “maschi”, e così via. Alla fine è rimasto solo un nome, completo d’età, indirizzo, interessi, personalità e tendenze politiche.
Come fa la Cambridge Analytica a rivolgersi a ogni singola persona con un messaggio politico mirato? Nix ha mostrato come sia possibile rivolgersi in modo differenziato agli elettori di ogni categoria psicografica, prendendo come esempio il secondo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, quello che garantisce a ogni cittadino il diritto di possedere armi da fuoco: “Per convincere le persone fortemente nevrotiche e coscienziose, serve la minaccia del furto in casa e la sicurezza rappresentata da un’arma”. L’immagine a sinistra dello schermo raffigurava la mano di un intruso che sfonda una finestra. L’immagine sulla destra ritraeva un uomo e un bambino in piedi in un campo al tramonto: entrambi impugnavano armi da fuoco e stavano chiaramente sparando alle anatre. “Questa invece serve per i soggetti chiusi e disponibili, quelli che hanno a cuore le tradizioni, le abitudini e la famiglia”.
Di colpo le impressionanti incoerenze di Trump, la sua criticata volubilità e l’insieme dei suoi messaggi contraddittori si sono rivelati un asso nella manica: Trump aveva un messaggio diverso per ogni elettore. Che si sia comportato come un algoritmo perfettamente opportunistico, seguendo puramente e semplicemente le reazioni del suo pubblico, è qualcosa che la matematica Cathy O’Neil aveva già notato nell’agosto del 2016. “Praticamente ogni messaggio lanciato da Trump si basava su dati digitali”, ha ricordato Nix. Il giorno del terzo dibattito televisivo fra Trump e Clinton, la squadra del candidato repubblicano ha testato, soprattutto attraverso Face-book, 175mila variazioni di inserzioni sui temi della campagna elettorale, pur di trovare quelle giuste. Nella maggior parte dei casi i messaggi differivano tra loro solo per dettagli microscopici, con l’obiettivo di rivolgersi ai destinatari nel modo più consono al loro profilo psicologico. C’erano titoli diversi, colori e didascalie diversi, accompagnate da una foto o da un video. Come lo stesso Nix ha spiegato in un’intervista a Das Magazin, queste variazioni quasi impercettibili servono a raggiungere anche i gruppi più piccoli: “In questo modo siamo in grado di rivolgerci in modo mirato a un intero villaggio come a un condominio, e perfino a singole persone”.
A Miami c’è un quartiere chiamato Little Haiti. Per evitare che i suoi abitanti votassero per Clinton, lo staff che seguiva la campagna elettorale di Trump ha messo in circolazione la notizia del fallimento della Clinton foundation in seguito al terremoto di Haiti. Uno degli obiettivi era tenere lontani dai seggi i potenziali elettori della candidata democratica, tra cui ci sono persone di sinistra ma indecise, molti afroamericani e molte giovani donne: queste persone, per dirla con un dipendente dell’organizzazione di Trump, andavano “scoraggiate” dall’andare a votare. L’obiettivo è stato raggiunto attraverso i cosiddetti dark post, cioè inserzioni sponsorizzate che si presentano come titoli di ultimissime notizie. I dark post compaiono su Facebook e possono essere visti solo dagli utenti che hanno profili specifici. Un esempio sono i video rivolti agli afroamericani, in cui Hillary Clinton definiva “predatori” i maschi neri.
Al Concordia summit Nix ha terminato il suo intervento proclamando la fine della pubblicità a tappeto. “Di certo i miei figli non capiranno mai questo modo di concepire le comunicazioni di massa”, ha osservato. Poi, prima di scendere dal palco, ha annunciato che uno dei candidati rimasti in corsa per le presidenziali stava usando la nuova tecnologia lanciata dalla Cambridge Analytica.
Agli attivisti della campagna di Trump è stata fornita un’app che consentiva di individuare le idee politiche degli abitanti di un posto
All’epoca era ancora impossibile capire esattamente in che modo le truppe digitali di Trump stessero prendendo di mira la popolazione statunitense, perché sferravano i loro attacchi non tanto con gli spot sulle emittenti tv in chiaro, quanto con messaggi personalizzati sui social network e sulle tv digitali. E mentre gli organizzatori della campagna elettorale di Clinton, in base al modello demografico, erano convinti che la loro candidata fosse in testa, un giornalista di Bloomberg, Sasha Issenberg, andava a San Antonio, nell’ufficio della campagna digitale per l’elezione di Trump, e con sua grande sorpresa apprendeva che lì stava per aprire i battenti “un secondo quartier generale” del candidato repubblicano.
Il personale della Cambridge Analytica (una decina di persone) al seguito della campagna di Trump ha ricevuto centomila dollari nel luglio del 2016, 250mila ad agosto e cinque milioni a settembre. Da quanto ci ha detto Nix, in totale ha incassato più di 15 milioni. A partire da luglio, infatti, agli attivisti della campagna di Trump è stata fornita un’app che consentiva di individuare le idee politiche e le personalità degli abitanti di un posto. Un’app simile era stata usata durante la campagna per la Brexit. Grazie a questo strumento i ragazzi del porta a porta erano in grado di suonare solo agli appartamenti abitati da persone segnalate come ricettive ai messaggi di Trump. Non solo: gli attivisti partivano già armati di linee guida per poter intavolare con gli elettori una conversazione “su misura” per la loro personalità. Alla fine registravano le reazioni nell’app e quei nuovi dati finivano nei computer dell’organizzazione.
Neanche questa era propriamente una novità: anche la squadra di Clinton ha fatto cose simili, ma per quanto ne sappiamo non ha usato i profili psicometrici. In ogni caso la Cambridge Analytica ha suddiviso la popolazione statunitense in 32 personalità tipo e ha concentrato gli sforzi solo su 17 stati. Inoltre, così come Kosinski era arrivato alla conclusione che gli uomini che mettono il like su Facebook ai cosmetici Mac hanno qualche probabilità in più di essere gay, la Cambridge Analytica ha scoperto che la preferenza per le automobili di fabbricazione statunitense era tipica dei potenziali elettori di Trump. Ora questi dati mostravano al candidato repubblicano quali messaggi funzionavano meglio e dove. La decisione di concentrarsi sul Michigan e sul Wisconsin nelle settimane conclusive della campagna presidenziale è stata presa sulla base dell’analisi dei dati. Insomma, il candidato Trump è diventato lo strumento per l’applicazione di un modello.
Ma in che misura i metodi della psicometria hanno effettivamente influito sul risultato delle presidenziali statunitensi? Quando l’abbiamo chiesto alla Cambridge Analytica, l’azienda ha rifiutato di fornire prove dell’efficacia della sua campagna. Probabilmente la domanda sull’importanza del targeting psicometrico per l’esito delle elezioni è destinata a restare senza risposta, eppure qualche indizio c’è. Uno è la sorprendente ascesa di Cruz alle primarie. Un altro è l’aumento del numero degli elettori andati alle urne nelle zone rurali del paese. Un altro ancora è il calo degli elettori afroamericani che hanno scelto il voto anticipato. Il fatto che Trump abbia speso relativamente poco si spiega forse con la grande efficacia delle inserzioni pubblicitarie basate sulla personalità del destinatario. Lo stesso vale per il fatto che, rispetto a Clinton, Trump ha investito molto di più nella campagna digitale che in quella televisiva. Facebook si è dimostrato l’arma più efficace per la sua vittoria, come hanno confermato i tweet dei componenti della sua squadra.
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Molti hanno sostenuto che i veri sconfitti di queste elezioni sono stati gli statistici, i cui pronostici si sono rivelati così poco azzeccati. Ma potrebbe anche essere vero l’opposto: gli statistici hanno aiutato Trump a vincere le elezioni, ma solo quelli che hanno usato il nuovo metodo. Trump storce spesso il naso quando parla di ricerca scientifica, eppure – ironia della storia – per la sua campagna elettorale si è avvalso di uno strumento altamente scientifico. Un altro grande vincitore è la Cambridge Analytica. Un suo consigliere d’amministrazione, Steve Bannon, ex presidente del giornale online di destra Breitbart News, è stato nominato consigliere strategico di Trump. Marion Maréchal-Le Pen, aspirante leader del Front national e nipote della candidata alle presidenziali francesi Marine, ha twittato che, se Bannon la invitasse a collaborare, lei accetterebbe senz’altro. Poi c’è il video della Cambridge Analytica con la registrazione di una riunione intitolata “Italia”. La Scl si è interessata attivamente alla politica italiana già nel 2012. Ora la Cambridge Analytica rifiuta ogni commento sulla notizia secondo cui sono in corso colloqui con la prima ministra britannica Theresa May, ma Nix sostiene che sta ampliando la sua base di clienti in tutto il mondo e che ha ricevuto richieste di informazioni dalla Svizzera e dalla Germania.
Analisi scientifica
Kosinski ha osservato tutti questi eventi dal suo ufficio all’università di Stanford. Lo psicologo reagisce agli eventi di questi mesi con l’arma più affilata a disposizione dei ricercatori: l’analisi scientifica. Con la collega Sandra Matz ha condotto una serie di test che saranno presto resi pubblici. Ne abbiamo visto i primi risultati e sono allarmanti. Lo studio conferma l’efficacia del targeting basato sulla personalità, dimostrando che questo tipo di marketing è in grado di attirare fino al 63 per cento di contatti in più nelle campagne su Facebook e anche 1.400 conversioni in più, proponendo prodotti e messaggi confezionati su misura per la personalità di ogni consumatore. Lo studio, inoltre, dimostra che questo metodo è adattabile: la maggior parte delle pagine di Facebook che promuovono prodotti o marchi sono condizionate dalla personalità ed è possibile mirare con precisione a molti consumatori partendo da un’unica pagina.
Il mondo si è capovolto: il Regno Unito si prepara a uscire dall’Unione europea, Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e a Stanford lo studioso polacco Kosinski, che ha tentato di mettere in guardia il mondo dai rischi del targeting psicologico in politica, ha ricevuto nuove email di accusa. “No”, dice piano scuotendo la testa, “non è colpa mia. La bomba non l’ho costruita io: ho solo fatto vedere che esiste”.
(Traduzione di Marina Astrologo)
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 a pagina 40 di Internazionale, con il titolo “La politica ai tempi di Facebook”. L’originale era apparso sul settimanale svizzero Das Magazin.

16.3.18

Limonov: «Siete ossessionati da Putin Ma non è lui che comanda». «Le spie? Una commedia: Skripal contava zero»

 di Francesco Battistini (Corriere)

MOSCA Non stringe la mano sull’uscio: «Porta sfortuna». Ha un anello col volto di Mussolini: «Ma lo porto solo in casa». E sulla spia avvelenata a Londra, ha una certezza: «Ma quali russi! Si ricorda il Dottor No di James Bond? È stato un diabolico Dottor No a fare il lavoro. Questo Skripal non contava niente, era in pensione da 14 anni, insegnava storia dell’intelligence ai ragazzini delle scuole russe. Putin è molto intelligente, che interesse aveva a farlo fuori? Può crederci solo quella vecchia scopa di Theresa May, quest’inglese volgare che si crede Churchill, batte in arroganza Trump e dimentica cosa fecero i sovietici per aiutare i suoi padri!». Quinto piano, interno 110. In un modesto bilocale verso piazza Majakovskij, due guardaspalle armati e due porte blindate, alle spalle mille esistenze di scrittore e politico, bolscevico e nazionalista, playboy e gay, combattente nei Balcani e punk newyorkese, Eduard Limonov parla di vite che non sono le sue: «Questi avvelenamenti sono una commedia. Una guerra di parole».

Lei che ne sa?
«Il mondo delle spie l’ho conosciuto in prigione. In cortile c’era un ufficio del Fsb, l’ex Kgb, e quando sono uscito e mi seguivano 12 agenti, li conoscevo tutti. Li ho ancora dietro, anche se vado al ristorante. Ho 75 anni: perché non mi lasciano in pace?».

La seguiranno anche domenica al voto?
«Non voto. Sono elezioni farsa da molto tempo. Nel 2007 le hanno vietate al mio partito, ho avuto tre denunce che mi fa schifo anche ricordare. Nel ’92, io già dicevo che bisognava combattere per la Crimea e per il Donbass. Putin m’ha rubato le idee, s’è impossessato dei risultati, ha fissato il voto nell’anniversario dell’annessione della Crimea e nemmeno mi dice grazie: dobbiamo rassegnarci, ci danno un menù scritto da loro, e lui cucina tutti i piatti».

Ma sarà il suo ultimo mandato…
«Ne è sicuro? Nella sua famiglia vivono a lungo, i suoi genitori sono arrivati a 90 anni. Ma voi europei siete ossessionati, pensate che Putin sia il motore di tutto. Il Paese è governato da 30 famiglie, l’1% che possiede il 74% delle ricchezze. Peggio che in India. Lui è solo il loro brillante portavoce, una delle torri del Cremlino. Non gestisce la baracca. Ha padroni che si chiamano Mikhail Fridman, fondatore di Alfa Group».

E gli oppositori?
«Tutti finti. Navalny è uno che stava nel board dell’Aeroflot, raccomandato dal banchiere Lebedev. L’ambiziosa Ksenia Sobchak è parente di Putin: le hanno dato la parte della liberale, ha voluto perdere in partenza dicendo subito che la Crimea va restituita all’Ucraina. E poi c’è quel furbastro Grudinin che si fa passare per comunista: un idiota, predica il socialismo e possiede una società per azioni, fa il padrone capitalista».

Lei è famoso per amare personaggi oltre la decenza: Stalin, Evola, Mishima…
«Ero anche grande amico di Karadzic, Milosevic, Mladic. Quei mascalzoni dei giudici dell’Aja li hanno condannati solo perché hanno combattuto una guerra civile».

Beh, hanno massacrato migliaia di civili…
«Punti di vista. Anch’io ho fatto il mio dovere in Serbia, in Transnistria, in Abkhazia, nel Tagikistan: è dal ’95 che non posso più uscire dalla Russia, rischio l’arresto. Dovrei venire al Salone del libro di Torino, ma come faccio? Cambiamo discorso…».

Trump…
«M’interessava molto da candidato. Diceva cose ciniche, poco gradevoli. Ma da presidente è cambiato, non ha più coraggio. È solo uno disgustosamente ricco, circondato da prostitute. L’ha visto l’arredamento di casa sua? Però ha sempre fiuto per i pericoli. Pensi al muro col Messico: un giorno, saranno i messicani a seppellire gli Usa, come stanno facendo gli islamici con l’Europa».

Non esagera?
«Siamo noi russi i veri europei, non voi. Trovo interessante solo il risveglio di Polonia, Ungheria, Romania».

Come Putin, alla fine anche lei sostiene movimenti antieuropei.
«I populisti in Italia e altrove sono interessanti. Ma bisogna vederli al potere. A me piace anche Orbán, uno dei pochi che amano la Russia».

Lei è diventato famoso col libro di Carrère. Ora uscirà un film…
«La mia biografia mi ha dato pubblicità, l’hanno tradotta perfino in Cina e in Brasile, ma è piena d’invenzioni. Di Carrère, ricordo solo dieci giorni passati insieme. Insopportabili! Del film, non ho letto la sceneggiatura. Se è una merda, stavolta protesto».

11.3.18

La sinistra se n’è andata da sé

Marco Revelli (ilmanifesto.it)

L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.
L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…
L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.
L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza.
In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.
Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.
Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Sinistra, il fallimento delle élites

Filippo Barbera (ilmanifesto.it)

Ricominciamo. Non dalla canzone di Adriano Pappalardo, anche se la voglia di gridare è tanta. Ma da qualche parte, anche più di una, bisogna ricominciare. Per una volta, ricominciamo dall’alto, dal potere e dalla sua gestione. Non dai programmi, non dalle politiche industriali e del lavoro, non dai fenomeni e dai fatti, non dai riferimenti ideologici e dai padri e madri nobili. Ma dai processi di selezione della classe dirigente, dalle élite della sinistra, da chi decide e da chi chiede il voto degli elettori. Ricominciamo dalle persone.
La crisi della forma partito, con i suoi limiti, ha consegnato il processo di selezione delle classi dirigenti a pura riproduzione dei gruppi di potere dentro i partiti e a scapito del paese. Il potere e la sua gestione sono tratti costitutivi della politica, intendiamoci subito. Non c’è politica senza potere. Ma neppure c’è politica senza attenzione per il governo della polis. E se la selezione della classe dirigente è mediata solo dai rapporti di forza e dalla fedeltà di corrente, solo dal controllo delle risorse e dall’obbedienza cieca, l’esito è uno solo. Mediocrità e cecità. Magari nascoste da abilità retorica, arroganza e capacità comunicativa. Ma non a lungo.
Una domanda semplice: che rapporto c’è tra la classe dirigente dei partiti di sinistra (centro-sinistra) e l’intelligenza e passione diffusi nel Paese? Perché così è: le risorse nel mondo dell’impresa, dell’associazionismo, dell’innovazione sociale, del volontariato e delle mille pratiche ed esperienze che da Nord a Sud abitano il Paese ci sono eccome. Come c’è la passione politica. Non si tratta di sostenere che la società civile è buona e la politica è cattiva. Ma di ammettere che i meccanismi di selezione e cooptazione della classe politica non sono più capaci di attingere da quello che di buono c’è nelle pratiche ed esperienze fuori dai partiti. Anche nella società politica marginale e periferica, nei mille sindaci e amministratori che fanno il loro lavoro con passione e competenza, ma con sempre minori risorse. E quando di cooptazione esterna si tratta, si riproducono comunque i meccanismi di ricerca del potere e il presidio degli equilibri interni: l’obiettivo è il consenso tra élite. Il risultato è che oggi le élite sono come apparecchi radio permanentemente sintonizzati sulla modalità «trasmetti» e mai su quella «ricevi». Parlano, ma non ascoltano. Far parte della classe dirigente di un partito dovrebbe costituire un onore: uno status pubblico riconosciuto e riconoscibile, mentre ora è materiale per barzellette e sarcasmo. Si è rotto qualcosa.
Piero Ignazi e Fabrizio Barca hanno parlato di «triangolo rotto» tra partiti, stato e società civile, non per buttare via i partiti ma per immaginare nuove forme di raccordo capaci di servire il governo della cosa pubblica. A riguardo, la ricostruzione dei meccanismi di selezione delle classi dirigenti non può trascurare chi élite non è. Il movimento 5 stelle questo lo ha capito. La sinistra di partito no. Chiede di turarsi il naso al momento del voto, ma non si mischia al popolo puzzone. Quale interclassismo – oltre a quello ritualistico delle salamelle rimaste ai simulacri delle Feste dell’Unità – caratterizza la vita quotidiana delle élite? Quali luoghi e persone frequentano? Di quale riconoscimento sociale sono alla ricerca? Salotti? Studi televisivi? Più o meno raffinati intellettuali? Dove vanno in vacanza? Con chi parlano? Chi ascoltano? Scelgono un hotel a tre, quattro o cinque stelle? In che classe viaggiano? Hanno gatti e cani che si chiamano Cachemire?
Di Maio sbaglia i congiuntivi: diamogli addosso, giusta strategia in un paese con un tasso elevatissimo di analfabetismo funzionale. Le élite della sinistra sono snob. Come gran parte della classe dirigente italiana, del resto. Ma chi ambisce a rappresentare le istanze popolari, dei ceti e delle classi sociali più svantaggiate, non può permettersi di essere snob. Non può solo fare presenza. Non può stare seduto in disparte, per tornare a Pappalardo. Presidiare il territorio, riconnettere il partito alla società vuol dire anche questo. Mischiarsi e rimescolare, non separando e mettendo barriere. Vuol dire uscire dai palazzi e dai circoli nautici. Possibilmente togliendosi la molletta dal naso.

24.2.18

L’antifascismo non è un’arma di propaganda

 Marco Revelli (il Manifesto)
L’Italia antifascista va in piazza oggi in un clima pesante. «Clima di violenza», recitano i media mainstream, falsando ancora una volta lo scenario, come se si trattasse di violenza simmetrica. Di opposte minoranze estremiste, ugualmente intolleranti, quando invece la violenza a cui si è assistito non solo in queste ultime settimane, ma negli ultimi mesi e negli ultimi anni è una violenza totalmente asimmetrica, distribuita lungo un rosario di intimidazioni, intrusioni, aggressioni sempre dalla stessa parte, per opera degli stessi gruppi, con le stesse divise, gli stessi rituali, gli stessi simboli e tatuaggi: Casa Pound e Forza nuova con i rispettivi indotti. E sempre col medesimo disegno politico: occupare parti di territorio fino a ieri off limits per l’estrema destra.
Periferie metropolitane e piccoli centri, aree in cui la marginalizzazione e il declassamento sociale hanno creato disagio e rabbia, con lo scopo “strategico” di diventare referenti politici di quel disagio e di quella rabbia.
Vicofaro, il 27 di agosto dello scorso anno. Roma, Tiburtino III, il 6 di settembre. Como, il 28 novembre. Sono solo le tappe principali di un percorso che culmina nell’atto estremo di terrorismo razzista a Macerata, il 3 febbraio. Dall’altra parte un solo episodio, quello di Palermo, che per odioso che possa essere considerato – ed è atto odioso il pestaggio di una persona legata, incompatibile con i valori dell’antifascismo quale che ne sia l’idea dei suoi autori -, non può certo mutare il profilo di un quadro politico estremamente preoccupante.
Per fortuna, c’è stato il 10 febbraio a Macerata: quei 30.000 che hanno capito da subito qual’era “la cosa giusta”.
E per fortuna c’è la mobilitazione di oggi, la piazza romana e le tante piazze italiane. Proprio perché pensiamo che minimizzare la minaccia di questa destra orribile e spudorata sia un atto suicida per una democrazia già lesionata. E restiamo convinti che dichiarare il fascismo “morto e sepolto”, come ha fatto il ministro di polizia Marco Minniti, o invitare a sdrammatizzare e abbassare i toni per non turbare una campagna elettorale in salita, sia prova di cinismo e irresponsabilità. Proprio perché sappiamo che dall’onda nera che attraversa l’Europa non è immune l’Italia, anzi! Proprio per questi motivi crediamo che ogni persona in più oggi in piazza sia una vittoria.
Non si tratta qui di rivendicare primogeniture, o giocare al frusto gioco del rinfacciamento. L’antifascismo non è un’arma leggera da portarsi nella battaglia elettorale per contendere qualche decimo di punto. Si tratta di saper vedere il pericolo che incombe. E quel pericolo è grande, inquietante, per certi versi inedito. Non stiamo oggi vivendo una riedizione in sedicesimo dei conflitti degli anni Settanta, quando le bande nere colpivano duro, al servizio di padroni più o meno occulti, di servizi deviati e di agenzie internazionali, ma non avevano un seguito di massa. Il neofascismo di oggi – ma forse sarebbe meglio chiamarlo neonazismo – intuisce (per ora), annusa e avverte un’opportunità nuova di un inedito radicamento “popolare”, per così dire. Di poter attingere a nuovi serbatoi dell’ira.
Dopo il 4 marzo non ci aspetta una tiepida primavera, piuttosto un gelido inverno fuori stagione. L’Europa ha già battuto il suo colpo. Nessuna franchigia prolungata. Un establishment europeo in via di dissoluzione e un’Unione dissestata nei suoi equilibri si preparano a riservare, a un’Italia attardata da un debito insostenibile, un trattamento forse non troppo diverso da quello imposto – nel silenzio di tutti – alla Grecia quasi tre anni or sono. Con una differenza sostanziale: che al governo là c’era saldamente una forza esplicitamente di sinistra come Syriza, che ha salvato il salvabile negli strati più fragili della popolazione, e ha costruito una solida barriera contro la sfida di Alba dorata (che è arretrata da allora).
Qui no, ci sarà o un governo debolissimo, o una destra tanto arrogante quanto divisa: le condizioni per una ulteriore depressione sociale di grandi dimensioni, che amplierà l’esercito della rabbia, del rancore e del risentimento. Alle promesse smodate della campagna elettorale non potrà che seguire la doccia fredda di un’ulteriore deprivazione, col seguito di senso di abbandono, tradimento, solitudine, spirito di vendetta da parte di chi avverte di essere sul versante sbagliato del piano inclinato. L’acqua ideale in cui si preparano a nuotare gli squali che del rancore e della frustrazione si alimentano.
Per questo è da considerare prova d’irresponsabilità grave la decisione del ministero dell’Interno di ammettere alle elezioni le formazioni esplicitamente ispirate al fascismo, contrariamente a quanto era accaduto, correttamente, per le regionali in Sicilia. E assume sempre più rilevanza politica programmatica la richiesta di una rapida, legittima, messa al bando di organizzazioni come Forza Nuova e Casa Pound , con la loro sola presenza, un fattore di disordine e di violenza.