Lo scrittore algerino sui fatti di Colonia: “Del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l’accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose”
Nel mondo di Allah il sesso rappresenta la miseria più grande
L’islamismo è attentato a quel desiderio che esplode in Occidente
di Kamel Daoud.
Cos’è accaduto a Colonia? Leggendo i resoconti si fa fatica a comprenderlo con chiarezza. Forse però sappiamo cosa passava nella testa degli aggressori e come di sicuro come la pensano gli occidentali.
Il “fatto” in se” è espressione fedele dell’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro, il rifugiato/immigrato: spiritualismo esasperato, terrore, riaffiorare della paura di antiche invasioni e base del binomio barbaro/civilizzato. Gli immigrati che accogliamo se la prendono con le “nostre” donne, aggredendole e stuprandole. Una nozione che la destra e l’estrema destra non tralasciano mai di esporre quando si pronunciano contro l’accoglienza ai rifugiati. I colpevoli sono immigrati arrivati da tempo o rifugiati recenti? Appartengono a organizzazioni criminali o sono semplici teppisti? Per delirare con coerenza non si aspetterà che queste domande abbiano risposta. Il “fatto” ha già riaperto il dibattito sull’opportunità di rispondere alle miserie del mondo “accogliendo o asserragliandosi”.
Spiritualismo esasperato? Già. In Occidente l’accoglienza pecca di un eccesso di ingenuità. Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura. È la vittima sulla quale gli occidentali proiettano pregiudizi, senso del dovere o di colpa. Si scorge in lui il sopravvissuto, dimenticando che è anche vittima di una trappola culturale che deforma il suo rapporto con Dio e con la donna.
In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna — fondamentale per la modernità dell’Occidente — rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità.
Il rifugiato è dunque un “selvaggio”? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell’anima.
Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell’immagine della donna nel mondo detto arabo si scrisse: «La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere».
È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”.
Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da “velare”. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come il motivo della sua supremazia ma come un capriccio del suo culto della libertà. Di fronte ai fatti di Colonia l’Occidente (quello in buona fede) reagisce perché è stata toccata “l’essenza” stessa della sua modernità — laddove l’aggressore non ha visto altro che un divertimento, l’eccesso di una notte di festa e bevute.
Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno. Non si è aspettato di sapere chi fossero i responsabili, perché nei giochi di immagini, riflessi e luoghi comuni, tale dato non conta poi molto. E non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità.
Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in Occidente, dove la libertà appare così insolente. Perché “da noi” non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza.
Ritornando alla domanda iniziale: Colonia ci insegna che dobbiamo chiudere le porte o chiudere gli occhi? Nessuna delle due opzioni: chiudere le porte ci obbligherebbe un giorno a sparare dalle finestre, un crimine contro l’umanità. Ma anche quello di chiudere gli occhi sulla lunga opera di accoglienza e di aiuto, e su ciò che questa comporta in termini di lavoro su se stessi e sugli altri, sarebbe un atteggiamento di spiritualismo esasperato, in grado di uccidere.
I rifugiati e gli immigrati non possono essere ridotti a una minoranza delinquenziale. Ciò ci pone di fronte al problema dei “valori” da condividere, imporre, difendere e far capire. Ciò pone il problema del dopo-accoglienza: una responsabilità di cui dobbiamo farci carico.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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10.1.16
Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra
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Tutti i branchi dei maschi
Da quando le donne occidentali e italiane sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni?
di Natalia Aspesi
Quella notte le donne venivano aggredite, spogliate, picchiate, derubate.
Venivano derise da un muro di maschi stranieri organizzati, e intanto ai maschi poliziotti tutto sembrava un gioco festoso da non interrompere, e i maschi cittadini che presumibilmente accompagnavano le donne o comunque attraversavano la piazza come loro preferivano guardare dall’altra parte, evitando di intervenire a difendere le vittime assalite da maschi migranti e apparentemente non armati, quindi pericolosi ma non troppo.
Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.
Ma da quando le donne, e si parla solo di quelle occidentali, e in particolare le italiane, sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni? Ci sono frammenti di realtà che rinascono dalla memoria individuale o scopri in un film: e per esempio negli Anni ’50 il ricordo che se il parto metteva a rischio la vita della madre o del bambino, era il marito che doveva scegliere chi poteva vivere, ed era sempre il bambino. Oppure, nel recente grande film tedesco Il labirinto del silenzio, un giornale radio della fine degli Anni ’50 informa che da quel momento le donne, se sposate, potranno lavorare solo col consenso del marito. Piccoli omicidi, minuscoli ostacoli, dentro un mondo di esclusione e impotenza delle donne, di supremazia e potere degli uomini.
Certo le donne fanno i ministri e i capi di Stato, spesso benissimo ma è sempre non sulla loro capacità politica ma sul loro corpo di donna che gli avversari l’attaccano: culona, non la scoperei mai, lesbicaccia, cesso eccetera. Gli attacchi sul web contro i pensieri delle donne, metti povere loro che non gli piaccia Zalone e lo mettano su Facebook: le minacce di morte sono il meno, e i più violenti verbalmente, se le avessero davanti, forse strapperebbero loro gli slip come a Colonia.
Anche le donne occidentali non sono quiete da nessuna parte, in piazza le assaltano gli immigrati ma spesso il branco è del paese, e anche in casa devono stare attente, gli stessi loro uomini che non le avrebbero difese a Colonia possono sempre spaccar loro la testa.
di Natalia Aspesi
Quella notte le donne venivano aggredite, spogliate, picchiate, derubate.
Venivano derise da un muro di maschi stranieri organizzati, e intanto ai maschi poliziotti tutto sembrava un gioco festoso da non interrompere, e i maschi cittadini che presumibilmente accompagnavano le donne o comunque attraversavano la piazza come loro preferivano guardare dall’altra parte, evitando di intervenire a difendere le vittime assalite da maschi migranti e apparentemente non armati, quindi pericolosi ma non troppo.
Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.
Ma da quando le donne, e si parla solo di quelle occidentali, e in particolare le italiane, sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni? Ci sono frammenti di realtà che rinascono dalla memoria individuale o scopri in un film: e per esempio negli Anni ’50 il ricordo che se il parto metteva a rischio la vita della madre o del bambino, era il marito che doveva scegliere chi poteva vivere, ed era sempre il bambino. Oppure, nel recente grande film tedesco Il labirinto del silenzio, un giornale radio della fine degli Anni ’50 informa che da quel momento le donne, se sposate, potranno lavorare solo col consenso del marito. Piccoli omicidi, minuscoli ostacoli, dentro un mondo di esclusione e impotenza delle donne, di supremazia e potere degli uomini.
Certo le donne fanno i ministri e i capi di Stato, spesso benissimo ma è sempre non sulla loro capacità politica ma sul loro corpo di donna che gli avversari l’attaccano: culona, non la scoperei mai, lesbicaccia, cesso eccetera. Gli attacchi sul web contro i pensieri delle donne, metti povere loro che non gli piaccia Zalone e lo mettano su Facebook: le minacce di morte sono il meno, e i più violenti verbalmente, se le avessero davanti, forse strapperebbero loro gli slip come a Colonia.
Anche le donne occidentali non sono quiete da nessuna parte, in piazza le assaltano gli immigrati ma spesso il branco è del paese, e anche in casa devono stare attente, gli stessi loro uomini che non le avrebbero difese a Colonia possono sempre spaccar loro la testa.
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12.8.10
A healthy relationship
The mere presence of women seems to bring health benefits to men
For hormone-addled teenagers, finding a date can often seem to be a matter of life and death. As it turns out, that may not be so far from the truth. In a paper in the August issue of Demography, a team of researchers led by Nicholas Christakis of Harvard University reports that men who reach sexual maturity in an environment with few available women are at risk of dying sooner than their luckier confrères. The team points out that this finding may have important implications for public health in countries such as India and China, where sex ratios are skewed against women.
The idea that a dearth of available women hurts male longevity has been around for some time. There are several reasons why such a hypothesis makes sense. It is now well established that marriage has a beneficial effect on health and survival. Since women are traditionally the caregivers, these benefits accrue especially to men. If there are fewer potential mates around, men may delay marriage or forgo it entirely, losing out on these nuptial niceties. In addition, with more men and fewer single women, the intense competition for a mate is likely to be stressful. Such early-life stress is known to have effects on health that can last for years.
As reasonable as it all sounds, the hypothesis that a skewed sex ratio leads to shorter male lifespan has never been confirmed in humans. To put it to the test, Dr Christakis and his team made use of two unusual sets of demographic data. The first, known as the Wisconsin Longitudinal Study, consists of a third of all those who graduated from high school in the state of Wisconsin in 1957—about 10,000 people. The male-to-female ratio in each person’s graduating class is known, and provides an indicator of the ratio during the sexually formative years of the study’s participants. The second set of data consists of 7½m white men who were enrolled in America’s Medicare programme in 1993. The researchers found the year and state in which each participant’s Social Security number was issued, which typically happened between his 15th and 25th birthdays. The sex ratio of his contemporaries was then calculated from state-level census data.
In the Wisconsin sample, Dr Christakis looked at those who had died before their 65th birthday. For the women, there was no significant relationship between their school’s sex ratio and their age of death. For the men, however, a significant relationship did emerge. A percentage-point increase in the male-to-female ratio of a man’s graduation class led to a percentage-point increase in his likelihood of dying before the age of 65. The Social Security data, moreover, suggest that a lack of women during men’s teenage years still haunts their health decades later.
The average white American male who was 65 in 1993 could expect to live another 15 years. Dr Christakis found, however, that those who had come of age around the most available women, however, had a life-expectancy three months longer than that of the least favoured. Three months may not seem a huge difference, but according to Dr Christakis it is comparable to the benefit an elderly person can expect from exercising or losing some surplus weight.
In an American context, these results are, perhaps, no more than an interesting curiosity: at the age of 15, boys outnumber girls by about 4% and the ratio shrinks towards equality thereafter. In China, however, it is estimated that there are now 20% more men of marriageable age than women—the result of selective abortion and infanticide consequent upon the country’s “one-child” policy. That bodes ill for the future health of China’s menfolk.
For hormone-addled teenagers, finding a date can often seem to be a matter of life and death. As it turns out, that may not be so far from the truth. In a paper in the August issue of Demography, a team of researchers led by Nicholas Christakis of Harvard University reports that men who reach sexual maturity in an environment with few available women are at risk of dying sooner than their luckier confrères. The team points out that this finding may have important implications for public health in countries such as India and China, where sex ratios are skewed against women.
The idea that a dearth of available women hurts male longevity has been around for some time. There are several reasons why such a hypothesis makes sense. It is now well established that marriage has a beneficial effect on health and survival. Since women are traditionally the caregivers, these benefits accrue especially to men. If there are fewer potential mates around, men may delay marriage or forgo it entirely, losing out on these nuptial niceties. In addition, with more men and fewer single women, the intense competition for a mate is likely to be stressful. Such early-life stress is known to have effects on health that can last for years.
As reasonable as it all sounds, the hypothesis that a skewed sex ratio leads to shorter male lifespan has never been confirmed in humans. To put it to the test, Dr Christakis and his team made use of two unusual sets of demographic data. The first, known as the Wisconsin Longitudinal Study, consists of a third of all those who graduated from high school in the state of Wisconsin in 1957—about 10,000 people. The male-to-female ratio in each person’s graduating class is known, and provides an indicator of the ratio during the sexually formative years of the study’s participants. The second set of data consists of 7½m white men who were enrolled in America’s Medicare programme in 1993. The researchers found the year and state in which each participant’s Social Security number was issued, which typically happened between his 15th and 25th birthdays. The sex ratio of his contemporaries was then calculated from state-level census data.
In the Wisconsin sample, Dr Christakis looked at those who had died before their 65th birthday. For the women, there was no significant relationship between their school’s sex ratio and their age of death. For the men, however, a significant relationship did emerge. A percentage-point increase in the male-to-female ratio of a man’s graduation class led to a percentage-point increase in his likelihood of dying before the age of 65. The Social Security data, moreover, suggest that a lack of women during men’s teenage years still haunts their health decades later.
The average white American male who was 65 in 1993 could expect to live another 15 years. Dr Christakis found, however, that those who had come of age around the most available women, however, had a life-expectancy three months longer than that of the least favoured. Three months may not seem a huge difference, but according to Dr Christakis it is comparable to the benefit an elderly person can expect from exercising or losing some surplus weight.
In an American context, these results are, perhaps, no more than an interesting curiosity: at the age of 15, boys outnumber girls by about 4% and the ratio shrinks towards equality thereafter. In China, however, it is estimated that there are now 20% more men of marriageable age than women—the result of selective abortion and infanticide consequent upon the country’s “one-child” policy. That bodes ill for the future health of China’s menfolk.
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