22.10.13

In Italia prove tecniche di reddito minimo, in Germania è guerra per lo stipendio orario

Le disparità nelle retribuzioni orarie aumentano i working poor (essere poveri pur avendo un lavoro). Inoltre in tutti i paesi aumentano le misure per la lotta alla povertà

Stipendio orario minimo e reddito minimo garantito si aggirano per l'Europa. Lo stipendio minimo orario è il valore di un'ora di lavoro per qualsiasi tipo di attività. Il reddito minimo garantisce a chi ha perso il lavoro o non ha mezzi adeguati per vivere un aiuto minimo dignitoso. Le due formule sono quindi molto diverse tra loro. In Germania è scoppiata la guerra dello stipendio orario. Socialdemocratici e verdi hanno appena lanciato la proposta di un salario minimo di 8,5 euro l’ora, con grandi proteste degli imprenditori. E’ probabile che il compromesso con Angela Merkel e le imprese si assesti sui 7-7,5 euro l’ora.Anche in Germania crescono i working poor (che sono i poveri che pure hanno un lavoro), che però sono coperti dal reddito minimo garantito previsto per legge. In Spagna il salario minimo è di 19 euro al giorno. In Francia lo Smic è di 8,86 euro l'ora. Negli Stati Uniti Barack Obama ha proposto di alzare il salario minimo, oggi a 7,25 dollari l’ora, almeno a 9 dollari l'ora.

Italia. In Italia non abbiamo né salario minimo né reddito minimo garantito. Per la verità il salario orario minimo è sostanzialmente garantito dai contratti, che però cominciano ad assomigliare a una coperta corta, viste le trasformazioni del lavoro, oggi meno garantito del passato; mentre si è avviato un percorso per il reddito minimo. Per stare ai paralleli, in Belgio si chiama Minimax, un salario mensile di 650 euro per chi è in povertà. In Lussemburgo c’è il Revenu minimum guaranti, di1.100 euro al mese. Nei Paesi Bassi ci sono il Beinstand ma anche il Wik di 500 euro, riservato a permettere agli artisti un minimo di libertà creativa. In Austria c'è il Sozialhilfe, in Norvegia il reddito di esistenza, in Germania l’Arbeitslosengeld II. L’Italia è l’unico grande paese europeo a non avere una misura di questo tipo, insieme alla Grecia.

Sia. Ora nel nostro paese sbuca il Sia, una misura che significa Sostegno d’inclusione attiva, una misura che ci chiede l’Europa. Non è un reddito di cittadinanza (rivolto a tutti indistintamente), ma un sostegno rivolto ai poveri, identificati come tali da una prova dei mezzi. “L’ammontare dell’erogazione monetaria alle famiglie beneficiarie del Sia – si legge in un documento steso da una commissione di circa 15 esperti voluta dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini - è idealmente pari alla differenza tra la misura delle loro risorse economiche e il livello di riferimento, stabilito per legge per identificare la condizione di povertà”. Non esiste ancora una valutazione dei costi, ma a titolo esemplificativo si stima che il progetto possa ragionevolmente comportare un costo a regime dell’ordine di circa 7 miliardi, che consentirebbe di interessare circa il 6% delle famiglie italiane. Nel documento vengono prospettate anche ipotesi meno onerose: un’integrazione dei redditi familiari fino a metà della soglia di povertà assoluta potrebbe costare circa 1,5 miliardi. Uno studio di Tito Boeri e Roberto Perotti pubblicato sul sito lavoce.info fornisce altre stime prudenziali (probabilmente in eccesso) secondo il suo ammontare e le tipologie di redditi da considerare nel selezionare la platea dei beneficiari. Il Rmg andrebbe inizialmente introdotto a un livello abbastanza basso e poi incrementato. Un Rmg da 500 euro potrebbe costare tra 8 e 10 miliardi di euro. Non poco, ma intanto il progetto Sia ha avviato il suo cammino. Mentre in Svizzera è stato promosso un referendum per introdurre un reddito di cittadinanza di 2.500 franchi, 2mila euro al mese. La misura costerebbe sui 400 miliardi di franchi l'anno, 326 miliardi di euro. Cifre da far tremare i polsi!