By Bret Stephens (The Wall Street Journal)
Le eroiche ipotesi, e le false promesse, della nostra diplomazia
(traduzione Dagopia)
In retorica, la prolessi consistente nel prevedere e controbattere un'obiezione prima che venga mossa. Cerchiamo di essere prolettici per quanto riguarda l’accordo sul nucleare iraniano, i cui apologeti hanno già iniziato a difendere per il timore che si trasformi in una storica débâcle diplomatica.
L’ipotesi eroica. Certo, la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei è un rivoluzionario irascibile e violento incline a imporre una pericolosa alla sua nazione e a quelle vicine. Lo stesso poteva essere detto di Mao Zedong quando Henry Kissinger gli fece visita nel 1971 – una scommessa diplomatica che alla fine pagò un alto dividendo, poiché la Cina divenne, di fatto, un alleato degli Stati Uniti durante la guerra fredda e poi si aprì al mondo con Deng Xiaoping.
Ma è improbabile che l’Iran sia una nuova Cina. Mao stava subendo una grave minaccia esterna da parte dell’Unione Sovietica, mentre l’Iran non è minacciato da nessuno e, anzi, sta vincendo molte delle sue guerre regionali. Beijing stemperò la tensione con Washington con un’amichevole partita di ping-pong, Teheran invece incarcera i cittadini americani e blocca le navi cargo nello stretto di Hormuz. Deng Xiaoping credeva che la ricchezza portasse la gloria, il presidente iraniano Hasan Rouhani, sedicente riformatore, ha partecipato venerdì scorso alla parata annuale del regime “Morte all’America, morte ad Israele”.
In questo contesto, sta ai promotori dell’accordo sul nucleare dimostrare che l’Iran ha intrapreso la via della conversione verso una politica moderata.
L’ipotesi dello scambio. Ok, mettiamo che l’Iran non abbia rinunciato alla sua indole bellicosa e alla sua visione del mondo antidiluviana. Mettiamo anche che il patto non significhi che non dovremo più combattere l’Iran sugli scenari di guerra mediorientali, come in Yemen, in Siria o a Gaza. Ma che tutto questo può essere messo da parte perché l’accordo sul nucleare è uno scambio ben architettato: l’Iran mette le sue ambizioni atomiche nel cassetto in cambio di poter tornare sulla scena economica e diplomatica. In determinati termini, ognuno può trarre vantaggio da questa soluzione.
Ma uno scambio ha bisogno di qualche garanzia e siccome non possiamo fidarci dell’Iran, serve un sistema di controllo. Il patto sul nucleare lo prevede? John Kerry sarebbe pronto a giurare di sì, ma di fatto lo scorso gennaio alcuni funzionari Cechi hanno bloccato una transizione segreta con cui l’Iran stava comprando tecnologie nucleari polivalenti per 61 milioni di dollari. Un mese prima, gli Stati Uniti avevano accertato che l’Iran era a caccia di plutonio per il suo reattore di Arak. Cosa non sappiamo ancora?
Altro quesito: come si potrà evitare che il patto diventi un ostaggio dell’Iran quando si parlerà di politica estera mediorientale? Gli Stati Uniti saranno pronti a rinunciare all’accordo ogni volta che l’Iran minaccerà di strapparlo, per esempio a causa di una crisi in Yemen o in Siria? La Corea del Nord ha perfezionato per anni l’arte di vendere il proprio deterrente nucleare in cambio di una concessione dopo l’altra – e nonostante ciò possiede ancora la bomba.
L’ipotesi della disfatta. Perfetto, l’accordo con l’Iran fa acqua da tutte le parti e molto probabilmente non funzionerà. Avete qualche idea migliore? Le sanzioni non si sono dimostrate sufficienti per fermare un regime determinato come quello iraniano e non sarebbero state sostenibili ancora per molto. Nessuno, né l’opinione pubblica americana né Israele, vuole iniziare una guerra per impedire all’Iran di fabbricare la bomba. In più, la storia ci insegna che la politica internazionale consiste spesso nella scelta tra due mali. Nel caso di un accordo sul nucleare la soluzione migliore è il male minore.
È vero che nessuno vuole la guerra. Ma un patto che dia all’Iran il diritto di arricchire l’uranio dopo più di dieci anni non darebbe al prossimo presidente americano altra opzione che iniziare una guerra per impedire all’Iran di costruire decine di bombe. D’altra parte un patto che non impedisce all’Iran di sviluppare missili balistici, gli permetterà di montare una di quelle bombe sopra un missile.
Buona fortuna. Gli americani sono un popolo fortunato – lo sono geograficamente, lo sono stati i loro padri della patria, e lo sono anche gli immigrati che approdano alle loro coste. Gli americani sono così fortunati che si dice che Bismark amasse ripetere: “C’è una provvidenza speciale che difende gli ubriaconi, gli idioti e gli Stati Uniti d’America”.
Forse saranno fortunati anche questa volta. Magari l’Iran cambierà in meglio, alla fine dell’era Khamenei. Magari il controllo internazionale in Iran funzionerà, dopo aver fallito in Corea del Nord. Magari John Kerry è il miglior negoziatore del mondo ed è riuscito a fare il miglior accordo possibile.
O magari gli americani non saranno fortunati, e non ci sarà nessuna provvidenza speciale per le nazioni ubriache di speranza e guidate da idioti.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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15.7.15
4.4.15
Chomsky: «Accordo farsa»
Giuseppe Acconcia
Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»
Abbiamo raggiunto al telefono negli Stati uniti Noam Chomsky. Linguista, anarchico e filosofo del Massachusettes Institute of Technology, Chomsky è autore di pietre miliari del pensiero moderno e teorico per una profonda critica del sistema mediatico. Memorabile è il suo dibattito sulla natura umana con Michel Foucault (1971). Abbiamo discusso con Chomsky dell’intesa preliminare sul programma nucleare iraniano, raggiunta giovedì a Losanna e della situazione del Medio Oriente.
Che ne pensa di questa danza sul nucleare iraniano, andata avanti per dodici anni?
L’Iran sospetta che nonostante l’accordo, i Repubblicani si rifiuteranno di cancellare le sanzioni. E così l’obiettivo principale delle autorità iraniane è che le sanzioni non siano sotto il controllo del Congresso: questa sarebbe una tragedia. Vedremo se questo punto ci sarà nel testo definitivo. La mia sensazione è che tutto il negoziato sul nucleare sia una farsa. Non c’è nessun motivo per cui l’Iran non possa avere un programma nucleare secondo il Trattato di non proliferazione (Tnp) che ha sottoscritto.
Perché parla di farsa in riferimento ai colloqui sul nucleare?
Gli Stati uniti e i suoi alleati affermano che la comunità internazionale ha chiesto all’Iran di fare delle concessioni per arrivare a un’intesa. Ma i Paesi non allineati, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale, hanno sempre sostenuto gli sforzi nucleari iraniani. Eppure la propaganda occidentale è uno strumento potente, per questo è andata avanti per tanto tempo questa farsa.
La soluzione della controversia potrebbe disinnescare il settarismo che infiamma il Medio Oriente?
La questione centrale è che gli stati sunniti sono i principali alleati degli Stati uniti. Gli amici degli Usa sono i fondamentalisti più estremisti e vogliono dominare la regione. L’Iran è un grande paese, e come la Cina, aspetta per avere un’influenza nella regione. Ma l’Arabia Saudita non vuole mai e poi mai un antagonista, un deterrente. Anche se l’Iran avesse l’atomica, quale sarebbe la preoccupazione per gli Stati uniti? Si tratterebbe solamente di un deterrente. Nessuno pensa che mai e poi mai l’Iran potrà fare uso dell’arma nucleare, perché il paese sarebbe vaporizzato all’istante e gli ayatollah di certo non vogliono suicidarsi. Un Iran con il nucleare sarebbe solo un deterrente contro l’aggressività di Israele nella regione. È questo che gli Stati uniti non vogliono.
Ma Netanyahu non passa giorno che non gridi contro l’intesa con l’Iran e ora la respinge?
Israele persegue una politica sistematica di conquista di tutto quello che vuole per integrarlo nella Grande Israele in violazione dei trattati di Oslo. Gaza è devastata. Queste politiche sono appoggiate dagli Stati uniti e, se continueranno a sostenere Israele, non cambieranno mai. In queste settimane, tutta la stampa mainstream Usa ha pubblicato articoli in cui si chiedeva agli Stati uniti di attaccare l’Iran. Perché la stampa iraniana non fa lo stesso? Il presupposto occidentale è l’imperialismo. In nome di questo principio all’Occidente tutto è permesso.
Esistono due posizioni opposte tra Repubblicani e l’amministrazione Obama nei conflitti in Medio oriente?
I Repubblicani sono un partito fascista. Lo stesso Barack Obama è terribile ma meno dei Repubblicani. Il principale errore di Obama però è la sua campagna con i droni. Se l’Iran facesse lo stesso contro gli ufficiali citati negli articoli della stampa Usa, come reagirebbero gli Stati uniti? La guerra dei droni è la più grande operazione terroristica mai esistita: programmata per uccidere chiunque sia sospettato di poterci danneggiare. Le operazioni con droni in Pakistan faranno crescere il numero dei jihadisti. Quando hanno iniziato, al-Qaeda era solo nelle zone tribali di Afghanistan e Pakistan ora è in tutto il mondo. Ma di questo non si può parlare nei media occidentali.
Crede che bisogna temere l’avanzata degli Houthi in Yemen?
In Yemen è vero che l’Iran dà sostegno agli Houthi, lo stesso fa l’Arabia Saudita con i suoi, sebbene alla fine si tratti di un conflitto interno. Nella propaganda occidentale però se gli Stati uniti sostengono una forza quella è legittima. In Iraq, l’Iran sostiene il governo eletto. I consiglieri iraniani formano la classe dirigente irachena e sono protagonisti delle principali battaglie nel paese. Il governo iracheno ha chiesto l’aiuto iraniano e ringrazia le sue autorità. Ma gli Stati uniti condannano l’influenza iraniana in Iraq: è davvero comico.
Crede che questo atteggiamento occidentale alimenti il terrorismo dello Stato islamico?
Lo Stato islamico è una mostruosità, ma non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Saudita che propaga una versione estremista, wahabita, dell’Islam. Da Riad arrivano tonnellate di soldi e l’ideologia per diffondere il fondamentalismo nel mondo arabo. Certo a questo punto neppure ai sauditi piace quello che hanno creato. Questa è la conseguenza diretta dei devastanti attacchi degli Stati uniti in Iraq del 2003 e degli attacchi della Nato in Libia del 2011 che hanno esasperato il conflitto sunniti-sciiti diffondendolo in tutta la regione. In Libia questo ha comportato l’incremento del numero di milizie e una quantità di armi senza precedenti che provengono da Africa e Medio oriente. I bombardamenti della Nato hanno fatto aumentare il numero delle vittime di dieci volte, hanno distrutto la Libia. In Yemen ora Arabia Saudita ed Emirati stanno uccidendo una grande quantità di persone nei campi profughi. Ma anche questa guerra è destinata a fallire e non può comportare altro che la diffusione del jihadismo.
Pochi mesi fa non parlavamo di terrorismo ma di «primavere». Esiste un rapporto tra i movimenti sociali europei e le rivolte in Medio Oriente?
Ci sono delle similitudini. Il maggior esempio del passato è l’America latina: completamente sotto il controllo degli Stati uniti che imponevano dittatori dappertutto. Ora il Sud America è abbastanza libero dal controllo straniero. Questo è uno sviluppo di grande importanza. Molti politici latino-americani sono legati ai partiti Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Combattono tutti la stessa battaglia contro il neo-liberismo. Ma la reazione tedesca alla vittoria di Tsipras in Grecia è selvaggia, ipocrita. Nel 1953 l’Europa concesse alla Germania di tagliare gli interessi sul debito. Ma ora impone misure repressive alla Grecia dopo che Berlino l’ha devastata nella seconda guerra mondiale.
Mentre i movimenti in Medio Oriente sono finiti con il ritorno dei dittatori, come il presidente egiziano al-Sisi?
Stati uniti ed Europa hanno sostenuto i più brutali dittatori in tutto il mondo. In questo momento in Egitto si vivono i giorni più bui della sua storia moderna. Questo è l’imperialismo tradizionale, il potere della propaganda non è cambiato. I giornali in Europa lo descrivono come un modello nonostante sia un assassino brutale, un dittatore duro che ha represso la popolare organizzazione dei Fratelli musulmani mentre nel Sinai si continua a consumare una guerra.
Intervista. Il filosofo anarchico americano: «È tutta propaganda occidentale, i veri alleati degli Usa sono gli Stati sunniti. Per l’Iran il nucleare è solo un deterrente nei confronti di Israele»
Abbiamo raggiunto al telefono negli Stati uniti Noam Chomsky. Linguista, anarchico e filosofo del Massachusettes Institute of Technology, Chomsky è autore di pietre miliari del pensiero moderno e teorico per una profonda critica del sistema mediatico. Memorabile è il suo dibattito sulla natura umana con Michel Foucault (1971). Abbiamo discusso con Chomsky dell’intesa preliminare sul programma nucleare iraniano, raggiunta giovedì a Losanna e della situazione del Medio Oriente.
Che ne pensa di questa danza sul nucleare iraniano, andata avanti per dodici anni?
L’Iran sospetta che nonostante l’accordo, i Repubblicani si rifiuteranno di cancellare le sanzioni. E così l’obiettivo principale delle autorità iraniane è che le sanzioni non siano sotto il controllo del Congresso: questa sarebbe una tragedia. Vedremo se questo punto ci sarà nel testo definitivo. La mia sensazione è che tutto il negoziato sul nucleare sia una farsa. Non c’è nessun motivo per cui l’Iran non possa avere un programma nucleare secondo il Trattato di non proliferazione (Tnp) che ha sottoscritto.
Perché parla di farsa in riferimento ai colloqui sul nucleare?
Gli Stati uniti e i suoi alleati affermano che la comunità internazionale ha chiesto all’Iran di fare delle concessioni per arrivare a un’intesa. Ma i Paesi non allineati, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale, hanno sempre sostenuto gli sforzi nucleari iraniani. Eppure la propaganda occidentale è uno strumento potente, per questo è andata avanti per tanto tempo questa farsa.
La soluzione della controversia potrebbe disinnescare il settarismo che infiamma il Medio Oriente?
La questione centrale è che gli stati sunniti sono i principali alleati degli Stati uniti. Gli amici degli Usa sono i fondamentalisti più estremisti e vogliono dominare la regione. L’Iran è un grande paese, e come la Cina, aspetta per avere un’influenza nella regione. Ma l’Arabia Saudita non vuole mai e poi mai un antagonista, un deterrente. Anche se l’Iran avesse l’atomica, quale sarebbe la preoccupazione per gli Stati uniti? Si tratterebbe solamente di un deterrente. Nessuno pensa che mai e poi mai l’Iran potrà fare uso dell’arma nucleare, perché il paese sarebbe vaporizzato all’istante e gli ayatollah di certo non vogliono suicidarsi. Un Iran con il nucleare sarebbe solo un deterrente contro l’aggressività di Israele nella regione. È questo che gli Stati uniti non vogliono.
Ma Netanyahu non passa giorno che non gridi contro l’intesa con l’Iran e ora la respinge?
Israele persegue una politica sistematica di conquista di tutto quello che vuole per integrarlo nella Grande Israele in violazione dei trattati di Oslo. Gaza è devastata. Queste politiche sono appoggiate dagli Stati uniti e, se continueranno a sostenere Israele, non cambieranno mai. In queste settimane, tutta la stampa mainstream Usa ha pubblicato articoli in cui si chiedeva agli Stati uniti di attaccare l’Iran. Perché la stampa iraniana non fa lo stesso? Il presupposto occidentale è l’imperialismo. In nome di questo principio all’Occidente tutto è permesso.
Esistono due posizioni opposte tra Repubblicani e l’amministrazione Obama nei conflitti in Medio oriente?
I Repubblicani sono un partito fascista. Lo stesso Barack Obama è terribile ma meno dei Repubblicani. Il principale errore di Obama però è la sua campagna con i droni. Se l’Iran facesse lo stesso contro gli ufficiali citati negli articoli della stampa Usa, come reagirebbero gli Stati uniti? La guerra dei droni è la più grande operazione terroristica mai esistita: programmata per uccidere chiunque sia sospettato di poterci danneggiare. Le operazioni con droni in Pakistan faranno crescere il numero dei jihadisti. Quando hanno iniziato, al-Qaeda era solo nelle zone tribali di Afghanistan e Pakistan ora è in tutto il mondo. Ma di questo non si può parlare nei media occidentali.
Crede che bisogna temere l’avanzata degli Houthi in Yemen?
In Yemen è vero che l’Iran dà sostegno agli Houthi, lo stesso fa l’Arabia Saudita con i suoi, sebbene alla fine si tratti di un conflitto interno. Nella propaganda occidentale però se gli Stati uniti sostengono una forza quella è legittima. In Iraq, l’Iran sostiene il governo eletto. I consiglieri iraniani formano la classe dirigente irachena e sono protagonisti delle principali battaglie nel paese. Il governo iracheno ha chiesto l’aiuto iraniano e ringrazia le sue autorità. Ma gli Stati uniti condannano l’influenza iraniana in Iraq: è davvero comico.
Crede che questo atteggiamento occidentale alimenti il terrorismo dello Stato islamico?
Lo Stato islamico è una mostruosità, ma non è niente di più che una società off-shore dell’Arabia Saudita che propaga una versione estremista, wahabita, dell’Islam. Da Riad arrivano tonnellate di soldi e l’ideologia per diffondere il fondamentalismo nel mondo arabo. Certo a questo punto neppure ai sauditi piace quello che hanno creato. Questa è la conseguenza diretta dei devastanti attacchi degli Stati uniti in Iraq del 2003 e degli attacchi della Nato in Libia del 2011 che hanno esasperato il conflitto sunniti-sciiti diffondendolo in tutta la regione. In Libia questo ha comportato l’incremento del numero di milizie e una quantità di armi senza precedenti che provengono da Africa e Medio oriente. I bombardamenti della Nato hanno fatto aumentare il numero delle vittime di dieci volte, hanno distrutto la Libia. In Yemen ora Arabia Saudita ed Emirati stanno uccidendo una grande quantità di persone nei campi profughi. Ma anche questa guerra è destinata a fallire e non può comportare altro che la diffusione del jihadismo.
Pochi mesi fa non parlavamo di terrorismo ma di «primavere». Esiste un rapporto tra i movimenti sociali europei e le rivolte in Medio Oriente?
Ci sono delle similitudini. Il maggior esempio del passato è l’America latina: completamente sotto il controllo degli Stati uniti che imponevano dittatori dappertutto. Ora il Sud America è abbastanza libero dal controllo straniero. Questo è uno sviluppo di grande importanza. Molti politici latino-americani sono legati ai partiti Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Combattono tutti la stessa battaglia contro il neo-liberismo. Ma la reazione tedesca alla vittoria di Tsipras in Grecia è selvaggia, ipocrita. Nel 1953 l’Europa concesse alla Germania di tagliare gli interessi sul debito. Ma ora impone misure repressive alla Grecia dopo che Berlino l’ha devastata nella seconda guerra mondiale.
Mentre i movimenti in Medio Oriente sono finiti con il ritorno dei dittatori, come il presidente egiziano al-Sisi?
Stati uniti ed Europa hanno sostenuto i più brutali dittatori in tutto il mondo. In questo momento in Egitto si vivono i giorni più bui della sua storia moderna. Questo è l’imperialismo tradizionale, il potere della propaganda non è cambiato. I giornali in Europa lo descrivono come un modello nonostante sia un assassino brutale, un dittatore duro che ha represso la popolare organizzazione dei Fratelli musulmani mentre nel Sinai si continua a consumare una guerra.
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