Palazzo Chigi spiega perché bisogna fare la linea Torino-Lione con domande e risposte. Peccato che non siano quelle che interessano il largo pubblico.
Guglielmo Ragozzino (il Manifesto)
Palazzo Chigi ha enunciato i 14 punti per spiegare «le ragioni del fare» a proposito della linea Tav Torino-Lione. La forma è quella delle risposte a 14 domande. Senza polemica, vorremmo notare che le domande, pur interessanti, non sono quelle giuste che interessano sul serio il largo pubblico coinvolto nei problemi del Tav, fuori dalla Valle Susa. In Valle, come è noto, si conoscono a menadito le domande appropriate e le relative risposte.
Vorremmo attirare l'attenzione del pubblico su alcuni punti significativi.
Qual è il costo?
Se lo chiede Palazzo Chigi alla domanda numero 2. La risposta butta là delle cifre che non vale la pena di ripetere e poi spiega che «il progetto preliminare è stato approvato dal Cipe (governo)... si prevede di realizzare l'opera per fasi: prima il tunnel di base e gli interventi di adeguamento del nodo di Torino e solo in una seconda fase, qualora le dinamiche del traffico dovessero evidenziarne l'effettiva necessità, la tratta in bassa Valle di Susa (Bussoleno-Avigliana)....». Gli estensori avranno pensato di mostrare tutta la saggezza dell'intervento. Invece essi prefigurano un tunnel scavato e abbandonato, senza neppure i binari, oppure con i binari arrugginiti. Molte costruzioni, recenti e meno recenti, sono i resti delle grandi opere fallite. Il fatto che la seconda fase, nelle parole del governo, è per lo meno incerta, lascia molti dubbi sul buon senso effettivo di un intervento che appare aleatorio e ne sostituisce altri veramente utili.
L'opera è stata concertata con il territorio?
È la domanda 5: Il punto principale della risposta è che «nel giugno 2007 a seguito di specifiche richieste del territorio...» è stato abbandonato il tracciato a sinistra della Dora. Come dire: meno male che la Valle si è opposta, compresi gli scontri del 2005, l'assemblea detta del Grande Cortile e il resto. Il movimento ha evitato gravi errori, forse irrimediabili. Naturalmente d'ora in poi - assicura Palazzo Chigi - abbiamo ragione noi.
Quali saranno i principali vantaggi della Torino Lione una volta realizzata?
Il punto 6 risponde alla domanda delle domande. Da un lato si promette di dimezzare i tempi di percorrenza tra Torino e Chambery da 152 minuti a 73. Niente male, sono 79 minuti. Ma si aggiunge che i tempi di viaggio tra Milano e Parigi passano da 7 a 4 ore. Questo è magnifico, ma incomprensibile. Quale magia trasforma, sulla stessa linea, senza modifiche, un vantaggio di 79 minuti in uno di 180? Dev'essere una questione di gestione dello spread ferroviario che solo pochi eletti capiscono.
C'era davvero bisogno della nuova linea Torino Lione, visto il calo del traffico sulla direttrice storica del Frejus?
Siamo arrivati alla domanda n. 8. «I flussi d'interscambio Italia-Francia nel quadrante ovest (da Ventimiglia al Monte Bianco sono costanti...» fra 38 e 40 milioni di tonnellate. Superano di un 10% quello verso la Svizzera, ma mentre quest'ultimo è per il 63% su rotaia, quello analogo italo-francese arriva soltanto al 7%. L'idea del governo, forse un po' tardiva, è quella di migliorare questo risultato. Se le scelte del governo andassero a segno tutte e senza ritardi, sarebbe verso il 2025 che potrebbe cominciare il cambiamento. Fino a quel momento si potrebbe accettare il traffico attuale dei tir su strada, oppure potenziare la linea esistente, rendendola, con una spesa assai minore, e in tempi assai più brevi, percorribile dal traffico merci, con vantaggi ambientali sicuri e miglioramento forte della percentuale.
Il progetto ha una sostenibilità energetica? Ed una sostenibilità ambientale?
Sono i quesiti 10 e 11. È previsto che «a vita intera» la linea consentirà un risparmio di emissioni di gas serra di 3 milioni di tonnellate equivalenti di CO2. «Con questi dati si può prevedere un bilancio del carbonio positivo già dopo 23 anni dall'inizio dei lavori». E prima dei 23 anni che aggravio di CO2 vi sarà? E nel caso, probabile, di ritardi?
Quali sono gli aspetti geologici più importanti?
La dodicesima è una domanda cruciale. La risposta lascia effettivamente qualche dubbio. «Infine da un approfondimento delle problematiche dell'amianto, risulta che le rocce possono avere una presenza sporadica con una quantità massima stimata intorno al 15%». Seguono vari accorgimenti: monitoraggi del fronte di scavo da parte del geologo e all'interno e all'imbocco della galleria; osservazione in continuo del materiale scavato; una sua compartimentazione e specifiche misure di protezione dei lavoratori. E scusate se è poco per l'amianto sporadico.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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9.3.12
14.7.11
Beni comuni in vendita
Guglielmo Ragozzino, il manifesto
La manovra in parlamento sarà immediata; questo è il momento delle decisioni irrevocabili, come si diceva una volta. Sotto le bombe - Moody's e compagni che tirano alle banche italiane mentre è Giulio Tremonti, alle spalle dell'onorevole Milanese, l'anatra zoppa - si è formata da noi un'Unione sacra che solo la misurata retorica del presidente chiama «coesione». L'opposizione si è liquefatta, affidandosi a una di quelle parole dal suono magico: tregua.
«Ecco come arrivare al pareggio subito». Il Sole 24Ore (Roberto Perotti e Luigi Zingales) ha titolato così un editoriale dal soave occhiello: «Decalogo draconiano». Confindustria e governo vi hanno attinto largamente, o forse lo hanno largamente ispirato. Se al primo punto del decalogo sono indicate le privatizzazioni delle imprese pubbliche rimaste, o per meglio dire la vendita dei pacchetti azionari detenuti in nome del Tesoro dalla Cassa dei depositi e prestiti; se al secondo compare l'eliminazione delle Fondazioni bancarie, è il terzo che conta davvero. Vi è intimata la privatizzazione delle municipalizzate, le imprese che gestiscono nelle città i trasporti, l'acqua, l'elettricità, i rifiuti. Tremonti lo ribadisce ai banchieri riuniti in assemblea, escludendo il caso dell'acqua, ormai protetta dal risultato referendario del mese scorso. Sostiene Tremonti: gli enti locali saranno spinti a vendere «attraverso un sistema di incentivi e disincentivi». Detto altrimenti, chi si adegua e vende i beni comunali riceverà i contributi dello stato, che mancheranno invece ai sindaci riottosi.
E' facile notare che un simile comando è tipico di uno stato centralista che vuole eliminare ogni forma di autonomia locale. La misura riporta l'intero quadro politico indietro di decine di anni, agli albori della prima repubblica, con buona pace del federalismo proclamato ogni due giorni. Un secondo aspetto è che lo stato centrale - il governo di concerto con l'opposizione - in questo modo di fatto s'impadronisce di beni e attività che non sono suoi, privandone i comuni e gli abitanti. Sono beni comuni che lo stato, con il ricatto, costringe a vendere, per contenere i propri debiti, impietosire la finanza internazionale e mostrare la propria modernità.
Inoltre la cessione di attività decisive come i trasporti urbani mette le città alla mercé dei fondi e delle banche che hanno anticipato i mutui necessari agli investimenti. Infine, chi garantirà il servizio già pubblico? Se il fondo straniero, nuovo proprietario della rete tranviaria, dovrà scegliere tra maggiori profitti e migliori vetture, come si comporterà? Siamo sicuri della continuazione del servizio notturno? Chi avrà davvero la forza di imporre regole al nuovo proprietario, potente, di nazionalità indefinita, che opporrà sempre i diritti superiori del capitale?
I giorni dell'attacco finanziario all'Italia sono ormai alle spalle. Qualcuno è convinto che il paese abbia retto, tanto che l'attacco è stato respinto. A ben vedere la finanza internazionale ha inferto un colpo alla straordinaria Italia dei referendum. Primo paese del capitalismo avanzato, l'Italia si era mostrata capace di ribellarsi e di scegliere la via dei beni comuni, della democrazia partecipata, del rifiuto al nucleare. Era un colpo intollerabile per coloro che si considerano i padroni del mondo: andava subito cancellato. Occorreva un segnale forte, valido per tutti, in Europa e fuori: nessuna libertà a chi si oppone. Il segnale è arrivato: i beni comuni delle città italiane sono in vendita.
La manovra in parlamento sarà immediata; questo è il momento delle decisioni irrevocabili, come si diceva una volta. Sotto le bombe - Moody's e compagni che tirano alle banche italiane mentre è Giulio Tremonti, alle spalle dell'onorevole Milanese, l'anatra zoppa - si è formata da noi un'Unione sacra che solo la misurata retorica del presidente chiama «coesione». L'opposizione si è liquefatta, affidandosi a una di quelle parole dal suono magico: tregua.
«Ecco come arrivare al pareggio subito». Il Sole 24Ore (Roberto Perotti e Luigi Zingales) ha titolato così un editoriale dal soave occhiello: «Decalogo draconiano». Confindustria e governo vi hanno attinto largamente, o forse lo hanno largamente ispirato. Se al primo punto del decalogo sono indicate le privatizzazioni delle imprese pubbliche rimaste, o per meglio dire la vendita dei pacchetti azionari detenuti in nome del Tesoro dalla Cassa dei depositi e prestiti; se al secondo compare l'eliminazione delle Fondazioni bancarie, è il terzo che conta davvero. Vi è intimata la privatizzazione delle municipalizzate, le imprese che gestiscono nelle città i trasporti, l'acqua, l'elettricità, i rifiuti. Tremonti lo ribadisce ai banchieri riuniti in assemblea, escludendo il caso dell'acqua, ormai protetta dal risultato referendario del mese scorso. Sostiene Tremonti: gli enti locali saranno spinti a vendere «attraverso un sistema di incentivi e disincentivi». Detto altrimenti, chi si adegua e vende i beni comunali riceverà i contributi dello stato, che mancheranno invece ai sindaci riottosi.
E' facile notare che un simile comando è tipico di uno stato centralista che vuole eliminare ogni forma di autonomia locale. La misura riporta l'intero quadro politico indietro di decine di anni, agli albori della prima repubblica, con buona pace del federalismo proclamato ogni due giorni. Un secondo aspetto è che lo stato centrale - il governo di concerto con l'opposizione - in questo modo di fatto s'impadronisce di beni e attività che non sono suoi, privandone i comuni e gli abitanti. Sono beni comuni che lo stato, con il ricatto, costringe a vendere, per contenere i propri debiti, impietosire la finanza internazionale e mostrare la propria modernità.
Inoltre la cessione di attività decisive come i trasporti urbani mette le città alla mercé dei fondi e delle banche che hanno anticipato i mutui necessari agli investimenti. Infine, chi garantirà il servizio già pubblico? Se il fondo straniero, nuovo proprietario della rete tranviaria, dovrà scegliere tra maggiori profitti e migliori vetture, come si comporterà? Siamo sicuri della continuazione del servizio notturno? Chi avrà davvero la forza di imporre regole al nuovo proprietario, potente, di nazionalità indefinita, che opporrà sempre i diritti superiori del capitale?
I giorni dell'attacco finanziario all'Italia sono ormai alle spalle. Qualcuno è convinto che il paese abbia retto, tanto che l'attacco è stato respinto. A ben vedere la finanza internazionale ha inferto un colpo alla straordinaria Italia dei referendum. Primo paese del capitalismo avanzato, l'Italia si era mostrata capace di ribellarsi e di scegliere la via dei beni comuni, della democrazia partecipata, del rifiuto al nucleare. Era un colpo intollerabile per coloro che si considerano i padroni del mondo: andava subito cancellato. Occorreva un segnale forte, valido per tutti, in Europa e fuori: nessuna libertà a chi si oppone. Il segnale è arrivato: i beni comuni delle città italiane sono in vendita.
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