I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
Visualizzazione post con etichetta WikiLeaks. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta WikiLeaks. Mostra tutti i post
18.12.10
Hacker di tutto il mondo unitevi
Così la politica 2.0 sfida il potere
Da WikiLeaks a Piratebay cresce in nome della libertà d'informazione il popolo dei radicali online. Ma tra siti sabotati e beffe telematiche è davvero iniziata la cyberguerra?
di GABRIELE ROMAGNOLI
Va bene: Mark Zuckerberg è il personaggio dell'anno, Julian Assange quello del momento, l'informazione è soltanto su Internet, la rivoluzione si fa via Twitter, il social network è vivo, il political network lotta insieme a noi. Stop. Reload. È davvero così? Siamo alle soglie di una trasformazione epocale? All'annuncio della politica 2.0 come forma dilagante e presto unica di aggregazione, motivazione e infine di affermazione?
Ci sono indizi. E dubbi. Sono successe cose. E altre sono state solo immaginate (e si sa che l'immaginazione non è un territorio della politica). Ci sono autorevoli paladini della teoria. E altrettanto autorevoli avversari. Perfino i primi pentiti, voltagabbana o come volete chiamarli. Autorevoli pure quelli. Bisogna quindi procedere con ordine.
Anzitutto, spegnere gli abbaglianti. Intesi come quei fari per le allodole da cui il mondo mediatico si lascia accecare. La soggezione dell'informazione tradizionale rispetto a quella via Internet, a tutto ciò che circola in Internet, è imbarazzante, soprattutto negli effetti. La demonizzazione della realtà virtuale ha un solo gradino più basso: la sua idealizzazione. "Ha conosciuto l'assassino su Facebook!!!" fa il paio con "Liberata da una petizione online!!!". La stessa frenesia con cui si sono dragate le conseguenze dei social network si applica ora al cosiddetto political network. Già si è appurato che non è esistita una rivoluzione via Twitter in Iran o in Moldavia (a essere precisi,
non è proprio successa una rivoluzione, ma questo è un dettaglio). Non significa che non ci siano molti segnali del possibile. E che non siano globali.
Molto spesso vengono messi in un calderone, perché più sono gli ingredienti e più è probabile che qualcosa cuocia. Ecco allora la blogger cubana e quello cinese come esempi di resistenza che, bloccata nelle forme tradizionali e negli spazi di realtà, si afferma con i nuovi media e le vie del virtuale, riprecipitando laddove era stata bandita. Ecco il partito dei pirati in Svezia, il movimento che denuncia i brogli elettorali in Kenya. E WikiLeaks, ovviamente. E Anonymous, la piattaforma non delineata da cui è stata lanciata l'operazione Payvabck, la ritorsione contro i siti delle aziende che avevano tagliato fuori la "banda Assange". Il Courrier international ha sancito che "La cyberguerra è cominciata". Ma si tratta di realtà molto diverse, che non sono accomunabili e neppure lo vorrebbero, ma a cui viene riconosciuta una parentela.
L'Observer li ha messi insieme sotto l'etichetta di "radicali del web". Fin dalla partenza è evidente il pregiudizio, l'inestirpabile concezione della stampa tradizionale: chi agisce in quell'altrove è un hacker, un elemento dalla sessualità ambigua, dal pensiero liquido, anche a causa di agenti allucinogeni, probabilmente. Ma è vero: esiste una piattaforma mobile che si muove su Internet. Che cosa fa? Politica? In un certo senso. Quale? Fa opposizione. Denuda il re e qualche volta anche il giullare del re. Usa il mezzo per entrare nel sistema. Azzera il tempo. Ci abbiamo messo trent'anni per leggere sui nastri della Casa Bianca quel che il presidente Richard Nixon pensava degli italiani ("Non hanno la testa avvitata sul collo"). Con WikiLeaks sarebbero passati sì e no trenta giorni. Si disseminano le informazioni e le informazioni sono potere. Ma chi le raccoglie, chi le indirizza? Esiste davvero una forma di aggregazione nel web che faccia da base per un futuro politico diverso?
Questo è il dubbio. Già il social network crea uno pseudo rapporto. Hai davvero 1.000 amici se li hai su Facebook? Allo stesso modo: c'è vera adesione su Internet? La facilità del "contatto", della "partecipazione" non li rende altro da sé, pallide ombre? Faccio spesso questo esempio: prendete un qualsiasi sondaggio sul web, anche uno di quelli pubblicati dal sito di questo giornale. Tipo: quale priorità dovrebbe avere un prossimo governo? La legge elettorale, la riforma delle pensioni, le privatizzazioni, non so? Ecco: circa un 5% ogni volta vota "non so". Non è gente colta alla sprovvista per strada da un intervistatore tv, è pubblico avvertito, che naviga, che ha cliccato su quel particolare sondaggio, lo ha scelto per poter dire: non so. Più facile è intervenire più tutti lo fanno, anche per dire nulla.
I blog, i forum, sono diventati quasi supplichevoli: DI' LA TUA! Ma è questo digitare un qualsiasi parere la base di un reale intervento sulla scena politica? La fatica di una lettera è superiore a quella di una email, andare in piazza a protestare enormemente più sfiancante che battere qualche tasto. Ma nulla accade veramente se dal web non precipita là fuori. Si sono create nuove figure guida della decostruzione è vero, ma anche quelle lasciano dubbi. Il blogger più globalmente riconosciuto d'Italia è Beppe Grillo, ha anche organizzato manifestazioni e fatto eleggere rappresentanti, forse prepara un'autentica discesa in campo. Ma finora la sua forza è solo critica, è solo "vaffa" e "dagli allo psiconano". È la forza della denuncia, legittima e sacrosanta, tanto più quando attacca banche e società, che l'opposizione politica mai nomina, ma non lascia intravedere costruzioni alternative. L'aggregazione avviene in negativo, mai in positivo. Anche per Assange e WikiLeaks vale lo stesso limite: denudare il re può essere un primo passo, ma qual è il sistema alternativo a questa zozza monarchia? Per non chiedersi: Assange sopravviverebbe al "wikileaking" di se stesso?
Ci sono pensatori come Malcolm Gladwell, sempre alla ricerca dei "punti di svolta" della storia, che negano sia ancora arrivato quello in cui il web reinventa l'attivismo sociale. Ha scritto sul New Yorker che si corre il rischio di confondere gli strumenti con le idee e, soprattutto, che nessun movimento può progredire senza una gerarchia. Il network, per sua definizione, non ce l'ha. Basta leggere il documento redatto da "Anonymous". Rifiuta addirittura la definizione di "gruppo", è soltanto un "incontro" di "cittadini medi Internet", dove Internet è inteso come luogo transnazionale che accoglie questa massa fluida senza nome né volto, aggregata intorno a un singolo progetto. Ecco il punto: come si può determinare una strategia se non c'è un processo decisionale? Fa notare Gladwell, anche provocatoriamente se si vuole, che "Al Qaeda è diventata meno efficace da quando si è slabbrata la struttura gerarchica". E Al Qaeda è fluida, è un metodo, ma almeno ha degli obiettivi comuni precisati e concordati alla base.
Il political network non li ha ancora individuati se non in quel ripetuto processo di smascheramento di un potere che, siamo onesti, conosciamo già nella sua nefandezza senza bisogno di vederlo in faccia. Non avevamo bisogno del rilascio dei nastri per sapere che a Nixon facevano ribrezzo gli ebrei (se non lo finanziavano), né di WikiLeaks per convincerci che Gheddafi è disturbato. Aumenta la sfera di libertà, si dice. Jaron Lanier, pioniere della libertà virtuale, scrive che "il web è stato inondato da una fiumana di tecnologie, dietro cui c'è un'ideologia che promuove una libertà radicale, ma paradossalmente si tratta di una libertà riservata più alle macchine che alle persone". E Tom Steinberg, fondatore di "My Society" ammette: "Se dovessi fare una campagna elettorale e avessi cento da spendere lo investirei tutto in tv e volantini. Internet non serve a far cambiare idea alla gente, ma solo a rafforzarla in quel che già pensa e a farle fare qualcosa per realizzarlo, tipo finanziare un candidato". È quel che ha fatto Obama sul web: non ha convinto nessun incerto o ex repubblicano, ma si è fatto dare soldi da chi era convinto democratico. Conscio che alla fine in democrazia non vince il migliore, ma il più ricco. Anche grazie al web. E questa per ora è la sola rivoluzione possibile via Internet: finanziare l'alternativa, foss'anche un tranquillo signore con idee moderate vestite di nuovo come era ed è Barack Obama.
Etichette:
Assange,
La Repubblica,
Piratebay,
Romagnoli,
web 2.0,
WikiLeaks,
Zuckerberg
11.12.10
Why WikiLeaks Is Good for America
By Evan Hansen (Editor-in-Chief of Wired.com)
A truly free press — one unfettered by concerns of nationalism — is apparently a terrifying problem for elected governments and tyrannies alike.
It shouldn’t be.
In the past week, after publishing secret U.S. diplomatic cables, secret-spilling site WikiLeaks has been hit with denial-of-service attacks on its servers by unknown parties; its backup hosting provider, Amazon, booted WikiLeaks off its hosting service; and PayPal has suspended its donation-collecting account, damaging WikiLeaks’ ability to raise funds. MasterCard announced Monday it was blocking credit card payments to WikiLeaks, saying the site was engaged in illegal activities, despite the fact it has never been charged with a crime.
Meanwhile, U.S. politicians have ramped up the rhetoric against the nonprofit, calling for the arrest and prosecution and even assassination of its most visible spokesman, Julian Assange. Questions about whether current laws are adequate to prosecute him have prompted lawmakers to propose amending the espionage statute to bring Assange to heel or even to declare WikiLeaks a terrorist organization.
WikiLeaks is not perfect, and we have highlighted many of its shortcomings on this website. Nevertheless, it’s time to make a clear statement about the value of the site and take sides:
WikiLeaks stands to improve our democracy, not weaken it.
The greatest threat we face right now from WikiLeaks is not the information it has spilled and may spill in the future, but the reactionary response to it that’s building in the United States that promises to repudiate the rule of law and our free speech traditions, if left unchecked.
Secrecy is routinely posited as a critical component for effective governance, a premise that’s so widely accepted that even some journalists, whose job is to reveal the secret workings of governments, have declared WikiLeaks’ efforts to be out of bounds.
Transparency, and its value, look very different inside the corridors of power than outside. On the campaign trail, Barack Obama vowed to roll back the secrecy apparatus that had been dramatically expanded under his predecessor, but his administration has largely abandoned those promises and instead doubled-down on secrecy.
One of the core complaints against WikiLeaks is a lack of accountability. It has set up shop in multiple countries with liberal press protections in an apparent bid to stand above the law. It owes allegiance to no one government, and its interests do not align neatly with authorities’. Compare this, for example, to what happened when the U.S. government pressured The New York Times in 2004 to drop its story about warrantless wiretapping on grounds that it would harm national security. The paper withheld the story for a year-and-a-half.
WikiLeaks’ role is not the same as the press’, since it does not always endeavor to vet information prior to publication. But it operates within what one might call the media ecosystem, feeding publications with original documents that are found nowhere else and insulating them against pressures from governments seeking to suppress information.
Instead of encouraging online service providers to blacklist sites and writing new espionage laws that would further criminalize the publication of government secrets, we should regard WikiLeaks as subject to the same first amendment rights that protect The New York Times. And as a society, we should embrace the site as an expression of the fundamental freedom that is at the core of our Bill of Rights, not react like Chinese corporations that are happy to censor information on behalf of their government to curry favor.
WikiLeaks does not automatically bring radical transparency in its wake. Sites like WikiLeaks work because sources, more often than not pricked by conscience, come forward with information in the public interest. WikiLeaks is a distributor of this information, if an extraordinarily prolific one. It helps guarantee the information won’t be hidden by editors and publishers who are afraid of lawsuits or the government.
WikiLeaks has beaten back the attacks against it with the help of hundreds of mirror sites that will keep its content available, despite the best efforts of opponents. Blocking WikiLeaks, even if it were possible, could never be effective.
A government’s best and only defense against damaging spills is to act justly and fairly. By seeking to quell WikiLeaks, its U.S. political opponents are only priming the pump for more embarrassing revelations down the road.
A truly free press — one unfettered by concerns of nationalism — is apparently a terrifying problem for elected governments and tyrannies alike.
It shouldn’t be.
In the past week, after publishing secret U.S. diplomatic cables, secret-spilling site WikiLeaks has been hit with denial-of-service attacks on its servers by unknown parties; its backup hosting provider, Amazon, booted WikiLeaks off its hosting service; and PayPal has suspended its donation-collecting account, damaging WikiLeaks’ ability to raise funds. MasterCard announced Monday it was blocking credit card payments to WikiLeaks, saying the site was engaged in illegal activities, despite the fact it has never been charged with a crime.
Meanwhile, U.S. politicians have ramped up the rhetoric against the nonprofit, calling for the arrest and prosecution and even assassination of its most visible spokesman, Julian Assange. Questions about whether current laws are adequate to prosecute him have prompted lawmakers to propose amending the espionage statute to bring Assange to heel or even to declare WikiLeaks a terrorist organization.
WikiLeaks is not perfect, and we have highlighted many of its shortcomings on this website. Nevertheless, it’s time to make a clear statement about the value of the site and take sides:
WikiLeaks stands to improve our democracy, not weaken it.
The greatest threat we face right now from WikiLeaks is not the information it has spilled and may spill in the future, but the reactionary response to it that’s building in the United States that promises to repudiate the rule of law and our free speech traditions, if left unchecked.
Secrecy is routinely posited as a critical component for effective governance, a premise that’s so widely accepted that even some journalists, whose job is to reveal the secret workings of governments, have declared WikiLeaks’ efforts to be out of bounds.
Transparency, and its value, look very different inside the corridors of power than outside. On the campaign trail, Barack Obama vowed to roll back the secrecy apparatus that had been dramatically expanded under his predecessor, but his administration has largely abandoned those promises and instead doubled-down on secrecy.
One of the core complaints against WikiLeaks is a lack of accountability. It has set up shop in multiple countries with liberal press protections in an apparent bid to stand above the law. It owes allegiance to no one government, and its interests do not align neatly with authorities’. Compare this, for example, to what happened when the U.S. government pressured The New York Times in 2004 to drop its story about warrantless wiretapping on grounds that it would harm national security. The paper withheld the story for a year-and-a-half.
WikiLeaks’ role is not the same as the press’, since it does not always endeavor to vet information prior to publication. But it operates within what one might call the media ecosystem, feeding publications with original documents that are found nowhere else and insulating them against pressures from governments seeking to suppress information.
Instead of encouraging online service providers to blacklist sites and writing new espionage laws that would further criminalize the publication of government secrets, we should regard WikiLeaks as subject to the same first amendment rights that protect The New York Times. And as a society, we should embrace the site as an expression of the fundamental freedom that is at the core of our Bill of Rights, not react like Chinese corporations that are happy to censor information on behalf of their government to curry favor.
WikiLeaks does not automatically bring radical transparency in its wake. Sites like WikiLeaks work because sources, more often than not pricked by conscience, come forward with information in the public interest. WikiLeaks is a distributor of this information, if an extraordinarily prolific one. It helps guarantee the information won’t be hidden by editors and publishers who are afraid of lawsuits or the government.
WikiLeaks has beaten back the attacks against it with the help of hundreds of mirror sites that will keep its content available, despite the best efforts of opponents. Blocking WikiLeaks, even if it were possible, could never be effective.
A government’s best and only defense against damaging spills is to act justly and fairly. By seeking to quell WikiLeaks, its U.S. political opponents are only priming the pump for more embarrassing revelations down the road.
7.12.10
De Kerckhove e WikiLeaks "Assange, artista del Web"
intervista di EUGENIO OCCORSIO (La Repubblica)
«È un momento epocale nel passaggio verso la democrazia della trasparenza. Assange è un artista». Un artista? «Sì, perché come i grandi maestri rinascimentali ha saputo imprimere il suo marchio a un’epoca, alla nuova rivoluzione sociale: ha scosso il mondo dal conformismo utile ai potenti». Derrick de Kerckhove, il più prestigioso massmediologo in circolazione, classe 1944, irrompe con l’entusiasmo di un ragazzino nell’aula magna della Fiera del Levante, sciarpona rossa al collo, capelli bianchi al vento, gli occhi azzurrissimi più guizzanti che mai. De Kerckhove parla a valanga un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano, e ora ci mette anche il tedesco: «Mi sento uno schlaues kopfchen, una testa che gira a mille. Momenti come questo mi danno la spinta, una scossa di adrenalina, mi rimettono in circolo l’energia per intraprendere un sacco di ricerche e di iniziative». Sta per tenere una conferenza su "Potere e sfera pubblica nell’era delle reti" che sarà, neanche a dirlo, applauditissima da un pubblico di ragazzi allegri e grintosi come lui.
Professore, il suo entusiasmo è comprensibile ma lo sa che Assange è un ricercato internazionale, sospettato di servire una Cia dentro la Cia o chissà quale altra potenza, e che tutti si chiedono da chi sia finanziato e manipolato anche perché di trasparenza, proprio il suo vessillo, ne garantisce assai poca?
«A costo di sembrare ingenuo, invece credo a quel che leggo, cioè che Assange e i suoi proseliti abbiano dato vita a una fondazione nonprofit, si siano autofinanziati per tirar fuori dai computer del Dipartimento di Stato quei file, e che lo abbiano fatto per gusto di sfida, per amore della democrazia e magari perché ce l’hanno con l’America. Dobbiamo dargli torto?»
Veda un po’ lei...
«L’America è diventata il tempio del conformismo. Io sono stato ricercatore per due anni a Washington alla Library of Congress dopo l’11 settembre, e quando insinuavo qualche dubbio, per esempio mostravo studi scientifici che dimostravano che era impossibile far crollare le torri "solo" con gli aerei senza cariche esplosive alla base, o rilevavo timidamente che solo l’aereo della famiglia Bin Laden aveva potuto uscire dagli Stati Uniti quando lo spazio aereo venne chiuso, venivo guardato come un marziano, la gente cambiava marciapiede».
Ma proprio quest’odio antiamericano non potrebbe averlo indotto a confezionare un gigantesco falso?
«Tutto questo un hoax, un bidone? Allora Assange è ancora più artista. No, secondo me i file sono veri. Non sto dicendo che siano vere le cose che contengono, anzi: che Abu Mazen fosse stato messo al corrente dell’intenzione israeliana di bombardare Gaza nel 2008 lo hanno smentito i palestinesi, che la Corea del Nord condividesse la potenza nucleare con l’Iran lo ha smentito Ahmadinejad, che l’ordine di spiare Ban Kimoon l’avesse dato la Clinton l’ha smentito la Cia che ha detto: macché, era un’idea nostra. Eppure, nella testa dei diplomatici americani queste idee hanno circolato, ed è una giusta operazione di trasparenza far sapere al mondo che persone così importanti erano convinte di tutte queste fesserie. Lo dissero con singolare concomitanza nel 1918 il presidente americano Woodrow Wilson e il neoministro degli Esteri sovietico Lev Trozki: finché ci sarà la diplomazia segreta non ci sarà la democrazia. Finalmente, forse, quasi un secolo dopo ci siamo».
Assange sostiene di essere in pericolo di vita…
«Ma no, che senso avrebbe ucciderlo? Certo, colpirebbero un simbolo, ma sarebbe come uccidere Obama».
Obama?
«Voglio dire che la rivolta popolare e anche militare contro un fatto di tale gravità sarebbe tale da vanificarne qualsiasi valenza rivoluzionaria, anarchica o di chissà che diavolo di genere. Assange potrebbe andare in prigione, questo sì, come è successo a più riprese per tanti hacker del passato, da Kevin Mitnick, il più famoso di tutti che si è fatto sei anni, a Robert Stallman, quello che salutava dicendo "happy hacking". Siamo realisti: piuttosto il vero pericolo lo sa qual è? Che tutta questa ventata di democrazia porti dietro di sé la restaurazione di un ordine che non riesco a definire altro che fascista, in cui le libertà vengono mortificate, la trasparenza annullata».
Una reazione fascista, lei dice, per mettere a tacere le tante verità scomode?
«Certo, e allora il conformismo, che oggi dilaga e che WikiLeaks cerca di superare, tornerebbe ad essere lo standard di vita. Questo è il rischio, però se questo scenario dovesse verificarsi, bisogna chiedersi cosa succederebbe ancora dopo, quale sarebbe la reazione alla reazione: bene, il passo ulteriore sarebbe una vera rivoluzione sul modello francese. Vede? Non conviene a nessuno tornare indietro. Per questo dico che la svolta di Assange è irreversibile. Poi volevo ricordare che stavolta hanno fatto il botto, ma non è certo l’unico scoop di WikiLeaks, che esiste da anni e ha rivelato la corruzione in Kenia, il doppio gioco del Pakistan, i traffici di oppio in Afghanistan, le vessazioni a Guantanamo, le torture di Abu Graib, tutte cose non smentite». Ma a parte gli aspetti politici, dal punto di vista scientifico, massmediologico, cosa le suggerisce l’esperienza WikiLeaks?
«Beh, è sicuramente un trionfo di Internet e della natura di trasparenza che ha insita. Una forza tale da contrapporsi ormai a quella dei governi o delle grandi banche, tutte entità che risultano infatti spiazzate di fronte a un’operazione mediatica come questa. Certo, serve la maturità delle popolazioni perché non prendano per oro colato tutto quello che va in rete, e qui resta fondamentale il ruolo dei giornali che riordinano le notizie, le gerarchizzano, evitano che si trasformino in micce accese. Però l’interesse con cui questa storia è stata presa dall’opinione pubblica indica che c’è un desiderio inespresso di verità, o almeno di spiegazioni, quali sono sistematicamente mancate in tutti i grandi scandali e le grandi crisi, dalle Savings & Loan alla vicenda LewinskiClinton, per non dire di tutti i casi più recenti e ben più gravi. Non vorrei ricordare ancora l’11 settembre...»
E secondo lei questa maturità c’è? Tanti parlano piuttosto di componente voyeristica, di gossip...
«Intanto c’è una componente informativa formidabile, pensi ai recenti disordini in Iran documentati solo via Twitter. Il web garantisce una trasparenza democratica contro qualsiasi abuso. Ma va preso con intelligenza. Assomiglia alla Bibbia come numero di sedicenti verità rivelate e codificate, ma come la Bibbia non dice tutte cose vere. Voyerismo? Il mio maestro McLuhan diceva: verrà il momento in cui metà del mondo sarà impegnata a spiare cosa fa l’altra metà. E non c’era ancora Internet. Capito che capacità profetica? Una certa ingenuità alla Pinocchio che guarda incuriosito il prato di monete, è insita nell’uomo e inevitabile. Diciamo che stiamo vivendo Pinocchio 2.0 e rischiamo di finire nella pancia della balena mediatica».
Proviamo a riassumere: bisogna stare attenti a non smettere di crescere, e usare costruttivamente i nuovi strumenti mediatici...
«C’è un cambiamento strutturale, antropologico, dello stesso essere umano. Un tempo si cresceva in silenzio, si studiava, ci si migliorava, come diceva Victor Hugo eravamo noi stessi "la forza che va avanti". Oggi, quello che conta è l’intelligenza connettiva, per lavorare insieme ma anche per sviluppare passioni e sentimenti, possibilmente solidali. La connettività, come dice Pierre Levy, "è un incontro sinergico dei singoli soggetti per raggiungere un obiettivo". Insomma, l’identità è la tua capacità di relazionarti in un network. Tutto cominciò con la diffusione dell’elettricità, poi arrivò il telefono, infine Internet e il cerchio si è chiuso».
Torniamo con i piedi per terra. Come finirà l’avventura di Assange?
«Sono veramente curioso, come tutto il mondo del resto, di vedere le prossime notizie sensazionali che promette, a partire da quelle sulle banche. Inutile dire che vorrei leggere qualcosa sull’11 settembre. Ma in generale, direi che l'opera di Assange segna un punto di non ritorno delle democrazie: non potrà più esistere una diplomazia segreta e incontrollata, e questo si deve a Internet. Tutto questo è utile perché il pianeta deve sviluppare qualche forma di attenzione più vigile, più mobile, accettare meno le versioni di convenienza. Per formare gli anticorpi servirebbe un antibioticobomba, ma anche queste dosi omeopatiche sono sicuramente giuste».
«È un momento epocale nel passaggio verso la democrazia della trasparenza. Assange è un artista». Un artista? «Sì, perché come i grandi maestri rinascimentali ha saputo imprimere il suo marchio a un’epoca, alla nuova rivoluzione sociale: ha scosso il mondo dal conformismo utile ai potenti». Derrick de Kerckhove, il più prestigioso massmediologo in circolazione, classe 1944, irrompe con l’entusiasmo di un ragazzino nell’aula magna della Fiera del Levante, sciarpona rossa al collo, capelli bianchi al vento, gli occhi azzurrissimi più guizzanti che mai. De Kerckhove parla a valanga un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano, e ora ci mette anche il tedesco: «Mi sento uno schlaues kopfchen, una testa che gira a mille. Momenti come questo mi danno la spinta, una scossa di adrenalina, mi rimettono in circolo l’energia per intraprendere un sacco di ricerche e di iniziative». Sta per tenere una conferenza su "Potere e sfera pubblica nell’era delle reti" che sarà, neanche a dirlo, applauditissima da un pubblico di ragazzi allegri e grintosi come lui.
Professore, il suo entusiasmo è comprensibile ma lo sa che Assange è un ricercato internazionale, sospettato di servire una Cia dentro la Cia o chissà quale altra potenza, e che tutti si chiedono da chi sia finanziato e manipolato anche perché di trasparenza, proprio il suo vessillo, ne garantisce assai poca?
«A costo di sembrare ingenuo, invece credo a quel che leggo, cioè che Assange e i suoi proseliti abbiano dato vita a una fondazione nonprofit, si siano autofinanziati per tirar fuori dai computer del Dipartimento di Stato quei file, e che lo abbiano fatto per gusto di sfida, per amore della democrazia e magari perché ce l’hanno con l’America. Dobbiamo dargli torto?»
Veda un po’ lei...
«L’America è diventata il tempio del conformismo. Io sono stato ricercatore per due anni a Washington alla Library of Congress dopo l’11 settembre, e quando insinuavo qualche dubbio, per esempio mostravo studi scientifici che dimostravano che era impossibile far crollare le torri "solo" con gli aerei senza cariche esplosive alla base, o rilevavo timidamente che solo l’aereo della famiglia Bin Laden aveva potuto uscire dagli Stati Uniti quando lo spazio aereo venne chiuso, venivo guardato come un marziano, la gente cambiava marciapiede».
Ma proprio quest’odio antiamericano non potrebbe averlo indotto a confezionare un gigantesco falso?
«Tutto questo un hoax, un bidone? Allora Assange è ancora più artista. No, secondo me i file sono veri. Non sto dicendo che siano vere le cose che contengono, anzi: che Abu Mazen fosse stato messo al corrente dell’intenzione israeliana di bombardare Gaza nel 2008 lo hanno smentito i palestinesi, che la Corea del Nord condividesse la potenza nucleare con l’Iran lo ha smentito Ahmadinejad, che l’ordine di spiare Ban Kimoon l’avesse dato la Clinton l’ha smentito la Cia che ha detto: macché, era un’idea nostra. Eppure, nella testa dei diplomatici americani queste idee hanno circolato, ed è una giusta operazione di trasparenza far sapere al mondo che persone così importanti erano convinte di tutte queste fesserie. Lo dissero con singolare concomitanza nel 1918 il presidente americano Woodrow Wilson e il neoministro degli Esteri sovietico Lev Trozki: finché ci sarà la diplomazia segreta non ci sarà la democrazia. Finalmente, forse, quasi un secolo dopo ci siamo».
Assange sostiene di essere in pericolo di vita…
«Ma no, che senso avrebbe ucciderlo? Certo, colpirebbero un simbolo, ma sarebbe come uccidere Obama».
Obama?
«Voglio dire che la rivolta popolare e anche militare contro un fatto di tale gravità sarebbe tale da vanificarne qualsiasi valenza rivoluzionaria, anarchica o di chissà che diavolo di genere. Assange potrebbe andare in prigione, questo sì, come è successo a più riprese per tanti hacker del passato, da Kevin Mitnick, il più famoso di tutti che si è fatto sei anni, a Robert Stallman, quello che salutava dicendo "happy hacking". Siamo realisti: piuttosto il vero pericolo lo sa qual è? Che tutta questa ventata di democrazia porti dietro di sé la restaurazione di un ordine che non riesco a definire altro che fascista, in cui le libertà vengono mortificate, la trasparenza annullata».
Una reazione fascista, lei dice, per mettere a tacere le tante verità scomode?
«Certo, e allora il conformismo, che oggi dilaga e che WikiLeaks cerca di superare, tornerebbe ad essere lo standard di vita. Questo è il rischio, però se questo scenario dovesse verificarsi, bisogna chiedersi cosa succederebbe ancora dopo, quale sarebbe la reazione alla reazione: bene, il passo ulteriore sarebbe una vera rivoluzione sul modello francese. Vede? Non conviene a nessuno tornare indietro. Per questo dico che la svolta di Assange è irreversibile. Poi volevo ricordare che stavolta hanno fatto il botto, ma non è certo l’unico scoop di WikiLeaks, che esiste da anni e ha rivelato la corruzione in Kenia, il doppio gioco del Pakistan, i traffici di oppio in Afghanistan, le vessazioni a Guantanamo, le torture di Abu Graib, tutte cose non smentite». Ma a parte gli aspetti politici, dal punto di vista scientifico, massmediologico, cosa le suggerisce l’esperienza WikiLeaks?
«Beh, è sicuramente un trionfo di Internet e della natura di trasparenza che ha insita. Una forza tale da contrapporsi ormai a quella dei governi o delle grandi banche, tutte entità che risultano infatti spiazzate di fronte a un’operazione mediatica come questa. Certo, serve la maturità delle popolazioni perché non prendano per oro colato tutto quello che va in rete, e qui resta fondamentale il ruolo dei giornali che riordinano le notizie, le gerarchizzano, evitano che si trasformino in micce accese. Però l’interesse con cui questa storia è stata presa dall’opinione pubblica indica che c’è un desiderio inespresso di verità, o almeno di spiegazioni, quali sono sistematicamente mancate in tutti i grandi scandali e le grandi crisi, dalle Savings & Loan alla vicenda LewinskiClinton, per non dire di tutti i casi più recenti e ben più gravi. Non vorrei ricordare ancora l’11 settembre...»
E secondo lei questa maturità c’è? Tanti parlano piuttosto di componente voyeristica, di gossip...
«Intanto c’è una componente informativa formidabile, pensi ai recenti disordini in Iran documentati solo via Twitter. Il web garantisce una trasparenza democratica contro qualsiasi abuso. Ma va preso con intelligenza. Assomiglia alla Bibbia come numero di sedicenti verità rivelate e codificate, ma come la Bibbia non dice tutte cose vere. Voyerismo? Il mio maestro McLuhan diceva: verrà il momento in cui metà del mondo sarà impegnata a spiare cosa fa l’altra metà. E non c’era ancora Internet. Capito che capacità profetica? Una certa ingenuità alla Pinocchio che guarda incuriosito il prato di monete, è insita nell’uomo e inevitabile. Diciamo che stiamo vivendo Pinocchio 2.0 e rischiamo di finire nella pancia della balena mediatica».
Proviamo a riassumere: bisogna stare attenti a non smettere di crescere, e usare costruttivamente i nuovi strumenti mediatici...
«C’è un cambiamento strutturale, antropologico, dello stesso essere umano. Un tempo si cresceva in silenzio, si studiava, ci si migliorava, come diceva Victor Hugo eravamo noi stessi "la forza che va avanti". Oggi, quello che conta è l’intelligenza connettiva, per lavorare insieme ma anche per sviluppare passioni e sentimenti, possibilmente solidali. La connettività, come dice Pierre Levy, "è un incontro sinergico dei singoli soggetti per raggiungere un obiettivo". Insomma, l’identità è la tua capacità di relazionarti in un network. Tutto cominciò con la diffusione dell’elettricità, poi arrivò il telefono, infine Internet e il cerchio si è chiuso».
Torniamo con i piedi per terra. Come finirà l’avventura di Assange?
«Sono veramente curioso, come tutto il mondo del resto, di vedere le prossime notizie sensazionali che promette, a partire da quelle sulle banche. Inutile dire che vorrei leggere qualcosa sull’11 settembre. Ma in generale, direi che l'opera di Assange segna un punto di non ritorno delle democrazie: non potrà più esistere una diplomazia segreta e incontrollata, e questo si deve a Internet. Tutto questo è utile perché il pianeta deve sviluppare qualche forma di attenzione più vigile, più mobile, accettare meno le versioni di convenienza. Per formare gli anticorpi servirebbe un antibioticobomba, ma anche queste dosi omeopatiche sono sicuramente giuste».
Iscriviti a:
Post (Atom)