Roberto Cotroneo
Tolgo qualche ora alla scrittura di un saggio dedicato alla creatività perché ho bisogno di spiegare il motivo per cui ritengo La Grande Bellezza un film magnifico. Lo faccio dopo l’assegnazione del premio Oscar al film, e lo faccio il giorno dopo averlo visto al cinema: ormai ero determinato a capire il perché buona parte del mondo intellettuale italiano, spesso sussurando tra una cena e un aperitivo, lo ritenesse un film brutto e sbagliato, o comunque in ogni caso sopravvalutato. Volevo capire perché si ripetesse come un noioso argomento che quella era l’immagine dell’Italia che piace agli americani. E volevo vedere se fosse mai vero che si trattava di una scopiazzatura di Federico Fellini, e ancora di più se poteva avere un senso un’altra delle tante cose che ho sentito sul film di Paolo Sorrentino: che era costruito per prendere l’Oscar. Come se fosse mai possibile una cosa simile.
Non avevo visto La Grande Bellezza quando uscì per molti motivi. Vado poco al cinema (spesso mi annoiano i film che si producono oggi) e non mi era piaciuto Il Divo, che avevo trovato un film sbagliato, dove il ragionamento estetico sul potere, e la figura di Andreotti, raggiungevano un paradosso che a suo tempo avevo trovato un po’ stucchevole. Insomma avevo trovato Il Divo un’idea molto bella, ma anche un’occasione persa. Per cui non mi si poteva annoverare tra i fan di Paolo Sorrentino, ma neppure tra i detrattori, visto che mi erano piaciuti molto L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore. Questo per la premessa.
Ma quando leggo in giro, e quando ascolto in giro giudizi negativi così netti mi insospettisco. Quando utilizzo l’espressione in giro intendo nell’ambiente che mi appartiene, e che conosco assai bene, forse meglio di tutti quelli che dell’ambiente fanno parte. Parlo dei giornalisti, degli scrittori, dei critici e in genere degli intellettuali italiani, che ho conosciuto uno a uno, anche se non li ho mai frequentati molto (non sono salottiero, ho da sempre delle timidezze relazionali che mi vengono da una parte di anima sabauda e provinciale che quasi 30 anni di Roma non mi hanno scrollato ancora di dosso). Così, non essendo riuscito a vedere La Grande Bellezza in televisione, sono andato al cinema. Ancora meglio: niente interruzioni pubblicitarie, concentrazione, e visione degna di quello che chiamiamo spettacolo.
Non mi aspettavo niente, ma una cosa mi balenava per la testa: eccetto Bernardo Bertolucci, non avevo sentito da nessuno parole profonde che mi accendessero una curiosità sul film. Solo banalità distaccate. Per quel poco che conosco Bertolucci non è un uomo che usa l’espressione, «è un film che ti resta dentro», a caso. Ha un uso delle parole che è quello di suo padre Attilio, un uomo meraviglioso, un grande poeta, che sorrideva sempre (a proposito degli intellettuali conosciuti, e di un’altra Italia che non esiste più).
Dopo pochi minuti de La Grande Bellezza avevo capito che mi trovavo di fronte a un film magnifico, scritto per uno spettatore colto, sofisticato, capace di entrare fino in fondo dentro un sogno che scardina tutti i luoghi comuni e le banalità che certo cinema e certo mondo intellettuale propinano da trent’anni. Solo che Sorrentino nella sua fortuna è sfortunato. In Italia non c’è più una classe culturale e giornalistica, un’intellighentia che possa capire un film del genere e apprezzarlo. Esiste solo fuori d’Italia. E infatti lo hanno premiato gli americani, ma non perché hanno visto una certa immagine dell’Italia. Questo film non è sull’Italia, ma è un film sulla religione e sulla morte, sul sesso, sul potere, sulla dissoluzione della storia. E solo Roma poteva permettere questo. L’unica città dove la storia si manifesta in strati sovrapposti, in strati di pietre che cambiano dall’età Augustea al Medioevo, dal Rinascimento al Barocco fino al periodo Umbertino e al Novecento.
Certo ci voleva coraggio a mettersi a girare un film che non è scritto secondo le regole rimbambite che insegnano in tutte le scuole di regia e sceneggiatura e che stanno mandando all’ammasso il cervello di tutte le nuove generazioni. Ci voleva coraggio a spazzare via con una mirabile battuta qualsiasi impegno politico, qualsiasi riferimento alla nostra sinistra, alla nostra destra, alla politica corrotta, e agli ideali. Jep Gambardella liquida tutto una sera sul suo terrazzo quando spiega a Stefania chi è lei veramente, demolendola. Forse è lì che una parte dei nostri critici binari (ovvero capaci solo di una scarnata dicotomia come: bello/brutto) ha cominciato a sviluppare una certa antipatia per Jep e per Sorrentino.
Davvero scrittori e giornalisti, intellettuali e artisti, sono stati solo degli ininfluenti provinciali affannati a prendersi un po’ di gloria con qualche spinta in Rai, o qualche posto di potere culturale dove compiacere la grande politica, quella che ci avrebbe resi tutti migliori, oltre che compiacere se stessi?
Ho visto ne La Grande Bellezza trent’anni della mia vita. Ma forse anche 50 anni, per quello che 30 anni fa mi raccontavano i più vecchi, quelli che avevano vissuto il dopoguerra, gli anni 50 e 60. Ed era questo. Era il racconto di Sorrentino nel film. In questa Roma struggente, che è struggente per qualsiasi provinciale che ci arriva da fuori (vale per me, per Sorrentino, e ancor di più per Fellini) è come se fosse in atto una dissoluzione che non è solo fisica, non è solo morale (quanta morale, nel cinema italiano, quanto neorealismo camuffato quando ormai si era fuori tempo, quanta pedagogia politica mascherata da arte, bellezza, ed estetica… basti solo pensare a casi come La meglio gioventù) ma è una dissoluzione ancestrale, come se la storia trasudasse comunque da tutto.
Quel Colosseo che incombe non è uno specchietto per gli americani che lo fotografano, e non è il simbolo di una grandezza perduta, è il capro espiatorio, la pietra del sacrificio, il luogo di un martirio che non finisce mai. Ed è il martirio consapevole di una modernità e di una contemporaneità che non è in grado di comprendere perché non c’è niente da comprendere.
Ovvio che Toni Servillo è un grandissimo attore. Ovvio che il film senza di lui non sarebbe immaginabile. Ma non è solo questo. Questo è un film fitto di contaminazioni musicali, di citazioni. E le citazioni non sono solo quelle felliniane, che i critici binari comprendono subito, ma ad esempio c’è Todo Modo di Elio Petri. Il vero film sul potere che Sorrentino ha girato è proprio La Grande Bellezza, e non Il Divo. Il vero film sul potere del divino e sul mistero originario è questo.
Ho conosciuto il mondo di Jep Gambardella. Non è importante se le feste fossero in quel modo oppure no. La Grande Bellezza non è un film felliniano e non è un film realista. È un film sorrentiniano, perché ormai il termine ci sta. Ho visto quei giornalisti, quegli scrittori, ho ascoltato argomentare in quel modo. Ho visto quei mondi mescolati in epoche diverse. Quando gli anni Settanta avevano appena smesso di bruciare, e sembravamo un paese destinato a fare scuola, e persino ora che non contiamo più nulla da nessuna parte. Sono entrato in case come quelle. Esistono. Ed esistono corridoi che portano sempre là in fondo, a quelle chiavi che aprono giardini e palazzi inaccessibili, a persone che tolgono la camicia e scopri che portano il cilicio, a religiosità strane, sincretiche, eclettiche dentro volti, ruoli, pensieri, azioni e corpi che neanche immagineresti. Ho conosciuto uomini di fiducia e uomini sfiduciati. Ho visto gente capace di mandare al diavolo una carriera per il sesso e gente che con il sesso ha costruito un potere profondo, incancellabile, ma non roboante e volgare, peggio: invisibile. Ho visto candore nel potere e potere nel candore. Vecchiaia repellenti che odoravano di saggezza ma anche di pochezza e di vergogna. Ho ascoltato discorsi tutti uguali per anni, di gente che non sapeva cosa stesse dicendo ma soprattutto perché. E mentre queste complessità si legavano assieme una all’altra, generando una classe di potere nuova e sottile che nulla aveva a che fare con il censo, con la cultura e con le posizioni sociali e professionali, dall’altro lato si creava una nuova semplicità sempre più isolata, che andava a occupare caselle che non interessavano più a nessuno.
È quello che si vede nel film. Le attricette che valgono sempre più dei ruoli che vengono loro offerti, gli attori che assomigliano alle pubblicità di Dolce e Gabbana, gli scrittori che sembrano degli sceneggiatori che si sono persi il produttore, e i produttori che guardano alla crisi e investono in commerciabilità e semplicità. Le fiction morali, i fotoromanzi dei nostri giorni rivolti a shampiste e intellettuali, dove l’eroismo è semplice, la storia è lineare, dove vincono i buoni, e l’olezzo dei cattivi non arriva da nessuna parte. E attorno a questa roba c’è un mondo di uffici stampa, di parole, di feste, di eventi, di visibilità, ma soprattutto di oscenità nel senso della messa-in-scena che nessuno è stato capace di girare come Sorrentino.
A Paolo Sorrentino sono bastate un paio di feste per chiudere l’argomento. Altri ci avrebbero girato un film intero, e inutilmente. Lui invece torna di continuo a quelle fontanelle sul Gianicolo, quei luoghi di clausura che intravedi, e dove non entri, il sogno dell’hortus conclusus.
Non c’è la bellezza in questo film. Non ci sono attrici strepitose, modelle scelte con la lente di ingrandimento, prelevate direttamente dalle campagne dei sacerdoti di questa dissoluzione: gli stilisti, o se preferite, i sarti. La più bella è Ramona, Sabrina Ferilli, che ha 50 anni. E muore di una malattia che non si sa, che non può curare.
Ai critici ha dato fastidio che Sorrentino non abbia puntato il dito su ogni cosa, non abbia indicato il nemico culturale e politico, non abbia raccontato con il plot. I critici non hanno capito che nella Roma a strati lui sta un po’ più sotto di loro, verso i riti più antichi, verso il punto originario di tutto. E per loro i giusti tributi a quella che è l’influenza, la tradizione culturale non è altro che «fare il verso», come dicono loro. E invece non è un verso, è un proseguire in un discorso che inizia dal Rossellini de La presa del potere di Luigi XIV, continua con il Fellini romano, prosegue con Petri, sia con Todo Modo e sia con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Ai critici non interessa che in Toni Servillo c’è un superamento di Gian Maria Volontè. Nel senso che da Volontè prende il registro paradossale e grottesco, ma arriva là dove quei tempi ideologici non potevano consentire. Arriva a René Girard, arriva alla Roma nera, antipositivista, reazionaria. Arriva allo sberleffo della Commedia dell’Arte. Mette l’orologio della storia prima della nascita dei partiti di massa, della Psicologia delle folle di Gustav Le Bon. Guarda fino ai boschi sacri dei dintorni di Roma, fino a una religiosità pagana dove i miracoli e le apparizioni sono un chiacchierare sommesso, profondo, di una città che non si è mai dimenticata di aver stampato le opere magiche di Giordano Bruno, quelle di Girolamo Cardano, e aver dato asilo, in ogni caso, al meglio degli irrazionali, dei maghi, degli alchimisti, degli stregoni e naturalmente degli imbroglioni che l’Europa potesse vantare.
In quelle vecchiaie sdentate de La Grande Bellezza non c’è bellezza, come non c’è bellezza in quelle feste, in quei personaggi patetici e stanchi, in quella via Veneto deserta che abbiamo visto tutti. E tutti, passandoci di notte, quando non non arrivano echi di niente, se non sguardi ammiccanti di buttadentro che sperano tu sia un turista buono per locali da lap-dance, abbiamo ricordato intere sequenze della Dolce Vita come servissero a scaldarci da quel gelo.
Non è quello che si è perduto a preoccuparci, è quello che è rimasto comunque ad affascinarci. E Sorrentino a farcelo entrare nella testa, a lasciarcelo dentro, come dice Bertolucci, è di una bravura stupefacente. Non ho usato il verbo raccontare, e l’ho fatto di proposito. Un’altra caratteristica del critico binario, del produttore binario, del capo delle fiction binario, del regista binario è questa: hai una storia da raccontare? Se hai una buona storia… Questa storia a un certo deve avere una svolta… Sorrentino non racconta storie, ti inietta il penthotal. E poi sono fatti tuoi. Il film non ha svolte. Mentre lo vedevo mi chiedevo se non potesse essere montato in cento modi diversi, se ogni dettaglio non valesse in sé. Come se l’anima del film potesse resistere a tutto, soprattutto ai precetti idioti che si trasmettono con religiosa competenza alle nuove generazioni: il ritmo, la svolta, la messa a fuoco dei personaggio, le sottostorie che nei film ci devono essere. E via dicendo. Non mi stupirebbe se qualcuno mi dicesse che nessuno ha mai scritto questa sceneggiatura. E non mi stupirebbe se Sorrentino un giorno dichiarasse: ho fatto questo film per raccontare Roma, la morte, e il vuoto. Punto. Come Eco raccontò di aver scritto Il nome della rosa perché voleva «avvelenare un monaco».
Che poi un film così complesso, che non può essere visto una sola volta, sia piaciuto all’Academy (e non solo a loro) è la dimostrazione che siamo noi dei provinciali. Noi che ancora pensiamo, attraverso un’ideologia bolsa e trita che ancora resiste anni e anni dopo la fine delle ideologie, che «gli americani» sono dei semplicioni, banali, capaci di vedere l’Italia come una cartolina svampita. Quando è sempre stato l’opposto: un tempo come oggi. Ma si sa, le nostre cattedre di storia del cinema nelle università erano quasi sempre tenute da gente che non andava più a ovest di Miklós Jancsó, e chi sa di cosa parlo capisce quel che dico.
In questo film sul vuoto, sul divino che alle volte sembra andarsi a svilire in una bellezza scheggiata, consumata dal tempo, in questo lungo viaggio dentro una perdita di identità che sta nelle cose, e non potrebbe essere altrimenti, oltre questa rassegnazione alla pochezza, non resta niente. Non resta la vita com’era, il diario della vecchia fidanza di Jep, la povera bellezza di Ramona, la grottesca potenza di Dadina, l’ipocrisia di Stefania, e via dicendo. Niente resta perché niente doveva restare. Neppure il mafioso del piano di sopra riesce a resistere. Solo quello spettacolo, fuori da quel terrazzo, di quel Colosseo che non è affatto l’Anfiteatro Flavio come tutti credono. Ma un luogo spolpato dalla storia, privato dei marmi, crollato per i terremoti, dimenticato, abitato da famiglie nobiliari che ci costruirono dentro case poi demolite, restaurato alla meglio perché non crollasse. Un luogo che è antico, ma è anche ricucito come si è potuto, immaginario di un passato, monumento che non ha neppure la forza di sorreggersi da solo. E soprattutto luogo sinistro, di sacrificio e perdizione. Così muore la carne, titolava Samuel Butler un suo grande romanzo postumo, sul sesso, sulla tragressione, un testo contro la sua epoca, l’epoca vittoriana. E Così muore la critica in questo italianissimo vittorianesimo culturale in cui viviamo, dove lo scandalo è nelle idee, e non nella dissoluzione; dove ci si vergogna ad argomentare e a rompere le righe più che a praticare pubblicamente una fellatio.
Sorrentino ha girato un film che è un punto di partenza per tutti quelli che avranno coraggio e avranno voglia di ricominciare davvero. Ha segnato l’anno zero dei prossimi tempi. E non posso che ringraziarlo per tutto questo.
I link ai giornali degli articoli spesso cambiano e diventa difficile se non impossibile recuperare i testi ai quali si riferivano. Questo è l'archivio on-line del blog Giornale-NOTIZIEOGGI
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11.3.14
Perché La Grande Bellezza è un capolavoro
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8.3.14
E ora, la Grande Barzelletta
Antonio Armano (Il Fatto Quotidiano)
"Poi volevo ringraziare l'odore delle case dei vecchi. E la fessa. Soprattutto la fessa, fessa, fessa!". I "denghiù" hollywoodiani di Paolo Sorrentino sono diventati un tormentone nei social network, con infinite variazioni sul tema (dicesi meme). Quello che avete appena letto è preso dalla pagina Facebook "Sorrentino Ringrazia", e usa una delle citazioni più note del film: "A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: ‘La fessa'. Io, invece, rispondevo: ‘L'odore delle case dei vecchi'. La domanda era: ‘Che cosa ti piace di più veramente nella vita?'.
Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella". C'è chi ironizza dicendo che il problema di Sorrentino non è che si crede solo Fellini quanto che si crede pure Flaiano, cioè la butta in frasi a effetto, ma senza avere lo stesso talento. Problema! Se vinci un Oscar e il film con cui lo vinci passa su Canale 5 ed è il più visto da dieci anni a questa parte, la parola problema non è azzeccata. Dobbiamo aggiungere, ai colpi messi a segno, anche la paraculissima pubblicità istantanea della Fiat 500 (definita "La piccola grande bellezza" dal regista nel ruolo di testimonial).
Le capacità recitative non appaiono eccelse, per trovare di peggio bisognerebbe ripescare lo spot di Francesco Moser sul detersivo ("C'erano patacche grosse come medaglie"). Avranno chiesto a Tony Servillo, ma lui si sarà rifiutato. Si dice che l'idea sia stata di Lapo, che quanto a comunicazione ne capisce molto più del fratello John Elkann, reduce dalla infelice sparata sui giovani italiani che "non trovano lavoro perché stanno bene a casa".
Le capacità recitative di Sorrentino risultano poco convincenti pure nella reazione allo scherzo de Le Iene Pio e Amedeo. A Los Angeles l'hanno attirato in trappola facendolo chiamare da un falso agente di Di Caprio: Leo vuole complimentarsi per l'Oscar e chiede un incontro all'hotel Roosevelt per parlare di lavoro. Sorrentino ci casca e, di fronte alle Iene che gli chiedono un po' di sana autoironia napoletana, cerca di togliersi dall'imbarazzo del silenzio succhiando mentine e facendo il dito medio mentre sgomma via dal parcheggio col Suv (mica la 500).
Ma se c'era qualcuno cui fare uno scherzo quello casomai è DiCaprio, che si è preso l'ennesima sòla assistendo al trionfo altrui. E infatti di meme ce n'è anche per lui. Questo il più cinico: va a finire che faranno un film sul bravo attore di The Wolf of Wall Street, morto senza mai vincere l'Oscar, e l'attore che lo interpreta vincerà l'Oscar. Mah.
Due vittime. È questo il bilancio di una tragica rissa, la decima della serie a Roma, scoppiata al Prenestino tra alcune coppie che in trattoria discutevano su La grande bellezza. All'aggettivo "kierkegaardiano" uno dei commensali ha tirato fuori la P38 e c'è scappato il morto, anzi due. Il commissario di polizia del Prenestino VII ha dichiarato:
"Chiediamo maggiore tatto, in primis da parte dei media, e che non si ripeta più un uso tanto spropositato di aggettivi". Naturalmente si tratta di una bufala, e non per niente l'ha creata il blog Il Menzogniero, parodia del Messaggero , ma non manca chi l'ha presa per vera. Come tale Adriana Bellucci: "Non credo che il problema sia La grande bellezza di Sorrentino (che a me è piaciuto), l'uomo deve guardarsi bene dentro e cercare di capire perché sta impazzendo". Considerate le polemiche sul film, che si trascinano dall'uscita, la bufala è quasi credibile.
Nei giorni in cui Odessa, unico porto sul Mar Nero rimasto agli ucraini, è tornata alla ribalta della cronaca, La corazzata Potëmkin, il celebre film girato sulla scalinata di quella città e l'ancor più celebre commento fantozziano, poteva restare nell'ombra?
La grande bellezza è una cagata pazzesca è il video che gira sui social network e dove al classico film di Ejzenštejn si è sostituito quello di Sorrentino. Seguono: "Novantadue minuti di applausi". E probabilmente tra i dieci milioni di italiani che hanno visto il film in tivù chissà quanti l'avranno pensata come Fantozzi, convinti di trovarsi davanti a un prodotto ben più commerciale e veloce.
Il giorno dopo, poi, tutti a dire che era lento e deludente, o bellissimo, signora mia: siamo un popolo di allenatori e ora anche di critici cinematografici da Facebook, il vero bar sport italiano. Speriamo che si torni presto a mettere foto di gattini, di piedi e i meme di Renzi, commentava qualcuno.
Ma se solo un tormentone può scacciare un altro tormentone, bisogna ringraziare Sorrentino di avere spodestato Renzi.
Qui si passa per forza a quello che ormai si chiama "generatore di ringraziamenti". Vale a dire lo schema reso famoso dal discorso del denghiù che secondo il sito Jacopocolo.com si presta a infinite variazioni rispetto ai destinatari (Fellini, Talking Heads, Maradona eccetera): "Grazie alle mie fonti di ispirazione: Eddy Murphy, Marco Materazzi, Cher e i magneti con le frasi simpatiche". Era meglio se Sorrentino ringraziava davvero la fessa e l'odore delle case dei vecchi. Sarebbe stato geniale.
"Poi volevo ringraziare l'odore delle case dei vecchi. E la fessa. Soprattutto la fessa, fessa, fessa!". I "denghiù" hollywoodiani di Paolo Sorrentino sono diventati un tormentone nei social network, con infinite variazioni sul tema (dicesi meme). Quello che avete appena letto è preso dalla pagina Facebook "Sorrentino Ringrazia", e usa una delle citazioni più note del film: "A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: ‘La fessa'. Io, invece, rispondevo: ‘L'odore delle case dei vecchi'. La domanda era: ‘Che cosa ti piace di più veramente nella vita?'.
Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella". C'è chi ironizza dicendo che il problema di Sorrentino non è che si crede solo Fellini quanto che si crede pure Flaiano, cioè la butta in frasi a effetto, ma senza avere lo stesso talento. Problema! Se vinci un Oscar e il film con cui lo vinci passa su Canale 5 ed è il più visto da dieci anni a questa parte, la parola problema non è azzeccata. Dobbiamo aggiungere, ai colpi messi a segno, anche la paraculissima pubblicità istantanea della Fiat 500 (definita "La piccola grande bellezza" dal regista nel ruolo di testimonial).
Le capacità recitative non appaiono eccelse, per trovare di peggio bisognerebbe ripescare lo spot di Francesco Moser sul detersivo ("C'erano patacche grosse come medaglie"). Avranno chiesto a Tony Servillo, ma lui si sarà rifiutato. Si dice che l'idea sia stata di Lapo, che quanto a comunicazione ne capisce molto più del fratello John Elkann, reduce dalla infelice sparata sui giovani italiani che "non trovano lavoro perché stanno bene a casa".
Le capacità recitative di Sorrentino risultano poco convincenti pure nella reazione allo scherzo de Le Iene Pio e Amedeo. A Los Angeles l'hanno attirato in trappola facendolo chiamare da un falso agente di Di Caprio: Leo vuole complimentarsi per l'Oscar e chiede un incontro all'hotel Roosevelt per parlare di lavoro. Sorrentino ci casca e, di fronte alle Iene che gli chiedono un po' di sana autoironia napoletana, cerca di togliersi dall'imbarazzo del silenzio succhiando mentine e facendo il dito medio mentre sgomma via dal parcheggio col Suv (mica la 500).
Ma se c'era qualcuno cui fare uno scherzo quello casomai è DiCaprio, che si è preso l'ennesima sòla assistendo al trionfo altrui. E infatti di meme ce n'è anche per lui. Questo il più cinico: va a finire che faranno un film sul bravo attore di The Wolf of Wall Street, morto senza mai vincere l'Oscar, e l'attore che lo interpreta vincerà l'Oscar. Mah.
Due vittime. È questo il bilancio di una tragica rissa, la decima della serie a Roma, scoppiata al Prenestino tra alcune coppie che in trattoria discutevano su La grande bellezza. All'aggettivo "kierkegaardiano" uno dei commensali ha tirato fuori la P38 e c'è scappato il morto, anzi due. Il commissario di polizia del Prenestino VII ha dichiarato:
"Chiediamo maggiore tatto, in primis da parte dei media, e che non si ripeta più un uso tanto spropositato di aggettivi". Naturalmente si tratta di una bufala, e non per niente l'ha creata il blog Il Menzogniero, parodia del Messaggero , ma non manca chi l'ha presa per vera. Come tale Adriana Bellucci: "Non credo che il problema sia La grande bellezza di Sorrentino (che a me è piaciuto), l'uomo deve guardarsi bene dentro e cercare di capire perché sta impazzendo". Considerate le polemiche sul film, che si trascinano dall'uscita, la bufala è quasi credibile.
Nei giorni in cui Odessa, unico porto sul Mar Nero rimasto agli ucraini, è tornata alla ribalta della cronaca, La corazzata Potëmkin, il celebre film girato sulla scalinata di quella città e l'ancor più celebre commento fantozziano, poteva restare nell'ombra?
La grande bellezza è una cagata pazzesca è il video che gira sui social network e dove al classico film di Ejzenštejn si è sostituito quello di Sorrentino. Seguono: "Novantadue minuti di applausi". E probabilmente tra i dieci milioni di italiani che hanno visto il film in tivù chissà quanti l'avranno pensata come Fantozzi, convinti di trovarsi davanti a un prodotto ben più commerciale e veloce.
Il giorno dopo, poi, tutti a dire che era lento e deludente, o bellissimo, signora mia: siamo un popolo di allenatori e ora anche di critici cinematografici da Facebook, il vero bar sport italiano. Speriamo che si torni presto a mettere foto di gattini, di piedi e i meme di Renzi, commentava qualcuno.
Ma se solo un tormentone può scacciare un altro tormentone, bisogna ringraziare Sorrentino di avere spodestato Renzi.
Qui si passa per forza a quello che ormai si chiama "generatore di ringraziamenti". Vale a dire lo schema reso famoso dal discorso del denghiù che secondo il sito Jacopocolo.com si presta a infinite variazioni rispetto ai destinatari (Fellini, Talking Heads, Maradona eccetera): "Grazie alle mie fonti di ispirazione: Eddy Murphy, Marco Materazzi, Cher e i magneti con le frasi simpatiche". Era meglio se Sorrentino ringraziava davvero la fessa e l'odore delle case dei vecchi. Sarebbe stato geniale.
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9.9.11
“Silvio Forever”. Speriamo di no
Stefano Corradino
“Stare a Palazzo Chigi mi ha danneggiato”. E’ una delle tante massime del presidente Berlusconi raccolte dagli sceneggiatori di Silvio Forever. Danneggiato a tal punto che come lo stesso film riporta nel cartello finale, il premier, secondo la rivista Forbes, dalla sua discesa in campo nel 1994 ad oggi ha quintuplicato la sua ricchezza…
Ieri ho rivisto con attenzione questa autobiografia non autorizzata diretta da Roberto Faenza e Filippo Macelloni e sceneggiata dagli autori de La Casta Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Il film che La7 ha avuto l’ardire di trasmettere in prima serata altro non è che un mosaico della storia pubblica e privata di Silvio Berlusconi, dai primi vagiti alle leggi ad personam.
Come ci insegna la psicoanalisi, scavare nell’infanzia e nell’adolescenza può aiutarci a comprendere la personalità dell’uomo adulto; e il film ci offre numerosi spunti interessanti attraverso i racconti dello stesso Berlusconi, che evidenziano come l’arte della speculazione e della truffa si impari già in tenera età: “A scuola – racconta Berlusconi - mi facevo pagare per aiutare i compagni nei compiti salvo poi rimborsarli (dice lui) se non ottenevano almeno un 6-”.
“Alla fine dell’Università mio padre acquistò un terreno e costruimmo le prime quattro case. Ma il mercato si bloccò. Allora andai a Roma al fondo di previdenza e convinsi gli ispettori a venire a vedere le case. Arrivò la Commissione ma bisognava fargli vedere che c’era già un interesse del mercato all’affitto degli appartamenti. Allora telefonai a tutti i miei parenti per farli venire. Ma scoprirono l’inghippo…”
Il lato privato di Silvio Berlusconi che traspare dal film è ancora più inquietante e arricchisce il materiale per lo studio della schizofrenia patologica del premier: “Tutti mi amano, perchè sono simpatico e divertente, per il mio incredibile charm”. Poi, come in ogni sindrome bipolare, l’affermazione contraria: “Ho avuto sempre la sinistra contro: a 12 anni mentre sulla scala attaccavo i manifesti della Democrazia Cristiana alcuni ragazzi comunisti cominciarono a scuotere violentemente la scala e a strattonarmi…”
Un’esistenza vissuta tra delirio di onnipotenza e manie di persecuzione. Dall’Italia “paese che amo“, all’Italia “paese di m…“. Silvio forever, speriamo di no…
Ps: Il film è stato accompagnato da un dibattito interessante sulla figura di Silvio Berlusconi tra Enrico Mentana, Eugenio Scalfari, Giuliano Ferrara e Paolo Mieli. Se venisse ripristinata, e non solo su La7, l’abitudine a trasmettere un film o un documentario per poi svilupparne una discussione sarebbe un modo intelligente di fare televisione.
“Stare a Palazzo Chigi mi ha danneggiato”. E’ una delle tante massime del presidente Berlusconi raccolte dagli sceneggiatori di Silvio Forever. Danneggiato a tal punto che come lo stesso film riporta nel cartello finale, il premier, secondo la rivista Forbes, dalla sua discesa in campo nel 1994 ad oggi ha quintuplicato la sua ricchezza…
Ieri ho rivisto con attenzione questa autobiografia non autorizzata diretta da Roberto Faenza e Filippo Macelloni e sceneggiata dagli autori de La Casta Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Il film che La7 ha avuto l’ardire di trasmettere in prima serata altro non è che un mosaico della storia pubblica e privata di Silvio Berlusconi, dai primi vagiti alle leggi ad personam.
Come ci insegna la psicoanalisi, scavare nell’infanzia e nell’adolescenza può aiutarci a comprendere la personalità dell’uomo adulto; e il film ci offre numerosi spunti interessanti attraverso i racconti dello stesso Berlusconi, che evidenziano come l’arte della speculazione e della truffa si impari già in tenera età: “A scuola – racconta Berlusconi - mi facevo pagare per aiutare i compagni nei compiti salvo poi rimborsarli (dice lui) se non ottenevano almeno un 6-”.
“Alla fine dell’Università mio padre acquistò un terreno e costruimmo le prime quattro case. Ma il mercato si bloccò. Allora andai a Roma al fondo di previdenza e convinsi gli ispettori a venire a vedere le case. Arrivò la Commissione ma bisognava fargli vedere che c’era già un interesse del mercato all’affitto degli appartamenti. Allora telefonai a tutti i miei parenti per farli venire. Ma scoprirono l’inghippo…”
Il lato privato di Silvio Berlusconi che traspare dal film è ancora più inquietante e arricchisce il materiale per lo studio della schizofrenia patologica del premier: “Tutti mi amano, perchè sono simpatico e divertente, per il mio incredibile charm”. Poi, come in ogni sindrome bipolare, l’affermazione contraria: “Ho avuto sempre la sinistra contro: a 12 anni mentre sulla scala attaccavo i manifesti della Democrazia Cristiana alcuni ragazzi comunisti cominciarono a scuotere violentemente la scala e a strattonarmi…”
Un’esistenza vissuta tra delirio di onnipotenza e manie di persecuzione. Dall’Italia “paese che amo“, all’Italia “paese di m…“. Silvio forever, speriamo di no…
Ps: Il film è stato accompagnato da un dibattito interessante sulla figura di Silvio Berlusconi tra Enrico Mentana, Eugenio Scalfari, Giuliano Ferrara e Paolo Mieli. Se venisse ripristinata, e non solo su La7, l’abitudine a trasmettere un film o un documentario per poi svilupparne una discussione sarebbe un modo intelligente di fare televisione.
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13.9.07
I terribili Simpson siamo noi e una risata ci sepellirà
Arriva nelle sale italiane il film del popolare cartoon. Un capolavoro di umorismo amaro
Da anni sono gli unici che riescono a tenere tutta la famiglia davanti alla tv
Va oltre l´antipolitica verso uno stadio più avanzato di dissoluzione sociale
Esce domani il primo film di un cartoon ormai globalizzato
L´egemonia culturale della famiglia Simpson
CHE i Simpson siano uno dei capolavori della cultura pop di tutti i tempi lo pensiamo in parecchi. Un successo planetario raggiunto "nonostante" l´altissima qualità della satira di Matt Groening e del suo staff. E, per noi fan più stagionati, uno dei pochi momenti di comunione intellettuale con i figli adolescenti, perché i Simpson (miracolo!) riescono a tenere insieme la formidabile, nevrotica velocità del racconto televisivo e il peso specifico di una critica sociale raffinata e molto ma molto "scritta".
Capita così che, guardando insieme i Simpson, noi genitori dobbiamo farci spiegare dai figli le battute troppo veloci, che sfuggono ai nostri lenti neuroni, mentre i figli chiedono ai genitori ragguagli sulle allusioni politiche e storiche che sfuggono alla loro breve esperienza. Probabile, dunque, che il primo film dei Simpson (che approda da domani nei cinema italiani) riesca a ricostituire nelle sale lo stesso, non comune mix di adulti e ragazzini che già si raduna, da anni, davanti al video. "Famiglia", del resto, è un concetto molto simpsoniano. Oltre a essere la ragione sociale dei cinque solisti Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie (padre, madre e tre figli), è anche la sola forma di aggregazione e sostegno che regge nella esilarante ma mostruosa America nella quale vivono i Simpson.
Nel film questo elemento è ancora più avvertibile. Per usare i (piccoli) parametri di casa nostra, diciamo che siamo ben oltre la cosiddetta antipolitica. In uno stadio molto più avanzato di dissoluzione sociale. Perché se il potere (economico e politico) è sistematicamente raffigurato come un insieme di paranoici, di imbecilli e di corrotti, il popolo non è certo migliore. È una folla avida e meschina, manipolabile dai media e dalla pubblicità. Pronta a linciare il vicino di casa o a riconoscerlo salvatore del mondo nel giro di un equivoco, di un sospetto, di una fola. Chi ama i Simpson ride molto, e ride amaro, non solamente alla spalle del Palazzo (pratica, questa, molto comoda e dunque molto seguita qui in Italia), ma anche alle spalle dell´uomo della strada, in genere una piccola canaglia che inveisce contro le grandi canaglie del potere: la differenza è solo di calibro, non di qualità. I cinque Simpson, dunque, sono costretti a confidare solamente in loro stessi, come naufraghi di una catastrofe antropologica che si aggrappano alla famiglia non perché la "amino", o ne percepiscano una qualche superiorità etica, ma solo perché è l´ultima zattera disponibile. Un´Arca scalcinata, comicamente inadeguata, dopo il diluvio che ha sommerso ogni altro vincolo sociale. (E vengono in mente Vonnegut, Palahniuk, e parecchia altra letteratura americana degli ultimi decenni).
Detta così, la morale del film, e dell´intera saga dei Simpson, rischierebbe di essere quasi ratzingeriana: in una società mostrificata dal consumismo e dal cinismo, la famiglia è l´unica salvezza. Ma il bello dei Simpson (e anche il brutto, a pensarci bene) è che l´allegria satirica non si ferma davanti ad alcuna "moralità". La famiglia Simpson non ha proprio niente d´immune o di "diversamente etico". Il capofamiglia, lungi da essere un modello, è un cialtrone bulimico, schiavo della televisione, il figlio maschio un analfabeta etico, esibizionista e sbruffone, la figlia Lisa una petulante caricatura del moralismo politicamente corretto, l´eterna neonata Maggie un fagotto trascurato. Forse solo la madre, la malinconica Marge, può apparire custode di qualche tabernacolo affettivo. Sopportare Homer, la sua pancia sconciamente esposta, i suoi rutti e la sua inettitudine sociale è di per sé un atto di eroismo. Sì, è la madre la vera eroina della situazione: ma quanto valga battersi per una famiglia che si alimenta di tutti i peggiori miti e vizi del consumismo, succube della propria mediocrità, è una risposta che la satira, per fortuna, non vuole e non deve porsi.
Magari, dopo avere molto riso (il film è un capolavoro di umorismo: sceneggiatura e dialoghi non perdono mezzo colpo), qualche domanda possiamo farcela noi. I Simpson hanno ottenuto un clamoroso successo planetario, di pubblico e di critica, mettendo in ridicolo (e per questo sono detestati dalla destra americana) tutti o quasi i presupposti dell´Impero: il patriottismo, il sogno americano, il merito economico, lo zelo religioso come pretestuosa ragione di superiorità. E perfino il solido e glorioso mito dell´Individuo onesto e coraggioso, che rimane integro e in virtù di questa integrità può salvare il mondo, nel film è fatto a pezzi: a innescare il disastro ambientale che sta per distruggere il pianeta è proprio Homer, l´americano medio (l´Alberto Sordi degli States, potremmo dire), il cui stile di vita è di per sé un attentato alla logica prima ancora che all´ecologia.
Infine, dunque, se possiamo rintracciare un bandolo "etico" nel notevole piacere che ci dà vedere i Simpson (se, cioè, non vogliamo dirci definitivamente cinici, e rassegnati), ebbene il bandolo può essere proprio questo: nessuno è assolto, nessuno è immune, tutti siamo coinvolti. Imparando a ridere prima di tutto di noi stessi, della nostra bulimia e del nostro egoismo, della nostra stupidità di sudditi; e finendola, una volta per tutte, di pensare di essere solamente vittime del Potere: solo allora riusciremo a capire in che mondo viviamo, di quale pazzia siamo affetti, di quante responsabilità siamo carichi. Non è vero che "una risata vi seppellirà". Semmai, una risata "ci" seppellirà. È molto diverso. Ed è la ragione profonda per la quale vado matto per i Simpson.
cinemagay.it
Da anni sono gli unici che riescono a tenere tutta la famiglia davanti alla tv
Va oltre l´antipolitica verso uno stadio più avanzato di dissoluzione sociale
Esce domani il primo film di un cartoon ormai globalizzato
L´egemonia culturale della famiglia Simpson
CHE i Simpson siano uno dei capolavori della cultura pop di tutti i tempi lo pensiamo in parecchi. Un successo planetario raggiunto "nonostante" l´altissima qualità della satira di Matt Groening e del suo staff. E, per noi fan più stagionati, uno dei pochi momenti di comunione intellettuale con i figli adolescenti, perché i Simpson (miracolo!) riescono a tenere insieme la formidabile, nevrotica velocità del racconto televisivo e il peso specifico di una critica sociale raffinata e molto ma molto "scritta".
Capita così che, guardando insieme i Simpson, noi genitori dobbiamo farci spiegare dai figli le battute troppo veloci, che sfuggono ai nostri lenti neuroni, mentre i figli chiedono ai genitori ragguagli sulle allusioni politiche e storiche che sfuggono alla loro breve esperienza. Probabile, dunque, che il primo film dei Simpson (che approda da domani nei cinema italiani) riesca a ricostituire nelle sale lo stesso, non comune mix di adulti e ragazzini che già si raduna, da anni, davanti al video. "Famiglia", del resto, è un concetto molto simpsoniano. Oltre a essere la ragione sociale dei cinque solisti Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie (padre, madre e tre figli), è anche la sola forma di aggregazione e sostegno che regge nella esilarante ma mostruosa America nella quale vivono i Simpson.
Nel film questo elemento è ancora più avvertibile. Per usare i (piccoli) parametri di casa nostra, diciamo che siamo ben oltre la cosiddetta antipolitica. In uno stadio molto più avanzato di dissoluzione sociale. Perché se il potere (economico e politico) è sistematicamente raffigurato come un insieme di paranoici, di imbecilli e di corrotti, il popolo non è certo migliore. È una folla avida e meschina, manipolabile dai media e dalla pubblicità. Pronta a linciare il vicino di casa o a riconoscerlo salvatore del mondo nel giro di un equivoco, di un sospetto, di una fola. Chi ama i Simpson ride molto, e ride amaro, non solamente alla spalle del Palazzo (pratica, questa, molto comoda e dunque molto seguita qui in Italia), ma anche alle spalle dell´uomo della strada, in genere una piccola canaglia che inveisce contro le grandi canaglie del potere: la differenza è solo di calibro, non di qualità. I cinque Simpson, dunque, sono costretti a confidare solamente in loro stessi, come naufraghi di una catastrofe antropologica che si aggrappano alla famiglia non perché la "amino", o ne percepiscano una qualche superiorità etica, ma solo perché è l´ultima zattera disponibile. Un´Arca scalcinata, comicamente inadeguata, dopo il diluvio che ha sommerso ogni altro vincolo sociale. (E vengono in mente Vonnegut, Palahniuk, e parecchia altra letteratura americana degli ultimi decenni).
Detta così, la morale del film, e dell´intera saga dei Simpson, rischierebbe di essere quasi ratzingeriana: in una società mostrificata dal consumismo e dal cinismo, la famiglia è l´unica salvezza. Ma il bello dei Simpson (e anche il brutto, a pensarci bene) è che l´allegria satirica non si ferma davanti ad alcuna "moralità". La famiglia Simpson non ha proprio niente d´immune o di "diversamente etico". Il capofamiglia, lungi da essere un modello, è un cialtrone bulimico, schiavo della televisione, il figlio maschio un analfabeta etico, esibizionista e sbruffone, la figlia Lisa una petulante caricatura del moralismo politicamente corretto, l´eterna neonata Maggie un fagotto trascurato. Forse solo la madre, la malinconica Marge, può apparire custode di qualche tabernacolo affettivo. Sopportare Homer, la sua pancia sconciamente esposta, i suoi rutti e la sua inettitudine sociale è di per sé un atto di eroismo. Sì, è la madre la vera eroina della situazione: ma quanto valga battersi per una famiglia che si alimenta di tutti i peggiori miti e vizi del consumismo, succube della propria mediocrità, è una risposta che la satira, per fortuna, non vuole e non deve porsi.
Magari, dopo avere molto riso (il film è un capolavoro di umorismo: sceneggiatura e dialoghi non perdono mezzo colpo), qualche domanda possiamo farcela noi. I Simpson hanno ottenuto un clamoroso successo planetario, di pubblico e di critica, mettendo in ridicolo (e per questo sono detestati dalla destra americana) tutti o quasi i presupposti dell´Impero: il patriottismo, il sogno americano, il merito economico, lo zelo religioso come pretestuosa ragione di superiorità. E perfino il solido e glorioso mito dell´Individuo onesto e coraggioso, che rimane integro e in virtù di questa integrità può salvare il mondo, nel film è fatto a pezzi: a innescare il disastro ambientale che sta per distruggere il pianeta è proprio Homer, l´americano medio (l´Alberto Sordi degli States, potremmo dire), il cui stile di vita è di per sé un attentato alla logica prima ancora che all´ecologia.
Infine, dunque, se possiamo rintracciare un bandolo "etico" nel notevole piacere che ci dà vedere i Simpson (se, cioè, non vogliamo dirci definitivamente cinici, e rassegnati), ebbene il bandolo può essere proprio questo: nessuno è assolto, nessuno è immune, tutti siamo coinvolti. Imparando a ridere prima di tutto di noi stessi, della nostra bulimia e del nostro egoismo, della nostra stupidità di sudditi; e finendola, una volta per tutte, di pensare di essere solamente vittime del Potere: solo allora riusciremo a capire in che mondo viviamo, di quale pazzia siamo affetti, di quante responsabilità siamo carichi. Non è vero che "una risata vi seppellirà". Semmai, una risata "ci" seppellirà. È molto diverso. Ed è la ragione profonda per la quale vado matto per i Simpson.
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