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10.5.13

Invalsi: la scuola sbagliata

 Giuseppe Caliceti

Anche quest'anno ci sono polemiche a proposito dei famigerati test Invalsi nella scuola. Chi dice che sono indispensabili, chi dice che fanno male ai bambini e alla scuola. Io, per esempio, la penso come questi ultimi. Vorrei porre però la questione, per una volta, in modo diverso dal solito, ponendo una semplice domanda, sia ai favorevoli che a chi non lo è. La domanda è questa: che rapporto c'è tra quello che chiedono agli studenti i test Invalsi e quello che noi docenti insegniamo loro? O, in modo ancora più preciso: che rapporto c'è tra l'idea di scuola e di formazione che c'è dietro ai test Invalsi e l'idea di scuola che è descritta nella nostra Costituzione? Lo chiedo perchè ho la sensazione che ci siano idee differenti. E che i programmi e i dettati scolastici della nostra scuola di oggi – fortunatamente, per quanto mi riguarda, - non coincidono assolutamente con quelli che poi si chiede nei test agli studenti, creando una situazione di vera e propria schizofrenia e confusione non solo tra gli studenti, ma anche tra i docenti. Un esempio, ai docenti viene richiesto dalla scuola della Costituzione la promozione delle “domande aperte” agli studenti, ma l'Invalsi ha test chiusi, a crocetta. Non è richiesto allo studente di compiere analisi e sintesi rispetto a ciò che apprende, né di avere un'opinione o un minimo senso critico. I test sono pensati piuttosto, nella maggioranza dei quesiti, come domande a risposta blindata, forse in grado di accertare livelli minimi di capacità di calcolo matematico o di competenze grammaticali o sintattiche, ma senza andare oltre. Anche questa faccenda che non entrano nella valutazione di altre materie, che senso ha? Insomma, perchè insegnamo ai nostri studenti tanti contenuti, se poi viene richiesto loro solo una abilità di comprensione di un solo genere di testo? E questo solo per quanto riguarda lo studio della lingua italiana, naturalmente. Delle altre materie non si accenna neppure. Alle superiori, per esempio, ore e ore sono passate a studiare la storia della letteratura italiana, ma le prove Invalsi non richiedono nulla su questo. Dunque? Che senso ha? Inoltre, ammettiamolo, la “cultura del test” nel tempo crea studenti meno capaci di esporre e di argomentare in modo coerente e corretto, sia oralmente sia per iscritto: è questo che vogliamo? Non erano meglio forse i vecchi esami in seconda e quinta elementare, a questo punto? Ancora: se il nostro unico strumento di valutazione di una persona che sta crescendo è un test, non si perdono forse tutti quei segnali verbali e non verbali che lo studente ci mette a disposizione nel percorso didattico? Siamo sicuri che misurazione e valutazione sono sinonimi? Ma poi, quali sono gli obiettivi dei test? Come e quando avviene la loro restituzione a docenti, studenti, genitori degli studenti?Perchè questa restituzione non è trasparente? Quali sono i livelli minimi di qualità del sistema di istruzione da garantire? Quale modello di scuola si intende realizzare? Com’è possibile stabilire un modo chiaro per verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o meno? Ancora: i responsabili dell'Invalsi sono a conoscenza che in Finlandia e negli Stati Uniti, con i test, si è rilevato un calo nei risultati di apprendimento? E le inevitabili didattiche finalizzate ai test, oltre a compromettere o meno la libertà di insegnamento, siamo sicuri che facciano bene agli studenti?

7.10.11

Scuola: 10 BUGIE

Giuseppe Caliceti (da rete scuole)

Ci sono almeno 10 bugie sulla scuola ripetute ossessivamente ai genitori italiani dal ministro all'Istruzione-Pinocchio che ci ritroviamo. Vale la pena smascherarle: perchè i genitori degli studenti conoscano la verità.
1. Più merito a scuola? Falso. Prima che fosse – immeritatamente - Ministro all'Istruzione, la scuola primaria italiana era al 1° posto in Europa per qualità, ora al 13° (dati Ocse). Di che merito parla?
2. In Italia ci sono troppi insegnanti? Falso. Sono in media con gli altri paesi europei. Ma Gelmini non dice che conta anche i docenti di sostegno, in altri paesi pagati dal ministero all'istruzione: così falsifica un corretto confronto. Dire poi che ci sono più bidelli che carabinieri è tendenzioso: fortunatamente è ancora così in ogni paese del mondo. Lo scandalo sarebbe il contrario. Saremmo in un paese militarizzato.
3. Le scuole private sono meglio della pubblica? No. Nel 2007, dati Ocse, gli studenti usciti dalla pubblica erano mediamente più preparati di quelli usciti dalle private. Ma si è tagliato i fondi alla pubblica. Ancora: di che merito si parla?
4. Abbiamo una scuola più funzionale ed efficiente? No. Se un docente è assente, niente supplenti: gli studenti sono sparpagliati in altre classi senza svolgere il programma previsto. Gelmini ha inoltre ridotto il tempo scuola: ore a scuola degli studenti. E l'offerta formativa: ciò che viene loro insegnato. Per risparmiare.
5. Gli edifici scolastici sono a norma di sicurezza? Quasi la metà no. Anche quelle che lo erano, con le famose classi-pollaio, non lo sono più. In caso di terremoto o di incendio chi è responsabile della sicurezza? Nessuno lo sa. E più studenti ci sono per classe, meno qualità c'è a scuola: gli studenti hanno meno possibilità di essere seguiti dai docenti. Il resto sono chiacchiere.
6. La scuola è aperta a tutti? C'è un “tetto” massimo per classe del 30% di studenti di origine straniera. Considerando stranieri anche i nati e sempre vissuti in Italia, che parlano bene l'italiano. E' discriminante. E in Italia abbiamo già un record negativo sulla dispersione scolastica: studenti che abbandonano la scuola.
7. La nostra scuola è solidale? No. Il ministro ha ridotto le ore di aiuto agli studenti disabili. Attualmente si parla di sponsorizzazione dei disabili per pagar loro docenti di sostegno. Un disabile sponsorizzato dalla FIAT? No. Pagheranno di più i suoi genitori, pagheranno caro. E chi non ha denaro?
8. La scuola sa valutare? Con i test Invalsi la valutazione degli studenti è meno trasparente di una pagella. E' un sondaggio parziale e umiliante. E poi perché l'Invasi chiede anche titolo di studio e professione dei genitori dello studente? Se è di origine italiana o no? Se attualmente è disoccupato? E la privacy?
9. Gelmini aveva detto: Non toccherò il tempo pieno. Ma 'ha toccato: abolendo la compresenza e trasformandolo in un doposcuola. Paradosso: proprio chi lparlava di “maestro unico”, sottopone a ogni bambino un carosello di sei, otto, dieci docenti. Ha trasformato l'elementare in una media: la scuola in Italia più problematica.
10. L'Italia spende troppo per la scuola? Al contrario: spendiamo troppo poco. In rapporto al Pil, nelle spese per la scuola, in Europa, siamo al penultimo posto: dietro di noi c'è solo la Slovacchia. E i docenti sono tra i meno pagati al mondo. Si dice che in periodo di crisi occorre tagliare. Dipende sempre dalle scelte. Per esempio, le spese militari sono aumentate. Germania, Stati Uniti, India invece di tagliare, hanno aumentato le spese per la scuola. Strategicamente. Per il loro futuro di paese. Per quello dei loro giovani. la scuola di oggi non è più quella di cui si parla nella nostra Costituzione.

28.4.11

Una scuola da rifare

UNA SCUOLA DA RIFARE. LETTERA AI GENITORI (Feltrinelli)
Giuseppe Caliceti

“Tre mesi di vacanza, eh? Bel lavoro l’insegnante!” Questa è la battuta che a
fine anno scolastico tanti docenti italiani sopportano. A inizio anno, invece:
“Le vacanze sono finite anche per voi, eh? Era ora che iniziaste a lavorare!”
Dal 2008 se ne è aggiunta un’altra: “Adesso ci pensa il Ministro all'Istruzione
a farvi lavorare!” Ti verrebbe da dire: come ti permetti? Poi lasci perdere. O
quasi. E’ vero, sono battute. Ma nascondono quello che pensa oggi la maggior
parte degli italiani. Quando iniziai a insegnare, più di venticinque anni fa,
non era così. C’era più rispetto per i docenti. C’era un patto di fiducia tra
insegnanti e genitori. Ora questo patto si è rotto. A volte ho tentato di
difendermi, di spiegare. “Le lezioni non si improvvisano, bisogna prepararle.
Il mio lavoro non inizia e si conclude in aula. Anche quando gli studenti sono
in vacanza, io continuo ad andare a scuola. E con la nuova riforma della scuola
io ci guadagno, sono i tuoi figli a perderci. E personalmente sono favorevole
al cartellino per i docenti: perchè tutti sappiano quanto lavoriamo”. E ho
tentato di parlare di responsabilità. Di autoformazione. Di psicologi,
assistenti sociali, medici, psichiatri, docenti: le professioni più usuranti
della nostra epoca. Cosa ricevevo in cambio? Sorrisi. Così ho deciso di
scrivere “Una scuola da rifare”. L'ho scritto sotto forma di una lunga lettera
ai genitori degli alunni. Per spiegare perchè i docenti non sono fannulloni.
Per raccontare un poco di quello che fanno oggi i loro figli a scuola. Per far
capire come è cambiata la scuola primaria oggi: Dal mio punto di vista, dopo la
scure infinita dei tagli sulla scuola, in peggio. Ma per parlare ai genitori
anche della scuola che abbiamo abbandonato. E di quella che vorrei. Nel 2008 le
piazze si sono riempite di migliaia di docenti e genitori che protestavano
contro lo smantellamento della scuola pubblica. A distanza di diversi mesi, mi
sono chiesto, cosa rimane di quella protesta? E – soprattutto – cosa rimane
della scuola pubblica? Ho cercato di rispondere a queste domande e di
analizzare lo stato di salute della nostra scuola. L'ho fatto alternando le mie
opinioni personali a quello dell'insegnante con il suo bagaglio di storie dove
i protagonisti sono gli alunni. Non si tratta solo di un libro sull'orgoglio
docente. Ho cercato di parlare anche di maestri come don Milani, Gianni Rodari,
Loris Malaguzzi, Mario Lodi. Ho cercato di difendere la scuola pubblica
italiana – una delle migliori al mondo per qualità di insegnamento prima della
controriforma Gelmini: la prima in europa (ora siamo al tredicesimo posto), la
quinta nel mondo. A tratti ho provocato anche i genitori degli alunni,
ricordando loro che l'istruzione primaria non è una bambinaia che tiene
impegnati i loro figli per qualche ora al giorno, ma è il momento fondamentale
della loro formazione. Una formazione che va oltre le continue riforme, i
ridimensionamenti di materie e personale docente, la fatiscenza delle strutture
scolastiche. Una formazione che da sempre deve insegnare la condivisione. Alla
fine ho pensato bene di scrivere un decalogo della scuola che vorrei. Eccolo:

La scuola che vogliamo
1 Laica, gratuita, libera, solidale
2 In cui si sta bene insieme
3 Che aiuti i nostri figli a diventare adulti felici e responsabili
4 Sulla quale lo Stato sappia investire come una risorsa
5 Che valuti l'apprendimento, ma che tenga conto anche delle emozioni
6 In cui i nostri figli imparino a lavorare insieme
7 Proiettata verso il futuro
8 Basata sul metodo delle domande e della ricerca
9 In cui i docenti siano preparati e si ricordino di essere stati bambini
10 Vogliamo una scuola senza paura di sbagliare e senza fretta: neppure di
diventare grandi